“Antonello: l’importante, é che tu sia infelice.”

Antonello Venditti è un autore che non ho mai particolarmente seguito: uno dei miei tanti errori, scopro. Nella sua biografia, il Venditti dice del rapporto con sua madre: a più livelli castrante. Racconta anche, come sia rinato dalle castrazioni che inibivano il suo diritto alla felicità, e che è proprio a sua madre che deve quella riuscita. Non tanto perché fosse il chiaro proposito di quella donna, ma proprio perché, la negazione della felicità è stata la cartina di tornasole che per confronto gli ha fatto capire cos’è e com’è la felicità. Per quella nolente lezione ora l’ama come non l’ha amata sino a che era in vita. Lezione tortuosa, è vero. Un po’ mi ricorda la mia: ho riconosciuto la strada del mio bene, proprio perché una vita matrigna (credevo) mi ha messo in quella del non bene che porta all’infelicità. Quello che è successo ad Antonello è successo anche a me. Ho potuto scrivere la mia “canzone” appunto perché messo nell’infelicità. Se non fosse stata un’importante necessità non avrei scritto nulla, come non avrebbe scritto nulla Antonello, e alla stregua, neanche l’Arte avrebbe composto qualcosa.

asoprasotto

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Novenbre 2009