Comunità: latitanti cirenei?

Ci risiamo! Una persona t.d. esce di Comunità dopo una biennale accoglienza e ricomincia a “farsi”. Perché? Mettiamola anche così: non gli impedisce di tornare a farsi di roba se non trova ciò che lo dovrebbe fare d’altro. Ad esempio: una vita che non ha; un lavoro che non ha; una domiciliarità che non ha; delle affettività e/o delle amicizie che non ha. Non le ha, o perché le ha bruciate, oppure perché una Cultura che si è costituita in un certo mondo, che dialogo può avere con un opposto? Ulteriormente ci ricade anche per una volontà che non ha. Perché? Perché non vuole o perché per fargliela volere non siamo stati sufficienti a dargliela? Stante la situazione, la personalità t.d. di età adulta che al di fuori dei cancelli comunitari non trova un’altra accogliente Comunità, è inevitabilmente destinata a ritrovarsi nella realtà che ha lasciato: non solo tossicodipendente ma anche tossico delinquente. Nel male che c’è nel nostro bene, tutti abbiamo imparato a mediare. Non si capisce per quale sclerotizzazione culturale e/o morale solo alle Persone t.d. non si consente mediazione pur non offrendogli sufficiente tutela se non dopo una rinuncia ad una “roba” in cambio di parole e di pie intenzioni. Possibile che le Comunità più socialmente rilevanti (quelle che hanno permesso perché adottato una dis – umana Cultura antidroga) non si domandino mai se non vi sia concorso di colpa nei macelli esistenziali che procura la droga quando diventa integrante anima della Persona t.d.?