Con uno svedemborghiano

Se è vero che a Firenze non ho potuto ascoltare l’emozione delle cose (tanta era la gente) è anche vero che non ho mai recepito le tue emozioni. Per me, è come se tu fossi sempre stato oltre un vetro. Certamente il fatto di non averti colto mi ha ferito. Non certo al punto da fermare la mia vita ma a quello di renderla insicura certamente si. Anche a casa (senza contare per tutta la durata del nostro incontro) mi sono chiesto come mai il mio comportamento nei tuoi confronti non mi sconfinferasse per niente. Adesso lo so, come so cosa lo ha procurato. E’ stata la nostra mancanza di comunione. Con questo, non voglio certamente dire che tu sia uno spirito di male o nel male, ma che il tuo atteggiamento (una sorta di chiusura data o da una aprioristica diffidenza o da una mancata corrispondenza fra schemi culturali evidentemente diversi) è stato un male che può aver incanalato su di me un influsso di male. Se ricordi, ho detto che in te c’era dell’errore perché sentivo la pressione sulla scapola. Certamente non saprei dire in cosa consista quell’errore o quale sia la realtà che può avertelo fatto fare, ma, se si è rivelato fra di noi alterando in qualche modo il nostro incontro, certamente non voleva che comunicassimo. Al momento, vallo a sapere lo specifico perché, ma, prima o poi lo saprò. (Avevo sentito la pressione sulla scapola perché avevo incontrato uno spirito di fissato arbitrio, e secondo il mio pensiero, tossicodipendente da ideologia) Non solo per quanto intravedo della Vita, non posso non dirmi “pinco” se vi confronto la mia, ma anche perché, di me stesso, ho lucida coscienza. Nel bar dove eravamo non è che la mia coscienza dormisse, però, non capiva come mai non mi riuscisse di dire il Salmo. Mi alterava, o il fatto che non lo ricordavo (possibile? lo dico sempre!) o qualcosa non permetteva che lo ricordassi? Fu quel qualcosa che non permise nessun messaggio? Può essere.

Quando parlo, mi è congeniale sentirmi parlare. Direi, che quello che ho sentito dirti di me, culturalmente parlando era perlomeno balbuziente. Non riuscivo a dire ciò che volevo dire. Continuavo a dimenticarmi il filo del discorso. Saltavo di palo in frasca. In breve, mi sembrava di essere, come dicono i napoletani: uno “storduto”. Hai presente una trasmissione nella quale delle scariche elettriche interrompono la continuità dell’emissione? Ero una roba così! Quando ci siamo lasciati, indipendentemente dai risultati del nostro incontro ti sei detto lieto di avermi conosciuto. Tuttavia, l’espressione del tuo viso, per un attimo, si è mutata in freddezza, in calcolo. Se non in freddezza e/o calcolo, in sinonimi di questi stati d’animo. Eppure, sei sempre stato, non dico emozionalmente caldo nei miei confronti (che sarebbe stato chiedere troppo) ma perlomeno temperato. Girandomi per tornare alla stazione, ho avvertito anch’io lo stesso stato di freddo e/o di calcolo. A mio sentire i significati possono essere tre: o la nostra storia è finita perché fra di noi non vi è stata sufficiente corrispondenza spirituale, o è finita perché ho fatto quello che dovevo fare, oppure, qualcosa vuole (o teme) finita questa storia. Se ti scrivo, è appunto perché non so dare sufficiente risposta a queste ipotesi. Fra le altre cose mi hai detto che Swedemborg sostiene che gli spiriti possano fingere al punto da spacciarsi per l’identità dello Spirito. E’ una affermazione che ha bisogno di ulteriori precisazioni, tuttavia, è possibile, non perché sia possibile ma perché noi non siamo in grado di distinguere ciò che è dello Spirito da ciò che è di uno spirito. Suppongo che ti sia reso conto, delle implicazioni che ci sono nell’affermazione di Swedemborg. Di fatto, se uno spirito sa fingere al punto da spacciarsi come il Santo, tanto più saprà spacciarsi come lo spirito di Swedemborg.

Al punto, presso i swedemborghiani, quale credibilità hanno i medium che si dicono in contatto con lo spirito di Swedemborg? Direi, nessuna. Lo spirito di Swedemborg che ha dato atto alla sua vita, certamente, secondo il suo stato di spirito, è in atto nella Vita. Lo spirito di Swedemborg, se si è elevato nella Vita, secondo il suo stato di vita torna a questa con l’identità della Vita, cioè, con quella dello sua forza: lo Spirito. Se diversamente non si è elevato tanto da con – fondersi nello Spirito della Vita (sempre secondo il suo stato di spirito) al punto da aver acquisito la definitiva identità spirituale di quello stato, certamente torna alla nostra vita con lo spirito della propria, cioè, con l’identità di se. Considerato ciò, possiamo accettare come Cultura di Swedemborg quella di chi si dice in rapporto con la Cultura di Swedemborg? Certamente la possiamo accettare, ma, con molte riserve di spirito, cioè, di vita. Se in quello che dico c’è anche della Cultura di Swedemborg, è perché indipendentemente dalle vie, ambedue ci siamo volti allo stesso Principio: quello della Vita divina, nella quale il nostro spirito (la nostra vita) ha trovato la sua forza. Poiché lo Spirito della vita divina è il Principio della forza della vita della Natura che corrisponde alla sua Cultura, ne consegue che è errore contro lo Spirito della Vita, ogni atteggiamento persecutorio verso la forza di ogni vita, ivi compreso quello di noi contro la nostra. Chissà perché mi è venuta questa frase che col resto della lettera non centra niente. Sei un giudice troppo severo? Solo di te stesso?

Datata Marzo 2007