A proposito di Giove e di Ganimede

biblioscuro

Chi legge questo scritto collochi Dio al posto di Giove. Al posto di Ganimede, invece, collochi il Magistero religioso: maschile o femminile che sia. Nell’immagine si vede Ganimede che, dopo essersi castrato, allontana da sé i naturali attributi della sua sessualità. L’immagine dunque ci dice che per amare pienamente un principio Sovrano è necessario allontanare dalla propria umanità ogni vincolo naturale. Quanto ha fatto Ganimede, così (onde essere maggiormente con_fusi con il Principio della vita e i suoi principi) fa il Magistero religioso. Se è ben vero che Ganimede ci rinuncia per libera scelta, così non è attualmente vero per i Castrati per Magistero. Non per ultimo, è anche vero che nessun Castrato per eletti motivi riuscirà in toto, ad allontanare da sé i dolori (e gli eventuali errori) conseguenti alla privazione della parte di sé che naturalmente fonda l’umanità. O meglio, riuscirà ad allontanarli tanto quanto l’idea adottata riesce a compensargli la rinuncia. Dove non ci riesce, (e non perché Dio lo chiede) la Castrazione perseguita a favore del principio è una lacerazione costantemente aperta. Come tale, fonte di Dissidio sia nella Natura, sia nella Cultura, sia nello Spirito. Il Dissidio (o meglio, i dissidi) conseguente alla castrazione viene certamente meno patito da identità sessualmente tiepide già per Natura, e/o già per Cultura, e/o già per Spirito. Nelle identità non sessualmente tiepide, invece, la rinuncia premiata dall’ideale è costantemente sotto assedio. Ci sono identità che sanno resistere. Ci sono identità che subiscono l’invasione dei piaceri allontanati. Che genere di Magistero possono servire gli invasi da non vinte emozioni? Quello formale quando non ipocrita? Come disse un personaggio di un film sulla Clausura femminile “i problemi (sessuali) sono nei primi trentanni”. Ma la virtù che comincia a dominare l’essere dopo quel tempo, è una virtù che vedo più con_vinta che con_vincente. Di più potrebbe con_vincere se  il Magistero vivesse un’umanità che ora (casi a parte) conosce (e giudica) solo con parole avulse dalle corrispondenti emozioni.