Nei bidoni dell’amore

La mia lettera al giornale l’Arena di Verona è stata presentata così:

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Vitaliano, 65 anni, si è rivolto direttamente al nostro giornale. * La sua sembra una storia di «mala educacion» uscita dalla sceneggiatura di un film di Almodovar. Operaio in pensione e con un passato di impegno sociale in una comunità per tossicodipendenti,  l’uomo, che risiede a Verona da circa quarant’anni, narra un’infanzia vissuta tra orfanotrofi e istituti religiosi.

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Venni abbandonato due volte: prima dai miei genitori naturali e poi dai responsabili del collegio che riversarono su di me la colpa per le attenzioni pedofile di un sacerdote. Lo ricordo bene ma nei suoi confronti», sottolinea, “non coltivo rancore”. Su di me non usò alcuna violenza, infatti. quella me la fecero patire i confratelli che “mi fecero sentire un reietto” Non bastando questo lo dissero alla Direzione dell’Orfanatrofio di Padova. “Vitaliano trattiene l’emozione a fatica.” Vedo ancora l’espressione impietrita della Cesira quando il Direttore prima glielo raccontò e poi l’invitò a portarmi a casa. Guarda caso, proprio il giorno prima di tornar definitivamente a casa anche lui a motivo della pensione. “La sua storia sconfina nella zona grigia in cui violenza e complicità si confondono”. Quando avenne il fatto stavo frequentando la tersa elementare nell’Orfanotrofio dove, assieme ad altri orfani mi collocarono: il Don Guanella di Vellai di Feltre. Frequentavo la terza elementare in quel collegio, racconta, quando  avvenne il caso. In quello, oltre che oggetto riconosco di essere stato anche un soggetto perché lo cercai e lo condivisi sia pure con la mia coscienza di minore: inconsapevole ma non bugiarda. «Non si deve pensare al sessantacinquenne di oggi ma all’orfano di allora, privo di ogni concreto affetto». Ma è sull’istituzione che l’ex allievo del collegio religioso veneto intende puntare il dito. Una volta scoperto il fattaccio il prete ricevette una lettera del superiore generale in cui, notificandogli il trasferimento ad altro collegio, gli si disse di badare meglio ai suoi atti verso i collegiali. Ricordo bene quella lettera scritta a penna in corsivo con inchiostro nero e ne ricordo il contenuto perché quel prete me la fece leggere. I fatti scorrono nella memoria come fotogrammi di un film. Mi vedo seduto su una panchina, in lacrime, e di fronte a me il religioso che in tono accusatorio mi rinfaccia di essere la causa dei suoi guai. Al dolore si somma l’amarezza. «Sono passati più di 50 anni e ho un ricordo nitido dei miei pianti e della mia solitudine di senza niente e senza nessuno. Non per questo, conclude, “è mai venuta meno la mia stima nella chiesa dell’amore, nel suo sacro come nel suo profano. Da allora, però, ho in profondo astio la chiesa del potere: vuoi quando si serve del sacro, vuoi quando si serve del profano.”

ali

ps. Non sono mai stato e mai mi sono detto “Operatore di Comunità”. Al più, un ufficioso Operatore di Strada. Non mi sono rivolto al giornale. Per la questione “Pedofilia” ho solo spedito una Lettera al Direttore. Da quella, il giornalista ha tratto l’intervista. Non so dove sia andata a finire la lettera originale. Nell’immediato, quindi, non sono in grado di vedere se i punti non chiari sono da addebitare a me o al giornalista che forse l’ha tagliata. Comunque siano andate le cose, addebito a me l’errore di non aver visti gli errori quando, molti anni fa, ho letto e qui scritto la versione del giornale che ora (Febbraio 2020) in questo post ho tagliato, corretto, rifatto.

ali