Caro il mio fichissimo

Negarmi ai tuoi inviti è come negarmi a un bellissimo figo. Come quel bellissimo figo non riuscirà mai a capire il mio rifiuto (ma come si permette sta’ vecia marantega in decomposizione!) così, non ci riusciresti tu, se la tua fichezza fosse estetica. Ci riuscirai, invece, perché è intelligenza. Non ti sarà sfuggito il fatto, che io sono uno strano coso (a livello identitario) è molto probabilmente, uno strano caso a livello psichiatrico. Fatto sta, che su queste pagine, scrivo quello che sento, non quello che so. Se dovessi scrivere quello che so, in Blogs.it avrei cazzate più che post! Per scrivere quello che sento, però, devo assolutamente restare quello che sono. Mi dirai: ma questo, che centra con il mio invito! Nessuno ti vuole cambiare! Centra, centra! Centra, come deviazione dalla strada che percorro: la mia come perdamasco. Centra per il ruolo che svolgo: tabella indicatrice di questo pensiero. Centra per quello che sono, perché, in un qualunque modo, sia pure anche minimo, un altro incarico può disturbare il mio equilibrio, inserendo un senso d’importanza che devo combattere come un nemico. Mi è chiaro che non è nelle tue intenzioni, il darmi quel senso, tuttavia, volere o volare, rischio di subire la tentazione di addossarmelo, al che: vade retro mi è l’usuale forma di scongiuro. Ricordi, il mio sminuire i complimenti che ricevo? Ecco, il motivo era quello, non, il perseguire una qualche forma di modestia.

Catene e chiavi

Quando ho iniziato ad occuparmi di tossicodipendenze mi sono ben presto reso conto che le dipendenze che ci intossicano, pur essendo infinite, tuttavia hanno un comune denominatore: la fissazione del discernimento. Al punto, è “droga” tutto ciò che fissa ad un dato stato, il discernimento di un dato stato. Se ciò che fissa un discernimento può essere naturale non di meno può essere culturale o spiritico: lo spirituale non fissa. Liberarsi dalla tossicodipendenza naturale è “semplice”. E’ da quella culturale che è più difficile. Non le dico da quella spiritica! In tutti i casi, liberarsi da ogni intossicante dipendenza, significa ritrovare la libertà di se stessi. L’affermazione non è una novità. Tutte le Culture (laiche o religiose) la sostengono. Guaio è, che tutte affermano sia di essere la libertà dalle catene, che di aver titolo per gestire l’uso delle Chiavi: concetti che sono liberatori, purché, a loro volta, non fissino l’arbitrio.

Se fossi in Palestina

Cazzi acidi per tutti se fossi in Palestina. Nell’ultimo viaggio turistico che ho fatto (era anche il primo e mi sa che sarà anche l’ultimo) sono capitato a Roma. Per un paio di notti ho alloggiato in una casa diroccata in cima al Monte dei Cocci, al Testaccio: giusto per dirti che quando si tratta di classe non mi faccio mancare nulla! Mi aveva alloggiato un piccolo (piccolo per i miei sentimenti materni, non piccolo per età) che avevo trovato al Colosseo fra un infinito odore di piscio di cavallo. Chiedo al piccolo di farmi fare un giro per Roma. Mi carica su di un paio di tram è, oplà, accontentato nel giro di manco due ore. Preferiva andare a Ostia, lui! Per fartela corta, su di uno dei tram, il guidatore mi dice: qui non si fuma! Giusto! Quello, però, aveva in bocca un sigaro acceso! Non saprei dirti da dove mi sia saltata fuori quell’arroganza da Romoletto a Castro Pretorio, fatto sta, che l’ho sfidato, (lui, un armadio a tre ante rispetto a me) accendendo immediatamente una sigaretta! Morale della favola: lui non ha buttato il sigaro ed io non ho buttato la sigaretta. Punto! Piccolezza, mi si dirà. Vero, ma, quell’atteggiamento mi è saltato fuori anche in altri più seriosi casi. Capitano, nei gironi della notte. Non sono forte fisicamente. Cosciente di questo rifuggo lo scontro fisico. Sono certo, però, che saprei trovare anche della forza per affrontarlo (mi è capitato) ma, generalmente, mi manca il detonatore principe: l’odio verso l’altro. In Palestina non è che manchi. E se fossi palestinese, anche mio malgrado mi ci troverei alimentato. Non avendo forza fisica (come dicevo) ho dovuto supplire. Così, sono sempre uscito dai miei guai usando due armi che conosco bene: la parola, e la maniera di porla. Cazzi acidi per i miei avversari, se fossi in Palestina, armato di odio, di parola, e di maniera di porla.

Certo, Marco!

Certo, Marco! Alla domenica sono libera tutto il giorno. Sto leggendo il giornale su una panchina dei bastioni.. Alla mia destra, su un’altra panchina siedono un uomo ed una donna dell’Est. Lei è sulla trentina. Lui è un filibustiere. So quello che dico. Li ho desiderati. Anche amati. Non sento chiaramente quello che si dicono. Sembra una sorta di elencazione delle difficoltà. Lei elenca. Lui sa. Ad un certo punto la donna prende il telefonino e chiama. Tutta cara la voce, la sento dire: “certo, Marco alla domenica sono libera tutto il giorno. Possiamo prendere un caffè e parlare.” Saluta e chiude. Girandosi verso l’accompagnatore fa il gesto che significa: hai visto? Che ci vuole?! Poveri uomini, e povero me che non penso mai ai fatti miei!

Di ogni erba un fascio?

Conosco un Srilanka. Adulto. Libero. Non di primo pelo. Cosciente. Lo porto a casa. Mi dice se può dormire da me, perché, nonostante paghi, ad altri connazionali, 250 euro per il posto letto, nei fine settimana lo sbattono fuori. Perché? Semplice! Perché mentre lui vuole dormire, i suoi amici e coinquilini la pensano diversamente. Dico, va bèh! In sala c’è un letto. In casa non c’è problema! Tuttavia, sarà anche paranoia, non poche campane suonavano allarmi! Così, dopo il bacino della buona notte, dò alla porta una grossa girata di chiavi. Una sera, però, mi dico: cazzo, Vitaliano, non puoi mica essere sempre paranoico! Così, non ho dato la solita girata di chiavi. Morale della favola, mi sono ritrovato senza ospite, senza portatile, e senza telefonino. Tutti ladri, i Sri Lanka? Indubbiamente no, dal momento che, con altri ospiti di quel paese non ho avuto quel genere di risveglio! A priori, possiamo distinguere il mendace da chi non lo è E’ chiaro che no! Che fare? Due, le soluzioni nette: aprire le possibilità anche al mendacio, o chiudere ogni possibilità. E’ indubbio, che la seconda soluzione non ci ritroverà come vittime, ma è anche vero, che la prima renderà vittime della nostra mancata fiducia, non solo i non mendaci, ma anche quelli che cercano di poter diventare veri. Che fare, che fare?! Chiudere le porte in ogni caso, è anche finir di sperare in ogni caso! Chiudere in ogni caso, è anche un morir, ad ogni caso! La sfiducia, infatti, se è vero che da un lato ci difende dai colpi della vita, è anche vero che da un lato ferma la vita, che non porta solamente colpi. Sperare, quindi, è un investire! Come tale, soggetto a guadagni, o, a perdite. Allora, che facciamo? Chiudiamo bottega perché non possiamo aprioristicamente distinguere il mendace da chi non lo è?