Sesso e liberazione

Non vedo liberazione sessuale. Vedo, invece, degli evasi dalle gabbie. Una liberazione sessuale, implica la personale gestione di due chiavi: quella culturale, e quella morale. La cosiddetta liberazione ci ha permesso l’uso della chiave culturale, ma la chiave morale, è in mani che non la concedono! Al che, siamo liberi a metà, o, a dirla con uno scrittore: dei guerrieri dimezzati. Di conseguenza, dimezzati, anche come Persone. In tali frangenti di sofferenza, la cura che negli ambiti socializzati va per la maggiore, è l’ipocrisia. In quelli non socializzati, (o parzialmente tali) invece, ci si cura da strozzati orgasmi, per mezzo di protesi: prostituzione, e pornografia. Dove non si libera, o non permettiamo la liberazione della vitalità nella sessualità, il sesso finisce con l’essere la merce che ti permette di sembrare, libero! E per via del sembrare liberi, la droga, è il senso che lo permette di più. Ovviamente, auspico la libertà nell’essere, non, in quella del fare che non può non tener conto che vi è chi non sa, non può, o non vuole, gestire (personalmente e socialmente) quella libertà.

Maggio 2007

Oddio: i fiori di zucca!

ali

Oddio: i fiori di zucca fritti con la pastella! La Cesira me li ha fatti solo una volta. Costavano, ai miei tempi, i fiori di zucca! Ti parlo di 55 anni fa! Quale vedova ricorda così tanto un marito? Se devo pensare alla dolcezza di un sentimento, lo penso fiore di zucca fritto con la pastella: veneta o napoletana che sia. Ho avuto amanti importanti sia di quelle parti che delle mie. E’ vero! Mi è capitato di mangiarne ancora da qualche parte in qualche posto, ma, non erano i miei amati fiori. Erano molli come amanti non interessati a farti sentire il crunk!

Maggio 2007

India Festival degli Eunuchi

Mi rivolgo alle donne, perché gli uomini non sanno guardare, o non sono interessati a guardare, o hanno paura di guardare.

eunuco

Avete visto gli occhi di questo giovane?  Non è l’effeminato che una qualche ragione potrebbe anche aver motivato il dolo, o il sacrificio religioso, o il mercato della prostituzione, o l’insieme delle cose. E’ una forza ancora maschia, quella che traspare dallo sguardo; tanto che lo dico, di chi non ha avuto scelta: rose sui cappelli, ora, e, per coprire il fronte, oro. Giusto per tacitar l’udito.

Maggio 2007

Vivere? Morire?

“… ma per me eutanasia e suicidio sono sinonimi di non coraggio a vivere la vita. Attenzione! Non ho usato volutamente la parola vigliaccheria perché avrei giudicato qualcuno che non la pensa come me, e giudicare è l’ultima cosa che voglio fare.”

Potresti dirmi, Giancarlo, dove trovi diverso il senso di non coraggio, e quello di vigliaccheria? A mio avviso, il problema non è eutanasia si, o eutanasia no. Il problema è che ognuno dovrebbe avere il diritto di gestire in proprio il grado di dolore che può sopportare. E se per qualcuno la vita gli diventa un massimo dolore, gli si dovrebbe dare massima scelta. E’ giusto? E’ sbagliato? Prima o poi lo saprò. In attesa di questo, “ognuno da quello che può!” Facci caso: non l’ho mica detto io.

Giugno 2007

3) La vita è nostra?

In questo momento storico, la società e la religione sostengono che la vita non è nostra. In queste due ideologie, non è esclusa l’ombra del possesso sulla vita che guidano, ora religiosamente, ora politicamente, ora in ambedue i casi. In quanto poteri, non possono diversamente. E’ triste, ma è così. Ora, chiediamoci, che cos’è vita? Ci sono miliardi di risposte. Credo che non ci siamo ancora messi d’accordo sulla risposta ultima. Chiediamoci, inoltre, quale lo scopo della vita. Miliardi di risposte anche qui. Chiediamoci ancora, quando posso dirmi di essere vita? E, per chi? Per un’idea di me? Per un’idea sociale? Per una più elevata idea? A mio avviso, ci si può dire vita nella vita, tanto quanto rechiamo vita: vuoi a noi stessi, vuoi al sociale, vuoi alle idee che vuoi. Ci sono casi, in cui non si può più esserlo, per nessuno dei casi che ti cito. O, esserlo, al più, sottostando, a pesantissime croci. Ci sono casi, in cui possiamo alleviare il peso di quelle croci. Ci sono casi, in cui non lo possiamo in alcun modo. Ebbene, con quale e per quale diritto si può dire ad un’umanità caduta sotto il peso della sua croce: mi dispiace ma devi continuar a portarla?

 Giugno 2007

Verità per Federico

In questa coppia sento la madre più determinante del padre. Nel formazione del carattere virile di un figlio questo crea degli strani pasticci identitari. Non sarebbero pasticci se formassimo l’umanità più che formare il normale (?) ma, purtroppo la norma sclerotizza le soggettive specificità. Ho un orrendo ricordo di una donna poliziotto, (una ufficiale) che ho visto agire nei confronti di un tossicodipendente che all’epoca seguivo sia come associazione che come conoscenza. Esaltata, sprezzante, inutilmente distruttiva la personalità dell’altro. Indubbiamente ricostruita a livello psicologico, sia dalla divisa che dal conforto di altri tre agenti, che, a dirla tutta, non sapevano più da che parte guardare per quell’inutile sceneggiata. Se non fosse stata in divisa, l’avrei detta impasticcata, o in “riga”. Non posso non domandarmi: quanto sono sani quelli che indossano una divisa come indossassero una camicia che da forza perché li forza? Si, questo, è il problema!

Giugno 2007

Mele marce a Genova

“… io credo, la principale responsabilità delle forze dell’ordine sia stata quella di non aver saputo comunicare al suo interno.”

asepara

Vero, ma le forze dell’ordine (vedile come corpo) possiedono due interni, non uno. Possiedono un interno collettivo e l’interno singolo. Nell’interno collettivo, è chiaro che la comunicazione è andata a puttane, ma perché è andata a puttane anche la comunicazione morale, culturale, professionale anche del singolo con sé stesso? Cos’ha permesso al singolo di non ascoltare quella comunicazione? Cosa gli ha permesso di diventare schizofrenico, perché di scissa comunicazione fra animo privato ed animo professionale? In definitiva, quale chiave ha liberato la belva privata dalla professionale ingabbiatura? Se non vogliamo la ripetizione di quei casi, è soprattutto questo, il punto da studiare!

asepara

“e mi stupisce davvero che nessuno delle migliaia di poliziotti onesti, seri e sinceramente degni di un Paese democratico, non abbia sentito la necessità -prima di tre giorni fa- di smarcarsi da quei pochi DELINQUENTI che, indossando la loro stessa divisa, hanno disonorato il loro Corpo e spezzato la fiducia dei cittadini verso di loro.”

asepara

Ma, dove vive questo blogger?! Dove lo trova un commilitone, così eroico da denunciare i suoi pari col rischio di vedersi osteggiato, rifiutato, e trasferito quando non personalmente minacciato oltre che detto infame con la motivazione che sta buttando merda sul corpo?! Sono i vertici che devono avere quel coraggio! Se un vertice ha atteso sei anni per trovarlo, cosa si può chiedere ad un semplice pulotto?! In verità, le forze dell’ordine non possono permettersi il lusso di essere amate dai cittadini. L’amore non fa paura, mio caro, mentre la paura è fondamentale e preventiva manetta! Sbagliano? Forse. A personale esperienza, posso dirti che se incuto timore i miei collaboratori funzionano, e se non metto timore mi mandano a ramengo la comunicazione di lavoro che devo avere con loro. E’ triste, ma è così.

Giugno 2007

Ai corinzi di oggi

Nella chiesa, diversi ministeri, dice il Saulo/Paolo nella Lettera ai Corinzi E diversi minestroni dico io in questi post sui carismi dello Spirito, degli spiriti, e sui santi guaritori vuoi per carisma dello Spirito, (si dice, o dicono) vuoi per quello di chi non si sa chi. Dice, il Saulo/Paolo: vi sono poi, diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito?

ali

khárisma, der. di kháris ‘grazia’, dicono i miei due santi protettori Devoto – Oli. Per questo significato, è come se il Saulo/Paolo avesse detto: vi sono diverse grazie, ma una sola è la Grazia. La grazia è il dono divino, elargito a un credente a vantaggio dell’intera comunità.

ali

Naturalmente, il Saulo/Paolo intende la comunità dei credenti. Per chi non è credente, ciccia! Se vi è una sola Grazia, e la Grazia è Spirito, ma (a parte l’Assoluto) non vi è un solo spirito. Ne consegue che a diverse grazie corrispondono diversi spiriti. Chi è lo Spirito? Lo Spirito è la forza della vita del Principio che ha attuato il suo principio: la vita. Chi sono gli spiriti? Gli spiriti sono forze della vita che ha attuato il principio della loro vita. Cosa distingue l’identità dello Spirito, dall’identità degli spiriti principiati dallo Spirito? Direi, lo stato della forza (vitalità nel corpo e vita nella mente) del loro stato di vita. Lo stato della vita dello Spirito del Principio, in quanto primo, è sovrano. Lo stato della vita degli spiriti, in quanto attuati dal primo, sono spiriti secondi.

ali

“Ma uno solo è il Signore” dice il Saulo/Paolo.

ali

Essendoci un solo Principio non può essere che così! Come si giunge a concepire la vita secondo Spirito, e come si giunge a pensar vera l’esistenza degli spiriti? Alla mia esperienza, risulta solamente per mezzo di quella potenzialità di contatto fra realtà visibili ed invisibili che chiamiamo medianità. Vi è solo oro in quello che la medianità permette? No.

La scienza e l’anima

Mauro mi dice: “Possono esserci delle forme di “energia psichica”, che fino ad oggi non abbiamo scoperto né misurato, che spiegano questi fenomeni?”

Gli rispondo:

Credo di averti accennato alle mie possibilità prano. Le ho sempre avute? Ammettiamolo come possibile, tuttavia, a tutto pensavo mentre non sapevo da che parte girarmi per la cura dell’Amato: questo, prima di un tentativo. Al massimo, mi sono detto, mi sentirò ridicolo: e così è stato. Ero all’Ospedale di Legnago. L’Amato, a letto, era girato verso la finestra. Pian pianino gli vado alla schiena e gli poso le mani sulla nuca. Non mi aveva visto e io non gliel’ho toccata, nonostante ciò, si gira di colpo! Vede che sono io, si rilassa, e torna nella posizione che era. Bofonchio qualcosa e rimango lì come il fesso che pure in età adulta si fa prendere con le mani nella marmellata! Mi muore. Inizia la mia ricerca di contatto attraverso lo spiritismo: lo “trovo”. Mi iniziano gli influssi, le testimonianze, le emozioni, tipiche dell’esperienza medianica. Passano gli anni ma il ricordo della sua reazione non passa. Mi risento ridicolo ma ci riprovo con conoscenti in momentaneo disagio fisico. Avvertono emozioni di caldo, di freddo, tremolii, senso di rilassatezza e generale benessere: passa anche qualche dolore. Vorrei poterti dare un qualcosa di quantistico, invece mi vedo costretto a dirti: questo è quanto.

Mi risponde:

Accolgo con interesse la tua testimonianza su un percorso personale che hai raccontato in modo più disteso del solito, e ti segnalo il punto esatto in cui comincia il mio dissenso. “se vi sono gli spiriti, mi sono detto, ci sarà pure lo Spirito”. Nel momento in cui hai dovuto cercare di interpretare questo vissuto molto importante e significativo, l’unico supporto culturale che hai trovato è stato nel concetto di “spiriti”. Ti sei ritrovato, quindi, scusa se te lo dico, culturalmente nella preistoria, nella cultura prepagana addirittura. Altro supporto non hai avuto. Quindi perdonami ancora se ti dico anche questo: che, come non ritengo che il concetto di “spiriti” sia culturalmente adeguato per interpretare questi fatti, altrettanto inadeguato è quel salto logico un po’ grottesco che fai, passando dagli spiriti allo Spirito. A fronte di queste spericolate deduzioni, insisto che un onesto “non capiamo ancora” è molto meglio di teorie arrampicate sui vetri. Purtroppo queste mie parole risultano contro la mia volontà inevitabilmente saccenti e offensive senza volerlo, perché ricordare a qualcuno i limiti della sua conoscenza (considerando che ognuno di noi ne abbiamo) non è mai bello né simpatico. Però, purtroppo, è questo che si deve dire: che non è con la teoria degli spiriti che si possono studiare e comprendere i fenomeni paranormali, come quelli che tu descrivi, che sono certamente reali, ma che meritano un approccio con le categorie di pensiero del 2000 dopo Cristo e non del 2000 prima di Cristo. Detto con amicizia e incrociando le dita che tu non ti incazzi.

Gli replico

Sciogli le dita, Mauro, che in vista non c’è nessuna tempesta! Da nessuna parte ho affermato di conoscere la verità, quindi, la tua, entra da una porta aperta. “Se vi sono gli spiriti ci sarà pure lo Spirito”, è come se avessi detto che se c’è Mauro ci sarà pure suo padre. Chiaro è, che se conoscessi tuo padre, avrei detto che se c’è Mauro ci sarà pure Antonio, ammesso ma non concesso che tuo padre si chiami così. Si, come cultura è un po’ scarsina, ma su quale altro argomento avrei potuto basarmi: su 2000 anni di teologiche balle? Si, la mia è solo una elementare deduzione. Certamente azzardata sino all’idiozia, se solo avessi proseguito nel dire che cos’è lo Spirito. Invece, ho solo detto che è la forza della vita sia dal principio che del Principio, se ammettiamo un iniziale generante. Dici che è stato il Nulla? Bene! Allora vuol dire che quel Nulla ha generato la vita. Già, ma, chi ha generato il Nulla come vita? E se ammettiamo che quel Nulla non sia un sasso, quale “biologia” gli permette di essere vita? Memore della “biologia” degli spiriti, mi sono detto: quella di uno Spirito. Dici che con questo mi sono ritrovata nella cultura prepagana? Sbagli, Mauro. Mi sono ritrovato molto prima di ogni cultura: mi sono ritrovato da chi ha generato ogni possibilità di cultura. Dici che, seguendo il mio ragionamento, sei disponibile ad ammettere che è stato un Cosa ma, mai, un Chi? Benissimo! Trovo che nella vita ci sia spazio anche per una “teologia” naturale. Dici che non è con le mie teorie che si possono capire i fenomeni paranormali? Se condividiamo il fatto che la Natura fa la Cultura, come la Cultura fa la Natura, direi che sono due le vie per capire i fenomeni in oggetto. Io li capisco attraverso Natura, (il corpo della mia vita e della vita) altri li capiranno attraverso Cultura: il corpo delle conoscenze proprie, sommate a quelle altrui.

Memento vitae

ali

L’avevo scritto quando giravo nelle piazze della “roba”, non meno perso dei tossici sia pure per altri motivi. Valga o non valga la pena, lo aggiungo.

Si viene a nuova vita mano a mano si ultima la precedente. Se la decisione di finire la precedente non è ancora risoluta, allora contate su di noi.

Se non osate fidarvi, con la vostra vita fermate anche la nostra. In questo caso, se constaterete che non vi abbiamo dato niente, sarà anche perché non ci avrete concesso altro.

Se siete indecisi, ritroverete l’incertezza in ciò che rifarete. Se in ciò che rifarete toccherete il fondo, sarete giunti al bivio estremo: farsi con la vita, o farsi la vita?

Le risposte in mezzo alle due sono croci apparentemente scaltre se sono paglia che si mette sulla spalla per non sentire il peso della stanga ma, quell’espediente non libera dalla catena che trascina dentro la feccia, al più, permette di aggiungere degli anelli.

Il Male

Diciamo male, il dolore naturale e spirituale da errore culturale. In ragione dello stato dell’errore abbiamo il corrispondente stato di dolore, che diciamo male perché lo carichiamo (il dolore) di significati di costituita e costituente religiosità. Certo! Indipendentemente dal piano dell’esistenza, esistono forze avverse alla vita. Le penso, però, nell’errore, non nel Male se per male intendiamo una condizione non morale e/o amorale da espresso giudizio. Nessuno può dire che una data vita é nel Male. Certamente possiamo dirla nell’errore, tanto quanto procura dolore al corpo: Natura della vita, indipendentemente dalle sue forme. Il Male, come spauracchio per anime infantili, e/o come verga per sottomettere recalcitranti schiene, serve solo alle religioni resesi politiche, quando, sui nostri errori, non sanno dare risposte di verità, tanto quanto non opportune al soggettivo credo. Non per ultimo, perché i credenti seguono le bandiere che sventolano di più. E’ umano ma é un errore che può portare al dolore. Per questa ipotesi, allora, neanche le religioni sono esenti dal Male.

Paolo di Tarso non fu un fondatore

“Una cosa però è ormai assodata e cioè che Paolo di Tarso non fu un “fondatore” ma il “diffusore” di un annuncio basato su fatti già noti e che non occorreva raccontare daccapo.”

asepara

Che sia stato un “diffusore” non si discute. Di annunci basati su fatti già noti ne dubito parecchio. Credo invece, che, partendo dalla rivelazione spiritica che gli è capitata sulla via di Damasco, il Saulo abbia interpretato la sua idea di Cristo, secondo e per mezzo, di una personalissima “allucinazione” e per bisogni che, ovviamente, non siamo in grado di verificare. Non credo nella Bibbia. Non la credo rivelata da Dio. Credo, invece, che l’unica parola di Dio sia: vita! Non credo che ne abbia dette altre. Non lo può. Non lo può perché un Ente assolutamente sé stesso non può dire che il Suo assolutamente sé stesso, e se è vita, solamente vita può dire. Tutte le parole che hanno detto sulla sua, a mio vedere sono solo delle mistiche (?) esaltazioni da malattia! Ne prova il fatto che tutte sono state vissute da variamente “sofferenti”. Certo! Anch’io ho vissuto le mie “visioni” nel periodo di maggior sofferenza, ma oltre alle mie verità ho accostato anche i miei dubbi. Così facendo, permetto all’arbitrio altrui di credere in ciò che pensa, non, in quello che io penso.

Novembre 2006
Pressoché rifatta nello stesso mese del 2019

Roberto mi chiede

ali“Cosa pensi ci sia dopo la morte? E’ tutto qui? Solo questa nostra povera misera vita, così breve?”

asepara

Prima che la morte dell’Amato me la facesse conoscere, ne pensavo quello che generalmente pensiamo. E’ successo poi, il mio incontro con la medianità. Da quel momento, la morte è diventata passaggio fra uno stato e l’altro della vita. La prova di quel passaggio me l’ha data una mia corrispondenza con trapassati: l’Amato fra questi. In un primo momento ho accolto quella realtà come generalmente accolgo ogni vita: a cuore aperto. Un po’ alla volta, però, verifico a chi lo do. Do chilometri di corda, se necessario, e per anni, se necessario, ma prima o poi, impicco; ed ho impiccato l’attendibilità di quella manifestazione. Non sai, perché non esistono gli spiriti (non è quella la voce da verificare, che tanto, ognuno crede quello che vuole, sa, o può) ma perché sono inattendibili. Perché, inattendibili? Semplice, e forse l’avrai già letto da me. Lo spiritismo è inattendibile perché il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Dal che ne consegue, che il male può essere maggiore, dove maggiore la rivelazione. Al che la collegata domanda: quale attendibilità hanno gli spiriti che hanno principiato le religioni monoteiste? Nessuna! A questa stessa mia conclusione, (l’inattendibilità degli spiriti) credo sia giunto anche lo stesso Cristo: fu tentato ma respinse la tentazione. Mosè e Maometto, invece, ci sono cascati in pieno! Ci sono cascati anche tutti i visionari che trovi nella Bibbia. In ultima ma primo per l’importanza che ha presso di noi, c’è cascato Saulo di Tarso. Capisci adesso, perché, per me, la Bibbia è un documento senza alcuna attendibilità a livello divino? Dici che è Parola di Dio! Ammesso un Dio al principio della vita, non può essere che supremo. Per tale stato assoluto. Quale il principio di vita, di una vita che vive il suo assoluto stato? Io l’ho trovato nel Bene. Vi può essere Bene in quella vita, in assenza di altri due principi, e cioè, il Vero ed il Giusto? Chiaramente, no!

ali

Allora, di questi tre principi, assoluti perché divini, quanto ne trovi nella Bibbia? Molto pochi, direi, se la lettura di quel libro ha fatto perdere la fede a molti! Vita, è comunione di stati fra il Bene nella Natura, il Vero nella Cultura, ed il Giusto nello Spirito. Essendo assoluto stato, in Dio, questa trinità di stati è unitaria. Per questo è anche detto, l’Uno. Nello stato divino della vita, vi può essere assoluta comunione di stati, se fra di quelli vi è anche il più infimo non – bene, non – vero, e non – giusto? Chiaramente, no. E, allora, Dio, non può assolutamente conoscere il non – bene, il non – vero, il non – giusto. Se non li può conoscere, come mai si arriva ad accreditare a Dio tutti gli sfracelli che sono scritti nella Bibbia? Ad un conoscitore come te, non occorre che li elenchi, vero? E’ comune esperienza: l’amore è permesso dalla comunione. Dello stato divino della vita, allora, (Immagine della vita) si può dire che è la suprema espressione dell’amore data la comunione fra i suoi stati. In quanto suprema idea dell’amore, in Dio non può essere presente nessuna intenzione divisoria. Comunque lo si chiami o lo si pensi, Dio non può essere il Divisore perché non c’è divisione in alcun stato di quella vita. Allora, giusto perché l’ho fatta anche troppo lunga: si può dire che nella Bibbia è presente influsso divino sull’Uomo, tanto quanto guida verso la comunione. E si può dire, che vi è influsso umano, (quello sì, divisorio) tanto quanto guida verso il dissidio che porta alla divisione. Adesso ti dico perché sulla mia strada “per Damasco” non sono caduto da cavallo! [Cavallo è “veicolo” psicopompo. Vedi la simbologia.] Per quanto innamorato dell’idea di aver ritrovato in vita il mio amato, non potevo non vederlo con la stessa sincerità verso me stesso, che usavo nel vederlo quando era in questa vita. Non mi piaceva niente quello che “rivedevo” perché risentivo. Non mi piaciuto al punto che ho chiuso il rapporto medianico. Il come lo tralascio perché è storia cominciata nel 91 e non ancora finita: solo calmierata.

ali

Avevo bisogno di continuar ad amare, però! Dove trovare la meta di quel mio bisogno se il mio spiritello era rimasto un birbaccione? Così, ho elevato il pensiero. Dall’amare uno spirito sono passato a cercar l’amore presso lo Spirito. Già, ma, chi è lo Spirito? Per rispondere a questa domanda ho ripercorso la strada dove Saulo di Tarso è caduto da cavallo perché ha totalmente creduto in ciò che ha amato credere. Quanto in buona fede non c’è modo di verificare. Ti dici un semplice credente, Roberto, ma dimostri una cultura sulla Bibbia, da parermi un “vescovo” dei Geova. Uno di loro, è persino arrivato a dirmi che conosce la Verità! Affermazioni di questo genere sono possibili quando, assumiamo Dio come antidepressivo, ma gli antidepressivi del genere non li spaccia Dio. Li spacciano i ciarlatani di verità.

Novembre 2006

Sogni d’oro, normali!

Girovagando in bicicletta ho ricevuto due rapporti di empatia da due “diversi” da me. Un srilanka e un tunisino. Il primo, in bilico fra il cadere ed il vomitare. Il secondo, un possibile spaccia. Se era sesso quello che cercavo, non avevo che da fermare i pedali. Mi domando perché una parte dell’Omosessualità gravita il suo senso sessuale (ed è gravitata) in quegli ambienti mentali. Perché ne è la sedotta – seduttrice? Ho avuto modo di dire che vi è Omosessualità, e Omosensibilità. La prima configura una data personalità. La seconda, una data accoglienza verso una data virilità. C’è chi vive le cose. C’è chi le confonde. C’è chi si rovina la vita per aver confuso le cose. I primi, (gli omosensibili) diventano tendenti a… I secondi, dominanti e/o dominati messi in fondo al bidone sociale. Nel vissuto dei primi c’è chi ha innestato idee di errore. Il vissuto dei secondi diventa dominio di chi ha innestato idee di malattia e/o di peccato. Il vissuto dei con_fusi, invece, è delle sessualità schizofreniche, e/o dei malati da infelicità, e/o dei variamente delinquenti, giusto per sostenere un’apparente “virilità”. Sogni d’oro, “normali”!

Novembre 2006

Limbo: la chiesa lo rinvia.

ali

Ma va?! A mio capire, limbo è la zona della vita culturale e spirituale in cui si elabora l’informazione; è la zona in cui comanda la volontà di discernere; è zona in cui si entra quando si dubita, e si esce quando si sa. Siccome, ben di rado possiamo dire di sapere definitivamente, (a parte le informazioni generalmente acquisite) direi che usciamo ben di rado da quella zona. Dante, che al proposito ne sa molto più di me, non per niente mette, ivi sospesi, i saggi. Meglio sarebbe stato, ivi sospendervi gli ignoranti. Meglio avrebbe fatto, mettere i saggi in Paradiso. Tentata di eliminarlo, la Chiesa decide di prendersi due anni di aspettativa. Ha fatto bene! Un po’ di limbo a ciascuno non fa male a nessuno!

Ottobre 2006

Maternità: quando è seno e quando è Medusa.

Mauro – “non si può amare un bambino e volerlo, se non si ama anche l’uomo che con te lo ha generato; è una considerazione banale, ma la maternità passa attraverso l’amore.”

Vitaliano – Che la maternità passi attraverso l’amore non vi è dubbio alcuno. Considera però, che vi è anche la maternità adottiva. Quella, ama il bambino, pur non amando l’uomo che l’ha generato. Non è desiderio di puntualizzazione il mio. E’ solo, attestato di riconoscenza che sento di dovere alle tante Cesire.

Mauro – ma la maternità adottiva é una normale maternità…

Vitaliano – Normale, forse nel desiderio di figlio/a, e nelle manifestazioni affettive e di cura, ma, per i restanti versi, non la direi normale, oppure, mi sfugge il significato che gli dai.

Mauro – in cui comunque si ama ancora l’uomo con cui si vive anche se attraverso un bambino che non è il proprio?”

Vitaliano – Carissimo: rispondere a questa domanda è leggere il cuore della donna che addotta. Potrebbe essere vero, come non necessariamente vero.

Mauro – questo introdurrebbe il discorso molto più inquietante della maternità in cui é invece il bambino il centro esclusivo dell’amore e l’uomo è poco più che uno strumento o uno sfondo.

Vitaliano – Interessante il termine che hai usato: inquietante. Tanto più, perché usato per definire una realtà, che direi, normale, ma nel senso di comune accadimento. Naturalmente, esistono storie ben diverse, cioè, maternità e paternità accomunate da paritari sentimenti. All’interno del discorso, in te, cosa evoca “inquietante”?

Mauro – no, non considero affatto “normale” che una donna ami principalmente non l’uomo con cui genera il bambino (o con cui alleva, nel caso della madre adottiva – ma qui parlo senza cognizione di causa), ma il bambino stesso. Qui uso l’espressione “non normale” in modo molto improprio ed abbreviato. Non so bene che cosa sia normale in questo campo, nel senso di statisticamente più diffuso. So solo che se il centro affettivo dell’amore della donna é il bambino stesso, allora essa difficilmente accetta che il bambino diventi adulti e si stacchi da lei e abbia un’altra donna. La madre in questo caso diventa castrante. Il bambino a volte la accontenta diventando omosessuale. Il caso Pasolini è tipico. Una mamma pedofila (aaahhh, é il termine giusto, non ce ne è altro) è la peggiore forma di pedofilia ed esaspera il complesso di Edipo rendendolo insuperabile e determina blocchi sessuali che possono perfino essere invalidando nel bambino che lei “ama” e che difficilmente riesce ad amare altre donne, imprigionato dal suo amore. Ritengo questa esperienza inquietante perché l’ho vissuta e so di che cosa parlo. La meno grave delle conseguenze possibili è che quel bambino dedichi tutta la sua vita alla ricerca di donne altrettanto castranti e alla fuga da loro dopo averle trovate. Naturalmente, al di là di queste considerazioni, la vita è sempre varia e sorprendente e tutto ciò si dice per descriverla e non per ansia di “normalizzarla”. A volte la normalità è la più inquietante delle deformazioni possibili, o delle conformazioni possibili, per dire meglio, dato che tutte sono forme e nessuna é norma.

Vitaliano – Scritto intenso, Mauro. Per commentarti sono costretto a riprenderlo punto per punto.

Mauro – no, non considero affatto “normale” che una donna ami principalmente, non l’uomo con cui genera il bambino (o con cui alleva, nel caso della madre adottiva – ma qui parlo senza cognizione di causa), ma il bambino stesso. Qui uso l’espressione “non normale” in modo molto improprio ed abbreviato. Non so bene che cosa sia normale in questo campo, nel senso di statisticamente più diffuso.”

Vitaliano – Mi pare ci sia una sovrapposizione di pensieri, per cui, ti chiedo: a quel campo ti riferisci? A quello della maternità naturale, o a quello della maternità adottiva? Nella maternità naturale, la donna dovrebbe saper distinguere ciò che compete all’uomo da ciò che compete al bambino, ed amando, dare ad ognuno quello che gli compete. Generalmente, è così anche nella maternità adottiva. Quando non lo è, è perché in quella famiglia, l’adozione è un elemento, per molti versi e forme, compensante: vuoi per la donna, vuoi per l’uomo, vuoi per entrambi. Per tale affermazione, si può dire che l’adozione è la cura che sana un deficit nei coniugi. I rapporti fra i tre, allora, sono molto più complessi, e, pertanto, di difficile catalogazione.

Mauro – so solo che se il centro affettivo dell’amore della donna é il bambino stesso, allora essa difficilmente accetta che il bambino diventi adulto e si stacchi da lei e abbia un’altra donna. La madre in questo caso diventa castrante, ed il bambino a volte la accontenta diventando omosessuale. Il caso Pasolini è tipico.

Vitaliano – Rilevo della mano libera in questo pensiero. Ho capito cosa intendi dire per i nostri precedenti discorsi. Chi ti legge a nuovo, però, temo proprio che non capisca, il senso del contentino omosessuale che un figlio concede alla madre castrante, pur essendoci al proposito, ampia casistica.

Mauro – una mamma pedofila (aaahhh, é il termine giusto, non ce ne è altro) è la peggiore forma di pedofilia ed esaspera il complesso di Edipo rendendolo insuperabile e determina blocchi sessuali che possono perfino essere invalidando nel bambino che lei “ama” e che difficilmente riesce ad amare altre donne, imprigionato dal suo amore. Ritengo questa esperienza inquietante perchè l’ho vissuta e so di che cosa parlo. La meno grave delle conseguenze possibili è che quel bambino dedichi tutta la sua vita alla ricerca di donne altrettanto castranti e alla fuga da loro dopo averle trovate.

Vitaliano – Concordo con la generalità di un pensiero che riporta anche mie conclusioni. Più che madre pedofila però, la direi madre Medusa. Medusa, nel senso di madre che pietrifica, attraverso arrestanti sentimenti, (arrestanti per ricatto) lo sviluppo della mascolinità del figlio, mantenendolo, per ciò, per sempre nel suo utero: culturale, ovviamente. A mio vedere, è di genere Medusa, (o diventa di genere Medusa) la femmina, che pur non avendo conflitti sessuali con l’identità maschile, li ha con la maschile genitalità. Per tale stato, (in genere da blocchi verso il sesso) travasano nel bambino, un amore filiale mescolato al sessuale. Poiché, tale travaso non può non generare dei sensi di colpa, pietrificano la colpa, pietrificano l’uomo che sarà, nel bambino che è. Nella pedofilia, non esiste la pietrificazione del soggetto desiderato. Direi quindi, che pur essendo una filia diretta verso un minore, il rapporto, anche emozionalmente sessuale, della madre – Medusa verso il figlio non è pedofilia.

Mauro – Naturalmente, comunque, al di là di queste considerazioni, la vita è sempre varia e sorprendente e tutto ciò si dice per descriverla e non per ansia di “normalizzarla”. A volte la normalità è la più inquietante delle deformazioni possibili, o delle conformazioni possibili, per dire meglio, dato che tutte sono forme e nessuna é norma.?

Vitaliano – Che tutte siano forme, concordo. Che nessuna sia norma, dipende. Ogni forma, direi, è norma a sé stessa, ma ogni norma a sé stessa, non necessariamente, è norma anche per il sociale, quindi, qualche forma, non è a norma.

Febbraio 2007

Martini for president

Non amo i papati, come non amo le gerarchie di qualsiasi genere. Tuttavia, sarei disposto a subire un’eccezione per il Cardinale Martini. Non trovo, ovviamente, nulla di nuovo in quel cardine, se non la disponibilità a cercare il nuovo. Nella Repubblica di oggi, dice: “Dialogo senza scontro, e basato sull’ascolto reciproco”. Ecco, dobbiamo ritrovare i significati di “ascolto”. Ovvi, quelli con le orecchie, ma, è solo con l’orecchio che possiamo ascoltare la vita altra? No, lo possiamo anche con l’ascolto della com – passione: condivisione della pena che è nella fatica di vivere. Il cardinale Martini, pare non aver dimenticato questa capacità. Come par non aver dimenticato la grande lezione di Cristo: ognuno da quello che può! Naturalmente, è una lezione che nessun potere può accogliere, se non diventando meno potere! L’odierna chiesa di Cristo, (tale ad opinione dei vicari ma non della mia) può permettersi di diventare meno potere? Il punto è questo. Il resto, è Dico: (D)ivinità (I)n (C)omune (O)stensione!

Febbraio 2007

Le vie del potere

ali

A causa del lavoro mi ritrovo ad esercitare delle forme di potere. Non mi piace, mi umilia, è necessario. Necessario, però, non significa che debba essere coartante, anche se, necessariamente, paletto per limiti, ordine per disordini, pedagogia per crescenti, frustratore di avversità quando non di avversari, e/o di avversioni. Il potere di manifesta come “abito” o come costrizione. Lo giustifica, una ricerca di verità nel primo caso, o ricerca di potenza nel secondo.

Febbraio 2007

Lutti e pulizie della casa

aliMi è mancato l’Amato nel Febbraio del 91. Da allora, non sono più riuscito a pulir la casa. Non per questo non ho trovato chi la puliva per me, ovviamente, però, le recenti economie da pensionato (precarie perché non mi è ancora arrivata la pensione) m’hanno riproposto la questione: te la devi pulire; e non c’è scampo. Avete presente l’angoscia da rifiuto da olio di ricino? Di quello di una volta mica di quello di adesso che pare un cafone rifatto? Stavo così! Perché stavo e non sto? Perché sto pulendo a fondo la cucina. Miracolo? No. Necessità di capire! Capire che anche la casa è vita della tua vita, e che gli stati d’abbandono nella tua vita possono far abbandonare la casa. Che cos’è un abbandono da lutto? Direi che è la depressione che deriva da una separazione fra vita e vita, ed è quindi, la cessazione di una comunicazione. Cosa struttura una comunicazione? Direi che struttura una comunione fra due in amore. Vi è comunione e quindi amore da raggiunta intesa con altro da sé, e vi è comunione, e quindi amore da raggiunta intesa con il proprio sé. Per via di abbandono potrei farne una laurea dal momento che ho cominciato a sentirmi tale da parecchi anni, ma non vorrei farla così lunga. Giusto per farla breve, allora, direi che nei miei stati d’abbandono mi sono barcamenato fra perdite e guadagni un po’ come fanno tanti se non tutti, direi; ed infatti, in tutte le case che ho abitato mica ero giunto al livello di adesso, anche se, tendenzialmente così. La chiamavo pigrizia, però. Mi dicevo che non avevo tempo. Mi dicevo lo farò domani. Subdolo, il lutto da abbandono di se’. Uno guarda la facciata della sua vita – casa, e si dice l’ho superato, ma se non pulisce la sua casa – vita, vuol dire che dentro c’è ancora una crepa! Dicevo, che abbandono, è mancata comunione. Può essere con il proprio mondo ma anche con il mondo. Rifiutarsi di pulire la casa, allora, è rifiuto di rientrare in sé stessi, come rifiuto di rientrare nel mondo. Giunti al punto, vado a finire il lavoro!

Giugno 2009

Vi sono armi che uccidono perché lo sembrano

Un arma, dice un magistrato, che non ha subito alterazioni nella struttura né modifiche in grado di renderla offensiva, è un’arma giocattolo di libera vendita. Sino a qui, nulla da eccepire. Ma, si può ancora dirla “giocattolo” quando è nelle mani di chi gioca con la vita altrui? A mio avviso, no. Se chi è sotto mira di una simil arma non si rende conto che è un giocattolo, subisce le stesse pressioni psichiche, e la stessa violenza nella sua integrità di chi è messo sotto tiro da un arma vera, pertanto, la si può dire inoffensiva, esattamente come un coltello da cucina messo sotto la gola! I rapinatori scappano, ed il rapinato spara: li uccide. E’ certamente vero che la sua vita non era più in pericolo quando l’ha fatto. Se da un lato non si può più dire che il rapinato ha ucciso per legittima difesa, si può dire che il rapinato ha ucciso solamente per difendere la sua proprietà? Si, ma, quale proprietà? Quella dei gioielli, o quella di una concezione di sé psicologicamente minata da delinquenti? E come si potrà mettere distinguo, su quale la più determinante tra la finta e la vera, ora che il rapinato si è ucciso rivolgendo contro sé stesso un’altra simil arma?

Febbraio 2009

Madonna che pianti!

Nei casi delle “Madonnine piangenti” pare sia lecito credere al miracolo solo se gli accertamenti proveranno che quelle lacrime sono di sangue umano, ma anche accertata la qualità umana di quel sangue, non per questo abbiamo accertato la qualità di vita dello stato che l’ha permesso. Dubitare, quindi, è necessario. Lo reputo necessario, tanto quanto, un cosiddetto miracolo porge confusioni, ogni volta porge più domande che risposte. Si possono definire miracoli, degli atti che innescano delle spirituali confusioni? Secondo me, no, al più, misteri. E’ giusto riverire dei misteri (quando non esserne succubi) che possono essere di equivoca origine? Non é scritto da nessuna parte, infatti, che proviene da Dio ciò che ci proviene dal soprannaturale: ammessa l’ipotesi. Le mie perplessità sono iniziate quando ho visto che il “pianto” di quella statuina ne aveva deturpato il volto. Così, più che l’idea di un pianto, mi hanno suggerito l’idea di uno spregio. Mi sono detto: se quei pianti sono un segno di divinità, perché mai quella divinità é stata pasticciona al punto da pasticciare il messaggio pasticciando il volto del messaggero? L’ha fatto perché intendeva farlo, o perché non ha saputo e/o potuto non farlo In quella statuina il sangue è fuoriuscito dagli occhi, Naturalmente parlando, gli occhi sono gli strumenti della vista; vista che, simbolicamente parlando, dice la capacità di vedere (e di capire) oltre a quanto appare: sia di noto che di non noto. Al punto, il sangue è fuoriuscito dagli occhi perché feriti gli strumenti del vedere e/o quelli del sapere? Se ferite ambedue le proprietà, la fuoriuscita del sangue (il sangue è simbolo della vita) denuncia (sul vedere e/o sul sapere) una vista limitata a causa di lacrime e sangue?

ali

Di chi? Dell’Uomo? Della Donna? Di Tutti e da tutto? E se invece denunciasse una ferita nella vista del vedere e/o nel sapere dell’immagine che denuncia? E se invece la denuncia fosse di una immagine che si serve dell’immagine denunciante? Il sangue che ha deturpato il volto della statuina, lascia intendere che è stata ferita (e/o deturpata e/o sfregiata) colei che (per quanto crediamo ma non sappiamo) fu scelta da un inviato di Dio onde permettere la nascita di una nuova storia? Ulteriormente, il segno può anche significare che quella figura sta piangendo lacrime e sangue perché stiamo spregiando la storia che la sua accettazione della Vita ha contribuito ad iniziare? Chi la sta spregiando? La Donna? L’Uomo? Tutti? Perché quella rivelazione é avvenuta in una grotta posta in un giardino? Simbolicamente parlando, perché la causa di quel pianto sgorga (o sgorgherà) ogni qual volta (nel Giardino che è la vita) collochiamo la grotta (o le grotte) che fa (o faranno) da palcoscenico alla manifestazione del mistero Morale della favola: quando pone più domande che risposte, nessuna manifestazione di qualsiasi forza della vita ha attendibili intenti. Attendibili, sono le forze (gli spiriti) che sono nella Verità, ma chi é nella Verità non ne vede altra, quindi, in quello che sa resta dov’è.

Lettera datata. Pressoché rifatta nel febbraio 2020

Il servizietto degli idoli

Doveva venire un nuovo collaboratore: pakistano. Gli dico, allora domani ci vediamo?! No, domani no, perché devo andar a vedere il papa. Ma, tu sei mussulmano! Che te frega del papa?! Mi risponde: non ho mai visto una cosa del genere! Fede e spettacolo: destino dei resi idoli e/o che si sono resi idoli. A quello che ci raccontano è successo anche a Cristo. Abbattere idoli non serve a niente. Bisognerebbe abbattere, invece, la voglia di idoli! Ma, cosa ci mettiamo al suo posto? Dovremmo metterci della Ragione: almeno in grano! Il guaio è, che per crescere, quel grano ci mette secoli! Intanto, ogni Pecora si ricovera nel suo Ovile, ed ogni Bue nella sua Stalla.

Verona – Via XX Settembre

Via XX Settembre. Dovrebbero chiamarla via delle Nazioni. Ci sono, pressoché tutte le africane, e diverse Indiane e dell’Est. Gli abitanti di quella strada, sono disordinatissimi, coloratissimi, vocianti. Sono, fòra come i balconi: balconi nel senso di luoghi dell’affaccio sulla strada_vita. Sono, degli scamiciati: nel senso di privi di quell’abito che si chiama comune educazione. Sono, degli scoperchiati: nel senso di senza il coperchio delle nostre sovrastrutture; di una naturalità primitiva per quello e per come li vedo agire. Ci vado, quando ho bisogno di ricaricare la batteria delle emozioni. Ne sono affascinato. E’ indubbio che lo sono per le tensioni e tentazioni erotiche che mi comunicano ma anche perché, sia pure di striscio, (e per lo struscio) mi raccontano altre storie, altra vita. Per vedere altra vita, per sentir raccontare altre storie, c’è chi ha fatto il giro del mondo in mongolfiera. Io lo faccio in bicicletta: a Verona.

[Per naturalità primitiva intendo la potenza psichica, che trova la sua ragione nella forza fisica.]

Violenza sulla Donna

Dice il ministro Carfagna: alla base dei soprusi c’è una concezione dove la donna è un oggetto da possedere, da trattenere, da bistrattare, a cui si nega la dignità dei diritti, la libertà di essere quello che è, quello che desidera o vuole diventare. Vero, direi, però, che questo è il tipico ritratto della virilità da gallo del pollaio. Dell’amante cioè, che nel rapporto con la donna, all’aspetto esistenziale, privilegia la sola conquista di un piacere, che, in ragione dello stato passionale può diventare una voglia di dominio su “l’oggetto” che lo procura. Ovviamente, non tutti gli uomini sono così. Ci sono uomini (come di converso donne) che nel rapporto con l’altro/a donna fondano le conferme sulla loro forza, fondano il senso della loro esistenza, fondano la loro fiducia nella vita. Un crollo totale di quei fondamenti può diventare un lutto che non risparmia nessuna parte di un essere. Può diventare causa un conflitto emotivo, implosivo quanto esplosivo. Nel primo caso, può radere interiormente le convinzioni dello stesso soggetto, e nel secondo, esteriormente radere la figura causante il suo lutto. Oltre che rieducare gli uomini (e le donne) al reciproco rapporto, allora, bisognerebbe rieducarli anche ai significati di matrimonio: alleanza di due soggetti intenzionati a diventare un’unica carne per poter essere un’unica vita. Non ci si scappa. Il matrimonio è una faccenda molto seria. Se incoscientemente presa, può diventare mortale, anche dove una data vita non la si può dire clinicamente morta.

Novenbre 2009

Posato il giornale

ali

Posato il giornale che abitualmente vado a leggere sulle panchine davanti alla chiesa di s. Zeno stavo dando del pane ai colombi. Nel silenzio mentale che riesco ad ottenere quando voglio allontanare i dissidi, improvviso, mi invade un pensiero: “vegliate, perché non sapete quando arriva”. L’affermazione fa parte della narrazione evangelica se non ricordo male. Sul giornale stavo leggendo le dispute che riguardano il Berlusconi, sia come premier che come imprenditore. Da quelle, un remember non completamente vissuto, deve averle collegate alle dispute politiche che leggo nel blog fra pensatori di Destra e pensatori di Sinistra. Su cosa dovrebbero vegliare questi pensatori, perché non si sa quando arriva? Visto che non sono un prete, e visto che considero fatto privato il mio essere di credente, ne traggo la conclusione che non è certo dell’arrivo del Giudice, che sento di doverli avvisare, e non di meno, avvisare me. Mi sono chiesto: se non è del Giudice, può essere del giudizio? Può essere mi sono risposto, ma, il giudizio di chi? Dal momento che non pensavo a faccende spirituali, ne traggo la conclusione che l’avvertenza riguarda l’inaspettato arrivo del giudizio che concerne le nostre azioni. Le nostre azioni, sono principalmente motivate da ragioni che toccano la sfera personale. Nell’emanazione di ciò che proviene dalla sfera personale, non vi è dubbio che giungano (le azioni) ad influire sulla sfera collettiva, ed in questo, passare dalla storia personale alla storia collettiva. In questo passaggio da sfera a sfera, anche il giudizio, passa (e verte) dalla storia personale alla storia collettiva. In ragione dei casi e degli argomenti, e dello stato di discernimento sulle azioni in giudizio, si passa dalla storia della vita di un dato memento, alla storia della vita di date epoche. Nel motivare il convenire e/o divergere, quindi, non possiamo non vegliare perché le ragioni della Storia potrebbero smentire, anche pesantemente, le ragioni che abbiamo portato avanti; e se nelle ragioni che abbiamo portato avanti la parola ultima che è della Storia (non quella reclamata dai vinti, e neanche quella reclamata dai vincitori) dovesse rivelare che abbiamo dormito (o con altro dire, che una ragione non ha vegliato sul suo giudizio) la pena potrebbe essere quella di vederci appesi alla forca dell’errore, alla croce del dolore. Vegliamo sulle nostre parole, quindi, perché non sappiamo quando arriva la Storia giudice, e né sappiamo su chi darà il giudizio ultimo.

Novembre 2009

Cronache dalla stazione

aliMi siedo su una panchina antistante la stazione. Sono le 23. Si alza un grosso vociare nordafricano. Vedo il gruppo. Uno di loro si avvicina a una donna e gli urla qualcosa. Quella risponde per le rime. L’insieme della figura di quella donna e l’uomo che conosce mi fa pensare che sia una tossicodipendente. Arriva una pattuglia della polizia. Si dirige verso i vocianti. Pensate che siano scesi dalla macchina per accertare identità e situazioni? Sbagliato! Alzano i fari. Fanno retromarcia. Se ne vanno. Il vociare li segue. Per quello che conosco della piazza e dei nordafricani, è un vociare derisorio. Non vi è dubbio, che un sessantaquattrenne in bicicletta, con la camicia tutta aperta, ed in ciabatte, alla stessa pattuglia, una decina di minuti prima, deve esser sembrato molto più pericoloso! Tanto è vero, che sono scesi dalla macchina. Tutti e due. Già mi è andata bene che non hanno tirato fuori la pistola. Mi è successo anche quello. Ero in un parcheggio, dove, come disperati, girano di quelli che “grazie a Dio è sabato: si mette a bagno il biscotto! Ci vado perché mi capita di spigolare. Il capo pattuglia mi domanda cosa ci faccio lì. A prendere il fresco, aggiunge. Non mi guarda in viso. Nessuna ironia nella voce. Gli dico quello che a questo punto è giusto dirgli: niente! Trovo legittimo la richiesta dei documenti, e mio dovere darglieli. Legittima anche la sgradita ironia? O la devo digerire perché il signore porta la divisa! Mi dicono che posso andare e me ne vado. Fa niente. Ci tornerò. Ora, io cittadino, dovrei stimare gente del genere e collaborare?! Ma neanche per idea! Considerino già molto, e gratuito, che celi il mio disprezzo! Cosa che in genere non fanno gli stranieri quando vedono che le pattuglie se ne vanno in patetiche ritirate che più di una volta mi è capitato di vedere! Si, raramente la divisa tira fuori l’uomo. Quando lo tira fuori vuol dire che c’era già prima d’indossarla! Raro che lo possa mostrare. Neanche fosse diventata fuori ordinanza.

Luglio 2008

Omovecchiaia – Al Circolo Pink di Verona

Siamo spiritualmente deboli in due momenti della vita Gay: nella giovinezza e nella vecchiaia. Tanto o poco, non manca l’aiuto nella giovinezza. Quale aiuto, invece, nella vecchiaia? Direi nessuno. O meglio, c’è, ma, secondo standard culturali, marginalmente corrispondenti alla vita dell’omosessuale anziano. Precisando meglio, sono corrispondenti, quegli standard culturali, solo per le esigenze inerenti la cura medica e la domiciliarità. La vita anziana, però, non è solo pastiglie e pannoloni! Vita, è anche racconto di storia personale e di epoca; è anche condivisione d’esperienza. E’, inoltre, anche possibilità di poter parlare liberamente, come simile fra simili; è anche possibilità, di poter ancora sorridere come simile fra simili! Nella normale assistenza e nei normali ambiti, con chi ricordare e sorridere delle storie che è stato quell’Omosessuale, senza con questo esser compatito, o magari, ancora osteggiato, (quando non rifiutato) come magari lo è stato in giovinezza e/o nell’età  adulta? Per il timore di quel rifiuto, l’anziano Omosessuale si costringe, così, (o lo si costringe) a dover recitare, (ancora?!) ciò che gli impone un ricovero diverso perché culturalmente estraneo. Il che, è come dire che si costringe, (o lo si costringe) a negare la sua umanità anche per il solo fatto di veder visti, come sessuali, dei meri desideri di affettività. Negare (o far si che si neghi) anche quegli ultimi fiori, è forzarlo all’interno di un’agonia cosciente; è seppellirlo culturalmente e spiritualmente, ancor prima che muoia naturalmente. Sollevo, quindi, il problema, e propongo a questa Associazione, di ideare un’assistenza domiciliare, e/o una casa alloggio, attuata da operatori sessualmente omogenei. Il problema che sollevo, riguarda anche l’Omosessualità femminile, ovviamente!

Ottobre 2007

Trascinati come foglie

Cortese signore: trascinati come foglie nelle tempeste raccontate dalle cronache, è tutto fuorché facile trovare i bandoli delle matasse, pure, ci dobbiamo provare; ci dobbiamo provare, anche non rifiutandoci di percorrere delle alterne strade. Non è il mio già scritto futuro che si preoccupa per i fatti detti dalle cronache; si preoccupa per quelli che sono da scrivere, per quelli che non lo sanno scrivere; per quelli che pensano bella, la copia che stanno scrivendo. Ognuno di noi, signor Direttore, è via della propria vita. Nessuno di noi, però, abita sulla cima dei monti, quindi, la via personale non può non corrispondere con quella sociale. Lungi da me l’idea di pretendere della santità al mio prossimo. Al più, una decente media. Nel corrispondere con la via sociale, vi sono di quelli che viaggiano al centro, o per infinite posizioni del passo, ai lati della strada: qualche volta, anche agli estremi margini. Nei viaggi al limite dei confini della strada sociale (e non di meno personale) vi è di che maggiormente cadere nell’errore. Pure, ogni viaggio, è di per sé legittimo, quindi, nessun viaggio dovrebbe essere fermato, quando non interrotto. Il che vuol dire, che ogni viaggio è un legittimato fai da te? No. Il che vuol dire, che lo Stato – pastore deve guidare i suoi cittadini, non, sovrapponendo cultura a cultura, ma facendo emergere dalla coscienza della cultura personale, la coscienza della cultura sociale. Quale, lo strumento idoneo, se ogni cultura esterna alla persona può essere considerata una educativa forzatura? A mio avviso, lo può essere la riscoperta del dolore: sia esso subito che procurato. Nessun genere di pensiero, infatti, può esser considerato giusto, la dove origina del dolore. Ed è nella presenza del dolore, che io pongo la ricerca del vero. L’assenza del senso del dolore, è assenza di ogni limite al piacere che è nel vivere per il piacere. L’assenza di ogni limite al piacere che è nel vivere per il piacere, esalta la mente che non vede fermata in alcun modo la sua forza; esaltazione che noi ben vediamo negli stadi; nell’incosciente uso della personale vita (droghe ed altre sfide, delitti, follia, violenza stupida e/o gratuita, ecc.) Non c’è parola o norma, che barrieri quell’esaltazione; è l’esaltazione di chi sa, ma che, interiormente, non sente (e/o rifiuta di sentire) quello che sa. Chi non sente quello che sa, conosce la vita a metà; è la condizione, di chi sa l’amore, ma non ha mai amato; e la condizione, di chi sa il dolore ma non l’ha mai sofferto. Chi conosce la vita a metà, è un crescente a metà. Un crescente a metà, rischia di essere inoltrato alla vita, come siamo usi inoltrare, i barboncini: sì di razza, ma costituzionalmente più deboli dei meticci.

Novembre 2007

Ricordi dal Gabinetto

ali

Verso i venti (forse meno) sono stato cameriere al Gabinetto di Lettura di Este

Gabinetto di Letture Este

gabinettoeste

Ore assolutamente vuote, nel pomeriggio. E dalle sale grandi, inquietanti silenzi mi venivano incontro. In genere domande. A lato del bar, il salone da ballo. Lungo. Alto. In 800, penso. Sul palco, un piano. Risposta senza domande anche quello. Per lunghi pomeriggi. Scocciato dal silenzio, un qualcosa che voleva una risposta, m’ha preso. Mi sono seduto sullo sgabello, ed ho esplorato la tastiera. Arriva un socio. Giovane. Ora avvocato. Non sapevo che sapessi suonare, mi dice. Non ricordo cosa gli ho risposto ma ricordo che sono tornato alla macchina del caffè.

Novembre 2007

Ti rispondo adesso perché stavo discutendo con Morfeo

ali

Non è che non mi va di parlare del mutismo letterario che sto attraversando: letterario si fa per dire. Mi tacita un intortamento di motivazioni. Di queste, nessuna emerge in modo particolare e/o significativo, tuttavia, nell’insieme mi hanno pressoché zittito. Quanto al momento, non ti saprei dire. Come hai constatato, non taccio, però, nei commenti che lascio in giro, ma, direi che è solo là, che trovo un qualcosa di nuovo da dire, se qualcosa di nuovo mi dicono gli autori di quei post, ovviamente. Ho letto da qualche parte, che s’invecchia mano a mano il pensiero si fa memoria. In quello stato della memoria, l’inevitabile ripetizione. Ne faccio anch’io! Ulteriormente, ha contribuito un mio lento ma costante distacco dal sovraccarico emozionale che inevitabilmente succede quando si entra in altri ed in altri fatti. Ulteriormente ha contribuito una certa spiritualità buddista. Non prevalente, ma presente. Se ricerca del Nirvana è necessario allontanamento da ogni dissidio, (così come lo è la ricerca della pace spirituale, che ti ho già accennato in un mio commento) ne deriva anche allontanamento da quanti, scrivono del proprio sè in dissidio, e/o raccontano dissidianti fatti: d’arte o reali che siano. Recedo da quell’allontanamento, solo a fronte di due necessità: una, è la necessità  di capire; ed è per questo essenziale motivo che non recedo da te. L’altra, se vedo possibilità  d’aiuto in casi di sofferenza. In questi due casi, la mia vena non soffre d’aridità. Neanche negli altri casi, tutto considerato, ma è in una vena normale e/o concordata che mi ritrovo ad intingere la penna. Il che, mi riporta a certi dialoghi con i parenti che ho lasciato per la loro strada: ciao, come stai, che bella giornata, dicono che verrà brutto, i soldi non bastano mai, ecc, ecc. Morale della favola: la dove non sono un dato, preferisco essere ricordato, e la dove non trovo dati, preferisco mettermi in attesa di trovarli. Tacendo, se occorre. Ciao.

Dicembre 2007