Gliele racconto come mi ricordo

Durante il riposo, guardando in avanti ad occhi chiusi vedevo un tondo in oro con all’interno dell’azzurro: pulsava. Ai bordi di quello che vedevo, mi pareva ci fossero delle presenze. Non ne ero certo ma ”sapevo” che c’erano. Ero fortemente attratto da quella visione. Mi capitò di arrabbiarmi perché, non rivelandosi con chiarezza, mi escludeva la possibilità di sapere. Il fatto che mi arrabbiai mi fece capire che non ero pronto ad accogliere solamente ciò che mi veniva dato di vedere e, dunque, sapere. Non dubito che si possa anche interpretare quella manifestazione come una qualche disfunzione oculistica ma, perché era preceduta da una debolezza e perché (la visione durava, forse 10/15 minuti) quando mi alzavo dal divano ero riposato come neanche dopo otto ore di sonno?

Qualche volta ancora, sempre ad occhi chiusi, mi capita di vedere delle ”nuvolette” bianche (qualche volta azzurre) che passano sulla mia vista come se fossero un cielo. Una volta, mi resi conto dopo, che ero nel dormiveglia, mi sembrò di avere il faro di una macchina puntato sugli occhi: sul destro più che sul sinistro. Pensai di essere capitato in mezzo ad una strada. Quella luce e l’inspiegabilità del fatto mi sorprese così tanto che mi svegliai di soprassalto. Mi capitò di vedere, all’interno della fronte come se fosse uno schermo, dei volti imperturbabili: in bianco e nero, trasparenti, bellissimi. Qualche volta, invece, i visi avevano tratti più ” umani ” ma non per questo piacevoli a vedersi come gli altri: mi lasciarono dentro della paura.

Non mi ricordo se in sogno o all’interno della fronte vidi un gruppo di figure: giovani. Le vidi dal torso in su. Fui colpito dal fatto che avevano le orecchie a punta come quelle del dottor Spok. In alcun modo avrei potuto saperlo ma sentivo che il giovane davanti a tutti era il mio amico. Avevano tutte un arco con frecce e da quelle mi sentii colpito. Naturalmente, scappai! Mi rincorsero vociando. Cercai di togliermi le frecce ma non le vedevo. Neanche le frecciate si vedono eppure pungono sino a fare male. Mi svegliai. Si era un sogno. Nelle visioni mentali le apparizioni non si muovono.

In una visione mentale vidi il mio amico (da una certa distanza) dentro la cassa: era scomposto. In effetti, non si era fermato tranquillo. Anche senza quella visione, sapevo già che il sonno l’aveva vinto ma non convinto. L’immagine era a colori: bellissimi.

Una sola volta, sempre all’interno della fronte, vidi il viso di Cristo. L’immagine era in bianco e nero: quella classica dei santini. Provai paura. Non perché l’immagine facesse paura, ma perché mi sentii come un poveraccio che, senza sapere come, si sia ritrovato nel bellissimo e ricchissimo appartamento di un altro anziché a casa sua. Siccome c’è la mania di dirsi ”Signore, non sono degno” (come se si potesse veramente sapere chi lo è o no o se lo siamo o meno agli occhi della vita) mi ritrassi dalla visione. Che deficiente! Era così bella. Mi sorrideva. Nonostante mi ponessi in aspettativa, non mi riapparve.

Una notte di marzo, seduto sulle panchine della stazione stavo pensando a me, ai miei scritti, a cosa farne, come e perché farli conoscere, se è quanto era giusto farlo, ecc. Sopra i tetti delle case di fronte ad un certo punto ci fu una traccia luminosa, brevissima. Una stella cadente di marzo? Pensai di più, ad uno di quei barattoli che mandiamo su e che ogni tanto vengono giù. Ma perché in coincidenza con i miei pensieri? Solamente caso? Comunque sia, da quel ”caso” trassi questa lezione: più si penetra velocemente nella vita e più ci si consuma velocemente. Morale della storia: se la mia opera non si afferma ”velocemente” è perché la Vita mi difende, non perché mi limita.

Una volta sognai che stavo scaricando dei tubi da un camion. Non so dire se fu perché caddi o perché scesi, tanto il cambio immagine fu repentino, ma mi ritrovai seduto in quello che mi parve un mucchio di neve. Davanti a me un palazzo bellissimo. Occupava tutto il mio orizzonte visivo. Sembrava di ghiaccio o di cristallo. Non c’era nessuno (solo silenzio) eppure sentivo, che c’era della vita oltre le sue finestre, o che era lui ad essere vivo. Lo guardavo ma nel contempo sentivo che, o mi si guardava o che era lui che mi guardava. Non so perché ma ero diviso tra la voglia di stare sempre li (o perlomeno di avere più tempo per stare li) e la fretta di tornare perché sentivo che non c’era tempo (o che non era il tempo) per fermarmi in quel posto.

Alla mia sinistra, come da dietro un muretto, vidi uscire Cesira, mia madre. Era vestita di nero. Non sembrava contenta. Mi sembrò che mi guardasse severamente, oppure che guardasse, intimorita, o me, o qualcosa o in me o vicino a me che io non vedevo. L’inevitabile paragone fra il Palazzo e questo ”condominio” certamente non mi allietò la giornata.

Ritrovare il ”mio” spirito (la persona che ho amato) a me esaltò la vita: con la sua, infatti, se n’era pressoché andata anche la mia. Ma più che esaltazione spirituale o spiritica di tipo medianico, molto più semplicemente fu la gioia (in certi momenti anche felicità) di chi ritrova l’amore che credeva perso. Non le so descrivere il calore che qualche volta sentivo nel petto, la dove si era collocato secondo quanto mi disse attraverso una trance del medium. Fu una felicità che non durò molto. Lentamente (non mi sembrava possibile!) e sempre più perplesso cominciai a capire che si serviva del mio essere, non per stare presso il mio, ma per avermi al suo servizio: così, come mi invitava a farlo quand’era in vita, cominciai a ” scendere dal figaro “.

Non mi era mai successo prima della mia esperienza nello spiritismo, ma, da qualche tempo, ponendo le mani, si risolvono o si alleviano dei dolori. Dopo, però, (non sempre ma in genere se il contatto è con una donna) capita che mi ritrovo caricato di emozioni negative e/o indebolito. Perché? Perché è mia l’energia che do? Perché sono tramite di una energia (di uno spirito) sufficiente sì a togliere il dolore ma non a guarire? Ciò significa che sono tramite di una energia debole? Una che vorrebbe ma non può? Può essere che, comunicando energia divento il ponte attraverso il quale lo stato del dolente, passando attraverso me, altera il mio? A fine di bene sono anche disponibile a caricarmi delle tensioni altrui, ma, mi sono chiesto, e se (nel mio come in altri forse più probanti casi) il vero fine della forza della vita di origine spiritica non fosse quello di fare del bene fine a se stesso, ma di usare il bene allo scopo di ampliare le fede negli spiriti e, conseguentemente, deviare la fede nella vita, dallo Spirito della vita (il terzo stato dell’Immagine) agli spiriti a quella somigliante?