Sono stato Nené

Terminata la lettura di una zeffirellata su Cristo mi sono fatto degli spaghetti olio aglio peperoncino e ho aperto un Camilleri d’annata: Pensione Eva. (6 euro spesi benissimo!)

“Fu canticchia prima dei suoi dodici anni che Nenè finalmente capì quello che capitava dintra alla pensione Eva fra i mascoli grandi che la frequentavano e le fimmine che ci abitavano.”

Tardo, io lo capii verso i diciotto o forse meno. Allora, non sapevo neanche quanti anni anni avevo. Non importava a nessuno: neanche a me. Lavoravo al bar Aurora di Este. Di fronte al bar, una pensione: Il Cavallino. Nessun cavallo o stalla al piano terra. C’era un’autorimessa, e alla sinistra di quella, il ristorante della pensione. Citando il Camilleri, Il Cavallino, “era qualichi cosa di meglio di una locanda, e qualichi cosa di peggio di un albergo.” Ogni tanto, dalla pensione giungeva qualche richiesta. D’inverno, ricordo poche cioccolate calde. Il più delle volte, brulè che dovevano arrivare ancora bollenti. Ricordo strane atmosfere al bar, dopo quelle ordinazioni. Erano fatte di cotone. Di quelle, che per quanto le tiri non si strappano. Tra bicchieri e piattini per non far raffreddare il brulè, pesante, il vassoio che dovevo portare, e drammatico il passo tra il dover andar velocemente, e il non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso non ci sono più: larghe, con scalini di pietra da lavare a varechina. Entravo nel salone. Aria di chiuso, un tavolo da una parte, e mi pare, un paio di poltrone. Dava l’idea di non esser mai stato usato: era lì. Alla sinistra, la porta della cucina/sala da pranzo/salotto. Attorno al tavolo, masculi grandi, fimmine, e disagi. Se c’erano risate, forse scoppiavano dopo che me n’ero andato. Non tanto perché riguardavano me (almeno penso) ma perché c’erano due occhi di meno, pensavo. Niente delle donne diceva il mestiere. Famigliare l’abbigliamento, e le personalità. Nulla degli uomini diceva il desiderio. Dei padri fuori casa. Se ci fosse capitata la Merlin, avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Scendevo dalle scale con un senso di liberazione. Vuoi, perché fuori non c’era più l’odore di quella cucina, vuoi perché non dovevo più darmi risposte. Vuoi perché temevo possibili domande.

Marzo 2007

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