L’Omofobia è un tossicodipendenza

L’Omofobia è generata da una dirompente antipatia. Dell’antipatia, il Devoto – Oli, dice: condizione di contro-sentire’, ‘insieme di sentimenti avversi’] Accertato il significato, mi pongo la domanda: l’odio contro l’altro, esclude l’odio contro sé? Non l’esclude. Qualsiasi genere di odio, infatti, nega la vita altra (vuoi “leggermente” nel senso di non esteriorizzato, vuoi pesantemente nel senso di esteriorizzato) di chi, per molti versi e cause,  è preda di infinite condizioni di non_vita. Nello stato di non_vita sono presenti stati di morte: nello stesso soggetto in inseparabile condizione, vuoi omicida, vuoi suicida. Chi subisce e/o attua l’odio, non se ne rende conto perché proietta su altro o l’altro l’emozione che dovrebbe introitare per lo scopo di capire e capirsi. Nei casi di “roba” leggera, l’odiante pone solamente dell’antipatia nella vita propria come nell’altro e/o nell’altra, Nei casi di “roba” pesante, invece, pone l’azione. I portatori di quei mali (l’odio pesante e l’odio leggero che dico antipatia) vengono mentalmente e spiritualmente infettati da quel virus, tanto quanto la mente portatrice è culturalmente non filtrata da collettive regole: vuoi di origine famigliare, vuoi pedagogiche, vuoi politiche, vuoi religiose. Come dicevo prima, l’odio_dipendenza è un desiderio di comunione con ciò che deve finire: vuoi la vita non_vita dell’odiante (non necessariamente in toto) vuoi la vita che gli suscita l’odio: vuoi in parte come anche in toto. Dipende dallo stato dell’odio e dalla capacita’ di gestione di quel mortifero non_sentimento verso la vita propria come verso la vita altra. Verso la vita nel Tutto, invece, tanto quanto l’odio totalizza i non_sentimenti dell’odiante. Poiché l’odio e’ diretto sia verso se’ che verso altro da sè, l’odio può essere sia implosivo (interno all’odiante) che esplosivo quando l’esterna. Pesantemente attuato contro la Persona (come contro la vita) e’ desiderio omicida. L’odio provato ma non attuato è desiderio che si ribalta contro l’odiante. Per questo lo si può dire suicida. Nel grumo psichico dato dal dissidio fra i due moti (gestibili solo nell’antipatia, mentre gli sono gestori nell’odio) l’odiante è preda di un dissidio perennemente incubatore di odio. Chi non esce da quella malefica culla è destinato a vivere e a finire, preda di “vittorie” che, per non morire a sé, è costretto a ripetere. Non c’è ultimativa cura per l’odio, perché nell’odio (come in ogni caso di tossicodipendenza) vi sono tolleranze che l’odiante, per sentirsi compiuto (o “tossico” nell’esempio) deve superare con maggiori dosaggi di odio. Chi afferma di poterlo gestire e’ come il “tossico” che afferma di poter gestire in proprio la sua tossicodipendenza. Da quel giro mortale se ne esce, solamente con l’aiuto del noto antidoto che e’ la coscienza di se’ nella coscienza della vita.