Sia ben chiaro

Non ho nulla contro la norma, tutt’al più, contro le nefandezze nella normalizzazione. Per nefandezze, intendo le coercizioni che permettono si, la formazione del cittadino, ma a scapito dell’individualità.

apenna

Di quelle nefandezze ne ho subito così tante, da urlare per anni. Da chi è intento ad urlare di dolore non si può certo pretendere capacità di delucidazione. Per avere quella, bisogna che il dolore passi, ma, passerà quel dolore? Temo di no. Come la “scimmia del “tossico” grava la sua spalla, così, il dolore di chi non è convenzionale, graverà sempre la sua vita. Lo prova questa lettera. E’ così piena della mia sofferenza che faccio molta fatica a riprenderla. Dal momento che la notte porta consiglio, ci riproverò domani: 25 Dicembre 2001. Oggi, l’ho pressoché rifatta.

Nel processo a carico degli autori dei fatti successi a Montecchia di Crosara, (aiutato da due amici, un figlio ha ucciso i genitori), il professor Andreoli, (psichiatra), dice che fu “un delitto della norma”. Anche secondo me la norma uccide. Sopratutto la nostra normalità. Da quell’originale delitto, (vittime ma a nostra volta carnefici), si dipana un’infernale girone, che la norma non può che normalizzare, (curando o reprimendo), pena la sua estinzione. La norma sociale è, (dovrebbe essere), l’equilibrato amalgama di un insieme di relazioni fra individualità è società. Se le relazioni che provengono dalla società, bacano l’individualità, allora, quella normalizzazione è lesiva. La risposta del leso che non sa o non può assorbire le ecchimosi da errata normalizzazione, non può che essere difensiva. Tale difesa può giungere al punto da essere offesa.

Vi sono difese che il sociale accetta e promuove, (pane et circensi vari), perché, non solo non gli sono offesa, ma sono anche medicina per l’offeso che si difende da una estranea normalizzazione.

Vi sono difese che la Norma combatte per un eccesso di difesa dell’offeso. Per eccesso di difesa intendo tutti gli atti che, in vario modo e gravità, minano l’altrui umanità, e/o il suo bisogno di collegialità.

Non mi interessa sapere se è nato prima l’uovo, (il cittadino), o la gallina, (la società), ma solo affermare che a formare il pulcino è la gallina. Escludendo i casi variamente patologici, (nel senso lato del termine), da ciò ne deriva, che l’errata normalizzazione non è colpa dell’individualità del cittadino ma della norma sociale. La norma non accetta questa responsabilità se non concedendo, (e concedendosi), delle attenuanti generiche: attenuanti che applica, quando le difese del normalizzato offeso, oltrepassano i limiti detti dall’integrità altrui. Con questo, non è che la norma non tenti di provvedere ai mali che procura, è che giudicando l’altro ma non sé, si spersonalizza da ciò che fa. Si può dire per questo, che il più miserabile dei delitti, la norma lo compie su sé stessa quando si vieta la carità di tornare sui suoi passi, cioè, di non tornare quello che è stata al principio: voce dell’Umanità, non, voce “dell’umano” potere.

Aprile 1992