Come questa ma beige

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Come questa ma beige la macchina americana che ho visto in un tardo pomeriggio del collegio di Vellai. Accanto alla macchina un’anziana signora vestita di nero. Si appoggiava al bastone da passeggio. Era targata MI, la macchina. Ho pensato di Milano anche la signora. Sarà una benefattrice, mi sono detto. Ne capitavano. L’autista non c’era. Mi è parso strano. Tranquilla, la signora dava l’idea di aspettarlo. Come se sapesse dov’era. Come se sapesse perché. Come ci fosse abituata. Ci siamo guardati, la signora ed io. Chissà cosa ha visto in un ragazzino in giro per il cortile d’ingresso al Collegio. Per quale motivo non me lo ricordo più. Avrà visto un soggetto da adottare? Un soggetto da escludere? Un’orfanità da compensare? Ai benefattori e alle benefattrici, capita. La staticità del volto di quella donna non mi suggeriva altre ipotesi. Ricordo il mio ritorno in classe. Nella mia pur desiderando altro: confusamente.

apenna

Lettera ad una madre

Ho scritto questo letterone quando non ero ancora proprietario di un pensiero culturalmente gestitibile In data Marzo 2020 ho alleggerito qualche punto. Temo, però, che la parte “scientifica” sia ancora con_fusa con l’intuitiva. Prima o poi  ne verrò a capo.

apenna

In ragione del nostro Spirito, siamo principi di vita: corrispondenza di stati fra Natura, Cultura., e Spirito Lo possiamo essere per la sola Natura qualora si origini un corpo, per la sola Cultura qualora si origini informazioni; per il solo Spirito qualora si origini forza. Ma, vita, è lo stato della corrispondenza fra infiniti stati di vita. Pertanto, anche dove si origini solamente Natura, o solamente Cultura, o solamente Spirito, comunque, indirettamente quando non direttamente, non si può non originare vita.

Io non sono stato un padre naturale. Tuttavia, comunicando le informazioni che hanno permesso a più di una vita di trovare parti della sua, posso dire di essere stato padre culturale. Siccome ciò che ho permesso ha dato forza a quella vita, posso ulteriormente dire di essere stato anche padre spirituale. Non solo. Per dare le informazioni che hanno dato forza, non ho potuto non accogliere la vita a cui l’ho data. Siccome l’accoglienza è il principio naturale, culturale e spirituale della donna, per questo posso dire di essere stato anche madre. Siccome vita è anche lo stato di infiniti stati di vita che si origina dalla corrispondenza fra la determinazione maschile e l’accoglienza femminile, non ti dico, infine, quante figure parentali, maschili e/o femminili, sono stato di volta in volta.

Questa multiforme proprietà dell’essere non è solo mia. A differenza di altri, ne sono solamente più cosciente. La determinazione naturale, culturale e, dunque, di vita, rende maschio l’ uomo. L’accoglienza naturale e la determinazione culturale e, dunque, di vita, rende femmina la donna. L’uomo non può non accogliere culturalmente ciò che ha determinato. In questo senso è anche culturalmente femmina. Se non lo è, non gestisce e partorisce, culturalmente e spiritualmente, la vita che ha deciso di proiettare. Così, la donna non può non determinare su ciò che vi è da accogliere. Se non lo fa, non proietta da sé la vita che ha accolto. Proiettandola, invece, è anche culturalmente maschio.

L’insieme della corrispondenza fra determinazione ed accoglienza, conforma la sessualità: maschile nell’uomo se sarà prevalentemente determinante, femminile nella donna se sarà prevalentemente accogliente. Ma, vita è lo stato di infiniti stati di vita. Allora, nello stato sessuale di prevalenza, (maschile e/o femminile) sia nell’uomo che nella donna si dirameranno dei secondari stati sessuali: gusti in amore e/o in amare. Quando questi gusti segnano la persona al punto da formarne l’identità, si hanno delle ulteriori figure sessuali: le cosiddette “diversità”. Il Principio della vita è il bene della Natura. Per corrispondenza di stati, il bene della Natura, diventa il vero nella Cultura ed il Giusto nello Spirito. Pertanto, siamo normali a noi stessi e nei confronti della vita sino al Principio, tanto quanto non si origina del male: dolore nella Natura, errore nella Cultura ed esaltazioni o depressioni nella forza della vita.

Sia nei confronti della vita personale, famigliare e sociale, il male, è mancanza di vita e, dunque, mancanza verso la Vita. Per questo, non può essere norma di vita. Allora, indipendentemente dalla sessualità, anormali alla vita sono quelli che coscientemente perseguono il male. Per quanto sostengo, lo stato della corrispondenza fra stati naturali, culturali e spirituali fra le due famiglie, (la personale e la sociale), dice quanto esse sono reciprocamente normali sia verso sé stesse che verso il Principio della vita.

Il Principio della vita è la vita che ha originato la vita. Non lo dico con altro nome, vuoi perché sarebbe invano, vuoi perché sarebbe vano. Qualora vi sia della vita, (individuale, famigliare quanto sociale), che diverge dal Principio della vita, (sia nella vita propria che nella vita altra, il principio della Vita sta nel comunicare vita in tutti e fra tutti gli stati della vita), non la vita in questione lo allontana, ma (tanto quanto coscientemente vuole ciò che lo separa dal gruppo di principio culturale) da sé quella si allontana.

Il soggetto che si allontana, (coscientemente o no che sia), decidendo di essere parte per sé stesso, necessariamente, diventa estraneo a quello di origine tanto quanto non vi corrisponde più. Prendere atto della separazione da estraneità può essere abbastanza “semplice”, ma, non tanto nell’attuarla. Vuoi per situazioni economiche, vuoi per altri vincoli. Fra questi (in chi si è separato) la paura di affrontare le inevitabili conseguenze che sono nelle sue scelte. Accertare in chi stia la paura (debolezza che indica la personalità non ancora strutturata) e in chi (volente o nolente) stia la passiva accettazione da comunque normalizzato  non è mica tanto semplice. Non tanto per il sentire, quanto per il capire su quanto si sente. Che fare in questi casi? Direi tornando da capo, al principio della vita.

E il principio della vita è la Natura. Non sapremmo il concetto culturale di piacere e/o di dolore se la Natura, il corpo, non ce lo facesse sentire. Ciò che noi si sente, dunque, è informazione tanto quanto ciò che si sa, ma, a fronte di una cultura in confusione, la Natura non lo è mai. Infatti, essa sente il dolore e/o il piacere anche quanto la sua Cultura non sempre la sa nominare o sa riconoscerne le cause.

Ho detto prima che il dolore è male da errore. Ecco così, che anche non sapendo l’errore, comunque il dolore te ne segna la presenza. Al punto, ogni qual volta i corrispondenti non sappiano e/o vogliano far cessare il dolore da cause esterne (nondimeno interne) facendo cessare i dissidi da errore, non solo ciò rende giusta la separazione ma ne segnala la necessità.

Per perpetuare la sua vita e la vita, l’ uomo determina la Cultura femminile penetrandone la Natura. Il carattere che si origina dalla comunione fra la potenza del suo corpo, della sua mente e della forza della sua vita è detta virilità. Quando questo carattere è offeso da una opposizione, l’uomo si separa da ciò che offende il piacere datogli dal suo sé, appunto, la penetrazione – determinazione – proiezione dei suoi principi. Per farlo, non ci mette che il tempo di pensarlo. La cosa è ben diversa per la donna. Non tanto per il rapporto carnale fra madre e prole, quanto perché il principio della donna, (indole culturale e spirituale, naturale o comunque indotta che sia) è l’accoglienza, non la determinazione.

L’accoglienza comporta la presenza di una remissività spirituale che, oltre che la fisica, conforma quella mentale. La remissività spirituale, (cosa ben diversa dalla passività spirituale in quanto la remissività è attiva perché implica la volontà di esserlo), è l’ulteriore motivo per cui una donna si separa molto difficilmente dalla vita e/o da degli stati di vita che ha accolto. Data la determinazione come carattere e piacere maschile, l’uomo è una forza proiettiva. Diversamente, data l’accoglienza come carattere e piacere femminile, la donna è conservante più che proiettiva.

Essendo prevalentemente conservatrice, non può non conseguirne che i tempi di elaborazione delle informazioni della donna sono più lunghi di quelli dell’uomo. I diversi tempi dell’orgasmo sessuale confermerebbero quanto sostengo sui diversi modi di affrontare la vita dell’uomo e della donna.

Quando per motivi personali e/o sociali una donna non può non separarsi dalla vita che ha originato perché accolto, può anche vivere la divisione con un dolore che può giungere a colorarsi di colpa. Il Senso della Colpa, si origina dalla somatizzazione di una depressione nella forza della vita: lo spirito. Questa depressione può avere infinite cause. Fra le prevalenti: dei dubbi circa il ruolo di femmina, (per quanto riguarda l’accoglienza naturale dell’uomo), e/o di donna per quanto riguarda l’accoglienza culturale, sempre dell’uomo. I dubbi su di sé e/o i rifiuti dell’accoglienza naturale, quanto culturale e spirituale dell’uomo, (amante, marito e padre) rischiano di ombrare la qualità dell’accoglienza della prole verso chi l’ha principiata. L’ombratura da incertezza può originare dei rifiuti: totali o parziali che sia.

Ogni successivo atto riparatore su quell’incertezza potrebbe renderti soggetta a ricatti affettivi: ricatti di maggior presa tanto quanto si basano (o li basi) su sensi di colpa. Una mente che entra in questo girone di dubbi e/o di ricatti, rischia di non venirne più fuori! Pertanto, fermiamo le macchine! E’ ben vero che potresti anche essere la sciagurata che ha tradito tutto e tutti, ma, di te, (come di tutti), si può dire anche vero, che la Vita si è servita della tua, per poter dettare a tuo figlio il problema che deve risolvere: trovare sè stesso/a. Allora, dove starebbe la colpa da separazione, dal momento che potresti anche essere un messaggero della vita che separa ma per diversamente unire? Nel dubbio, credo sia giusto rimandare i processi su di noi a quanto potremo capire di più, non prima. Se il farlo prima non ci da che dolore, allora, nel processo che ci facciamo non ci può essere verità, in quanto il dolore, comunque, segna l’errore.

Luglio 2006

Tratti . Ritratti . Autoritratti

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Bar Aurora di Este

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Non c’è più da decenni. Avrò avuto 18 anni, forse 19. Quando l’ho visto trasformato in una drogheria con pretese di modernità mi si è stretto il cuore: non si finisce mai di morire. Al tempo della foto avevo 18 anni, mi pare. La titolare mi aveva in forte antipatia e me ne ha fatto passare di cotte e di crude. Antipatia che anni dopo avrei riconosciuto nei soggetti avioprivi. Sia nel senso di avio maschile che, latente o no, di quello femminile. Pasta d’uomo il titolare, anche se non mi ha mai messo in regola. Ha insistito perché prendessi la patente, però. M’ha fatto fare pratica con la sua 600. L’aveva appena comperata: 600 o 800 mila lire, non ricordo. La patente l’ho pagata 40 mila lire. Percepivo otto mila lire alla settimana. Pagato tutte le settimane. Per via di buste paga, sognarsele. Va bé! Non si pub avere tutto! Di fronte al Bar, ogni tanto, dalla pensione al Cavallino Rosso (anche Casino si mormorava)  giungeva qualche richiesta. Nelle serate d’inverno, il più delle volte, brulè che dovevano arrivare bollenti. Pesante, il vassoio e drammatico il passo fra il dover andar velocemente, e il non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso non ci sono più: larghe, con scalini di pietra da lavare a varechina. Entravo nel salone. Aria di chiuso, un tavolo da una parte, e mi pare, un paio di poltrone. Dava l’idea di non esser mai stato usato: era lì. Alla sinistra, la porta della cucina/sala da pranzo. Attorno al tavolo, uomini, donne, e disagi. Niente delle donne diceva il mestiere. Famigliare l’abbigliamento, e le personalità. Nulla degli uomini diceva il desiderio. Dei padri fuori casa. Se ci fosse capitata la Merlin, avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Scendevo dalle scale con un senso di liberazione. Vuoi, perché fuori non c’era più l’odore di stantio di quella cucina, vuoi perché non dovevo più darmi risposte. Vuoi perché avevo paura di possibili domande. Ricordo i pomeriggi domenicali con il bar strapieno di ragazzi e ragazze. Sino al martirio subii le lacrime sul viso di Bobby Solo: ininterrottamente e per mesi! Alternative? Zero!

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Al Mazoom di Desenzano (Chiuso)

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Disco fashion, ma di fashion da mettermi quella sera non avevo proprio niente, così, ci sono andato con indosso una tuta da Karate che avevo comperato in un saldo solo perché mi era piaciuta. Si dice che l’abito non fa il monaco, come una tuta non fa un karateka, ma è vero solo per quelli che hanno bisogno di riconoscersi, o come “monaco” e/o come “abito”.

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Ancora al Mazoom

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Serata post festiva. Poche le streghe. Il personale più della clientela. Non mi accorgo che mi hanno fotografato. Me lo fa notare il fotografato assieme a me. Come da copione poso la mano sulle perle.

apenna

Ristorante Al Sangon – Moncalieri (TO)

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Non so se ci sia ancora. Portava il nome di un fiumiciattolo dal brutto carattere che scorreva lì vicino. Mina cantava Renato, Renato, e la Pavone, La partita di pallone. A Torino festeggiavano il centenario dell’Unità d’Italia. A Moncalieri ho comperato il mio primo Oscar Mondadori, il primo orologio: era un Lanco. Vivevo con le mance. Con il primo stipendio che gli ho mandato, mia madre si è comperata un Allochio Bacchini.  Non ricordo d’averla mai vista sorridere, ma quella volta si. Non si sa le volte che ho pulito i vetri in cambio di fette di torta avanzate dai matrimoni: storia vecchia l’origine del mio diabete. Non ricordo se le foto dicono due periodi diversi, o se diversa l’apparenza nello stesso periodo. All’epoca, di mio c’era ben poco da ricordare: di più da dimenticare.

apenna

Sono al matrimonio di Francesca: figlia di amici.

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Amici è dire senza far capire. Mancata la Cesira, erano, di fatto, il familiare ricovero di un senza arte e ne parte. Dirli amici, pertanto, è solo fortemente riduttivo. Ora che mi riguardo a 73anni compiuti non posso non ammettere di sembrare un porta jella.

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Con un Rom amoroso

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Non mi ha mai chiesto una lira che sia una. L’avevo conosciuto nel giro della notte. Le “amiche” mi dicevano che stavo diventando la cognata degli zingari. Che lingua, le culandre! In nessun vocabolario si trova “culandre”. Lo direi l’insieme fra cul (sedere) e andro come in andropausa.  Il significato di “culandre” quindi, potrebbe essere quello di sederi non occupati. In ambito omosessuale è nota la malignità dei sederi non occupati. Non mi ricordo se il termine l’ho inventato io, o se girava già fra le culandre.

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Fattorino in una ditta di pubblicità

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Mi chiamano Flash perché non facevano in tempo a dirmi dove andare che già ero tornato. Durante una cena aziendale mi rifilano il bambino di un responsabile della ditta: Pietro ma lo chiamavo Piter. Della decisione non sembra particolarmente convinto. Neanch’io, ma reggiamo la parte. Come con i fiori, anche con i bambini non ho empatia. Non capisco i loro bisogni, e se li capisco, non so come attuarli o quanto devo o non devo. Sarà perché mi ricordo, si, di essere stato piccolo, ma mai bambino. Al più, minore. Condizione che non smise tanto presto.

apenna

In Prato della Valle a Padova

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Con la Guzzi e un amico di Dolo: la Dolo_rosa dall’ostilità verso la donna. Mi lasciò senza fanale (non l’amico) da Dolo sino a Verona! A causa di una doverosa frenata (non avevo visto i fanalini dell’auto davanti) derapò sino a farmi appoggiare sulla targa dell’auto del frenatore dietro di me. Ironia della sorte, un prete. Aveva un suo carisma quella moto. Delle ragazze la preferirono al un Benelli 125 nuovo di bottega! Il suo proprietario ci stette proprio male! Non ricordo che fine gli feci fare.

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La Mary: “amata”, “detestata”, mai dimenticata.

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Correva il  1965, mi pare. Mary gestiva il ristorante NSU del Cavallino di Venezia. Io ero Lagunare a s. Nicolò. Per la festa del  reggimento mi spostano nel suo ristorante. A fine naja mi assume. Ci faccio due o tre stagioni, non mi ricordo. Ci lasciamo male, più per problematiche mie che per le sue. Niente di sessuale, naturalmente, anche se una volta m’ha usato per calmare le sue tensioni come ho capito dopo. Pensavo che non stesse bene. No, non ero uno stupido, ma (sia pure a giudizio del di poi) un po’ mona certamente si! Di recente la Mary mi venne a visitare: in sogno o nella mente non ricordo. Mi apparve in bianco e nero, di tratti maturi ma potenti, e con le labbra rossissime! Mi guardò, come si considera chi, solo ora si vede com’è, non come ci era sembrato! Nel volto della Mary ho letto che una qualche idea su di me se l’era fatta anche in vita da tanto non manifestò delusione. Gli lessi inoltre, sia il compiacimento di chi ha azzeccato un’opinione, che l’incredulità per averla messa in forse. A causa di desideri non vissuti (non esclusi i passionali) è capitato a tutti, penso, di domandarsi: ma come cavolo ho fatto a pensarci! Anche la Mary l’ha pensato, tuttavia. mostrando disincanto. Le labbra rosse della Mary mi dissero, infine, che la sua umana passione è ancora viva.

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Con una collega del ristorante

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Non mi sentii esentato dai doveri d’ufficio ma li ridussi all’amicalità. A parte il timore di farmi capire, per la testa non mi passò proprio altro.

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A Borgo Nuovo di Verona: casa dolce casa.

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Preso da impossibilità di scelta avevo occupato una casa del Comune. Venivo da un seminterrato del Rione Filippini. Le… amiche, diplomarono l’azione concedendomi un nomignolo parafrasato dal  titolo dall’opera di Puccini: La Vitaliana in Algeri. Giusto per dire l’ambito e l’inquilinato: allora totalmente composto dal nostro Sud. Riuscii ad occuparla inventandomi una storia. Mi vestii bene. Andai da un noto ferramenta. Dissi di aver perso le chiavi di casa. Potevano aprirmi la porta? Si. All’epoca non avevo la macchina. L’operaio mi ci portò con la sua: una ottocentoecinquanta sullo sgangher! Aprì la porta. Mi diede la chiave. Comunicai la faccenda all’Agec e gli spedii un primo affitto: trentamila lire: era quello che pagava una signora allo stesso pianerottolo. Seguì una faccenda legale: andò avanti. Mi offrirono una seconda casa: indecente. Accettai la terza offerta. Ci abito dal 79. Stavo lavorando solo nei festivi, in quel periodo. Certamente non mi andava di lusso, così, dove non mi assolse la legge, mi assolsi io.

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Cameriere al Du Lac di Bardolino

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Ora, scuola alberghiera mi hanno detto. Sono seduto al balcone del ristorante. Di spalle il capo cameriere. Lo sembravo più io, mi dicevano. Ero preso dal barista. Non so più quanti caffè ho bevuto pur di vederlo continuamente. Era nauseato dal mio interesse. Mai espresso, devo dire. Lo capii solo dopo anni. Correva il 71/72 mi par di ricordare. Io, da nessuna parte. La Gilera doveva ancora venire.

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Magazziniere&facchino in una ditta di trasporti

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Con colleghi di lavoro sono al Carnevale di Venezia. Secondo il comune intento dovevamo sembrare la Banda Bassotti. Più convincente una trota vestita da crocai. Mi dicevano che portavo i pacchi come si portano i vassoi. Non sembrava un complimento ma non ho sindacato.

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Verona – Rione Filippini

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Un seminterrato 6×3 con una sola finestrella. Ci sono stato otto anni. L’ho trovata, favorito dalla conoscenza di un veronese: la Simona (odontotecnico con attrezzi in casa) che a sua volta conosceva un attore mantovano, (dello Stabile di Genova) che avevo conosciuto all’hotel Aleramo di Asti dove lavoravo come cameriere. In lavanderia non mettevano sigla alla mia roba perché la riconoscevano dall’odore di muffa. In quella casa ho subito una decina di furti. Qui ho rischiato una fatale intossicazione da gas. Qui ho cominciato a vivermi. Non dalla sera alla mattina, ovviamente, tanto è vero che alla sola vista fui chiamato Silvio Pellico e le sue prigioni dalla Gaby: orefice in Valeggio, ucciso da ingiustificabili imbecilli! Erano tante, grosse, e, evidentemente per la Gaby (di rara intelligenza) tutte in superficie ma non superficiali, le mie prigioni.

apenna

Era l’epoca dei maxi cappotti

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inmaxi

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L’avevo in simil velluto: nero. Una professionista che batteva in Stazione pensava che fossi un prete. Quando mi vedeva si nascondeva perché aveva un figlio al Don Calabria. Temeva ritorsioni. Di maxi avevo anche un soprabito bianco di tela cerata. L’avevo comperato al Coin. Sudavo, quando l’indossavo! Non ci passava un filo d’aria! Aiutando un’anziana a rialzarsi da una caduta, mi capitò di lasciarlo andare a terra! Il titolare di una verniciatura per auto vide la faccenda. “E pensare che i ghe dise su”, lo sentii dire. Già: l’è tanto un bravo ragassooo, pecato chel sia culaton! Storia vecchia! Sono sopravvissuto.

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In un ritratto di Giancarlo M. di Este

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Dicendomi Silvio Pellico e le sue prigioni la Gabì aveva riconosciuto quello che non avevo ancora capito pur vivendole.

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La Gazzabinskaja

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Si avvicina il Carnevale. Decido di esserci. Mi lascio affascinare da un 80×80 di uno scampolo di velluto viola che dicono imperiale. Stupendo per un mantello ma con un 80×80?!! Lo compero lo stesso! La sarta ed io cogitiamo un corpetto. Le misure sono bastate per la parte davanti! Si va bè, e mo’? E mo’ ci vuole il resto! Unito resto a resto (non manco di fantasia) è venuto fuori un vestito russo dell’8oo. Lo strascico sul metro e mezzo. Tanto per restare in tema, é in damasco viola con disegni in oro. Mi è costato un capitale! Già da casa abbigliato, parto per Venezia. In prima classe, ovviamente! Non come maschera sono andato per irte calli, ma come chi va a vedere le maschere. “Vestita di voile e di chiffon” non vi dico il freddo che ho patito. In Giappone devo avere qualche foto. Sconvolto da cotanta grazia, il tassista che m’ha portato alla stazione di Verona (non ci crederete ma si è girata!) non riusciva ad accettare l’idea d’aver visto una nobildonna uscire da una casa popolare. A Venezia arrivo e vado. Non ci faceva caso nessuno. Per cena entro in una rinomata osteria. I seduti (direi di botto!) hanno tacitato ogni cucchiaio, ogni commento in punta di forchetta. Bloccati! Non c’era posto. Non trovarne é il mio destino. Tornando alla stazione, un mona in cerca di chissà che m’ha seguito a lungo. Figuriamoci se non so riconoscere un teppistello, ma lo stesso, concedendo e togliendo, m’è piaciuto dargli qualche speranza: a Carnevale ogni scherzo vale. Col cacchio, però, che sono entrato nei vicoli dove mi aspettava anticipando il mio passo. Gazzabinskcaja sì, scema no! Non per quel tanto di poco. A Verona la casa mi aspettava: popolare ancora. Avendo famigli come da vestito, farei frustare la fotografa! La qualità della foto è indecente!

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“Sans toi ni loi”

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Orfanotrofio in via Belzoni a Padova

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Chiesa degli Ognissanti. Faceva parte degli Esposti. Qui ho fatto la Cresima e la Prima Comunione. La Comunione al mattino e la Cresima nel primo pomeriggio. Vescovo di Padova era Monsignor Bortignon: fratone che se ci penso lo rivedo. Finita la funzione c’è stato un party con bacio dell’anello: ametista stupenda. Deve essere cominciata allora la mia dipendenza dagli anelli. Non riscontro la stessa dipendenza dai vescovi. Gli odorava di caffè l’anello, ma più probabilmente la mano. Era la prima volta che odoravo un caffè: non assomigliava per niente a quello che ci davano. Indistinta ingiustizia e differenza che mi sono sempre rimaste nella mente. Qui ho vissuto una delle più grandi tragedie della mia infanzia. La mattina della Comunione, la Norma (assistente sui trenta, manesca, di stopposi capelli, sempre urlante, agitata e agitante) m’ha fatto andare della saponata in bocca. Oddio!!! Lo dico o non lo dico? Ma se lo dico me la rimandano! E se me la rimandano addio festa, addio bell’abito bianco e scarpe nuove! E se la Norma si arrabbia?! E, se mi puniscono? Per farla breve, taccio e vado. Tuoni non ne ho sentito e fulmini non ne ho visti, ma non vi dico i sensi di colpa per quel peccato mortale! Per i peccati mortali mica si scherzava all’epoca! Dicevano che si andasse all’Inferno! Della vita nell’Orfanotrofio, ancora ricordo la suora (statuaria e bella) che ogni tanto, dal magazzino delle meraviglie (che apriva con la vecchia chiave che teneva appesa al fianco) ci rifilava una scatola di latte condensato della Pontificia Opera Assistenza. Ricordo gli orecchioni, i cataplasmi di ittiolo, l’isolamento, e la suora bella ma di animo cattivo che mi assisteva. Ricordo le prime emozioni sessuali, i primi desideri dell’altro, e che senza sapere come, al risveglio mi ritrovavo nel letto di qualcuno. Come ci finivo non lo so. Nel pomeriggio del giorno della comunione venne a trovarmi la Cesira con il Costante che aveva sposato dopo la morte di mio padre. Mi portò sei paste! Vedevo ben diverse sorprese, e ben diversi sorrisi attorno a me. Nel pomeriggio, con la Cesira uscii per un’ora d’aria: andammo verso il centro. Nella vetrina di un negozietto sotto un piccolo portico mi fermai di botto davanti la vetrina. Esponeva tre piccoli elefanti (in scala) di un qualche materiale verde. La Cesira vide la mia curiosità. Mi domandò se li volevo. No, gli dissi: non abbiamo soldi; pedagogiche, quelle paste. Tornarono a Este a piedi e di notte; 33 chilometri da Padova. Avevano perso il treno, aggiunse. Vedo ancora quella vetrina e quello stretto negozio. Come fosse ieri, vedo ancora anche gli elefanti.

apenna

Vellai di Feltre – Istituto Beato Bernardino Tomitano – L’Orfanotrofio vecchio.

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ilvecchio

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In una mattinata degli Esposti, con fare misterioso ci caricano in sei su una Fiat 1400 chiusa con un telone. Non le chiamavano pick-up allora. Dopo un viaggio che mi parve eterno, al buio, senza bere niente, vengo scaricato qui davanti. Nella parte più alta della “torre” c’erano le stanze dei preti e l’amministrazione. A sinistra della torre quelle delle suore. La porta a destra era quella della cucina: per tutti, suppongo. Alla destra di quella il nostro refettorio, e in ultima la calzoleria. Sul momento mi sono vergognato delle “sgalmare” (stivaletti con suola di legno) che mi hanno dato al posto delle scarpe, ma d’inverno mi sono ben ricreduto; da morire per il freddo ai piedi, con le scarpe. Sopra il refettorio i nostri dormitori, o meglio, dei grandi solai serviti  solamente da due stufe di coccio, accese sino a che durava il primo carico di legna. Proverbiale l’inverno a Feltre. L’affrontavano (noi orfani) con una coperta di scarsa sostanza, ricordo. Per il freddo. rigido come  un baccalà, prendevo sonno solo quando crollavo. Molto a destra di quanto si vede in questa foto, superata una scalinata si accedeva a un cortile, generalmente usato come campo di calcio: era in terra battuta e non mancavano i sassi. Mi dirigono verso il campo. Salgo le scale e ci arrivo. Da un muretto alla mia destra che non avevo visto colgo una voce. Dice: oh, è arrivata la signorina! Portavo la divisa dell’orfanotrofio di Padova. Un unico in due pezzi, composto da una sorta di calzone corto che mi stava piccolo e stretto (all’epoca generazionali, gli abbigliamenti) e una camicetta, anche quella altrettanto stretta e corta. Il tutto, in una vigogna colorata come leggero caffellatte, e punteggiata da quadratini blu. Tempi di magra anche per lo stile, all’epoca!  Spaesato di tutto e da tanto, che potevo rispondere a quel chierico di indegna chierica? Da quell’indegno (come da tutti i generi di indegnità contro il debole che ero, e che tutti non finiamo mai di essere) mi sono difeso facendomi “autistico”. In quella bolla, non permettevo l’ingresso (come non lo permetto oggi) a niente e a nessuno! Certamente, c’era l’indegno che la superava (come mi succede e ci succede anche oggi) tuttavia, con sempre maggior difficoltà e sempre più raramente. Ora, sono suoni distanti. Provengono da oltre il muro di quella mentale trappa.

apenna

Cortile@Campo di calcio del collegio

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foto in collegio

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Sono il più alto del gruppo. Come sempre, mi collocano dietro a tutti: in fondo. Dopo che sono uscito da quest’altro Esposti, il chierico spiritualmente indecente che già vi ho presentato, prese gli ordini e andò missionario in Africa. Si chiamava Cantù il diventato prete. Non ricordo come ma, ancora molti anni fa, mi dissero che era stato mangiato da un leone. Di recente sognai il fatto. Di recente si fa per dire. Vidi il leone: era vecchio e spelacchiato. Vidi che in bocca aveva la testa del Cantù. Gli vedevo l’urlo disperato, ma non udii alcun suono durante il brevissimo sogno: non si sente la voce di chi non si sente la vita. Il don Cantù era confratello dell’effeminatissimo don Clelio, poi segretario del vescovo di Belluno dell’epoca. Non che ricevesse tanta corda dal don Clelio, però. Almeno in nostra presenza. Il Clelio, a differenza del Cantù, era amatissimo dai suoi orfani. Del Cantù ricordo ancora la madre: rigida, amara, senza sorrisi, e senza grassi: da nessuna parte. Tornando al cortile: una sassaia!

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Sono lo sciagurato che fa le corna all’amico. Ancora non me lo perdono.

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elementari

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Me ne dolgo ancora: si comincia presto ad essere imbecilli. L’adulto in prima fila era il nostro Maestro. Lo ricordo ancora, come ricordo la sua iniziale lezione. Partite da qualsiasi argomento e/o materia, proseguite verso ogni altro argomento e/o materia, e tornate dove avete cominciato! Ci insegnava a pensare per associazioni! Nell’analisi grammaticale e logica sono sempre stato un disastro, ma in quel metodo, molto meno. In quinta ebbi un rifiuto generale verso la scuola, così, decisi di non rispondere più alle interrogazioni. Avevo fatto i conti senza l’oste. L’oste mi pizzicava il braccio, e continuava sino a che rispondevo. All’esame di quinta fui tra i migliori! Se è l’autore delle foto il compagno che si vede appena, eravamo destinati già dai sopranomi che ci eravamo dati a stare sempre assieme: io lo chiamavo Tocio e lui mi chiamava Conicio; e lo siamo stati, almeno sino al giorno della foto, quando, un gesto inconsapevolmente imbecille (in occasioni del genere i più grandi lo facevano) qualcosa s’incrinò. Se mai fosse possibile tornare indietro per chiedergli di perdonarmi, per questo lo vorrei. Se non è lui, lo stesso.

apenna

Finite le elementari, finì la mia permanenza a Vellai.

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Non ho più alibi. Solo angoscia. Ero molto colto in orazioni e riti da messa, ma a zero assoluto con il resto. Venne a prendermi la Cesira. Sul treno a vapore che da Feltre mi portava a Padova ebbi lucida coscienza della mia totale impreparazione circa il vivere. “No so guadagnarme na’ ciopa de pan!”, pensai. Bestemmiai, ricordo! Non ne vado fiero: è andata così. Come volevasi dimostrare, anche qui sono dietro a tutti. Sono capitato alla porta, solo perché passeggiavo nel salone. Indossavo la giacca che mi avevano fatto le suore. Mi dicevano principino da quanto mi stava bene. Anche secondo me, devo dire. Quella giacca rischiò di finir male! Fui scelto dal Cantù per partecipare ad una gara su chi si sporcava meno di zabaione, e sporcava di più l’altro; l’altro la perse, e io persi il regale titolo di principino e la preferenza delle suore. La recuperarono, per fortuna! Ci tenevo alla giacca (blu e di panno) e non ero così sciocco da non prevederne la fine, visto il genere di tenzone. E neanche lo doveva essere il Cantù. Arguisco, allora, che fu maligno! Tipico dei sofferenti da repressa e/o negata identità sessuale. Il prete in prima fila sulla destra è il mio sedotto_seduttore: sedotto, a suo dire, da un bambino, che, direi evidentemente, non vedeva solo così. Della stessa opinione anche i castrati per i loro regni. Qui ci vorrebbe un e a capo. Tornare da capo ci sono riuscito centinaia di volte, ma metterci il punto, qui, non ancora.

apenna

In visita da ex allievo. Sono sul cortile davanti al collegio.

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Non ricordo come ho saputo della Festa degli ex Allievi ma ci sono andato. Fu di una tristezza unica. Dopo quell’esperienza non sono tornato verso nessun passato. Ora, già ieri mi è passato remoto. Messo in opera, il palo nella foto era nero con una sorta di cipolla rossa e con un qualcosa di giallo sopra: forse una croce. Non fui sorpreso quando, all’epoca, lo vidi ergersi, imperioso, sul cortile. In un chiarissimo, brevissimo e colorato sogno (praticamente una fotografia) l’avevo già visto mentre stavo in una colonia estiva. Non ricordo dove. Anche in questa foto sembro il patentato da Pirandello.

apenna

Don Primo: Direttore della Bella Opera.

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donprimo

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La Bella Opera era il nostro lavoro. Si trattava di imbucare delle lettere con finale richiesta di soldi. Ne ho imbustate a migliaia di quelle storielle, scritte con una calligrafia che doveva essere, si, infantile, ma non gallinacea. La mia lo era, così, la bozza che scrissi non fu usata. Forse perché preso dai compiti tipografia (funzionava tutti i giorni) con noi non aveva incarichi e/o ruoli. Non era particolarmente espansivo, il Don Primo, ma lo stesso non malvisto. Una volta mi confessò. Non so come il mio gomito sia capitato nei pressi del suo inguine, ma lo trovai strano: altro non seguì.

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La chiesa dell’Orfanotrofio nuovo

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In stile da capannone. Ho visto quella vecchia solo una volta. Era quasi sempre chiusa perché la truppa non ci stava. Di quella non ho foto. La ricordo piccola, bassa, scura, monasteriale. Ricordo ancora il confessionale che stava alla destra dell’ingresso. Faceva chiesa a sé. Mi sono sempre sentito a disagio in questo scatolone. Pare disegnato da un geometra senza vena. L’altare e quel crocifisso lo vedo adesso. Dall’ultima fila dove stavo regolarmente non è che si vedesse questo granché! Era sempre buia. Come la chiesa d’altra parte, ma allora non sapevo niente.

apenna

Panoramica sui monti, sui collegi, su quella stramaledetta salita del viale, e sulla chiesa di Vellai, all’epoca, mille anime di paese impregnato da odor di stalla: eppure ci stava. Del collegio, qui si vede la parte nuova al centro e la parte vecchia alla destra. Davanti alla vecchia la chiesa antica, il cinematografo, la sartoria, e la tipografia per la stampa della Bella Opera: lettere con richieste di aiuto ai benefattori. Non c’ero ai tempi detti dalla cartolina. Nella cartolina rivedo il luogo dove piansi per il niente che ero e sul niente che avevo.

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In famiglia

Cesira, il gatto, la casa.

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L’adottante Cesira: mia madre. Era sul balcone di casa: camera da letto sopra, cucina sotto. Pavimento di mattoni sopra; ballava tutto quando ci camminavo. In cucina il pavimento era di tavole. Forse per questo vi imperava un sempiterno odor di polvere. Nella camera (forse un 5×4) dormivamo in tre: la Cesira, il Costantino (parassita marito di seconde nozze) ed io.

La finestra in camera aveva dei vetri, trasparenti per esilità oltre che per genere. Pensavo di aver lasciato nel collegio di Vellai i freddi invernali: mi sbagliavo. Smettevo di battere i denti solo quando cedevo sonno. La camera dava sulla strada che subito dopo portava al Ponte della Torre. C’era l’orologio su quella Torre. Suonava alla mezzora e all’ora, il maledetto! Quando la Cesira si poté permettere l’affitto di una stanza adiacente solo per me, la vidi sorridente: fu una delle poche volte. Anche la miseria fa polvere. Per non respirarla bisogna tener chiuse le labbra ed è quello che faceva la Cesira. Solo per questo non sorrideva quasi mai. In cucina, diviso da una parete di faesite c’era il cesso: un bidone di latta. La casa dava sul Bisatto. Nessun pesce si è mai lamentato delle aggiunte. Di quel bidone devo avere ancora i segni i segni sul sedere! Di certo, nei ricordi. Ha un gattino in braccio: bianco e nero. Chissà se è lo stesso gattino che disegnava, quando, per mezzo di un medium, comunicava con me per scrittura automatica. Poche volte devo dire: non era una ciaccolona! Parlava se necessario: sotto questo aspetto gli somiglio. Indossa la vestaglia di quando “l’andava a mastèi” cioè, a lavare la biancheria a casa d’altri. Aveva i cappelli nerissimi e abbondanti. Non ho mai saputo perché mi abbia adottato. E’ anche vero che non gliel’ho mai chiesto. Vero è che non mi è mai stato un problema.

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Cesira sotto una pergola

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Questa, è ancora mia madre con un bambino. Non ho mai saputo chi sia, e neanche se lo ero io. Risposte zero. Dietro questa foto c’é scritto un mistero. La calligrafia è della Cesira. La trascrivo com’è: spaventiti di questa. La hanno fata a casa nostra. la fata Bepi Cavalaro e Bruti… Nell’angolo a sinistra, ha scritto: come la tua… ma qui la foto è tagliata. Dal tenore della scritta, arguisco una qualche tragedia.

Almeno per quei tempi. Sembra la scritta di una donna che dice all’uomo che l’ha messa incinta e poi abbandonata: spaventiti… di quello che hai fatto: a me pare evidente. Per tale supposizione, non credo di essere io quel bambino, anche se le orecchie me lo fanno pensare: sono le mie. Non ho mai avuto fratelli, e né sono stato il fratellastro di un figlio naturale. Arguisco, quindi, che gli sia mancato un figlio proprio, e che abbia adottato me. Si può arguire anche dell’altro, ma non sento il caso di piantar ulteriori badili su antiche fosse. Ripensandoci: è vero che sono stato adottato a sei mesi, quindi, quel bambino potrei essere io, ma, allora, quale, il senso della frase dietro la foto? Osservando bene la foto che segue vedo ben vestita sia la Cesira che il bambino. Strano! Da che ricordo, l’ho sempre vista povera, non, con possibilità come sembrerebbe. La Cesira era originaria di S. Urbano, in provincia di Padova. Nella foto stavamo sotto una vigna. Forse della casa di famiglia, o forse della zia Maria: sorella che abitava alla Lupia (o Luppia) di Saletto. La zia Maria (segalina, sempre vestita di nero, disponibile al sorriso) era sposata con un uomo (ovviamente) dagli atteggiamenti padronali: lo ricordo ancora. Lavorava come stradino. Quand’era in casa non doveva volare una mosca! Più che una casa era una colonica. Davanti aveva un grande cortile di mattoni. Davanti al cortile una grande vigna. Alla sinistra della casa, la stalla con sopra il fienile e il ricovero dei mezzi.  La porcilaia di fronte. Al lato opposto della casa un paio di campi: dietro anche. Per gli occhi e le fantasie di un bambino, circoscritte nella vie di Este, era un paradiso! Ci sono passato davanti molti anni dopo. La casa c’era ancora: raso al suolo tutto il resto! Credo di aver pianto.

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Mia madre con un bambino

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cesira

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In questa foto, Cesira ci sta come se mi avesse adottato solo lei. E l’adottante Luigi? Assente destinatario perché era in Africa? Bellissime le mani della Cesira. Non sono ancora quelle rovinate dalla soda usata per lavare i panni a domicilio. Non so chi sia quel bambino. Cesira non me l’ha mai fatta vedere. Assieme alle altre, l’ho trovata (non ricordo come) dopo la sua morte. Vista la misura delle orecchie che mi ritrovo, e viste quelle del bambino, direi che sono io.

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Luigi: padre adottivo.

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Luigi. padre adottivo

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E’ fotografato con la divisa coloniale.  Di mio padre ricordo come fosse ieri una sua premura. Con un suo amico mi aveva portato al Farinelli (di Este) a vedere un film con il tenore Mario Lanza. In quel film, Lanza cantava La serenata del somarello. Non ricordo nulla del film ma non ho mai dimenticato la travolgente canzone.

All’uscita del cinema mi chiese se avevo freddo. Devo avergli risposto di si perché m’ha messo la sua giacca sulle spalle. In questi giorni (12/2019) m’è venuto in mente che voleva farmi suonare il violino! Sul volto della Cesira lessi il mio spavento. Più o meno in quell’epoca pativo delle cadute dal letto. L’avevo vicino a un comò. Ci finivo sotto, forse perché attirato dal profumo dei biscotti fatti in casa che Cesira poneva nel primo cassetto. In un caso mi svegliai quando mia madre venne a tirarmi fuori. Mentre mi riportava al mio, vidi che c’era un uomo nel suo letto: quello della foto. Dopo quella volta non ho più nessun ricordo del Luigi: sparito! Del Luigi, la Cesira mi disse solo due cose: che faceva il muratore all’Unita, e che morì a causa dell’appendicite. Di ambo i casi non ho alcun ricordo.

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IMPATTI DI VERITA’ . Aforismi

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“Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce” quando la ragione ha dei silenzi che il cuore non conosce.

apenna

La voce della coscienza è l’eco della propria

Con il tempo ci accorgiamo che la vita non è sempre bella per poter essere vera, e non è sempre vera per poter essere bella.

L’Omosessualità culturale e spirituale non ragiona secondo sedere: vissuto complemento oggetto anche per i diversi.

La passione è una verità naturale. L’amore è una verità culturale. A ragio veduta, l’amare.

Il bello cerca l’approvazione. Il brutto l’accantona.

C’è chi tratta la parola come una femmina da fottere. C’è chi tratta la parola come una Donna da sposare.

In Amore, l’affine Cultura scosta la diversità posta dalla Natura.

Nell’amare non esiste la diversità: gli interessi non hanno sesso.

Nella vanità, i grandi vanti diventeranno grandi rimpianti.

La Divisa, è filtro per i violenti, alibi per i folli, cura per i depressi, armatura per gli ideali.

Il dolore ha i fiori che cura il giardiniere.

afrecce

Credo nella Rivoluzione che programma i tempi dell’Evoluzione.

Il compromesso è un contratto subìto. La mediazione è un compromesso voluto.

Vi è intossicata dipendenza quando siamo incapaci di volere quello che pure sappiamo.

Il pensiero politico è come la figura che si forma nel caleidoscopio: cambia forma appena lo muovi.

I giusti pastori precedono il gregge con_fusi con il gregge.

Quando ragioniamo sulla prostituzione dovremmo farlo come sanno gli agricoltori: ai
campi, è necessario anche il liquame.

La repressione della sessualità è come una valigia. Più negazioni contiene e più è faticoso chiuderla.

Vi sono amanti come certe nubi. Promettono, promettono, ma non piove mai.

In nessun spot del capitale è scritto che la Persona è un anima centrale.

La verità e la muffa prima o poi emergono da ogni costruzione

afrecce

La verità è come la matematica. La rifiuta chi non l’impara a sua misura.

Diventa saggio chi vive la sua conoscenza. Diventa colto chi la marmorizza.

La Persona emerge nella piena forma mano a mano la sua figura si deforma.

La vita è l’armadio dove la sessualità nasconde i suoi scheletri

Le figure che si reputano belle si aspettano di essere gratificate. Le non belle
non perdono tempo. ?

La vita non è orto SOLAMENTE per broccoli. Edita

Chi si aspetta reverenza dalla riconoscenza falsifica la gratitudine.

Chi vive delegando vive compiacendo. 

La vita è come la pioggia. Non chiede al campo se necessita d’acqua.

L’amore è ciò che resta dopo aver vissuto la passione.

afrecce

L’illusione è prodotta dalla mente che vede falò anche nei fatui.

La bellezza è l’arte dell’amore della giustizia per la verità.

Coscienza, è il sacrario delle parole che attendono la carne.

L’amore è l’estratto conto dell’opinione.

La durata del per sempre è vera solo in chi dice di non fumare fra una sigaretta e l’altra.

Nella voglia di potere siamo l’asino che addenta la carota davanti il muso.

La crisi nei giovani è cominciata quando abbiamo mummificato l’età

La verità è come la luna. E’ possibile vederla tutta solo nelle carte.

Il dubbio in amore, invalida l’orgasmo del corpo, della mente, del cuore.

Vi è corrispondente incontro fra bellezza e verità tanto quanto si congiungono
nello stupore che non sa darsi.

afrecce

Le mani vuote di ogni potere non temono alcun potere.

Se non si mette in discussione, la voce della coscienza è solo l’eco della
soggettiva conoscenza.

Intelligenza: guardiano senza manette della follia.

Si inizia a morire quando si cessa di aspirare perché si inizia a sospirare.

La stranezza è il fiore dei giardini incolti.

Se non sperimentata, ogni verità è parzialmente vera.

I “diversi” fanno sono l’antidepressivo per quelli che non si sanno “eguali”.

La bellezza è un tocco di verità. Non è eguale per tutti.

I Leader sono specchi per ombre in cerca di sostanza.
Molto, ma molto raramente una parola è nuova. Il silenzio, sempre.

afrecce

Pensare che un’idea sia vera perché l’amiamo riduce ogni confronto a una sfida all’ultima voce.

Per favorire la biofobia l’hanno chiamata eterosessualità.

Nessuna definizione contiene tutto ciò che definisce. Non per questo non sono intelligenti, ma per questo sono cretine.

Vedo il voler essere famosi come il tentativo di chi vuole uscire da un sé
vissuto come “fossa”: illusione di chi non si rende conto che nessuno ci esce
per sempre.

Abbiamo perso il senso di onore, mano a mano abbiamo sostituito la ricerca di verità con la ricerca di opportunità.

La sigaretta è l’ancora che ancora un’emozione, e come tutte le ancore, ferma.

L’amicizia è come un motore in folle. Si attiva, quando si innesta la marcia
necessaria.

Nella gelosia , vi è l’identificazione di chi non sa quale amante temere, e vi è il possesso di chi non sa quale proprietà temere.

afrecce

La letizia, è quello stato di vita, che nell’acqua ti tiene a galla, non perché sai nuotare, ma perché confidi nella legge di Archimede.

Chi ama due persone nello stesso tempo, ama, in due, ciò che totalmente non ha in uno.

Gli ideali fuori dal calice sono pani senza lievito.

Non è vero che non esiste l’amicizia. E’ vero che mangiamo secondo fame, gusto, e non sempre alla stessa tavola.

In democrazia la vera voce del popolo è l’aritmetica.

La saggezza cessa ogni qualvolta la mente va in pensione.

E’ cattivo insegnante quello che bacchetta gli alunni? Se a farlo è la vita, no.

L’amore è corrispondenza fra simili. Il sesso, non necessariamente.

L’amore ha il volto di chi si specchia.

La vita è come una macedonia. Inevitabile per la mela, sapere anche di banana.

afrecce

La passione bolle l’acqua. L’amore la tiene calda.

La sessualità è come la scarlattina. Immunizza solo chi la vive.

Quando il sesso tira la mente non fa lira.

Le citazioni dei famosi sono fosse dove la saggezza altrui riprende fiato.

Nulla imbambola l’intelletto come una speranza oltre ragione.

Sbagliamo in amore quando la speranza ci seduce più della ragione

Il sorriso è il teatro dove gli occhi recitano più facilmente dell’anima.

Religione, è ciò che resta della vita dopo averla schedata.

Filosofia è quello che resta della ragione dopo la biopsia.

Cavallo che tira mica si vende.

afrecce

Anche in amore non resta a piedi chi viaggia con ruota di scorta.

L’intelligenza è furbizia che conosce. La furbizia è intelligenza che truffa.

Mio, in amore, è il virus di un prossimo dolore.

La maturità che nega la sua giovinezza dimentica come si è cibata sino a prima.

La passione non porta mutande.

L’odio è frustrata fame di potere.

Canta che ti passa. Non raccogliere se pesa.

La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita.

L’amore è via. Il discernimento è guida.

Per sentire la ghianda è necessario farsi quercia.

afrecce

Non c’è amante che diventi talmente arte da rendere infedele un artista.

Chi dice agli altri che bisogna ridere anche di sé stessi, sotto – sotto si
aspetta che nessuno glielo ricordi.

La forza dell’imbecillità è nel silenzio dei conoscenti.

Invidia è parente povera della capacità.

Quando in amore vi è espressa sofferenza, amputare è meglio che mendicare.

Sulle ferite in amore ogni balsamo diventa un sale.

In amore non ci sono vincitori. Ci sono amanti.

Per toglierci di torno le piattole, nulla funziona meglio della sincerità.

Demo-fascismo, è carattere psichico della voce di un popolo. Può diventare il
carattere politico della voce di uno Stato.

afrecce

Si chiama Arte, l’opera dell’ostrica che produce la perla per difendersi dal
dolore procurato da una scoria.

Nella conoscenza scindiamo l’amore dalla passione mano a mano ci rendiamo conto di non poter avere ideale e reale nello stesso soggetto.

A vent’anni, l’arroganza si chiama ignoranza. Più avanti, paura.

Il prevalere della conservazione sulla produzione, è segno di declino nella
persona, nello stato, nella vita.

Una esasperata ricerca della salute può rendere ancora più facile il vivere ma anche più difficile il finire.

Fa piacere l’amore delle chiese, ma se è un amore imposto cosa lo distingue da uno stupro?

Ufo, è anche il disco dove carichiamo tutto quello che, deresponsabilizzando, rendiamo oggetti non identificati.

Solo gli spiacevoli rivendicano il diritto di non essere ipocriti. Gli altri
sanno tacere o sanno parlare.

E’ razzista chi difende la propria miseria. Non è razzista chi si difende dalla propria miseria.

Il tempo che usiamo per invidiare i valori altrui, sarebbe meglio occuparlo per mettere in invidia i nostri.

afrecce

La ragione è sempre la potenza della forza, purché non sia debole la ragione,
perché allora la ragione si serve della forza.

Di quello che si sono tolto, i Castrati per il Regno dei Cieli possono amare
solo quello che è loro rimasto: la ferita.

Le vie della vita sono infinite. Se ci passa vita, nessuna è sbagliata.

L’Uomo può elevarsi al divino, ma bisogna crederLo molto basso per poter
immaginare di averLo raggiunto.

Dire per libertà civile é poter sputare sul piatto altrui. Dire per civile
libertà é rifiutarsi di farlo.

Ricorda a grani sciolti la storia che non evoca il dolore di ciò che ha in
memoria

Ogni foglia vibra a sé stessa

L’umanità’ che determina ciò che gli è relativo ma non ha più bisogno di chiesa.

La libertà è di chi ama le sue manette.

Ciò che è neutro verso la vita non gli è ostile ma neanche amorevole; è come una bagna cauda servita fredda.

Penso alla mente del “saggio” come penso ad un letamaio; formata da errori, è vero, eppure, messa sul campo, concima i tempi.

afrecce

Si comincia a morire quando si cessa di aspirare perché si inizia a sospirare.

Intelligenza: guardiano senza manette della follia. Follia: tutto quello che
esce dall’intelligenza ma non entra nel giudizio.

Vita si nasce. Nel tutto si diventa.

Bisognerebbe abituarsi a non avere per non doversi abituar a rinunciare.

La speranza è ultima a morire quando la ragione è ultima a capire.

Un commento è d’arte quando brilla di luce propria.

La ragione del silenzio: nessun potere durerà più di me.

La forza dell’Io è proporzionale all’indipendenza verso l’altro/a, e/o verso
cosa propria come no.

La vita è tutto un tagliar cordoni. Si comincia con quello della nascita, e sicontinua per ogni rinascita.

Se la vita è ha spicchi come un’arancia, ciò vuol dire che il nostro destino è anche nello spicchio vicino.

afrecce

Si solleva dalla terra delle bestie chi si rende conto di essere addomesticabile.

Il dolore è necessario maestro di vita, purché non ne diventi il boia.

La Ragione è carsica.

Il senso della colpa è croce da temere ma anche maestro da seguire.

Si può parlare di tossicodipendenza, quando una domanda di suprema emozione ha solamente il si come risposta.

Non è vero che non esiste l’amicizia. E’ vero che bisogna cambiare l’acqua ai fiori.

Il sorriso è by pass per la vita ferma al cuore.

Siamo unici tanto quanto diversi e diversi tanto quanto unici.

Nella ricerca della verità il dubbio è croce ma cireneo il discernimento.

E’ meglio vivere con paura che non vivere per paura.

afrecce

La felicità esiste ed è come un bagno in acqua sempre calda. Infelicità, è bagnarci il cuore prima del dito.

Se la saggezza vedesse oltre la speranza sarebbe questa l’ultima a morire.

Il dolore è tesi della violenza e antitesi della giustizia.

Non è difficile essere felici. Basta che qualcuno voglia la tua felicità.

Quando ferma la speranza la presunzione ferma la vita.

Diventiamo possessivi quando siamo insicuri del bene dell’altro, o non sicuri di essere il bene dell’altro. Diventiamo gelosi, quando non siamo sicuri della verità dell’altro, o non sicuri di essere il vero dell’altro.

Dove non si fa in modo che bambini innocenti crescano come uomini innocenti,
come distinguere chi sarà il carnefice di altri, da chi è la vittima di altri, o
il carnefice di sé?

Il monaco mi ricorda il guerriero che lascia il campo di battaglia per fare
l’attendente del capitano.

Quando il futuro è scuro, rinascere è futuro.

Aspira a te stesso o aspira del fumo.

Sotto la spinta di piccoli strappi alla deroga crollano anche le dighe.

afrecce

Il dubbio in amore invalida l’orgasmo del corpo, della mente, del cuore.

Il silenzio è l’officina dove la mente lavora, è la stanza dove riposa, è il
luogo dove risiede.

La fantasia è frizione indispensabile ai diversi.

Quando la notte è piccolina abbiamo troppo sonno o troppe attese.

L’ammissione dell’errore è uscita di sicurezza da ogni incendio.

La paranoia è malattia della mente nei derubati dalla fiducia.

Il silenzio è il porto delle parole in burrasca.

Le storie sono il cibo che l’anima giovane digerisce quando non lo è più.

Si può dire che è amore quando non usa manette.

Chi ama ciò che sa più di ciò che è, scende alla penultima stazione.

afrecce

Come per i girasoli, la vita si alimenta dove si volge.

Un ideale è lume o paralume.

Il sesso è una foglia che cela una voglia di soglia.

La mente che precede i passi vede il futuro ma non i sassi.

Il piacere in amare sta al piacere in amore come una corrente prima dell’interruttore.

La violenza scalda i muscoli quando fonde la ragione.

Quando il sesso è insufficiente la ragione è deficiente.

La notte è coperta che copre dei forse.

Una comunione di vita che compensi un non – amore di sé, non è un amore; è il mutuo soccorso fra un medico ed una medicina.

Il mondo andrà meglio quando a morire ultima sarà la ragione.

afrecce

Siamo diversi perché noi stessi o perché no.

Il sesso è la colla che attacca l’amante all’amore.

In arte il dolore crea bellezza come il ladro favorisce il mercato.

L’amore è come il Dorato paese. Lo raggiunge chi non bada a spese.

L’identità del represso sessuale è come una valigia. Più negazioni ci mette
dentro e più fatica a chiuderla.

Discernere sulla forza violenta, discenda da Destra come da Sinistra, è come
farlo con la merda. Impossibile non puzzare per la mente che ci prova.

Chi o cosa fissa l’arbitrio determina come maschio chi l’accoglie come femmina.

Ama in modo indipendente chi non delega ad altro e/o ad altri l’amore di sé.

Giorno dopo giorno aspettando un giorno.

Non è difficile perdere l’amante. Basta volerlo formare a nostra immagine e
somiglianza.

afrecce

Quando la ragione è orba alla vita, il sesso è cataratta che orba la ragione.

La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa.

Ogni pensiero d’amore ha stati di paura. Ogni paura ha stati di speranza.  L’irragionevole speranza disattiva la paura. Solo resta, un respiro da  pozioni.

O cerchiamo la vita che amiamo, o viviamo quella che troviamo. (Huxley&Perdamasco)

Coscienza è il sacrario delle parole che attendono la carne.

La fede sorge da una speranza di verità, non, dalla conoscenza della verità.

L’amore è l’amante che insegna. L’amante è l’amore che impara.

La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita.

Diventa saggio chi vive la sua conoscenza. Diventa colto chi la memorizza.

La Donna emerge nella piena forma man mano il contenitore si deforma.

La vita è l’armadio dove la sessualità nasconde i suoi scheletri.

afrecce

Le figure che si reputano belle si aspettano di essere gratificate. Le non belle non perdono tempo.

Se ne faccia una ragione il normalizzato. La vita non è orto per broccoli.

Chi si aspetta reverenza dalla riconoscenza pone freno alla gratitudine.

Chi vive delegando vive compiacendo

La vita è come la pioggia. Non chiede al campo se necessita d’acqua.

L’amore è ciò che resta dopo aver pulito l’amare.

L’illusione è prodotta dalla mente che vede falò anche i fatui.

La bellezza è l’arte dell’amore della giustizia per la verità.

Coscienza, è il sacrario delle parole che attendono la carne.

L’amore è l’estratto conto dell’opinione.

afrecce

La durata del per sempre è vera solo in chi dice di non fumare fra una sigaretta e l’altra.

Nel nostro senso di potere siamo come l’asino che tira il carro perché vuole addentare la carota che gli hanno messo davanti il muso.

La crisi nei giovani è cominciata quando abbiamo mummificato l’età

La verità è come un’arancia davanti gli occhi. Per vederla tutta, la vista deve far il giro dell’arancia.

Vi è corrispondente incontro fra bellezza e verità tanto quanto si congiungono nello stupore che non sa darsi.

Le mani vuote di ogni potere non temono alcun potere.

Se non si mette in discussione, la voce della coscienza è solo l’eco della soggettiva conoscenza.

Intelligenza: guardiano senza manette della follia.

Si inizia a morire quando si cessa di aspirare perché si inizia a sospirare.

La stranezza è il fiore dei giardini incolti.

Se non sperimentata, ogni verità è parzialmente vera.

afrecce

I “diversi” fanno da antidepressivo per quelli che non si sanno “eguali”.

La bellezza è un tocco di verità. Non è eguale per tutti.

I Leader sono specchi per ombre in cerca di corpo.

Molto, ma molto raramente una parola è nuova. Il silenzio, sempre.

Pensare che un’idea sia vera perché l’amiamo riduce ogni confronto a una sfida all’ultima voce.

Per favorire la biofobia l’hanno chiamata eterosessualità.

Nessuna definizione contiene tutto ciò che definisce. Non per questo non sono intelligenti, ma per questo sono cretine.

Vedo il voler essere famosi come il tentativo di chi vuole uscire da un sé vissuto come “fossa”: illusione di chi non si rende conto che nessuno ci esce per sempre.

Abbiamo perso il senso di onore, mano a mano abbiamo sostituito la ricerca di verità con la ricerca di opportunità.

La sigaretta è l’ancora che ancora un’emozione, e come tutte le ancore, ferma.

afrecce

L’amicizia è come un motore in folle. Si attiva, quando si innesta la marcia necessaria.

Nella gelosia , vi è l’identificazione di chi non sa quale amante temere, e vi è il possesso di chi non sa quale proprietà temere.

La letizia, è quello stato di vita, che nell’acqua ti tiene a galla, non perché sai nuotare, ma perché confidi nella legge di Archimede.

Chi ama due persone nello stesso tempo, ama, in due, ciò che totalmente non ha in uno.

Gli ideali fuori dal calice sono pani senza lievito.

Non è vero che non esiste l’amicizia. E’ vero che mangiamo secondo fame, gusto, e non sempre alla stessa tavola.

In democrazia la vera voce del popolo è l’aritmetica.

La saggezza cessa ogni qualvolta la mente va in pensione.

E’ cattivo insegnante quello che bacchetta gli alunni? Se a farlo è la vita, no.

L’amore è corrispondenza fra simili. Il sesso, non necessariamente.

afrecce

L’amore ha il volto di chi si specchia.

La vita è come una macedonia. Inevitabile per la mela, sapere anche di banana.

La passione bolle l’acqua. L’amore la tiene calda.

La sessualità è come la scarlattina. Immunizza solo chi la vive.

Quando il sesso tira la mente non fa lira.

Le citazioni dei famosi sono fosse dove la saggezza altrui riprende fiato.

Nulla imbambola l’intelletto come una speranza oltre ragione.

Sbagliamo in amore quando la speranza ci seduce più della ragione

Il sorriso è il teatro dove gli occhi recitano più facilmente dell’anima.

Religione, è ciò che resta della vita dopo averla schedata.

afrecce

Filosofia è quello che resta della ragione dopo la biopsia.

Cavallo che tira mica si vende.

Anche in amore non resta a piedi chi viaggia con ruota di scorta.

L’intelligenza è furbizia che conosce. La furbizia è intelligenza che truffa.

Mio, in amore, è il virus di un prossimo dolore.

La maturità che nega la sua giovinezza dimentica come si è cibata sino a prima.

La passione non porta mutande.

L’odio è frustrata fame di potere.

Canta che ti passa. Non raccogliere se pesa.

La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita.

afrecce

L’amore è via. Il discernimento è guida.

Per sentire la ghianda è necessario farsi quercia.

Non c’è amante che diventi talmente arte da rendere infedele un artista.

Chi dice agli altri che bisogna ridere anche di sé stessi, sotto – sotto si aspetta che nessuno lo dica a lui.

La forza dell’imbecillità è nel silenzio dei conoscenti.

Invidia è parente povera della capacità.

Quando in amore vi è espressa sofferenza, amputare è meglio che mendicare.

Sulle ferite in amore ogni balsamo diventa un sale.

In amore non ci sono vincitori. Ci sono amanti.

Per toglierci di torno le piattole, nulla funziona meglio della sincerità.

afrecce

Demofascismo, è carattere psichico della voce di un popolo. Può diventare il carattere politico della voce di uno Stato.

Si chiama Arte, l’opera dell’ostrica che produce la perla per difendersi dal dolore procurato da una scoria.

Nella conoscenza scindiamo l’amore dalla passione mano a mano ci rendiamo conto di non poter avere ideale e reale nello stesso soggetto.

A vent’anni, l’arroganza si chiama ignoranza. Più avanti, paura.

Il prevalere della conservazione sulla produzione, è segno di declino nella persona, nello stato, nella vita.

Una esasperata ricerca della salute può rendere ancora più facile il vivere ma anche più difficile il finire.

Fa piacere l’amore delle chiese, ma se è un amore imposto cosa lo distingue da uno stupro?

Ufo, è anche il disco dove carichiamo tutto quello che, deresponsabilizzando, rendiamo oggetti non identificati.

Solo gli spiacevoli rivendicano il diritto di non essere ipocriti. Gli altri sanno tacere o sanno parlare.

E’ razzista chi difende la propria miseria. Non è razzista chi si difende dalla propria miseria.

afrecce

Il tempo che usiamo per invidiare i valori altrui, sarebbe meglio occuparlo per mettere in invidia i nostri.

La ragione è sempre la forza della forza, purché non sia debole la ragione, ovviamente, perché allora la ragione si serve della forza.

Di quello che si sono tolto, i Castrati per il Regno dei Cieli possono amare solo quello che è loro rimasto: la ferita.

Le vie della vita sono infinite. Se ci passa vita, nessuna è sbagliata.

L’Uomo può elevarsi al divino, ma bisogna crederLo molto basso per poter immaginare di averLo raggiunto.

Dire per libertà civile é poter sputare sul piatto altrui. Dire per civile libertà é rifiutarsi di farlo.

Ricorda a grani sciolti la storia che non evoca il dolore di ciò che ha in memoria

Ogni foglia vibra a sé stessa

L’umanità’ che determina ciò che gli è relativo ma non ha più bisogno di chiesa.

La libertà è di chi ama le sue manette.

afrecce

Ciò che è neutro verso la vita non gli è ostile ma neanche amorevole; è come una bagna cauda servita fredda.

Penso alla mente del “saggio” come penso ad un letamaio; formata da errori, è vero, eppure, messa sul campo, concima i tempi.

Si comincia a morire quando si cessa di aspirare perché si inizia a sospirare.

Intelligenza: guardiano senza manette della follia. Follia: tutto quello che esce dall’intelligenza ma non entra nel giudizio.

Vita si nasce. Nel tutto si diventa.

Bisognerebbe abituarsi a non avere per non doversi abituar a rinunciare.

La speranza è ultima a morire quando la ragione è ultima a capire.

Un commento è d’arte quando brilla di luce propria.

La ragione del silenzio: nessun potere durerà più di me.

La forza dell’Io è proporzionale all’indipendenza verso l’altro/a, e/o verso cosa propria come no.

afrecce

La vita è tutto un tagliar cordoni. Si comincia con quello della nascita, e si continua per ogni rinascita.

Se la vita è ha spicchi come un’arancia, ciò vuol dire che il nostro destino è anche nello spicchio vicino.

Si solleva dalla terra delle bestie chi si rende conto di essere addomesticabile.

Il dolore è necessario maestro di vita, purché non ne diventi il boia.

La Ragione è carsica.

Il senso della colpa è croce da temere ma anche maestro da seguire.

Si può parlare di tossicodipendenza, quando una domanda di suprema emozione ha solamente il si come risposta.

Non è vero che non esiste l’amicizia. E’ vero che bisogna cambiare l’acqua ai fiori.

Il sorriso è by pass per la vita ferma al cuore.

Siamo unici tanto quanto diversi e diversi tanto quanto unici.

afrecce

Nella ricerca della verità il dubbio è croce ma cireneo il discernimento.

E’ meglio vivere con paura che non vivere per paura.

La felicità esiste ed è come un bagno in acqua sempre calda. Infelicità, è bagnarci il cuore prima del dito.

Se la saggezza vedesse oltre la speranza sarebbe questa l’ultima a morire.

Il dolore è tesi della violenza e antitesi della giustizia.

Non è difficile essere felici. Basta che qualcuno voglia la tua felicità.

Quando ferma la speranza la presunzione ferma la vita.

Diventiamo possessivi quando siamo insicuri del bene dell’altro, o non sicuri di essere il bene dell’altro. Diventiamo gelosi, quando non siamo sicuri della verità dell’altro, o non sicuri di essere il vero dell’altro.

Dove non si fa in modo che bambini innocenti crescano come uomini innocenti, come distinguere chi sarà il carnefice di altri, da chi è la vittima di altri, o il carnefice di sé?

Il monaco mi ricorda il guerriero che lascia il campo di battaglia per fare l’attendente del capitano.

afrecce

Quando il futuro è scuro, rinascere è futuro.

Aspira a te stesso o aspira del fumo.

Sotto la spinta di piccoli strappi alla deroga crollano anche le dighe.

Il dubbio in amore invalida l’orgasmo del corpo, della mente, del cuore.

Il silenzio è l’officina dove la mente lavora, è la stanza dove riposa, è il luogo dove risiede.

La fantasia è frizione indispensabile ai diversi.

Quando la notte è piccolina abbiamo troppo sonno o troppe attese.

L’ammissione dell’errore è uscita di sicurezza da ogni incendio.

La paranoia è malattia della mente nei derubati dalla fiducia.

Il silenzio è il porto delle parole in burrasca.

afrecce

Le storie sono il cibo che l’anima giovane digerisce quando non lo è più.

Si può dire che è amore quando non usa manette.

Chi ama ciò che sa più di ciò che è, scende alla penultima stazione.

Come per i girasoli, la vita si alimenta dove si volge.

Un ideale è lume o paralume.

Il sesso è una foglia che cela una voglia di soglia.

La mente che precede i passi vede il futuro ma non i sassi.

Il piacere in amare sta al piacere in amore come una corrente prima dell’interruttore.

La violenza scalda i muscoli quando fonde la ragione.

Quando il sesso è insufficiente la ragione è deficiente.

afrecce

La notte è coperta che copre dei forse.

Una comunione di vita che compensi un non – amore di sé, non è un amore; è il mutuo soccorso fra un medico ed una medicina.

Il mondo andrà meglio quando a morire ultima sarà la ragione.

Siamo diversi perché noi stessi o perché no.

Il sesso è la colla che attacca l’amante all’amore.

In arte il dolore crea bellezza come il ladro favorisce il mercato.

L’amore è come il Dorato paese. Lo raggiunge chi non bada a spese.

L’identità del represso sessuale è come una valigia. Più negazioni ci mette dentro e più fatica a chiuderla.

Discernere sulla forza violenta, discenda da Destra come da Sinistra, è come farlo con la merda. Impossibile non puzzare per la mente che ci prova.

Chi o cosa fissa l’arbitrio determina come maschio chi l’accoglie come femmina.

afrecce

Ama in modo indipendente chi non delega ad altro e/o ad altri l’amore di sé.

Giorno dopo giorno aspettando un giorno.

Non è difficile perdere l’amante. Basta volerlo formare a nostra immagine e somiglianza.

Quando la ragione è orba alla vita, il sesso è cataratta che orba la ragione.

La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa.

Chi si scotta con la zuppa soffia anche sullo jogurt (di Marius)

inlavoro
Non so come togliere le ripetizioni! La memoria non mi aiuta e non conosco sistema. Prima o poi qualcosa inventerò, intanto, chiedo di non farci caso.

Cos’é e di chi, la Verità?

Caro Francesco: oso scriverti una possibile risposta.

apenna

La questione mi è tornata fra i pensieri durante una breve pausa dal lavoro di ristrutturazione del Blog. Colgo l’occasione per scrivertela, non tanto perché suppongo di sapere quello che pensava Cristo, ma perché rispose proprio non rispondendo.

Comincerò dicendoti il luogo della Verità. Il luogo della verità è nella cessazione del dissidio, vuoi fra vita e vita, vuoi fra vita e Vita. Nella cessazione del dissidio subentra la pace. La pace raggiunta, consente alla vita di perpetuare il suo principio (la vita) senza dolore naturale e spirituale e senza errore culturale.

Nella pace detta dalla cessazione del dissidio subentra il silenzio. Dove subentra il silenzio la vita vive la sua verità in ragione dello stato di silenzio raggiunto alla cessazione del dissidio.

Poiché al principio (e nello stesso Principio) non può esservi dissidio, al principio e nello stesso Principio non può non esservi la Verità detta dal suo stato di silenzio per la raggiunta pace dovuta ad una unità in alcun modo divisa in ciò che è.

triangolo

Poiché il Principio della vita è stato di vita Assoluto, non può non essere che Primo, Uno, e Sovrano. Ne consegue, che Prima, Unica, e Sovrana, non può non essere la Verità del Principio.

Ammesso il percorso di questo pensiero sulla Verità divina, quanto è adattabile al nostro? Lo è, non per diverso percorso, ma perché umano. Si può dire, allora, che noi siamo nella Verità della vita del Principio, tanto quanto la nostra raggiunge la pace che deriva dal silenzio che segue alla cessazione del dissidio.

Conosco un Srilanka

Conosco un Srilanka. Adulto. Libero. Vaccinato. Non di primo pelo. Cosciente. Non mercenario. Lo porto a casa. Mi dice se può dormire da me, perché, nonostante paghi, ad altri connazionali, 250 euro per il posto letto, nei fine settimana lo sbattono fuori. Perché? Semplice! Perché mentre lui vuole dormire, i suoi amici e coinquilini la pensano diversamente. Dico, va bèh! In sala c’è un letto. In casa non c’è problema! Tuttavia, sarà anche paranoia, non poche campane suonavano allarmi! Così, dopo il bacino della buona notte, dò alla porta una grossa girata di chiavi. Una sera, però, mi dico: cazzo, Vitaliano, non puoi mica essere sempre paranoico! Così, non ho dato la solita girata di chiavi. Morale della favola, mi sono ritrovato senza ospite, senza portatile, e senza telefonino. Tutti ladri, i Sri Lanka? Indubbiamente no, dal momento che, con altri ospiti di quel paese non ho avuto quel genere di risveglio! A priori, possiamo distinguere il mendace da chi non lo è E’ chiaro che no! Che fare? Due, le soluzioni nette: aprire le possibilità anche al mendacio, o chiudere ogni possibilità. E’ indubbio, che la seconda soluzione non ci ritroverà come vittime, ma è anche vero, che la prima renderà vittime della nostra mancata fiducia, non solo i non mendaci, ma anche quelli che cercano di poter diventare veri. Che fare, che fare?! Chiudere le porte in ogni caso, è anche finir di sperare in ogni caso! Chiudere in ogni caso, è anche un morir, ad ogni caso! La sfiducia, infatti, se è vero che da un lato ci difende dai colpi della vita, è anche vero che da un lato ferma la vita, che non porta solamente colpi. Sperare, quindi, è un’investire! Come tale, soggetto a guadagni, o, a perdite. Allora, che facciamo? Chiudiamo bottega perché non possiamo aprioristicamente distinguere il mendace da chi non lo è?

Ottobre 2007

Con l’immagine del libro grigio

Con l’immagine del libro grigio tutta la pagina sembrava un mortorio. Ho pensato di animarla con un rombo rosso con obreggiatura a scalare.

inmezzo

Per quel tentativo mi è venuta fuori un’idea leggermente bianca all’inizio, rosata nel mezzo, e rossa per la restante parte. Va bè! Stavo scrivendo dell’altro quando mi viene in mente il significato dell’idea. Il rombo è chiaro all’inizio perché all’inizio è chiara la verità detta dal bianco. In mezzo è rosata perché la verità di mescola con la vita: simbolicamente detta dal rosso. Nella parte finale è rossa perché la verità e la vita (completamente mescolate) stanno incuneandosi nella conoscenza, simbolicamente indicata dai libri! Mai che mi capiti di fare solamente una frittura di pesce, ma anche lì …  L’immagine di per sé non è indecente ma a un qualsosa non piaceva del tutto, così l’ho tolta anche nella versione del rombo singolo. Non levo il post perché dice una mia situazione.

Comunità e sessualità

Uno psichiatra in convenzione ma non convenzionale ebbe a chiedermi: i giovani in comunità non fanno sesso? Già! Sono disintossicati e nel pieno della vitalità! Difficile pensarli angelici. A meno che non vengano sedati, Con le preghiere? La vedo dura.

Agosto 2007

Pedagogia dell’Amore e della Comunione – Introduzione

aneolinea

Pedagogia dell’Amore perché l’Amore permette la Comunione

e Pedagogia della Comunione perché la Comunione permette l’Amore

apenna

Nella Pedagogia dell’Amore e della Comunione

sono figure l’Immagine del Principio della vita e quella a sua Somiglianza

NATURA

minitria

CULTURA                                                                 SPIRITO

Se così è in Basso, così non può non essere in Alto. Ne consegue che

aneolinea

NATURA_CULTURA_SPIRITO

sono stati di principio in ambo le figure.

aneolinea

Per Alto, della vita non intendo lo stato del Principio comunque nominato e/o creduto.

Intendo il massimo principio raggiunto dalla nostra capacità di pensiero: “teologico” o “no” che sia.

aneolinea

Per Natura intendo il corpo della vita comunque formato;

per Cultura, il pensiero della vita comunque concepito;

per Spirito, la forza della vita comunque agita.

Le corrispondenze

minitria

sono relazioni di interdipendenza fra gli stati delle Figure.

aneolinea

Comunione, è l’unitaria corrispondenza fra i trinitari stati di: Natura_Cultura_Spirito personali, sociali e, per elevazione culturale, spirituali. Pertanto, uno stato che corrisponde all’altro è uno stato che ama l’altro perché in comunione con l’altro. Indicando ciò che deve essere posto in comunione per poter essere amore, nel contempo indicano che cos’è l’amare. L’Amore, è il principio (naturale quanto soprannaturale) dell’alleanza che permette la Comunione. L’Amore e la Comunione, quindi, ausiliano la conformazione dell’essere e la conferma dell’esistere secondo il personale Spirito. L’amore origina la vita data dalla corrispondenza fra ciò che è in comunione. Le corrispondenze sono le vie che permettono la comunione che permette l’amore.

Colpa di Eva

In un post di Massimo Fini, Colpa di Eva, un commentatore sostiene che la donna è conservatrice della specie. Ho sempre accettato quest’affermazione senza discutere. Questa sera invece la vedo in altro modo.

*) in primo la donna conserva il piacere di sè; ovviamnete, ad ogni impedimento escluso

*) in secondo, conserva il piacere di chi e/o di che specie di piacere la fa vivere;

*) in terzo, conserva la specie di vita, conseguita dall’appagamento dei motivi al punto 1 e 2.

Il dovere della conservazione della specie, messo come primo compito della donna, quindi, altro non è stato (e altro non è) che l’imposto contratto, in cui non ha potuto non diventare un bene (vuoi nel senso di capitale che di proprietà) a forzosa disposizione della specie più forte: individuo o società che sia. Ma la donna sta rifiutando il carcere in cui si trova destinata già per il solo fatto di essere donna; e da tempo lo sta dimostrando la crisi motivata dalla ricerca di una alleanza basata su di uno scambio di piaceri paritari, con non precostituiti doveri. La questione non è nuova, ma Maschio avvisato di nuovo, mezzo salvato di nuovo.

Colgo l’occasione

Colgo l’occasione per dire a che m’invita a rivedere un qualche esamuccio di psicologia che per me, una personalità è come un’arancia: composta, cioè, da molti spicchi. Nessuno può dire qual è il primo, o qual è l’ultimo. E nessuno, credo, può dire di conoscerli tutti. Forse, neanche la stessa personalità in questione. Quindi, quando leggo e/o interpreto una personalità, (o un suo caso, o un suo aspetto) lo faccio su gli spicchi che sono in grado di vedere e/o capire, non, per certezze su tutto l’arancio. Certezze del genere le lascio agli esami degli psicologi e/o dei teologi. A me, solo quelle in dubbitologia!

Ottobre 2007

Cocomeri o meloni?

Mauro ed io parlavamo di cocomeri e tu sei intervenuta parlando di meloni. Ora, se non hai capito che si sceglie di vivere o di non vivere l’omosessualità, cosa hai capito degli amici Omosessuali che frequenti? Occasionali convenevoli a parte, io non frequento più nessuno. Questo non m’ha impedito di capire che

VITA SI NASCE . NEL TUTTO DI DIVENTA

apenna

Coccole, confronti, sentimenti.

Credo di aver ereditato da Cesira, una certa riservatezza, una quasi ritrosia nel manifestare i miei sentimenti: amorosi e/o affini. Dalla mia sessualità, invece, ho ereditato una sorta di preventiva censura. La manifestazione del sentimento, infatti, inevitabilmente rivelava l’anomalia. Così, pur essendo di temperamento caldo, mi ritrovo refrigerato: vuoi da eventi interni, vuoi da quelli esterni. Cosa, scioglie la mia brina? Per quanto riguarda il corpo, me lo scioglie una passione condivisa; condivisa, sia pure con un amore a ore. Per quanto riguarda la mente, il pensiero condiviso. Esiste coccola nel pensiero condiviso? Direi che un pensiero condiviso, (tanto quanto è condiviso), è già di per sé coccola perché è un moto di vita, (mentale ) che afferma reciprocamente, e direi, pressoché immediatamente, la parità di valore fra i due corrispondenti. Dove non afferma reciprocamente, vuol dire che è presente una multiforme specie di riserva, e che per tale presenza, anche la coccola si riserva di esprimersi in pieno. Della non affermazione per disparità di pensiero, e della conseguente non coccola, tutt’ora, sono vittima (quando non la ricevo) e carnefice quando non la concedo. E’ anche vero che per quanto sostengo lo siamo tutti vittime e carnefici; il più delle volte inconsapevoli, sia come feriti da mancata coccola per mancata comunione, sia come feritori per mancante coccola per mancante comunione.

Scrissi: che meraviglia, la mano, che passando dice t’amo anche se mente. E chiaro che se non mente, è ancora più meravigliosa, ma, temo di non essere mai stato preda di cotanta sincerità. Lagne a parte, come manifesto ed accetto la coccolazione fisica? Date le tre righe di sopra, direi che l’accetto come accetto qualsiasi discorso: anche i meno convincenti. Se sono falsi, la responsabilità morale è del coccolatore falso, mica mia! Come comunico la coccola fisica? In primo, senza alcuna parola d’accompagnamento. In secondo: coccolo il corpo dell’amato come fosse una carta geografica, e le mie dita, (o la mano) come chi cerca la strada per arrivare a… Capisco di essere arrivato a Coccola City, ogni volta sento che l’amato fa le fusa. Credetemi, riesco a far fare le fusa anche ai mestieranti. Come ricevo la coccola fisica? E’ presto detto: con il piacere di chi non crede hai suoi occhi! Si può comunicare e ricevere una coccola via web? Sì, per la comunione di pensiero. No, per una comunione fisica, evidentemente impossibile. Per tale impossibilità la coccola via web, è un amare a metà! E’ un amare a metà, perché la restante metà, è mano che resta prima del vetro.

  Febbraio 2007

Che mi faccio da mangiare stasera?

Entro in cucina con nessunissima voglia di farmene. Sullo scafale sopra il fornello guato la minestra di pollo; inquilino delle stie della Star sino a prima di finire in busta, ma proprio non ho proprio voglia di star lì a girare un miscuglio, dispettoso come il latte non appena ti giri! Guato una scatola di fagioli borlotti. Di quelli rossi. Sulla scansia che ho sotto la finestra dondola una mezza cipolla. Su un contenitore di vetro, non pochi residuati d’aglio circondano uno spicchio. Guardo il tritatutto sul tavolo della cucina. Apro il trita, ci metto i fagioli, la cipolla, l’aglio, del peperoncino, le olive verdi sgusciate che si erano nascoste dietro il vasetto delle acciughe, e vai a trecento all’ora come tutt’ora canta il rugato Morandi! Ne è venuta fuori una malta niente male! Consiglio la ricetta agli amanti del gusto rustico, e anche a quelli che di rustico hanno l’amante.

Che fare? Non so. Vivere, presumo!

Dici:”… la vita tua l’hai fatta …”

apenna

Piano! Non dare per scontato che sia finita! C’è non poco di vero in quello che dici. Dimentichi un solo particolare: siamo in Democrazia. O, quanto meno, in un qualcosa che somiglia a quell’ideale. Proprio nel pomeriggio stavo pensando al concetto di “democrazia”: governo di popolo, dovrebbe essere il significato. Comunque sia, il governo più o meno democratico di un dato momento storico è diventato, o come tale viene avvertito (solo da me?) il “ricatto” sociale e politico che una maggioranza pone ad una minoranza. Indipendentemente dalla parte politica personalmente congeniale, a bagna, ci siamo tutti e due. Che fare? Non lo so. Vivere, presumo! Per quanto riguarda l’ano_terapia (una vecchia battutaccia) la caldeggio sia per la Sinistra che per la Destra. Non vorrai mica far godere solamente una parte del tuo popolo, vero? Saresti antidemocratico!

Non vorrei sembrarti banale, ma quanto mi esponi, è vita, cioè, circolazione arteriosa, e circolazione venosa! Concordo sul fatto che il giovane dovrebbe essere più interessato alla vita che lo circonda, oltre che alla propria. Ripensando a me, giovane, però, mi par di aver finito di essere stupido, forse da ieri! Quindi, non in grado di dar lezioni a nessuno, e consigli con estrema cautela. Certamente, per quanto so e posso, adesso (62 anni suonati) sto facendo un qualcosina per i Crescenti. Chiaramente, lo faccio a mio modo: modo che avrai constatato sul blog. Certamente, adesso vedo le cose “con un po’ più di distacco”, ma non c’è distacco che tenga di fonte agli schizzi del dolore! In questa incapacità di proteggermi dal dolore, sono, forse, ancora giovane, e quindi, in grado di sentirti. Dico sentirti e non capirti, perché se fossimo frutti lo saremmo di piante di diversi climi, e quindi, di maturazione non contemporanea. Indipendentemente da questo, nulla ci vieta di porre clemenza nel giudizio che diamo su atti, non sempre all’altezza che vorremmo. Fanno parte del sistema venoso di capire la vita.

Giugno 2005

Cesira aveva due sorelle

Cesira aveva due sorelle. Maria (quella che visitava) e un’altra che non visitava mai. Con la prima bicicletta avuta, su indicazioni della Cesira, ci andai io.

apenna

Aveva marito fruttivendolo, e tre figli mi pare. Dei tre, ricordo bene solo due. Zia Maria (probabilmente la maggiore e la più ricca tra le tre) abitava alla Lupia (o Luppia) di Saletto di Ospedaletto. Segalina, sempre vestita di nero, disponibile al sorriso. Era sposata con uno stradino dagli atteggiamenti padronali: lo ricordo ancora. Quand’era in casa (lo nomino per attività perché non ho mai saputo come si chiamasse) non doveva volare una mosca! Più che una casa era una colonica. Davanti aveva un grande cortile di mattoni. Alla destra del vialetto di ingresso alla proprietà, una grande vigna. Alla sinistra della casa, la stalla con sopra il fienile e il ricovero dei mezzi.  La porcilaia di fronte. Affiancata alla destra, la casa del figlio che si era sposato. Anche il figlio lavorava come stradino. Ricordo graziosa e simpatica quella sposa. Non so perché ma non correva buon sangue fra padre e figlio. L’avevo capito persino io! A lato della casa del figlio (si chiamava Armido ed era bellissimo!) un paio di campi: dietro anche. Per i campi, non poche le galline. Mi aveva preso il vezzo di andare nella vigna a cercare le uova. Trovate, le stringevo fra le mani sino a romperle! Maria e Cesira erano persino spaventate daconseguenze di quel gioco! Guai, se l’avesse saputo lo stradino! Quando vidi la zia arrabbiata e mia madre preoccupata, smisi! Per gli occhi e le mie fantasie circoscritte  dalle aride vie di Este, la casa di Maria (superlativi, i suoi fagioli in umido) era il luogo che nascondeva i cavalieri dei miei desideri: lo giravo, cercandoli! Mai trovati, ovviamente. Non per questo rinunciavo. La vidi per l’ultima volta quando andai a comunicargli la morte di Cesira. Mi disse che dovevo trovare una brava ragazza, che dovevo sposarmi, ecc, ecc. Cosa mai potevo dire di sincero a quella donna? Scelsi, così, di sparire. Solo dopo anni passai davanti a quella. C’era ancora! Raso al suolo tutto il resto: ho pianto!

Certo, Marco! Alla domenica sono libera tutto il giorno.

Sto leggendo il giornale su una panchina dei bastioni.. Alla mia destra, su un’altra panchina siedono un uomo ed una donna dell’Est. Lei è sulla trentina. Lui è un filibustiere. So quello che dico. Li ho desiderati. Anche amati. Non sento chiaramente quello che si dicono. Sembra una sorta di elencazione delle difficoltà. Lei elenca. Lui sa. Ad un certo punto la donna prende il telefonino e chiama. Tutta cara la voce, la sento dire: “certo, Marco alla domenica sono libera tutto il giorno. Possiamo prendere un caffé e parlare.” Saluta e chiude. Girandosi verso l’accompagnatore fa il gesto che significa: hai visto? Che ci vuole?! Poveri uomini, e povero me che non penso mai hai fatti miei!

  Maggio 2007

Cazzi acidi per tutti

se fossi in Palestina


Nell’ultimo viaggio turistico che ho fatto (era anche il primo, e mi sa che sarà anche l’ultimo) sono capitato a Roma. Per un paio di notti ho alloggiato in una casa diroccata in cima al Monte dei Cocci, al Testaccio. Giusto per dirti che quando si tratta di classe non mi faccio mancare nulla! Mi aveva alloggiato un piccolo (piccolo per i miei sentimenti materni, non piccolo per età) che avevo trovato al Colosseo fra un infinito odore di piscio di cavallo. Chiedo al piccolo di farmi fare un giro per Roma. Mi carica su di un paio di tram, è oplà, accontentato nel giro di manco due ore. Preferiva andare a Ostia, lui! Per fartela corta, su di uno dei tram, il guidatore mi dice: qui non si fuma! Giusto! Quello, però, aveva in bocca un sigaro acceso! Non saprei dirti da dove mi sia saltata fuori quell’arroganza da Romoletto a Castro Petrorio, fatto stà, che l’ho sfidato, (lui, un armadio a tre ante rispetto a me) accendendo immediatamente una sigaretta! Morale della favola: lui non ha buttato il sigaro ed io non ho buttato la sigaretta. Punto! Piccolezza, mi si dirà. Vero, ma, quell’atteggiamento mi è saltato fuori anche in altri più seriosi casi. Capitano, nei gironi della notte.  Non sono forte fisicamente. Cosciente di questo rifuggo lo scontro fisico. Sono certo, però, che saprei trovare anche della forza per affrontarlo (mi è capitato) ma, generalmente, mi manca il detonatore principe: l’odio verso l’altro. In Palestina non è che manchi. E se fossi palestinese, anche mio malgrado mi ci troverei alimentato. Non avendo forza fisica (come dicevo) ho dovuto supplire. Così, sono sempre uscito dai miei guai usando due armi che conosco bene: la parola, e la maniera di porla. Cazzi acidi per i miei avversari, se fossi in Palestina, armato di odio, di parola, e di maniera di porla.

Giugno 2007

Catene e Chiavi

Quando ho iniziato ad occuparmi di tossicodipendenze mi sono ben presto reso conto che le dipendenze che ci intossicano, pur essendo infinite, tuttavia hanno un comune denominatore: la fissazione del discernimento. Al punto, è “droga” tutto ciò che fissa ad un dato stato, il discernimento di un dato stato. Se ciò che fissa un discernimento può essere naturale non di meno può essere culturale o spiritico: lo spirituale non fissa. Liberarsi dalla tossicodipendenza naturale è “semplice”. E’ da quella culturale che è più difficile. Non le dico da quella spiritica! In tutti i casi, liberarsi da ogni intossicante dipendenza, significa ritrovare la libertà di se stessi. L’affermazione non è una novità. Tutte le Culture (laiche o religiose) la sostengono. Guaio è, che tutte affermano sia di essere la libertà dalle catene, che di aver titolo per gestire l’uso delle Chiavi: concetti che sono liberatori, purché, a loro volta, non fissino l’arbitrio.

Luglio 2006

Casa dolce casa

Ieri c’era il Mercatino dell’Antiquariato, qui in s.Zeno. E’ un antiquariato del pressappoco ma lo stesso attira un futtìo di persone. In quell’occasione vengono transennate le strade. Il Pccolo che non ha la residenza a casa mia è rimasto bloccato. Mi telefona, mette il vivavoce. La vigilessa sente quando gli dico il nome della via dove deve venire e lo fa passare. Giunto a casa me la racconta ghignando e mi dice: non so come farò quando non ci sei più! Sempre ghignando gli rispondo: quando non ci sarò più neanche tu ci sarai più! Rimane un attimo lì! Pensavo alla casa, mi dice. Il che mi conferma che è diventata come casa sua. Pensava alla casa ma ha pensato anche a me? Se sono diventato la sua casa, si.

Più che altro

Caro Vitaliano: essere buoni più che altro un fatto di buone circostanze. Il più delle volte chi subisce un danno non diventa più buono.

C’è del vero in quello che dici, ma, io la metterei così. Se la vita ti spacca una gamba, che fai? Ti rifiuti di curarti? Alla stregua, se ricevi un’offesa, che fai? Ti rifiuti di liberarti la mente da quella frattura? In fondo ma non tanto, l’Essere buono appartiene a chi é guarito dalle fratture nella mente!

Caro Sior: Dio l’è nel creato

Caro Sior: Dio l’è nel creato come un so’ scrito no’ l’è Eugenio ma quel che l’ha dito. E, Dio l’ha dito: vita.  Che la sia deventà na rosa, l’è tutta n’altra cosa da quel che sè restà, respiro primo, là!

Poteva, Dio, esclamare un qualcosa di diverso dalla cognizione di Sé? A mio avviso, no, perché la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Se così è nella Somiglianza, così non può non essere nell’immagine. Non per questo intendo dire che Dio non è in grado di dire “rosa”, ma per questo intendo dire che essendo l’assoluto Principio dell’emozione di ogni vita, è Parola, non parole; è Nome, non nomi; è Universale, non particolari. Sento di poter affermare, pertanto, che Dio è vita, (atto della creazione data la Sua emozione), ma non è nella vita, (atto dell’evoluzione corrispondente alla creazione), se non come volontà di creato. Con altre parole, è atto della rosa, non, vita della rosa. Chi ammira Dio nel creato ha la bellezza della rosa come maestra. Chi ammira Dio nella vita, ha la bellezza della verità come rosa. Quale, la rosa giusta? Siccome so ben distinguere la conoscenza per speranza dalla conoscenza per ragione, quello che io credo non è quello che io so. Quello che certamente so, invece, è che devo badare alle spine che ci sono nella nostra rosa.

A Eugenio S.

Ero in un albergo mi racconta un amico

Ero in un albergo con arredamenti stile anni 70, al mare, in un posto che potrebbe essere Jesolo o Bibione. Ero assieme a mia moglie e ad una comitiva abbastanza numerosa, composta principalmente da amici che frequentiamo abbastanza spesso. In questa comitiva c’eri anche tu, da solo e vestito elegantemente, perlomeno più elegantemente di noi che eravamo molto “casual”.

apenna

Dovevamo partire tutti, credo per tornare a casa dopo una vacanza. Una nostra amica, parte del gruppo, aveva pensato bene di passare in tutte le nostre camere, prendere i bagagli di ciascuno, aprirli, svuotarli, e disporre su una lunga serie di scaffalature poste nella hall dell’albergo tutti gli effetti personali,ordinatamente catalogati per tipo. C’erano per esempio tutte le scarpe, poi tutte le calze, eccetera. L’ultimo scaffale ospitava tutte le valigie. Eravamo quindi tutti affannati a recuperare i nostri effetti per rifare le valigie e partire, credo ci fosse anche un pullman (un destinato vivere) che ci aspettava fuori. La cosa mi metteva molto in ansia, anche  perchè naturalmente non riuscivo a trovare nessuna delle mie cose. A un certo punto ho notato che in tutto questo bailamme l’unico che rimaneva tranquillo, seduto ad un tavolino del bar a sorseggiare qualcosa, eri proprio tu. Mi sono avvicinato per chiederti se avevi già finito la tua ricerca, ed ho scoperto che eri molto triste. Mi hai detto: “Cosa vuoi che mi interessi delle valigie, ho problemi più importanti da risolvere!”. Hai aggiunto che comunque apprezzavi molto che io fossi venuto a chiederti come andava, e hai voluto regalarmi i due famosi medaglioni, dicendomi che li avevi fatti con le tue mani. I medaglioni erano appesi ad una parete dell’albergo, avevano un po’ di polvere sopra. Non ricordo nulla di come fossero fatti, so solo che avevano dei nastri molto grossi e colorati, di una fattura che sembrava africana. Uno dei due aveva anche una fibbia sul nastro, questa la ricordo invece bene, era di legno a forma di croce.Ti ho ringraziato e sono tornato alle mie ricerche…Più o meno questo è stato il sogno, naturalmente ho cercato di seguire un filo nel racconto ma come ben sai i sogni sono molto più confusi è indefiniti di così. Deve essere stato l’ultimo sogno prima del suono della sveglia, perché quando mi sono alzato ne avevo un ricordo molto preciso. Ero stupito che tu fossi presente nel sogno, tant’è vero che ho preso subito il cellulare per mandarti il messaggio di saluto.

aneolinea

Prima di dirti la mia interpretazione del sogno sento necessario precisarti quanto segue:

aneolinea

la verità è come un arancio. Per quanto posta vicino agli occhi non la vediamo tutta. Ogni parola è fonte di emozioni. Non per questo sento le tue. Ne consegue che interpreto le tue parole secondo le mie. Ciò può generare delle incomprensioni. Diciamo che i sogni sono messaggi. Non sappiamo da quale stato della vita provengono. Tanto meno chi li ha scritti. Non è escluso neanche che l’abbia composto lo stesso sognatore. Per capire un sogno, un sognatore può necessitare della parola di un altro sognatore. Penso sia per questo che mi hai messaggiato. 🙂 Premesso questo, ti dirò le mie conclusioni punto per punto.

… premesso che nei giorni scorsi non ho visto nè letto nè sentito nulla che mi potesse in qualche modo farmi venire in  mente la tua persona, ti racconto brevemente il mio sogno di questa notte.

Al proposito, per parafrasi ti ricordo Pascal: la vita ha delle ragioni che la ragione non conosce. 🙂

Ero in un albergo con arredamenti stile anni 70, al mare, in un posto che potrebbe essere Jesolo o Bibione.

La collocazione non è il luogo, ma uno stato d’animo vissuto in un dato luogo: quello della giovinezza, ad esempio, e/o quello di una serena vitalità, o altri analoghi casi.

Ero assieme a mia moglie Carla e ad una comitiva abbastanza numerosa, composta principalmente da nostri amici che frequentiamo abbastanza spesso. In questa comitiva c’eri anche tu, da solo e vestito elegantemente, perlomeno più elegantemente di noi che eravamo molto “casual”.

Come sai, per “vestiti” si intendono anche gli “abiti culturali”. Se casual i tuoi e quelli degli amici, ne consegue casual anche gli abiti culturali. Perché casual? A mio “vedere”, sono casual gli abiti culturali non artigianali. Quelli, cioè, non “cuciti” (pensati) con le proprie mani nel senso dalla propria mente e dal proprio spirito. Necessariamente più eleganti quelli fatti in proprio, sia sotto l’aspetto taglia, che per la scelta dei “tessuti” (intendi materie culturali e/o spirituali) che per i colori: i toni delle “coloranti” emozioni: rosso per il sangue, verde per la speranza, ecc,ecc.

Dovevamo partire tutti, credo per tornare a casa dopo una vacanza. Una nostra amica, parte del gruppo, aveva pensato bene di passare in tutte le nostre camere, prendere i bagagli di ciascuno, aprirli, svuotarli, e disporre su una lunga serie di scaffalature poste nella hall dell’albergo tutti gli effetti personali,ordinatamente catalogati per tipo. C’erano per esempio tutte le scarpe, poi tutte le calze, eccetera. L’ultimo scaffale ospitava tutte le valigie.

Questa parte del sogno motiva più interpretazioni perché è complessa.

L’ultimo scaffale ospitava tutte le valige.

Cosa ti ha fatto pensare che sia stato l’ultimo scafale? Perché era in fondo? Può essere in fondo, però, quello che è stato strutturato al principio. Al principio, il Principio ha strutturato la Natura della vita. Ne consegue, direi, che quello scafale la rappresenta. La Natura della vita, infatti, è il luogo e/o stato dove riponiamo le valigie (corpi e/o stati)  che contengono i nostri abiti culturali. Per altro significato, le si può intendere anche come coscienze, sia nel nostro in fondo, sia in fondo perché prime.

Una nostra amica.

Amica dice lo stato di corrispondenza fra la tua vita e quella vita. Se amica, è anche affettiva. Amica dice lo stato femminile della vita che quella figura rappresenta. Principio di vita della donna è l’Accoglienza. Se ti è amica, è chiaro che ti accoglie in ragione della reciproca affettività. E’ un’accoglienza, però, che sente il bisogno di mettere ordine nella tua accoglienza. Ti è noto, che l’accoglienza femminile è anche maschile (a livello mentale) tanto quanto determina l’ordine da accogliere. Dove non vi è, il carattere maschile nel femminile (come l’opposto) lo pone. Nello stato spirituale della vita non vi è separazione fra l’Accoglienza femminile e Determinazione maschile. Si può dire pertanto, che quell’amica (accogliente_determinante, quanto determinante_accogliente) potrebbe essere una proiezione del tuo essere: spiritualmente accogliente_determinante come determinante accogliente. Con altro dire, è quello che tu sei ma che forse ancora non sai, o se sai, quanto, perché o come il tuo essere ha vissuto o non vissuto quegli stati che Lei_tu, nel sogno sta ordinando e/o che nella realtà dovresti ordinare.

Eravamo quindi tutti affannati a recuperare i nostri effetti per rifare le valigie e partire, credo ci fosse anche un pullman (un destinato vivere) che ci aspettava fuori. La cosa mi metteva molto in ansia, anche  perché naturalmente non riuscivo a trovare nessuna delle mie cose.

Certo, non trovavi più le tue cose perché l’amica spirituale che sei te le aveva ordinate diversamente, e quello che culturalmente sei non le vedeva_riconosceva più perché non più casual_mente messe come fatto sinora.

A un certo punto ho notato che in tutto questo bailamme l’unico che rimaneva tranquillo, seduto ad un tavolino del bar a sorseggiare qualcosa, eri proprio tu. Mi sono avvicinato per chiederti se avevi già finito la tua ricerca, ed ho scoperto che eri molto triste. Mi hai detto: “Cosa vuoi che mi interessi delle valigie, ho problemi più importanti da risolvere!”.

Simbolicamente parlando, della “valigia! si può dire che è il “contenitore” dei nostri culturali e spirituali contenuti, pertanto, è come se ti avessi detto, cosa vuoi che mi interessino le valige, a me interessano i contenuti! Ed è vero.

Hai aggiunto che comunque apprezzavi molto che io fossi venuto a chiederti come andava, e hai voluto regalarmi i due famosi medaglioni, dicendomi che li avevi fatti con le tue mani. I medaglioni erano appesi ad una parete dell’albergo, avevano un po’ di polvere sopra. Non ricordo nulla di come fossero fatti, so solo che avevano dei nastri molto grossi e colorati, di una fattura che sembrava africana. Uno dei due aveva anche una fibbia sul nastro, questa la ricordo invece bene, era di legno a forma di croce.Ti ho ringraziato e sono tornato alle mie ricerche…Più o meno questo è stato il sogno, naturalmente ho cercato di seguire un filo nel racconto ma come ben sai i sogni sono molto più confusi è indefiniti di così.

Dipende! Un sogno è confuso e/o indefinito tanto quanto è confuso e/o indefinito un messaggero altro come anche il messaggero che potresti essere tu. Non so dirti nulla circa l’impressione africana dei medaglioni. Se pensiamo ad un Africa come luogo primigenio della vita, e se penso che anche i miei trinitario_unitari concetti lo sono, allora, una certa attinenza potrebbe esserci, Sulla fibbia che chiude il nastro? Dici che è di legno. A mio vedere, una croce (indipendentemente dal materiale) simbolizza il peso della Natura sulla vita della Cultura: è un peso che può far cadere in ginocchio lo spirito: sai bene a chi è evangelicamente successo. La fibbia in legno, allora, potrebbe rappresentare l’inizio e il ritorno di ogni genere di cordone. Mezzo, appunto, che chiude il giro collegando un principio con il suo principio. Visto così la cosa, la croce e il cordone simbolizzano la metempsicosi della vita.

Deve essere stato l’ultimo sogno prima del suono della sveglia, perché quando mi sono alzato ne avevo un ricordo molto preciso. Ero stupito che tu fossi presente nel sogno, tant’è vero che ho preso subito il cellulare per mandarti il messaggio di saluto.

Non essere sorpreso della mia presenza: ogni particolare è nell’Universale. Il tutto che tutti siamo, si particolarizza (via sogno e/o con altri mezzi) tanto quanto è particolarizzato un bisogno. Cosa renda particolarizzato un tuo bisogno  non mi è dato di capire. Capisco, invece, che la Hall dell’Albergo rappresenta una stanza culturale e spirituale e che è parte dell’Albergo (la vita) che ci alberga nella sua Natura come anche nella sua Cultura e nel suo Spirito. Vita, è stato di infiniti stati di vita, quindi, la vita che ci Alberga, nella nostra vita si alberga. Per quanto non poco, questa parte del sogno non mi indica altro. A proposito dei medaglioni che ti ho dato: erano appesi alla parete (scrivi) quindi, sotto gli occhi di tutti. Anche dei miei discorsi dico che sono sotto gli occhi di tutti. ed è appunto per questo che sostengo di affermare che non dico nulla di nuovo. Stanno appesi ad una parete della stanza culturale e spirituale che è la vita da non si sa quanto. Lo dice la polvere (del tempo) che portano sopra e che tu hai visto. Interpreto i medaglioni come attestati_ premio. Li diamo a chi ha vinto qualcosa fuori di sé (nella realtà al vincitore di una gara di qualsiasi genere) oppure, nel caso di questo genere di sogni, a chi ha vinto una gara tra due parti di sè in conflitto_contesa. Nei miei discorsi tratto la vita secondo Natura, secondo Cultura, e secondo Spirito. Direi allora, che te li ho dati perché hai vinto una gara (o conflitto_contesa) in due di quegli stati, e cioè, nella Natura e nella Cultura. Visto che questi pensieri li ho fatti io, ho dato io anche i medaglioni. Non ti ho dato il medaglione dello Spirito, perché quello lo può dare solamente lo Spirito: potenza della vita sino dal principio è dello stesso Principio, oppure, dartelo da te! Questo, però, è permesso solo agli spiriti esaltati dalla propria forza (forza nel senso di vitalità e di vita naturale quando non la culturale), quindi, anche in questo caso non puoi essere tu che ti premi. I medaglioni sono grandi, sia perché sono grandi i principi della vita che dico, sia perché di grande misura la contesa_ conflitto che hai superato in questo tuo momento di vita. Un’ipotesi non esclude l’altra. Vita vuole, però, che non sia mai finita, e che, quindi, mai finite le gare da superare. Che sia per questo che mi è stato possibile darti dei medaglioni ma non l’alloro? 🙂 🙂  Mi sa allora, che almeno al momento dovrai accontentarti dei medaglioni che si danno ai padovani perché Gran dottori! 🙂 🙂 Nel salutarti caramente ti chiedo il permesso di editare questo sogno nel Blog. Senza il tuo nome, ovviamente. Altro non c’è che ti possa far riconoscere. Ciao, Vitaliano.

Caro Perdamasco

La tua mail ha una straordinaria densità non solo di pensiero, ma anche di stile espressivo, nobile e antico, che mi avvince. Sono molto lontano ormai da un tipo di esperienza dell’assoluto così profonda come la tua, ma non così distanziato da non riuscire a sentirla e farmene affascinare. Non so se hai visto che ho pubblicato in uno dei miei blog l’inizio della tua mail, ma prima di procedere voglio chiederti il permesso di pubblicarne ancora via via dei pezzi che credo possano piacere ed interessare anche altri. Mi è rimasto un po’ misterioso il motivo dell’arresto, alla fine della risalita dal pozzo, davanti all’uscita. Mi è venuta in mente la storia dell’indiano Joe, nelle avventure di Tom Sawyer, che viene ritrovato morto proprio in una situazione di questo tipo, davanti all’uscita dalle miniere, ma era stato fermato da una grata insuperabile di metallo. Nel film di Bunuel “L’angelo sterminatore” i fedeli sono invece impediti dall’uscire dalla chiesa da un intimo divieto religioso. A queale delle due immagini assomiglia di più la tua situazione? Io non credo che per amare abbiamo bisogno di verità, credo, piuttosto, che l’amore, che già Platone aveva definito figlio della Povertà, sia anche umanissimo figlio dell’errore. Mi affascina che tu parli di “informazioni del piacere”, ma vorrei capire di più il senso di questa definizione.

“Per aver deciso di tornare al mio calice, mi ritrovo ora nella stessa posizione di partenza: quell’assolutamente normale, che sono stato e detto, dallo sciagurato che ho desiderato, con una passione talmente forte da poter sembrare amore, ma l’amore è comunione. Il mio “amore” verso di lui, invece, amoroso baratto”.

Qui forse comprendo di più, ma non fino in fondo. Il tuo discorso è un corrusco lampeggiare, accompagnato da lampi e scrosci nelle tenebre, ma la luce trascorre troppo rapida per consentire all’osservatore di riconoscere nelle frazioni di secondo i luoghi non noti che dischiude. Ti sento molto compenetrato da una cultura cattolica, dalla quale mi sono distaccato “or è gran tempo” e non riesco a condividere l’idea della pace come cessazione di ogni dissidio e assoluto, mortifero silenzio: identifico la pace in un conflitto misurato, ritualizzazo, perchè considero il conflitto (e il dolore) ineliminabile dalle cose umane. Certamente, se l’umanità ha zittito dio per le troppe parole, io sono tra quelli che hanno parlato e parlano troppo. Mi piacerebbe tuttavia che il nostro dialogo continuasse e aspetto di rileggerti presto. Un caro saluto.

Settembre 2006

Caro Mattia

Non escludere le verità della favola.


Tutti quelli/e che hanno degli scarsi rapporti con la vita propria, altra e/o con il mondo, pensano di essere gli unici a soffrire: vuoi per infiniti accadimenti, vuoi per il rifiuto di sé e la conseguente non accettazione della realtà personale e dell’ambito in cui ci ritroviamo a vivere, vuoi per delle complessive quando generalizzate insoddisfazioni. Queste nuvole nei nostri cieli originano molte forme e casi di invalidante disistima. Per decenni ho patito anch’io di quel egocentrico masochismo. Avrei dovuto confidare meglio nell’insegnamento detto dalla favola del Brutto Anatroccolo! Con queste breve escursioni fra le mie non semplici realtà di orfano e di adottato, intendo confermarti che, in quanto a Brutti Anatroccoli, sei (ironizzando) in buona compagnia da tanto è composta da tanti. Vero è che quell’intruppamento mica l’abbiamo voluto. Vero è, pero’, che dobbiamo fare in modo di uscirne, se vogliamo diventare i Cigni che, tutti, in potenza siamo. Come? Affrontando e provando quello che siamo da bambini_ragazzi, cioè, Anatroccoli, il più delle volte caduti e/o buttati fuori dal nido. Nella tua situazione come a suo modo è stato per la mia, tutto pensiamo fuorché di poter diventare bianchi, e di riuscir a coprirci di belle piume. La pensiamo così (lasciatelo dire) solo per il pessimistico giudizio che ci diamo anzitempo! E che cavolo! E’ come dire che è brutto un libro che stiamo leggendo da poche pagine. Confermerai poco intelligente una affermazione del genere, eppure, è la stessa, che fanno (rendendosene conto o no) le personalità che non si amano. Ne so qualcosa. L’ho fatto anch’io! L’amore, Mattia, è comunione. Di sé è con sé, in primo luogo. Ogni pessimismo su di noi, origina una corrispondente disistima; è quella che ci mostra, pur dicendoti che è oro, dell’insoddifacente ottone! Lo può, (la disistima) perché diamo ascolto alle nostre paure, alle nostre presunte pochezze; lo può, perché la vita ci è matrigna, ebbe a dire il Leopardi anatroccolo. Il Leopardi del dopo, invece, solo il piacere dei gelati gli ricordava di essere stato figlio di cotanta madre. Poesia e grande pensiero, invece, mostrarono, in Cigno, l’avvenuta metamorfosi. Non dubitare mai della tua possibilità di mutamento, perché se è vero che la favola che ti ricordo è stata scritta da un uomo, è anche vero che, a quell’uomo, gliel’ha dettata la vita. Si, è anche Madre. Quale la differenza fra Matrigna e Madre? La differenza sta nella parte che decidi di abbracciare!

 

Caro il mio fichissimo

Negarmi ai tuoi  inviti è come negarmi a un bellissimo figo. Come quel bellissimo figo non riuscirà mai a capire il mio rifiuto (ma come si permette sta’ vecia marantega in decomposizione!) così, non ci riusciresti tu, se la tua fichezza fosse estetica. Ci riuscirai, invece, perché è intelligenza. Non ti sarà sfuggito il fatto, che io sono uno strano coso (a livello identitario) è molto probabilmente, uno strano caso a livello psichiatrico. Fatto sta, che su queste pagine, scrivo quello che sento, non quello che so. Se dovessi scrivere quello che so, in Blogs.it avrei cazzate più che post! Per scrivere quello che sento, però, devo assolutamente restare quello che sono. Mi dirai: ma questo, che centra con il mio invito! Nessuno ti vuole cambiare! Centra, centra! Centra, come deviazione dalla strada che percorro: la mia come perdamasco. Centra per il ruolo che svolgo: tabella indicatrice di questo pensiero. Centra per quello che sono, perché, in un qualunque modo, sia pure anche minimo, un altro incarico può disturbare il mio equilibrio, inserendo un senso d’importanza che devo combattere come un nemico. Mi è chiaro che non è nelle tue intenzioni, il darmi quel senso, tuttavia, volere o volare, rischio di subire la tentazione di addossarmelo, al che: vade retro mi è l’usuale forma di scongiuro. Ricordi, il mio sminuire i complimenti che ricevo? Ecco, il motivo era quello, non, il perseguire una qualche forma di modestia.

Carissimo Vitaliano, così mi fai diventare rosso… Tu sei come quegli angolini tipici che si scovano in qualche mare della Grecia, o in mezzo alle montagne, e poi quando tutti ci vanno, per vedere gli angolini tipici, non sono più tipici. Tu stai difendendo il tuo diritto ad essere “tipico”, “fuori dal gregge”, “eccentrico” – tutte cose preziose, e utili. Hai un tuo cammino da seguire, un tuo percorso: io ci provo, ogni volta, a tirarti dentro, ma so già che non succederà… lo faccio per dirti: guarda che l’unico motivo per cui non ci sei, è perché sei tu, che non lo vuoi, quindi, non ti preoccupare, ti apprezzo – tanto, forse di più – sempre! Besos e a presto pablito

“… lo faccio per dirti: guarda che l’unico motivo per cui non ci sei, è perché sei tu, che non lo vuoi…”

Caro Pabloz: avevo capito che sentivi di dover lasciare a me la responsabilità di escludermi. E’ chiaro che escludersi non è mai un piacere, ma non è che lo voglio, o meglio, lo voglio perché lo devo. Non tanto per i motivi che dici (ci sarebbe dell’antipatico preziosismo, in questo) ma perché, se metto radici in altra terra, c’è il rischio che possa cambiare la natura del mio albero. E’ è un rischio che non posso permettermi di correre.

Giugno 2007

Caro il mio

Caro il mio: se per te è vero che concordare con un opinione si diventa avvocati della persona con cui si concorda vorrà dire che quando concorderò con te non te lo farò sapere, giusto per non dare ad altri l’impressione di farti da avvocato. E’ questo che vuoi? Se è questo che vuoi, perché mai mi hai accusato di defilarmi dal tuo blog? Allora, deciditi, o intervengo da te, avvocato di chicchessia, oppure, non mi resta che defilarmi. Dopo di questo, vediamo di chiarire un punto che è molto importante se vogliamo parlare; che se invece vogliamo urlare, è anche vero che non conta un cazzo! Un discorso, è come una casa. Questa casa deve avere un tetto, ed è la tesi. Deve avere, inoltre, ciò che prova quella tesi; e chiamiamole mura portanti. Nella generalità dei tuoi post, vedo tetti ma non mura. Semplificando, vedo tesi ma non probanti argomenti.

Dei tuoi tetti, si può ben dire che stanno come sospesi per aria, con per aria intendendo la mancanza di una obiettiva base. Vedo, inoltre, che tendi a sostituire la ragione probante con affermazioni che del probante hanno solo la forza delle tue personali convinzioni. Su queste, è chiaro che non vi è proprio nulla da dire! Ma le personali convinzioni, non accompagnate dalle mura che le reggono, più che a razionali discorsi sono degli atti di fede. Nessuno intende mettere in discussione i tuoi atti di fede: vuoi religiosa, vuoi politica. Permettimi di dirti, però, che non puoi aspettarti che altri seguano dei ragionamenti così basati. Vuoi perché possono avere altra fede, vuoi perché contrari ad ogni fede, o perché, magari non gliene frega niente di qualsiasi fede. Ciò che frega a tutti, invece, è concordare, almeno per quanto è possibile, con altri pensieri. Per giungere a questo non ci resta che il razionale discernere sulle cose. Non ti sfugga, caro Gigio, una lezione della vita della Natura. La vita della Natura non ha messo le palle né a Destra, né a Sinistra: le ha messe al Centro. Ed eccoti spiegato perché, pur essendo di Sinistra, sono un centro sinistra. Non so se ci va il trattino, ma se non me ne frega a me, a maggior ragione, penso, non te ne freghi a te. Ho detto che la Natura ha messo le palle al Centro, ovviamente, mica per fare mercato per quella posizione politica, ma solamente, per dirti, che la vita, a mio avviso, concepisce sé stessa in quel luogo; luogo, che indubbiamente può essere interpretato come il ricongiungimento fattuale del prodotto dei lombi: simboli di floridezza per quanto concerne il naturale protrarsi della vitalità, e non di meno, della vita.

Non vedo in M. nessun ghigno. Vedo, piuttosto, che sei tu, ad aver bisogno che lo si interpreti come ghignante. In M, invece, (come vedo in chi la pensa come lui) una risposta ad un lacerante dilemma: e preferibile non far nascere, o far nascere quello che è destinato a non vivere? M, che non crede in una vita ulteriore, logicamente, dal suo punto di vista dice: è meglio non far nascere. Ma, lo dice, perché è contrario all’inutile dolore, non perché è un cinico! Tu, invece, che credi in una vita ulteriore, dici: la vita deve fare il suo corso; ed io la penso esattamente come te, ma, mi dico anche, per quale diritto dovrei sovrapporre la mia verità a quella di altri? Quindi, ad ognuno la sua via, ad ognuno la sua verità, ad ognuno la sua vita. Ed è per tale regola che posso fare da avvocato a M. quando concordo con lui, come lo posso fare a te quando concordo con i tuoi pensieri. Ci vedi contraddizione? A mio avviso, no. A mio avviso, mi vedrei contraddittorio, (ma con la vita, non con voi due) se per quanto so e posso non cercassi il peso netto in ogni peso lordo. La ricerca del peso netto, mi ha portato a queste conclusioni: il prodotto di un concepimento ha gli stesso diritti di ogni altro prodotto di qualsiasi forma di concepimento, ma, c’è un ma. Il ma che ho trovato consiste in questo: il concepito ha coscienza del suo corpo e del suo spirito, ma non ha ancora coscienza della sua mente. Il che significa, che è un essere vivente, ma non è ancora un essere umano dal momento che è la nostra proprietà della mente, ciò che distingue un concepito da noi, da un qualsiasi concepito dal regno animale. E per via dell’innocenza, poi, ci possiamo dire innocenti solamente in presenza del senso di ciò che non lo è! Ti pare che un concepito abbia il possesso di questo senso? A mio avviso, no. Questo non vuol dire che non è innocente. Vuol dire, però, che non è consapevole della sua innocenza, ed in questo e per questo, non può ancora dirsi Persona! Al più, siamo noi, che possiamo considerarlo Persona, ma questa considerazione, è una gratuità del Diritto alla vita, che comunque non muta le cose: quell’identità, è speranza della vita e del nostro vivere, non Uomo, o Donna: al più, è Natura maschile, o Natura femminile. Infine, i tuoi rispettabilissimi punti di vista non saranno mai sufficientemente chiari se non ti decidi a renderli sufficientemente chiari, in quanto atti di un percorso intellettivo, non di un persorso sbrigativamente fideistico, generalmente motivato dalla formula: io credo, dunque, so! Questo ragionamento, è proprio dei fanatici, mio caro! Consapevoli di esserlo, o non consapevoli di esserelo che sia. E se non lo possiamo dire (quel fanatismo) aderente alle cose di Dio, figurati se può essere aderente, all’immagine a Sua somiglianza! Nel solo pensarlo possibile, c’è di che far crepare dalle risate, non solo i polli. Fine della requisitoria! Vado a farmi una birra! Ciao, Vitaliano.

Luglio 2007

 

 

Caro Don Farinella

Caro Don Farinella: innanzi tutto non mi metta dove crede lei. Dove credo io ci sto più che bene! Non per ultimo chiarimento: il Cristo originale era indubbiamente ebreo e con la pelle probabilmente bronzea, ma il Cristo che dal Saulo in poi è stato reso cattolico, no. Quello l’avete fatto diventare romano e bianco! Da certe immaginette, poi, lo si direbbe persino svedese! Ora, chi offende questa donna, a quale identità religiosa suppone di appartenere? A quella originale che neanche si può dire cristiana perché al Cristo non è mai passato per la testa nessuna balzana idea, a parte quella (a vostro dire) di lasciarsi crocifiggere per i nostri peccati? Ma neanche per idea! Pensa, invece, al Cristo dalla pelle bianca che ci avete inculcato da secoli! Capisci, adesso perché non provano alcun senso di colpa nei confronti di Cristo se agiscono non cristianamente? Se ancora non lo capisci te lo dico io: non provano alcun senso di colpa nei confronti di Cristo originale perché seguono il cristianesimo della copia.