Quando la Luna è rossa

La sorella di mia madre abitava vicino a Este in un paesetto in mezzo ai campi. Aveva marito e tre figli. Ad uno (banditesco il sorriso) stavo particolarmente simpatico. Anche se non mi mancavano le intuizioni (o desideri in albore) non provai quanto particolarmente: ero un ragazzino. Del minore lo ricordo biondino, monello, intrigante. Non colsi. Del marito, ricordo che aveva il vezzo di strizzarmi il petto sino a farmi male; e rideva, rideva. Ne ero imbarazzato ma anche compiaciuto. La zia sembrava averlo intuito. Il maggiore non mi piaceva più di tanto. Forse perché non mi badava più di tanto. Amava cantare questa canzone. Mentre la cantava (si piaceva mentre lo faceva) guardava se lo guardavo. Nonostante l’emotiva distanza che mi faceva sentire da lui (penso non volutamente) ne ero compiaciuto. Se durante il canto sembrava vedermi, per qualcuno c’ero, quindi! Lo ricordo forse per questo. Non credo mi vedesse come l’agognata che non c’era sul balcone ma all’epoca che ne sapevo, mentre camminando affiancati, nei pensieri non tanto distrattamente  abbandonato, alla stessa speranza domandavo si aspiett’a me: All’epoca, nebuloso il chi.