Analisi delle Emozioni

Le emozioni sono informazioni che una Natura da alla sua Cultura. Tanto più una Natura sente quelle informazioni e tanto più la sua Cultura le sa. Tanto più una Cultura le sa e tanto più la sua Natura le sente. Tanto più una individualità le sente perché le sa (come tanto più le sa perché le sente) e tanto più le vive.

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Per sentire, sapere e dunque vivere secondo le emozioni date dalla forza del proprio Spirito, ciò che è della Cultura non può non essere della Natura come ciò che è della Natura non può non essere della Cultura. Secondo la forza del proprio Spirito chi non sente ciò che la sua Cultura sa, o non sa ciò che la sua Natura sente (cioè, non corrisponde a se stesso) non è la vita di sé tanto quanto non sa ciò che sente o non sente ciò che sa. Tanto più una Natura personale, sociale e spirituale, sente ciò che la sua Cultura sa, o sa ciò che la sua Natura sente, tanto più è vita, cioè, forza dello Spirito. Nella corrispondenza con altre individualità, in ragione di quello che si è, per quello che si saprà dato quello che si sentirà, esprimendo la forza della vita data dalla propria realizzazione, si attuerà la Natura della Cultura della vita propria ed altra perché con l’altra. Tanto più una vita corrisponde a sé e con il sociale e spirituale che gli è proprio e tanto più la forza di quella identità è personale, sociale e spirituale. Una individualità che sente ciò che non sa conosce a metà. Una individualità che sa ciò che non sente conosce a metà. Una individualità che conosce a metà, vive a metà. Una individualità che vive a metà (cioè, che non sa ciò che sente, o non sente ciò che sa) è separata da se stessa o per quanto non sa, o per quanto non sente, o per quanto non vive ciò che sa per quello che sente. L’individualità che non vive secondo la Natura della sua Cultura manca di una parte di sé. Ciò che gli manca può essere la vita nella sua Natura o quella nella sua Cultura. Secondo lo stato della mancanza negli stati di Natura e Cultura, l’individualità che manca di una parte di se, manca nella forza della vita: lo Spirito.

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La Natura che non sente la sua emozione compensa la sua forza (il suo spirito) con quello che la sua Cultura sa. La Cultura che non sa la sua emozione, compensa la sua forza con quello che la sua Natura sente. La vita che non vive la sua emozione secondo la Natura della Cultura del suo Spirito, compensa la carenza della sua forza gratificandola o per mezzo della Natura o per mezzo della Cultura. L’individualità è spiritualmente attrice quando supplisce la parte che gli manca (o quella naturale, o quella culturale, o quella spirituale) con ciò che non è della Natura della Cultura della sua vita. L’individualità spiritualmente attrice, è quella che recita la vita della parte che non sa, o non sente, o non vive per ciò che sa e sente. E’ autrice, l’individualità spirituale che vive ciò che è per quanto sa per quello che sente. La Persona è portatrice di valori spirituali propri, del sociale e dello spirituale cui corrisponde, tanto quanto in ragione di ciò che è per quanto sente di ciò che sa, è in comunione sia con il sé personale con il sociale e lo spirituale. La comunione di sé permette l’amore di sé. La comunione fra il proprio sé, quello sociale e lo spirituale, permette l’amore per la vita. Se vi è (o non vi è) corrispondenza di spirito fra gli stati di Natura e Cultura propri e fra i propri e quelli sociali e spirituali, vi è o non vi è vita tanto quanto vi è (o non vi è) comunione di vita. Dove non vi è comunione di vita, vi è separazione di vita. Secondo lo stato della separazione, ogni separazione è divisione dal bene: vero per quanto è giusto. Secondo il proprio stato (ciò che si è) e dato ad ognuno il proprio stato (ciò che si sa in ciò che si è per ciò che si sente) allo Spirito il bene è giusto quando fra Natura e Cultura vi è comunione di verità. Dove la separazione dal bene, lede la comunione di verità, vi è dolore tanto quanto vi è separazione. Poiché, il bene, è il vero da ciò che è giusto, lo stato che è separato dal Bene (o nella sua Natura, o nella sua Cultura, o nella sua vita) non è nel giusto dello spirito proprio e della Vita, tanto quanto non è nel vero. Lo stato della vita che è separato dal bene (e dunque nel dolore dato da ciò che non è giusto perché non è vero) brama il ritorno allo stato nel quale non vi è alcun male.

Analisi dell’Individualità

Un’individualità che in primo non corrisponde a sé stessa, cioè, con gli stati di Natura, Cultura e Spirito propri, necessariamente, è separata da sé stessa tanto quanto non si corrisponde. Una individualità che non è in comunione con sé stessa perché in vario grado separata, è, perché esiste, ma, non vive tanto quanto non attua (o vive tanto quanto attua) in primo ciò che lo accomuna a sé e, corrispondendo, ciò che lo accomuna ad altro da se.

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La vitalità è la forza di spirito della Natura. La vita è la forza dello Spirito della Cultura. Lo Spirito è il Principio della forza della Natura della Cultura della vita. La vitalità dello spirito delle individualità che corrispondono al sé proprio, al sociale e allo spirituale comprende la vita e ne è compresa. La vitalità dello spirito delle individualità che, pur corrispondendo con il sociale non corrispondono a se, comprendono la vita sociale e ne sono comprese ma non comprendono la propria, che non le comprende tanto quanto non si corrispondono. La vitalità dello spirito delle individualità che corrispondono a sè ma non con il sociale, comprendono la propria vita (che le comprende) ma non comprendono quella sociale che non le comprende tanto quanto non si corrispondono. La vitalità dello spirito delle individualità che non corrispondono a sè, né al sociale e né allo spirituale, non comprende la vita propria, sociale e spirituale, che non la comprende tanto quanto non si corrispondono. La relazione di corrispondenza fra gli stati naturali, culturali e spirituali propri costituisce la personale identità. La relazione di corrispondenza fra i propri stati e quelli della Natura della Cultura della vita sociale costituisce l’identità personale – sociale. La relazione di corrispondenza fra i propri stati e quelli della Natura personale e sociale della Cultura della vita secondo lo Spirito, costituisce l’identità personale – sociale – spirituale.

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Una individualità non vive (naturalmente, culturalmente, spiritualmente) la vita di ciò che è per quanto sente di ciò che sa, tanto quanto non corrisponde con lo stato (naturale, culturale e spirituale) identificante. Quando una individualità in identificazione (moto della ricerca di sé) non corrisponde con lo stato naturale, culturale, spirituale referente di identificazione (Principio del moto della ricerca di se), vi è separazione fra il soggetto identificante e quello in identificazione tanto quanto fra i due stati non vi è corrispondenza. Quando fra lo stato identificante e quello in identificazione non vi è corrispondenza di stati, l’individualità in identificazione, è confusa tanto quanto la corrispondenza è mancante. Di converso: quando fra lo stato identificante e quello in identificazione vi è corrispondenza di stati, l’individualità in identificazione è certa di sé tanto quanto, è, lo stato di vita dato dalla comparazione fra il sé proprio e quello identificante. La personalità divisa da se stessa perché non sente quanto sa o non sa quanto sente (e, dunque non vive ciò che sente per quanto sa) subisce (e provoca) i danni originati dalla separazione, tanto quanto è separata da se stessa. L’io che si conosce è come una casa ( Natura ) che poggia su un terreno ( Cultura ) idoneo a reggerne la costituzione ( la vita ) in tutte le sue parti. L’io che non si conosce, è come una casa (Natura) che non sa quale è la parte (Cultura) più idonea a reggere la vita della sua costituzione. L’Io, che non costituisce la sua vita secondo il proprio sé ma secondo altro da sé, è come una casa (Natura) abitata da un inquilino (Cultura) alieno al suo Spirito.

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Una individualità che si costituisce incosciente della parte di sé (la naturale, la culturale o la spirituale) più idonea a reggere il peso dell’edificio (la sua vita) è soggetta a crepe: le crisi di identità. La crisi di identità, o denuncia che un Io si è estraniato da una parte naturale, culturale o spirituale di sé, o che è stato espropriato di una parte naturale, culturale, o spirituale di sé, o che si è estraniato da sé perché espropriato di sé e/o invaso di altro da se. Una identità è in crisi quando non è ultimata dai suoi principi. Ad una identità non ultimata dai suoi principi necessitano continui sostegni. Sostiene la personalità in crisi di sé, ciò che di naturale, culturale, o spirituale, di volta in volta occorre allo stato naturale, culturale e spirituale. Ogni separazione da sé di una parte di sé è una ferita: come tale è un male. Poiché, per essere vita, ciò che è della Natura non può non essere della Cultura, allora, il male naturale è anche male culturale. Un male nella Natura che diventa male anche della sua Cultura è male anche nello Spirito, cioè, nella forza della vita. Il male (naturale tanto quanto culturale e spirituale) deforma la vitalità e, conseguentemente, deforma la vita. Ogni male richiama la corrispondente cura: naturale se ad esserne colpita è la Natura; culturale se ad esserne colpita è la Cultura, spirituale se ad esserne colpita è la forza della Natura della Cultura della vita. Una individualità diretta verso la Vita cura il suo male con atti di vita sia verso sé che verso altro da sé. Tanto quanto non è diretta verso la Vita, una individualità si cura con atti di morte o contro sé o contro altro da sé.

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Se ciò che principalmente manca riguarda la vita naturale o culturale, una individualità si compensa (semplicemente o complessamente) o con della vita naturale o con della vita culturale. Se ciò che principalmente manca riguarda la Natura della Cultura della Vita (ricerca delle origini e degli scopi di vita) una individualità si compensa (semplicemente o complessamente) elevando i principi della propria. Se ciò che manca è rilevante al punto che ne ciò che è (Natura) e ne ciò che sa (Cultura) e ne la forza (lo Spirito) data da ciò che è di quanto sa di ciò che sente sono l’un l’altro sufficientemente compensativi, allora, una data individualità, la dove non sa o non può rivedere il suo vissuto, può avvertire la necessità di compensarsi più fondamentalmente. Nei casi di più fondamentale compensazione se una individualità giunge sino a compensare la totalità dell’essere, certamente non si può dire che è ciò che sa per quello che sente, ma, che è ciò che sa per quello che gli fa sentire la totale compensazione adottata. Tanto più quella individualità è ciò che sa per quello che la più fondamentale compensazione adottata gli fa sentire e, tanto più assume la personale identità data dalla compensazione complessivamente adottata a sua integrazione. Se la compensazione adottata è alcolica, tanto più una individualità sofferente compenserà la sua Natura con quell’elemento e, tanto più la sua Cultura sarà la vita di quello che è per ciò che saprà di ciò che l’alcool gli farà sentire. Nel caso in esempio, l’identità conseguente sarà quella dell’alcolista. Nel massimo processo di identificazione dato dall’essere l’identità della sostanza naturale, chimica, quanto ideologica, che si raggiunge quando una vita ” si fa ” con la vitalità che genera una sostanza totalizzante, quello che vale per le droghe che diventano la forza della Natura della Cultura nella droga, vale anche per le ideologie e/o gli edonismi se diventano droghe (fissatrici d’arbitrio) per la Cultura della Natura della vita che necessita di forza.

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Se nel caso dell’overcompensazione da alcool l’identità globale che ne consegue sarà quella dell’alcolista, nell’overcompensazione culturale e/o spirituale (o in altri casi con cui si compensi la Cultura della Natura) la personalità risultante rischia di essere naturalmente o culturalmente, o spiritualmente fanatica E’ fanatica, l’individualità che ha delegato la totalità del proprio arbitrio alla realtà che ha invaso di se o la forza della sua Natura, o di quella della sua Cultura o la forza (lo Spirito) della sua vita. Tanto più il fanatico è forte d’altro e tanto più è debole di sé. Quando una identità assume quella dei totalizzanti artifici che usa per essere, non è mai ciò che è per quello che vive per quanto sa di ciò che sente, cioè, se stessa. Non è mai se stessa, perché quando è totalmente compensata, è sua identità la totale compensazione e, non è mai se stessa quando non è compensata perché la sua identità, in assenza di compensazione, è vita che non si sente perché non si sa (se il suo principio di vita è la vita della sua Cultura) o non si sa perché non si sente se il suo principio di vita è la vita della sua Natura. Una individualità asservita ad un artificio perché carente nella forza della propria vita (nel suo Spirito) in quanto la sua Natura non vive ciò che sa la sua Cultura (o la sua Cultura non vive ciò che sente la sua Natura) è fuori di sé già prima che compensi quel fuori con altri buttafuori. Una individualità che vive quello che è per quello che sa in ciò che sente, non necessita di artifici, perché, tanto quanto è indipendente, è sovrana. Vi è potere della Natura sulla Cultura quando una Natura ama ciò che sente più di ciò che sà. Vi è potere della Cultura sulla Natura, quando una Cultura ama ciò che sa più di ciò che sente. Sulla Natura di una Cultura vi è il potere della forza quando ama la sua emozione (il suo Spirito) più di quanto sa per ciò che sente. Poiché, il potere, per sua Natura non può ammettere la mediazione, non l’amore (che essendo comunione per sua Natura l’ammette) è fonte di potere, ma, solamente il desiderio dato dal piacere. Il desiderio dato dal piacere (ambedue gli stati non ammettono che se stessi) è una volontà di potere e, una volontà di potere che non ammette che se stessa, è sempre un sopruso: verso se stessi non meno che verso altri.

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Quando, a causa di norme estranee allo spirito dell’amore (ciò che permette la comunione sia in se che con altro/i da se) la volontà data dal desiderio di un piacere diventa il prevaricante potere naturale, e/o culturale e/o spirituale di uno stato (anche se amoroso) su un altro, nell’anima, sottomessa alla volontà del desiderio (come imposto ad altro anche imposto al proprio sé) si generano delle ” tossine ” naturali, culturali e spirituali, che ammalano ora di depressione e/o ora di esaltazione sia la vita che pratica la volontà del potere che la vita che lo subisce: la ammalano, tanto da mandarla anche anche oltre arbitrio. La dove non vi è comunione di vita nella persona o fra persone ( e/o una corrispondenza da compassione per il reciproco spirito ) non vi è amore sia nella persona che fra persone tanto quanto la nostra vita è inadempiente verso il suo principio: la Vita. La dove verso la vita (nostra, altra e del Principio) non vi è amore, o vi è indifferenza da mancata condivisione di spirito, vi è inimicizia tanto quanto non vi è amore e/o non vi è compassione da condivisione verso la nostra ed altra vita. La dove vi è inimicizia, tanto quanto non vi è amore e/o compassione, vi è ignoranza (sia contro sé che contro altro da se) verso tutto ciò che non si ama perché non lo si conosce a causa della mancata comunione sia di se con se, come di se con altro da se. L’ignoranza, quando è rifiuto di confronto, o è Natura della paura, o è Cultura dell’arroganza (overdose di difesa da paura) o piacere del sopruso. Come l’intolleranza, l’ignoranza separa vita da vita. L’ignoranza verso se separa da se ciò che è proprio prossimo. L’ignoranza verso l’altro separa ciò che è prossimo a se del se altrui. L’ignoranza verso se uccide l’amore di se. L’ignoranza verso l’altro uccide l’amore dell’altro. L’ignoranza uccide l’amore. L’ignoranza uccide l’amore perché separa la comunione. Ogni volta si impedisce la vita data dalle corrispondenze fra Natura, Cultura e Spirito (impedire la corrispondenza è separare la vita sia in se che la propria da altri) si pone inimicizia sia fra gli stati propri che, indipendentemente dagli stati, fra altri stati. Poiché l’inimicizia non permette la conoscenza e poiché l’ignoranza non permette la comunione e la mancata comunione non permette l’amore, ecco che non potendo conoscere (o per Natura, o per Cultura, o per lo Spirito) non si può amare ciò che ci è stato diviso, tanto quanto siamo separati da ciò che ci è stato diviso. L’inimicizia principia l’odio. L’odio è uno spirito che può alimentare contro la vita (e la Vita) delle reazioni sia implosive che esplosive. E’ reazione implosiva l’odio contro se. E’ reazione esplosiva l’odio contro altro da se. L’odio contro la vita ( e la Vita ) ammala di sé il sé che lo contiene.

Analisi del male

Lo stato nel quale non vi è alcun male è il Bene: Principio del bene naturale quanto del culturale e dello spirituale in ogni stato di vita. In ragione della condizione dello stato della mancata comunione di una Natura, o di una Cultura, o di una vita con il Principio del Bene, non vi è comunione col Bene, tanto quanto vi è insoddisfatto desiderio di unione verso l’origine.

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Qualsiasi desiderio di bene che non corrisponde al vero è arbitrio su di sé o su altro sé perché non è corrispondente vita: forza di ciò che allo Spirito è giusto. L’arbitrario desiderio di una Natura che non corrisponde secondo quanto è bene per ciò che è vero di quanto è giusto sia alla propria che ad altra vita, si pone contro sia la Natura propria che altra. L’arbitrario desiderio di una Cultura che non corrisponde secondo quanto è vero per ciò che è bene di quanto è giusto sia alla propria che ad altra vita, si pone contro sia la Cultura propria che altra. L’arbitrario desiderio di una vita (forza del suo Spirito) che dato il bene che è nel vero non corrisponde secondo quanto è giusto sia alla vita propria che ad altra, si pone contro sia la vita propria che altra. Ogni arbitrio è una violenza: sia sugli stati propri che sugli stati altri. Violenza (contro sé e/o contro altro da sé) è la forza della vita che non vuole sentire e, dunque intendere, la ragione del suo Spirito. La ragione dello Spirito si intende nello stato di pace, perché, nella pace vi è quiete fra i dissidi e, dunque, verità. La forza della violenza da arbitrio contro se e/o altro da se è corrispondente alla forza dello stato di ciò che non si vuole sentire, sapere e capire. Una individualità non vive la sua vita con giusto Spirito (cioè, con la giusta forza) tanto quanto il sapere dato dalla sua Cultura non corrisponde al sentire dato dalla sua Natura (come di converso) tanto quanto il sentire dato dalla sua Natura non corrisponde al sapere dato dalla sua Cultura.

Analisi del discernimento

Il discernimento è il più corrispondente strumento di cura: esso è il mezzo che pone nella giusta corrispondenza ciò che è sano con ciò che è da sanare. Il discernimento su sé o su altro da sé, è attiva transazione culturale ogni qualvolta permette il proseguo della vita propria, sociale e spirituale.

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E’ passiva transazione di vita, il discernimento che principalmente attua la mera esistenza. Il discernimento è il medico che cura se stesso. Le l’individualità separate da sé stesse, soffrono della mancanza di vita nella parte che il loro sé non vive. Gli elementi di compensazione cui ricorre una individualità sofferente per carenza di spirito (forza della vita ) possono anche diventare particolarmente complessi, quando: è inappagata da se stessa e dal sociale; inappagata di sé per quanto variamente appagata nel sociale; inappagata nel sociale per quanto variamente appagata di sé. Per giungere al proprio completamento attraverso l’appagamento, le individualità totalmente o parzialmente inappagate perché personalmente, socialmente e spiritualmente non comprese dallo stato proprio e/o sociale e/o spirituale, possono anche diventare dipendenti (quanto tossicodipendenti) di elementi compensativi ( ” leggeri ” e/o ” pesanti ” ) sia naturali che ideologici e/o chimici. Tanto più la forza della vita (lo Spirito) è depressa per la mancanza di risposte alla domanda di equilibrio posta dalla vitalità in sofferenza (o esaltata per eccesso di risposte) e tanto più complessi sono gli elementi di compensazione cui ricorre la data individualità. La parte dell’individualità depressa o eccitata perché non vive ciò che sa per quello che è, può principalmente essere quella naturale (la vitalità) o quella culturale (la conoscenza) o quella spirituale: elevazione verso il Principio dei significati esistenziali.

Analisi della pace

La Natura è il luogo del Bene. La Cultura è il luogo della Verità. Lo Spirito, è il luogo del Giusto che corrisponde dalla Natura nel Bene per la Cultura nel Vero. Giustizia è assenza di ogni dissidio. L’assenza di ogni dissidio è pace. In una Natura in pace vi è giustizia.

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Essendo cessazione di ogni dissidio (la giustizia) dove vi è giustizia data dalla pace perché è cessato ogni dissidio, non può non esservi che verità: se non raggiunta fra vita e vita è raggiunta fra vita e Vita. Sia nella Natura della vita della propria Cultura, che fra la propria ed altra, quando non vi è dissidio fra il bene della Natura ed il vero della Cultura perché vi è pace, la vita, non può non essere che nella verità di ciò che è giusto: lo Spirito. Poiché pace è tacitazione di ogni dissidio e alla tacitazione di ogni dissidio segue il silenzio, nel silenzio della pace dato dalla verità che ha tacitato i dissidi, vi è il principio della ricerca dell’origine di ogni verità. Nessuno sa cosa è bene dato il vero che è nel giusto, ma, ciò che non lo sa la Cultura lo sente la Natura. Nella vita della Cultura della Natura ( lo stato di ciò che sa perché sente ) che non corrisponde al bene per ciò che è giusto dato il vero, lo spirito è depresso. Nella vita della Natura della Cultura ( lo stato di ciò che sente perché sa ) che non corrisponde al vero per ciò che è bene dato il giusto, lo spirito è eccitato. Poiché ciò che è depresso o eccitato non è in pace, ne consegue, che lo stato di pace in una Natura è ciò che afferma il bene di ciò che è nel giusto, perché, alla sua Cultura, vero.

Discoteche: lettera al Ministro.

L’ho scritta per un proprietario di Discoteca. E’ una bozza, pertanto, soggetta a modifiche. In data Marzo 2020 non più necessarie: per un motivo o per un altro non se ne parla più.

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Non è rovinando delle Imprese, che si curano i malesseri nei giovani, signor Ministro; e non è nel favorire lo spasso della disoccupazione, (che le sue disposizioni ha originato in altri giovani) che si curano i malesseri dei giovani. Invece, è come se Lei avesse disposto di ridurre la produzione di autoveicoli, perché i limiti orari imposti dal Codice della Strada non ottengono lo scopo di impedire ai giovani di uccidersi in macchina, ma la Fiat è la Fiat, e noi, evidentemente, non siamo nessuno. Sbaglia, signor Ministro.

Noi siamo dei nessuno che, globalmente, hanno più dipendenti della Fiat. E’ anche vero che ci mancano i Sindacati che curano gli interessi degli operai della Fiat, ma se una nostra debolezza può legittimare la Sua forza, allora, tutto è la sua contestuale politica, fuorché equilibrata.

Siamo ben coscienti, del fatto che lo Stato che Lei rappresenta deve tutelare anche i suoi figli più incauti. Come siamo ben coscienti, del fatto che fa quello che può. Non è certo il dovere di tutela che contestiamo. Neanche contestiamo il fatto che è tenuto a fare di più di quello che può. Noi la contestiamo, Cortese Ministro, non perché ha fatto quello che ha dovuto, ma perché non ha fatto quello che doveva sapere. E Lei doveva sapere di più, prima di agire.

Certamente, avrebbe saputo di più se ci avesse consultato. Attraverso le associazioni di categoria, ad esempio. E’ anche vero che avrebbero dovuto essere quelle associazioni a raccogliere le nostre opinioni, i nostri progetti. A dirle, quello che già stiamo facendo, ad esempio. Visto che non l’hanno fatto, lo facciamo noi.

Ben pochi giovani, signor Ministro, possono permettersi il lusso di ubriacarsi in Discoteca. Lo sono, su di giri, già  prima di arrivarci. E noi li accogliamo così come sono, così come stanno: fuori, ma non palesemente fuori. Se lo fossero palesemente, non li faremmo entrare. Ci pare ovvio. Secondo la logica delle Sue disposizioni, per impedire l’alcolismo nei giovani, o quanto meno ridurre i suoi effetti almeno nei fine settimana, avrebbe dovuto disporre un limite orario alla vendita degli alcolici anche nei Supermercati. Non ci risulta che sia stato fatto, eppure, dove crede che comperino i liquori che non possono permettersi di comperare da noi? E’ ben vero che non li comperano solo nei Supermercati. E’ ben vero che bevono anche al bar dove si riuniscono prima di andare a ballare, come è ben vero che prima di arrivare da noi, bevono nei bar degli Autogrill.

Anche per questi ambiti, non ci risulta nessun limite orario per la vendita degli alcolici. E’ ben vero, anche, che, poco o tanto, bevono a casa! Non ci risulta che i genitori nascondano le bottiglie. Non ci risulta che lo facciano neanche nei fine settimana! Al proposito, non ci risulta che Lei abbia ordinato nessuna repressiva disposizione. Chiaramente ci risulta, invece, che solo noi Discoteche, siamo accusate di essere i ricettacoli di ogni bagordo.

Chiaramente ci risulta, invece, che solo le Discoteche dovrebbero diventare i poliziotti dei Clienti. Chiaramente ci risulta, invece, che solo le Discoteche dovrebbero proibire quello che dovrebbero fare le famiglie dei nostri Clienti. Troppo comodo, cortese Signore. A noi Discoteche, si può imputare di essere causa della punta del problema “avventata guida dei giovani”, non, causa di iceberg come ci si sta processando: a vanvera, a nostro giudizio.

Ce lo consenta. Le Discoteche, oggi, più che luoghi di spontaneo divertimento, a noi Titolari paiono diventate delle sorte di ambulatori. Non è dagli psicologi che i giovani curano lo stress da fatica di vivere. Lo fanno da noi. E noi stiamo diventando sia loro medici che i loro luoghi di cura. E’ vero che non tutti i medici sono capaci di idonea cura. E’ anche vero, però, che ci sono giovani, e/o loro particolari situazioni, fuori di ogni possibilità  di cura.

Non ci risulta che Lei abbia fatto chiudere dei luoghi di cura, o perché mancanti di per sé, o perché nulla possono per utenti fuori di ogni controllo. Che sia perché non Le è sfuggito che vi sono stati Cittadini che sono entrati con una malattia e ne sono usciti con delle altre? Che sia perché non Le è sfuggito che vi sono stati Cittadini che sono entrati con una gamba malata e si sono ritrovati amputati della sana? Umani errori, Lei ci dirà . Vero, signor Ministro. Questo ci dimostra, però, che in altri casi Lei tiene conto anche della fatalità , e che non fa di ogni caso un fascio, e tanto meno pensa che per tutte le malattie vada bene la stessa ricetta. Come mai l’ha fatto con Noi, cortese Ministro?

Ottobre 2007

Allo Zodiaco mancano due segni

Mi scrive P. Mi dice: sono stata discriminata violentemente, non posso dire pubblicamente fino a che punto perché sono donna, perché sono del sud, perché sono intelligente. Ho rischiato la vita più volte, sai?

agirasoli

O dio, Perdamasco, non potrai mai capire cosa ho passato!!! Io non ho passato niente che tu non abbia passato… Questa non la capisco, ma passo oltre. Gli obietto, che non sei l’unica Donna che ha dovuto portare questa serie di croci. E’ condanna che colpisce il diverso, il non in convenzione. E’ un’insieme di croci che al momento ti fanno piegare le ginocchia, ma, è nell’affrontare queste fatiche, che da brutti anatroccoli si diventa cigni. Mi parla di un intellettuale mancato, anni fa, perché travolto da atti, nolentemente concernenti la sua identità sessuale. Me ne parla con una tal passione da impensierirmi. Gli dico: ne parli come vedova che non ha superato un lutto, non tanto per una morta cultura (morta nel senso che fu di un dato tempo) quanto, forse per un tempo che non è più per un uomo che non è più. Poi mi dice che non sopporta i ghetti. Gli rispondo: stai attenta. Non sopporti i ghetti, o non sopporti di essere messa in un ghetto, o non sopporti di sentirti ghetto, cioè, rinchiusa da sbarre, da pregiudizi, ma anche da una mercuriale conoscenza di te: mercuriale nel senso, che non appena prendi una parte di te, quella, dividendosi in altre parti, ti sfugge? Mi dice: d’altronde l’80 per cento dei miei amici e persino uno dei miei amori sono (erano) omosessuali… posso permettermi di parlare, no, ho la patente, credo! Gli replico: non è necessariamente vero, tuttavia, chiamiamolo, foglio rosa, nel senso che hai superato gli esami di teoria omosessuale, ma, per quali esami di guida ti serve quella conoscenza?  La risposta che ricevo, nulla contiene sulle riflessioni che ho inteso suscitare in P. Mi risponde, invece: scusami perdamasco, ma sono sempre più convinta dal tuo tono che sei proprio il mio ex amico….se non è così, perdonami ma non mi andrebbe di scriverti anche solo se gli somigli, è persona troppo ripugnante per me anche solo da associare a qualcuno. Comunque vado a colpo quasi sicuro. Colpo quasi sicuro, un accidenti! Morale della favola: questa qui, se le è fatte e se le è dette, e per lei sono stato solamente lo zerbino, che gli è servito a ripulirsi le suole dalla merda, che, a suo dire, ha incautamente calpestato frequentando un ex amico, che all’improvviso, si è rivelato un mostro! Naturalmente non taccio! Gli dico di non scocciare il prossimo con le sue care disgrazie, e di non contattarmi più. Cosa che, va a suo credito, ha fatto. Affrontiamo la vita, in tutti i modi detti dallo Zodiaco. Nello Zodiaco, però, manca un segno: quello della Chiocciola. L’identità Chiocciola è quella che appena la tocchi (per quanto delicatissimamente) subito ritira i sensori, e si rifugia in casa! Rifugiandosi in casa, le identità Chiocciola credono di sentirsi al sicuro; credono di aver lasciato fuori della casetta da sette nani, tutto quello che le tocca! Illuse! Non gli ex amici o quelli che gli somigliano sono i loro Babau. Lo è, un’indecisa capacità di viversi! E’ talmente indecisa quella capacità, che allontanano da sé stesse tutto quello che le costringe a prendere atto di essere Chiocciole, o con altro segno che manca nello Zodiaco, degli asini di Buridano che muoiono di fame perché non sanno decidersi fra la paglia del non vivere ed il fieno del vivere! Non ci resta che pregare!

Giugno 2006

La Perla del pirla

Secondo il mio intendere la vita, tutti siamo suoi alunni. Agli esami di questa scuola sono stato bocciato e/o ripetente, per anni. Mi par di cavarmela, adesso, ma, solo da ieri. Sarebbe questo, il bell’esempio di intelligenza da complimentare? E’ ben vero che la mia generale deficienza è stata la scoria che ha permesso la formazione della perla (il pensiero “per Damasco”) ma se possiamo dire anche bella la perla non vedo come si possa dire bella l’ostrica! Al più, possiamo dire che l’ostrica è la bestia della bella, ma, questa è la necessaria funzione dell’ostrica, mica un’eroica virtù! La morale della storia, quindi, é da cercarsi nelle perle, non, nei gusci.

Del Giugno 2006

 

Saggezza e normalità sessuale

Poiché mi hai manifestato l’intenzione di migliorarti (non vi è miglioria che non si basi su una maggiorata conoscenza di se stessi) ti scrivo qualche pensiero sulla sessualità. Immaginandola come un arancia, é composta da spicchi.

a) Vi sono personalità maschili che non si dicono omosessuali (amanti del simile) non perché non siano in molti modi (stati e/o condizioni) influiti (eroticamente quando non per un complementare piacere) dalla figura simile, ma perché in alcun modo (stato e/o condizione) sono esistenzialmente dipendenti dalla figura sessualmente simile, vuoi per erotismo, vuoi per un piacere sessuale. In quest’area ci abitano le personalità che dico omosensibili e quelle che diciamo omofobe. Gli omosensibili sono variamente simpatizzanti con la parte simile, mentre gli omofobi, ostili alla parte simile tanto quanto gli evoca ostilità verso la propria.

b) La donazione fisica di se stessi, (una generosità da mosche bianche se liberamente concessa) potrebbe rivelare altre ipotesi. Si può giungere a donare se stessi con “liberalità” perché non si da alcun peso al personale valore, come anche valutando il valore altrui maggiore del nostro. Della sessualità di chi è mosso per il desiderio di servire il valore maggiore si può dirla feudale tanto quanto rende degli asserviti servi. La donazione che compi “liberamente” potrebbe nascondere e/o tutelare:

c) una non pienamente riconosciuta e/o accettata ramificazione della tua sessualità;

d) compensare una deficienza fisica a livello genitale, esistente di fatto o anche solo immaginata e/o temuta;

e) nascondere un masochismo culturale ed esistenziale se incosciente, oppure, alibi se cosciente;

f) provare che, almeno nella sessualità, non sei te stesso, tanto quanto la generosità in ipotesi è rinuncia a vivere il personale egoismo in amare. Naturalmente, escludendo che non sia proprio la rinuncia al tuo egoismo in amare il tuo egoismo in amare!

La vita (come anche la sessualità) è uno stato di infiniti stati di vita, quindi, venire a capo della tua vera sessualità (come, d’altra parte quella di tutti) é pressoché impossibile; ed é appunto per questa impossibilità, che la società l’ha normalizzata secondo regole a suo favore.

Per l’impossibilità di normalizzare l’umanità se non castrando delle sue parti, evita di farti assillare dal concetto di “normalità” sessuale e/o altro che sia di implicito e/o nascosto. Dal momento che hai evitato il rischio di overdose in eroina, perché mai vuoi cercare quello in sessualità? Vivi i tuoi piaceri, serenamente, tranquillamente: tanto meglio se decentemente. Questo è normalità. Se altre “normalità” culturali ti creano dei dissidi, allora sono errori da evitare. I dissidi, immunodeprimono la vita. Certo, questo non significa che la si debba vivere con leggerezza, ma, di certo, neanche con pesantezza. Gli antichi sostenevano che la verità sta in mezzo. Il che è come dire: la verità è la dose, (informativa), che sta fra una scarsa ed una eccessiva. Chi vive sé stesso secondo dose è destinato a diventare un saggio quasi suo malgrado. Più normali di così!

Del Giugno 2006 – Corretta e meglio mirata nel Marzo 2020

 

La voce di Ofelia

A mio sentire, la voce di tua madre spaventa perché chi la sente ne coglie emozioni di delirio. Lo si potrebbe chiamare quello di Ofelia: principessa di Danimarca e promessa sposa di Amleto. Se la causa della pazzia di Ofelia fu la pazzia di Amleto, e se si può sovrapporre la realtà di queste due figura su quella dei tuoi genitori, si potrebbe anche dire che tuo padre (“folle Prence di Danimarca perché impotente sovrano del suo stato”) a sua volta ha indebolito la mente di tua madre, al punto da renderla impotente sovrana del suo stato: la sua femminilità e la corrispondente cultura. Può essere provocata quella debolezza mentale, a causa del crollo dell’idea di marito, o di amante, o di uomo, o di padre del suo “Amleto”, oppure perché sovraccaricata dei pesi della vita che tuo padre non sa e/o non vuole affrontare, o per un insieme delle cause.

Tu sarai Amleto di diversa condizione da tuo padre tanto quanto non te ne starai sugli spalti del castello ma affronterai il villaggio (la tua realtà umana e sociale) da semplice uomo. Semplice significa composto da elementi essenziali, non poco importanti come potresti interpretare, e “semplice uomo”, significa senza i titoli reali: presunzioni e narcisismi di vario stato e/o genere, che necessitano a chi deve sentirsi incoronato da grandezze, per non ammettere che non sa affrontare la realtà così com’è, e così com’è lui.

Non credo molto nella psicologia come ricerca dei “pori morti” (i concetti originanti i disturbi nella mente) ma come ricerca dei “pori vivi”: i principi di base che aiutano il cammino della Persona verso la sua vita e la vita. In questo senso, la intendo eminentemente funzionale alla Pedagogia: scienza dell’educazione verso la vita. Pertanto, indipendentemente dal fatto che la mia analisi possa essere in molti modi attendibile o no, ti invito a discutere questa lettere con il tuo psicologo. Ti ripeto, non quanto per capire il passato, ma per quanto può aiutarti a ricollegarti con il tuo presente e a indirizzarti meglio verso il futuro. Un ultimo invito da “psicologia selvaggia”: bimbo, “smonta dal fico” e muovi il culo! Non solo per non rendermi penose le nostre conversazioni telefoniche (il che, potrebbe essere relativo) ma per non renderti penosa la vita.

Luglio 2006

Esaltazione e allucinazione

Mentre Cultura è il magazzino delle informazioni, intelligenza è la capacità di elaborarle in vistù del discernimento. Si è intelligenti, pertanto, non per ciò che si sa, ma per quanto si sa discernere su ciò che si sa. Siccome ognuno ha ed è lo stato culturale dato dal proprio discernimento, va da se che ognuno è soggettivamente intelligente tanto quanto usa (e come) il suo magazzino- Siccome non esistano due persone eguali (tutt’alpiù possono essere colte in maniera prevalentemente eguale) per questo non esiste che uno sia più intelligente dell’altro. Può anche essere che uno sia più colto di un altro e che sappia usare meglio i suoi dati ma non è detto. Infatti, la vita prova che vi sono laureati che nella vita personale non se la cavano meglio dei semplici scolarizzati. Ammesso questo, ne consegue che la tua affermazione “hai paura di confrontarti con me perché sono più intelligente”, non solo è presuntuosa (che ne sai della mia intelligenza se non ciò che puoi, credi e/o ti fa comodo sapere?) ma rivela la necessità di essere più degli altri. Per esserlo, è ovvio che si deve prevaricare l’altrui personalità. E’ solo per questa tua tendenza (e non per paura o di te o della tua intelligenza che dopo aver affrontato me stesso ho paura solo dei miei errori) che ho interrotto il mio rapporto nei tuoi confronti. Diversamente da te, non t’ho detto che l’interrompo perché sono più bello,o più figo, o più furbo, o più intelligente, ecc. ecc. ma, se ben ricordi, ” perché non mi corrispondi “. La corrispondenza fra persone è un passaggio sentimentale e culturale che deve risultare prevalentemente paritario. Se non lo è, allora quel rapporto entra in sofferenza; entrandolo, è destinato ad essere fallimentare. Per infiniti motivi, se non si interrompe un rapporto fallimentare ciò evidenzia che la passione per il dolore (masochismo sentimentale) ha sostituito con altrettanta passione quella per l’amore: corrispondenza di stati fra tutti ed in tutti gli stati della vita. Premesso questo, non mi pare che il nostro ultimo colloquio abbia evidenziato la tua voglia di capire (desiderio di corrispondere attraverso lo scambio del sapere) ma di restaurare un amor proprio minato nella sua voglia di affermarsi. Se questo ti fa felice buon per te che per me è totalmente indifferente: indipendentemente dalle conferme altrui, il mio amor proprio si basa sull’amore che ho di me, e di me con la vita e, non, con la tua o sulla tua. Per quanto mi è dato di capire di te, la forza della tua Cultura si basa sulla forza della tua Natura. Per me, diversamente, è la forza della mia Cultura che fortifica la mia Natura. La differenza non è di poco conto. Il lutto che ti ha recentemente colpito, oltrechè farti capire il dolore (male naturale e spirituale da errore cultural ) avrebbe dovuto farti capire che la forza naturale non è il fine della vita (tanto è vero che finisce appena abbiamo compiuto il personale ciclo culturale) ma il mezzo con il quale si perpetua sia la nostra vita che la sociale e la spirituale. Perseguire la forza naturale come fai tu, solo al momento da conferme e affermazioni. Nel tempo, però, è destinata a fare la fine dei moccoli, che dopo aver dato luce solamente a qualche decimetro di distanza da sé stessi, restano cadaverica materia. Ben diversamente, è il perseguire la vita in tutti i suoi stati, ciò che da luce alla vita: in qualche caso, anche a millenni di distanza dalla fonte di origine. Perseguire la vita, significa perseguire il bene nella Natura, il vero nella Cultura ed il giusto dello Spirito: la forza della vita. Va da sè, che torneremo cadaverici moccoli, tanto quanto, anziché originare vita in tutti i nostri atti, origineremo stati di morte: male nella Natura, falso nella Cultura ed ingiustizia nello Spirito. A mio avviso e, per quello che vale la mia opinione presso di te, anche se la capacità di vederti con lucidità è allucinata dalla passione che hai verso te stesso, comunque hai dimostrato di conservare una buona capacità di autoanalisi. Continua a servirtene non per prenderti e/o per prendere, ma per liberarti e/o liberare. Mi auguro che questa lettera raggiunga il suo scopo: far capire. Lo spero per chi desideri e/o desidererai. Se non dico lo spero per chi ami e/o amerai, è perché, almeno al momento, non dimostri capacità di porti in comunione: corrispondenza che è amore solamente quando chi desidera, sente che i conti gli tornano giusti perché dal rapporto non gli viene sofferenza.

Luglio 2006

Materia grigia: ad ognuno la sua.

Da “Le frontiere della scienza”, ne la Repubblica, leggo che la neuropsichiatra Louann Brizedine ha scoperto “la differenza tra la materia grigia di uomini e donne”. Sarà anche perché non sono un neuropsichiatra, ma a me pare la classica scoperta dell’ombrello. La generale, anche se generica, opinione maschile sulla donna, infatti, l’ha anticipata di molto. Della Donna, (o quanto meno di certe donne), l’Uomo dice che ragiona con l’utero. L’intenzione è squalificante, eppure possiede un fondo di verità. L’utero, è il luogo deputato ad accogliere il seme della vita. La trasmissione del seme avviene attraverso il piacere sessuale. Dal che, se ne può trarre che la donna ragiona con l’utero, tanto quanto i suoi principi di vita sono fondati sul piacere, più che sul sapere. La squalificante opinione dell’uomo sulla donna, però, gli è un arma a doppio taglio. Anche dell’Uomo di può dire che ragiona con il pene, ogni qual volta argomenta secondo i principi del piacere, più di quelli del sapere. Non per niente, certe personalità maschili sono dette teste di cazzo.

“I detrattori della ricerca compiuta dalla Dottoressa, sostengono che non ci sono differenze biologiche che possono spiegare il diverso comportamento dei sessi.”

A mio parere, questa opinione nega che vi sia rapporto di reciproca vita fra Mente e Soma, e che, quindi, la diversa genitalità, non influisce nella formazione del pensiero culturale maschile e femminile. Su questi detrattori, viene da pensare che non abbiano mai interagito con una donna o con un uomo: nudi, o vestiti che sia. La conservazione del piacere nella donna, e la proiezione del piacere dell’uomo, non possono non originare due diversi modi di vivere e di intendere la vita! E, poiché la mente fa il corpo, come il corpo fa la mente, i due diversi modi di vivere e di intendere la vita, non possono non originare due diverse materie grigie. Della ricerca della Dottoressa, le femministe americane sostengono che è un passo indietro. E’ certamente vero se vogliono donne con cervello da uomini! Non è vero, se vogliono donne dal cervello autonomo da quello maschile. La psichiatra Andreasen sostiene: così si discrimina! Non vedo perché! Io non mi sento affatto discriminato se non ho la materia grigia di una donna; e non mi sento discriminato, se non ho la materia grigia di un uomo. Neppure mi sento discriminato, se ho la materia grigia sia dell’uomo che della donna. Io mi sento discriminato, solo quando non mi si permette di vivere quello che sono: mentalmente determinante come uomo, e culturalmente accogliente come donna. La mia sienza, pertanto dice che ognuno ha quella che si merita.

Luglio 2006 

 

 

Quando il troppo stroppia?

Vi è eccesso di Accoglienza quando, nei confronti della realtà altra, una vita è remissiva al punto da subordinare, ad altra volontà, la propria. Si può dunque invadere una vita altra, allora, non perché si è prevaricanti e/o assillanti, ma perché la vita con la quale si entra in contatto potrebbe non essere un equilibrato gestore del proprio sé. Non si è equilibrati gestori del proprio sé, quando, per essere, si dipende dall’altrui considerazione. Va da se, che se anche a fronte di un pur legittimo no, uno/a teme di cessare di valere se perde anche una parte della considerazione dell’altro, ne consegue che a dirlo, quel no, può anche diventare estremamente difficile.

Luglio 2006

 

 

La deposizione dei crocefissi

Mi considero cristiano perché seguo questa parola. Non di meno seguo altre parole se in esse trovo l’amore per la vita. Premesso questo, anch’io trovo che il crocefisso sia la macabra esposizione di un “cadaverino”, o, in ragione della misura, di un cadavere. Da piccolo, avevo paura di quell’immagine. Non le dico quando mi costringevano a baciarla. Avevano un bel dire che rappresentava il Salvatore. Per me, rimaneva solamente una figura, fissata in quel modo da una morte che faceva fuggire la mia mente ogni volta che l’immagine gliela ricordava. Che ne sapevo allora di “deicidio”! Non che la cosa mi convinca di più adesso. Vuoi perché Cristo non è Dio, vuoi perché all’epoca nessuno sapeva su Cristo, se non quello che pareva agli occhi dei suoi contemporanei. Non che mi convinca l’ipotesi del presunto”suicidio” di Cristo: ipotesi sostenuta dal Presidente di non mi ricordo quale istituzione mussulmana. Che ne sa, quel Presidente, di quello che solo il Cristo poteva sapere di sé? Se nulla veramente sa, allora, lasci a Cristo quello che è suo e tenga per sé quello che lui avrebbe fatto se (impropria identificazione) fosse stato al posto di Cristo. Comunque stiano le cose, se solo deponessimo il crocefisso come è stato deposto il Cristo, (polvere siamo e polvere torneremo vale per ogni corpo), ora non staremo qui a disquisire su cosa sia giusto attaccare ai muri delle aule, o in altri luoghi. Tutt’al più, staremo qui a chiederci, quale idea di vita senza morte (e quale idea di amore senza condizioni) sia più giusto esporre come esempio per tutti.

Luglio 2006

 

Schemà Israele

Arrivo subito al dunque: sei, in uno stagno! Ne uscirai con le bombe? Illuso! Con gli omicidi mirati? Illuso! Ne uscirai con l’appoggio del Mondo Occidentale? Sino a che servi! Tu, hai solo un modo per uscire dal pantano in cui ti trovi: bonificarlo. Come? Togliendo acqua ad antichi odii, e mettendo verità in antiche credenze.

Datata Luglio 2006

 

La Donna non è un materasso

Nel riprendere il discorso sull’indole della donna che ti è ideale, ti domando: la cerchi dolce perché accogliente, o la cerchi dolce perché passiva? Se per dolcezza intendi passività, è chiaro che la figura che cerchi, più che una donna è un “materasso” per la tua determinazione. Diversamente, se per dolcezza non intendi passività ma accoglienza, quanto puoi determinare presso di lei, prima che ti rifiuti perché sente che la stai facendo diventare un “materasso” per la tua determinazione? I concetti di “dolcezza”, “accoglienza”, “passività”, ” determinazion “, di per sé, sono definizione di assoluto. Ogni assoluto, però, è composto da infinite misure. Così, vi sono infinite dosi di dolcezza, ecc, ecc. Fra tante misure, quale, quella giusta? E’ semplice! La dove si origina dolore, (il rifiuto dell’accoglienza può anche solamente essere la febbre che denuncia il dolore, non, assenza di dolcezza), la dose della determinazione maschile adottata può essere in over. Allora, non la donna che hai, potrebbe non essere sufficientemente dolce, ma, potresti anche chiedergli di accogliere delle pesanti determinazioni. Se in quei casi non le accetta, è sbagliata la tua donna? Forse. Se in quei casi non le accetta sono sbagliate le misure delle determinazioni che adotti presso di lei? Forse. Dove trovare la verità fra voi due? Dove non c’è dolore nella reciproca ragione.

Luglio 2006

vena

 

Il Padre non è il padre

Caro Kalù: a mio avviso, il Padre non merita affatto la fama di sbattiballe che gli imputiamo quando ci risulta carente pagatore dei suoi debiti verso di noi. La fama di presente in teoria ma in pratica assente anche quando non sappiamo come pagare le bollette della luce, viene dalle lontane baggianate che sono state dette dopo di Cristo. Lo sostengo per ragionamenti che ti invito a seguire: se non per altro, per amor di discussione.

Quando pensiamo ad un’Entità prima (e quindi suprema perché assoluta) non possiamo non ragionare per concetti primi. Cristo, riconobbe quell’Entità col concetto primo di Padre. Concorderai, che non vi è concetto più universale di questo; ne più grande di altri, perché, essendo Unico, è supremo di per sé. Se il Padre è Entità prima, e noi entità conseguenti alla volontà di vita di quel Concetto, possiamo dirsi suoi figli?

ilprincipio

Si può dire, pertanto, che avendo generato il suo principio, l’unico figlio del Padre è la vita, non, una vita. Perché la vita è l’unico figlio del Padre? Perché un’Entità prima, (ricordala come suprema perché assoluta) non può generare che un’idea suprema perché assoluta. Allora, se la vita è l’unico Figlio del Padre, e, se avendo vita noi, ci dimostra di essere puntuale pagatore dei suoi debiti, per quale motivo dovrebbe risultarti un bastardo sia pure con riserva di esistenza?

Perché (comunque causati) presso di noi vi è il dolore e la morte? Sempre a mio pensare, perché il dolore e la morte appartengono al principio della nosta vita, non, al principio della vita (la vita) attuato dal Padre. Mi dirai: ma, originando la vita ha anche originato quanto ne è conseguito! Secondo me, no. Un principio primo, sovrano ed assoluto non può originare che un atto primo, sovrano ed assoluto, e se é vita, solo quella può originare. Addebitargli delle altre cause e/o motivi é come addebitare a te le conseguenze erronee di una tua liberalità.  Dato l’esempio, al Padre possiamo imputare solamente l’assenza del suo principio (la vita come principio della vita) non, quanto succede ai nostri. Allora, sei ancora dell’idea che il Padre sia un bastardo, o cominci a a pensare che sul Padre ci hanno detto quello che farebbe o non farebbe un padre?

Luglio 2006 – Rivista e mirata nel Marzo 2020

 

Mi faccio le “pere” che male ti fo’?

Come Associazione sono stato vicino a Dipendenti da tossico sostanze, in età variante dai 30 ai 40 anni. Sono età, nella quale il sapere e la vitalità si temperano nella riflessione personale. Tuttavia, su di loro imperano ancora le sostanze legale ed illegali. Sono imperi che mostrano la corda ai tossicodipendenti che le dico. Nel riconoscerne tutti i fili, (anche se nel non contrapporre azione di rigetto) sta, la loro maturità.” L’opera di trazione cui è sottoposta la personalità tossicodipendente (trazione da necessità esterne, ma non di meno da interna coscenza) è sfibrante, logorante, angosciante. Se la “pera” ha tanta presa è anche perché “cura” quegli stress. Non da meno stress, sono soggetti anche quelli che operano contro la Tossicodipendenza. Questi, si devono difendere da quello che la Tossicodipendenza (quando non il Tossicodipendente) butta loro addosso.

Vi sono Operatori, (a tutti i livelli d’intervento), che si difendono, essendoci solamente con la professione. Incauti quelli che credono di essere difesi perché ci hanno messo la vita. Comunque sia, vuoi prima o vuoi dopo, ambedue i generi di comportamento vengono lesi dalla costante frustrazione, che per servitù alla droga, il Tossicodipendente non può non provocare. Così, fra “tossici” e antitossicità, la droga inietta un’altra faccia del suo veleno: l’inimicizia. Sarà anche una inimicizia educata, pseudo amicale, ma sempre velenosa ed avvelenante, è.

Volentemente nolente, il Tossicodipendente in questa situazione sente che tutto gli è nemico. Sia l’antisociale (per quanto sia passivo – attivo complice) sia un Sociale che non riesce ad essere sufficiente amico perché non sufficiente “pera”. Non c’è pippa di ragione, che sappia dire la solitudine che è in questi casi. Solo il cuore lo potrebbe, ma, lo vendono a poco. Quindi, non rimane che la “roba”. Il senso placenta che da, rimane un amico anche se sanno che li isola da qualsiasi alternativa. Se ne rammaricano ma finiscono per coprirsi lo stesso.

In attesa di capire che non si può osteggiare una intossicazione di quel genere, o rimanendo da parte, o sostenendo una parte, o rinchiudendola in vari modi dentro una parte, il Tossicodipendente sta, senza arte e ne’ parte, o si fa per continuare la sua parte, se non proprio “l’arte”. E’ vero che il “farsi” è soddi_sfarsi, ma è anche vero che è medicarsi oltre che identificarsi. I tempi e i respiri della vita non hanno nulla a che spartire con ideologie legali e/o terapeutiche. Ma le terapie sono costi e i costi, rendono merce la vita. La vita trattata come merce ci condanna a riprendere in carico la vita che trattiamo come merce. L’unica virtù che non rende merce la vita, è la gratuità. Sarebbe una grandissima gratuità, già il capire che se la droga è il piacere che fa male, in successione è il male che solleva dal piacere che fa male.

Luglio 2006

 

Sereno o sirena?

A mio conoscere, “droga”, è tutto quello che fissa un arbitrio, e “gabbia”, tutto quello che lo rinserra. Pertanto, lo può essere anche una qualsiasi ideologia. Riproponiamoci, allora, affermazioni e domande, e rispondiamoci secondo coscienza. Occhio, ai canti della coscienza! Non sempre siamo in grado di capire quando è giudice sereno, o quando è giudice sirena.

Datata Luglio 2006

 

Uomini e topi

Leggo che in uno studio pubblicato su Nature, si dimostra che i topi che assumono marijuana, sono maggiormente esposti verso l’eroina. Secondo me, questo studio dimostra solamente che i topi assumerebbero qualsiasi cosa pur di uscire dalla gabbia! Anche l’Uomo, quando si riduce e/o viene ridotto a topo!

Luglio 2006

 

Madri: Donne o Femmine? Punti di vista.

Hai presente un caleidoscopio? Da piccoli, quando lo ero io, perlomeno, lo si faceva mettendo della stagnola colorata fra due vetri. Poi si inseriva i due vetri all’interno di un cartone a tubo. Girando quel cannocchiale si componevano delle forme e ci si divertiva ad interpretarle. Anche di una identità si può dire che è un caleidoscopio. Infatti, assume forme diverse in ragione dei punti di vista. A proposito della tua remissività caratteriale nei confronti della donna ti dirò ciò che via – via ho visto nel tuo caleidoscopico essere. Ovviamente, non affermo ciò che è ma solo ciò che vedo. Per quel poco che ho conosciuto di tua madre e di tuo padre, direi che la forza del tuo carattere verso l’uomo e la vita l’hai acquisita dal lato materno, mentre, una certa acquiescenza verso la donna l’hai acquisita dal lato paterno. Se ne convieni, si può dire che sai affermarti presso l’uomo e la vita per l’insegnamento di tua madre, e, non sai dire di no alla donna per l’insegnamento di tuo padre che,  non sempre ma in prevalenza, non sapeva dire di no alla donna_madre. Metto la differenza fra la donna – non madre e la donna madre, perché, mi pare, che è alla seconda che non sai dire di no, mentre, sai dire di no alla prima. Cosa che molto probabilmente faceva anche tuo padre. Non sapendo dire di no alla donna – madre, si può anche dire che non sai dire di no a tua madre. Perché? Per il tuo carattere maschile, o perché, non avendola mai trovata, né come aspetto di tuo padre, ne come aspetto di te figlia, la “cerchi” ancora sia come padre che come figlia? Ho messo cerchi fra virgolette, perché cercare una donna è anche cercare il suo aspetto sessuale, ma la sessualità è anche affettività, e, è a questo aspetto della tua ricerca di donna – madre, che ti penso ancora ingrippata. Morale della favola? Non è solo l’influsso di un genitore che devi eliminare, ma, tutti e due! Della serie quando siamo sfigati, siamo sfigati!

Datata Luglio 2006

 

Le facce dell’odio

Si può essere odiati perché si possiede un valore, ma si può essere odiati perché lo si esibisce.   L’odio contro gli Ebrei può essere motivato dalla gelosia che il fratello non eletto prova verso quello eletto, ma, può essere motivato anche dall’esibizione della condizione di eletti. L’odio, quindi, può essere provocato da una gelosia di Caino, ma anche da una vanità di Abele?

Luglio 2006

 

Omosessuali si nasce o si diventa?

procopio

Ho conosciuto Procopio di Torrecupa quand’ero in collegio. Non è mai stato un mio amante: solo, il primo amore! L’ho ritrovato, poi, al paese. Completamente dimentico del mondo, ricordo di essere stato con lui, nella biblioteca dell’oratorio, da dopo pranzo sino a quasi le sette di sera. Mi aspettavano al lavoro alle quindici e trenta. Non sapevano più dove ero andato a finire. A dirla tutta, neanch’io! O meglio, sapevo di essere andato alle Crociate con Procopio.

Non solo con Procopio, cazzo! C’era anche un cretino di texano che lo seguiva sempre! Un certo Jonny! Alto, magro, mentuto, storduto, biondo, e sempre fra i piedi! E’ vero che Procopio considerava me, e solo con angelica sopportazione Jonny, ma, questi, era come certi commenti nel Blog: fuori tono, fuori luogo, fuori tutto! Io, Procopio, lo volevo solo per me! E, anche delle Crociate non me ne fregava un cazzo! A me, bastava guardarlo, seguirlo, e che vincesse sempre!

Procopio era piccolo: sulla trentina, direi. Le gambe ad arco. Non ne ero certo, ma doveva essere del Meridione: aveva un aria, così scugnizzosa! Non era bello ma simpatico. Il sorriso come la spada: generalmente nel fodero, ma sempre pronta. Mi era stato presentato dal Vittorioso! Chissà dov’è andato a finire, il Vittorioso: l’unico amico che sapeva la mia debolezza per Procopio! L’unico con il quale parlavo. Per anni, ho amato solamente dei Procopi! Omosessuali si nasce, o si diventa?

Datata Agosto 2006

L’immagine di Cristo è necessaria alla parola di Cristo?

Non da oggi, alla molle figura del Cristo universalmente rappresentata preferisco questo volto.

 

cristo

 

Dove non credo possibile verità nell’immagine che con il tempo hanno costituito come Cristo, comunque seguo le parole che ci sono rimaste. Non sono di Cristo? Non tutte sono di Cristo? Come capire? Come distinguere? Nell’impossibilità di capire e distinguere le accetto tanto quanto corrispondono alla mia idea di un Dio come vita, e alla mia idea di Figlio di quella Parola. Tutto il resto, è “polvere siamo, e polvere torneremo” per chi non crede in un Oltre, ed è speranza di vita per chi ci crede. Problemi? Zero!

Datata Agosto 2006 – Rivista nel Novembre 2019

 

Michele e la Zeta

“Nel mondo dei blogs è possibile incappare in spavaldi spadaccini che girano e colpiscono per lasciare la Zeta, come Zorro, sulla pelle di coloro che incontrano. La Zeta è come un tatuaggio indelebile. Fate attenzione!”

Ho trovato questo pensiero interessante, e l’ho invitato a chiarirlo. Non l’ha ancora fatto. Strano! In genere non fai in tempo a scrivere qualcosa che c’è già il suo commento! Comunque sia, su quell’affermazione, ecco il mio. Zorro usava Zeta per far capire la sua presenza ai suoi nemici. Quindi, era il segno di un antipotere che si rivelava. In quanto rivelazione può lasciare un suo indelebile segno anche una conoscenza. Una conoscenza più “spadaccina” di un’altra, può ferire? In ragione dell’avvertimento di Michele, sembra di si. Ma, cosa ferisce? Se “ferisce” un’ignoranza non vedo cosa ci sia da lamentarsi. Può ferire un’amor proprio? Certamente si. Lo fa con l’intento di far capire la sua superiorità di “spadaccino”, o lo fa per migliorare la tecnica, (la conoscenza), dell’avversario? Se il lamento riguarda la prima ipotesi, per non accusare ferite da ulteriore conoscenza, il Michele non fa altro che non “duellare” con il Zorro in questione! Non vedo problema! Se, invece, riguarda la seconda ipotesi, di che si lamenta Michele, (o di che avverte gli altri Bloger, Michele), dal momento che una sua miglior tecnica derivante dal “duello” di conoscenze con Zorro non può essergli che di guadagno? Michele può anche dire che gli bastano i suoi “guadagni”, cioè, le sue conoscenze. Ben vero, ma allora, perchè si ostina a duellare con Zorro? Per il masochistico piacere di mettere i suoi guadagni in sofferenza?! Michele potrebbe dire: lo faccio per far capire a Zorro quale è la mia conoscenza! Bene, ma, allora, come mai questo Zorro non si lamenta della Zeta di Michele? Direi, forse perchè Michele non lascia rivelazioni presso Zorro? Ci sono altre spiegazioni? In guardia! Le attendo!

Datata Agosto 2006

 

Non per Libro 

Non per Bibbia o Vangelo la mia identità si è liberata dalle maschere della socializzazione imposta, ma per questa storiella. Non ricordo dove l’ho letta molti anni fa. Non cito l’autore perché non ricordo neanche quello: forse non era detto

Un padre, una madre, un figlio, ed un asino, si mettono in viaggio.
Dopo chilometri, il padre decide di salire su l’asino. Incontrano gente.
Hai visto? Il padre su l’asino, e la madre ed il figlio a piedi!
Udito il commento, il padre scende.

Dopo chilometri sale la madre. Incontrano gente.
Hai visto? La madre su l’asino ed il figlio ed il marito a piedi!
Udito il commento, la madre scende.

Dopo chilometri sale il figlio. Incontrano gente.
Hai visto? Il figlio su l’asino e il padre e la madre a piedi!
Udito il commento, il figlio scende.

Dopo chilometri, salgono tutti e tre su l’asino. Incontrano gente.
Hai visto? Tutti e tre su l’asino. Povera bestia! L’Uccideranno!

Uditi i commenti, tutti e tre scendono da l’asino! Incontrano gente.
Hai visto? Hanno l’asino, e vanno a piedi!

Datata Agosto 2006

 

Vita: do ut des.

Quando ho iniziate le ricerche inerenti la mia sessualità mi sono domandato: dove? Come? Con chi? Non avendo risposte, mi sono proposto. Quindi, in quel posto e non in quell’altro. Alla data ora è peggio della successiva? In macchina, o a piedi? O, che sia meglio in bici? E, vestito come? Di così o di cosa? Capelli corti, o capelli lunghi? Cosa succedeva? Succedeva che se andavo in un posto, la speranza era in un altro! Se andavo alla data ora, forse era venuta prima o forse verrà dopo. Se andavo dopo, forse viene più tardi! Se andavo in macchina, non trovavo niente! Se andavo a piedi, la macchina non ce l’aveva l’altro! Se andavo in bici, oddio, la poveraccia! Se non andavo da nessuna parte, era là che m’aspettava! Per anni! Adesso, scusatemi (devo avervela già raccontata) ma fa parte della storia! La notte di Capodanno dell’85 vado in stazione. Un freddo da cani, o meglio, che aveva mandato via, anche i cani! Sotto un albero un giovane! Siamo stati “assieme”, (nelle curve e nei burroni compresi) per cinque anni! Un sentimento assoluto. Almeno da parte mia. Da parte sua, eravamo in tre: noi due e l’eroina! Sareste mai riusciti ad organizzare un party così, partendo dal puro caso, o destino che dir si voglia? Scusatemi la sfiducia, ma ne dubito fortemente! Morale della favola? E’ presto detto: mentre si vive sé stessi, la vita ti da di che vivere quello che in quel dato momento è giusto: che tu lo sappia o no! Al che, a che serve tendere e contendere?! Ad un accidenti! O forse meglio, a procurarci degli accidenti, che forse era meglio se li beccava qualcun altro! Per l’insieme di questi motivi, le classifiche, proprio non mi prendono! Non mi prendono perché fanno parte di quello che voglio io, ma quello che voglio io, non è detto che lo voglia la vita! Al punto, anche l’effetto collaterale della morale di questa fola è presto detto: se sono in cima è giusto, se sono in ultima è giusto, e se non ci sono affatto, è altrettanto giusto! Già che ci sono, un’ultima nota: se mi date dello stronzo, mi fate pensare o mi fate ridere! Se mi dite che sono “più bello che pria” mi preoccupate, perché questo vuol dire che a voi manca qualcosa dal momento che la trovate presso di me. Quindi, per favore, non datemi preoccupazioni! Adesso la pianto. Sono quasi le nove e devo ancora prepararmi. Voglio andar a ballare.

 

Ricerca di Donna

E’ indubbio che la prima impronta di donna che abbiamo ricevuto è la madre. C’è chi cerca la donna, allora, perché cerca la madre? Chi la cerca, per continuare ad amarla nella donna? Chi la cerca, per possedere la madre? Chi per essere “posseduto” dalla donna_madre? La donna_madre è anche padre, tanto quanto imprime i suoi principi culturali sul figlio. Allora, c’è chi nella madre, cerca il padre? In genere la donna è maestra di sentimento, mentre il padre è maestro di forza. La donna_padre, rischia di imprimere nel figlio, un sentimento e una forza in con_fuse informazioni? Chi nella madre gestrice della cultura del figlio cerca il padre (mancato, e/o sostituito gestore della cultura maschile del figlio) direi che non può non cercare un alterno carattere di Donna. Questo alterno carattere si trova nelle Donne “dominanti”. La dominante accoglie il maschio tanto quanto l’accogliente. Diversamente dall’accogliente, però, é portata a non accogliere l’uomo perché spirito culturalmente affine. Da ruoli sociali e/o religiosi forzosamente sottomessa all’uomo, la donna dominante rischia di diventare esistenzialmente frustrata anche al punto da diventare distruttiva, come autodistruttiva. Quale genere di maschio, può accettare di farsi dominare dalla donna? Direi, quello che vive il suo carattere sessuale secondo prevalente Accoglienza: dato il naturale, principio culturale della donna.  Dovrà essere, quindi, il genere di maschio predisposto ad essere la culturale “femmina” della donna maschile. Se vissuta con reciproco equilibrio (quella con_fusione fra ruoli) è una corrispondenza di vita che vale un’altra. Non lo è, però, ogni volta, nella femmina_maschile, emergono bisogni da donna_femminile. La donna maschile che non è stata resa donna femminile può giungere a disprezzare un maschio, in quei frangenti, ritenuto e/o sentito debole e/o comunque insufficiente per più casi e/o modi. Oltre che disprezzato, il maschio dalla prevalente identità sessuale femminilmente virile, rischia di venir rifiutato anche come uomo. Quando succede, fra le parti si costituisce una familiare infelicità da contenuta amarezza. Quando non più contenuta, oltre che divorzi e vari genere di guai può irrigar tragedie. 

Agosto 2006

 

La Cina non si avvicina

Da “la Repubblica” di oggi (14 Agosto) leggo: la Cina all’attacco dei Cattolici: arrestati un vescovo ed un prete. In cella anche 90 fedeli della Chiesa clandestina. Sarò sintetico: vista l’attitudine all’ingerenza, che la “Città di Dio” pratica nella Città dell’Uomo non me la sento proprio di dar torto alla Cina. Il Cardinale Francesco Pompedda, giurista e presidente della Cassazione Vaticana dice: Perché l’Onu non interviene? Quel regine, reprime ogni libertà! Senti chi parla?! E tutte quelle voci, che, il suo regime, ha represso?! Niente Onu, per quelle, vero?! Francesco d’Assisi predicava la parola di Cristo, solamente, attraverso l’esempio di vita. Quindi, niente “abiti”, niente chiese, niente martirii da usare a proprio beneficio, e niente ricorsi all’Onu! Ma, il Pompedda è diventato un Cardinale, mentre Francesco è un “folle” di Dio.

Datata Agosto 2006

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