Polca a s. Cristina di Ortisei

asantacristina

Questa è la giacca alla napoleonica che ti dicevo, Pabloz. L’ho ritrovata in un album: nell’unico che ho, a dirla tutta. Non ricordavo più di averla. L’originale è in bianco e nero. Copiata con la cam è venuto fuori (miracoli del caso) proprio il color cammello originale. La luce alla sinistra è un effetto della lampada che ho sul tavolo. Quel tantinello di volto femminile che vedi a destra, invece, la potrei dire, l’esatta quantità di emozione che io provavo per quella ragazza: non molto munita nella capa, ma, con delle gambe che raramente ho visto se non su strapagate modelle. Eravamo in una baita dalle parti di s. Cristina di Ortisei. Erano tempi da tralicci divelti, all’epoca. Terrorismo al borotalco, se lo confrontiamo a quello di adesso, anche se avrà certamente fatto le sue vittime. Non è che eravamo molto graditi, in mezzo a loro, noi, italiani, ma risolvevano la questione, i nativi, facendo conto che non ci fossimo se non come spazio tolto in pista, se si può chiamare pista una sorta di pavimento ad assi di un legno che ricordo grezzo, o quanto meno reso grezzo dal ballo di generazioni di scarponi. Polka, ti dicevo, ma a me, evidentemente, anima troppo sensibile, pareva piuttosto un agitar di anche e di spalle, di orsi che non avrei saputo distinguere dalle orse da tanto, complice la snaps, erano avvinti, stretti, appiccicati. Non sapevo ballare la Polka, e quella ragazza me l’ha insegnata. Non m’ha insegnato altre polke, quella ragazza perché non mi sono mai illuso e non ho mai illuso. Dico, illuso, perché non pochi partecipanti alla mia sessualità sperano che il profumo di donna sia taumaturgico per i problemi di non accettazione di sé, ma, alzi la mano chi non ha mai sperato nei miracoli. In particolare modo a vent’anni.

Giugno 2007