Mi dispiace  per chi ha dimenticato cosa comporta avere le palle.

Potrei anche dire che ho sofferto la povertà da quando sono nato se non prima. Prima, perché certamente l’ho sofferta in quella della madre biologica che ho avuto (erano tempi di guerra) ed anche dopo perché (tempi di guerra o no) povera lo è sempre stata la madre adottiva.

apenna

Nel mio crescere ho sofferto la povertà che c’era negli orfanotrofi, poi quella nel collegio per orfani, e giusto per non farmi mancare niente, in quella dei miei tempi personali e sociali. Potrei anche dire che non è ancora finita, ma vuoi per fortuna o per assuefazione, ora, dell’assenza di ogni ricchezza, non ne soffro più. Non solo: quell’assenza, alla lunga m’ha fortificato. Ora, la realtà pandemica che tutti costringe a far i conti con una rinnovata povertà non mi coinvolge più di tanto: direi, anzi, quasi per niente. Da fortificato (potrei anche dire da “vaccinato”) dal Covid_povertà, dal Covid_pandemia vedo sorgere un problema da superare. Si presenta così: c’è l’hai ancora le palle che avevi quando affrontavi la povertà con fatalità e, molto probabilmente, con meno lamenti, o le hai perse? Per quanto mi riguarda, alla domanda, posso rispondere che c’è l’ho ancora. Non tanto perché sono fra gli “improduttivi”, e quindi per Assistenza sociale conservate, ma perché, di quello che sono stato non ho dimenticato nulla. Essendo, quel ricordo, ormai privo di sofferenza, privo di sofferenza posso tornare a viverlo. Nella mia povertà, ho avuto un’unica ricchezza: il pianto. Ma anche quello ha fatto il suo tempo. Certamente non è così per il compartecipativo dolore per i lutti e per le sofferenze. Per le cose che ora non posso avere pur avendole avute, invece, non ho inutili lacrime.