Le fasi di Pinocchio

Devo ammetterlo: quando ho scritto questa lettera, sulla questione droga, tossicodipendenze e tossicodipendenti,  abitavo il mio mondo, non, il mondo. E’ vero: una maggiorata conoscenza della realtà m’ho buttato fuori da quella casa. E’ anche vero, però, che sto ancora vicino alla porta. Lascio lo scritto come sta.

Sostenere che l’hascisc è la via dell’overdose è come sostenere che un’autovettura è via di delitto. Con questo, non intendo dire che sono a favore delle droghe ma che sono contro le strumentalizzazioni. Per quanto sia indubbiamente vero che ambedue i mezzi, a loro modo ledono, credo comunque falso sostenere che la realtà conseguente sia sempre l’estrema. Non so se sia perché non fa comodo trarre le dovute conseguenze, ma sia nella tossicodipendenza che non, a fronte di un disagio leggero ci si compensa leggermente e a fronte di un disagio pesante ci si compensa pesantemente. Stante le cose, il vero soggetto che induce ad una eventuale overdose non è il dato compensatore (droga o altro che sia) ma (nello stato personale e/o sociale nel quale avviene) il genere e lo stato di disagio. Lungi da me l’idea di sostenere accuse contro la Società ma sino a che non si proverà che le Persone nascono sotto i cavoli, come è giusto che la personalità t.d. si assuma le sue responsabilità (anche le morali) così, lo faccia il Sociale. Senza per questo rinunciare ai principi proibizionisti, lo Stato dimostrerà di essersi assunto la sua parte di colpa quando, diversamente da ora, darà prova di saper accogliere (e provvedere) anche alle più gravi istanze. Se non fossero distratte da questione politiche, non io, ma ben altre autorità etiche dovrebbero ricordare allo Stato che una legge proibizionista che non tiene conto della compassione (la dove in altro modo non può provvedere) è umanamente anticostituzionale. Lo è, perché la legge che non calibra la proibizione con la compassione (nella tossicodipendenza più estrema non lo fa) taglia la dose della sua giustizia (anche i tagli nelle dosi sono vie di overdose) di ulteriore condanna. Le argomentazioni con le quali Don Pietro N. si oppone alla liberalizzazione dell’hascisc, rivelano la conoscenza di chi sulla droga sanno cosa dicono ma non sanno di cosa parlano. Nella tossicodipendenza, si può dire che la persona attraversa le tre fasi di Pinocchio. La prima è quella del piacere senza dovere. La seconda, quello del piacere per dovere. La terza, ultima a più livelli e sensi, è quella in cui, la medicina contro un piacere diventato “roba”, è la stessa “roba”. Introdurre il concetto di “omeopatia” nella cura delle tossicodipendenze farà certo inorridire i moralisti, ma chi ha vissuto gli orrori che procura e che nei tossicodelinquenti fa compiere, certamente ne considererà le possibilità. So bene, che aldilà del concetto che propongo, vi sono stati degli esperimenti che sono falliti. D’altra parte, cosa ci si aspettava? Che in un paio di anni si risolvesse ciò che ha impiegato la sua vita a distruggere? Tornando a Don Pietro, se avesse avuto una più intima conoscenza del dolore nella droga non si sarebbe permesso di strumentalizzare le testimonianza che cita a suo sostegno: i due ragazzi brasiliani che fumavano senza sentire il “bisognino” di nascondersi e il giovane tossicodipendente con il sangue che colava dal braccio. L’uso di un’idea che deve essere provata in quel modo é  sempre strumentalizzante. Ogni strumentalizzazione, pertanto, rivela la sua bifaccialità. Le facce doppie sono sempre equivoche.

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