Tratti . Ritratti . Autoritratti

atestpost

Bar Aurora di Este

aneolinea

albaraurora

aneolinea

Non c’è più da decenni. Avrò avuto 18 anni, forse 19. Quando l’ho visto trasformato in una drogheria con pretese di modernità mi si è stretto il cuore: non si finisce mai di morire. Al tempo della foto avevo 18 anni, mi pare. La titolare mi aveva in forte antipatia e me ne ha fatto passare di cotte e di crude. Antipatia che anni dopo avrei riconosciuto nei soggetti avioprivi. Sia nel senso di avio maschile che, latente o no, di quello femminile. Pasta d’uomo il titolare, anche se non mi ha mai messo in regola. Ha insistito perché prendessi la patente, però. M’ha fatto fare pratica con la sua 600. L’aveva appena comperata: 600 o 800 mila lire, non ricordo. La patente l’ho pagata 40 mila lire. Percepivo otto mila lire alla settimana. Pagato tutte le settimane. Per via di buste paga, sognarsele. Va bé! Non si pub avere tutto! Di fronte al Bar, ogni tanto, dalla pensione al Cavallino Rosso (anche Casino si mormorava)  giungeva qualche richiesta. Nelle serate d’inverno, il più delle volte, brulè che dovevano arrivare bollenti. Pesante, il vassoio e drammatico il passo fra il dover andar velocemente, e il non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso non ci sono più: larghe, con scalini di pietra da lavare a varechina. Entravo nel salone. Aria di chiuso, un tavolo da una parte, e mi pare, un paio di poltrone. Dava l’idea di non esser mai stato usato: era lì. Alla sinistra, la porta della cucina/sala da pranzo. Attorno al tavolo, uomini, donne, e disagi. Niente delle donne diceva il mestiere. Famigliare l’abbigliamento, e le personalità. Nulla degli uomini diceva il desiderio. Dei padri fuori casa. Se ci fosse capitata la Merlin, avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Scendevo dalle scale con un senso di liberazione. Vuoi, perché fuori non c’era più l’odore di stantio di quella cucina, vuoi perché non dovevo più darmi risposte. Vuoi perché avevo paura di possibili domande. Ricordo i pomeriggi domenicali con il bar strapieno di ragazzi e ragazze. Sino al martirio subii le lacrime sul viso di Bobby Solo: ininterrottamente e per mesi! Alternative? Zero!

atestpost

Al Mazoom di Desenzano (Chiuso)

aneolinea

fotovitaovale

aneolinea

Disco fashion, ma di fashion da mettermi quella sera non avevo proprio niente, così, ci sono andato con indosso una tuta da Karate che avevo comperato in un saldo solo perché mi era piaciuta. Si dice che l’abito non fa il monaco, come una tuta non fa un karateka, ma è vero solo per quelli che hanno bisogno di riconoscersi, o come “monaco” e/o come “abito”.

atestpost

Ancora al Mazoom

aneolinea

alsabba

Serata post festiva. Poche le streghe. Il personale più della clientela. Non mi accorgo che mi hanno fotografato. Me lo fa notare il fotografato assieme a me. Come da copione poso la mano sulle perle.

atestpost

Ristorante Al Sangon – Moncalieri (TO)

aneolinea

sangon1

aneolinea

sangon2

aneolinea

Non so se ci sia ancora. Portava il nome di un fiumiciattolo dal brutto carattere che scorreva lì vicino. Mina cantava Renato, Renato, e la Pavone, La partita di pallone. A Torino festeggiavano il centenario dell’Unità d’Italia. A Moncalieri ho comperato il mio primo Oscar Mondadori, il primo orologio: era un Lanco. Vivevo con le mance. Con il primo stipendio che gli ho mandato, mia madre si è comperata un Allochio Bacchini.  Non ricordo d’averla mai vista sorridere, ma quella volta si. Non si sa le volte che ho pulito i vetri in cambio di fette di torta avanzate dai matrimoni: storia vecchia l’origine del mio diabete. Non ricordo se le foto dicono due periodi diversi, o se diversa l’apparenza nello stesso periodo. All’epoca, di mio c’era ben poco da ricordare: di più da dimenticare.

atestpost

Sono al matrimonio di Francesca: figlia di amici.

aneolinea

francescasposa

aneolinea

Amici è dire senza far capire. Mancata la Cesira, erano, di fatto, il familiare ricovero di un senza arte e ne parte. Dirli amici, pertanto, è solo fortemente riduttivo. Ora che mi riguardo a 73anni compiuti non posso non ammettere di sembrare un porta jella.

atestpost

Con un Rom amoroso

conrom

aneolinea

Non mi ha mai chiesto una lira che sia una. L’avevo conosciuto nel giro della notte. Le “amiche” mi dicevano che stavo diventando la cognata degli zingari. Che lingua, le culandre! In nessun vocabolario si trova “culandre”. Lo direi l’insieme fra cul (sedere) e andro come in andropausa.  Il significato di “culandre” quindi, potrebbe essere quello di sederi non occupati. In ambito omosessuale è nota la malignità dei sederi non occupati. Non mi ricordo se il termine l’ho inventato io, o se girava già fra le culandre.

atestpost

Fattorino in una ditta di pubblicità

aneolinea

conbambino

aneolinea

Mi chiamano Flash perché non facevano in tempo a dirmi dove andare che già ero tornato. Durante una cena aziendale mi rifilano il bambino di un responsabile della ditta: Pietro ma lo chiamavo Piter. Della decisione non sembra particolarmente convinto. Neanch’io, ma reggiamo la parte. Come con i fiori, anche con i bambini non ho empatia. Non capisco i loro bisogni, e se li capisco, non so come attuarli o quanto devo o non devo. Sarà perché mi ricordo, si, di essere stato piccolo, ma mai bambino. Al più, minore. Condizione che non smise tanto presto.

atestpost

In Prato della Valle a Padova

aneolinea

conguzzi

aneolinea

Con la Guzzi e un amico di Dolo: la Dolo_rosa dall’ostilità verso la donna. Mi lasciò senza fanale (non l’amico) da Dolo sino a Verona! A causa di una doverosa frenata (non avevo visto i fanalini dell’auto davanti) derapò sino a farmi appoggiare sulla targa dell’auto del frenatore dietro di me. Ironia della sorte, un prete. Aveva un suo carisma quella moto. Delle ragazze la preferirono al un Benelli 125 nuovo di bottega! Il suo proprietario ci stette proprio male! Non ricordo che fine gli feci fare.

atestpost

La Mary: “amata”, “detestata”, mai dimenticata.

aneolinea

mary1

aneolinea

mary2

aneolinea

Correva il  1965, mi pare. Mary gestiva il ristorante NSU del Cavallino di Venezia. Io ero Lagunare a s. Nicolò. Per la festa del  reggimento mi spostano nel suo ristorante. A fine naja mi assume. Ci faccio due o tre stagioni, non mi ricordo. Ci lasciamo male, più per problematiche mie che per le sue. Niente di sessuale, naturalmente, anche se una volta m’ha usato per calmare le sue tensioni come ho capito dopo. Pensavo che non stesse bene. No, non ero uno stupido, ma (sia pure a giudizio del di poi) un po’ mona certamente si! Di recente la Mary mi venne a visitare: in sogno o nella mente non ricordo. Mi apparve in bianco e nero, di tratti maturi ma potenti, e con le labbra rossissime! Mi guardò, come si considera chi, solo ora si vede com’è, non come ci era sembrato! Nel volto della Mary ho letto che una qualche idea su di me se l’era fatta anche in vita da tanto non manifestò delusione. Gli lessi inoltre, sia il compiacimento di chi ha azzeccato un’opinione, che l’incredulità per averla messa in forse. A causa di desideri non vissuti (non esclusi i passionali) è capitato a tutti, penso, di domandarsi: ma come cavolo ho fatto a pensarci! Anche la Mary l’ha pensato, tuttavia. mostrando disincanto. Le labbra rosse della Mary mi dissero, infine, che la sua umana passione è ancora viva.

atestpost

Con una collega del ristorante

aneolinea

concollega

aneolinea

Non mi sentii esentato dai doveri d’ufficio ma li ridussi all’amicalità. A parte il timore di farmi capire, per la testa non mi passò proprio altro.

atestpost

A Borgo Nuovo di Verona: casa dolce casa.

aneolinea

conolivetti

aneolinea

Preso da impossibilità di scelta avevo occupato una casa del Comune. Venivo da un seminterrato del Rione Filippini. Le… amiche, diplomarono l’azione concedendomi un nomignolo parafrasato dal  titolo dall’opera di Puccini: La Vitaliana in Algeri. Giusto per dire l’ambito e l’inquilinato: allora totalmente composto dal nostro Sud. Riuscii ad occuparla inventandomi una storia. Mi vestii bene. Andai da un noto ferramenta. Dissi di aver perso le chiavi di casa. Potevano aprirmi la porta? Si. All’epoca non avevo la macchina. L’operaio mi ci portò con la sua: una ottocentoecinquanta sullo sgangher! Aprì la porta. Mi diede la chiave. Comunicai la faccenda all’Agec e gli spedii un primo affitto: trentamila lire: era quello che pagava una signora allo stesso pianerottolo. Seguì una faccenda legale: andò avanti. Mi offrirono una seconda casa: indecente. Accettai la terza offerta. Ci abito dal 79. Stavo lavorando solo nei festivi, in quel periodo. Certamente non mi andava di lusso, così, dove non mi assolse la legge, mi assolsi io.

atestpost

Cameriere al Du Lac di Bardolino

aneolinea

dulac1

aneolinea

Ora, scuola alberghiera mi hanno detto. Sono seduto al balcone del ristorante. Di spalle il capo cameriere. Lo sembravo più io, mi dicevano. Ero preso dal barista. Non so più quanti caffè ho bevuto pur di vederlo continuamente. Era nauseato dal mio interesse. Mai espresso, devo dire. Lo capii solo dopo anni. Correva il 71/72 mi par di ricordare. Io, da nessuna parte. La Gilera doveva ancora venire.

atestpost

Magazziniere&facchino in una ditta di trasporti

aneolinea

carnevaleaven

aneolinea

Con colleghi di lavoro sono al Carnevale di Venezia. Secondo il comune intento dovevamo sembrare la Banda Bassotti. Più convincente una trota vestita da crocai. Mi dicevano che portavo i pacchi come si portano i vassoi. Non sembrava un complimento ma non ho sindacato.

atestpost

Verona – Rione Filippini

aneolinea

aifilippini

aneolinea

Un seminterrato 6×3 con una sola finestrella. Ci sono stato otto anni. L’ho trovata, favorito dalla conoscenza di un veronese: la Simona (odontotecnico con attrezzi in casa) che a sua volta conosceva un attore mantovano, (dello Stabile di Genova) che avevo conosciuto all’hotel Aleramo di Asti dove lavoravo come cameriere. In lavanderia non mettevano sigla alla mia roba perché la riconoscevano dall’odore di muffa. In quella casa ho subito una decina di furti. Qui ho rischiato una fatale intossicazione da gas. Qui ho cominciato a vivermi. Non dalla sera alla mattina, ovviamente, tanto è vero che alla sola vista fui chiamato Silvio Pellico e le sue prigioni dalla Gaby: orefice in Valeggio, ucciso da ingiustificabili imbecilli! Erano tante, grosse, e, evidentemente per la Gaby (di rara intelligenza) tutte in superficie ma non superficiali, le mie prigioni.

atestpost

Era l’epoca dei maxi cappotti

aneolinea

inmaxi

aneolinea

L’avevo in simil velluto: nero. Una professionista che batteva in Stazione pensava che fossi un prete. Quando mi vedeva si nascondeva perché aveva un figlio al Don Calabria. Temeva ritorsioni. Di maxi avevo anche un soprabito bianco di tela cerata. L’avevo comperato al Coin. Sudavo, quando l’indossavo! Non ci passava un filo d’aria! Aiutando un’anziana a rialzarsi da una caduta, mi capitò di lasciarlo andare a terra! Il titolare di una verniciatura per auto vide la faccenda. “E pensare che i ghe dise su”, lo sentii dire. Già: l’è tanto un bravo ragassooo, pecato chel sia culaton! Storia vecchia! Sono sopravvissuto.

atestpost

In un ritratto di Giancarlo M. di Este

aneolinea

daMontato

Dicendomi Silvio Pellico e le sue prigioni la Gabì aveva riconosciuto quello che non avevo ancora capito pur vivendole.

atestpost

La Gazzabinskaja

aneolinea

Si avvicina il Carnevale. Decido di esserci. Mi lascio affascinare da un 80×80 di uno scampolo di velluto viola che dicono imperiale. Stupendo per un mantello ma con un 80×80?!! Lo compero lo stesso! La sarta ed io cogitiamo un corpetto. Le misure sono bastate per la parte davanti! Si va bè, e mo’? E mo’ ci vuole il resto! Unito resto a resto (non manco di fantasia) è venuto fuori un vestito russo dell’8oo. Lo strascico sul metro e mezzo. Tanto per restare in tema, é in damasco viola con disegni in oro. Mi è costato un capitale! Già da casa abbigliato, parto per Venezia. In prima classe, ovviamente! Non come maschera sono andato per irte calli, ma come chi va a vedere le maschere. “Vestita di voile e di chiffon” non vi dico il freddo che ho patito. In Giappone devo avere qualche foto. Sconvolto da cotanta grazia, il tassista che m’ha portato alla stazione di Verona (non ci crederete ma si è girata!) non riusciva ad accettare l’idea d’aver visto una nobildonna uscire da una casa popolare. A Venezia arrivo e vado. Non ci faceva caso nessuno. Per cena entro in una rinomata osteria. I seduti (direi di botto!) hanno tacitato ogni cucchiaio, ogni commento in punta di forchetta. Bloccati! Non c’era posto. Non trovarne é il mio destino. Tornando alla stazione, un mona in cerca di chissà che m’ha seguito a lungo. Figuriamoci se non so riconoscere un teppistello, ma lo stesso, concedendo e togliendo, m’è piaciuto dargli qualche speranza: a Carnevale ogni scherzo vale. Col cacchio, però, che sono entrato nei vicoli dove mi aspettava anticipando il mio passo. Gazzabinskcaja sì, scema no! Non per quel tanto di poco. A Verona la casa mi aspettava: popolare ancora. Avendo famigli come da vestito, farei frustare la fotografa! La qualità della foto è indecente!

aneolinea

ioavenezia

atestpost

aindex