A proposito di “Fuori”

Più di una ventina di anni fa passeggiavo con l’Amato in piazza Bra. Ad un certo punto, come se l’avesse fatto un altro, mi sono scoperto a fermare la mano: gliela stavo posando sul sedere! L’immaginate la scenetta? Per me, era solo confidenza, sentimentalità, condivisione di un eros ma e per chi vedeva quel gesto? Per la gran parte di quelli che lo vedevano, era sesso. Era lussuria. Era finocchieria. Era scandalo! Perché non mi avrebbero inteso come io ho inteso quel gesto? Perché, per secoli siamo stati dipinti molto male. Perché, per secoli, ci siamo anche dipinti molto male. Cosa intendo per dipinti molto male? Per i “nostri” pittori intendo, con falsa luce. Per chi si è dipinto molto male, invece, con eccessiva luce. Trovare la luce giusta, (tale perché non irrita la “vista”) è rientrare dentro il nostro quadro; ed è un venirne “Fuori” con più equilibrati cromi. E’ mettere anche, chi vede i nostri Quadri, in condizione di leggerci secondo la misura della loro capacità. Anche la realtà insegna che se in una conca da tre litri noi ne versiamo cinque, quella travasa. Con altre parole, ci rifiuta. Non per tutto questo intendo dire che dobbiamo tornar a reprimere la nostra personalità. Intendo dire invece, che è vi è dissidiante conflitto fra atto ed ambito, così come è dissidiante fra atto ed ambito l’andar a far la spesa in mutande. Naturalmente, non trovo conflitto fra atto ed ambito quando l’atto è carnevalesco e l’ambito è un carnevale, ma, nelle altre logiche, dovremmo trovare le ragioni per fermare la mano.

Idee, non, vittime.

M’ha preso una passione per i fiori ma invaso solo quelli artificiali. Mi par proprio di vedervi mentre arricciate il naso! Il fatto è, che nei fiori recisi non vedo un gusto per la natura delle cose. Vedo piuttosto, delle vittime. Quelle che gli amanti della natura delle cose chiedono alla natura della vita. Ai fiori artificiali, io chiedo, invece, solo forma e colore. Tanto mi basta. Non saprei dirvi quanto è distante da me l’idea di recidere della vita per potermi sentire padrone della sua bellezza. No! I fiori devono spuntare e morire solo dalla e nella loro terra. Il resto è vanità.

Amicizia e virus

L’Amicizia nei Social (come nella vita) m’insinua un senso di capitalizzazione – possesso – vanità, che finisce con l’ossidare il dovere di una sincerità che deve restare primaria. Onde evitarmi questi “virus” ho deciso di attenermi ad una norma, tutto considerato ovvia:

  Io dico quello che penso. Gli altri, quello che vogliono.

Dove vi è unilaterale o reciproca sovrapposizione d’intenti, vi è separazione di rapporto: rapporto che proseguirà dove troverò permessa (e permetterò) la reciproca sincerità: costi quello che deve costare. (Postata necessità da Blog.it)

Avevo aperto un gruppo

Avevo aperto un Gruppo “per Damasco” in FaceBook. L’ho chiuso non appena mi sono reso conto (pressoché subito) che avrei dovuto originare, mantenere e al caso aumentare, delle dipendenze. L’ho fatto anche a motivo di uno strano sogno. Per cena non avevo mangiato nulla di particolare (un kebab e due rossi) ma un qualcosa deve aver agitato perché ho sognato un’allucinante sovrapposizione di storie e di emozioni. L’ultima storia, e ultima emozione prima di un risveglio che mi è parso uno spintone fuori dal letto, mi é pervenuta da una voce strozzata: pubblica anche per gli altri!!! L’ha detto tre volte. Per le mie conoscenze, tre volte significa: una per la Natura, una per la Cultura, una per lo Spirito, ma che significa, pubblica anche per gli altri? In altri tempi si diceva che i sogni sono vie di collegamento fra questo mondo è l’ulteriore. Non in tutti i casi ma molto me lo fa pensare. L’opinione, però, non esclude che i sogni siano vie di illuminante collegamento della parte chiara della mente sulla parte scura. L’impossibilità di capire l’effettivo senso della frase (almeno sul momento) mi fa pensare che sia stata parola (la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa) proveniente dalla parte scura della mente, oppure, per il precedente senso che hanno dato hai sogni, proveniente dalla vita ulteriore. Comunque siano i fatti e/o le ipotesi, pubblica anche per gli altri, per implicito significa che sinora ho pubblicato per me stesso? Può essere vero, allora, che devo pubblicare anche per altri, non per il ristretto cerchio composto da un gruppo? Si, la cosa potrebbe avere un suo senso, ma, perché devo pubblicare per altri, su invito di una voce che chiaramente (almeno per me) ha fatto non poca fatica per farsi sentire da quanto era frenata nel farlo? Chi o cosa la frenava? Un’emozione di bene che voleva frenare una di male come opposto caso? Un’emozione di giusto che voleva frenare una di ingiusto, come per opposto caso? Che fare se a certe domande non vi potrà mai essere verificabile risposta? Secondo me, così: chi c’è c’è e chi non c’è non c’è: e buona notte ai suonatori!

Marta simpaticissima

Sono andato in banca a controllare una spesa. A Marta (simpaticissima sirena nel suo ruolo) dico che ormai la memoria sta andando a ramengo, e che porti pazienza se, al caso, si sentirà rivolgere delle domande già fatte. Uscendo, saluto lei e la collega commentando così la mia mnemonica situazione: bella cosa, in fondo, che alla vitalità andante, la vita tolga la memoria. A fronte di diversi e/o anche pesanti contro, infatti, c’è n’è uno a favore: ci impedisce di ricordare quanto siamo stati deficienti, vuoi contro di noi, vuoi contro altro da noi. Più che una vita matrigna, allora, in quel caso la vedo misericordiosa.

Vi piacciono le rose?

Dove abito, al piano terra abitavano degli aderenti alla mia stessa confraternita: la s.Frocio. Uno dei due amava il giardino. L’aveva ricavato mettendo terra su delle pietre. Le piante dovevano aver capito quell’amore perché crescevano da far dispetto ai soliti pollici. A lato del cancello aveva piantato una mimosa. Un sorta di ragnetto per i primi anni, poi un caspo di giallo che era una cura per l’anima. Si sono trasferiti. La mimosa è morta. Da allora non sono più capace di regalare mimose, come non sono più capace di accostarmi ad un giovane dopo la morte dell’Amato che avevo lasciato crescere nella mia vita. Vi piacciono le rose?

L’Amato mi dice

L’Amato mi dice: mia madre ti vuole conoscere. Sacramento un po’ ma ci devo andare. Entro in cucina. Mi siedo al tavolo. Sua madre mi “annusa”. All’improvviso, mi spara: ho saputo che è un amico di mio figlio! Siccome non mi piace girare tanto in tondo, preciso: io non sono l’amico di suo figlio, io sono l’amante di suo figlio! Se le va bene, è così, se non le va bene mi dica la porta che me ne vado! Mi è mancato nel Febbraio del 91, ma con sua madre, ancora ci sentiamo, ancora ci vediamo. Ci regge, non solo un passato, ma il godere della reciproca stima. Questo per dire, che anche quando non c’è l’amore ideale, c’è pur sempre un amare. Problemi?

Giugno 2006

Agosto 2020

La madre dell’Amato è morta. Una settimana dopo i funerali, nel dormiveglia ho sentito nella mente la sua inconfondibile voce. Ha pronunciato due nomi: quello del marito della figlia ed il mio. Anche in vita diceva il necessario. Anche in vita quasi mai lo spiegava. Qualche giorno dopo l’ho vista nella parte interna della fronte: in alto a sinistra. Dimostrava sui cinquantanni: era mancata verso i novanta. Era diventata bionda, era fortemente gioiosa. Non l’ho riconosciuta subito perché non l’avevo mai vista così felice. Ben poco me l’avrebbe fatto pensare. La figura vista dall’interno della mente (a decine i casi) era collocata così:

dei tanti l’unico in quel modo. Simbolicamente parlando la direi la posizione di chi, con lo spirito fra i due stati della vita, ha la parte del corpo non visibile, o in direzione dell’Alto o proveniente dall’Alto. La parte visibile, invece, o è in direzione del Basso oppure ancora presente in Basso.

C’é Chiesa e chiesa

Cortese signore: frequentavo la terza elementare quando fui coinvolto oggetto – soggetto sessuale del piacere pedofilo di un sacerdote. Sostengo che ne fui coinvolto oggetto perché non consapevole dei significati di quel piacere. Sostengo che ne fui coinvolto soggetto, perché, sia pure nella mia relativa coscienza di minore, cercai e condivisi quel piacere. Per quanto ragazzini, tutti conoscevamo le preferenze di quel prete, e fra di noi sapevamo chi era, sia l’amante in carica che quello non più in carica. Ricordo come fosse ieri un biondino del mio stesso paese. Ricordo come ieri di un chioggiotto dalla forte vitalità fisica e non di meno, erotica. Devo ammetterlo: ad essere scelti, era anche motivo di vanto, perché, per quella scelta, ottenevamo regali che altri non avevano speranza di avere. Mi pensi, però, non come il sessantacinquenne di ora; mi pensi, orfano anche di ogni concreto affetto, ma come le dicevo, non orfano di coscienza. Per quella sia pure elementare conoscenza, quindi, oggi non posso considerarmi vittima di quelle attenzioni, ed infatti, non è per questo che racconto la mia esperienza. Gliela racconto, invece, per confermare che anche nel mio caso dell’epoca, l’istituzione del collegio preferì usare la politica del mettiamo tutto a tacere. Una volta scoperto il fattaccio, infatti, il prete ricevette una lettera del Superiore generale in cui, notificandogli il trasferimento ad altro collegio, gli si disse di badare meglio ai suoi atti verso i collegiali. Ricordo bene sia quella lettera (scritta a penna in corsivo con inchiostro nero) come ricordo il contenuto perché quel prete me la fece leggere. Ricordo bene, anche, che dal collegio fui cacciato, non trasferito. Tutto considerato, al corruttore andò meglio che al corrotto, se tale volessi considerarmi. Sono passati più di cinquantanni, ma ricordo come fosse ieri, sia i miei pianti, sia la mia solitudine di bambino abbandonato. Non per questo è mai venuta meno la mia stima nella Chiesa dell’amore, vuoi nel suo sacro come nel suo profano. Nessuna stima, però, nella chiesa del potere. (Da questa lettera l’Arena ha tratto l’intervista che ha pubblicato.)

C’è voluto il suo tempo

C’è voluto il suo tempo ma ho dovuto rendermi conto che, salvo eccezioni, le mie lettere a l’Arena erano impubblicabili. In più casi non a torto. Non mi era possibile non scrivere quello che sentivo, e quello che sentivo ha imperato sulla mia ragione per anni: ero straripante! L’ho travasato negli scritti (non so più dove o presso chi) più di quanto mi piaccia ammettere. Me ne rendevo conto ma riuscivo a fermarmi, solo quando la mente aveva raggiunto il silenzio. Dovrei rivederli tutti, ma per farlo dovrei tornare a immergermi nelle emozioni che li hanno motivati: generalmente indebolite dalla mia scolastica ignoranza, oltre che dalla caterva di dissidi: personali e no. Non me la sento. Non ancora. Non so quando. Certamente un po’ alla volta. Constato, intanto, che ci sono delle copie. Lascio tutto come sta. Con la memoria che mi ritrovo potrei togliere anche quelle che non lo sono.

C’è chi scrive e chi descrive

A decenni di distanza mi chiedo ancora dove ho trovato la conoscenza di quello che non avevo coscienza di sapere prima di scriverla. In un altro stato della mente? In un altro stato della vita? Mah! Mi vedo ancora mentre arranco verso un’idea della quale non avevo alcuna idea! E’ come se avessi dovuto disegnare un cerchio senza assolutamente sapere com’è fatto. Oltre che a casa, molte volte sentivo di dover scrivere anche quando non potevo farlo. L’introduzione ai discorsi sullo Spirito e agli annessi e connessi, ad esempio, l’ho pensata (di colpo e quasi completa) mentre stavo al secchiaio delle trattoria dove all’epoca lavoravo. Ridevano e scuotevano la testa i colleghi quando mi vedevano partire in tromba alla ricerca di carta e penna. Avevano capito, però, (e accettato) che in quei casi dovevo scrivere e che niente mi avrebbe fermato. Non m’ha fermato neanche la paura di non ricordare quanto sentivo di dover districare: le accavallate emozioni che mi giungevano. Certo! Hanno dato un senso a una vita da uomo senza più niente, e certamente ho avuto più di quello che ho dato! Nonostante questo, tutto voglio fuorché rifare quegli anni, ma siccome sento di doverlo, al mio posto ho messo un altro: lo chiamo “per Damasco”. Da distante lo vedo mentre patisce quello che pativo: ora ambedue sempre meno. Lettere recenti a parte, ho scritto questi pensieri nel corso di un trentennio. Solo adesso la ragione di allora ha raggiunto quella di ora. La segue ancora con difficoltà, è vero, tuttavia, senza essere gravata oltre misura.