Storia di dipendenza e di liberazione

Eravamo in un corridoio degli uffici del condominio Palladio dove gestivo le pulizie, l’ultimo “amato” ed io. Lo rimproveravo perché non stava pulendo il pavimento come gli avevo detto di fare. Guardandomi con ghigno di sfida e continuando a sbattere la radazza ora qua, ora là mi ha risposto: io non faccio quello che tu dici! Lo farò licenziare. So già che non è possibile. Gli farò avere una lettera di preavviso! Esco dal corridoio da arrabbiato. Non di meno arrabbiato, mi sveglio. A calma raggiunta, la sua risposta mi lascia confuso. Cosa mai gli avrei detto da motivare un opposizione del genere! Non gli avevo detto nulla neanche quando, per anni si era fatto di eroina a mie spese! L’avevo fatto lavorare con me giusto per riempirgli le ore fra la pera della mattina e quella della sera. Non se ne ebbe a male quando decisi che così non andava proprio! Anche perché la faccenda non mutò lo stato della nostra unione. Si, è vero: claudicante da ambo le parti. Se in vita non gli ho mai posto opinione contraria, perchè mai avrei dovuto dopo il ripristino di un’unione, in coscienza permessa dalla medianità? Sentivo (e quindi sapevo la sua presenza) a motivo di una pressione sulla scapola destra. Essendo uno dipendente da l’altro sino alla rispettiva tossicità (nel mio caso “droga” perché quella passione mi aveva fissato l’arbitrio) ho sempre figurato quella pressione come la “scimmia” da tossicodipendenza.

Dopo il suo trapasso è chiaro che non ero più il suo tossicodipendente. Immutata se non addirittura rafforzata, però, una dipendenza da affettività, o come ebbe a dirmi via tramite, da una amorevolezza che ancora sentimentalmente praticavo, incurante degli invalicabili limiti che stanno fra questa vita e l’ulteriore. Sconsiglio quel genere di superamento. Chi lo fa rischia di restare preso nel pensiero se non nel fatto. Vai avanti gli dicevo ogni volta lo sentivo. Devi percorrere la tua strada! Se avesse iniziato a percorrerla, direi necessariamente, non avrei più sentito, o sentito meno, la pressione (qualche volta leggera, qualche volta forte, in rari casi imperiosa) permessa dallo stato della comunione fra il mio spirito e il suo. Vero è che la vita non mi aveva liberato dall’umana versione di una siringa per poi mettermi nella condizione di continuare la tossicodipendenza con la versione spiritica. Vero è che altro non avevo e non tenevo, così, continuai a farmi della “roba” sentimentale che potevo, felice da una parte e amaramente rassegnato da l’altra: prima o poi capita a tutti i “tossici” di stare (con l’acqua più o meno alla gola) fra due sponde in mezzo! Anche durante il nostro percorso ho sempre saputo la sua “chimica” e di quali tagli morali fosse composta la sua “bustina”. Lo giustificavo, appunto perché tossicodipendente! Lo facevo, inoltre, perché ogni scarafone è bello a mamma sua! Figuriamoci, poi, quando la mamma decide di rendersi cieca pur di figliarne uno!

Vero è, che durante i suoi ultimi quindici giorni di ospedale non ci fu nessuna intossicante dipendenza fra di noi: solo sentimento per libera scelta. In quel piccolo mare (quindici giorni su cinque anni) affogai per più di un decennio. Tutto fuorché dolcemente. La dolcezza venne dopo. Si manifestò nei ricordi belli, nelle malinconie da inutilità e da solitudine, si manifestò nei pianti. Si, anche fra l’amore di uomo con uomo si piange. Vita dimostra che tutte le lacrime sanno di sale. Sanno dello stesso sale anche quando la ragione non ne ha. Senza più niente e nessuno, chi mai restava al mio desiderio di vita? Dallo spirito dell’amato che avevo perso (credevo) passai così allo Spirito che non perde e non si perde. Vi trovai quello ho scritto e sto scrivendo. Malgrado la separazione, l’elevazione del pensiero non mi ha del tutto allontanato dallo spirito che avevo amato: la memoria non lo permette. O meglio, lo permette (la memoria) tanto quanto cancelliamo le memorie.  Ammessa l’intenzione di volerlo la cancellazione delle memorie viene generalmente avvertita come l’annullamento di un vissuto che (almeno mentalmente parlando) ci porta l’idea di suicidio. Solo un cambiamento di spirito permette la chiusura del ponte fra stati della vita che è la memoria.  Ci sto operando. Paradosso vuole, aiutato anche dall’ostilità che gli si origina dal rifiuto di accettare l’allontanameto del mio spirito dal suo. L’allontanamento incide (alterandola) la fase precedente al sonno, vuoi per un accumulo di confuse e/o disordinanti emozioni mentali, vuoi tornando ad agire la pressione sulla scapola. Si è successo anche altro ma nulla di che. Nulla si che perché ora posso smascherare la mascherina.