Prete, preti e un bambino.

Da bambino, nulla sapevo sulla sessualità, ovviamente. Tuttavia, avevo ben chiaro l’istinto. Così, non subii alcun genere di trauma quando in collegio fui desiderato da un prete. I traumi iniziarono quando la cosa venne a conoscenza degli altri preti. Il prete amante fu avvertito di star più attento, ed io (quando non osteggiato per pretesca carità) fui messo da parte. Avevo l’età della terza elementare! Non riesco mai a ricordare l’età di un bambino in terza! E’ come se me l’avessero strappata! Ogni volta ci penso, se proprio dovessi denunciare qualcuno, non il prete “amante” denuncerei, ma quelli che violarono la mia coscienza, penetrandola con il senso del peccato quando era ancora vergine del senso dell’amore.

Sono al lavoro. Decido che ne ho abbastanza e vado a prendere un caffè.

Percorro il porticato. Mi cade l’occhio su una forma stesa sul pavimento. E’ girata di fianco. In posizione da sonno. Piove della madonna, anzi, grandina. Mi avvicino. Lo scuoto. Non reagisce. Lo rovescio di schiena. E’ straniero. Indiano. Respira. E’ già qualcosa.

apenna

Pur sentendomi pienamente cretino, gli dico che non può stare qui. Borbotta. Mi fissa. Non mi vede. Chiamo il 118. Il 118 chiama la Polizia. Arriva la Polizia. Arriva il 118. Lo rimettono in piedi. Non ci sta. Lo reggono. E’ completamente ubriaco. Quasi perso. E’ chiaro che non capisce quello che gli chiedono. E’ chiaro che non capiamo neanche noi. Nessuno sa cosa fare. Uno dei due poliziotti lancia una proposta: se lo mettiamo sotto l’acqua, vedrai che gli passa tutto. Vero. Anche annegandolo, probabilmente. Alle domande dei soccorritori, l’indiano continua a dire no – no mettendo le mani all’altezza del volto. Ogni tanto si abbassa per toccare le ginocchia di uno dei poliziotti. Uno dell’autoambulanza dice che non può portarlo via perché l’indiano dice sempre no, no. Io, che non sto mai zitto, gli obbietto che se una persona non è in grado di connettere per il si, che cavolo di valore può avere il suo no! Quello mi guarda. Non sa cosa rispondermi, oppure ha realizzato, che a differenza dell’Indiano che se le mette sul volto, io le mani le metto sulle palle! Giusto per vedere se ci sono. Giusto per sentire se hanno peso. Giusto per capire cosa valgono. Intanto, tutto è bene quello che non finisce peggio. L’indiano pare riprendersi. Lo caricano sull’autoambulanza. Lo siedono. Vedo che guarda il posto dov’era steso in due dita d’acqua fredda. Chissà a cosa passa per la testa, a chi, anche in un gesto di immediato presente, vede, forse, il suo futuro. Non l’India, direi.

Maggio 2007

Prassitele, forse.

Lo vedo sul davanzale di casa. L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malìa. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. Questione di un giro di pedali e non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti. Prassitele, forse.

Sesso e liberazione

Non vedo liberazione sessuale Vedo, invece, degli evasi dalle gabbie. Una liberazione sessuale, implica la personale gestione di due chiavi: quella culturale, e quella morale. La cosiddetta liberazione ci ha permesso l’uso della chiave culturale, ma la chiave morale, è in mani che non la concedono! Al che, siamo liberi a metà, o, a dirla con uno scrittore: dei guerrieri dimezzati. Di conseguenza, dimezzati, anche come Persone. In tali frangenti di sofferenza, la cura che negli ambiti socializzati va per la maggiore, è l’ipocrisia. In quelli non socializzati, (o parzialmente tali) invece, ci si cura da strozzati orgasmi, per mezzo di protesi: prostituzione, e pornografia. Dove non si libera, o non permettiamo la liberazione della vitalità nella sessualità, il sesso finisce con l’essere la merce che ti permette di sembrare, libero! E per via del sembrare liberi, la droga, è il senso che lo permette di più. Ovviamente, auspico la libertà nell’essere, non, in quella del fare che non può non tener conto che vi è chi non sa, non può, o non vuole, gestire (personalmente e socialmente) quella libertà.

Maggio 2007

Media come bombe

a scoppio delegato

Serra dice che le scritte murali e le minacce epistolari rivolte al Bagnasco hanno avuto sui media, un rilievo maggiore alle molto più serie rivolte al Cofferati. Serra ne deduce (credo anche ironicamente) che fare il vescovo in Italia è più importante che fare il sindaco. Può essere, ma cosa ha impedito ai media di dare ai fatti lo stesso rilievo? A mio avviso c’è una sola risposta: la diversa considerazione che hanno di Sindaco e di Vescovo. Naturalmente, non è detto che sia la considerazione del personale giornalista. Può esser detta, però, considerazione da commercio. Non vi è dubbio che non si debbono censurare i giornali. Altresì non vi dubbio che l’autocensura, per quanto auspicabile, in vario modo danneggia economicamente un giornale. Dove non vi può essere censura, e dove anche l’autocensura è un danno, a mio avviso vi dovrebbe essere censura delle emozioni. Come? Dando ad ogni notizia, paritaria misura di carattere. Mi si dirà: bravo, Vitaliano! E, chi comincia per primo, col rischio di favorire la concorrenza che continua a strumentalizzare le emozioni a favor di bottega? Semplice! Che ci vuole per fare un’apposita leggina? Bravo, Vitaliano! E per le radio e le Tv, che se non urlano le notizie non stanno bene, come la mettiamo? Come per la pubblicità che non può alzare il volume di trasmissione, così, se la lettura della cronaca in radio o in Tv non avviene in tono discorsivo: multa! Possibilmente pesante. Dobbiamo metterci in testa, che togliendo l’esplosivo alla parola, contribuiremo a togliere esplosivo, sia da altre armi, sia da altre menti.

Maggio 2007

Oddio: i fiori di zucca!

Oddio: i fiori di zucca fritti con la pastella! La Cesira me li ha fatti solo una volta. Costavano, ai miei tempi, i fiori di zucca! Ti parlo di 55 anni fa! Quale vedova ricorda così tanto un marito? Se devo pensare alla dolcezza di un sentimento, lo penso fiore di zucca fritto con la pastella: veneta o napoletana che sia. Ho avuto amanti importanti sia di quelle parti che delle mie. E’ vero! Mi è capitato di mangiarne ancora da qualche parte in qualche posto, ma, non erano i miei amati fiori. Erano molli come amanti non interessati a farti sentire il crunk!

Maggio 2007

A che chiesa si riferisce?

La chiesa non cerca l’egemonia dice don Bagnasco. Non è vero che la chiesa non cerca l’egemonia. Non è vero nello spirito dei credenti: forza naturalmente egemone in virtù del fatto di sentirsi bandiere di fondanti concetti! Chi, fabbrica quelle bandiere? L’istituzione ecclesiastica! E, per quale scopo le costruirebbe, se non per garrire? Nulla di male il garrire, ma, garrire sulla propria asta, o garrire più in alto delle aste di altre bandiere?! Questo è il problema! E’ ben vero che la chiesa non ordina a quelle bandiere di garrire sopra le altre. Vero è, però, che in ragione della fede dei credenti, più in alto ci finiscono comunque. Perché? Ovvio! Perché più in alto garriscono le bandiere, e più in “cielo” si sentono i reggitori delle aste! Cosa spinge le aste delle bandiere più in alto delle altre? La volontà della chiesa? No! La volontà di supremazia dei credenti, o con altre parole, la volontà di raggiungere un maggior spazio di cielo! Da cosa è formata la chiesa? Dalla somma dei credenti che reggono le aste delle bandiere! Sono credenti in pace con sé stessi? Se lo fossero, non avrebbero bisogno di manifestare alcuna vanità, e quindi, neanche di bandiere per manifestare il fideistico raggruppamento! Cosa fa la chiesa per temperare se non per ridurre quella volontà di vanità dei suoi adepti? Direi, poco niente! Allora, come cavolo fa a sostenere di non perseguire nessun desiderio di egemonia, dal momento che nulla fa per impedire l’egemonia delle sue bandiere e dei suoi sbandieratori?

Giugno 2007

Ore otto e qualche minuto

La srlankiana collega mi dice che l’operaio se n’è già andato perché aveva mal di pancia. Morale della favola: quasi tutto da fare. Panico! Trovo altri due operai, ma, da lunedì, perché prima vengono gli amici! Etica invidiabile, ma intanto che faccio? Glielo racconto alla polvere?! In qualche modo tampono. Finisco nel tardo pomeriggio. Avete presente le acciughe? Sono così! Vado a prendere sigarette e giornale. Voglia di andare subito a casa? Zero! Voglia di farmi da mangiare? Zero! Vado dal mio Kebaccaro. Gli ordino una porzione grande di patate fritte. C’è un caldo boia, all’interno del 2 x 2 che osa chiamare negozio. Prendo una sedia e mi siedo sul marciapiede. Apro la prima birra. Pardon, la seconda! Non potrei stare sul marciapiede, ma per fortuna, il vigile che può confermarlo non passa, o deve ancora nascere.

Passa una vecchia culandra. E’ la versione maschile della vecchietta con i due cagnetti che avrete visto in Un pesce chiamato Wanda. Mi cade l’occhio sui suoi pantaloni: la riga è perfetta. Rifletto sull’età, e sul rifiuto di arrendersi. Passa un’anziana accompagnata dalla figlia. Non l’ombra di un grasso nell’anziana in emiparesi facciale. Non l’ombra della figa che deve pur esser stata la figlia: ora, madre compita ma, sepolcreto della passera. Mi capita di vedere ogni tanto delle donnone africane o latine, più larghe che alte, eppure, ancora così femmine! Cos’è, che abbiamo sbagliato?!

Ordino la terza birra e una porzione piccola di patate. Dico all’amica commessa, e filarino dello spacciatore di farinacei, non sposarlo! E’ un bandito! Ride. Deve già saperlo. La capisco. E pakistano, lo sciagurato! Ti sorride come fossi l’amante della sua vita mentre ti pugnala il fegato con un olio che te lo raccomando, e che tu sai mentre fai finta di non sentire i rigurgiti dei suoi delitti! Dio, se almeno lo facesse alla Bin Laden, in qualche modo potrei anche difendermi, ma chi mai si è difeso quanto basta dagli Arsenio Lupin?!

E ordino la quarta birra.

Passa un ragazzo sui venti. Tutto a puntino. Ivi compreso la cinghia bianca dei regolamentari Gabbana: pantaloni che paiono cadere dalle anche ad ogni passo, ma che non è vero pericolo (sostengono le chiappe) smentite complici (d’induzione a reato) dal fatto che il ragazzo continua a tirarseli su. Lo stesso tic anche nelle ragazze che portano le mini. O meglio, delle giustificazioni che spacciano per sottane. E che cazzo, ragazzi! Abbiate il coraggio delle vostre opinioni! O su, o giù! Che in mezzo, oltre che alla virtù, c’è anche l’ipocrisia! Così ragionando, dico di no alla quinta birra e me ne torno a casa. Giusto per recuperare il fiato andrò a dormire un po’. Al risveglio, vedrò di fare in modo di alimentare le illusioni di qualcuno.

Luglio 2007

India Festival degli Eunuchi

eunuco

Mi rivolgo alle donne, perché gli uomini non sanno guardare, o non sono interessati a guardare, o hanno paura di guardare. Avete visto gli occhi di questo giovane?  Non è l’effeminato che una qualche ragione potrebbe anche aver motivato il dolo, o il sacrificio religioso, o il mercato della prostituzione, o l’insieme delle cose. E’ una forza ancora maschia, quella che traspare dallo sguardo; tanto che lo dico, di chi non ha avuto scelta: rose sui cappelli, ora, e, per coprire il fronte, oro. Giusto per tacitar l’udito.

Maggio 2007

Vivere? Morire?

“… ma per me eutanasia e suicidio sono sinonimi di non coraggio a vivere la vita. Attenzione! Non ho usato volutamente la parola vigliaccheria perché avrei giudicato qualcuno che non la pensa come me, e giudicare è l’ultima cosa che voglio fare.”

Potresti dirmi, Giancarlo, dove trovi diverso il senso di non coraggio, e quello di vigliaccheria? A mio avviso, il problema non è eutanasia si, o eutanasia no. Il problema è che ognuno dovrebbe avere il diritto di gestire in proprio il grado di dolore che può sopportare. E se per qualcuno la vita gli diventa un massimo dolore, gli si dovrebbe dare massima scelta. E’ giusto? E’ sbagliato? Prima o poi lo saprò. In attesa di questo, “ognuno da quello che può!” Facci caso: non l’ho mica detto io.

Giugno 2007

La vita è nostra?

C’è chi sostiene che la vita sia nostra, c’è chi sostiene che non sia così. In questo momento storico, la società e la religione sostengono che la vita non è nostra. In queste due ideologie, non è esclusa l’ombra del possesso sulla vita che guidano, ora religiosamente, ora politicamente, ora in ambedue i casi. In quanto poteri, non possono diversamente. E’ triste, ma è così. Ora, chiediamoci, che cos’è vita? Ci sono miliardi di risposte. Credo che non ci siamo ancora messi d’accordo sulla risposta ultima. Chiediamoci, inoltre, quale lo scopo della vita. Miliardi di risposte anche qui. Chiediamoci ancora, quando posso dirmi di essere vita? E, per chi? Per un’idea di me? Per un’idea sociale? Per una più elevata idea? A mio avviso, ci si può dire vita nella vita, tanto quanto rechiamo vita: vuoi a noi stessi, vuoi al sociale, vuoi alle idee che vuoi. Ci sono casi, in cui non si può più esserlo, per nessuno dei casi che ti cito. O, esserlo, al più, sottostando, a pesantissime croci. Ci sono casi, in cui possiamo alleviare il peso di quelle croci. Ci sono casi, in cui non lo possiamo in alcun modo. Ebbene, con quale e per quale diritto si può dire ad un’umanità caduta sotto il peso della sua croce: mi dispiace ma devi continuar a portarla?

 Giugno 2007

La furbizia è un asino

vestito da cavallo

I Nokia, sono di una tal semplicità d’uso, (almeno quelli di fascia economica) da far sentire genio anche un interdetto come me, ma non mi soddisfano sto’ granché sotto l’aspetto estetico. E’ la solita storia: si apprezza la moglie, ma si sogna l’amante! Nella mia ricerca di un cell amante, vado per vetrine come un bimbo per pasticcerie, cioè, sbavando su tutte le paste ma sognando il sommo bignè! Sommo bignè in questione, si è rivelato un Samsung di un blu scuro, mezzo opaco e mezzo lucido. Elegantissimo. Leggero. Coloratissima la schermata. Grandi e colorati i caratteri. Fa anche le fotografie. Mignon per la verità, ma sono un tipo che si accontenta. Qualche rogna, nel fatto che non è intuitivo come un Nokia. Così, che sia bello non compensa abbastanza il fatto che mi faccia sentire deficiente. Va beh! Ormai l’ho comperato! Il giorno dopo, però, mi accorgo che la mascherina è abrasa, come da lungo uso. Mi girano le palle. Torno al negozio. Il commesso mi dice che non è usato ma che ha sbagliato modo di pulirlo, e che se proprio voglio ci rimetterà lui 50 euro. Costava 98. Gli dico che come operaio di pulizie, con me sarebbe durato molto poco, ma che non intendo far processi ne farlo pagare la pena. Gli dico anche, però, di sapersi regolare perché non intendo pagarla io, la sua pena. Restiamo d’accordo che in giornata mi farà sapere. Siccome non mi fa sapere nulla, alle 15 e 45 sono davanti la negozio. Aprono alle 16. Aspetto! Il commesso è già all’interno del negozio con un amico che poi vuol farmi spacciare per cliente. Alle 16, il commesso e l’amico escono. Il commesso mi dice: non si preoccupi che le cambio il telefonino e, va al bar. Per dieci minuti, dice. Capisco che vuol rivalersi sul vecchio rompicoglioni. Mi siedo su di un gradino e riaspetto. E’ di parola. Apre la porta del negozio, fa entrare l’amico, mi dice ancora due secondi e mi chiude fuori! C’è un caldo boia, ho appena finito di lavorare, sono esaurito, e devo ancora mangiare. Insomma, non sarei tanto bendisposto, anzi, mi sto rompendo i coglioni! Al quarto secondo gli batto sulla vetrata e a voce non poco bassa gli dico: sono un cardiopatico, mi sento poco bene, devo chiamare un’autoambulanza?!!!! Riciancia su i suoi impegni di lavoro, ma apre. Subito! Torna a perdere un po’ di tempo con l’amico ma deve aver già capito che non sono farina da far ostie! Dopo qualche secondo, infatti, l’amico, poveretta, se ne va! Riaccolgo le magre giustificazioni del commesso: altra poveretta! Avrei ripotuto smontargliele in quattro e quattro otto le sue giustificazioni ma non infierisco. Avrei potuto accusarlo, benissimo, almeno di malafede, dal momento che mi ha rifilato come integro, un oggetto che non lo era. Tuttavia, mi basta avergli fatto capire che essere vecchi, non necessariamente, vuol dire essere cretini. Morale della favola: gli asini si vestano pure da cavallo, ma quando c’è un cavallo in giro, è meglio di no!

Verità per Federico

e i suoi

apenna

In questa coppia sento la madre più determinante del padre. Nel formazione del carattere virile di un figlio questo crea degli strani pasticci identitari. Non sarebbero pasticci se formassimo l’umanità più che formare il normale (?) ma, purtroppo la norma sclerotizza le soggettive specificità. Ho un orrendo ricordo di una donna poliziotto, (una ufficiale) che ho visto agire nei confronti di un tossicodipendente che all’epoca seguivo sia come associazione che come conoscenza. Esaltata, sprezzante, inutilmente distruttiva la personalità dell’altro. Indubbiamente ricostruita a livello psicologico, sia dalla divisa che dal conforto di altri tre agenti, che, a dirla tutta, non sapevano più da che parte guardare per quell’inutile sceneggiata. Se non fosse stata in divisa, l’avrei detta impasticcata, o in “riga”. Non posso non domandarmi: quanto sono sani quelli che indossano una divisa come indossassero una camicia che da forza perché li forza? Si, questo, è il problema!

Giugno 2007

Mele marce a Genova

“… io credo, la principale responsabilità delle forze dell’ordine sia stata quella di non aver saputo comunicare al suo interno.”

Vero, ma le forze dell’ordine (vedile come corpo) possiedono due interni, non uno. Possiedono un interno collettivo e l’interno singolo. Nell’interno collettivo, è chiaro che la comunicazione è andata a puttane, ma perché è andata a puttane anche la comunicazione morale, culturale, professionale anche del singolo con sé stesso? Cos’ha permesso al singolo di non ascoltare quella comunicazione? Cosa gli ha permesso di diventare schizofrenico, perché di scissa comunicazione fra animo privato ed animo professionale? In definitiva, quale chiave ha liberato la belva privata dalla professionale ingabbiatura? Se non vogliamo la ripetizione di quei casi, è soprattutto questo, il punto da studiare!

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“e mi stupisce davvero che nessuno delle migliaia di poliziotti onesti, seri e sinceramente degni di un Paese democratico, non abbia sentito la necessità -prima di tre giorni fa- di smarcarsi da quei pochi DELINQUENTI che, indossando la loro stessa divisa, hanno disonorato il loro Corpo e spezzato la fiducia dei cittadini verso di loro.”

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Ma, dove vive questo blogger?! Dove lo trova un commilitone, così eroico da denunciare i suoi pari col rischio di vedersi osteggiato, rifiutato, e trasferito quando non personalmente minacciato oltre che detto infame con la motivazione che sta buttando merda sul corpo?! Sono i vertici che devono avere quel coraggio! Se un vertice ha atteso sei anni per trovarlo, cosa si può chiedere ad un semplice pulotto?! In verità, le forze dell’ordine non possono permettersi il lusso di essere amate dai cittadini. L’amore non fa paura, mio caro, mentre la paura è fondamentale e preventiva manetta! Sbagliano? Forse. A personale esperienza, posso dirti che se incuto timore i miei collaboratori funzionano, e se non metto timore mi mandano a ramengo la comunicazione di lavoro che devo avere con loro. E’ triste, ma è così.

Giugno 2007

 

Ai corinzi di oggi

Nella chiesa, diversi ministeri, dice il Saulo/Paolo nella Lettera ai Corinzi

E diversi minestroni dico io in questi post sui carismi dello Spirito, degli spiriti, e sui santi guaritori vuoi per carisma dello Spirito, (si dice, o dicono) vuoi per quello di chi non si sa chi. Dice, il Saulo/Paolo: vi sono poi, diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito?

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khárisma, der. di kháris ‘grazia’, dicono i miei due santi protettori Devoto – Oli. Per questo significato, è come se il Saulo/Paolo avesse detto: vi sono diverse grazie, ma una sola è la Grazia. La grazia è il dono divino, elargito a un credente a vantaggio dell’intera comunità.

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Naturalmente, il Saulo/Paolo intende la comunità dei credenti. Per chi non è credente, ciccia! Se vi è una sola Grazia, e la Grazia è Spirito, ma non vi è un solo spirito, ne consegue che a diverse grazie corrispondono diversi spiriti. Chi è lo Spirito? Lo Spirito è la forza della vita del Principio che ha attuato il suo principio: la vita. Chi sono gli spiriti? Gli spiriti sono forze della vita che ha attuato il principio della loro vita. Cosa distingue l’identità dello Spirito, dall’identità degli spiriti principiati dallo Spirito? Direi, lo stato della forza (vitalità nel corpo e vita nella mente) del loro stato di vita. Lo stato della vita dello Spirito del Principio, in quanto primo, è sovrano. Lo stato della vita degli spiriti, in quanto attuati dal primo, sono spiriti secondi.

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“Ma uno solo è il Signore” dice il Saulo/Paolo.

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Essendoci un solo Principio non può essere che così! Come si giunge a concepire la vita secondo Spirito, e come si giunge a pensar vera l’esistenza degli spiriti? Alla mia esperienza, risulta solamente per mezzo di quella potenzialità di contatto fra realtà visibili ed invisibili che chiamiamo medianità. Vi è solo oro in quello che la medianità permette? No.

La scienza e l’anima

Mauro mi dice: “Possono esserci delle forme di “energia psichica”, che fino ad oggi non abbiamo scoperto né misurato, che spiegano questi fenomeni?”

apenna

Gli rispondo:

Credo di averti accennato alle mie possibilità prano. Le ho sempre avute? Ammettiamolo come possibile, tuttavia, a tutto pensavo mentre non sapevo da che parte girarmi per la cura dell’Amato: questo, prima di un tentativo. Al massimo, mi sono detto, mi sentirò ridicolo: e così è stato. Ero all’Ospedale di Legnago. L’Amato, a letto, era girato verso la finestra. Pian pianino gli vado alla schiena e gli poso le mani sulla nuca. Non mi aveva visto e io non gliel’ho toccata, nonostante ciò, si gira di colpo! Vede che sono io, si rilassa, e torna nella posizione che era. Bofonchio qualcosa e rimango lì come il fesso che pure in età adulta si fa prendere con le mani nella marmellata! Mi muore. Inizia la mia ricerca di contatto attraverso lo spiritismo: lo “trovo”. Mi iniziano gli influssi, le testimonianze, le emozioni, tipiche dell’esperienza medianica. Passano gli anni ma il ricordo della sua reazione non passa. Mi risento ridicolo ma ci riprovo con conoscenti in momentaneo disagio fisico. Avvertono emozioni di caldo, di freddo, tremolii, senso di rilassatezza e generale benessere: passa anche qualche dolore. Vorrei poterti dare un qualcosa di quantistico, invece mi vedo costretto a dirti: questo è quanto.

Mi risponde:

Accolgo con interesse la tua testimonianza su un percorso personale che hai raccontato in modo più disteso del solito, e ti segnalo il punto esatto in cui comincia il mio dissenso. “se vi sono gli spiriti, mi sono detto, ci sarà pure lo Spirito”. Nel momento in cui hai dovuto cercare di interpretare questo vissuto molto importante e significativo, l’unico supporto culturale che hai trovato è stato nel concetto di “spiriti”. Ti sei ritrovato, quindi, scusa se te lo dico, culturalmente nella preistoria, nella cultura prepagana addirittura. Altro supporto non hai avuto. Quindi perdonami ancora se ti dico anche questo: che, come non ritengo che il concetto di “spiriti” sia culturalmente adeguato per interpretare questi fatti, altrettanto inadeguato è quel salto logico un po’ grottesco che fai, passando dagli spiriti allo Spirito. A fronte di queste spericolate deduzioni, insisto che un onesto “non capiamo ancora” è molto meglio di teorie arrampicate sui vetri. Purtroppo queste mie parole risultano contro la mia volontà inevitabilmente saccenti e offensive senza volerlo, perché ricordare a qualcuno i limiti della sua conoscenza (considerando che ognuno di noi ne abbiamo) non è mai bello né simpatico. Però, purtroppo, è questo che si deve dire: che non è con la teoria degli spiriti che si possono studiare e comprendere i fenomeni paranormali, come quelli che tu descrivi, che sono certamente reali, ma che meritano un approccio con le categorie di pensiero del 2000 dopo Cristo e non del 2000 prima di Cristo. Detto con amicizia e incrociando le dita che tu non ti incazzi.

Gli replico

Sciogli le dita, Mauro, che in vista non c’è nessuna tempesta! Da nessuna parte ho affermato di conoscere la verità, quindi, la tua, entra da una porta aperta. “Se vi sono gli spiriti ci sarà pure lo Spirito”, è come se avessi detto che se c’è Mauro ci sarà pure suo padre. Chiaro è, che se conoscessi tuo padre, avrei detto che se c’è Mauro ci sarà pure Antonio, ammesso ma non concesso che tuo padre si chiami così. Si, come cultura è un po’ scarsina, ma su quale altro argomento avrei potuto basarmi: su 2000 anni di teologiche balle? Si, la mia è solo una elementare deduzione. Certamente azzardata sino all’idiozia, se solo avessi proseguito nel dire che cos’è lo Spirito. Invece, ho solo detto che è la forza della vita sia dal principio che del Principio, se ammettiamo un iniziale generante. Dici che è stato il Nulla? Bene! Allora vuol dire che quel Nulla ha generato la vita. Già, ma, chi ha generato il Nulla come vita? E se ammettiamo che quel Nulla non sia un sasso, quale “biologia” gli permette di essere vita? Memore della “biologia” degli spiriti, mi sono detto: quella di uno Spirito. Dici che con questo mi sono ritrovata nella cultura prepagana? Sbagli, Mauro. Mi sono ritrovato molto prima di ogni cultura: mi sono ritrovato da chi ha generato ogni possibilità di cultura. Dici che, seguendo il mio ragionamento, sei disponibile ad ammettere che è stato un Cosa ma, mai, un Chi? Benissimo! Trovo che nella vita ci sia spazio anche per una “teologia” naturale. Dici che non è con le mie teorie che si possono capire i fenomeni paranormali? Se condividiamo il fatto che la Natura fa la Cultura, come la Cultura fa la Natura, direi che sono due le vie per capire i fenomeni in oggetto. Io li capisco attraverso Natura, (il corpo della mia vita e della vita) altri li capiranno attraverso Cultura: il corpo delle conoscenze proprie, sommate a quelle altrui.

Memento vitae

L’avevo scritto quando giravo nelle piazze della “roba”, non meno perso dei tossici sia pure per altri motivi. Valga o non valga la pena, lo aggiungo.

apenna

Si viene a nuova vita mano a mano si ultima la precedente. Se la decisione di finire la precedente non è ancora risoluta, allora contate su di noi.

Se non osate fidarvi, con la vostra vita fermate anche la nostra. In questo caso, se constaterete che non vi abbiamo dato niente, sarà anche perché non ci avrete concesso altro.

Se siete indecisi, ritroverete l’incertezza in ciò che rifarete. Se in ciò che rifarete toccherete il fondo, sarete giunti al bivio estremo: farsi con la vita, o farsi la vita?

Le risposte in mezzo alle due sono croci apparentemente scaltre se sono paglia che si mette sulla spalla per non sentire il peso della stanga ma, quell’espediente non libera dalla catena che trascina dentro la feccia, al più, permette di aggiungere degli anelli.

Il Male

Diciamo male, il dolore naturale e spirituale da errore culturale. In ragione dello stato dell’errore abbiamo il corrispondente stato di dolore, che diciamo male perché lo carichiamo (il dolore) di significati di costituita e costituente religiosità.

apenna

Certo! Indipendentemente dal piano dell’esistenza, esistono forze avverse alla vita. Le penso, però, nell’errore, non nel Male se per male intendiamo una condizione non morale e/o amorale da espresso giudizio. Nessuno può dire che una data vita é nel Male. Certamente possiamo dirla nell’errore, tanto quanto procura dolore al corpo: Natura della vita, indipendentemente dalle sue forme. Il Male, come spauracchio per anime infantili, e/o come verga per sottomettere recalcitranti schiene, serve solo alle religioni resesi politiche, quando, sui nostri errori, non sanno dare risposte di verità, tanto quanto non opportune al soggettivo credo. Non per ultimo, perché i credenti seguono le bandiere che sventolano di più. E’ umano ma é un errore che può portare al dolore. Per questa ipotesi, allora, neanche le religioni sono esenti dal Male.

Paolo di Tarso non fu un “fondatore”

“Una cosa però è ormai assodata e cioè che Paolo di Tarso non fu un “fondatore” ma il “diffusore” di un annuncio basato su fatti già noti e che non occorreva raccontare daccapo.”

apenna

Che sia stato un “diffusore” non si discute. Di annunci basati su fatti già noti ne dubito parecchio. Credo invece, che, partendo dalla rivelazione spiritica che gli è capitata sulla via di Damasco, il Saulo abbia interpretato la sua idea di Cristo, secondo e per mezzo, di una personalissima “allucinazione” e per bisogni che, ovviamente, non siamo in grado di verificare. Non credo nella Bibbia. Non la credo rivelata da Dio. Credo, invece, che l’unica parola di Dio sia: vita! Non credo che ne abbia dette altre. Non lo può. Non lo può perché un Ente assolutamente sé stesso non può dire che il Suo assolutamente sé stesso, e se è vita, solamente vita può dire. Tutte le parole che hanno detto sulla sua, a mio vedere sono solo delle mistiche (?) esaltazioni da malattia! Ne prova il fatto che tutte sono state vissute da variamente “sofferenti”. Certo! Anch’io ho vissuto le mie “visioni” nel periodo di maggior sofferenza, ma oltre alle mie verità ho accostato anche i miei dubbi. Così facendo, permetto all’arbitrio altrui di credere in ciò che pensa, non, in quello che io penso.

Novembre 2006
Pressoché rifatta nello stesso mese del 2019

Roberto mi chiede

Cosa pensi ci sia dopo la morte? E’ tutto qui? Solo questa nostra povera misera vita, così breve?

apenna

Prima che la morte dell’Amato me la facesse conoscere, ne pensavo quello che generalmente pensiamo. E’ successo poi, il mio incontro con la medianità. Da quel momento, la morte è diventata passaggio fra uno stato e l’altro della vita. La prova di quel passaggio me l’ha data una mia corrispondenza con trapassati: l’Amato fra questi. In un primo momento ho accolto quella realtà come generalmente accolgo ogni vita: a cuore aperto. Un pò alla volta, però, verifico a chi lo do. Do chilometri di corda, se necessario, e per anni, se necessario, ma prima o poi, impicco; ed ho impiccato l’attendibilità di quella manifestazione. Non sai, perché non esistono gli spiriti (non è quella la voce da verificare, che tanto, ognuno crede quello che vuole, sa, o può) ma perché sono inattendibili. Perché, inattendibili? Semplice, e forse l’avrai già letto da me. Lo spiritismo è inattendibile perché il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Dal che ne consegue, che il male può essere maggiore, dove maggiore la rivelazione. Al che la collegata domanda: quale attendibilità hanno gli spiriti che hanno principiato le religioni monoteiste? Nessuna! A questa stessa mia conclusione, (l’inattendibilità degli spiriti) credo sia giunto anche lo stesso Cristo: fu tentato ma respinse la tentazione. Mosè e Maometto, invece, ci sono cascati in pieno! Ci sono cascati anche tutti i visionari che trovi nella Bibbia. In ultima ma primo per l’importanza che ha presso di noi, c’è cascato Saulo di Tarso. Capisci adesso, perché, per me, la Bibbia è un documento senza alcuna attendibilità a livello divino? Dici che è Parola di Dio! Ammesso un Dio al principio della vita, non può essere che supremo. Per tale stato assoluto. Quale il principio di vita, di una vita che vive il suo assoluto stato? Io l’ho trovato nel Bene. Vi può essere Bene in quella vita, in assenza di altri due principi, e cioè, il Vero ed il Giusto? Chiaramente, no! Allora, di questi tre principi, assoluti perché divini, quanto ne trovi nella Bibbia? Molto pochi, direi, se la lettura di quel libro ha fatto perdere la fede a molti!

Vita, è comunione di stati fra il Bene nella Natura, il Vero nella Cultura, ed il Giusto nello Spirito. Essendo assoluto stato, in Dio, questa trinità di stati è unitaria. Per questo è anche detto, l’Uno. Nello stato divino della vita, vi può essere assoluta comunione di stati, se fra di quelli vi è anche il più infimo non – bene, non – vero, e non – giusto? Chiaramente, no. E, allora, Dio, non può assolutamente conoscere il non – bene, il non – vero, il non – giusto. Se non li può conoscere, come mai si arriva ad accreditare a Dio tutti gli sfracelli che sono scritti nella Bibbia? Ad un conoscitore come te, non occorre che li elenchi, vero? E’ comune esperienza: l’amore è permesso dalla comunione. Dello stato divino della vita, allora, (Immagine della vita) si può dire che è la suprema espressione dell’amore data la comunione fra i suoi stati. In quanto suprema idea dell’amore, in Dio non può essere presente nessuna intenzione divisoria. Comunque lo si chiami o lo si pensi, Dio non può essere il Divisore perché non c’è divisione in alcun stato di quella vita. Allora, giusto perché l’ho fatta anche troppo lunga: si può dire che nella Bibbia è presente influsso divino sull’Uomo, tanto quanto guida verso la comunione. E si può dire, che vi è influsso umano, (quello sì, divisorio) tanto quanto guida verso il dissidio che porta alla divisione. Adesso ti dico perché sulla mia strada “per Damasco” non sono caduto da cavallo! [Cavallo è “veicolo” psicopompo. Vedi la simbologia.]

Per quanto innamorato dell’idea di aver ritrovato in vita il mio amato, non potevo non vederlo con la stessa sincerità verso me stesso, che usavo nel vederlo quando era in questa vita. Non mi piaceva niente quello che “rivedevo” perché risentivo. Non mi piaciuto al punto che ho chiuso il rapporto medianico. Il come lo tralascio perché è storia cominciata nel 91 e non ancora finita: solo calmierata. Avevo bisogno di continuar ad amare, però! Dove trovare la meta di quel mio bisogno se il mio spiritello era rimasto un birbaccione? Così, ho elevato il pensiero. Dall’amare uno spirito sono passato a cercar l’amore presso lo Spirito. Già, ma, chi è lo Spirito? Per rispondere a questa domanda ho ripercorso la strada dove Saulo di Tarso è caduto da cavallo perché ha totalmente creduto in ciò che ha amato credere. Quanto in buona fede non c’è modo di verificare. Ti dici un semplice credente, Roberto, ma dimostri una cultura sulla Bibbia, da parermi un “vescovo” dei Geova. Uno di loro, è persino arrivato a dirmi che conosce la Verità! Affermazioni di questo genere sono possibili quando, assumiamo Dio come antidepressivo, ma gli antidepressivi del genere non li spaccia Dio. Li spacciano i ciarlatani di verità.

Novembre 2006

Sostanza e forma

In una foto su la Repubblica vedo un altro esempio di prostituzione nell’Incontro fra Religioni. Tutte le sedie erano senza braccioli: a parte quella centrale. Lascio indovinare a chi era riservata. Un altro esempio e poi finisco. Il precedente papa incontra il suo feritore. La sedia del papa aveva i braccioli quella dell’altro, no. L’ho trovato umiliante in maniera indecente! “Beati gli ultimi” diceva quell’Altro! Dopo duemila anni ancora predica nel deserto. Poveruomo! L’ho sempre detto: c’è voglia di sovranità perché nel servire i sovrani i servi vivono l’illusione di sentirsi più importanti e quindi meno servi.

Novembre 2006

Sogni d’oro, normali!

Girovagando in bicicletta ho ricevuto due rapporti di empatia da due “diversi” da me. Un srilanka e un tunisino. Il primo, in bilico fra il cadere ed il vomitare. Il secondo, un possibile spaccia. Se era sesso quello che cercavo, non avevo che da fermare i pedali. Mi domando perché una parte dell’Omosessualità gravita il suo senso sessuale (ed è gravitata) in quegli ambienti mentali. Perché ne è la sedotta – seduttrice? Ho avuto modo di dire che vi è Omosessualità, e Omosensibilità. La prima configura una data personalità. La seconda, una data accoglienza verso una data virilità. C’è chi vive le cose. C’è chi le confonde. C’è chi si rovina la vita per aver confuso le cose. I primi, (gli omosensibili) diventano tendenti a… I secondi, dominanti e/o dominati messi in fondo al bidone sociale. Nel vissuto dei primi c’è chi ha innestato idee di errore. Il vissuto dei secondi diventa dominio di chi ha innestato idee di malattia e/o di peccato. Il vissuto dei con_fusi, invece, è delle sessualità schizofreniche, e/o dei malati da infelicità, e/o dei variamente delinquenti, giusto per sostenere un’apparente “virilità”. Sogni d’oro, “normali”!

Novembre 2006

Io sono quello che sono

Leggo di un teologo che si arrampica sui vetri per dire la sua idea di Dio. Va bèh! Non mi garba, però, che ponga qualitative differenze fra fede e fede. La fede è ragione della speranza, non, ragione della conoscenza, quindi, tutte possono essere giuste come tutte erronee. Non per questo, necessariamente false. Falsa, (nel senso di ipocrita) rischia di diventarlo quando pretende di rivestire di “rinascita” le menti di altri luoghi. Sia o come sia mi scuote l’animo e scrivo. L’ho fatto piangendo: all’inizio, durante e a lungo in fine.

apenna

Non tentate. Non sapete. Non potete.
Io sono quello che sono.

Sono la Parola. Sono la Forza. Sono il silenzio e la sua emozione.
Non mi trovate nei perché e nei percome.
Sono l’irraggiungibile stazione
delle vostre tesi su di me.

Io sono l’Amore. Non sono il Divisore.
Sono chi eleva la croce.
Sono la vostra voce.

Non sono lo scranno della vostra brama di potere.
Non mi tocca la fama: nessun sapere.

Sono la Chiesa che dura.
Non mi serve muratore: nessuna struttura.

Io sono il Verbo.
Sono la vostra mano. Il vostro piede.
Sono il principio di ogni luce.
Sono dove il dissidio tace.

Sono Pazienza, Clemenza, Pietà, Umiltà, Semplicità.
Sono la vostra profondità.

Sono dove c’è fede.
Dove il bene intercede.
Sono l’Universo che tutto contiene.
Sono la Promessa che mantiene.
Sono acqua per la vostra sete.
Il vostro mare quand’è in quiete.

Non sono Figlio. Non sono Madre. Sono il Padre.
Sono il senso di moglie. Non sono le sue doglie.

Io sono il senso di marito.
Io sono l’Infinito.

Sono Sovranità, Libertà, Carità.
Sono l’Immagine della vita:
mio primo ed ultimo profeta.

Io sono il Basso e sono l’Alto.
Sono Larghezza e Lunghezza.
Sono Geometra e Geometria.
Io sono, la tua poesia.

Limbo: la chiesa lo rinvia.

Ma va?! A mio capire, limbo è la zona della vita culturale e spirituale in cui si elabora l’informazione; è la zona in cui comanda la volontà di discernere; è zona in cui si entra quando si dubita, e si esce quando si sa. Siccome, ben di rado possiamo dire di sapere definitivamente, (a parte le informazioni generalmente acquisite) direi che usciamo ben di rado da quella zona. Dante, che al proposito ne sa molto più di me, non per niente mette, ivi sospesi, i saggi. Meglio sarebbe stato, ivi sospendervi gli ignoranti. Meglio avrebbe fatto, mettere i saggi in Paradiso. Tentata di eliminarlo, la Chiesa decide di prendersi due anni di aspettativa. Ha fatto bene! Un po’ di limbo a ciascuno non fa male a nessuno!

Ottobre 2006

 

Maternità

Quando è seno e quando è Medusa

Mauro – “non si può amare un bambino e volerlo, se non si ama anche l’uomo che con te lo ha generato; è una considerazione banale, ma la maternità passa attraverso l’amore.”

Vitaliano – Che la maternità passi attraverso l’amore non vi è dubbio alcuno. Considera però, che vi è anche la maternità adottiva. Quella, ama il bambino, pur non amando l’uomo che l’ha generato. Non è desiderio di puntualizzazione il mio. E’ solo, attestato di riconoscenza che sento di dovere alle tante Cesire.

Mauro – ma la maternità adottiva é una normale maternità…

Vitaliano – Normale, forse nel desiderio di figlio/a, e nelle manifestazioni affettive e di cura, ma, per i restanti versi, non la direi normale, oppure, mi sfugge il significato che gli dai.

Mauro – in cui comunque si ama ancora l’uomo con cui si vive anche se attraverso un bambino che non è il proprio?”

Vitaliano – Carissimo: rispondere a questa domanda è leggere il cuore della donna che addotta. Potrebbe essere vero, come non necessariamente vero.

Mauro – questo introdurrebbe il discorso molto più inquietante della maternità in cui é invece il bambino il centro esclusivo dell’amore e l’uomo è poco più che uno strumento o uno sfondo.

Vitaliano – Interessante il termine che hai usato: inquietante. Tanto più, perché usato per definire una realtà, che direi, normale, ma nel senso di comune accadimento. Naturalmente, esistono storie ben diverse, cioè, maternità e paternità accomunate da paritari sentimenti. All’interno del discorso, in te, cosa evoca “inquietante”?

Mauro – no, non considero affatto “normale” che una donna ami principalmente non l’uomo con cui genera il bambino (o con cui alleva, nel caso della madre adottiva – ma qui parlo senza cognizione di causa), ma il bambino stesso. Qui uso l’espressione “non normale” in modo molto improprio ed abbreviato. Non so bene che cosa sia normale in questo campo, nel senso di statisticamente più diffuso. So solo che se il centro affettivo dell’amore della donna é il bambino stesso, allora essa difficilmente accetta che il bambino diventi adulti e si stacchi da lei e abbia un’altra donna. La madre in questo caso diventa castrante. Il bambino a volte la accontenta diventando omosessuale. Il caso Pasolini è tipico. Una mamma pedofila (aaahhh, é il termine giusto, non ce ne è altro) è la peggiore forma di pedofilia ed esaspera il complesso di Edipo rendendolo insuperabile e determina blocchi sessuali che possono perfino essere invalidando nel bambino che lei “ama” e che difficilmente riesce ad amare altre donne, imprigionato dal suo amore. Ritengo questa esperienza inquietante perchè l’ho vissuta e so di che cosa parlo. La meno grave delle conseguenze possibili è che quel bambino dedichi tutta la sua vita alla ricerca di donne altrettanto castranti e alla fuga da loro dopo averle trovate. Naturalmente, al di là di queste considerazioni, la vita è sempre varia e sorprendente e tutto ciò si dice per descriverla e non per ansia di “normalizzarla”. A volte la normalità è la più inquietante delle deformazioni possibili, o delle conformazioni possibili, per dire meglio, dato che tutte sono forme e nessuna é norma.

Vitaliano – Scritto intenso, Mauro. Per commentarti sono costretto a riprenderlo punto per punto.

Mauro – no, non considero affatto “normale” che una donna ami principalmente, non l’uomo con cui genera il bambino (o con cui alleva, nel caso della madre adottiva – ma qui parlo senza cognizione di causa), ma il bambino stesso. Qui uso l’espressione “non normale” in modo molto improprio ed abbreviato. Non so bene che cosa sia normale in questo campo, nel senso di statisticamente più diffuso.”

Vitaliano – Mi pare ci sia una sovrapposizione di pensieri, per cui, ti chiedo: a quel campo ti riferisci? A quello della maternità naturale, o a quello della maternità adottiva? Nella maternità naturale, la donna dovrebbe saper distinguere ciò che compete all’uomo da ciò che compete al bambino, ed amando, dare ad ognuno quello che gli compete. Generalmente, è così anche nella maternità adottiva. Quando non lo è, è perché in quella famiglia, l’adozione è un elemento, per molti versi e forme, compensante: vuoi per la donna, vuoi per l’uomo, vuoi per entrambi. Per tale affermazione, si può dire che l’adozione è la cura che sana un deficit nei coniugi. I rapporti fra i tre, allora, sono molto più complessi, e, pertanto, di difficile catalogazione.

Mauro – so solo che se il centro affettivo dell’amore della donna é il bambino stesso, allora essa difficilmente accetta che il bambino diventi adulto e si stacchi da lei e abbia un’altra donna. La madre in questo caso diventa castrante, ed il bambino a volte la accontenta diventando omosessuale. Il caso Pasolini è tipico.

Vitaliano – Rilevo della mano libera in questo pensiero. Ho capito cosa intendi dire per i nostri precedenti discorsi. Chi ti legge a nuovo, però, temo proprio che non capisca, il senso del contentino omosessuale che un figlio concede alla madre castrante, pur essendoci al proposito, ampia casistica.

Mauro – una mamma pedofila (aaahhh, é il termine giusto, non ce ne è altro) è la peggiore forma di pedofilia ed esaspera il complesso di Edipo rendendolo insuperabile e determina blocchi sessuali che possono perfino essere invalidando nel bambino che lei “ama” e che difficilmente riesce ad amare altre donne, imprigionato dal suo amore. Ritengo questa esperienza inquietante perchè l’ho vissuta e so di che cosa parlo. La meno grave delle conseguenze possibili è che quel bambino dedichi tutta la sua vita alla ricerca di donne altrettanto castranti e alla fuga da loro dopo averle trovate.

Vitaliano – Concordo con la generalità di un pensiero che riporta anche mie conclusioni. Più che madre pedofila però, la direi madre Medusa. Medusa, nel senso di madre che pietrifica, attraverso arrestanti sentimenti, (arrestanti per ricatto) lo sviluppo della mascolinità del figlio, mantenendolo, per ciò, per sempre nel suo utero: culturale, ovviamente. A mio vedere, è di genere Medusa, (o diventa di genere Medusa) la femmina, che pur non avendo conflitti sessuali con l’identità maschile, li ha con la maschile genitalità. Per tale stato, (in genere da blocchi verso il sesso) travasano nel bambino, un amore filiale mescolato al sessuale. Poiché, tale travaso non può non generare dei sensi di colpa, pietrificano la colpa, pietrificano l’uomo che sarà, nel bambino che è. Nella pedofilia, non esiste la pietrificazione del soggetto desiderato. Direi quindi, che pur essendo una filia diretta verso un minore, il rapporto, anche emozionalmente sessuale, della madre – Medusa verso il figlio non è pedofilia.

Mauro – Naturalmente, comunque, al di là di queste considerazioni, la vita è sempre varia e sorprendente e tutto ciò si dice per descriverla e non per ansia di “normalizzarla”. A volte la normalità è la più inquietante delle deformazioni possibili, o delle conformazioni possibili, per dire meglio, dato che tutte sono forme e nessuna é norma.?

Vitaliano – Che tutte siano forme, concordo. Che nessuna sia norma, dipende. Ogni forma, direi, è norma a sé stessa, ma ogni norma a sé stessa, non necessariamente, è norma anche per il sociale, quindi, qualche forma, non è a norma.

Febbraio 2007

Martini for president

Non amo i papati, come non amo le gerarchie di qualsiasi genere. Tuttavia, sarei disposto a subire un’eccezione per il Cardinale Martini. Non trovo, ovviamente, nulla di nuovo in quel cardine, se non la disponibilità a cercare il nuovo. Nella Repubblica di oggi, dice: “Dialogo senza scontro, e basato sull’ascolto reciproco”. Ecco, dobbiamo ritrovare i significati di “ascolto”. Ovvi, quelli con le orecchie, ma, è solo con l’orecchio che possiamo ascoltare la vita altra? No, lo possiamo anche con l’ascolto della com – passione: condivisione della pena che è nella fatica di vivere. Il cardinale Martini, pare non aver dimenticato questa capacità. Come par non aver dimenticato la grande lezione di Cristo: ognuno da quello che può! Naturalmente, è una lezione che nessun potere può accogliere, se non diventando meno potere! L’odierna chiesa di Cristo, (tale ad opinione dei vicari ma non della mia) può permettersi di diventare meno potere? Il punto è questo. Il resto, è Dico: (D)ivinità (I)n (C)omune (O)stensione!

Febbraio 2007

Perché ridi, Socrate?

Nella questione copie di fatto, per il teologo della casa pontificia c’è un altro aspetto da considerare. Quale, gli chiede Marco Politi, nella Repubblica del 9 Febbraio? Il rischio dell’efebofilia, dice il teologo. Ci sono tanti giovani, (dice il teologo) appena usciti dalla minore età, che non sono omosessuali, ma di fronte alle difficoltà della vita affettiva lo diventano a causa della propaganda gay.

apenna

Notate la finezza del teologo: appena usciti dalla minore età. Molti fra gli appena usciti dalla minore età che preoccupano il teologo, (dice la cronaca) tutto fanno fuorché interessarsi della propaganda gay, da tanto (Cronaca docet!) sono occupati da indominate voglie di uccidere, di violentare, di variamente delinquere! E quando si occupano del rischio denunciato dal teologo, (non si può mica sempre uccidere, violentare, o variamente delinquere, vero?) usano l’efebofilia, per il solo scopo di passare all’eurofilia: al caso, anche passando sull’omosessuale! E, se è cadavere, pazienza! Non volevano mica farlo! Ma, il teologo, si preoccupa dell’efebofilia. Piaccia o meno al teologo, la sua affermazione ha un inevitabile implicito: l’efebo diventa omosessuale, (quando, e se lo diventa, ovviamente, perché non basta prenderselo nel didietro per dirsi Finocchi) perché la propaganda etero, pur con il possesso della Parola e delle parole, ha meno presa di quella gay! Se questo non dice un fallimento, ditemi voi che cos’è fallimento! Sono pronto ad ammettere che la mia devianza (?) sessuale sia stata provocata dalle difficoltà in questione. Due padri, tre madri e una guerra in corso non sono mica bagattelle! Ai miei tempi, però, non c’era la propaganda gay: c’era solamente quella etero, appena uscita dall’età fascista. Dica il teologo, se di efebica vita, quell’età. Nella stessa intervista, il teologo afferma la necessità di porre limiti ai diritti, perché la libertà umana non è assoluta. C’è una legge morale che guida le persone e la società e le indirizza verso il Bene. Nulla da dire sulla legge morale e sul fine di quella legge. Al più, c’è da dire sulle guide, che in virtù del possesso di arbitrio religioso su ciò che è morale, pretendono di limitare il possesso del giudizio sociale su ciò che è morale. Su ciò che è morale per il Cielo e per la Terra, il gay è uso ragionare in proprio. Ci sono anche i gay intruppati in vari generi di chiese, ovviamente, ma quelli non preoccupano nessuno. Solo le menti autonome, sono preoccupanti. Come farle tacere? Accusarle di pederastia è controproducente. Si è rivelata negli accusatori più che negli accusati. Farle tacere col fuoco? Troppo fumo! Imporre il silenzio? Troppo chiasso! Non rimane che l’antico veleno: propagano un cattivo influsso sui giovani! Perché ridi, Socrate?

Gennaio 2007

Le vie del potere

A causa del lavoro mi ritrovo ad esercitare delle forme di potere. Non mi piace, mi umilia, è necessario. Necessario, però, non significa che debba essere coartante, anche se, necessariamente, paletto per limiti, ordine per disordini, pedagogia per crescenti, frustratore di avversità quando non di avversari, e/o di avversioni. Il potere di manifesta come “abito” o come costrizione. Lo giustifica, una ricerca di verità nel primo caso, o ricerca di potenza nel secondo.

apenna

Febbraio 2007

Lutti e pulizie della casa

Mi è mancato l’Amato nel Febbraio del 91. Da allora, non sono più riuscito a pulir la casa. Non per questo non ho trovato chi la puliva per me, ovviamente, però, le recenti economie da pensionato (precarie perché non mi è ancora arrivata la pensione) m’hanno riproposto la questione: te la devi pulire; e non c’è scampo. Avete presente l’angoscia da rifiuto da olio di ricino? Di quello di una volta mica di quello di adesso che pare un cafone rifatto? Stavo così! Perché stavo e non sto? Perché sto pulendo a fondo la cucina. Miracolo? No. Necessità di capire! Capire che anche la casa è vita della tua vita, e che gli stati d’abbandono nella tua vita possono far abbandonare la casa. Che cos’è un abbandono da lutto? Direi che è la depressione che deriva da una separazione fra vita e vita, ed è quindi, la cessazione di una comunicazione. Cosa struttura una comunicazione? Direi che struttura una comunione fra due in amore. Vi è comunione e quindi amore da raggiunta intesa con altro da sé, e vi è comunione, e quindi amore da raggiunta intesa con il proprio sé. Per via di abbandono potrei farne una laurea dal momento che ho cominciato a sentirmi tale da parecchi anni, ma non vorrei farla così lunga. Giusto per farla breve, allora, direi che nei miei stati d’abbandono mi sono barcamenato fra perdite e guadagni un po’ come fanno tanti se non tutti, direi; ed infatti, in tutte le case che ho abitato mica ero giunto al livello di adesso, anche se, tendenzialmente così. La chiamavo pigrizia, però. Mi dicevo che non avevo tempo. Mi dicevo lo farò domani. Subdolo, il lutto da abbandono di se’. Uno guarda la facciata della sua vita – casa, e si dice l’ho superato, ma se non pulisce la sua casa – vita, vuol dire che dentro c’è ancora una crepa! Dicevo, che abbandono, è mancata comunione. Può essere con il proprio mondo ma anche con il mondo. Rifiutarsi di pulire la casa, allora, è rifiuto di rientrare in sé stessi, come rifiuto di rientrare nel mondo. Giunti al punto, vado a finire il lavoro!

Giugno 2009

Vi sono armi che uccidono

perché lo sembrano

Un arma, dice un magistrato, che non ha subito alterazioni nella struttura né modifiche in grado di renderla offensiva, è un’arma giocattolo di libera vendita. Sino a qui, nulla da eccepire. Ma, si può ancora dirla “giocattolo” quando è nelle mani di chi gioca con la vita altrui? A mio avviso, no. Se chi è sotto mira di una simil arma non si rende conto che è un giocattolo, subisce le stesse pressioni psichiche, e la stessa violenza nella sua integrità di chi è messo sotto tiro da un arma vera, pertanto, la si può dire inoffensiva, esattamente come un coltello da cucina messo sotto la gola! I rapinatori scappano, ed il rapinato spara: li uccide. E’ certamente vero che la sua vita non era più in pericolo quando l’ha fatto. Se da un lato non si può più dire che il rapinato ha ucciso per legittima difesa, si può dire che il rapinato ha ucciso solamente per difendere la sua proprietà? Si, ma, quale proprietà? Quella dei gioielli, o quella di una concezione di sé psicologicamente minata da delinquenti? E come si potrà mettere distinguo, su quale la più determinante tra la finta e la vera, ora che il rapinato si è ucciso rivolgendo contro sé stesso un’altra simil arma?

Febbraio 2009