Dove è andato a finire il pugno di neve che ha originato la valanga?

Fermandosi che stà la valanga delle emozioni, mi domando che fine ha fatto, e che cos’è diventato il pugno di neve che l’ha iniziata. All’inizio pensavo di saperlo. Nel tutto che è rientrata la parte di quel pugno, ora non lo so più! Certamente posso raccontare fatti e storie. Ben sapendo, però, che quel pugno di neve è soggettivamente identificabile, nella valanga scesa a valle, solamente come cristallo fra cristalli.

Tutto è iniziato la notte di Capodanno del 1985. In quella notte decido di non unirmi agli usuali e usurati festeggiamenti, così, a nuovo anno decido per un nuovo rito: quello di andare in Stazione a leggere un libro. Ghiaccio per terra e veicolo senza riscaldamento non mi hanno dissuaso!

Davanti la chiesa della Stazione c’era una rotonda. L’hanno sacrificata a favore dell’attuale parcheggio. Inizio la rotonda. Alla destra dell’inizio, sotto una grande pianta stazionava un giovane. Lo guardo. Qui ci sono casini, mi sono detto! Non mi riconosco doti da profezia, ma in quel caso lo sono stato a iosa.

Proseguo, parcheggio dalla parte opposta, e mi metto a leggere. Un colpetto sul vetro mi fa sussultare. L’ha battuto quel giovane. Mi dice qualcosa che non ricordo. Cortesemente  gli rispondo: non vado con tossicodipendenti. Vuoi una convincente obiezione, vuoi un libro non affascinante, vuoi il freddo nel furgone, vuoi il senso di una esclusione da tutto e da tutti che si stava facendo amara, invece, ci sono andato.

Strada facendo mi dice che era uscito di Comunità proprio quella mattina, e che era il suo compleanno. In seguito, sua madre me lo confermò. Glielo festeggiai e mi festeggiai con quanto si può immaginare. Ci lasciammo bene.

Finito l’incontro gli diedi il numero telefonico. All’epoca lo davo a tutti: faceva parte del rito della speranza. Nel mio non ha mai richiamato nessuno. Non mi richiamava nessuno perché a letto ero insufficente, e perchè neanche l’affettività e il rispetto (sia pure ben recitati) bastano a pareggiare, nei piaceri del sesso, i costi con i guadagni.

Pochi giorni dopo, invece, il giovane mi richiama. Ti ricordi di me, mi dice: sono quello così e cosà! Certo che me lo ricordavo. Vuoi che ci vediamo, cicì e ciciò? Lo volli. Lo volli anche nelle chiamate successive. Un po’ alla volta, sempre di più. Così per cinque anni. Come per tutte le coppie ci furono alti e bassi. Nella nostra, anche i bassissimi a causa di un’amante terzo: la “roba” che usava.

Mi è mancato all’Ospedale di Legnago nel Febbraio del 1991. Non supererà le cinque della mattina mi disse il Professore. Sbagliò di qualche minuto. Non avevo visto venir giù così tanta neve (quella notte) dai tempi dell’Orfanotrofio dove stavo: a Vellai di Feltre. Assieme a sua madre (sapeva tutto) strada facendo faticai  a tenere il furgone in carreggiata. Per anni successe anche mentre guidavo la vita che mi era rimasta.

Quando ero in Orfanotrofio giravano gli inverni del 52/53. Come in quegli inverni ero desolatamente orfano, così mi ritrovai nell’inverno del 91. Non è vero che sotto la neve c’è pane: sotto la neve c’è solo il ghiaccio che diventerà.

La vicinanza che non avevo più disancorò la mia vita. Per qualche anno mi arenai anche nella medianità. All’epoca non sapevo nulla di medianità. A tutti i pensabili livelli, all’epoca sapevo che ero un genere altro: esistenzialmente e sessualmente in medio quando non mediocre. Sapevo, tuttavia, che non ero interessato ai balli dei tavolini o a cercar santi e madonne. Sapevo, inoltre, che volevo ritrovarlo; e lo ritrovai.

In quell’altrove da medianità riempii i miei vuoti. Lo feci, sino a che dovetti prendere atto che in quel buio è impossibile distinguere il brillante dallo zircone. La necessità di capire la differenza fra brillante e zircone, come quella di capire cosa è giusto nella corrispondenza di spirito fra vita e vita (come anche in una stessa vita o fra vita e Vita) ha iniziato questo percorso.