Dove è andato a finire il pugno di neve che ha originato la valanga?

Fermandosi che stà la valanga delle emozioni, mi domando che fine ha fatto, e che cos’è diventato il pugno di neve che l’ha iniziata. All’inizio pensavo di saperlo. Nel tutto che è rientrata la parte di quel pugno, ora non lo so più! Certamente posso raccontare fatti e storie. Ben sapendo, però, che quel pugno di neve è soggettivamente identificabile, nella valanga scesa a valle, solamente come cristallo fra cristalli.

Tutto è iniziato la notte di Capodanno del 1985. In quella notte decido di non unirmi agli usuali e usurati festeggiamenti, così, a nuovo anno decido per un nuovo rito: quello di andare in Stazione a leggere un libro. Ghiaccio per terra e veicolo senza riscaldamento non mi hanno dissuaso!

Davanti la chiesa della Stazione c’era una rotonda. L’hanno sacrificata a favore dell’attuale parcheggio. Inizio la rotonda. Alla destra dell’inizio, sotto una grande pianta stazionava un giovane. Lo guardo. Qui ci sono casini, mi sono detto! Non mi riconosco doti da profezia, ma in quel caso lo sono stato a iosa.

Proseguo, parcheggio dalla parte opposta, e mi metto a leggere. Un colpetto sul vetro mi fa sussultare. L’ha battuto quel giovane. Mi dice qualcosa che non ricordo. Cortesemente  gli rispondo: non vado con tossicodipendenti. Vuoi una convincente obiezione, vuoi un libro non affascinante, vuoi il freddo nel furgone, vuoi il senso di una esclusione da tutto e da tutti che si stava facendo amara, invece, ci sono andato.

Strada facendo mi dice che era uscito di Comunità proprio quella mattina, e che era il suo compleanno. In seguito, sua madre me lo confermò. Glielo festeggiai e mi festeggiai con quanto si può immaginare. Ci lasciammo bene.

Finito l’incontro gli diedi il numero telefonico. All’epoca lo davo a tutti: faceva parte del rito della speranza. Nel mio non ha mai richiamato nessuno. Non mi richiamava nessuno perché a letto ero insufficente, e perchè neanche l’affettività e il rispetto (sia pure ben recitati) bastano a pareggiare, nei piaceri del sesso, i costi con i guadagni.

Pochi giorni dopo, invece, il giovane mi richiama. Ti ricordi di me, mi dice: sono quello così e cosà! Certo che me lo ricordavo. Vuoi che ci vediamo, cicì e ciciò? Lo volli. Lo volli anche nelle chiamate successive. Un po’ alla volta, sempre di più. Così per cinque anni. Come per tutte le coppie ci furono alti e bassi. Nella nostra, anche i bassissimi a causa di un’amante terzo: la “roba” che usava.

Mi è mancato all’Ospedale di Legnago nel Febbraio del 1991. Non supererà le cinque della mattina mi disse il Professore. Sbagliò di qualche minuto. Non avevo visto venir giù così tanta neve (quella notte) dai tempi dell’Orfanotrofio dove stavo: a Vellai di Feltre. Assieme a sua madre (sapeva tutto) strada facendo faticai  a tenere il furgone in carreggiata. Per anni successe anche mentre guidavo la vita che mi era rimasta.

Quando ero in Orfanotrofio giravano gli inverni del 52/53. Come in quegli inverni ero desolatamente orfano, così mi ritrovai nell’inverno del 91. Non è vero che sotto la neve c’è pane: sotto la neve c’è solo il ghiaccio che diventerà.

La vicinanza che non avevo più disancorò la mia vita. Per qualche anno mi arenai anche nella medianità. All’epoca non sapevo nulla di medianità. A tutti i pensabili livelli, all’epoca sapevo che ero un genere altro: esistenzialmente e sessualmente in medio quando non mediocre. Sapevo, tuttavia, che non ero interessato ai balli dei tavolini o a cercar santi e madonne. Sapevo, inoltre, che volevo ritrovarlo; e lo ritrovai.

In quell’altrove da medianità riempii i miei vuoti. Lo feci, sino a che dovetti prendere atto che in quel buio è impossibile distinguere il brillante dallo zircone. La necessità di capire la differenza fra brillante e zircone, come quella di capire cosa è giusto nella corrispondenza di spirito fra vita e vita (come anche in una stessa vita o fra vita e Vita) ha iniziato questo percorso.

La vita non promette a vanvera

Sia nel Giorno che nella Notte esiste la passione: anche fortissima, anche assoluta, anche esclusiva. E’ un amore, la passione? No. E’ un amare. Si basa, sulla comunione di vita, quell’amare? Dipende, appunto, da cosa si intende per vita, e se alla luce del Giorno, o se nei chiaro scuri della Notte. Amore, è sentimento per la vita altra. Amare, è l’insieme di atti e di fatti che strutturano quel sentimento. Leggo del tuo crollo. Leggo il tuo disincanto. Ci leggo, inoltre, una lezione che la vita sta dando alla tua: le promesse della vita sono nelle premesse. Lo stesso vale per le promesse dell’amore: sono nelle premesse.

Vitaliano_”per Damasco”_Vitaliano

Mi firmo così perché ogni ideale non può non separarsi dal suo reale o deve tornarvi nel caso l’abbia fatto. Separando e non vivendo parti di sé dalla vita totalizzata che siamo, si pongono dissidianti scelte fra le parti del nostro vivere. In ciò, alterando la conoscenza che dobbiamo sia alla nostra vita che alla vita nel Tutto. Motivata da sublimazioni comunque intese e agite, la scissione fra parti di sé idealmente preferite, e parti rifiutate perché non corrispondenti alle idee che vogliamo essere, se da un lato può agire una elevazione del pensiero, dall’altro può motivare esaltanti fanatismi e/o, formare esaltati fanatici. Per opposto caso, a quella svalutazione di sé, e/o della vita altra, e/o della Vita, che nella depressione del proprio spirito trova la sua febbre.

apenna

L’ho già detto e lo riconfermo

Questi scritti sono soggetti a verifica. Quello che si legge oggi, quindi, potrebbe non essere quello che si leggerà domani. Scemate le emozioni (de_scrittrici prevalenti) vedo le stesure con maggior chiarezza. Sono più mille e duecento. Non mi basterà la vita che mi resta per verificarle tutte. La Grammatica, la Sintassi, e la Morfologia, per me, sono degli U.F.O. Agli altri capita di vederli. 🙂

apenna

Questo pensiero si propone lo scopo di far intendere la vita secondo Spirito: forza e potenza sino dal principio come del Principio comunque nominato e creduto. Il proposito non esclude quelli che credono solamente nei principi della vita secondo vitalità. Per quanto detto, conosce, e può, la strada “per Damasco”, quindi, è esclusivamente culturale. “per Damasco” non si intromette nella vita di nessuno. Secondo vita, infatti, ognuno attua il suo.

“per Damasco” segue la religione di nascita dove esprime principi universali. Segue i particolari solo se non ledono (e/o comunque condizionano e/o strumentalizzano) il personale discernimento. Ognuno, infatti, è via della verità della propria vita. Culturalmente e spiritualmente parlando, ciò non esclude la condivisione con altri pensieri.

Lo Spirito di ogni pensiero religioso (comunque fondato e/o si fondi) è divino nell’universale e umano nel particolare. Nel primo caso è Alto. Nel secondo è Basso. In tutti e per tutti i pensieri religiosi e/o sociali, i principi universali del Bene secondo Natura, del Vero secondo Cultura, e del Giusto secondo Spirito, si trovano dove vi è comunione di potenza fra vita e vita e/o (elevando il pensiero) fra vita e Vita. Non si trovano dove fra vita e vita (come in una stessa vita) lo spirito umano è nel dolore.

Il dolore è il male naturale e spirituale da errore culturale. Nel dolore, quindi, non può esservi principio di verità, tanto quanto il trinitario stato della vita non vive secondo unità. Non vive secondo unità quando è scisso

dal Bene nella sua Natura

triangolo

dal Vero nella sua Cultura                             dal Giusto nel suo Spirito

Oltre al suo ideale, Vitaliano_ “per Damasco” ha espresso il suo reale. Per quanto non richiesto, l’ha dovuto perchè i piatti del giudizio devono totalmente contenere quanto in giudizio. Solo questo rende libero il discernimento altrui. Indipendentemente dallo stato delle valutazioni, a nessuno è data facoltà di sentenza: questo non esclude l’opinione.

In alcun modo, “per Damasco” intende discutere la ricetta del Principio: la vita. Solo le interpretazioni dei cuochi.

afrecce

Particolare e universale

Un sasso e un monte hanno analoga verità nell’essere ambedue calcare. Alla stregua, nella ricerca di verità fra il nostro stato della vita (la particolare) e lo stato della Vita (l’universale) ho trovato il comune “calcare” nello Spirito: forza della vitalità naturale e della vita culturale, sia in Basso (nel nostro stato di vita) che in Alto: lo stato del Principio della vita comunque lo si pensi,  lo si creda, lo si nomini, o lo si ignori. Siccome la forza del Principio (il suo Spirito) è in ogni stato della vita che principia, l’Alto (Immagine della vita) e il Basso (la vita a quella somigliante) sono in ogni dove: indissolubilmente. Alle ragioni del viaggio si sono rivelati necessari anche gli scritti più pesanti da affrontare: pesantezza che ho alleggerito sintetizzando i concetti per trinitario_unitarie immagini.

afrecce

Posso rivedere questi scritti

Posso rivedere questi scritti solo se decido di riascoltare le emozioni (più volte invasive) che me li hanno dettati. Il pensiero c’é. Il mio spirito fatica a seguirlo. Sarà l’età! 🙂  In media, per correggere una lettera mi servono dai quindici ai trenta minuti. Le lettere sono più di mille e cento. Possibili i doppioni: temo di non averli eliminati tutti. Visti i miei 76 anni e preso atto dell’età in bilico, mi sa che non c’è la farò neanche con quelli. Su l’unghia del dito che indica questa via, quindi, vi chiederò di sorvolare. Collegamenti, citazioni, immagini  esterne a parte, quest’opera è di esclusiva proprietà di lettereperdamasco.com. Chi desidera scaricarla può farlo e la può usare, ma sia nel presente che nel futuro, questo non legittima alcun genere di diritto. Postando a nuovo le lettere (lo devo) si cancella la presenza di chi le ha apprezzate. Non vedo scelta e me ne dolgo. La pagina iniziale resta com’è.

Passati e odierni fatti di cronaca

Onde evitare di essere posto (me nolente) sia fra i promotori di Verità che fra i dipendenti di quei promotori, ho chiuso la possibilità del contatto telefonico che avevo aperto. Mi rendo conto, che mi è impossibile non influenzare il pensiero altrui anche attraverso Blog, ma sarà l’unico modo.

apenna

L’ipotesi Media non è prevista dai miei tentativi di una visibilità, che ora agisco solo come sito fra migliaia. Dovesse attuarsi, saprò temperarla, dicendo (oltre al mio ideale) anche il mio reale. Nelle Lettere lo faccio già.  Sia per il mio reale che per il mio ideale, certamente li de_scrivo meglio di come li ho vissuti. In genere, travolto da una valanga di emozioni. Dovessi cambiare il titolo del Blog, lo dirò: I racconti del tappo di sughero. Si, perché è questo che sono stato prima di trovare le mie vie, le mie verità, la mia vita. Su questa riva mi sono raggiunto. Da questa riva posso dimostrare un solo consiglio guida: per fare una vita ci vuole una vita! Si dia tempo al tempo: ci vuole anche per fare una frittata. Poca fiamma non la cuoce a dovere o ci impiega più tempo, e troppa fiamma la brucia. Fra pochezza ed eccesso, vivere, è dare alla fiamma della vita la giusta potenza: la dico Spirito.

Il viaggio in breve

Non sono mai stato così perso da non rendermi conto che la mia capacità di parola è inferiore alla necessità di dire quello che immagino senza risultare pesante e/o ripetitivo. Per anni mi sono chiesto come eliminare questa possibilità. Non avendola trovata, non mi è restato altro che tornare da capo: al Principio di ogni principio.

apenna

Per raggiungere quanto andavo pensando ho dovuto sciogliere l’aggrovigliata matassa che abbiamo fatto diventare la vita; sciolta, ho ritrovato i suoi universali capi:

NATURA

minitria

CULTURA                                                             SPIRITO

La Natura è il corpo della vita comunque formato; la Cultura, il pensiero della vita comunque concepito; lo Spirito, forza della vita comunque agita.

afrecce

Ritrovati i capi originali e originanti di questo piano della vita, è possibile immaginare la trinitario unitaria figura del Principio della vita, senza ricorrere a dissidianti quando non inverosimili teologie? Si, mi sono detto, purché, del Principio ci si limiti ad immaginarne i soli principi. Pertanto

la Natura

minitria.
la Cultura                                                      e lo Spirito

al principio della vita (e dello stesso Principio)

“sono quello che sono”

afrecce

Nessuno dei tre stati della vita può essere indicato come primo, come nessuno dei tre stati è il Principio. Principio, è l’inscindibile e assoluta unità fra i tre stati. Se questa è l’immagine del Principio, mi sono detto, la seguente non può non essere che l’immagine a sua somiglianza:

Natura

corpo della vita comunque formato

minitria  Cultura:                                                            Spirito:
pensiero della vita                                           forza della vita
comunque raggiunto                                         comunque agita

afrecce

In ragione dello stato della corrispondenza di vita fra tutti e in tutti i suoi stati, i principi della vita sino dal principio sono:

il Bene per la Natura

minitria

il Vero per la Cultura                                   il Giusto per lo Spirito

afrecce

Al principio della vita, la vita del Principio (prima e sovrana) non può non essere che un assoluta corrispondenza di stati. Pertanto

.

ilprincipio

Il Principio della vita

è la Genesi del numero di ogni vita e la Genesi della vita di ogni numero.

afrecce

Erroneamente interpretando le basi del rapporto fra Immagine e Somiglianza, ci siamo raffigurati il Principio, a nostra immagine. Con ciò, abbiamo dato al Principio, facoltà di parola e di coscienza. Per questo é stato detto che

IL PRINCIPIO

minitriaE’ VERBO                            e                              PAROLA

afrecce

Immaginandolo a nostra Somiglianza, quale il Primo Verbo?

Direi quello che segue alla constatazione di sé, quindi:

SONO

Ammessa l’ipotesi, cos’era?  Visto che il Principio è un assoluto, poteva definirsi solo per assoluto. Quale poteva mai essere l’assoluta definizione del suo sentirvi vivo, se non

SONO VITA?

Così, il Verbo (SONO) è presso la Parola (VITA)

e il Verbo e la Parola sono (necessariamente) presso il Principio

comunque lo si nomini e comunque si creda.

afrecce

In quanto prima vita, prima coscienza di sé e prima parola,

.

la parola

E’ STATO IL PRIMO E SARA’ L’ULTIMO

In ragione della personale e ideale Cultura spirituale

interpreti della Parola in mezzo e mezzi.

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Qui si narra la sventura di un milite alla ventura

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s.Giorgio a Cremano – Scuola delle Trasmissioni

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sgacremano

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Venivo dalla caserma di Falconara Marittima. Sedici ore e mezza di tradotta per arrivare a Napoli per il corso marconisti alle Trasmissioni. A S. Giorgio ci stetti quattro mesi. All’esame finale fui bocciato: sapevo trasmettere bene ma non ricevere con la dovuta immediatezza. I messaggi che ricevevo, così, erano pieni di buchi. Dopo la s. Giorgio a Cremano (ero fra i rari con la quinta elementare) andai alla Piave di Mestre. Quell’orrore non esiste più da decenni! Se a Napoli ho rischiato due denunce al tribunale militare, e una al campo nei pressi di Pordenone, a Mestre solo una, e non per indisciplina, ma perché non sapevo tacere. Tutti e quattro i casi sono finiti in niente perché sapevo anche parlare. A Napoli, anche scrivere, tutto considerato. Mi dissero, infatti, che la denuncia al tribunale militare (per me, assieme ad altri tre)  era stata fermata grazie al rapporto sui fatti che avevo scritto al Colonnello. I firmaioli avevano presentato il caso alle gerarchie come insubordinazione. Eravamo un po’ allegrotti per la cena di fine corso, è vero, ma mica stavamo andando in giro con le bombe: stavamo solo marciando dal ristorante alla piazza del paese. A quei tempi, però, con puttanate del genere i sottufficiali si facevano gli avanzamenti di carriera! Un giorno decisero di mettermi di sentinella alla porta principale. Nella garrita di sinistra, ricordo. La guardia non doveva portare occhiali. Mi tolsero quando dissi al sergente che senza occhiali non avrei saputo distinguere un generale da un caporale: fine del guerriero!

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Sul tetto della Settima, mi par di ricordare.

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Non si poteva andarci, ma neanche potevo dire di no  al coinvolgimento amicale (penso) attuato dai cinque gattoni della foto successiva. Al confronto, io ero così perbenino, così ancora collegiale. Certamente un pan bagnato, ma per tutti, industriata zuppa.  Per via di maschere, non ho mai avuto bisogno dei consigli del Pirandello, e per via di teatro, nella buca nessuno!

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Con compagni di corso

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aneolinea

In questa foto, il braccio posato dice una mia dipendenza. Non so se anche gli altri l’avevano capita. Anche all’epoca mi sentivo sessualmente, ma non avevo proprio parole per dirlo. Veneziano, lo sciagurato Tex Willer pronto per la sfida. Simpaticamente paraculo quello che par strafatto. Poca sintonia con gli altri due: qualcosa non me lo permetteva o qualcosa glielo impediva. Non ricordo come ci sono finito in quella banda. Ricordo, però, che hanno fatto in modo di includermi, o quanto meno di non escludermi. Mah!

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Commedia di vesuviana najata

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alcampo

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Percorrendo uno sterrato non so quanto vicino al Vesuvio arrivammo al campo. Doveva essere una esercitazione con le radio trasmittenti ma non la facemmo: le batterie erano scariche. Tutte le volte così, mi dissero in seguito. L’amico era ufficiale per prestato cappello, ed io, lo stavo mandando alla malora: non seriamente. Non era male male quel ragazzo. Lo ricordo ancora. Iniziò a scoprirsi e a tentare di scoprirmi. Lo sentii preparato. Non lo ero io. Durante la naja feci un paio di campi. Niente di che. Se è vero che sono timoroso verso il contatto fisico, non lo sono per niente verso la realtà. Nella concretezza delle cose da attuare non sono più quello “difettato”, e neanche più lo sembro.

apenna

Foto di fine corso e di senza la Caserma come casa

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aneolinea

Per la Trasmissioni, solo fuori uno avanti l’altro ma per me di allora un altro lutto. Sono il primo, in basso a destra. Ho avuto la mia prima licenza dopo sei mesi. Il biglietto Napoli – Verona me l’hanno pagato loro. A casa ho trovato solo povertà, e di che far ricoverare la Cesira: d’urgenza. In quattro mesi, un linfogranuloma se l’è portata via. Se mai ebbi spensierata giovinezza, dopo quello, sparì.

Per Reincarnazione si intende

Per reincarnazione s’intende “l’atto dell’anima che dopo la morte torna a vivere in un altro corpo.” Vero, ma c’è un altro genere di reincarnazione, e cioè, l’atto di uno spirito che torna a vivere in un altro spirito.

apenna

Nella prima ipotesi, il reincarnante si domicilia nel corpo. Nella seconda, nello spirito (nella forza) di un’identità incarnata. Lo spirito che s’incarna nel corpo che lo ospita ma non influisce su quella mente è uno spirito spettatore; spettatore alla stregua di chi solamente legge una storia ma non per questo non apprende. Lo spirito che si incarna in una forza, invece, è uno spirito che può essere comprimario ma non per questo restare tale. Secondo stati di infiniti stati, la metempsicosi avviene nella carne per lo spirito che sente di dover ripercorrere le emozioni del corpo. Avviene nella mente, per lo spirito che sente di dover ripercorrere le emozioni del pensiero. Avviene nello spirito, per l’anima che sente di dover ripercorrere le emozioni della forza. Avviene nel corpo, nella mente, e nell’animo, per lo spirito che sente di dover ripercorrere le emozioni della vita. La vita, essendo corrispondenza di stati in tutti e fra tutti gli stati, non separa uno stato emotivo da un altro, così, i generi di reincarnazione appena detti (nel corpo, nella mente, e nella vita) comunque finiscono con l’influirsi. Per infiniti stati di vita, lo spirito che cerca il bene, il vero, e il giusto si reincarna secondo spirito di verità; di male, invece, lo spirito che s’incarna secondo dolore naturale e spirituale per errore culturale. Come il primo potrebbe abbassare il suo stato durante il percorso, così il secondo lo potrebbe alzare. Nessun spirito necessita della totale riconsiderazione su di sé: nessuno, infatti, è totalmente in errore come non è totalmente nel giusto. Ne consegue, che, sia pure nei termini sopraddetti, la reincarnazione avviene solo per le parti in errore o in dolore. Le parti in errore o in dolore sono parti di identità. Uno spirito reincarnato, allora, può essere riconosciuto solo per parti della sua identità, non per il tutto che è stato. Ciò non smentisce chi si dice o viene riconosciuto come un reincarnato. Smentisce, però, chi si dice o viene riconosciuto come reincarnato in toto. Se uno spirito è riconoscibile per quello che è stato, vuol dire che le parti in errore o in dolore da riconsiderare sono direttamente proporzionali al bisogno di reincarnarsi.

Ne consegue, che è uno spirito basso, tanto quanto è prevalente il suo stato di bisogno. Nella reincarnazione, i principi che basano la verità di un rinnovato percorso (ciò che è bene al corpo della vita, ciò che è vero al suo pensiero, e ciò che è giusto alla sua forza) sono presenti in qualsiasi stato (e/o figura e/o identità) perché sono le universali emozioni della vita, che anche fra diverse lingue, tutti sentiamo con la stessa “voce”. Sia nel caso di uno spirito deviato da sé e/o da altro da sé, come nel caso di uno deviante in sé come verso altro da sé (un’ipotesi non esclude l’altra) la metempsicosi è scelta dettata dal bisogno di rivedere i gravi presenti nell’animo per la mancata corrispondenza fra quello sanno e quello che sentono in quello che sono e intendono perseguire. Potenti o no che siano, per gli spiriti bassi ma non contrari alla vita e al suo Principio, per quanto sono di ciò che sentono e per quanto intendono perseguire, sono gravi, i dissidi emotivi compiuti dagli errori verso la propria vita, come verso altra vita, come verso il Principio. Per questi, la reincarnazione è mossa da desiderio della pace che è nella verità. Potenti o non che siano, per gli spiriti bassi perché contrari a sé come verso altro da sé, come verso il Principio e i suoi principi, si possono dire gravi tutti gli atti di opposizione verso il bene, il vero, il giusto. Questi spiriti, li sentono gravi, tanto quanto non hanno saputo essere pienamente contrari. Anche questi si reincarnano per rivedere l’errore, ma per capire come compierli con maggior errore per maggior falsità. Vi è incarnazione a nuova vita e reincarnazione a nuova vita. L’incarnazione avviene per processo naturale. La reincarnazione per processo spiritico. Avviene per forza accanto a forza nel caso di uno spirito compagno. Di forza su forza nel caso di uno spirito dominante. Di forza dentro forza nel caso di uno spirito invasivo. Dipende dai bisogni e dal carattere dello spirito in metempsicosi.

Vi è processo spiritico non invasivo quando il carattere di uno spirito non ha propositi di forza e/o volontà di dominio. Uno spirito dal carattere non invasivo è prossimo alla vita in cui si reincarna. Per questo non è condizionante e neanche sfruttante. Vi è processo spiritico invasivo quando il carattere di uno spirito ha volontà di possesso. Uno spirito con volontà di possesso, oltre che strumentalizzante è asservente. Uno spirito dalla forza tendente alla supremazia, può giungere all’invasione di chi occupa. Al caso, anche alla possessione. Accoglie l’influsso ma ferma ogni stato invasivo e/o di possessione, chi segue solo la forza del proprio spirito. Lo spirito umano guida secondo stati di infiniti stati di tre emozioni: depressione, esaltazione, pace. Vi è depressione nel caso di errore verso la Natura della vita, il corpo; vi è esaltazione nel caso di errore contro la Cultura della vita, il sapere; vi è pace, tanto quanto cessa il dissidio fra ciò che il corpo sente e ciò che la mente sa. La vita in pace, persegue i suoi principi senza dolore naturale e spirituale e senza errore culturale. Tanto quanto deviano lo spirito della vita influita verso mete e/o destini non corrispondenti alla personale cultura dell’influito, e tanto quanto gli spiriti disincarnati sbagliano contro lo Spirito. Segnalo l’errore anche agli inquilini di questo piano di vita. Gli spiriti bassi interagiscono palesemente con la nostra vita, tanto quanto invocati: vuoi da credenti che si rivolgono ai “noti” (religiosi, storici, o parentali) vuoi da dediti allo spiritismo per ragioni di potere, o di curiosità. I dediti allo spiritismo “spirituale” come di quello “profano” credono che i carismi siano doni dello Spirito. Lo Spirito concede un solo carisma: la vita. I carismi, invece, sono doni degli spiriti. Lì “regalano” a chi concede la propria fiducia. Ottengono carismi maggiori quelli che concedono la propria fede. In tutti i generi di concessione, i carismi diventano il segno della condizione di servizio agli spiriti. Ciò che ulteriormente vincola lo spirito umano da un ulteriore è la paura di perderli. Il timore è legato alle necessità di chi li ha avuti “in dono”: a tanta necessità corrisponde tanta paura.

I carismi fortificano l’esistenza dei depressi nella vitalità e nella vita che hanno cercato e trovato di che motivarsi (e/o consolarsi) cedendo il discernimento, non dove la fiducia e/o la fede. Chi cede il discernimento rimane influito anche a ripresa della sua ragione perché è stato provato da quella realtà: provato, sia nel senso che gli è stata data prova, sia nel senso di appesantito. Certamente, anche alleggerito, ma, (come nel caso di appesantito) dipende da come un provato vive e/o vivrà quell’esperienza. Chi cede la fiducia e/o la fede, e/o l’intelletto allo spirito influente (quando non invasivo) diventa il pescato pescatore di altra umanità: dolente o no che sia. Lo diventa, tanto quanto non sa resistere alla tentazione, comunque motivata, di mostrare ciò che è per ciò che può. Per quanto ne so (o mi hanno lasciato di che credere che ben poco mi è rimasto di integro) anche del Cristo evangelico si può dire che è stato un pescato pescatore di umanità dolente. Ci risulta, però, che si lasciò pesare dal Padre e che per il Padre pescò. Con il che, si può ulteriormente dire che è stato medium della divinità della vita, non, della vita di spiriti, che, sempre per quanto ci risulta, ha rifiutato per sé, e allontanato da altri e da altro. La personalità che ha ottenuto un carisma in momenti di lutto può essere tentata di mantenersi in stati di lutto (e/o in altre forme di quel dolore) pur di conservare il carisma che “cura” il dolore. Lo stesso per chi ha cercato gli spiriti per motivi di potere e/o curiosità. Succede anche nella nostra realtà; pur di non perdere il potere che ci conferma l’esistenza, accettiamo di rimanere dipendenti del potere che la conferma. Non vi sono carismi gratuiti. “Così in basso, così in alto”, contengono un’implicita motivazione di potere. Solo la vita è un dono gratuito. Per quanto ci si neghi all’influsso, non ci toglie il carisma. Il medium (e/o di un comunque influito) che non intende liberarsi dagli influssi degli spiriti per non perdere i carismi che gli formano l’immagine che vuole continuare a dare, cosciente o no, si trova inchiavardato da dissidianti emozioni. Non per questo perderà la facoltà di estrometterle dalla sua vita. Nessuno spirito può toglierla. Al più, difficoltare la liberazione, tanto quanto un’invasione è giunta a trasformarsi in possesso. Ciò detto, il mio spirito pagherà i suoi costi, e se il caso, gli spiriti e gli spiritisti pagheranno i loro. Tanto più, perché, per capire la vita propria, altra e del Principio, ogni umanità che è, e che fu, deve percorrere la sua via per giungere alle sue verità.

Cronic Fadigue Sindrome

L’Istituto superiore della Sanità, incarica il Gruppo “C” di Verona, di studiare un malattia che deprime la vita pur non ledendo il corpo. Non vedo cosa ci sia di nuovo – mi dico. Sono cose che succedono, quando un insieme di fattori ammalano la forza della vita: lo spirito. Siccome pensavo, (e penso), di capire qualcosa sullo spirito, intervengo presso il dottor S. con questa lettera. Se anche con le immagini dei concetti non ricordo. Ricordo, però, di aver immediatamente tradotto il titolo a mio modo.

Cronic Fadigue Sindrome = Che Fatica Sopravvivere Con Flebile Spirito

apenna

All’epoca, la mia emozione era come una volpe in un pollaio. Ve lo immaginate il casino che faceva fra le galline, pardon, fra i concetti? A proposito di “emozione”. L’emozione, è la parola della vita che dice sé stessa. Se nei “malati” da quella sindrome la Cfs, si può dire, Con Flebile Spirito, della mia Cfs potevo dirla, “Che Fatica Sopravvivere”. A proposito di sopravvivere, mi domando come farò a cavarmela dai casini che ho scritto, ma, quel che è peggio, mandati in giro. Per quanto cerchi, non trovo che una risposta: confessarseli, correggerseli e, rimandarli in giro. Mi domando, se anche per la cura della Cfs sia necessario applicare questa auto terapia: vedersi, non per quello che abbiamo sognato di essere, (o ci è stato detto che siamo), ma per quello che si è. Quindi, (sia pure con fatica), accettare la constatata identità. Terapia della rassegnazione? No! Terapia della sincerità! Ho la sensazione che con la sindrome da Cfs, la medicina tenti di entrare nella casa della Psichiatria. Secondo me, l’intrusione finirà con reciproco guadagno. Per il paziente non lo so. Essendo sindrome, con il fare, dovrai considerare anche l’essere della Persona: soggetto, non meno sindrome del male che denuncia. Prima di inoltrarmi nel discorso, non posso non dire cosa intendo per Persona e qual’è la sua immagine. La Persona è l’immagine dello stato unitario trinitario che si origina dalla corrispondenza fra i suoi stati: Natura, Cultura, Spirito. Tanto quanto i suoi stati corrispondono, è tanto quanto la Persona trinitaria è unitaria. Tanto quanto una persona è unitaria e tanto quanto è sé stessa e, quindi, integra.Per quanto riguarda il tuo essere di tecnico, pensa allo spirito come alla forza della vitalità, che, allo Spirito come forza della Vita, ci penso io. Pensare allo spirito come alla forza della vitalità, ti consentirà di procedere per la terra che conosci. Non dovrebbe meravigliare l’età dei malati. E’ l’età delle massime tensioni vitali, però, è anche l’età dei massimi contraccolpi. La Cfs, dice che un contraccolpo ha provocato un crepo. Ora, si tratta di trovare il luogo di quel crepo. Secondo l’immagine che ho introdotto sopra, il luogo può essere nella Natura: stato di principio, del principio della sua vita.

apenna

Nel caso lo sia, ciò vuol dire che una Natura, (la parte fisica dell’identità), ha emanato verso la vita, una carica di vitalità, (di forza), che non ha trovato sufficienti agganci, sviluppi, conferme. Non avendole trovate, quella vitalità è tornata al mittente, con forza direttamente proporzionale all’emanazione, se il soggetto ha in altro la sua base, (una confermante idea di sé), ma inversamente proporzionale alla emanazione, se il soggetto non si fonda, anche in altra confermante base. Sia nel caso direttamente proporzionale che in quello inversamente proporzionale, il contraccolpo può essere di segno + o di segno -, per infiniti, (la vita stato di infiniti stati di vita), e sindromatici fattori. Il segno + e -, dicono il genere di sofferenza che si origina nella forza dello spirito di quella persona. Quando è +, il contraccolpo nello spirito provoca delle esaltazioni. Quando è – provoca delle depressioni. Quello che vale per l’emanazione naturale, vale per quella culturale e spirituale. I contraccolpi sono originati da risposte non date dal corpo, non date dalla mente, non date dallo spirito. Essi crepano la Persona, quando i suoi ammortizzatori mentali, (i dati del discernimento), sono scarichi perché demotivati, o carichi di una esistenzialità non corrispondente all’effettivo essere. In genere, una demotivazione copre un lutto interiore: la morte di una idea di sé. Può essere del sé naturale, di quello culturale, di quello esistenziale. Di quello cioè, che risponde ai perché vivere. Una esistenzialità impropria, (convenzionale al sociale ma non alla data individualità), è un pezzo della vita, non originale, per quella vita. Come succede per le macchine, i ricambi non originali corrispondono agli originali come forma ma non come sostanza, quindi, sono più soggetti ad usurarsi. La Cfs, indica, che un pezzo non originale della vita di una persona, si è definitivamente usurato. Vi sono anche dei pezzi non originali, che, pur facendo cedere il soggetto non cedono nel soggetto, ma, sono estremamente cari: vedi ogni forma di droga.

Come evadere dal vago – Lettera ad un IO confuso

Poiché la Natura sente ciò che la Cultura sa, la Natura è via della vita della Cultura. Poiché la Cultura sa ciò che la Natura sente, la Cultura è via della vita della Natura. Lo Spirito è via della vita perché è la forza della Natura che corrisponde alla sua Cultura.

apenna

Nella vita (stato di infiniti stati dello spirito che si origina dalla relazione fra Natura e Cultura) la corrispondenza fra gli stati è via della destinazione di sé verso altro sé. Ciò che la motiva è la simpatia. Vi è simpatia verso una Natura e/o la Natura; vi è simpatia verso una Cultura e/o la Cultura; vi è simpatia verso una vita e/o la Vita. Nella simpatia, la Natura desidera ciò che dell’altro sente; la Cultura desidera ciò che l’altro sa; la vita desidera ciò che dell’altro vivifica il suo spirito. La simpatia ha tre stati di percezione: nel primo stato, la si sa perché la si sente ma non si sa perché la si sente. Il primo stato di conoscenza da simpatia è proprio della Cultura della Natura: il soma. Di una simpatia, in quanto se ne conoscono i motivi culturali nei naturali, nel secondo stato di percezione si sa perché la si sente. Il secondo stato di conoscenza da simpatia è proprio della Natura della Cultura: la vita. Quando la Natura degli stati corrispondenti sentono ciò che sanno e la loro Cultura sa ciò che sentono, la simpatia è propria dello Spirito: forza della vita e terzo stato di conoscenza da simpatia. La simpatia è proprio ed altro desiderio di vita: essa, nella vitalità che motiva, è la via che sostiene la corrispondenza degli stati in moto di destinazione verso la meta naturale, culturale e spirituale propria ed altra. La simpatia veicola gli stati della personalità individuale, sociale e spirituale verso sentimenti affini. La meta di prevalenza della destinazione degli infiniti moti di vita cui si corrisponde per simpatia segna di sé il destino.

Attua la comunione

Attua la comunione, tutto ciò che pone gli stati della vita, quanto la vita, in corrispondente relazione di somiglianza con l’Immagine: Natura che corrisponde con la sua Cultura secondo la forza del suo Spirito. Perché vie educative che conducono all’Immagine della vita, l’amore e la comunione fra gli stati del Suo Principio sono magistrali per quelli a sua Somiglianza: Natura che corrisponde con la sua Cultura secondo la forza del suo Spirito.

apenna

Magistrale è tutto ciò che dagli stati trinitario – unitari del Principio perviene a conformare e a confermare gli stati trinitario – unitari dell’immagine a sua somiglianza. L’Amore è lo stato sostanziale del Principio. La Comunione è lo stato sostanziale dell’immagine a sua somiglianza. Immagine del Principio della vita è l’amore fra ciò che gli è prossimo proprio: i suoi stati. Immagine del Principio della vita è comunione di se con ciò che gli è prossimo del se altrui. La comunione personale è la via educativa che conduce all’amore di se. La comunione con il sociale è la via educativa che conduce all’amore sociale. La comunione con la vita e la via educativa che conduce all’amore verso il suo Principio. In ogni stato di vita la comunione di ciò che è prossimo proprio è la relazione magistrale che struttura l’identità personale. La comunione di ciò che è prossimo proprio con il prossimo a se dell’altrui prossimo, è la relazione magistrale che struttura l’identità sociale. La comunione di ciò che è prossimo proprio con ciò che è prossimo alla Vita ( il tutto dal Principio ) è la relazione magistrale che struttura l’identità spirituale.

apenna

Indipendentemente dallo stato della comunione ogni stato di comunione sta su uno stato di abnegazione. Secondo lo stato di vita dei principi naturali, culturali e spirituali dell’abnegante, vi è abnegazione verso stati della vita e vi è abnegazione verso lo Stato della vita. Indipendentemente dallo stato dell’abnegazione e/o delle sue finalità, poiché l’abnegazione permette la comunione e la comunione e via dell’amore per la vita sia nel particolare che nell’Universale, ciò che si abnega permette la vita in tutti gli stati della vita. La vita è permessa dall’Amore, permesso dalla Comunione, permessa dalla Fede, che permette la vita, permessa dall’Amore. La fede nella Vita è realtà sussistita dall’amore e dalla comunione. Su questa realtà, la Natura, la Cultura e lo Spirito sono il trinitario – unitario tramite dello stato spirituale nello stato della vita umano e sociale. Il Principio della vita è lo stato supremo della Comunione data dall’Amore fra i suoi stati. Il Principio della vita, è; Il Principio della vita è ciò che è; La vita che è ciò che è non può non avere la Natura di ciò che è. Non vi è principio di vita se l’essere che è non sa ciò che è. La vita che sa ciò che è ha la Cultura di ciò che è. Lo stato che sa ciò che è, ha vita (forza di Spirito) tanto quanto sa ciò che è.

apenna

Poiché l’immagine della vita che è conseguita dal Principio è Natura, ha Cultura ed ha vita ( forza dello Spirito ) in ragione della corrispondenza fra i suoi stati, allora la Natura, la Cultura e lo Spirito sono l’Immagine del Principio della Vita da cui si origina ogni somiglianza. In ragione del proprio Spirito, il Principio della vita non può non essere che lo stato di ciò che è per quanto la sua Cultura sa di ciò che la sua Natura sente. Secondo il proprio stato (quello del Principio e quello principiato) e dato ad ognuno il proprio stato: supremo in quello del Principio, a sua somiglianza nel nostro principio. Se così è per la vita originata (la Somiglianza) lo stesso non può non essere della vita del Principio: l’Immagine. Poiché, vita, è rapporto di corrispondenza fra Natura, Cultura e Spirito sia nello stato supremo che nell’ultimo allora, fra la vita del Principio e la vita che ha principiato vi è il principio dell’uguaglianza detto dal rapporto fra Immagine e Somiglianza. Così, data l’Immagine del Principio, la Natura della vita a Sua somiglianza ” è ciò che è “; la Cultura della vita a Sua somiglianza ” è ciò che sa “; lo Spirito è la forza che corrisponde dalla vita di ciò che la Natura è per ciò che la sua Cultura sa. Dato al Principio della vita lo stato di Natura, Cultura e Spirito, il Principio ha stato trinitario. La trinitaria corrispondenza fra gli stati del Principio è l’unità del Principio. Il Principio, Natura che sa la propria Cultura per la vita intercessa dallo Spirito, non può non sapere ciò che gli somiglia.

apenna

Se non sapesse ciò che gli somiglia, non saprebbe il suo principio, la vita, e non potrebbe principiarla. Essendo vita, il Principio, il principio della vita dato alla Natura non può essere che il bene; il Principio della vita dato alla Cultura non può essere che il vero; il Principio della vita dato allo Spirito non può essere che il giusto. La Natura del Principio della vita è la Cultura del bene. La Cultura del Principio della vita è la Natura del vero. Lo Spirito del Principio della vita è la Natura della Cultura del Giusto. L’Immagine del Principio della vita è il Bene della Natura, il Vero della Cultura ed il Giusto dato dalla forza (lo Spirito) che corrisponde fra il Bene ed il Vero. Se il Principio che è vita della Natura nella Cultura per lo Spirito non fosse la Natura del Bene, il Bene non sarebbe il Vero perché non giusto allo Spirito: forza della vita tanto quanto essa è nel bene per ciò che è vero al giusto. Nel bene, nel vero e nel giusto, la Natura sente ciò che la Cultura sa, ed ha corrispondente Spirito per quanto sente di ciò che sa. Poiché vi è un solo Principio, l’immagine a Sua somiglianza non è il Bene, il Vero ed il Giusto ma è nel bene che da lo stare bene, nel vero che da l’essere veri e nel giusto che da il giusto stare. Poiché il Principio sapendo se stesso sa la somiglianza, è Cultura di immagine e di somiglianza. Una immagine corrisponde al Principio, secondo lo stato di somiglianza. L’Essere della Somiglianza conforma e conferma il proprio stato nell’essere del Principio secondo la corrispondenza degli attributi che lo identificano ad immagine del Principio.

apenna

Lo stato dell’immagine a somiglianza del Principio, muta secondo i termini dell’alleanza (comunione perché amore) con lo stato del Principio. Ogni scissione nella corrispondenza fra il Principio e l’immagine a Sua somiglianza è separazione di somiglianza dal Principio quanto separazione di somiglianza nella propria immagine e fra immagini a somiglianza del Principio. Non essendoci altro stato al di fuori dell’Immagine della vita, non vi può essere altro stato al di fuori del Principio di ogni immagine a sua somiglianza. La corrispondenza fra gli stati trinitari, segna il vivere dell’Essere. L’Essere vive il Principio della vita (la vita) tanto quanto corrisponde all’Immagine della vita che lo attua. La Natura, la Cultura e lo Spirito del Principio della vita (la vita) originano la vita della Natura per la Cultura della forza data dallo Spirito. Natura, Cultura e Spirito, ognuno per il proprio stato, sono la realtà che è. La relazione di corrispondenza fra gli stati, attiva la realtà che è in realtà che vive. Lo stato dell’essere corrispondentemente sussiste lo stato del vivere. Lo stato del vivere corrispondentemente sussiste lo stato dell’essere. La realtà dell’essere, è arbitrata dagli stati di corrispondenza fra gli stati del suo stato.

apenna

Il Principio della vita (la vita) è il dato trinitario reale della relazione di corrispondenza che sussiste l’immagine a Sua somiglianza. L’immagine della vita a somiglianza del Principio è il dato reale della relazione di corrispondenza che sussiste ogni Sua somiglianza. Non esiste relazione di sussistenza della vita a somiglianza dell’Immagine del Principio poiché non vi è attributo che il Principio non sia. La relazione di sussistenza data dal Principio vivifica l’immagine della vita che persegue ciò che del Principio la sussiste. L’Essere della Natura è a immagine della sua Cultura. L’Essere della Cultura è a immagine della sua Natura. L’Essere dello Spirito è a immagine della forza della vita della Natura nella corrispondente Cultura. L’Essere discerne secondo lo stato di coscienza: luogo di tutto ciò che è a sua conoscenza. Il discernimento è il frutto dell’analisi dei dati della Natura nella corrispondente Cultura secondo l’arbitrio dato dallo Spirito. Il discernimento è l’esame che eleva i valori della conoscenza nella coscienza. L’essere è coscienza di ciò che è ( forza della vita ) per ciò che la sua Natura sente di ciò che la sua Cultura sa. Per ogni stato, dato ad ognuno il trinitario stato, la coscienza dello stato è l’io trinitario di quello stato. La coscienza di se è via di somiglianza con la coscienza della Vita: Immagine che comprende ogni vita a Sua somiglianza. Immagine della coscienza della vita è consapevolezza del Principio: Natura, che nella corrispondente Cultura, vive secondo la forza del suo Spirito. La Natura della vita della Somiglianza, è la via che porta alla coscienza della Natura della vita (il corpo) del Principio. La Cultura della vita della Somiglianza è la via che porta alla coscienza della Cultura della vita ( la mente ) del Principio. La forza della vita della Somiglianza è la via che porta alla coscienza della forza della vita del Principio: lo Spirito. Il bene nella Natura è via della verità nella Cultura.

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Il vero nella Cultura è via del bene nella Natura. La forza della vita (lo Spirito) è via del bene della Natura nel vero della Cultura. Il Giusto è lo Spirito della vita che nel bene della Natura è via della verità nella Cultura. Tutto ciò che è via della verità è vita. Poiché Il Principio è figura originante, il Principio è identità originante. Poiché ciò che è a sua Immagine e Somiglianza è Figura che deriva dal Principio, ogni sua Somiglianza ha stato dell’Identità del Principio. Nell’identificazione con il Principio della vita vi è la conforma dell’essere e la conferma dell’esistere. Ogni somiglianza tende al Principio di ciò che l’Immagine è: bene della Natura, vero della Cultura e giusto dello Spirito. Nel Principio di ciò che l’immagine è, vi è l’identificativa immagine di ciò che la Somiglianza è. Il Principio è il bene: la Somiglianza è nel bene. Il Principio è il vero: la Somiglianza è nel vero. Il Principio è il giusto: la Somiglianza è nel giusto. La Somiglianza, che alla conoscenza non si conforma alla conferma data dal Principio, sosta lo stato di somiglianza sostando le corrispondenze con l’Immagine. La sosta segna l’arresto dell’elevazione verso il Principio del principio: la vita. Il Principio (vita di ciò che è per ciò che sa di ciò che sente) indica all’immagine a Sua somiglianza ciò che è per ciò che sa in quanto sente. Poiché il Principio è maestro di vita ogni immagine a sua somiglianza che si riferisce alla Sua vita è maestra di immagine e di somiglianza. Perché sovrana concordanza degli stati trinitario – unitari di Natura, Cultura e Spirito il Principio è Immagine della Norma dello spirito detta dal Suo. Tutto ciò che pone in comunione con il Principio della vita ( vitalità nella Natura, vita nella Cultura, giustizia nello Spirito ) è secondo Norma. Secondo la forza del proprio stato di spirito, anormale è tutto ciò che nega e/o divide dalla Norma.

apenna

La Somiglianza, che è per la corrispondenza fra i trinitari stati dati dall’immagine del Principio, è nella Norma secondo quanto la personale Figura, corrispondendogli, vi si colloca con la vita naturale, culturale e spirituale del proprio stato e con quello sociale che gli è proprio. Lo stato di vicinanza ( prossimo ) o di lontananza ( non – prossimo ) dal Principio, conferma o differenzia ciò che è a Sua immagine e somiglianza. Gli stati di vicinanza o di lontananza sono stati di infiniti stati di vita, corrispondenti o non corrispondenti secondo lo stato di coscienza che l’immagine della Somiglianza ha dell’immagine del Principio. Lo stato della coscienza data dal discernimento è parametro dello stato della somiglianza data dalla corrispondenza con l’immagine del Principio. Ogni genere di aprioristica convenzione sul Principio della vita lede la corrispondenza fra gli stati del Principio e quelli a Sua somiglianza. Ogni ogni aprioristica convenzione sta su una alienazione. Sia dello stato umano per lo stato umano, sia dello stato umano per lo stato sociale, sia dello stato umano per lo stato spirituale, alienare l’io da se è separarlo dalle corrispondenze che permettono l’unità della sua trinità. L’alienazione è l’esistenziale ferita che divide l’essere dal suo vivere. La Somiglianza che è stata alienata di una parte di se, compensa lo snaturamento avvenuto con ciò che supplisce lo stato alienato. Sono convenzionali compensazioni di un essere alienato dalla sua Natura, e/o dalla sua Cultura e/o dal suo Spirito (dalla forza della sua vita) quanto convenzionalmente reintegra la sua Natura, e/o la sua Cultura e/o la sua vita. Quando sulla Natura o sulla Cultura, si conviene con principi che non corrispondono allo Spirito, si convenziona la vita. Diversamente da ogni convenzione, la corrispondenza di vita sia nella propria che della propria con altra è la relazione che permette di costituirsi secondo propri parametri. A corrispondenza di stati trinitari corrisponde integra l’immagine data dalla somiglianza con il Principio. Ogni relazione corrispondentemente trinitaria è norma e normalizza. Dalla misura dell’integrità proviene misura di diversità. La misura della diversità è misura dell’unicità. Dato ad ognuno il proprio stato e secondo lo stato del proprio stato, produrre vitalità nella Natura (propria e/o altra) e vita nella Cultura (propria e/o altra) significa seguire il principio dello Spirito: versare del bene alla vita per quanto giusto alla sua forza.

La strada “per Damasco” è un viale circolare

E’ circolare perché parte da un principio e giunge allo stesso principio.

ilprincipio

Di questo cerchio, nessuno può dire dove è il principio, come neanche dove finisce.

Si può dire, pertanto, che è in tutti i luoghi

sia nella forma di Natura

sia nella forma di Cultura                                    sia nella forma di Spirito:

al principio

inscindibile unità originata dalla corrispondenza fra gli stati

apenna

Giugno 2020

Il magistero della Chiesa non è asessuato

Riprendo quanto ho già espresso in post e/o commenti. In quelli, dicevo che c’è la Chiesa dell’Amore e quella del Potere. L’Amore è un piacere che accoglie senza condizioni: è il principio culturale della Donna. Il Potere, è il piacere che determina cosa l’Amore deve accogliere: è questo, il principio culturale dell’Uomo. Per quanto detto: la Chiesa è culturalmente Donna, tanto quanto accoglie, e culturalmente Uomo tanto quanto determina cosa vi è da accogliere. Segua ognuno la Chiesa che più corrisponde al suo sentimento religioso. Per quanto riguarda me, seguo la mia strada.

Luglio 2006

Luccicanti per oro o per ottone?

“Non era quello il senso della mia citazione… Ama e fa quello che vuoi… Era, nello specifico, riferito ai progetti della Regina…”

Non mi era sfuggita questa tua interpretazione, ma anche una Regina, non può sfuggire alle regole, che per quanto “feudali”, non di meno esistono da sempre. Sopra ogni Regina, infatti, regna un’Imperatrice: la vita. Certamente possiamo lasciare le regole imperiali della vita, ed aprire un nostro regno! Chi sono io per obiettare! Tuttavia, anche nell’impero che apriamo per noi, o siamo dentro quella vita, o fuori. Cosa mi fa dire se siamo dentro o fuori anche nella nostra “casa”? Me lo fa dire la presenza del dolore: unica ed incontrovertibile verità che possediamo, perché possiamo anche ingannare la mente, ma non potremo mai ingannare il corpo! Ebbene, in Z. ho avvertito la presenza del dolore: bestia, tanto più pericolosa, perché mimetizzata fra le righe. Ho detto, allora: attenta, mia Regina! Tutto qui! Nella ricerca del Bene, del Vero, e del Giusto, siamo tutti accomunati. Non lo siamo nelle vie per giungervi, ma mi pare più che giusto, dal momento che ognuno deve trovare sé stesso. Quando dico che un’amante vuole quello che l’altro/a vuole, intendo dire che è la volontà d’unione che detta quella scelta, non, volontà di reciproca imposizione, o similia. Non ritrovo il mio senso dell’amore nei “colori della primavera”. Ritrovo, piuttosto, il senso delle passioni che, nel mio bene e nel mio dolore, ho vissuto. In quelle riconosco di essere stato servo, morboso, e quanto d’altro di accidenti, ma l’oro, (l’amore), è un’altra cosa dall’ottone: la passione. E’ vero che hanno lo stesso colore, ma, l’ottone, per quanto lo lucidi, si ossida; ed è la continua lucidatura per farlo diventare oro, che ci rende servi, morbosi, e quanto di similia. Detto questo, ognuno fa quello che crede! Per quanto ci è possibile però, facciamolo a ragion veduta!

Giugno 2006

Sono così difficile?!

A proposito di un post mi scrive Girolamo

Caro Vitaliano, il Tuo saggio assomiglia al un film di Luca Visconti. È difficile da interpretare alla sua prima lettura- prima visione-, ma va mascicato- visto- più volte e nel tempo, perché molto DIFFICILE, a noi comuni mortali. Una cosa però e chiara: è un saggio- un film- molto profondo, sofferto, enigmatico, altamente letterario e, persino, religioso…ai posteri, larga sentenza…

Gli rispondo

Simpatico, Girolamo, l’accostamento con Visconti che ho apprezzato in tutte le sue opere pur riscontrando nei finali una tendenza verso la pateticità. L’ho riscontrata sia in Rocco e i suoi fratelli che, peggiorata, In Morte a Venezia. Farò sempre in modo di salvarmi da quella fine. Tornando a bomba: mi venga un colpo se capisco dove è difficile da intendere quanto esprimo! Tanto più, perché chiarisco ogni concetto subito dopo averlo espresso. Se difficoltà vi è, invece, la trovo nel confronto fra notizie storicamente provate e notizie nuove. L’avevo già prevista e affrontata con la storiella Zen o Na – in e il Professore: anche quella con la debita spiegazione. Mi sa che devo accettare l’idea che a capire maggiormente l’opera saranno quelli che “hanno orecchio”. Con ciò intendendo dire, quelli che sanno sentire. più che ascoltare. Con la tua risposta e la mia farò un post nel Blog. Non credo, infatti, che a recepire sentire le difficoltà che dici appartengano solo a te. Intanto, grazie di tutto. Ciao, Vitaliano

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Perché muore anzitempo una certa giovinezza?

A domanda mi rispondo

Accelera la macchina “vita”, l’impulso della forza (spirito) che diciamo bene a livello naturale, vero a livello culturale e giusto a livello spirituale. L’arresta, l’impulso della forza che diciamo dolore a livello naturale, errore a livello culturale, e male a livello spirituale. L’equa guida é permessa dal compatibile uso dell’accelerazione come dell’arresto. L’uso dei due momenti di guida è compatibile, in ragione delle infinite valutazioni che intercorrono fra la vita del guidatore e quella della sua strada.

Non vi è compatibilità di guida nell’uso della sua macchina, quando il guidatore persegue l’accelerazione. Persegue l’accelerazione, chi privilegia il piacere sul sapere. Non vi è compatibilità di guida nell’uso della sua macchina, quando il guidatore persegue l’arresto. Persegue la frenata, chi privilegia il sapere sul piacere. Quando, in ragione delle valutazioni su strada, e meta, vi è idoneo uso dei due momenti di guida, la macchina procede secondo via della vita. Chi persegue la frenata sull’accelerata ha vita depressa. Chi persegue l’accelerata sulla frenata ha vita esaltata. Non brucia il motore, o non fa morire la macchina, chi gestisce le due emozioni con equilibrio.

Usano additivi, quali alcool, droghe, psicofarmaci, (e/o similia ) sia i guidatori esaltati che quelli depressi. Il primi, per assuefazione al piacere, ed i secondi, per dissidio nei confronti della frustrazione. I primi bruciano il motore, ed i secondi, l’ingolfano. A mio avviso, non vi è dedito all’accelerazione (come alla frenata) che non dubiti sulle sue capacità di guida. Non vi è guidatore, quindi, che non si tema, e/o non tema. Quale, la risposta a quel panico in tanta giovinezza? In genere, un ulteriore ricorso ad additivi: alcool, droghe, psicofarmaci, e/o similia. Intelligenza vorrebbe, almeno un ripasso del Codice della Vita.

Perchè non lo fa, la giovinezza che avrà anche pochi anni ma non per questo è generalmente stupida? A mio avviso, perché il corrente Codice della Vita (quello che dovrebbe insegnare la guida personale, sociale e spirituale) è fermo a quando c’erano altri generi di macchine, altri generi di strade, altri generi di mete. In attesa di un rinnovo di quel Codice, la giovinezza che non sa guidarsi secondo il bene, non può che continuar a guidarsi secondo il suo vero: che se da un lato è ciò che gli può dare precoce piacere, dall’altro è ciò che gli può dare un precoce morire. 

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Polca a s. Cristina di Ortisei

asantacristina

Questa è la giacca alla napoleonica che ti dicevo, Pabloz. L’ho ritrovata in un album: nell’unico che ho, a dirla tutta. Non ricordavo più di averla. L’originale è in bianco e nero. Copiata con la cam è venuto fuori (miracoli del caso) proprio il color cammello originale. La luce alla sinistra è un effetto della lampada che ho sul tavolo. Quel tantinello di volto femminile che vedi a destra, invece, la potrei dire, l’esatta quantità di emozione che io provavo per quella ragazza: non molto munita nella capa, ma, con delle gambe che raramente ho visto se non su strapagate modelle. Eravamo in una baita dalle parti di s. Cristina di Ortisei. Erano tempi da tralicci divelti, all’epoca. Terrorismo al borotalco, se lo confrontiamo a quello di adesso, anche se avrà certamente fatto le sue vittime. Non è che eravamo molto graditi, in mezzo a loro, noi, italiani, ma risolvevano la questione, i nativi, facendo conto che non ci fossimo se non come spazio tolto in pista, se si può chiamare pista una sorta di pavimento ad assi di un legno che ricordo grezzo, o quanto meno reso grezzo dal ballo di generazioni di scarponi. Polka, ti dicevo, ma a me, evidentemente, anima troppo sensibile, pareva piuttosto un agitar di anche e di spalle, di orsi che non avrei saputo distinguere dalle orse da tanto, complice la snaps, erano avvinti, stretti, appiccicati. Non sapevo ballare la Polka, e quella ragazza me l’ha insegnata. Non m’ha insegnato altre polke, quella ragazza perché non mi sono mai illuso e non ho mai illuso. Dico, illuso, perché non pochi partecipanti alla mia sessualità sperano che il profumo di donna sia taumaturgico per i problemi di non accettazione di sé, ma, alzi la mano chi non ha mai sperato nei miracoli. In particolare modo a vent’anni.

Giugno 2007

Im_pasti domiciliari

manzo22marzo

Le allego la foto del manzo che ho ricevuto oggi: è inaffrontabile! A maggior ragione se di usuale cottura: scarsa. So bene che una contenuta cottura rende maggiormente possibile il porzionamento perché semplifica il taglio (a giusta cottura infatti, il manzo rischia di sbriciolarsi, rendendo così, sia più complicato far le porzioni, che maggiorare i tempi di lavoro. Tutto si può capire ed io lo capisco. Intanto, però, il pensionato mangia un lesso che ha la consistenza delle suole di poliuterano. Giusto per completare la cronaca. Non ho potuto compensare quella parte di una consegna (giusta nella forma ma occasionale nella sostanza) perché i negozi alimentari sono chiusi. Lo era anche il Pam di via Mutilati che non chiude mai. Morale della favola, per tutta la giornata avrei dovuto mangiare solo due contorni e il prosciutto. Alla pasta al pomodoro ho rinunciato, non tanto perché generalmente condito con una salsa di nome più che di adeguato fatto, ma anche perché, giusto per migliorarne la mediocrità ci aggiungono del basilico disidratato in una quantità tale da renderla persino dolciastra.  Se adesso rinuncio anche al manzo che mi resta? In prevalenza, mortadella e prosciutto: ai diabetici (la maggioranza lo è) generalmente sconsigliati. C’é poi un affettato di un qualcosa tanto salato (ottima la salatura per le vene anzia) che più di così non so paragonare! Certo! C’é il formaggio, lo sgombro, due generi di pesci, il brasato (ve lo raccomando!) le polpettine e uno spezzatino che per via di qualità non hanno nulla a che fare con quelle che ricevevo prima, e dell’altro che non ricordo vuoi perché la memoria non mi aiuta, vuoi perché dimenticando si vive meglio. Mi è difficile dimenticare, però, l’esperienza di vita. Per tale esperienza, tutte le mense sono soggette a variabili da contenere ai minimi termini. In genere, sono: il costo del cibo alla fonte e il costo operaio per prepararlo e in questo caso distribuirlo. Ambedue i costi devono sottostare alla spesa preventivata. Va da sé, che se i costi operai sono maggiori dei costi del servizio operaio, a subire gli amministrativi adeguamenti al risparmio sono gli Utenti. Nell’augurarmi di non averle detto nulla di nuovo su l’ultima ipotesi, la saluto. Vitaliano

Lettera al Cattedratico

Come ritrovare una verità disincrostata dalla sovrapposizione di tanti smalti? Mi sono risposto: tornando da capo.

apenna

Al principio ho visto tre stati di vita. Considerato il rapporto fra una immagine e ciò che gli somiglia, al principio e dello stesso Principio, sono

Natura

triangolo

Cultura                                                                           Spirito

Per Natura intendo il corpo della vita comunque effigiata;

per Cultura intendo la conoscenza della vita comunque raggiunta;

per Spirito, intendo la forza della vita comunque agita.

La Natura come luogo del Bene;

La Cultura come luogo del Vero;

Lo Spirito come luogo del Giusto che corrisponde dalla relazione fra il Bene e il Vero.

Per stato intendo la condizione naturale, culturale e spirituale, dell’Io personale, sociale, e spirituale.

Le corrispondenze solo relazione di interdipendenza fra gli stati.

Per coscienza intendo il “luogo” della conoscenza vissuta nell’unità fra gli stati.

In ragione del rapporto di corrispondenza che c’è fra una Immagine e la sua Somiglianza, “quello che è in alto è anche in basso”. Come di converso, naturalmente. Cosa differenzia l’Immagine dalla Somiglianza, ovvero, l’Alto dal basso? Direi, lo stato della loro vita: supremo nell’Immagine, e relativo al suo stato nella Somiglianza. Non mi par di affermare nulla di nuovo. Di nuovo, al più, la triangolare collocazione dei concetti, ma, un momento! Ora che ci penso, neanche la faccenda del triangolo è nuova. Avevo dimenticato di averla vista con un occhio al centro, nei dipinti a tema religioso. Fanno intendere che Dio e Tre persone in Una. Come tre distinte identità possano convergere in una unità lo si può intendere solo per fideistica accettazione del concetto, invece, come tre stati della vita

minitria

possano convergere in una unità

.

bottonerosso

.

in ragione dello stato della comunione fra gli stati

lo può accettare anche la ragione.

afrecce

Devo “Principato e Religione” al titolo della prolusione scritta da padre ALDO BERGAMASCHI ex Ordinario di Scienza dell’Educazione dell’Università di Verona.

Come evadere dal vago: ad un IO confuso.

Secondo la tua Natura tu sei ciò che sei. Secondo la tua Cultura tu sei ciò che sai. In ragione della corrispondenza fra i tuoi stati, in quello che sei e per quello che sai, tu sei la vita che senti secondo la forza del tuo Spirito: vitalità nella tua Natura, e vita nella tua Cultura.

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Vi è comunione di vita per la transizione di uno stato verso l’altro. E’ principiata da un’istintiva affinità. Si manifesta come simpatia.

Vi è Simpatia verso una Natura, e/o verso la Natura.

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verso una Cultura                               verso lo Spirto

e/o verso la Cultura           e/o             verso uno spirito

La simpatia è moto della forza della vitalità naturale e della vita culturale.

Il principio della vita del suo spirito, è nello stato che l’ha originata.

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Nella Simpatia si desidera ciò che l’altro è

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ciò che l’atr* sa                                     ciò che l’altr* sente

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Indicati dalla simpatia verifica della corrispondenza

Naturale

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Culturale                                e                            Spirituale

della destinazione dei moti di una vita verso l’altra.

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Nella relazione fra gli stati

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trinitario unitaria accoglienza della vita corrispondente per Simpatia.

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a Paola R.

Non ridere Marx!

Perché fola è, vero, la storia dell’invito a crear posti di lavoro! Dove li troviamo i posti di lavoro con operai occidentali che costano non meno di quattro volte di più di un lavoratore no_assicurato, no_garantito, e morto uno avanti l’altro che c’è ne un altro miliardo che aspetta il posto alla pressa? E come cavolo si fa a creare posti di lavoro? Abbassando gli stipendi degli operai, così che al mercato possa venire la tentazione di assumerne alquanti, eucaristicamente rinunciando ad intascare il surplus? Possiamo abbassare gli stipendi degli operai? Se si abbassano i costi della vita, direi di si! Si possono abbassare i costi della vita se il Mercato pretende di guadagnare quello che poteva nei tempi delle vacche che sono diventate grasse perché stanno principalmente pascolando nei prati di ora?

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Noblesse oblige, anche i sindacati sostengono quello che sostiene De Benedetti. Ci siamo, o ci facciamo? In tutti i tempi il Mercato è sempre stato troia e sfruttatore. In abiti da suora francescana certamente non lo vedremo mai, quindi, in quale ripensata veste! Ho letto anche che i tempi di adesso ci avrebbero portato a vivere un neo mediovalesimo. C’era la Corporazione all’epoca. 

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Vogliamo un Mercato così? Curati dalla Corporazione delle Arti e dei Mestieri dalla culla alla tomba? Si va bè, se alternativa non c’è! Ora, però, il Mercato è mondiale, mica, più o meno municipale! Che fare? Conglobare la Corporazione locale in una Corporazione Mondiale? Della serie: operai di tutto il mondo unitevi coi padroni?!

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Non ridere Marx! Lo sai che siamo nella merda!

 

Processo alla vita: é nostra?

Ancora nell’ottobre del 2006, scrivevo quello che, senza ricordarlo, ho scritto  in una lettera recentemente spedita al giornale di Verona: è nostro il quadro che pure comperiamo? Come prodotto direi di si, come arte, no. Così per la vita. Non è nostra come arte, è nostra come acquistato prodotto. Per tale forma di proprietà, possiamo  decidere di rinunciarvi? A mio avviso, si, perché, non è l’arte della vita data dal Principio che neghiamo, (non lo potremmo neanche volendolo) ma solo la vita come prodotto della nostra arte.

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La persona, dice la società, è il prodotto di una eredità culturale ed economica basata (vuoi per tutela dei soci aderenti, vuoi per le molte forme di sviluppo, vuoi per quelle della difesa) su una millenaria opera di mutuo soccorso, quindi tu non sei tuo, sei di tutti e quindi nostro. Di tuo c’è soltanto il tuo essere seme di persona, seme di cittadino, seme di religione, seme di te, ma dal momento che il tuo essere pianta di quei semi è stata opera di una cura prevalentemente nostra, ne consegue, che la decisione della società non può che prevalere sulla tua. Ogni altra forma di decisione ti renderebbe anormale, con ciò intendendo, diversamente aderente al contratto che ha permesse sia la tua  nascita che la tua crescita. In quanto normale cittadino, tu sei mantenitore_produttore_mantenitore di società anche quando non vuoi più esserlo, e anche quando non puoi più esserlo. Lo sei quando vuoi morire. Lo sei quando non ti permettiamo di morire.  Lo sei anche da morto. Poiche’ ti reclami prodotto della tua arte, allora, della vita nostra non puoi che esserci di danno, perché palese esempio di dis_ordine di quanto abbiamo costituito.

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La persona, annuisce Religione, non è proprietaria della vita. La vita è del Creatore che l’ha data, e che in quanto Padre la mantiene in vita perché tutto è una sua creatura. La mantiene in tutto anche se il tutto non sa che c’è e che lo fa. Il fatto che la persona possa non essere cosciente di quest’alleanza di vita, non la cassa, perché la dove non c’è la  sua coscienza, su di quella  ed in quella c’è la divina. Nel tutto che c’è e che la persona è, quindi, non si puo’ dire che la vita è sua. La Societa’ tace. La vita anche. Chi tace acconsente? Non e’ detto.

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Sulla Mia commedia e su quelle fra Pabloz e Vitaliano.

Mi hai costruito monumenti. Costituito ordinamenti. Detto sui monti. Fissato sui dipinti. Offerto, morti. Il tutto, nei percome che dichiari a mio nome! Che ne sai di me, tu, nato dalla terra, ma, frutto della tua serra? Che ne sai del mio nome, tu, cincischio di vocali dai rami disceso forse solo per il peso! Lo rispettano di più, quelli che non sanno! Quelli che non ti sono causa di danno!  Quelli che non bruciano la vita dei figli!

Questa poesia è scritta da Dio!

Non dirlo in giro, ti prego! Lo sai solo tu, che è stata scritta da Me!

Eh, eh, ti ho stanato.. sai, non ne ero sicuro, per cui ho usato una frase che tutto sommato poteva voler dire semplicemente “è scritta davvero bene!” [con la “d” minuscola l’avrei capito da me, Pabloz!] Invece, caro Dio, al quale non credevo, mi appari sul blog – altro che Madonna ai pastorelli nella grotta, questi sì che sono effetti speciali! E quindi: che devo fare ora? Crederti? Pregarti? Dirti osanna, osanna nell’alto dei Cieli? Ma era vera la storia dell’angelo Gabriele? E il logo della croce, è stata una cosa studiata a tavolino o è venuta fuori così, da sola? Toglimi queste curiosità!!

Ci penserò, ci penserò, ci penserò! Dopo un ascolto di me, gli scrivo:

La Genesi? Una menestrellata! La Bibbia? Un’inventata! L’Angelo Gabriele? Non fai in tempo a fare piatti che ti rovesciano i patti! La Maria? Buona donna! Suo figlio? Osanna! La Croce? Na’ rogna! Poi, come neve sulla china il resto, è venuto a slavina! Ora, per favore, lasciami la giacca! Ti basti sapere, che non ho fatto nessuna gogna! C’è chi lo pensa? Sua la vergogna!

Stupefatto da cotanta confessione, Pabloz replica:

Mio Dio, allora non era vero niente l’asino il bue e tutta quella gente? E la stella cometa, fammi capire, qual’era la sua vera meta? Ci hai cacciato dal tuo giardino, (a sberle: eppure Adamo era il tuo bambino), e hai sussurrato parole nelle orecchie dei profeti: così per secoli una mandria di esegeti ha letto, spulciato, commentato e interpretato, per arrivare a cosa? Ad un nulla senza posa. La giacca te la tiro, e scusa se mi adiro: vieni in questo mondo prima che venga su, e ti cacci, io, per sempre a fondo!

Lo dici a Me, o lo dici a Vitaliano? 

Be’, in questa sera memorabile, ho avuto il dono dell’apparizione di Dio su un blog. A chi dovrei rivolgermi, quindi, a Vitaliano che leggo sempre, o a Te che non ti avevo mai sentito prima? Però ora il sonno, che credo sia, come tutte le altre cose, una tua invenzione per fregarci qualcosa, mi strappa dalla tastiera, e mi trascina verso il talamo nuziale. Ti saluto dedicandoti l’incipit canzone, che se non conosci ti consiglio di andare a cercare… Notte Dio, fai il bravo – e non piovere, che ho lo stendino fuori! 

“È successo quello che doveva succedere. Ci siamo addormentati, perché è venuto il sonno a fare il nostro periodico ritratto. E per somigliarci a noi più che noi stessi, ci vuole fermi, che appena respiriamo, e mobili ogni tanto, come un tratto sicuro di matita. Ecco che siamo la viva immagine di una distilleria abusiva che goccia a goccia secerne puro spirito. Noi dietro una colonna ridevamo per l’aneddoto, e ci contrastava amabilmente su aria, fiato e facoltà vitale, su brio d’intelligenza, sull’indole e sull’estro, soffio, refolo, vento e venticello, sull’essenza e sulla soluzione, sul volatile e sulla proporzione, sul naturale e sul denaturato. E poi sulla fortuna. La fortuna non c’entra quando una cosa per terra si posa…”

Ecco: non so per quale accostamento, (forse la comune fede vero le possibilità della vita) ma, il “quando una cosa per terra si posa”, mi ha immediatamente rammentato, il “sotto la neve pane” Le “divine commedie” che ci siamo mandati, Pabloz, al momento sono solo grano. Domani, chissà?! Comunque andranno le Cose ed il Pane, e qualunque idea tu abbia di Me, in quanto Dio continuerò a fare quello che voglio! Quindi, lascerò a te, “l’ultima cosa che per terra si posa”. Ciao 

Caro Dio – a questo punto insisto – leggendo il nostro scambio di commenti e di rime, ho pensato che questo è uno dei post più divertenti che ci sono in giro… perciò, alla faccia dei diritti d’autore (in fondo, in questo momento, siamo come Lennon e McCartney), lo pubblico anche da me… e poi a dormire, ripetendo il finale di questo post!
ps grazie davvero, sei proprio in gamba!

Ancora “Dio”: Uomo di poca fede, ne dubitavi

Giugno 2006
L’incipit che il Pabloz mi aveva mandato era il testo di una bellissima canzone inglese. Non mi ricordo di chi. Non conoscendo quella lingua neanche potevo capire che la cosa posata era un ubbriaco. Completamente fuori strada, quindi, il mio commento. Ne ho parlato da qualche parte ma non riesco a ritrovare il post dove mi correggo.

Di_Segni

Alla c/a del signor Ricardo Di Segni Rabbino Capo della Sinagoga di Roma.

Ho postato questa lettera nel del Dicembre 2012 ma la prima stesura e’ datata Ottobre 2007. Allucinante guazzabuglio di speculazioni, la prima stesura. Guaio é, che me ne sono accorto, a lettera spedita, solo dopo anni! L’ho rivista nell’Ottobre 2017. Rivista e ulteriormente tagliata nel Maggio del 2018. Oggi (31 Febbraio 2020) l’ho verificata per la terza volta. Dovrei mandargliela allegando le mie scuse, penso, ma lo farò, quando avrò superato il peso delle insufficienze che sono nella prima e che spero di aver eliminato.

Cortese Signore: secondo me, il signor Netanyahu non ha capito la lezione implicita nella richiesta di Dio ad Abramo, e forse neanche Israele. Per dire i i miei perché, avrei potuto rivolgermi anche al Rabbino della Sinagoga di Verona. L’ho fatto, una volta. Avevo un’associazione che si occupava di tossicodipendenti, all’epoca. Non ricordo, però, se quello l’argomento, oppure, sullo Spirito. Fatto sta che non ebbi riscontro. [Se era composta nella stessa confusionaria ragione di quello che ho spedito a Di Segni, ti credo!!!}  Fra i tanti pensieri sui motivi per non averlo dato, sospetto il senso di una culturale sufficienza. Rabbini o no, i sufficienti non corrispondono con  gli “insufficienti”. Non tanto perché non danno alla vita quello che gli compete, quanto perché non sanno sentire quando non basta. Fra i sufficienti, infatti, non risultano profeti. Se al suo posto ricevessi una lettera come questa, non potrei non temere sulla follia dello scrivente. Il che, non è da escludere del tutto, ma se può essere vero che in quella mi capita di andare, è anche vero che non mi capita di restare. Nel mio sito sostengo di aver dovuto tutelare la mia ignoranza per poter dire la mia conoscenza. La regola, se da un lato fa solamente miei, certi discorsi, dall’altro può portarmi a casi da riscoperta dell’ombrello. La prego di tener conto delle due possibilità. Le mando aperta questa lettera perché intendo pubblicarla anche nel mio Social. Nulla di preoccupante. Sono letto dai classici quattro gatti. Con i miei più cordiali saluti.

1) Essendo il principio della vita, lo Spirito divino non può non essere che un Assoluto. Ogni sua manifestazione, pertanto, non può non essere che d’assoluto. Dio manifesta il suo Assoluto, essendo e dando vita. Se nell’essere vita è principio assoluto, nel dare vita sino dal principio del suo stesso principio è Padre assoluto.

2) Un assoluto, non può generare atti di non assoluto. Un assoluto, infatti, é Immagine che genera Somiglianza ma che della Somiglianza nulla può essere, se non lo specchio in cui questa si riflette onde poter giudicare lo stato della sua somiglianza con il Principio. Con altro dire, lo stato della sua vita confrontato con lo stato della Vita. Cattolici o no che sia, non credo nei giudizi universali provenienti dall’Alto. Sarebbero profondamente ingiusti per i giudicati che stanno in basso. Essendo di bassa coscienza infatti, (quelli che stanno in basso) vivrebbero come ingiusto un giudizio da loro non capito. A mio sentire, neanche il Dio che pure può quello che noi non possiamo, si può permettere una giustizia così prepotente, e di tutti, così incurante.

3) Non potendo generare nulla che non sia la sua immagine, Il Padre della vita non può perpetuare che sé stesso. Essendo vita sino dal principio, quella perpetuazione genera sino dal principio! Non può generare nulla di altro e/o di alterno, appunto perché, essendo assoluto, non può essere né fare diversamente da quello che è.

4) Nessuna realtà comunque incarnata può dirsi figlio di Dio. Al più, può dirsi figlio eletto chi sostiene  (persona e/o popolo) di conoscere il Padre meglio di altri fratelli: persone o popoli che sia. Affermazione, questa, estremamente impegnativa, però, perché nessuno può dire di conoscere Dio, al più, di possederne la certezza della speranza che è il credo della fede.

5) Prossimo o meno prossimo alla vita dello Spirito divino, vi è la vita da quello derivata: gli spiriti. Bay passando quello che su gli spiriti ognuno crede, mi segua ancora secondo ragionamento.

6) Vi sono spiriti elevati e spiriti bassi. I più elevati, non necessariamente sono i più potenti. Quelli più potenti lo sono, per maggior forza data la maggiore conoscenza del Principio. Non necessariamente sono i più elevati.

7) La maggior forza di uno spirito potente implica motivi d’uso di quella forza; legittimo e necessario uso perché la vita mantenga e perpetui sé stessa, ma, opinabile quando non malevole uso se finalizzata a raggiungere, mantenere e perpetuare del potere sulla vita: vuoi di una persona, vuoi di un popolo. Perché mai sarebbero “beati i poveri di spirito”, infatti, se non per il fatto che non usano la forza della vita (lo spirito dato lo Spirito) per questioni di dominio? Il legittimo uso della forza della Vita sulla vita, quindi, spetta al Principio, (con ciò intendendo il Tutto dal Principio) non, a quella di creature derivate dalla sua potenza.

8) Dalla lettura che ho ricavato dall’Immagine della vita del Padre e della sua creatura, la creazione come  Figlio, (visione di principi che nell’assoluto diventano uno) ne ricavo il disegno di due principiati principi della vita originata dal Principio: Abramo, a Somiglianza del Padre della vita, (la vita del Principio) e Isacco come figlio_creatura_creazione dei principi di Abramo.

9) Ora, secondo il messaggero, il Principio divino chiese al principio umano di sacrificare il figlio; e Abramo va, ma al momento dell’atto viene fermato dal messaggero che gli “dice” di essere stato provato dalla volontà di Dio. Non entro nel merito di nessuna fede personale, tuttavia, come nell’analogo caso del sacrificio di Cristo, non riesco proprio a immaginare un Dio di tale volontà, a meno che, non sia stato frainteso da millenni!

10) Nessun nome può identificare il Principio divino della vita. Tanto è vero che a Mosè si presentò come “Io sono quello che sono”.

11) Il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male, Il che vuol dire che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. Ciò rende bifronte l’identitaria affermazione dello spirito sul Sinai.

12) La corrispondenza fra spiriti avviene per affinità di spirito (forza della vita per il corpo e vita della forza per la mente) fra corrispondenti principi. Quale via di corrispondenza fra punti in comune vi può essere fra uno spirito supremo perché relativo a sé stesso, ed uno spirito relativo al supremo ma per somiglianza con quell’immagine? Mi rispondo: pur nel rispettivo stato la corrispondenza fra Spirito e spirito è possibile perché sia lo Spirito del Supremo che lo spirito di Abramo hanno in sé la vita come eguale principio.

13) Essendo assoluto, Dio sentì la vita di Abramo in modo assoluto. Essendo relativo, Abramo sentì la vita di Dio in ragione dello stato della conoscenza che aveva in coscienza. Certamente ben relativa rispetto alla conoscenza di Dio. Ovviamente il dialogo fu di spiritualità impari, e quindi, da parte di Abramo, di impari comprensione.  Il “linguaggio” divino, infatti, non può essere certamente e direttamente inteso dal linguaggio umano.

14) La comprensione in Abramo fu resa possibile dall’intervento di un tramite fra i due spiriti: l’angelo traduttore del messaggio divino. E’ tramite, il medium fra i due stati della vita: la nostra e l’ulteriore. Nulla si sa e/o dice la storia sullo stato di vita di quello spirito. Basso? Elevato? Elevato per sé? Elevato per la Vita e/o per la vita? Potente? Quanto potente? Per chi? Per sé o per la Vita? Non si sa, tuttavia, si crede, o quanto meno si sorvola, non tanto perché si possa dire vera la storia dell’angelo quanto perché è antica, e quindi, nella generale conoscenza dei credenti, fortemente sedimentata.

15) Lo spirito biblico che si dice Dio ha nominato Israele in più modi: eletto, fra quelli. Essendo creazione della sua creatura (la vita) direi persino ovvio il titolo, anche se non pare sempre meritato a quel che il Libro racconta: almeno a odierno parere. Perché ha detto Eletto il popolo di Israele e, almeno per quanto mi risulta,  non di altri popoli? A mio vedere, perché Dio (che è Spirito, cioè, la forza della vita) “parla” ai corrispondenti spiriti in ragione dell’affinità di spirito. Quale lo scopo dell’elezione? A mio vedere, per poter formare, di tante tribù, un popolo e una Alleanza fra Vita e vita. Perché Dio sente il bisogno di avere un popolo? Mi rispondo, perché Dio è Uno e chi è Uno porta a fare si che tutto lo diventi.

16) Popolo eletto è un’etichetta molto conglobante: sia nel caso di pura fede, sia nel caso di una fede mossa da altri interessi. I pastori della pecora Israele ne avevano più che bisogno, se solo si pensa che al pur grande Mosè capitò di subire l’onta del vitello d’oro solo perché si era assentato per qualche momento. Per analogo scopo, analoga situazione la visse anche Maometto. Poté conglobare uno sparso spirito tribale in un unico spirito, infatti, perché usò lo stendardo di Abramo: “sottomesso a Dio”: lo sapesse o meno, Maometto, e/o glielo disse o no il “suo” angelo. Per quanto mi riguarda, amo maggiormente la traduzione di “dedicato”.

17) Collocata ai nostri tempi la storia, se Abramo è l’immagine di padre di Israele, e se Israele è l’immagine di Isacco perché “figlio” di Abramo, cosa mai ha chiesto, (e come credo, chiede oggi) lo spirito divino a quel Patriarca? A mio sentire, ha chiesto e ancora chiede: se mi occorre il sacrificio della tua volontà, me lo farai? Mi chiederà: cosa ti fa pensare che la domanda di Dio ad Abramo sia valida tutt’ora? Essendo Dio un principio assoluto e quindi senza fine, trovo logico pensare che anche le sue domande siano senza fine.

18) Ma, perché mai Dio vorrebbe ancora il sacrificio della volontà di Israele visto in Isacco? Due le ipotesi

* perché la remissione di Abramo alla volontà di Dio è remissione anche islamica, e quindi, sta avvenendo una inutile guerra fra figli della stessa casa anche se con divero nome

* perché è un popolo eletto, e il popolo eletto è destinato ad avere la vita come terra, non, una terra come vita, che l’Assoluto non può promettere. Essendo assoluta conoscenza del suo spirito, infatti, può promettere ciò che è (Spirito della vita) non che non lo è.

In conclusione, mi sa che con il signor Netanyahu ed Israele, neanche Abramo abbia inteso l’insieme delle lezioni che sottostavano alla richiesta di Dio e che le esprimo in ipotesi. O se capite da tutti i soggetti, non vissute da tutti i soggetti. Sia pure non comprese, Abramo però le ha agite, e ha  vissuto per fede ciò che non ha potuto capire per ragione: e questa è la lezione più grande fra quelle che le ho numerate: la ritroviamo in Pietro che accolse la vita del “Figlio” oltre conoscenza e ragione, e la ritroviamo nella Donna che per la stessa accoglienza fu madre di quel “Figlio”. Morale della storia: il fratricidio fra il mondo ebraico e quello islamico cesserà, quando ambedue i fratelli renderanno a Dio la stessa abramitica risposta: la remissione della volontà della reciproca vita, alla volontà della Vita.