Gayenna – La vissuta

CERCANDO TE HO TROVATO ME

Non si basta. Entra affannato. Si mette a letto. Gli misuro la febbre. Gli faccio un brodo. Lo beve. Non ha alternative. Neanche chi ama

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Sono in pista. Una ragazza mi offre del popper. Gli dico: mi basta alzare le ancore per avere lo stesso effetto. Mi guarda. Sorride. Si ritira. M’avrà preso per un eccentrico.

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Come i gerani finite le stagioni della fioritura si seccano, così, la mia sessualità di ora. Come non togliamo i gerani dal suo invaso per non farli morire, così, la mia sessualità di ora. Come ai gerani basta una primavera per farli rifiorire, così, la mia sessualità di ora.

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Sentimentalmente, e sessualmente parlando, bene o male, tanto o poco, sono sempre stato un gravitante. La notte dello scorso Capodanno, però, uno scontro con un asteroide m’ha divelto da l’orbita; e non riesco più a tornarci. O, meglio, lo potrei per ragione, ma, anche a botto passato, non lo posso per emozione. In attesa di sentire, e quindi capire in quale orbita ritrovar parcheggio (se nella passato, o in una futura, o in un diverso modo d’agire della passata) sto girando attorno a me stesso.

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Fatti recenti hanno messo dell’ulteriore disincanto nella mia voglia d’amare. Questo ha coinvolto un po’ tutto. Ora, devo verificare. Porre, nuove priorità, o, forse, solo decantare. Mi ci vorrà un po’ di tempo.

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Quando vengo impoverito anche della mia voglia d’amare divento distruttivo, ma, si può far crollare un tempio solo per schiacciare qualche filisteo? No. Non si può. Mi difendo, (e difendo il tempio, allora) ritirandomi nella mia realtà. In quella, aspetto che passi la piena. Solo per questo non ho ancora risposto al vostro pensiero. Lo faccio, solo adesso, perché mi pare stia calando il livello del fango; mi par di rivedere, ancora, possibilità d’acqua pulita. O, quanto meno, una rinnovata voglia di bere alla fonte, nonostante gli inevitabili inquinamenti da terra. Pur tornato sui miei passi, però, ancora non mi sono inginocchiato; ancora non ho avvicinato le labbra all’acqua. La bocca non ha ancora dimenticato il sapore di fango, che la mente, non da oggi conosce, ma che la mia vita, non da oggi rifiuta, se non quando si ritrova arida in gola.

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Secondo studiosi americani, la bisessualità non esiste come sessualità, se non come il girovagar sessuale di una identità non conformata. E, veniamo a me. Sessualmente parlando desidero l’uomo, ma, culturalmente parlando, non ho lo stesso suo principio culturale: la determinazione. Cultualmente parlando, il mio principio di vita è l’accoglienza. L’Accoglienza, è il principio culturale della Donna. Cosa t’ho sempre combinato, sessualmente e culturalmente! Ho sempre accolto l’uomo, come donna, per poterlo determinare, come uomo. Nei confronti della vita, invece, sono suo uomo tanto quanto la determino, e sua donna, tanto quanto l’accolgo. Me la fai tu, la mia insiemistica transitiva?

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Verona. Rione Filippini. Abitavo in un seminterrato. In lavanderia non mi applicavano il numero: tanto, la mia roba sapeva sempre di muffa! Giusto per dirvi, che non sempre sono stato baciato dal sole! Pomeriggio: ho una visita. Non se ne vuole andare. Non era cattivo. In quel caso, solo un po’ stronzo. Pensava di imporre la sua volontà su di me. Non ho mai posseduto muscoli. E, forse neanche tanta testa, ma, quanto mi è sempre bastato. Almeno della testa. Visto che non si decideva ad andarsene, mi sono girate le palle. Lo pianto nella poltrona dove si era sistemato. Vado nella vicina canonica. Mi dicono che il Parroco è su! Odio le scale. In particolare modo, quelle che hanno i gradini più bassi della misura usuale. Non mi sono reso conto d’averle fatte. Vedo il Parroco. Gli dico: ho un problema! Era la festa di S. Filippo Neri. Il Don Ottorino, (Prete al Cloro, nel senso di persona pulita) pianta tutto e tutti. El se alssa le cotole, (si tira su la sottana) e in un fiat siamo da me. Entro. Guardo il lui e guardo il Don Ottorino. Dico al Don: ho amato questo uomo, come un uomo ama una donna! Non fa una piega. Mi risolve il problema. Circolavano gli anni 80. Non ero nato da molto.

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Sono andato al bar. Fra gli amici, una Trans. Abbiamo parlato di ricordi. Raccontava delle botte che aveva preso dalle suore perché, giocando con le bambine, assumeva ruoli da bambina. “Non capivo perché!” Raccontava di quella volta che l’avevano chiusa, per ore, fra gli scuri ed i vetri della finestra: al terzo piano! Perdonare non è per niente facile. Neanche a quelli “che non sanno quello che fanno”.

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Si parla di amanti. Devono essere uomini, e passi! Devono essere maschi, e passi! Devono essere diversi dal gay, ma nella pratica sessuale eguale al gay. Questo non passa da nessuna ragione! L’amante etero generalmente sognato dal gay, è puro delirio. Certamente vi è l’etero che usa o si fa usare dal gay, ma non lo possiamo dire amante del gay (o amante gay ) bensì del piacere che ne ricava, o al caso concede. C’è a chi bastano i fantasmi.

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Già da troppo ho le palle in no! Sarà il tempo? Sono così anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta, ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom.

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Dopo il piacere, il pakistano mi dice: a me piace la donna! Ha troppo bisogno di quest’affermazione per star lì a piantar discorsi, però, avrei voluto dirgli: si ama la Donna per il comune progetto di vita; si ama l’Uomo, per un progetto di piacere, che, in comune, può durare una vita. L’importante, è sapere cos’è Scarpe e cos’è Zoccoli; non confondere Scarpe con Zoccoli; sapere quando indossare le Scarpe, e quando gli Zoccoli; non indossare una Scarpa e uno Zoccolo; non rimpiangere le Scarpe quando indossiamo gli Zoccoli, o non rimpiangere gli Zoccoli quando indossiamo le Scarpe, ma, in primo, non rinunciare a vivere le Scarpe, anche se qualche volta fanno male ai piedi, e non rinunciare a vivere gli Zoccoli, perché fanno rumore.

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Ho rivisto una vecchia passione non consumata. E’ più semplice saltarlo piuttosto che da girarci attorno. Intanto, i miei occhi hanno sempre ventanni. Mi domando: se avessimo vissuto assieme, avrebbero vissuto assieme anche i nostri occhi?

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Cattiva alimentazione, alcool, fumo e canne stanno sfaldando il corpo di fanciulla del sri lanka che guardo dormire visto che il suo russare non mi lascia scelta. Quella dell’amarlo me l’aveva già concessa ma pare non basti. In quella del volersi desiderato sento che ci si croggiola ancora. Testa di moro la pelle, e nera l’unica concessione che mi permette di usare con prodigalità. Nel durante, sta. Passo. Come non farlo al ventisettenne che in terrazza sotto le stelle delle tre di mattino mi chiede cosa ci sarà dopo, e se si rinasce, e come si rinasce? Comunque stiano le cose, non dovevamo essere in altre faccende affaccendati? Giungono. Preparo il letto. Aspira ed espira Crusoe, mentre gli rimando il domani.

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Andavo a trovare la sorella della Cesira in un paesetto in mezzo ai campi vicino a Este. Aveva marito e tre figli. Ad uno (banditesco il sorriso) stavo particolarmente simpatico. Anche se non mi mancavano le intuizioni (o desideri in albore) non provai quanto particolarmente: ero un ragazzino. Del minore lo ricordo bondino, monnello, intrigante. Non colsi. Del marito, ricordo che aveva il vezzo di strizzarmi il petto sino a farmi male; e rideva, rideva. Ne ero imbarazzato ma anche compiaciuto. La zia sembrava averlo intuito. Il maggiore non mi piaceva più di tanto. Forse perché non mi badava più di tanto. Amava cantare

‘e a luna rossa me parla ‘e te

Guardava se lo guardavo. Nonostante l’emotiva distanza che mi faceva sentire da lui (penso non volutamente) ne ero compiaciuto. Durante il canto sembrava vedermi. Per qualcuno c’ero, quindi! Lo ricordo forse per questo. Non credo mi vedesse come l’agognata che non c’era sul balcone ma all’epoca che ne sapevo, mentre camminando affiancati, nei pensieri distrattamento  abbandonato, alla stessa luna domandavo si aspiett’a me. Nebuloso, il chi.

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Vado a prendere le sigarette. Dalla fine di via Roma arrivo in piazza Bra. Sul punto, la mia attenzione, prima distratta, si posa su due giovani. Li direi indiani. Uno è a cavallo della bici, e l’altro accanto. Quello accanto sta guardando il vicino con il sorriso che solo Eros sa dare a Cupido. Registro la frecciata e passo. Uscito dal tabacchino rifaccio la strada e li ritrovo. Il sorriso non c’è più.

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Già da come ha suonato sento che c’è qualcosa che non va. Entra affannato. Si siede velocemente sulla poltroncina vicino alla mia: come se temesse non bastante la forza nelle gambe. Dice che non sta bene. Scotta. Si spoglia. Si mette a letto. E’ arrivato. Gli misuro la febbre. Gli faccio un brodo. Lo beve ubbidiente. Non ha alternative.

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Spaghetti alla carbonara, oggi per il piccolo. Poscia, insalata di pomodoro, aromatizzata con un leggero pesto di prezzemolo, aglio, origano. Capisco sempre di più quelle che si danno al gin.

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Lo vedo sul davanzale di una casa costruita in economia. L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malìa. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. E’ questione di un attimo. Di un giro di pedali. Non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti. Prassitele, forse.

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Ho ballato tutta le sera. Il piccolo no. Mentre io facevo Salomè se ne stava indeciso fra il due o il tre. Nessun senso d’abbandono! Sapevo, cosa facevo. Come sapevo, che deve crescere, e che, crescere, significa anche sacrificare chi ti fa crescere. Uscendo dalla discoteca mi sono scoperto ubriaco. O forse no, se il primo pensiero è stato: il Signore è il mio pastore. La notte non si cura se vado come i lampioni (seguendo le curve) perché in fondo c’è il Giardino. Non mi dispiace se non ci trovo amante: conosco il contante. Lungo la strada un ragazzo mi chiede una sigaretta. Non chiedetemi perché, in fine, ci siamo baciati: è questione di nettare.

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Aspettavo il tecnico del PC al cancello di casa. Un torsolotto dalla simpatica aria romeno zingaresca si avvicina. Mi chiede qualcosa che non capisco In quel mentre, arriva anche il tecnico. Il torsolotto che aveva ben capito me, nel guardarci ambedue (aveva fatto quattro) si tocca l’inguine. Quando un torsolotto si tocca l’inguine perché preso da quello che immagina, i casi sono prevalentemente due: o escludiamo le piattole, o manda un invito di partecipazione. La faccenda non mi scandalizza. Mi scandalizza non aver alcuna convinzione da farmi togliere.

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Assieme ad amici siamo ospiti, l’Amato ed io, di un amico di Merano. L’amico aveva prenotato il Cenone in un ristorante quasi in montagna. Saliti per non si sa quanta strada siamo giunti a un incrocio posto in cima a un non so dove. Sui clivi della sottostante vallata, una marea di luci: così in cielo, di un indaco così consistente da parer materia, e così basso (pareva) da farci piegare il collo per non batterci la testa. Incantati, saremmo rimasti lì non si sa per quanto, ma non potevamo tardare oltre. Come serata volle giungemmo al ristorante. Nella sala, clientela numerosa e chiaramente alticcia. Siamo stati dirottati in una sala a parte. Non credo per malizia. Nessuna di noi era scandalosa, né in qualsiasi maniera fatta di qualsiasi cosa. Non sino all’aperitivo, perlomeno. Molto birrato e non poco cannato ho doverosamente recitato un divertimento che proprio non sentivo, ma che all’Amato dovevo far sentire. L’ho fatto anche ridere quando m’ha visto ballare. Siamo tornati a casa venati di malinconia, ricordo. La stessa che colpisce gli angeli quando toccano il suolo con le ali, ricordo.

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Temporalone, stasera. Sono nei pressi della Camera di Commercio. Trovo rifugio nel suo porticato. In un angolo del pavimento, due, dormono. Sono vicini. Molto vicini. Sembrano amanti dopo l’amore, ma lo sono perché hanno una sola coperta. Su di uno, gli si è arrotolata attorno. L’altro, è pressoché scoperto. Anche Morfeo ha le sue preferenze.

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Solo il Signore sa quanto mi sono sentito vero e nel contempo falso, quando, all’Arabo dalla guancia con un taglio che gli donava non poco ho detto che preferivo fargli crescere la vita anziché l’uccello! Uscendo dal giardino non ho potuto non rammentare il detto, ogni lasciata è persa, ma subito dopo ho ricevuto un suo messaggio: buona notte angelo. ciao. Va bèh! E’ anche vero che gli ho promesso un telefonino.

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