Gayenna – Conchiglie

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Entra. Si mette a letto. Non si basta.

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Sono in pista. Una ragazza mi offre del popper. Gli dico: mi basta alzare le ancore per avere lo stesso effetto. Mi guarda. Sorride. Si ritira. M’avrà preso per un eccentrico.

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Come i gerani finite le stagioni della fioritura si seccano, così, la mia sessualità di ora. Come non togliamo i gerani dal suo invaso per non farli morire, così, la mia sessualità di ora. Come ai gerani basta una primavera per farli rifiorire, così, la mia sessualità di ora.

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Si parla di amanti. Devono essere uomini, e passi! Devono essere maschi, e passi! Devono essere diversi dal gay, ma nella pratica sessuale eguale al gay. Questo non passa da nessuna ragione! L’amante etero generalmente sognato dal gay, è puro delirio. Certamente vi è l’etero che usa o si fa usare dal gay, ma non lo possiamo dire amante del gay (o amante gay ) bensì del piacere che ne ricava, o al caso concede. C’è a chi bastano i fantasmi.

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Già da troppo ho le palle in no! Sarà il tempo? Sono così anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta, ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom.

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Ho rivisto una vecchia passione non consumata. E’ più semplice saltarlo piuttosto che da girarci attorno. Intanto, i miei occhi hanno sempre vent’anni. Mi domando: se avessimo vissuto assieme, avrebbero vissuto assieme anche i nostri occhi?

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Cattiva alimentazione, alcool, fumo e canne stanno sfaldando il corpo di fanciulla del sri lanka che guardo dormire visto che il suo russare non mi lascia scelta. Quella dell’amarlo me l’aveva già concessa ma pare non basti. In quella del volersi desiderato sento che ci si crogiola ancora. Testa di moro la pelle, e nera l’unica concessione che mi permette di usare con prodigalità. Nel durante, sta. Passo. Come non farlo al ventisettenne che in terrazza sotto le stelle delle tre di mattino mi chiede cosa ci sarà dopo, e se si rinasce, e come si rinasce? Comunque stiano le cose, non dovevamo essere in altre faccende affaccendati? Giungono. Preparo il letto. Aspira ed espira Crusoè mentre gli rimando il domani.

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Vado a prendere le sigarette. Dalla fine di via Roma arrivo in piazza Bra. Sul punto, la mia attenzione, prima distratta, si posa su due giovani. Li direi indiani. Uno è a cavallo della bici, e l’altro accanto. Quello accanto sta guardando il vicino con il sorriso che solo Eros rivolge a Cupido.

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Spaghetti alla carbonara, oggi per il piccolo. Poscia, insalata di pomodoro, aromatizzata con un leggero pesto di prezzemolo, aglio, origano. Capisco sempre di più quelle che si danno al gin.

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Lo vedo sul davanzale di una casa costruita in economia. L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malia. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. E’ questione di un attimo. Di un giro di pedali. Non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti. Prassitele, forse.

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Ho ballato tutta le sera. Il piccolo no. Mentre io facevo Salomè se ne stava indeciso fra il due o il tre. Nessun senso d’abbandono! Sapevo, cosa facevo. Come sapevo, che deve crescere, e che, crescere, significa anche sacrificare chi ti fa crescere. Uscendo dalla discoteca mi sono scoperto ubriaco. O forse no, se il primo pensiero è stato: il Signore è il mio pastore. La notte non si cura se vado come i lampioni (seguendo le curve) perché in fondo c’è il Giardino. Non mi dispiace se non ci trovo amante: conosco il contante. Lungo la strada un ragazzo mi chiede una sigaretta. Non chiedetemi perché, in fine, ci siamo baciati: è questione di nettare.

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Aspettavo il tecnico del PC al cancello di casa. Un torsolotto dalla simpatica aria romeno zingaresca si avvicina. Mi chiede qualcosa che non capisco. In quel mentre, arriva anche il tecnico. Il torsolotto che aveva ben capito me, guarda ambedue e si tocca l’inguine. Quando un torsolotto si tocca l’inguine i casi prevalenti sono due: o si è beccato le piattole, o manda un invito di partecipazione. La faccenda non mi sorprende. Mi sorprende, invece, di non aver alcuna convinzione da farmi togliere.

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Solo il Signore sa quanto mi sono sentito vero e nel contempo falso, quando, all’Arabo dalla guancia con un taglio che gli donava non poco ho detto che preferivo fargli crescere la vita anziché l’uccello! Uscendo dal giardino non ho potuto non rammentare il detto, ogni lasciata è persa, ma subito dopo ho ricevuto un suo messaggio: buona notte angelo. ciao. Va bèh! E’ anche vero che gli ho promesso un telefonino.

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ECCETERA, ECCETERA…

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