Era come la chiave di Pietro

Esposti di Padova. Mi vedo ancora mentre assieme ad altri girotondo attorno ad una suora.

apenna

Lo facevamo, vuoi per gioco e vuoi perché sapevamo tutti che aveva la chiave del magazzino delle provviste. Sapeva la suora che lo facevamo con la speranza di avere un qualcosa di extra da mangiare. Ricordo ancora i tubetti e i barattoli di latte condensato che ogni tanto ci rifilava non tanto di nascosto dalle altre suore. Mi sa che il mio diabete è iniziato all’epoca!  Dal vestito (vestiva di bianco) la chiave del magazzino  emergeva: grande, antica, di ferro non trattato e quindi rugginosa. Siccome apriva la porta del paradiso degli alimenti, l’ho anche pensata (forse anni dopo) come quella di Pietro. Dal mio basso la guardavo, quella suora. Non solo era alta e bella: era immensa.  Non ci allontanava mai. Sorrideva a tutti. Non era sorriso da suorastico dovere: era un vero sorriso. Quello che appare nelle anime liete, ho capito solo dopo molti anni. Lo ricordo ancora. Posso anche dire che lo ricordo perché lo pensavo angelico. No, degli angeli, allora non sapevo nulla ma lo dico così lo stesso. Poi non la vedemmo più. Forse era stata trasferita ad altro incarico. Forse ad altro convento. Forse li aveva raggiunti. Sto piangendo.

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