Tratti . Ritratti . Autoritratti

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Bar Aurora di Este

Anni dopo l’ho visto trasformato in una drogheria con pretese di modernità. A quella vista mi è mancato il cuore: non si finisce mai di morire. La titolare mi aveva in forte antipatia. Ho riconosciuto quel genere di antipatia nei soggetti avioprivi. Sia nel senso di avio maschile che, latente o no, di quello femminile. Il titolare (Aldo) era una pasta d’uomo. Ha insistito perché prendessi la patente e m’ha fatto far pratica con la sua 600. L’aveva appena comperata. La patente (40 mila lire) l’ha pagata lui. Io ne percepivo otto alla settimana. Non ricordo come ho fatto, sia a ridarglieli che averne da portare a casa. Di fronte al Bar c’era la Pensione Cavallino: anche casino si mormorava. L’ultima volta che l’ho visto (anni fa) ho trovato una concessionaria al suo posto. Ricordo i brulè che portavo nelle serate d’inverno. Pesante il vassoio e drammatico il passo: dovevo andar velocemente per non farli raffreddare, e dovevo non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso ci sono solo nelle case d’epoca: quelle con scalini di pietra da lavare in ginocchio con spazzola e varechina. Finite le scale si entrava nel salone: a sinistra un tavolo grande circoscritto da sedie. Un poco prima del tavolo un paio di poltrone. Il tutto dava l’idea di un usato mai usato. Alla destra del salone, la porta della cucina/sala da pranzo. Attorno al tavolo, uomini, donne, e palpabili disagi. Nell’abbigliamento delle donne nulla suggeriva alterne pratiche. Negli atteggiamenti degli uomini nulla diceva la presenza del desiderio da tanto mi apparivano mesti. La Merlin capitata in quella cucina avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Dell’Aurora ricordo i pomeriggi domenicali con il bar pieno di ragazzi e ragazze; tutti e tutte vocianti e continuamente presi dalle lacrime sul viso che Bobby Solo spandeva dal jukebox: senza interruzioni dalle 14 e 30 sino alle 18 e 30!

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Al Mazoom di Desenzano (Chiuso)

Disco fashion, ma di fashion da mettermi quella sera non avevo proprio niente, così, ci sono andato con indosso una tuta da Karate che avevo comperato in un saldo solo perché mi era piaciuta.

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Ancora al Mazoom

Serata post festiva. Il personale più della clientela. Non mi accorgo che mi hanno fotografato. Me lo fa notare il fotografato assieme a me. Come da copione poso la mano sulle perle.

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Ristorante Al Sangon – Moncalieri (TO)

Portava il nome di un fiumiciattolo dal brutto carattere che scorreva lì vicino. Mina cantava Renato – Renato e Cuore la Pavone. A Moncalieri ho comperato il mio primo Oscar Mondadori, una macchina fotografica con un “percussore” da colpo di pistola, e il primo orologio: era un Lanco. Vivevo con le mance. Con il primo stipendio che gli ho mandato, la Cesira si comprò una radio Allochio Bacchini. Dopo tempo rividi il paese ma non la radio; finita al Monte dei Pegni, penso.

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Al matrimonio di Francesca: figlia di amici.

Mancata la Cesira, erano, di fatto, il familiare ricovero di un senza arte e ne parte. Dirli amici, pertanto, è solo riduttivo. Ora che mi riguardo (a 73anni compiuti) non posso non ammettere di sembrare un porta jella.

 

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Con un Rom amoroso

L’avevo conosciuto nel giro della notte. Non mi ha mai chiesto una lira che sia una. Le “amiche” (le culandre) mi dicevano che stavo diventando la cognata degli zingari! In nessun vocabolario si trova “culandre”. Lo direi l’insieme fra cul (sedere) e andro: in relazione con… uomo. Sommando le ipotesi, il significato di “culandra” allora, potrebbe essere quello di sederi in pausa da uomo per mancata e/o mancante relazione. Non mi ricordo se il termine l’ho appreso dalle culandre, o se (spiegazione a parte) girava già.

 

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Fattorino in una ditta di pubblicità

Mi chiamano Flash perché non facevano in tempo a dirmi dove andare che già ero tornato. Durante una cena aziendale mi rifilano il bambino di Pietro: un responsabile della ditta che io chiamavo Piter. Il bambino non sembra particolarmente convinto da quella scelta ma regge la parte: lo faccio anch’io!

 

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Con la Guzzi in Prato della Valle a Padova

Con la Guzzi e un amico di Dolo (la Dolo_rosa per l’ostilità verso la donna) andammo a casa sua. Di ritorno dal giro la Guzzi mi lasciò senza fanale sino a Verona! Giunto nei pressi di Verona città, a causa di una doverosa frenata (non avevo visto i fanalini posteriori dell’auto davanti) derapò sino a farmi appoggiare sulla targa davanti dell’auto che dietro di me aveva frenato di brutto giusto per non investirmi a causa della mia frenata di brutto. Ironia della sorte, un prete. Delle ragazze la preferirono a un Benelli 125 nuovo di bottega! L’amico speranzoso ci stette proprio male! Non ricordo che fine gli feci fare: non all’amico, alla moto.

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La Mary: “amata”, “detestata”, mai dimenticata.

Correva il  1963 mi pare. Mary gestiva il ristorante NSU del Cavallino di Venezia. Io ero Lagunare a s. Nicolò. Per la festa del  reggimento mi spostano nel suo ristorante. A fine naja mi assume. Ci faccio due o tre stagioni, non mi ricordo. Ci lasciamo male, più per problematiche mie che per le sue. Niente di sessuale, naturalmente, anche se una volta m’ha usato per calmare le sue tensioni come ho capito dopo. Pensavo che non stesse bene. No, non ero uno stupido, ma un po’ mona certamente si! Di recente la Mary è venuta a visitarmi: nella mente o in un sogno non ricordo. Mi apparve con il solo volto. Era ritratta in carboncino. Aveva tratti maturi, potenti, e  le labbra rossissime! Mi guardò con l’espressione di chi, mentre si rende conto di aver avuto ragione a pensarla così, si chiede come ha potuto non capirlo meglio e prima. Le labbra rosse della Mary mi dissero, infine, che la sua passione sessuale è ancora viva. Non per me, ovviamente.

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Con una collega del ristorante

Non mi sentii esentato dai doveri d’ufficio ma li ridussi all’amicalità. A parte il timore di farmi capire, per la testa non mi passò altro.

 

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A Borgo Nuovo di Verona

Preso da impossibilità di scelta avevo occupato una casa del Comune a Borgo Nuovo. Le… amiche, diplomarono l’azione concedendomi il nomignolo parafrasato dal  titolo dall’opera di Puccini: La Vitaliana in Algeri. Giusto per dire l’ambito e l’inquilinato: allora totalmente composto dal nostro Sud. Riuscii ad occuparla inventandomi una storia. Mi vestii bene. Andai da un noto ferramenta. Dissi di aver perso le chiavi di casa. Potevano aprirmi la porta? All’epoca non avevo la macchina. L’operaio mi ci portò con la sua: una ottocentoecinquanta sullo sganghèr! Aprì la porta. Mi diede la chiave. Comunicai la faccenda all’Agec e gli spedii un primo affitto: trentamila lire. Era quello che pagava una signora allo stesso pianerottolo. Seguì una faccenda legale: andò avanti. Mi offrirono una seconda casa: indecente. Accettai la terza offerta. Ci abito dal 79. Stavo lavorando solo nei festivi, in quel periodo. Certamente non mi andava di lusso, così, dove non mi assolse la legge, mi assolsi io.

 

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Cameriere al Du Lac di Bardolino

Sono seduto al balcone del ristorante. Di spalle il capo cameriere. Lo sembravo più io, mi dicevano. Ero preso dal barista: un biondino pavese. Non so più quanti caffè ho bevuto pur di continuar a vederlo. Capii di averlo persino nauseato solo quando per analoghi motivi finii nauseato anch’io da una eccessiva insistenza. Correva il 71/72. Io, da nessuna parte: la Gilera doveva ancora venire.

 

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Magazziniere&facchino in una ditta di trasporti

Con colleghi di lavoro sono al Carnevale di Venezia. Secondo il comune intento dovevamo sembrare la Banda Bassotti. Più convincente una trota vestita da crocai. Mi dicevano che portavo i pacchi come si portano i vassoi. Non sembrava un complimento ma non ho sindacato.

 

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Verona – Rione Filippini

Un seminterrato 6×3 con una sola finestrella. Ci sono stato otto anni. L’ho trovata, favorito dalla conoscenza di un veronese: la Simona che a sua volta conosceva un attore mantovano (dello Stabile di Genova) che, guarda caso, avevo conosciuto all’hotel Aleramo di Asti dove ho lavorato come cameriere. In lavanderia non mettevano sigla alla mia roba: l’odore di muffa la rendeva facilmente riconoscibile. In quella casa ho subito una decina di furti e ho subito una pericolosa intossicazione da gas. Non fu mortale proprio per un pelo!

 

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Era l’epoca dei maxi cappotti.

L’avevo in simil velluto: nero. Sembravo un prete. Una professionista che batteva in Stazione lo pensava. Quando mi vedeva si nascondeva perché aveva un figlio al Don Calabria. Temeva ritorsioni. Di maxi avevo anche un soprabito bianco di tela cerata. L’avevo comperato al Coin. Aiutando un’anziana a rialzarsi da una caduta, mi capitò di lasciarlo andare a terra! Il titolare di una verniciatura per auto vide la faccenda. “E pensare che i ghe dise su”, lo sentii dire. Già: pecato chel sia culaton! Lè tanto un bravo ragasso! Storia vecchia: sono sopravvissuto.

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In un ritratto di Giancarlo M. di Este

Aveva ragione la Gabì. La prima volta che mi vide mi riconobbe come Silvio Pellico e le sue prigioni. La Gabì: elegante orefice in Valeggio sul Mincio ucciso da dei nessuno per la vita ma non per la polizia. Gli sia leggera la terra.

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La Gazzabinskaja

Si avvicina il Carnevale di Venezia: decido di esserci. Mi lascio affascinare da un 80×80 di un velluto viola che dicono imperiale. Stupendo per un mantello ma con un 80×80?! Lo compero lo stesso! La sarta ed io cogitiamo un corpetto. Le misure sono bastate per la parte davanti! Si va bè, e mo’? E mo’ ci vuole il resto! Unito resto a resto (non manco di fantasia) è venuto fuori un vestito russo dell’800. Lo strascico sul metro e mezzo. Tanto per restare in tema é in damasco viola con disegni in oro. Mi è costato un capitale! Sconvolto da cotanta nobiltà, il tassista che m’ha portato alla stazione dei treni non riusciva ad accettare l’idea d’aver visto uscire una tal madonna da una casa popolare! Sia come sia parto: ovviamente in prima classe. Giungo a Venezia in una giornata indecentemente invernale. Vestita di solo damasco non vi dico il freddo che ho patito. Per calli andando solo dei giapponesi hanno fatto caso a me. No, adesso che ricordo: a me aveva fatto caso anche un teppistello. Con l’esperienza che già all’epoca mi ritrovavo, figuriamoci se non sapevo riconoscere un soggetto armato da voglie di rapina. Così, col cacchio che sono entrato nei portici dove mi aspettava anticipando il mio passo. Gazzabinskcaja sì, scema no! Almeno, non per quel tanto di poco per il quale m’è piaciuto dargli qualche speranza. Aveva dimenticato, l’illuso, che a Carnevale ogni scherzo vale! Per cena entro in una rinomata osteria. I presenti hanno ripreso ad essere presenti solo quando sono uscito perché non c’era posto. Giunta a Verona, la casa mi aspettava ancora popolare.

(Stesura migliorata nell’Aprile 2021)

“Sans toi ni loi”

“Sans toi ni loi”

Orfanotrofio in via Belzoni a Padova

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Chiesa degli Ognissanti. Faceva parte degli Esposti. Qui ho fatto la Cresima e la Prima Comunione. La Comunione al mattino e la Cresima nel primo pomeriggio. Vescovo di Padova era Monsignor Bortignon: fratone che se ci penso lo rivedo. Finita la funzione c’è stato un party con bacio dell’anello: ametista stupenda. Deve essere cominciata allora la mia dipendenza dagli anelli. Non riscontro la stessa dipendenza dai vescovi. Gli odorava di caffè l’anello, ma più probabilmente la mano. Era la prima volta che odoravo un caffè: non assomigliava per niente a quello che ci davano. Indistinta ingiustizia e differenza che mi sono sempre rimaste nella mente. Qui ho vissuto una delle più grandi tragedie della mia infanzia. La mattina della Comunione, la Norma (assistente sui trenta, manesca, di stopposi capelli, sempre urlante, agitata e agitante) m’ha fatto andare della saponata in bocca. Oddio!!! Lo dico o non lo dico? Ma se lo dico me la rimandano! E se me la rimandano addio festa, addio bell’abito bianco e scarpe nuove! E se la Norma si arrabbia?! E, se mi puniscono? Per farla breve, taccio e vado. Tuoni non ne ho sentito e fulmini non ne ho visti, ma non vi dico i sensi di colpa per quel peccato mortale! Per i peccati mortali mica si scherzava all’epoca! Dicevano che si andasse all’Inferno! Della vita nell’Orfanotrofio, ancora ricordo la suora (statuaria e bella) che ogni tanto, dal magazzino delle meraviglie (che apriva con la vecchia chiave che teneva appesa al fianco) ci rifilava una scatola di latte condensato della Pontificia Opera Assistenza. Ricordo gli orecchioni, i cataplasmi di ittiolo, l’isolamento, e la suora bella ma di animo cattivo che mi assisteva. Ricordo le prime emozioni sessuali, i primi desideri dell’altro, e che senza sapere come, al risveglio mi ritrovavo nel letto di qualcuno. Come ci finivo non lo so. Nel pomeriggio del giorno della comunione venne a trovarmi la Cesira con il Costante che aveva sposato dopo la morte di mio padre. Mi portò sei paste! Vedevo ben diverse sorprese, e ben diversi sorrisi attorno a me. Nel pomeriggio, con la Cesira uscii per un’ora d’aria: andammo verso il centro. Nella vetrina di un negozietto sotto un piccolo portico mi fermai di botto davanti la vetrina. Esponeva tre piccoli elefanti (in scala) di un qualche materiale verde. La Cesira vide la mia curiosità. Mi domandò se li volevo. No, gli dissi: non abbiamo soldi; pedagogiche, quelle paste. Tornarono a Este a piedi e di notte; 33 chilometri da Padova. Avevano perso il treno, aggiunse. Vedo ancora quella vetrina e quello stretto negozio. Come fosse ieri, vedo ancora anche gli elefanti.

ali

Vellai di Feltre – Istituto Beato Bernardino Tomitano – L’Orfanotrofio vecchio.

asepara

ilvecchio

asepara

In una mattinata degli Esposti, con fare misterioso ci caricano in sei su una Fiat 1400 chiusa con un telone. Non le chiamavano pick-up allora. Dopo un viaggio che mi parve eterno, al buio, senza bere niente, vengo scaricato qui davanti. Nella parte più alta della “torre” c’erano le stanze dei preti e l’amministrazione. A sinistra della torre quelle delle suore. La porta a destra era quella della cucina: per tutti, suppongo. Alla destra di quella il nostro refettorio, e in ultima la calzoleria. Sul momento mi sono vergognato delle “sgalmare” (stivaletti con suola di legno) che mi hanno dato al posto delle scarpe, ma d’inverno mi sono ben ricreduto; da morire per il freddo ai piedi, con le scarpe. Sopra il refettorio i nostri dormitori, o meglio, dei grandi solai serviti  solamente da due stufe di coccio, accese sino a che durava il primo carico di legna. Proverbiale l’inverno a Feltre. L’affrontavano (noi orfani) con una coperta di scarsa sostanza, ricordo. Per il freddo. rigido come  un baccalà, prendevo sonno solo quando crollavo. Molto a destra di quanto si vede in questa foto, superata una scalinata si accedeva a un cortile, generalmente usato come campo di calcio: era in terra battuta e non mancavano i sassi. Mi dirigono verso il campo. Salgo le scale e ci arrivo. Da un muretto alla mia destra che non avevo visto colgo una voce. Dice: oh, è arrivata la signorina! Portavo la divisa dell’orfanotrofio di Padova. Un unico in due pezzi, composto da una sorta di calzone corto che mi stava piccolo e stretto (all’epoca generazionali, gli abbigliamenti) e una camicetta, anche quella altrettanto stretta e corta. Il tutto, in una vigogna colorata come leggero caffellatte, e punteggiata da quadratini blu. Tempi di magra anche per lo stile, all’epoca!  Spaesato di tutto e da tanto, che potevo rispondere a quel chierico di indegna chierica? Da quell’indegno (come da tutti i generi di indegnità contro il debole che ero, e che tutti non finiamo mai di essere) mi sono difeso facendomi “autistico”. In quella bolla, non permettevo l’ingresso (come non lo permetto oggi) a niente e a nessuno! Certamente, c’era l’indegno che la superava (come mi succede e ci succede anche oggi) tuttavia, con sempre maggior difficoltà e sempre più raramente. Ora, sono suoni distanti. Provengono da oltre il muro di quella mentale trappa.

ali

Cortile e campo di calcio del collegio

asepara

foto in collegio

asepara

Sono il più alto del gruppo. Come sempre, mi collocano dietro a tutti: in fondo. Dopo che sono uscito da quest’altro Esposti, il chierico spiritualmente indecente che già vi ho presentato, prese gli ordini e andò missionario in Africa. Si chiamava Cantù il diventato prete. Non ricordo come ma, ancora molti anni fa, mi dissero che era stato mangiato da un leone. Di recente sognai il fatto. Di recente si fa per dire. Vidi il leone: era vecchio e spelacchiato. Vidi che in bocca aveva la testa del Cantù. Gli vedevo l’urlo disperato, ma non udii alcun suono durante il brevissimo sogno: non si sente la voce di chi non si sente la vita. Il don Cantù era confratello dell’effeminatissimo don Clelio, poi segretario del vescovo di Belluno dell’epoca. Non che ricevesse tanta corda dal don Clelio, però. Almeno in nostra presenza. Il Clelio, a differenza del Cantù, era amatissimo dai suoi orfani. Del Cantù ricordo ancora la madre: rigida, amara, senza sorrisi, e senza grassi: da nessuna parte. Tornando al cortile: una sassaia!

ali

Sono lo sciagurato che fa le corna all’amico. Ancora non me lo perdono.

asepara

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asepara

Me ne dolgo ancora: si comincia presto ad essere imbecilli. L’adulto in prima fila era il nostro Maestro. Lo ricordo ancora, come ricordo la sua iniziale lezione. Partite da qualsiasi argomento e/o materia, proseguite verso ogni altro argomento e/o materia, e tornate dove avete cominciato! Ci insegnava a pensare per associazioni! Nell’analisi grammaticale e logica sono sempre stato un disastro, ma in quel metodo, molto meno. In quinta ebbi un rifiuto generale verso la scuola, così, decisi di non rispondere più alle interrogazioni. Avevo fatto i conti senza l’oste. L’oste mi pizzicava il braccio, e continuava sino a che rispondevo. All’esame di quinta fui tra i migliori! Se è l’autore delle foto il compagno che si vede appena, eravamo destinati già dai sopranomi che ci eravamo dati a stare sempre assieme: io lo chiamavo Tocio e lui mi chiamava Conicio; e lo siamo stati, almeno sino al giorno della foto, quando, un gesto inconsapevolmente imbecille (in occasioni del genere i più grandi lo facevano) qualcosa s’incrinò. Se mai fosse possibile tornare indietro per chiedergli di perdonarmi, per questo lo vorrei. Se non è lui, lo stesso.

ali

Finite le elementari, finì la mia permanenza a Vellai.

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asepara

Non ho più alibi. Solo angoscia. Ero molto colto in orazioni e riti da messa, ma a zero assoluto con il resto. Venne a prendermi la Cesira. Sul treno a vapore che da Feltre mi portava a Padova ebbi lucida coscienza della mia totale impreparazione circa il vivere. “No so guadagnarme na’ ciopa de pan!”, pensai. Bestemmiai, ricordo! Non ne vado fiero: è andata così. Come volevasi dimostrare, anche qui sono dietro a tutti. Sono capitato alla porta, solo perché passeggiavo nel salone. Indossavo la giacca che mi avevano fatto le suore. Mi dicevano principino da quanto mi stava bene. Anche secondo me, devo dire. Quella giacca rischiò di finir male! Fui scelto dal Cantù per partecipare ad una gara su chi si sporcava meno di zabaione, e sporcava di più l’altro; l’altro la perse, e io persi il regale titolo di principino e la preferenza delle suore. La recuperarono, per fortuna! Ci tenevo alla giacca (blu e di panno) e non ero così sciocco da non prevederne la fine, visto il genere di tenzone. E neanche lo doveva essere il Cantù. Arguisco, allora, che fu maligno! Tipico dei sofferenti da repressa e/o negata identità sessuale. Il prete in prima fila sulla destra è il mio sedotto_seduttore: sedotto, a suo dire, da un bambino, che, direi evidentemente, non vedeva solo così. Della stessa opinione anche i castrati per i loro regni. Qui ci vorrebbe un e a capo. Tornare da capo ci sono riuscito centinaia di volte, ma metterci il punto, qui, non ancora.

ali

In visita da ex allievo. Sono sul cortile davanti al collegio.

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Non ricordo come ho saputo della Festa degli ex Allievi ma ci sono andato. Fu di una tristezza unica. Dopo quell’esperienza non sono tornato verso nessun passato. Ora, già ieri mi è passato remoto. Messo in opera, il palo nella foto era nero con una sorta di cipolla rossa e con un qualcosa di giallo sopra: forse una croce. Non fui sorpreso quando, all’epoca, lo vidi ergersi, imperioso, sul cortile. In un chiarissimo, brevissimo e colorato sogno (praticamente una fotografia) l’avevo già visto mentre stavo in una colonia estiva. Non ricordo dove. Anche in questa foto sembro il patentato da Pirandello.

ali

Don Primo: Direttore della Bella Opera.

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donprimo

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La Bella Opera era il nostro lavoro. Si trattava di imbucare delle lettere con finale richiesta di soldi. Ne ho imbustate a migliaia di quelle storielle, scritte con una calligrafia che doveva essere, si, infantile, ma non gallinacea. La mia lo era, così, la bozza che scrissi non fu usata. Forse perché preso dai compiti tipografia (funzionava tutti i giorni) con noi non aveva incarichi e/o ruoli. Non era particolarmente espansivo, il Don Primo, ma lo stesso non malvisto. Una volta mi confessò. Non so come il mio gomito sia capitato nei pressi del suo inguine, ma lo trovai strano: altro non seguì.

ali

La chiesa dell’Orfanotrofio nuovo

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In stile da capannone. Ho visto quella vecchia solo una volta. Era quasi sempre chiusa perché la truppa non ci stava. Di quella non ho foto. La ricordo piccola, bassa, scura, monasteriale. Ricordo ancora il confessionale che stava alla destra dell’ingresso. Faceva chiesa a sé. Mi sono sempre sentito a disagio in questo scatolone. Pare disegnato da un geometra senza vena. L’altare e quel crocifisso lo vedo adesso. Dall’ultima fila dove stavo regolarmente non è che si vedesse questo granché! Era sempre buia. Come la chiesa d’altra parte, ma allora non sapevo niente.

ali

Panoramica sui monti, sui collegi, su quella stramaledetta salita del viale, e sulla chiesa di Vellai, all’epoca, mille anime di paese impregnato da odor di stalla: eppure ci stava. Del collegio, qui si vede la parte nuova al centro e la parte vecchia alla destra. Davanti alla vecchia la chiesa antica, il cinematografo, la sartoria, e la tipografia per la stampa della Bella Opera: lettere con richieste di aiuto ai benefattori. Non c’ero ai tempi detti dalla cartolina. Nella cartolina rivedo il luogo dove piansi per il niente che ero e sul niente che avevo.

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In famiglia

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L’adottante Cesira: mia madre. Era sul balcone di casa: camera da letto sopra, cucina sotto. Pavimento di mattoni sopra: ballava tutto quando ci camminavo. In cucina imperava un sempiterno odor di polvere: forse perché il pavimento era di tavole non trattate. Diviso da una parete di faesite, nella cucina c’era anche il cesso: un bidone di latta. In camera (forse un 5×4) dormivamo in tre: Cesira, Costantino (parassita marito di seconde nozze) ed io. La finestra della camera aveva dei vetri, trasparenti per esilità oltre che per genere. Pensavo di aver lasciato a Vellai i freddi invernali: mi sbagliavo. La camera dava sulla strada che subito dopo portava al Ponte della Torre Vecchia. L’orologio della Torre (il maledetto) suonava alla mezzora e all’ora! Chissà se il gattino che ha in braccio è lo stesso che disegnava quando (tramite l’amico medium) scriveva a me: poche volte devo dire. Indossa la vestaglia di quando “l’andava a mastèi” cioè, a lavare la biancheria nei mastelli di altri. Aveva i cappelli nerissimi e abbondanti. Non ho mai saputo perché mi abbia adottato. E’ anche vero che non gliel’ho mai chiesto. Vero è che non mi è mai stato un problema.

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Cesira sotto una pergola

Questa, è ancora mia madre con un bambino. Non ho mai saputo chi sia, e neanche se ero io. Dietro questa foto c’é scritto un mistero. La calligrafia è della Cesira. La trascrivo com’è: spaventiti di questa. La hanno fata a casa nostra. la fata Bepi Cavalaro e Bruti… Nell’angolo a sinistra, ha scritto: come la tua… ma qui la foto è tagliata. Dal tenore della scritta arguisco una qualche tragedia: almeno per quei tempi. La vigna della foto mi pare quella della zia Maria: sorella che abitava alla Lupia (o Luppia) di Saletto. La zia Maria (segalina, sempre vestita di nero, disponibile al sorriso) era sposata con un padre_padrone. Mi capitava di vederlo,  davanti al caminetto, seduto su una sedia alta e grande fatta di legno e paglia. Era presente anche quando non lo era: lo ricordo ancora. Lavorava come stradino. Non l’ho mai sentito parlare. Quand’era in casa non doveva volare una mosca! Più che una casa era una colonica. Davanti aveva un grande cortile di mattoni. Davanti al cortile una grande vigna. Alla sinistra della casa, la stalla con sopra il fienile e il ricovero dei mezzi: di fronte c’era la porcilaia. Alla destra della casa un paio di campi: dietro anche. Per gli occhi e le fantasie di un bambino circoscritte dalla vie di Este, quei campi erano giungle di misteri. Sono passato davanti a quella casa molti anni dopo: c’era ancora; raso e arido tutto il resto! Ho pianto.

cesira

Mia madre con un bambino

In questa foto, Cesira ci sta come se mi avesse adottato solo lei. E l’adottante Luigi? Non ricordo come e quando ho trovato questa foto. Fra le carte di Cesira, immagino. Solo dopo la sua morte, immagino. Vista la misura delle orecchie che mi ritrovo, e viste quelle del bambino, direi che sono io.

Luigi. padre adottivo

Luigi: padre adottivo.

E’ fotografato con la divisa coloniale.  Di mio padre ricordo come fosse ieri una sua premura. Con un suo amico mi aveva portato al Farinelli (di Este) a vedere un film con il tenore Mario Lanza. In quel film cantava La serenata del somarello. Non ricordo nulla del film ma non ho mai dimenticato la travolgente canzone. Più di un qualcosa non mi torna se accosto il Luigi premuroso con il Luigi in divisa coloniale. Chi dei due è veramente il Luigi che a dire della Cesira faceva il muratore all’Utita, e che morì a causa dell’appendicite?

Stesura migliorata nell’Aprile 2021

Spirito è ciò che anima

neocapoverso

Anima è ciò che si anima. Ciò che si anima è vita.  Lo Spirito è l’anima della vita. Nella Natura, la Cultura anima la vita, animata dalla forza dello Spirito. La forza dello Spirito è la vita della Natura. La vita dello Spirito è la potenza della Cultura. Lo Spirito è la forza della vitalità della Natura che corrisponde con la vita della sua Cultura. Lo Spirito essendo forza è condizione di vita ma non pone condizioni alla sua forza per non condizionare la vita. Lo Spirito è la forza e la potenza della vita che ha originato la sua forza e la sua potenza.

aneogrigia

Lo Spirito è vita

tanto quanto il Fare                              corrisponde all’Essere

aneogrigia

Lo Spirito è Calibro della Natura che forma

Arbitro della Cultura                           Giudice della vita

della forma                                               che si forma

in ragione dello stato della corrispondenza fra Natura e Cultura.

aneogrigia

 In ragione dello stato della corrispondenza fra

Natura

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Cultura                                                                            Spirito

aneogrigia

Lo Spirito è Calibro perché misura la forza

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Arbitro                                                                                Giudice

perché decide l’uso della forza                              perché valuta l’uso della forza

aneogrigia

 Perché agiti dal loro bene

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dal loro vero                                 e                             dal loro giusto

gli stati trinitari della vita tendono all’unitario.

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Raggiungono l’unitario tanto quanto vivono il loro stato con la stessa misura di forza (vitalità della Natura) e di potenza: vita della Cultura.

aneogrigia

In quello che sente della sua forza e della sua potenza ognuno è lo spirito che può

Può diversamente solo gravando la sua Natura

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difficoltando la sua Cultura                                    esaltando o deprimendo

il suo Spirito

aneogrigia

Il Principio della vita (l’Immagine) non può non essere che l’assoluta unità fra i suoi stati.

asepara

bottonerosso

Il raggiungimento dell’unità fra gli stati è permesso dalla mediazione fra gli stati. Si può dire, pertanto, che il Principio è Paracleto sino dal suo principio. Se così non fosse, nel Principio della vita non vi sarebbe equità fra gli stati. Una mancata equità fra gli stati del Principio non permette il raggiungimento dell’unità nel suo stato. Per quanto ciò sia nella vita al Principio somigliante, ciò non può essere nella Vita che ha principiato il suo principio, la vita:

1 per la Natura

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1 per la Cultura                                                             1 per lo Spirito

aneogrigia

 Nell’immagine del Principio la vita è assoluta relazione fra i suoi stati. Un assoluto ricongiungimento fra gli stati del Principio può originare solamente il massimo valore del suo stato: UNO

bottonerosso

aneogrigia

Gli stati dell’immagine somigliante a quella del Principio raggiungono la stessa misura di vita tanto quanto il suo Spirito media fra forza e potenza.

Poiché, vita, è corrispondenza di stati in tutti e fra tutti gli stati

lo Spirito mediatore fra gli stati non può non essere che uno Spirito mediato dagli stati della vita che media.

Nell’essere mediato mediatore degli stati che media lo Spirito trinitario_unitario è leggero tanto quanto la sua forza (vitalità nella Natura) corrisponde con la sua potenza: vita della sua Cultura.

aneogrigia

 Lo Spirito guida secondo lo stato di tre emozioni

Depressione

triangolo

Esaltazione                                                                                Pace

asepara

Depressione

Errore verso ciò che siamo per difetto delle informazioni che riguardano il Corpo, indipendentemente se vere, false, erronee, o solo temute.

Esaltazione

Errore verso ciò che sappiamo, per eccesso delle informazioni che riguardano la Conoscenza, indipendentemente se vera o erronea, o solo bramata.

Pace

Stato della quiete naturale, culturale, e spirituale

fra ciò che sente il Corpo

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conosce la Mente                                                 prova lo Spirito

Vi è pace, tanto quanto la forza della vita e della vitalità non patisce dissidi fra Natura e Cultura.

L’assenza del Dissidio conseguente alla presenza della Pace permette alla vita di perpetuare sé stessa senza male naturale e spirituale da errore culturale.

aneogrigia

 La misura dello Spirito non può essere maggiore della conoscenza (o l’opposto)

se non ponendo dissidio fra gli stati della vita

Natura per quello che siamo

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Cultura per quello che sappiamo                  Spirito per quello che sentiamo

Poiché, vita, è stato di infiniti stati di vita, così, anche le tre voci della guida dello spirito sono lo stato di infiniti stati di vita, o secondo il caso, di meno vita in presenza del dissidio.

Dissidio è il delirio della mente che brancola fra errore e dolore.

Uno spirito scisso e scindente per mancata mediazione non permette l’integra corrispondenza di forza fra Natura  e  Cultura.

aneogrigia

 Su questo piano della vita

la mediazione è generalmente sentita come il subito compromesso culturale fra

ciò che siamo

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ciò che sappiamo                         e                         ciò che sentiamo

Il compromesso è mediazione subìta. La mediazione è compromesso accettato

La nostra verità è compromesso condiviso.

aneogrigia

 Vi è chi maggiora l’Essere compensando la Natura, o la Cultura, o lo Spirito (e, quindi, la vita) di maggior vitalità in uno o l’altro stato. Ad esempio:

7 per la Natura

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3 per la Cultura                                           9 per lo Spirito

L’identità in esempio ha usato il suo massimo spirito per rafforzare il corpo ma in maniera minore la conoscenza. Mancando la corrispondenza di valore fra i suoi stati, mancherà nella sua facoltà mediatrice.

aneogrigia

La Natura che grava

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 la Cultura                                                           dell’Essere

entra in sofferenza con sé e/o con altro da sé. Lo stesso se l’esalta.

aneogrigia

 E’ dolore fisico, il giudizio di male che una Cultura da alla sua Natura. E’ dolore culturale il giudizio di errore che una Cultura da a sé stessa. E’ dolore spirituale il giudizio di male che uno Spirito da alla sua forza.

Se è pur vero che il dolore afferma la sua verità in ogni lingua, altrettanto è vero che la voce della Natura (il Bene in ogni lingua) cura il peso della sofferenza, ricordando che

lo Spirito è medico quando

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la temperatura della mente                          ha gli stessi gradi del corpo.

aneogrigia

In quello che sente della sua forza e della sua potenza ognuno è lo spirito che può. Può diversamente solo gravando

la sua Natura

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difficoltando la sua Cultura                                    esaltando o deprimendo

il suo Spirito

aneogrigia