Incendi

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Doveva essere “la Festa dei fuochi”, la tragedia successa alla sedicenne di Rovigo morta al Lido di Venezia per ingerimento di ecstasy mista ad alcol (mortale beverone, consumato in un party dis – organizzato in modo da sfuggire un qualsiasi controllo e responsabilità) invece, una vita ha bruciato sé stessa. Cosa possiamo fare, ancora, per chi crede che i fuochi fatui sono per questo meno incendiari? Cosa possiamo fare, per chi ci vede una lesione alla libertà personale, nella nostra opera di tutela? Che forse possiamo giungere ad operare contro l’altrui volontà di farsi male credendo di farsi bene? La Legge lo può, non noi, variamente contro la tossicodipendenza, ma in alcun modo contro il tossicodipendente. Non esiste Legge, signor Direttore, che abbia le maglie così strette da impedire il passaggio degli affascinanti veleni che circolano fra giovani e non più giovani. Se non c’è l’ha la Legge le sufficienti maglie per fermare tutti i veleni – sirena, tanto meno le abbiamo noi. Non per questo ci arrendiamo noi, e non per questo si arrenderà la Legge, ma ci auguriamo anche, che la giovinezza giunga autonomamente a capire (e a vivere!) la libertà che porta alla vita, non la libertà che porta a morire per voglia di vitalità.

Luglio 2008

Specchi e specchietti

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Ho deciso da tempo di non leggere più i giornali, ma su di uno aperto vedo: donna imprenditrice, sgozzata da un senegalese. Non ho letto il resto, per cui non saprei dirvi se il delitto è stato casuale, oppure, il sipario su di una storia mal recitata. Prendo spunto lo stesso da questo fatto perché le donne di ora (o è meglio dire le femmine di ora?) sanno quello che vogliono, ma il come, non sempre in modo felice. Le donne che desiderano l’uomo l’hanno sempre cercato. Illuso, l’uomo, che pensa di essere il solo decisore. Tuttavia lo facevano di “schinchetto” (contropiede) si potrebbe dire in padano, cioè, mettendo il cacciato nella convinzione di essere quello che sceglie. Ora, invece, mettono l’uomo nella più o meno manifesta condizione di sapersi scelto. Con altre parole, assumono il secolare ruolo maschile. Il che, può andare anche più che bene con uomini che amano essere cacciati, ma per niente bene con quelli che amano cacciare. Guaio è, che le donne stanno apertamente amando questa particolare categoria di uomini. Questa scelta sara’ anche appetitosa, tuttavia, non per questo esente da rischi nella foresta dei predatori. Ci sono maschi (furbastri)  che in virtù di un fine decidono di giocare il ruolo passivo. Non si facciano illusioni le donne! Lo fanno sino al raggiungimento di quel fine. Dopo di che, cominciano a mettere i puntini sulle ‘i’; e allora son dolori! Riconoscerete in questo capovolgersi di situazione, quello che è stato il millenario gioco delle parti praticato dalla donna. Vuoi per necessità, vuoi per comodo, vuoi per un insieme di fattori. Riconoscerete in questo capovolgersi di situazioni, le basi non dette di molti delitti (per non dire in quasi tutti) verso l’omosessuale oltre che verso la donna. A parità di condizioni morali, legali e di diritto, non c’è differenza fra Uomo e Donna, o mascolinità e femminilità. Tuttavia, connaturata differenza c’è; ed è nella forza fisica che rinforza la ragione psichica dell’uomo: generalmente prevalente, anche perché supportata dalla sua millenaria cultura (personale e/o sociale) di vincitore sulla donna e/o sull’uomo: normale o alterno che sia.

Quel senegalese ha ucciso la donna sgozzandola. A suo modo, lo sgozzamento è il rito che esorcizza l’invasione di una forza disorientante nella mente dello sgozzatore. Lo sgozzamento può arrivare sino al totale decollamento. In quel caso, il decollamento è il rito che scaccia la “voce” del potere di un “capo” (quella della femmina che dopo aver preso il comando sessuale e culturale lo vuol mantenere) su di un altro “capo”: quello di chi, dopo essersi fatto “prendere”, intende liberarsi sia per riprendere il dominio su di sé e sulla donna, sia per togliersi dalla mente, la presa che condiziona la sua sovranità di maschio. Come uscire in modo indolore da queste situazioni? In primo, evitando di entrarci, ovviamente. Dove la donna o l’omosessuale ci entrano, adottando la politica di Gandhi: la resistenza passiva. Adottandola, lentamente e con molta calma, però! Facciano, la donna e l’omosessuale come se dovessero togliere un osso dalla bocca di una fiera. I tempi della resistenza passiva, ovviamente, dipendono dalla qualità dell”osso e dalle sue sostanze, e dalla fame di motivi della fiera! Se può darvi di che pensare, e/o di che confortare: ho usato la stessa politica per liberarmi da influssi presi durante la mia esperienza nella medianità. Le fiere non mancano neanche lì.

Agosto 2008

Il senso della colpa: croce da temere e maestro da ascoltare.

Il senso della colpa (peso dell’errore nella Cultura sulla vita della Natura) è carenza di forza nel corpo, nella mente, nello spirito. Certamente è vero, che se l’ascoltiamo troppo, rischiamo di cadere sotto il peso di quella voce. Come in tutte le cose, quindi, è una questione di misura.

apenna

Cosa ci dice la giusta misura? La dice il bilanciamento dei pesi che compongono l’insieme di ciò che siamo con ciò che conosciamo. Nel ciò che siamo e conosciamo, vi è il ciò che dobbiamo ed il ciò che ci si deve. Vi è felicità di vivere, quando le parti sono in equilibrio. Infelicità, quando vi è squilibrio. Si ottiene l’equilibrio fra le parti, quando vi è parità di baratto fra ciò che dobbiamo (doveri) e ci si deve: piaceri e/o riconoscimenti. Quando il baratto risulta in passivo (cioè, quando diamo più di quello che ci si deve) la forza della felicità di vivere (lo spirito della vita) subisce una flessione. Somatizziamo la carenza di felicità come depressione. In genere, piangiamo sulle nostre depressioni, ma, ne abbiamo tutti i diritti? A mio avviso, no. La depressione da senso di colpa, infatti, (pur potendo diventare la croce della vita di chi ha perso ogni capacità di baratto) non è una malattia e neanche l’errore: è un allarme. Funzione di quell’allarme, è quello di dirci che stiamo posando quello che siamo per quanto conosciamo in luogo e/o modo erroneo. Qual’è, l’universale verità che ci dice il luogo e/o il modo erroneo? Il dolore che subiamo e/o quello che procuriamo. Artificiale, quando non artificiosa, ogni altra voce.

Giugno 2008

La storia della Torre mi gira per la testa da anni

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babele

Mi sono bastati tre micro secondi di Wikipedia per perdermi in quel tanto, così, butto via tutto e te la racconto secondo me. Vedo la Torre di Babele come la struttura che rappresenta l’innalzamento della nostra conoscenza. Per quell’innalzamento, siamo persino giunti a replicare la creazione umana, animale, vegetale. Non solo. Per quell’innalzamento, i referenti religiosi (non esenti da commistione con il potere politico) sono giunti, persino, a dir di conoscere la Verità, e quel che è peggio, (a mio avviso) a pretendere d’imporla. Non occorre che ti dica il Caos che ne è derivato e che tutt’ora ne deriva. Tornare a tempi prima della costruzione è assolutamente illusorio, e chi li predica, assolutamente fanatico. Eppure, è necessario ridistruggere la Torre. E’ necessario, mica perché Dio si preoccupi più di tanto di vedersi tampinato dall’Io, ma perché stiamo rischiando di porre in delirio la mente. Cosa che, Natura docet, succede ogni volta saliamo cime dove l’ossigeno (la conoscenza) è più rarefatto. Certamente, è ben difficile (quando non pericoloso e/o vano) poter distruggere quel simbolo del collettivo orgoglio intellettuale. Tuttavia, il collettivo è composto di parti, ed ogni parte, è suo mattone. Ciò che non si può fare nel collettivo, quindi, lo si può, nel singolo, o lo può il singolo. Lungi da me l’idea di invitare il singolo mattone a suicidarsi (culturalmente) onde poter permettere lo smantellamento del collettivo orgoglio detto dalla Torre. Più vicino a me, invece, è l’idea di contenimento dell’orgoglio. Come? Auto_riducendosi. In che senso? Ritrovando la misura uomo, che abbiamo perso nella misura orgoglio. Come? Ad ognuno la sua risposta. Rispondere al posto d’altri è continuar a costruire la Torre.

Gennaio 2008

Mio caro: siamo state due stronze? Si e no.

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Mio caro: l’atteggiamento che hai avuto con tua madre stamattina mi ha irritato. Passerei oltre se ti vedessi ancora bambino. Vedendoti prossimo uomo, non posso. Ogni volta ha dovuto pagare delle salate bollette, per anni, tuo padre si è sempre chiesto cosa avevamo di tanto importante da dirci, tua madre ed io. Meno male che non ci ha mai sentito, perché era di lui, che quasi sempre parlavamo. Parlavano, forse non rende bene l’idea. In effetti, lo squartavamo; e senza anestesie di sorta. Non solo lui od altro, a dir la verità, ma, di lui in particolare modo, e con particolare ferocia.

Non ferocia cattiva, ma non per questo senza spargimento di sangue. Per un niente in tutto che è stata un’ironia di tua madre, oggi, però, ti sei eletto difensore di papà, e ci hai detto (a tua madre in particolare) che lo stavamo criticando ingiustamente, e che tua madre doveva dirmi tutte le cose, prima di parlare. Giusto?! Si e no. Giusto, nel sapere tutte le cose prima di parlare, ma, sei sicuro di poterti dire di sapere tutte le cose? Secondo me, no; ed ora provvedo.

Per anni (saranno almeno una ventina) tua madre ha travasato su di me non pochi dissidi, malesseri, ombre: ed io ascoltavo. Qualche volta dicevo. Qualche volta aggiungevo. Qualche volta chiarivo. In virtù di questo, il saluto di fine telefonata, era più leggero di quello iniziale. Questo, cosa vuol dire? Questo vuol dire, che alleggerendo lo spirito di tua madre, quelle telefonate hanno contribuito a reggere il suo compito di donna e di moglie, e che alleggerendo quel compito, gli hanno permesso di reggere ulteriormente la sua presenza presso i figli. In definitiva hanno contribuito a salvare un matrimonio, ed hanno contribuito a tener unita una famiglia.

Allora, ti pare ancora gratuitamente stronzo verso tuo padre il nostro comportamento, o è stata stronzagine necessaria? Non te ne parlo per menare vanto, ma giusto per darti di che riflettere, prima di parlare. Quando sei andato a riprendermi la borsa, tua madre mi ha detto che stai rovesciando su di lei delle costanti ostilità. Hai ventanni. Alla tua età, li ho avuti anch’io verso mia madre. Ricordo una volta di avergli dato della cretina. A mia madre! Se c’è un inferno, lo merito anche fosse solo per quello. Non so se sia una giustificazione: ero imbecille!

D’altra parte, era lei il principale riferimento per la crescita della mia identità di uomo. Ed era lei, che dovevo distruggere, per diventare me. Che idiota, che ero! Era della cultura e/o un modo di vivere che non mi apparteneva, che dovevo distruggere, non, lei! Lei, però, era quella che in quel dato momento della mia storia, rappresentava quello che dovevo distruggere. Così, si è presa i pugni che in alcun modo doveva prendersi. Solo simbolici, per destino o per fortuna, ma non per questo, meno dolorosi da subire.

Nel vedere te, ho rivisto me, senza padre, se non lei. E’ ben vero che tu non sei mica orfano! E’ anche vero, però, che l’influsso educativo paterno viene molto dopo quello materno. Nei primi tempi di un figlio, la madre è anche padre. Tanto più, quando ai figli capitano delle madri psicologicamente forti, o con altre parole, determinanti. Considero carattere maschile, la determinazione della propria volontà sulla vita altra. Pur avendo particolare femminilità, tua madre è sempre stata un maschiaccio, e quindi determinante, e quindi padre. Allora, per la visione che ho della tua età, e per la visione che ho di tua madre, mi viene da pensare che i tuoi conflitti verso di lei, altro non sono che i normali conflitti che ogni crescente manifesta contro l’autorità.

Per trovare la propria, lo deve. Non tutti, agiscono allo stesso modo verso l’autorità, ma limitiamo il discorso a noi. Tu dici che a tua madre non gliene frega di niente e di nessuno. C’è del vero, in quello che dici. Almeno per quanto riguarda il suo aspetto caratteriale di prevalenza, appunto, il maschile, che rende, direi necessariamente, egocentrici. Il potere paterno, infatti, è per sua natura, centrale; non per niente lo è il suo Io. Oltre che uomo, però, tua madre è anche donna. Come tale, nutrice. Come nutrice, maestra di sentimento verso la vita. La tua accusa, quindi, se da un lato è giusta, dall’altro, è profondamente ingiusta. O meglio, è lacerantemente ingiusta.

Ti ricordo bene da bambino! Eri uno spacca coglioni di rara capacità, ma, per la situazione che t’ha colpito e che ben conosci, non ti si poteva dire nulla! Una qualsiasi opposizione, infatti, poteva scatenare delle pericolosissime ansie, e questo, peggiorare le tue forme asmatiche. Per anni, allora, tua madre, altro non è stata che il materasso sul quale scalciavi le tue emozioni; emozioni distruttive, appunto perché senza alcuna forma di inibizione. Tu non prendevi pappe da lei. Tu prendevi vita! E tuo padre non c’era. Non sai, perché non ci fosse, ma perché ai padri, non mestiere adatto, il far da nutrice; perché i padri devono andar a lavorare.

Adesso che sai un qualcosina di più su tua madre, sei ancora dell’idea di prima? In tua madre, il conflitto fra il carattere maschile ed il femminile ha preso lo stomaco. E’ una somatizzazione, molto probabilmente. Il saperlo, però, non necessariamente significa guarirla. Non ci credo, ma, forse, lo potrebbe un’analisi di anni. Il guaio è, che lo stomaco di tua madre potrebbe colassare prima di finir l’analisi. Se l’ipotesi avvenisse, come la metti?

Mente e stomaco di tua madre, trovano guarigione allontanandosi periodicamente da voi. E qui, succede un po’ quello che è successo fra me e mia madre; colpivo lei perché lei era fra me e quello che dovevo veramente distruggere. Vostra madre, colpisce voi, (allontanandosi) perché voi siete proprio davanti a quello che in effetti dovrebbe distruggere per guarire. Ciò che dovrebbe distruggere, è quell’infinito e commisto insieme dei fattori che l’hanno incanalata in quello che è e che fa, ma, non secondo la verità  della sua identità, bensì, secondo la famigliare e/o sociale che l’ha formata. Hai presente che grovigli dovrebbe sciogliere un ipotetico psicologo per tua madre? E mica lo deve fare in una bambina, vero? Lo deve fare in una donna, che ti può lessare uno psicologo, ancora prima che tu finisca di fare una pisciata, mio caro!

Giunti al punto, sintetizziamo! Tua madre t’ha portato agli anni che ti ritrovi. Sia pure a vista, il risultato non mi pare male, pertanto, sei in grado di camminare con le tue gambe anche se non c’è l’hai sempre dietro il culo, anche se non ti è sempre a tiro di braccia! Tua madre è costantemente lacerata fra il bisogno di essere presso di te, (e non di meno di tua sorella, a te minore d’età  anche se con il suo bel caratterino) ed il bisogno di essere anche per sé! Si ritrova così a dover scegliere (da debole perché malata) fra due bisogni di sopravvivenza: il vostro ed il suo. Domandatevi, figli, chi amate di più, e saprete di chi è, il bisogno maggiore.

Dicembre 2007

Stasera, sberle!

biblioscuro

Capisco di risultare fuori da stili scolastici quando ballo. Capisco anche che ciò può suscitare curiosità come anche ironie ma a tutto c’è un limite. Capisco anche di non abitare città cosmopolite, ma solo un provinciale serraglio, quindi, tollero anche le culandre che non sapendo che dirsi o di che vivificarsi in proprio, si aggrappano alla mia immagine e alle emozioni che suscito. Tollero le mosche, tollero le zanzare, e tollero anche quel genere di parassitismo. Cresceranno, mi dico! Speranza di crescita, però, proporzionale alla mia pazienza: ora poca, devo ammettere.

L’ambiente dove sono questa sera è gay. Vuoi perché la gestione non sa dire di no, vuoi perché fa cassa, vuoi perché spera di ampliare il tipo di clientela, ma, assieme ai Gay fa entrare anche le donne che li accompagnano. E qui cominciano i casini perché assieme alle donne entrano anche degli appartenenti a diverso pollaio. Sia ben chiaro, non ho nulla contro la Donna e neanche contro i sessualmente polli, purché non manifestino ostilità da galli verso altri generi di pennuti. Non dico che succede sempre. Dico solo che succede troppo!
A mio avviso, la Donna che si accompagna ai Gay ha più di un problema a livello identitario o sessuale: un’ipotesi non esclude l’altra. E’ chiaro che non faccio di ogni erba un fascio, ma sono donne, queste che stigmatizzo, generalmente frustrate. Sono donne, (ma succede anche con un equivalente genere di uomo) che nel Gay trovano dell’affettività amicale ma non trovano affettività sessuale. Il che comporta, da un lato un loro appagamento sentimentale, ma dall’altro, un ovvia esclusione. Scisse fra inavvicinabili tensioni, finiscono con l’assumere disprezzo con quelli che ignorano, sia loro che le loro necessità da putativa affermazione sul maschio etero. Disitimo i Gay che usano quelle donne come schermo. Non ne ho il diritto? Vero, ma stasera non me ne può fregar di meno dell’equità nel giudizio! Stasera, sberle!

L’argomento ha più sfumature di quelle che ho evidenziato, ma qui, sto dicendo sullo spicchio di un’arancia, non, su l’arancio.

Dicembre 2007

Anatomia della Normalità

Non sarà sfuggito che ragiono secondo spirito. Lo Spirito è la forza della vita.

apenna

Gli stati di principio della vita sono

NATURA

minitria

CULTURA                                                            SPIRITO

Lo Spirito esprime la forza della vita secondo due respiri: il Determinante e l’Accogliente. Determinante, è il fiato che inizia la vita secondo la volontà della sua forza. Accogliente, è il fiato che accetta la vita determinata dalla forza contestualmente principiante. In ragione dello stato di corrispondenza fra gli stati, ciò che è della Natura (intesa come corpo della vita, indipendentemente dalla forma) non può non essere della sua Cultura (intesa come conoscenza della vita, indipendentemente dal sapere) e ciò che è della Natura e della Cultura, non può non essere della vita. Naturalmente parlando, la nostra vita si perpetua per mezzo della genitalità. Culturalmente parlando, per mezzo della conoscenza. Spiritualmente parlando, per mezzo della forza che si origina dal rapporto fra Natura e Cultura. Quale carattere del Fiato iniziò la vita del Principio, e la stessa vita che ha principiato: il determinante, o l’accogliente? Come ho sopra immaginato, il principio della vita è trinitario. Vita, però, è corrispondenza di stati. Se al principio della vita ammettiamo l’immagine principiante che chiamiamo Dio, ne consegue che non può non essere suprema, ed in quanto suprema, assoluta. In quanto assoluta, massimo stato dell’unione fra i suoi stati. In quanto massima unione dei suoi stati, non può non essere unitaria, ed infatti, è stata riconosciuta, anche come l’Uno. In quanto Uno, fu la totalità del carattere del suo spirito, ciò che, data l’Immagine, originò la vita a Sua somiglianza, e se, fatto salva la differenza di stato, i principi della vita originata sono

NATURA

minitria

CULTURA                                                             SPIRITO

può non esserlo l’Immagine?

Opinare ulteriormente circa quell’identità, non è aldilà del mio discernimento: è aldilà delle mie intenzioni. Ciò che affermo, quindi, è “visione” di concetti, non, ragione in concetti che, come i miei, possono posare la propria verità solo su convinzioni. Ora, ammessi al principio i caratteri unitari del Fiato (Forza o Spirito) e ammesso che la vita è il primo corpo generato dalla vitalità di quella forza, ne consegue che il principio generante della vita non è sessuale. Ulteriormente ne consegue, allora, che il cardine su cui basare i principi morali universali non è una indicata sessualità. Se i principi morali sono incardinati nella forza della vita, non, in una convenzionata sessualità, ne consegue normale chi determina ed accoglie la vita altra secondo il Fiato della vita, indipendentemente, dal fatto che si attui (e/o ci si attui) con genitalità diversa o simile.

Nella ricerca della Genesi

biblioscuro

Degli edifici che in crescita mi hanno fatto abitare mi sono rimasti i diroccati, ma ancora mi pongo domande su quanto resta.  Non ho pretese da Risposta.

Nella ricerca della Genesi della vita, se per un aspetto il Testo rivela la capacità di elevazione culturale degli stesori, dall’altro, mi pare segnali che il Serpente non si limitò a tentare la sola Eva. A mio avviso, infatti, caddero nella tentazione (pericolosa tanto più l’imposero come verità rivelata dal Principio) di dire una realtà che, per ignoranza sul Principio della vita (la vita sino dal Principio) certamente non potevano conoscere, al più, immaginare, oppure, se dire per rivelazione, perché ispirati. Va beh!

Dal momento che il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male e dal momento che in alcun modo possiamo verificare lo stato delle “voci” ispiratrici (ripeto la domanda) da chi dette e/o rivelate, se in mancanza di verifica, tutto il nostro credere può anche essere stato basato sulla strumentalizzazione (in buonafede e/o in malafede che sia) di un bisogno di credere in altri conseguente alla mancanza della capacità di credere nel Padre tramite noi? Una elevazione spirituale può inebriare la ragione tanto da mandarla oltre il suo contesto storico personale e sociale. La può mandare “fuori” al punto da farla entrare in contatto con altri piani di vita. Non intendo la vita spirituale (che avendo vita ne siamo in contatto da sempre) ma quella spiritica. Al proposito, sappiamo l’opinione della Psichiatria, ma, se è vero che sull’argomento sa cosa dice, quanto può dire di sapere di cosa parla? Una mente ispirata oltre la sua realtà dalla forza della sua immaginazione (capacità di vedere culturalmente ciò che in cui si crede e che è elevata tanto quanto si ha fede in ciò che si crede) quanto sa distinguere se discerne secondo sé, o se lo può tramite altra vita? Nel caso sappia distinguere che non discerne secondo sè, e anche ammesso che sappia quale sia lo stato di vita che influisce sul suo discernimento, può verificarne (non dico l’identità) ma anche la sola attendibilità spirituale? Direi di no. Infatti, se può essere inimmaginabile la capacità di verità di uno spirito nel bene, così è inimmaginabile la capacità di menzogna di uno spirito nel male.

Così, data la facoltà e la capacità invasiva degli spiriti soprannaturali nella vita naturale (data la mia conoscenza dello spiritismo lo sostengo a ragion veduta, o meglio, sentita) non posso non dubitare (e, parecchio) che lo Spirito ispiratore sia stato quello del Padre. Il Padre influisce la vita che ha originato attraverso la Sua forza: il suo Spirito. Se l’ispirasse secondo la sua Cultura, assoggettando il nostro giudizio al suo, renderebbe serva la nostra. Rendendola serva, però, assoggetterebbe anche la nostra coscienza, ma, una coscienza è piena, solamente se è libera di conoscere, al caso, anche ciò che non gli corrisponde per poter sapere ciò che gli corrisponde! Ergo, neanche il Padre può far dipendere da sè, la vita che pure ha originato. Ciò significa che non possiamo credere a nessuno? No, ciò significa che dobbiamo credere nel solo Principio della vita: in ragione della forza dello Spirito, corrispondenza di stati nella data vita e fra la nostra e la Sua. Ulteriormente, questo significa che non puoi credere neanche a me? Ammesso e non so quanto concesso che ti sia mai girato per la capa, mi pare più che ovvio, per quanto riguarda la fede. Invece, per quanto riguarda la ragione, “credimi” solo dopo attenta valutazione!

Il principio che ha permesso la vita è quello della comunione fra stati. Allora, dove vi è la voce di uno Spirito che interloquisce fra vita e vita non può essere quella del Principio che dice circa i suoi principi, in quanto, già all’origine ne ha detto i massimi:

Il Bene per la Natura

minitria

Il Vero nella Cultura                                      Il Giusto dello Spirito

Quei principi sono massimi al punto da originare la vita e universali al punto da indicare ad ogni via della vita (ad ogni Natura) la sua verità, cioè, la sua Cultura. Per corrispondenza di principi fra la vita originante e quella originata, anche un qualsiasi Spirito soprannaturale non può in alcun modo interferire nella vita altra se non ledendo la corrispondenza degli stati della vita personale (o sociale tramite la Persona) su cui interferisce. Tanta o poca che sia la sua forza, uno spirito interferente, (tanta o poca che sia la sua vita) comunque erra perché devia la corrispondenza di vita e di forza fra spirito e Spirito.

Datata

Ad Andrea Muccioli

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Possibilismo fra Proibizionismo ed Antiproibizionismo

Nell’incontro di Mestre, dagli interventi medi, quando non mediocri dei politici presenti, il suo è emerso per la passione che vi sottostava: chiaramente, super partes quella politica. Nonostante ciò, il fatto che la contingenza ”Droga” la metta accanto ai Partiti (a dirla con W. S. ” strani compagni di letto ” e, secondo me, carriole d’intenzioni sulle quali chiedono la tangente della mano morta) ombra di sospetto le sue affermazioni di libertà, così, come la frequentazione di un qualsiasi genere di diverso ombra di quella cultura una qualsiasi normalità. Sarà anche un sospetto che non la può toccare; come pure può far piacere a parti che le sono avverse ma essendo di per sé ingiusto vedere che può esserne toccato, non è detto che faccia piacere a tutti: me compreso. Che il possibile sospetto non leda la sua Persona e/o la sua causa a Lei il giudizio, come a me, il solo fastidio di averlo anche dovuto considerare prima di escluderlo. Se la sua indipendente posizione, la rende al di sopra del sospetto che le dico in via di ipotesi, comunque, quanto la rende al di sopra del pensiero di essere da quelli strumentalizzato, se non nella Persona, quantomeno nella sua Figura? Che anche questo aspetto sia nolente implicito (e/o positivo e/o negativo alla sua opera) solo suo può essere il giudizio. Ancora per quanto mi riguarda, mi prefiggo il solo scopo di farla ulteriormente riflettere. Lei sa bene perché ama ciò che fa (ed io so bene perché ho amato chi si faceva) che nella tossicodipendenza vi sono due predominanti fasi. Chiamo la prima, quella di ”Pinocchio nel Paese dei Balocchi ” e, la seconda, quella di ”Lucignolo alla Stanga“. I Lucignoli sono identità di confermata cultura. Sono rami piegati che a raddrizzarli secondo noi si rischia di spezzarli di se stessi, o quanto meno, di recare un dolore che per quanto motivato da un bene non per questo fa meno male. In media, sono sulla trentina/ 35 o più: i non molti Pinocchi che prima o poi si ritroveranno Lucignoli. Per la gran parte, fisicamente quanto psichicamente provati (anche gravemente quando non in maniera irreversibile) e, pertanto, oltre modo pessimisti sia verso sè che verso il mondo. Sono soggetti, difficilmente accettati in Comunità: con altri motivi, vuoi perché, come nei casi dei malati gravi, rischiano di elevare le statistiche della mortalità nel reparto: intenda dei mancati recuperi. Non per ultimo problema, le Personalità t.d. di questo genere, anche qualora decidessero per l’ingresso comunitario, inevitabilmente si trovano a dover affrontare un pesante momento: quello, cioè, nel quale devono spogliarsi di ciò che sono per rivestirsi di ciò che (forse) riusciranno ad essere. Purtroppo, quell’atto di conversione culturale (ma anche esistenziale) deve accadere quando, essendo ”scoperti“, sono anche liberi, ma, purtroppo, appunto perché liberi, tutt’altro che certi delle proprietà del bene (la vita) verso cui si tenta di dirigerli. L’atto della spoliazione del vecchio vivere, implica la forza di affrontare un periodo di transizione da nudi di sè. Per essere vestiti seppure nudi di sè, oltreché delle certezze di identità che solo una raggiunta personalità possiede, ci vuole del coraggio: un coraggio che forse non hanno mai avuto, dal momento che hanno sempre trovato la forza di affrontare la realtà (propria quanto altra) solo dopo aver anestetizzato, oltre agli errori, anche i dolori che procura. Fatto sta, che anche per questo, gran pochi se la sentono di affrontare una Comunità che presso le Personalità in questione è anche vista come un gallerante fallimento.

Datata

Nuova politica per le Tossicodipendenze (?)

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Come io sono uomo e fissato l’indiscutibile principio, attraverso il vivere dimostro di che tipo e genere, così, fissati i reciproci principi, sia il gruppo Proibizionista che l’Anti, dovrebbero parimenti dimostrare il loro tipo e genere. Tanto più, che (nevrotica coazione a ripetere?) si continua a trovarci di fronte a delle contrapposizioni ideologiche, manichee se non nelle rispettive coscienze, almeno di fatto. Una contrapposizione che non ha la possibilità di concrete mediazioni perché non vi è (e/o non si vuole?) possibilità di effettivo confronto. Senza effettivo confronto, il Problema Tossicodipendenza non ottiene che la sua divisione in “piazze”: da una parte i Boss e dall’altra i Domine. Legittimerebbe il rifiuto del confronto e della mediazione, se una parte potesse sostenere di sapere veramente ciò che è bene: vero per quanto è giusto per la Personalità che cura. Non è così. Nel mio piccolo operare, infatti, ho constatato (perché vissute anche se non in proprio) non poche miserie in quelli che dicono di operare secondo bene. Sono state dolorose, quelle esperienze, tanto più perché inaspettate. Nel mio piccolo constato (sia pure culturalmente) che non tutto è male in ciò che propone il Gruppo Antiproibizionista. Se non altro il fatto, che pur opponendosi alla Tossicodipendenza come principio, lascia libero il personale giudizio. Allora, a che o a cosa servono (o a chi servono) i fondamentalismi ideologici se drogano d’altro discernimento, un giudizio che, per una effettiva liberazione (e dunque recupero) in primo, non può non essere che individuale? Servono a raggiungere una comune verità? Siccome ogni irrigidimento culturale è rifiuto di apprendere e, dunque vivere il nuovo che sorge dalla con_fusione delle idee, non direi. Servono a metterci nella condizione di servire la Persona? Per primo o di conseguenza? Servono a servire i Poteri che si raggiungono quando (anche nolenti) si è in grado e/o si è messi in grado di condizionare (guidare è ben diversa cosa) la vita altra? Ecco: direi che la nuova pietra che dobbiamo mettere sulla prima (quella dei rispettivi principi) non può non essere fatta che della sostanza che è nelle risposte che mi aspetto all’Incontro. Se non comporremo il nuovo tempo (non abbandonando il vecchio ma rinnovandolo) alla Conferenza di Napoli si ripeterà quello che già conosciamo anche sino ad averne il rifiuto.

All’assessore Raffaele Z.

Politiche e Prevenzione – Assessorato in Regione

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Antica, questa lettera. Il dottor S. all’epoca responsabile del Sert di Verona aveva bisogno di portare in Regione le ragioni dei tossicodipendenti carcerati. Gliela scrissi. Gli piacque.

I Redattori del Foglio informativo ”NoRiskio” in concerto con le intenzioni assistenziali dell’Associazione ”per Damasco”,

premessa

la Circolare del Ministero della Sanità, nella quale il detto Ministero indica ” le Linee Guida per il Trattamento della Dipendenza da Oppiacei con Farmaci Sostitutivi “;

constatato

che la carcerazione di una Persona non giustifica in alcun modo l’inalienabile diritto alla cura medica (diritto sancito dalla Costituzione Italiana) ed il particolare dovere di ricorrervi nei casi che implicano risvolti anche sociali;

accertato

che le particolarità calibratrici del Metadone non solo concorrono alla ”Riduzione del Danno” provocato dalla tossicodipendenza ma sono anche ottimali calmieratrici nei casi di:

Ausilio alla Immunodepressione fisica e psichica nei vari stati della Sieropositività;

Rischi di Over Dose di fine carcerazione,

Crisi di Astinenza,

Disadattamenti nei confronti dell’Istituzione Carceraria, conseguenti la Crisi di Astinenza,

Irrigidimenti disciplinari e/o aggravamenti giudiziari conseguenti azioni inconsulte perché compiute in stati di Crisi astinenziale,

Veicolazione degli approcci culturali e delle Terapie Psicologiche atte al graduale recupero personale e sociale,

Tramite di inizio rapporto per i cosiddetti ” Tossicodipendenti da Strada ” (Soggetti non referenti ai Sert sino al momento della carcerazione) con i Centri deputati alle Tossicodipendenze;

confortati

dalla Circolare in allegato, la quale, prevedendo delle linee di un comportamento terapico mirato alla Persona legittima sia il ”mantenimento” della Cura metadonica che una personale e non penalizzante terapia ”a scalare” in quanto tengono conto dell’oggettiva e complessiva realtà psicofisica della Persona t.d.,

invitano,

la Sua Persona e sollecitano il Suo Ufficio ad interessarsi alla situazione della Persona t.d. carcerata.

A nostro avviso, la specifica normativa odierna e la conseguente assistenza corrispondono insufficientemente alle recenti conoscenze scientifiche e terapiche.

(Invito sempre valido)

Povere cose quando la vita da droga e la droga non da vita

biblioscuro

La droga è morte ma il suo principio è vita: la sua in un’altra. Mercante di vita è colui che tratta ciò che vende: la vita. Qualsiasi personalità che cede i propri valori di vita, rende cosa la vita. Tra tutti i mercanti della vita ridotta a merce, la personalità t.d. e quella che più si rende merce per avere vita da trattare come cosa da ridurre a merce. La personalità t.d., dipende così tanto dalla cosa che è la sua vita da non permettere che esca dalle vene della sua vita: povera cosa se piena di ”roba“. Con la ”roba“, la Personalità t.d. è in assoluta simbiosi fra cosa e vita: essa ausilia la cosa che lo ausilia di vita: povera merce se fatta di cosa. Tacere fa male ma anche dirlo fa male. Nessuna esclusa, tutte le Personalità t.d. riducono se stessa a merce per poter avere della cosa e, tutte, sono mercanti della stessa merce: vita e cosa di vita, in una vita che hanno ridotto a cosa. Si grida: ” spacciatori pentitevi! Chi vende sé (cuore della vita) per avere della cosa a vita non se lo può permettere. La Tossicodipendenza può far giungere non solo sino a questo punto ma molto più a fondo. La dove la cosa che è stata vita incontra la Vita: ben altra cosa! Quelli che vendono la vita per possedere della vita, quelli si dovrebbero pentire. Forse allora non ci sarebbero più Persone intossicate da cose elevate a vita e non ci sarebbe chi spaccia merci chiamandole vita.

La droga  eleva la vita alla cima dei costi

biblioscuro

Sostenere che drogandosi, la personalità t.d. dipendente può elevarsi a cime culturalmente sublimi, e che quell’elevazione gli costerà la vita potrebbe essere un’idea ”o forse solo un’astrazione”. Per il preso, la droga è sempre un bene. Anche quando é male o fa male. Non c’è nulla che la droga non possa coprire. Per questo, è il massimo degli amori e massima amante. Per avere ciò che deve avere per essere preso da quell’amore e da quell’amante, la personalità t.d. non può che pagare (e/o far pagare alle realtà che si oppongono a quella scelta) i suoi proibitivi costi. Le realtà che si oppongono alla scelta ”droga“, salvo rare eccezioni, non fanno altro che fare quello che fa la droga: iniettano estranee cure nella vita che, per amore e/o per legge, si sono fissati di recuperare. Poiché, nel bene e nel male, la Persona è la ragione e i valori della somma delle proprie scelte, per non costringere quelli che voglio vivere la proprie a rubare la vita, più che liberare la droga si dovrebbe liberare la vita. Rendere delinquenti le scelte (proibendole) non significa migliorare la comprensione sui valori della vita ma per la gran parte delle volte, solamente renderne impossibile ogni tentativo di modifica. Ammesso che vi siano scelte per molti versi non drogate, liberiamo le scelte anche se drogate e, senza discuterle moralmente e/o penalizzarle affettivamente e legalmente, opponiamoci al dolore. Ecco, proviamo a ripartire anche da qua.

“NoRiskio” – Al Comitato di Redazione

Mi sto domandando da un po’ di tempo perché sento in maniera particolare il peso del compito che mi sono prefisso presso di voi. Ascoltando le mie emozioni ne ho tratto due possibili ipotesi:

apenna

* ) la tossicodipendenza assorbe così tante energie che fa finire la vitalità di chi si occupa del problema;

*) la vitalità di chi si occupa del problema può essere finita (nel senso di assorbita, come di terminata e/o deviata) da strumentali questioni che nulla hanno a che vedere con la tossicodipendenza in sè, ma che possono essere correlate o alla sua risoluzione o la suo giro.

E’ chiaro che delle ipotesi non sono risposte. Solo dei riscontri oggettivi trasformano una chiara ipotesi in una chiara risposta. E’ altresì chiaro che non mi aspetto tanto presto che le mie sensazioni siano confermate da oggettivi riscontri. Allora, cosa posso fare o non fare nel frattempo? Serenamente non lo so. Come avete avuto modo di constatare ogni tanto sparisco. E’ la mia maniera di posare il sacco dei problemi: di tirare il fiato. Se tirare il fiato serve, non basta però a risolvere un problema non solo personale. Tanto è vero che ambedue mi si rappresentano ogni volta ritorno fra di voi. In attesa di capire più distintamente quello che ora vivo confusamente vi rendo noto il mio desiderio di uscire dal Comitato e di tornare in strada. Questo non significa che ritiro la mia disponibilità al Gruppo ma che sono a sua disposizione da esterno.

Datata

Piramidi come?

Alla Cortese attenzione della Dirigenza e a chi in interesse. Stavo guardando un filmato francese sulle piramidi. Si sostenevano le varie ipotesi sul come siano riusciti a costruirle ecc, ecc. Mentre lo guardavo capendone ben poco (purtroppo) mi è venuta un’idea. Se già espressa, come non detto.

apenna

Noi costruiamo gli edifici partendo dal basso. Lo stesso modo di agire l’abbiamo addossato ai costruttori egiziani; e se invece fossero partiti dall’alto, cioè, dalla cima? Non so assolutamente disegnare (altro purtroppo) tuttavia, penso sia abbastanza “semplice” intuire il proseguo dell’immagine che non so fare, come anche “vedere” la semplificazione di molti problemi. Non per ultima considerazione, ogni Faraone (sul carattere umano capisco un poco di più) avrebbe potuto vedere la sua opera, sia all’inizio della decisione sia “finita” con la sua vita per la parte attuata. Non solo, l’ultimo che l’ha vista definitivamente compiuta avrebbe potuto dirsi e dirla come opera di sé Dio, in opera “incarnata” per la totalizzante volontà dei Faraoni dei che l’hanno preceduto. Per altro dire: Dio in Dei. Della Piramide, allora, si potrebbe dire che è l’imperituro sacrario del percorso, nella loro vita, della vita degli Dei che si reputavano in vita, ma che in fine, come tutti, bisognosi dell’aiuto che potevano procurarsi e che ancora vediamo. Certo, partendo dalla cima, ogni parte della piramidale struttura non sarebbe stata quella totale che noi vediamo oggi, tuttavia, sarebbe stata la totale che il dato faraone avrebbe visto compiuta, non, lasciata per interrotto cantiere per interrotta vita. Immagino questa ipotesi, anche perché non so proprio immaginare l’amarezza di un Dio che non può non sentirsi meno Dio alla vista di un’opera in perenne cantiere. Divinità confermata secondo il suo tempo, invece, procedendo come penso. Come penso, maggiormente affrontabile anche l’aspetto economico; graduale se graduale l’opera, e quindi, di minor peso sulle spalle di chi l’avrebbe pagata. Se come adesso, quelli che stanno alla base di ogni genere di piramide. Termino qui il mio visionario delirio, anche perché mi pare non poco fantasioso. Con i miei più cordiali saluti.

inlavoro

Mi sa che ho pensato una fesseria. Cosa fatta capo avrà!

Per fare una vita ci vuole una vita

Don Ciotti ebbe a dire: la Tossicodipendenza è una domanda che attende molte risposte. (Cito a memoria.) Implicita nella sua affermazione, un’altra: non esiste la Risposta. Da chi si occupa del problema, quindi, mi aspetto uno spirito para evangelico. In particolare, mi riferisco alla parabola del Buon seminatore.

apenna

Per il Buon seminatore non è fondamentale dove cade il seme: è fondamentale la volontà di semina. Non è fondamentale neanche il tipo di grano; è fondamentale la volontà di farsi grano. Checché ne dica la Società proprietaria del campo, il Buon seminatore sa bene che a priori non esiste un grano risolutore. Certamente esiste il Buon raccoglitore, ma a priori, neanche quello sa di essere tale. Tale lo diventa in ragione della capacità di somma fra le domande che pone alla sua vita, e le risposte offerte dalla vita, ma, anche in quella capacità, per farsi o non farsi di vita, ci vuole pur sempre una vita; e per capire la vita, neanche dalle droghe si può escludere la strada, se non escludendo a un sapere, la pienezza di sé: dolorosa o no, o sociale o no che sia. Esperienza mi conferma che uno spirito samaritano può di più di uno spirito psichiatra. Può di più perché è compagno ma non giudice; può di più, perché non impone la regola sociale del do ut des. La fuga dalla droghe, è stabilmente possibile, tanto quanto, un sapere, vanifica un piacere, e ciò può succedere, tanto quanto, un (o una) tossico_amante di quella “madre”, si rende definitivamente conto che è l’indifendibile puttana che gli sta abortendo la vita. La rinascita di sé, quindi, implica la ricerca di un ventre, diversamente originante. Può essere in un altro grano. Può essere in un’altra semina. Quello che non deve essere, è negare (o che si neghi) al Tossicodipendente (o alla t.d) la possibilità di farsi del suo raccolto. A noi, ridurre i danni. A noi, sollevare dalle cadute.

Le facce del bullismo

biblioscuro

Vado all’agenzia della banca per l’usuale questione: la ricarica della carta. Di per sé nulla di complicato. Complicato me lo diventa perché da mese a mese dimentico come si fa. Già durante il primo tentativo, una donna (non ha meritato il titolo di signora) mi si avvicina dicendo: quanto pensa di metterci perché devo saperlo… Avrà avuto anche altre commissioni, penso, così, me la cavo subito, gli rispondo con cortesia. Guaio volle, che, subito, non ci sono riuscito neanche al secondo tentativo! Spazientita per aver atteso un ulteriore minuto la donna mi rifà la domanda. Al che, la pazienza la perdo io, e ad alta voce gli ribatto: quando mai ci si permette di andare a uno sportello e di dire all’occupante che deve sbrigarsi, o di farla passare, perché lei deve sapere a priori il tempo necessario alle operazioni?! Sarà anche perché l’esagitata ha capito le ragioni nella mia domanda, sarà anche perché ha capito che non sono farina da far ostie, ma non c’è stata risposta! Vuoi per ragioni di forza, e/o per ragioni di età, e/o per ragioni culturali, e/o per l’insieme dei casi, vittime di bullismo, sono tutti quelli che non possono e/o non riescono a dimostrare ai prepotenti, di non essere farina da far ostie! Di chi la causa? Lapalissiana la risposta: di chi fa l’impasto delle ostie. Tornando a quella donna mi domando: è stata la famiglia e/o l’ambito sociale di crescita a renderla prepotente con un anziano? Ho avuto modo di conoscerla anni fa: era preside di un liceo. L’ha potuto, quindi, per via di un potere culturale che magari gli è diventato un presunto potere da censo sociale, da far prevalere su quelli che non sembrano dello stesso livello? Vero o no che sia il sospetto, comunque l’ho rimessa al suo posto! Come può meravigliare la presenza del bullismo nei giovani, se impastiamo i crescenti con l’equivoca farina che ha impastato noi, non si sa da quanti equivoci fornai?

Poveri di spirito

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Non so cosa significasse “povero di spirito” per il Cristo evangelico. So quello che modernamente sottostà al pensiero cristianamente ipocrita, e cioè, complessivamente sfigato. Da diverso cristiano, penso, invece, che il Cristo identificasse (in quella “povertà”) la persona che vive solo del proprio spirito, quindi, non parassitato e neanche parassitante. In un commento su altro scritto, una Signora mi ha diplomato con “Grande”. Ovviamente m’ha fatto piacere ma, mi è stato stimolo di vanità solo un attimo. Vividi ricordi non ci hanno mai messo più di un secondo a buttarmi giù dagli scranni fabbricati dai miei excursus scolastici: una quinta ottenuta con grande sorpresa del maestro oltre che mia; una licenza media (sindacale) ricevuta con vergogna perché obiettivamente non guadagnata. Come non bastasse, a tarda età mi sono iscritto anche a una scuola pubblica. Non non ricordo se prima o dopo la serale. E’ vero: comincio a perdere qualche memoria ma, mai di me! Più che altro pensando a me, scrivo la morale della favola che si legge nell’immagine. Su Facebook, uno dei pochi che stimo per quello che è oltre perché risponde ai miei pensieri, commenta: una cosa è il discorso ben acconcio altro è l’agire. Gli chiedo di spiegarsi. Mi scrive: declamare non può ridursi ad artificio. Gli rispondo: direi che hai colto una sfumatura ma non la sfumatura che volevo far capire. Intendevo “semplicemente” dire che nel trovare l’effettiva valutazione di noi stessi è necessario mediare fra il grande che qualche volta ci capita di essere, e il comune che generalmente ci capita di vivere. Il vanesio, ad esempio, questa media non la fa, come non la fa neanche chi loda una realtà non verificata. Una bella e utile riflessione la tua. Filosofia aristotelica, mi dice. Aristotele? E’ un pezzo che non lo vedo ma dovrei avere il suo numero…. Avrà sorriso della vecchia battuta, penso e spero. Non faccio in tempo a immaginare quel sorriso, che mi scrive un “mediare”, che per qualche verso avverto come un cielo che non sa se far ridere o piangere, o come un giro d’aria che un poco preoccupa la casalinga con poche molle per il bucato da esporre. In genere sono un bravo ragazzo, ma ogni tanto, volente&nolente in pari grado, mi spuntano delle provocatorie corna: mediare? Chi, cosa, come, perché, quando, dove? Alle mie fucilate non fa un plissè! Solo ribatte citandomi un poco: tra il grande e il comune, senza cedere al vanesio, “sapendo che il vanesio fa la, “storia”. Trovo stimolante questa farina del suo sacco. Tanto che mi suscita la riflessione di chiusura: ci sarebbero infinite cose da dire su storia fra virgolette. Di fatto, pure la storia senza ci ha dimostrato che è stata fatta da soggetti malati. Non tanto in una patologica misura anche se non è escluso, quanto nel senso di un così, in cui imperavano anche dei pesanti cosà. D’altra parte, senza quello scompenso, mica avrebbero fatto la storia quei vanesi; e di quei difettati, quanto possiamo escludere che una tensione verso il voler fare la storia, altro non sia stata che una tensione verso il far la propria? Si, il mondo sta andando fuori di testa proprio perché non è gestito da poveri di spirito.

Solitudine

biblioscuro

“La solitudine è una malattia dalla quale è difficile guarire.”

Replico: Lei sta corrispondendo con un Esposto, adottato, con orfanotrofi e collegi alle spalle, e con problemi di identità per alterna sessualità, senza contare l’infanzia e la prima giovinezza in piena povertà. Ora ho 75 anni, il diabete, la minima, sono la mia unica famiglia e l’unico parente, eppure, ora non so cosa sia la solitudine. Lo ero, invece, quando mi conoscevo poco e a ragion rivista, male. Lo ero, quando sottostavo continuamente a un giudizio che mi davo senza clemenza e tanto meno misericordia. Lo ero quanto l’opinione altrui imperava sulla mia. Lo ero, quando, sia socialmente che sessualmente, non ero né carne e ne pesce, ecc, ecc. No, la solitudine non è una malattia: è la febbre che denuncia che non ci siamo ancora trovati e che il mondo va avanti anche senza di noi.

Fatìma e altre cose

Secondo il credente islamico tutto è dato dal Clemente e dal Misericordioso, quindi, sia l’atto felice, che il non felice.

apenna

Atto non felice agli occhi del Profeta fu il decesso dei suoi figli maschi. Atto felice la presenza di Fatima. Se tutto è dato dal Clemente e dal Misericordioso, mi chiedo, perché l’Islam degli inizi non confermò la voce di Fatima come secondo Messaggero? Perché scelse di abbandonarsi nella volontà dell’IO, pensando, nel caso, impossibile accettare la volontà di Dio? Ipotesi fosse, si può dire che l’Islam dell’inizio mancò di fede? Perché successe? Secondo me (ovviamente) successe perché l’Islam si trovò a decidere anche secondo potere. In ragione del potere e del suo mantenimento_rafforzamento nessun potere può permettersi di essere pienamente vero. Neanche può permettersi, però, di risultare falso. Dall’inghippo se ne esce? Si, se ne esce proclamando e/o decidendo la verità opportuna. Naturalmente, non sempre viene totalmente accettata e/o da tutti accettata quella verità, così, chi dissente ne attua altre. Trovandosi in casi del genere, tutte le religioni che si sono fatte potere concedendosi alla politica non possono non agire allo stesso modo, e subire le stesse scissioni. Volendo perseguire un dato potere, anch’io sarei costretto ad agire allo stesso modo delle religioni. Situazione vuole (caso, fortuna, o fato che sia) che del potere non me ne può fregar di meno! Alla mia vanità basta e avanza quello di me su di me.

Profeti e profezie

Profeta è chi dalla cima di un monte vede avvicinarsi una figura. Se quel profeta è prevalentemente portato a non temere la vita non interpreterà quella figura come una minaccia. Se è prevalentemente portato a temerla, invece, l’interpreterà come avversa. Si può dire, allora, che l’interpretazione delle visioni profetiche è condizionato dallo stato esistenziale (psicologico, culturale, morale) del carattere di vita del dato profeta. Poiché nulla sappiamo di certo sulla vita privata dei profeti (al più la storica dei loro tempi) quale e quanta veridicità c’è nelle visioni raccontate? E perché ancora ci influiscono? Perché le abbiamo riscontrate vere, o perché sopravvissute antichità che servono a dare gloria a chi le usa?

apenna

Regine

biblio

carlabruni

Tutto mi sognerò di dirla ma non donna e non femmina. Perché, allora, affascina anche me, notoriamente esente da etero lusinghe? Nel mondo gay, donne di questo carisma le si dice Regine. A mio parere, sono regine le Donne che possiedono la virtù di essere sovrane, nel senso di esemplari variamente primi. Le fa primi la naturale capacità di far emergere delle fantasie sesso – emotive, che rubando il termine a certi antibiotici mi vien da dire “ad ampio spettro”. Per questo senso e funzione, le regine diventano le vie maestre della sessualità transculturale di chi le ha elette.

Donne

“Perché i figli delle donne non sono come noi”

apenna

Perché i figli delle donne (nondimeno dei padri) sono a immagine della loro vita, non, dei generanti ai quali somigliano. I padri e le madri se ne facciano una nuova ragione. Una nuova ragione dovrebbero farsela anche la Società facendoli crescere come una Atene che non ignora di essere anche Sparta.

Tossicodipendenza e soliloqui

Avete presente quando si pianta una sonda per cercare l’acqua? Magari venisse subito limpida! Invece, prima viene il fango. Da me, sonda, è venuto fuori del fango per anni.

afinepag

Solo adesso sta venendo fuori dell’acqua. Non sempre potabile, per carità, ma, almeno, chiara. Ora, però, mi manca la forza che avevo quando davo fango pensando fosse acqua. Ci sarà ben della giustizia in tutto questo, ma, mi venga un accidenti, se capisco dov’è! Come Associazione e persona sono vicino a Dipendenti da tossico sostanze, in età variante dai 30 ai 40 anni. Sono età, nella quale il sapere e la vitalità si temperano nella riflessione personale. Tuttavia, su di loro imperano ancora le sostanze legale ed illegali. Sono imperi che mostrano la corda ai tossicodipendenti che le dico. Nel riconoscerne tutti i fili, (anche se nel non contrapporre azione di rigetto), sta, la loro maturità.

I Soliloqui

Nella contrapposizione fra ciò e chi opera per il loro recupero, e ciò è chi opera per mantenere lo stato quo del tossico dipendere. la persona td. sta, come la corda del gioco. L’opera di trazione cui è sottoposta la personalità tossicodipendente, è sfibrante, logorante, angosciante. Se la “pera” ha tanta presa, è anche perché cura quegli stress.

Non da meno stress, sono soggetti anche quelli che operano contro la Tossicodipendenza. Questi, si devono difendere da quello che il Tossicodipendente butta loro addosso.

Vi sono di quelli che si difendono, essendoci solamente con la professione. Incauti quelli che credono di essere difesi perché ci hanno messo la vita. Comunque sia, vuoi prima o vuoi dopo, ambedue i generi di comportamento vengono lesi dalla costante frustrazione, che, per servitù alla droga, il Tossicodipendente non può non provocare. Così, fra “tossici” e anti tossicità, la droga inietta un’altra faccia del suo veleno: l’inimicizia. Sarà anche una inimicizia educata, amorosa, ma sempre velenosa, ed avvelenante, è.

Violentemente nolente, il Tossicodipendente in questa situazione sente che tutto gli è nemico. Sia l’antisociale, (per quanto sia passivo – attivo complice), sia un Sociale, che non riesce ad essere sufficiente amico perché non sufficiente “pera”.

Non c’è pippa di ragione, che sappia dire la solitudine che è in questi casi. Solo il cuore lo potrebbe, ma, lo vendono a poco. Forse perché è considerato a livello frattaglia.

Quindi, non rimane che la “roba”. Il senso placenta che da, rimane un amico anche se sanno che li isola da qualsiasi alternativa. Se ne rammaricano ma finiscono per coprirsi, perché fuori, fa freddo.

In attesa di capire che non si può osteggiare una intossicazione di quel genere, , o rimanendo da parte, o sostenendo una parte, o rinchiudendola in vari modi dentro una parte, il Tossicodipendente sta, senza arte e ne’ parte, o si fa per continuare la sua parte, se non proprio l’arte.

E’ vero che il “farsi” è sod_disfarsi, ma è anche vero che è medicarsi, oltre che, identificarsi.

I tempi e i respiri della vita non hanno nulla a che spartire con ideologie legali e/o terapeutiche. Ma le terapie sono costi e, i costi, rendono merce la vita. La vita trattata come merce, ci condanna a riprendere in carico, la vita che trattiamo come merce.

L’unica virtù che non rende merce la vita, è la gratuità. Sarebbe una grandissima gratuità, già il capire, che se la droga è il piacere che fa male, in successione, è il male che solleva dal piacere che fa male.

Datata

Anche il Piave mormorava

mentre uscivo vestito da chierichetto dalla chiesa di Vellai di Feltre!

Mi chiamavano sempre quando c’erano le messe in terza o in più come allora si diceva delle solenni. Non che convincessi tanto come chierichetto, però, vestito così non mancavo di bella figura. Il collegio – orfanotrofio era dell’opera Don Guanella. Ora è scuola di agricoltura. L’avranno convertito a nuova funzione, forse perché hanno cominciato a scarseggiare le braccia per messali ma non diminuire quelle per i campi. E poi è arrivato il Vescovo a Vellai! Ero nei campi a girare il fieno quando m’hanno chiamato: corri, corri! Vatti a vestire! Tutti montagnard e un po’ torsolotti gli altri chierichetti. Alto e magro, invece io li sovrastavo. Cotanto splendore, però, mi rese disattento al rito, sicché quando il vescovo si inginocchiò mi inginocchiai anch’io. Lo feci meglio del vescovo, molto probabilmente. Tanto è vero che non mi chiamarono più. Brutta bestia. l’invidia!

Nel campo di Pinocchio trebbia riso amaro Equitalia

Oggi ho ricevuto una raccomandata. Non ho zii d’America, quindi, il soggetto di quella missiva non sarà un’eredità. Sospetto, piuttosto, che sia la raccomandata di una Equitalia che, nonostante le sue pur legittime istanze, viene percepita sempre di più come la Magrecita con falce di messicana cultura. Sbaglia Equitalia a chiedermi quanto non ho dato allo Stato in tasse non pagate ed in I.V.A. non versata? Sbaglia, Equitalia, a chiedere degli interessi, a mio sentire, da Mercante di Venezia? Chiaro che no. Gli errori sono stati miei, mica di Equitalia! Mi si dirà, o quanto meno lo dirà chi mi conosce: strano, Vitaliano, non ci sei mai parso dedito al delinquere in varia forma e/o quantità! Vero, non l’ho fatto perché delinquente in varia forma e/o quantità, ma “per amore, solo per amore” come si grida nel titolo di un commovente film di qualche anno fa. Magari, l’avessi fatto per delinquenziale tendenza! Dell’opinione altrui, di quella dello Stato me ne sarei altamente sbattuto! Diversamente, mi sono vergognato tutti i giorni, per tutti non pochi anni, e per più di due ventiquattrore piene di inviti a pagamenti che non potevo e tutt’ora non posso soddisfare. Per anni Equitalia m’ha fatto sentire un ladro. Solo per aver vissuto! Oltre ragione, è vero! Le sue raccomandate dentro la cassetta erano diventate il Prete che non poteva assolvermi; erano diventate il Carabiniere che non mi ammanettava solo perché lo ero già: nell’animo. Delle assoluzioni ecclesiastiche se ne può anche fare a meno. Ai Carabinieri si può anche scappare. Dalle manette, anche liberarsi. Dell’animo messo in una cella di sicurezza (la sicurezza del “secondino”, ovviamente) non c’è “ergastolano” che fugga, se non per sopraggiunto callo nei rassegnati al destino di galerati da inadempienze per cause non volutamente morose. Oppure, come estrema scelta per chi non accetta calli nell’animo, per acqua, corda, o pistola. Possiamo affermare che vi è una certa correità morale da parte di Equitalia nei suicidi per debiti di operatori non delinquenziali, e magari falliti perché non pagati? Di Equitalia non vedo possibilità di vera chiamata al reato di indiretto omicidio. La vedo, invece, sia verso lo Stato che tramite Equitalia reclama subito quello che non si sa quando verserà! La vedo invece, verso clienti che, se volenti, non hanno pagato quando dovevano! Mi si dirà: come mai, tu, Vitaliano, per quanto pressato con la pesantezza che dici, non ti sei ucciso? Forse perché, tutto considerato, non era così pesante il tuo debito con Equitalia, oppure perché ti è facile far il callo ad avverso destino? Mettiamola così: rifatemi la domanda dopo che avrete pianto per anni su un amore che era tutta la vostra vita, (e sul nulla che era diventata la vostra) e su dei mobili che non avete più perché Equitalia se li è portati via! Mi si dirà: in vero non ci pare il caso di suicidarsi per quattro legni! Vero, ma, se quei quattro legni fanno parte dell’identitaria immagine che avete di voi stessi, cosa, in effetti, ha portato via Equitalia? Solo cose, o solo voi? Tutto molto vero, Vitaliano, ma cosa cavolo vuoi che ci faccia, Equitalia, se suo malgrado travolge delle identità indebolite da più forti contesti? Troverei risposta nella parafrasi di un celebre proverbio siciliano: sia piena che piega. I suicidi sinora accaduti, dimostrano, invece, che le sue piene travolgono. Il che prova, a mio vedere, che se il punto dolente in Equitalia non può essere la sua legittimata azione, lo può essere invece, nella misura della sua azione: in chiara over – dose, ogni qual volta una richiesta è “bustina” in cui il taglio prevale fortemente sulla qualità della “roba”. Le cito il parallelo fra debiti e droga, perché, droga, è tutto ciò che fissa l’arbitrio, e un arbitrio fissato da irrecuperabili debiti, è fissato nella sua impossibilità di risolverli, così come un drogato è fissato dalla sostanza, non tanto nel suo capire, quanto nel suo volere, e, di conseguenza, nel suo potere. Un arbitrio fissato (da droga o da debiti che sia) è suicidario esattamente come lo è, chi, preso da tagliola, sceglie di dividere da sé la parte presa; e se la parte presa è tutta, tutta la divide da tutti.

Datata

Sentiamo raggiunta la mediazione fra gli stati

Sentiamo raggiunta la mediazione fra gli stati tanto quanto siamo in pace. La “voce” che conferma la pace nel nostro principio è quella del nostro spirito. Non può essere quella dello Spirito perché lo Spirito (trinitaria parte dell’Assoluto) non può non avere lo stesso stato di vita del Principio.  Uno Spirito assoluto non può operare alcuna variabile del suo stato, quindi, non può dare più o meno spirito, oppure, a questa vita sì e a quella vita no: almeno secondo la logica che espongo.

apenna

Per fede, invece, ognuno pensi ciò che crede. Ogni umanità è via delle verità della sua vita. Non per questo l’umanità non può accostarsi ad altre vie, ma l’umanità non corrispondente ad una data via non deve far deviare dalla propria quella che si è accostata. La volontaria sovrapposizione di spirito su spirito “è un errore che non sarà perdonato.”

Se lo Spirito dell’Assoluto già da un massimo che non può ripetere o quantificare, quale altro Spirito può operare nell’umanità? Se non lo Spirito del Principio, lo spirito attuato dallo Spirito, cioè, il nostro; vuoi di questo stato della vita, vuoi di un ulteriore stato.

Ne tenga conto la fede che millanta crediti o il possesso di “carismatici” doni dello Spirito. Solo gli spiriti di un ulteriore stato di vita possono operare quei “doni” ma gli spiriti sono inverificabili , e quindi, di inverificabile motivazione i “doni”. Gli spiriti sono inverificabili perché il male può fingere il bene molto bene tanto quanto è male. Ne consegue che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. E’ rivelazione bassa se uno spirito è ancora prossimo a questo stato della vita. E’ rivelazione alta quella di uno spirito, sì di potente manifestazione, ma non per questo, necessariamente prossimo al Principio.

A Capodanno un asteroide

Sentimentalmente e sessualmente parlando, bene o male, tanto o poco, sono sempre stato un gravitante. La notte dello scorso Capodanno, però, uno scontro con un asteroide m’ha divelto da l’orbita; e non riesco più a tornarci. O, meglio, lo potrei per ragione, ma, anche a botto passato, non lo posso per emozione. In attesa di sentire, e, quindi capire, in quale orbita ritrovar parcheggio (se nella passato, o in una futura, o in un diverso modo d’agire della passata) sto girando in tondo.

apenna

(Vissuta quando Berta filava)

Soccorso per genitori con figli di altro letto

Stavo su una panchina a fumarmi una sigaretta (non dovrei!) quando, alla mente mi è tornato il ricordo che le racconto. Lo faccio, vuoi per la sua Cortese attenzione, vuoi per soggetti che sono come anch’io sono stato: figlio di un padre da seconde nozze.

apenna

Sono passati più di sessantanni ma ricordo ancora la mia antipatia per l’essere che inaspettatamente si era messo  fra me e mia madre. Quando mi confermò che c’era, impulsivamente pensai: ma, ci sono io! Capirai che sostegno potevo dare a mia madre, io, inesistente per più motivi e casi e forse meno che decenne! Non poca acqua è passata sotto i ponti che ho attraversato, qualche volta temendo di finirci sotto, qualche volta temendo di buttarmi sotto. Solo adesso, che so distinguere, direi pienamente, quando va’ a coppe e quando va a spade, sento di poter dire la mia; e quella (lei consentendo) girerei ai figli e ai padri che sono forzatamente e ostilmente legati dal comune sentimento verso una donna: chi da figlio (quel sentimento) e chi da marito. Visto che solo i patti chiari permettono una vita lunga, ho strutturato la lettera come fosse un contratto notarile. Quello che propongo ad un padre per caso, è valido anche per una moglie per caso.

Contratto d’Alleanza fra i figli di una moglie, è il marito che legalmente parlando diventa padre di prole da altro sangue:

Punto primo:

io non sono tuo padre naturale ma la Legge mi obbliga ad esserti padre culturale culturale, indipendentemente dal fatto che fra di noi ci sia della condivisa stima e affettività;

Punto secondo:

Il compito di gestire la famiglia è delle figure anagraficamente maggiori. Valuteremo assieme quando non umanamente, o quando immaturamente.

Punto terzo:

L’autorità derivata dalle norme sociali, non autorizza me (come neanche tua madre) a diventare i tuoi secondini. Le stesse norme, però, obbligano te a non metterci in quella condizione;

Punto quarto:

Nella tua vita può entrarci solo tua madre. Io, a tua richiesta;

Punto quinto:

Comunque tu decida di viverti, tua madre ed io lasceremo al tuo discernimento il compito di valutarlo con giudizio. Se lo vorrai, dove il tuo giudizio manca della debita esperienza, aggiungeremo il nostro.

Punto sesto:

Fa in modo che la tua famiglia non debba mai patire il giudizio della società. Mi riferisco a quello non legale. Quello di altri generi e/o fonti trova il tempo che cerca. Dovesse succedere, comunque resterai nostro figlio, ma per il solo dovere, e solo perché la Legge c’è lo impone. Di fatto, e a ipotesi successa, non potremmo non viverti come un proliferante tumore. non necessariamente maligno, ma comunque portatore di “malattia”. Su questo punto, tua madre la pensa allo stesso modo.