Stragi di baùchi nelle tane delle volpi

Esco. C’è un cielo che pare un celeste veneziano. Sulla panchina davanti la chiesa di s. Zeno sta seduto un srilanka. Sono le tre, quindi, non ha lavoro: ci indovino. Mi sorride. A chi lo fa? Al Finocchio? All’uomo? Ad una speranza che porta la mia faccia? Sorrideva a quest’ultima. Ha quarant’anni. Li porta sulla pancia e attorno i fianchi. Per venire qui ha lasciato la moglie e due figli. Non sa l’italiano. Mi dice di capirlo. Accerto che non ha ben chiara la differenza fra il non capire ed il poco sapere. Ha patente di guida per bus. O la converte o non gli serve a niente. Glielo dico. Mi aiuti, mi dice. Torna a casa, gli dico. Naturalmente non può! Per venire qui s’è mangiato 12 mila euro, o meglio, glieli ha mangiati chi gli ha detto ci_ci_ari_ari vieni qui che c’è il bengodi!!! Nulla di nuovo. Il linguaggio della miseria e di certa miseria è transnazionale. L’istinto di sopravvivenza dei baùchi suggerirebbe l’uccisione di tutte le volpi, ma, come si fa, quando si capisce che non c’è baùco che non provi a far la volpe, e non c’è volpe che non gli capiti l’occasione di poter fare il baùco? La povertà bisognerebbe uccidere! Succederà? Quando la volpe che è di noi, sbranerà l’ignoranza del baùco che è in noi, si, ma le volpi non hanno fretta e i baùchi si credono volpi. Su l’ordine del giorno, così, non c’è scritto ancora nulla.

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