Gironi postali

Come orario la storia che racconto va da circa le undici a quasi l’una. Devo pagare un bollettino alle poste di s. Zeno. Io sono anziano, ho problemi di cuore e la giornata è particolarmente calda: fatico a respirare. Prima di me una decina di persone. Sarà anche per la mia situazione fisica ma trovo particolarmente lento l’ingresso di chi deve andare allo sportello. Dopo quasi tre quarti d’ora provo ad accertare i perché: pur essendoci i dovuti impiegati, nell’agenzia funziona un solo sportello. Mugugno, commento con quelli in attesa ma altro non faccio. L’attesa prosegue e la fila si allunga! Più che sentirmi mancare la pazienza sento mancarmi il fiato, così, entro in agenzia; necessariamente alterato. A voce alta chiedo: possibile che funzioni un solo sportello per i tanti che da troppo aspettano in fila?! Mi si dice di stare tranquillo! Rispondo: io sono tranquillo, purché si faccia in modo di lasciarmi tranquillo! Esco ed aspetto. Tocca a me, poi, di andare allo sportello. Le impiegate agli sportelli, intanto, sono diventate tre! Riferendosi al mio reclamo una di loro mi dice che non mi devo permettere di dire quello che ho detto! Alla signora replico che le consento di dire quello che vuole, e che mi prendo lo stesso diritto che mi sta negando. Aggiungo, che in analogo caso avrei chiamato i Carabinieri! Allo sportello faccio quello che devo fare ma il sistema postale mi dice che il pin è errato. Discuto la faccenda con l’impiegata: mi dice che me lo devo scrivere giusto e che devo tornare entro l’una e mezza con i soldi perché lei , intanto, ha compiuto l’operazione. Mi dice, inoltre: non vorrà mica che gliela paghi io, la bolletta! (Sul livello intellettuale dell’affermazione, sorvolo.) Col cavolo che riesco, a venire dentro l’una mi dico, così, provo a pagare usando un’altra tessera: accetta il pagamento. L’impiegata mi consiglia di provare il pin al bancomat esterno. Ci provo: funziona! Ne ricavo che, da agitato, allo sportello non l’avevo composto correttamente. Fra discorsi e parole ci avrò messo un quarto d’ora a completare il pagamento usando un’altra tessera. A operazione conclusa, esco. Miracolo o ritrovato interesse per gli utenti, ma all’esterno non c’è più nessuno: in circa un quarto d’ora! Che sia perché avevo detto agli impiegati che in analogo caso avrei chiamato i Carabinieri? Sarà! Uscendo mi chiedo: perché l’afflusso è stato lento prima e celere dopo? Una verosimile ipotesi potrebbe stare in questa domanda: le Poste pagano gli straordinari? Se no, è chiaro che gli impiegati si portano avanti con il lavoro interno altrimenti devono lavorare gratis! Questo comporta far attendere le persone anche oltre accettabile misura? Pazienza! Questo significa che oltre degli Ospedali, gli utenti devono essere pazienti anche delle Poste? Pare di sì! Pensando male, invece, si può anche supporre che vi sono impiegati che sovrappongono i propri interessi di lavoro sugli interessi di pazienti che tali devono restare sia pure in piedi e all’afa mentre nelle agenzie gli impiegati stanno al fresco offerto dell’aria condizionata? Viene da pensare di sì! Qualunque siano le vere parti in ipotesi, a casa ci sono tornato più paziente di prima; paziente in sospetto da Ospedale, però, per via di un cuore che la vicenda aveva ulteriormente provato. La prossima volta sarà meglio andare nelle tabaccherie: quasi tutte permettono pagamenti senza attese.

In articulo mortis

Al capezzale dell’Ammalato che sa terminale già alla diagnosi, la Medicina cura il curabile, agisce il possibile, e rifiuta l’impossibile. Lo rifiuta per più motivi. In prevalenza:

*) Perchè la Medicina non accetta che la Malattia prevalga sulle sue conoscenze;

* Perché non accetta l’altrui dolore, tanto quanto non accetta di sentirsi impotente;

*) Perchè sta via via diventando la cura ricostituente per degli indeboliti interessi: vuoi scientifici, vuoi umanitari, vuoi di cassa, vuoi per quanto vuole o può.

Non mi si venga a raccontar banane! Nelle malattie incurabili, la Medicina sa, pressoché da subito, quale sarà l’esito finale e (almeno statisticamente) quanto tempo ci metterà a giungere. Nel terminale che ho seguito si è sbagliata di qualche minuto! Sapendolo da subito, a cosa deve l’inutile insistenza di una perseguitante assistenza? All’ammalato lo deve per aiutarlo nel suo desiderio di vita, o al caso, per contrastare la sua paura della morte.

Ai parenti dell’ammalato, lo deve per contrastare la paura della morte nolentemente proiettata dalla condizione dell’ammalato (e/o della gravità della malattia) oltre che insita nel pensiero che il Principato e la Religione hanno formato se è andata bene, o deformato se è andata male! Lo deve al pensiero odierno (sulla Medicina) perché condiziona l’esistenza di quello futuro. Lo deve al multivalente bisogno di sviluppare il sistema “Cura”.

Lo deve al proseguimento di quanto detto in apertura per quanto riguarda il Medico. Lo deve per ausiliare delle speranze che sono decisamente meno fallaci quanto e/o dove e/o come contribuiscono al condizionante mantenimento del suo Potere. Quanto sostengo è sotto gli occhi di chi non ha paraocchi.

Dovrebbe esser messo, anche sotto gli occhi di chi non è in grado di vedere, non vuole vedere, o ha interesse a non vedere, vuoi per incosciente buonafede, o vuoi per cosciente o incosciente malafede. Non da oggi sappiamo che ci sono terminali così disperati da invocare la fine definitiva della loro esistenza. Per chi la chiede (e senza fargliela diventare un calvario) si attui quell’invocazione: in proprio o comunque ausiliata non fa la differenza ultima.

A più, vi è differenza nel ragionare su lane caprine! In quegli estremi casi, che fa la Medicina? Direi un insieme di quanto sopraddetto. Che fa lo Stato? Lo Stato fa quello che dice la Chiesa. Che fa la Chiesa? Fa quello che fa fare allo Stato. Che fa Dio? Fa quello che lo Stato pensa di Dio. Che fa la Chiesa di Dio? Fa quello che ha consigliato a Dio di dire. Il non credente mi perdoni per aver coinvolto quella somma Figura. Ci faccia caso in virtù di discorso.

Sapeva (l’ammalato che invoca misericordia) che la sua malattia era incurabile? Se lo sapeva, per quali convinzioni si è ritrovato, senza più forze, solo alla fine del vicolo? Non è che la Medicina e/o i sui Parenti gli hanno fatto credere che si può sperare, che la medicina fa progressi, che ci sono sempre nuove scoperte, che esistono i miracoli, che non si sa mai, ecc, ecc? Credere e sperare è umano. Disumano e disonesto, è far credere e sperare oltre ogni ragione!

Giunto al punto, lascio Dio nell’empireo che merita per fede dei credenti, e mi metto a guardare cosa potrebbero fare la citata Medicina, il citato Stato, e la citata Chiesa. In primo non cedere alla tentazione di mettere bocca nelle cose della vita!

La vita ne sa più di tutti, sia quando e quanto deve amare, sia quando deve finire, sia quando e come ha dato, e sia quando, man mano, toglie ciò che ha dato! Una Medicina veramente e totalmente votata al giuramento che moralmente la regge, dovrebbe, nell’assistenza dei casi ultimi, garantire ogni cura contro il dolore mentre la vita opera quanto deve alla cura, togliendo vita alla malattia.

Alla Medicina ricordo che l’Ammalato cosciente di sé è una tremebonda vittima (o pittima) solo se la rendiamo tale! Sempre a mio vedere, allo Stato il dovere di garantire un’amorevole assistenza: domiciliare o no che sia. Alla Chiesa, il compito di dire sulla vita, ma non sino al punto da condizionare l’arbitrio dello Stato e del Cittadino! Non sino al punto da ombrare con il suo spirito, l’opera dello Spirito.

Se ancora crede alla Parola, la Chiesa che vuole tornare universale (non solo a parole) deve rifiutare quella tentazione! Mi si sta dicendo: ma togliendo ogni malattia all’ammalato, la Vita gli toglierà anche la vita! Ormai secoli fa, questo dubbio me l’ha posto anche l’Amato. Se mangio, m’ha detto, do da mangiare anche alla malattia! Dipende da dove ti volgi, gli ho risposto: se verso la vita, o se verso la malattia. Da allora amo i girasoli.

I non pedofili per sesso

Il peccato non è in chi o cosa si ama ma in come si ama e/o si insegna ad amare. Ero di chiara ignoranza ma di altrettanto chiaro istinto, così, non subii alcun genere di trauma quando in Collegio fui desiderato da un prete. I traumi iniziarono quando la cosa venne a conoscenza degli altri preti. Il prete amante fu avvertito di star più attento, ed io fui isolato: visto a distanza. Avevo l’età della terza elementare. Se proprio dovessi denunciare qualcuno, non il prete amante denuncerei, ma quelli che violarono la mia coscienza, penetrandola con il senso del peccato, quando era ancora vergine del senso dell’amore. No, il prete pedofilo non tentò alcun genere di violenza. A quella ci pensarono i preti non pedofili per sesso.

Il dolore è immunodepressivo

Tutte le menti incerte per dolore possono patire il rischio di con_fondersi nella sofferenza dell’identità che stanno ausiliando: tanto più se amata. Come un soccorritore fa in modo di non essere travolto dal panico di chi sta affogando, così, per non farsi travolgere da analogo gorgo, un soccorritore per amore deve tener separata la sua identità da quella del dolente. Come? Direi, avvicinandosi al dolore altrui solo dopo aver messo le emozioni proprie sotto altra ragione.

Il senso dell’infinito

Il senso dell’infinito è IO +. Messo dopo il + quello che comprendi e conosci ottieni, il senso umano dell’infinito. Messo dopo il + quello che non puoi comprendere e/o non puoi conoscere, cominci a sentire il senso divino dell’Infinito. Da questa aerea visione si scende per mezzo di una scala: il senso di Adamo.

A ramengo le banche!

Qualcuno mi sa dire perché gli addetti postali hanno mantenuto il modo di servire gli utenti come prima (sia pure e necessariamente dosando gli ingressi) mentre i bancari hanno potuto rinserrarsi dietro un numero verde con risponditore, che, nel mio caso, ti chiede il numero della carta  che non potevo dare perché sotto provvisorio sequestro a causa del tempo che per vari impicci non avevo rispettato? Come recuperarla? Sempreché ci riesca, fissando un appuntamento che non posso avere, immagino!

L’inquilino che abita sotto di me (dopo mail e telefonate ) l’ha avuto dopo 15 giorni. La sequestrata è ancora nella banca rionale o è stata trasferita nella centrale? Lo saprò dopo appuntamento, immagino! La potrò riavere dopo altri quindici giorni o brevi mano subito? Già ho poco fiato per i giri necessari alla mia domesticità, dove mai lo troverò il fiato per i giri obbligatoriamente extra? In attesa di capirlo ho la carta sotto sequestro da più di un mese!

Mi chiedo e chiedo: ci rendiamo o non ci rendiamo conto che il tanto gaudioso servizio di Bankin (non avrebbe risolto il problema) altro non è che la kafkiana metamorfosi (da clienti serviti personalmente da impiegati) a clienti, personalmente a servizio delle banche pur pagando un conto che solo l’addebito mensile rende poca cosa? Se non è così, mi si corregga per favore! Naturalmente questo permette alle banche di aver meno impiegati, meno affitti, meno spese e meno manutenzioni delle agenzie periferiche e/o rionali.

L’indubbio guadagno si riversa (in ovvia parte) anche sui Clienti resi a servizio delle banche? Non mi risulta! Se non è così, mi si corregga. Oggi, per aprire il conto postale (pratica durata dalle 11 e mezza all’una e mezza) avevo l’appuntamento con il direttore dell’agenzia. Nel giardino antistante aspettavano una quindicina di persone. Necessitando del solo direttore, in alcun modo avrei occupato i due sportelli in servizio, quindi, ad alcuno avrei leso le priorità.

Legittimato da questo, è chiaro che sono entrato senza guardare nessuno! Non faccio in tempo a posare il piede sulla soglia, che un tarchiato anzianotto, con toni da lupara, mi intima: dove và lei?! Irritato dall’imperativo gli ribatto: non vedo perché devo dire a lei i miei affari! Dai presenti si sono immediatamente sollevati degli ululati da bastiglia. A più voci e a più toni: maleducato, gran maleducato e altro inintelligibile: non me ne sono curato! E una questione di rispetto mi dice uno più arrabbiato degli altri!

A mio vedere, ben meritato il maleducato e l’irrispettoso se fossi stato il furbastro che (con faccia da innocente caduto dal fico) prova a superare le persone in attesa. Per via dell’appuntamento non era il mio caso, quindi, fuori luogo sia le proteste che le offese. Ho tentato di far capire le mie ragioni ma non c’ò stato verso! Succede, quando le persone si innamorano della propria verità. Quanti amori infelici in meno se dubitassimo sempre delle nostre verità!

Ma questo è un altro discorso! Vista l’impossibilità di far ragionare gli ululanti, con un collettivo andate a fanculo ho tagliato il nodo della questio. A calma raggiunta mi chiedo perché il mio legittimo comportamento ha suscitato le reazioni che racconto, e perché non si sono acquietate dopo averlo spiegato a tutti? Secondo me, perché oltre all’innamoramento che ho detto, siamo diventati preda della sfiducia verso tutti e tutto.

La sfiducia è l’anima della paranoia, ed è paranoico il derubato dalla fede verso la vita in ogni suo stato. Come si guarisce da quella malattia? Si guarisce tanto quanto c’è la restituiscono! Non di certo con un call center, e non di certo facendoci aspettare una quindici di giorni senza fiducia.

Pollice e anello

L’anello simbolizza l’unione: unione che è anche sessuale. Si può dire, pertanto, che un anello posto sul pollice in_corona una maggior potenza sessuale: vera, bramata, o illusione che sia. In genere, l’anello è in argento o in acciaio. In quanto variazioni di lucentezza, quei metalli portano molteplici significati sulla luce che emettono. La luce, infatti, simbolizza la verità. Dall’insieme delle ipotesi, di chi porta un anello sul pollice si può dire che il suo pene (mezzo naturale che condiziona quanto si pensa su ciò che é e/o si è) necessita di una unione sovrana dai veri significati, oppure, di una unione che confermi i significati indicati dall’anello. Oltre a questi, confermi che il soggetto adatto all’unione deve essere egualmente dotato nel… pollice. L’anello nel pollice non necessariamente conferma dotato il portatore. In quel caso, rivela un desiderio di unione con portatori dotati di maggior… pollice. In una individualità eterosessuale, invece, l’anello sul pollice è un segno di potenza diretto alla donna. E’ un messaggio (quel segno) non necessariamente attendibile. Non da oggi, infatti, ogni scaraffone è bello a mamma sua!

Quanto sa di sale…

Cortese Signore: suppongo che abbia letto le mie note. Dubito però, che abbia visto le foto allegate. Di quelle, tutto si può dire fuorché immagini di carne “magra, tenera, succulenta che non è mai stopposa alla masticazione”. Non me ne voglia ma la sua affermazione m’ha portato alla mente il soldato Alberto Sordi che nel film la Grande guerra commenta il rancio schifoso dicendolo ottimo ed abbondante al generale imbecille. Come appartenente al sistema che la dirige, lei, tutto può essere fuorché non fiancheggiatore. Non le avevo chiesto di farmelo capire: tanto meno di farmi ridere. Io non sono particolarmente schifiltoso. Ho mangiato in ambiti di lusso ed in osterie. In collegi ed in orfanotrofi, a militare, e a casa, cresciuto più che altro a spaghetti al pomodoro e/o a panà (versione padovana della pearà) con mortadella come secondo: non sempre la mortadella. Dati i precedenti, per necessità o meno adattato a molto, c’è ne vuole perché giunga a lamentarmi di quanto mi è stato servito! Non ricordo quando ho iniziato a fruire del servizio pasti. Ricordo però, di un pomodoro eccellente, e di un ragù più che notevole. Ultimamente, invece, il pomodoro è generalmente meno che mediocre, ed il ragù fatto con carne cotta, è indigeribile! La pasta, poi, è generalmente stracotta. Oggi, invece, il pomodoro è buonissimo e la cottura della pasta, passabile. Mi si dirà, che la pasta mi giunge stracotta perché continua a cuocere anche una volta messa nei contenitori. Vero, ma allora, perché non è sempre così visto che nei contenitori c’è la mettono sempre? Può essere caso? Può essere! Può essere diversa la mano che prepara? Può essere, come può essere diversa la capacità professionale, come può essere diverso l’interesse verso il lavoro. Per anni, tutti i mercoledì sera ho preparato la pasta per gli abbandonati assistiti dall’Associazione Amici di Bernardo. I volontari ebbero a dirmi che fra i presenti, non pochi venivano solo il mercoledì. Cuocevo la pasta per non più di tre minuti. Nel pomodoro, un po’ di aglio, rosmarino, olio (ovviamente ma non vaga traccia) e piacere di farlo in quantità. Mi rifiuto di pensare che sia proprio quest’ultima salsa quella che manca alla cottura dei cibi! Mi dice, Dottore, che la carne non è mai stopposa alla masticazione. E’ vero. Una carne stracotta, infatti, non lo può essere. Succulenta, Lei dice. I casi sono due: o mangiamo diversa carne, o Lei non ha mai mangiato la carne che mi portano: dura e morbida come suola di poliuretano. E’ vero: la dietologa mi aveva parlato di problemi sulla gelatina, ma, mica mi ero lamentato di quel particolare! E’ vero, avevo ordinato cavoletti. L’ordine, però, non è che l’utente lo fa tutte le settimane e a me c’è voluto del tempo per capire che l’indurimento al ventre che provavo dopo mangiato era proprio dovuto ai cavoletti, (i cavoli no, stranamente) come all’insalata, appunto perché ambedue molto fibrosi. Appena capito l’ho detto ai consegnatari. Il più delle volte inutilmente. E’ vero, con la frutta ho reputato di inutile spreco la consegna del pane, e dei dessert. A differenza del contorno in oggetto, questa richiesta è stata generalmente ascoltata. Con gaudio di altri utenti o quanto meno dell’Istituto, spero. Da quanto sopra esposto tragga le sue conclusioni, Dottor V. Non mi aspetto di saperle. Non è necessario. Per me, il discorso finisce qui, ma se mai dovrò avere la necessità di riaprirlo, Lei sarà il primo a saperlo.

Poesia: parola e verbo.

Avevo letto, da qualche parte (concordando), che poesia&profezia. Vuoi perché un poeta reca nuova parola, (nel senso di nuove emozioni) vuoi perché reca nuovo verbo: nel senso di ambasciare nuovi principi. Naturalmente, (almeno a mio avviso) Poesia è massima Dea: ma non sempre è massima “messa”, e messe, quella che un poeta eleva, (quando non trascina) lungo gli scalini dove, alla fine, siede la Musa. Ma, pare, che anche la Poesia si sia democratizzata, per non dire desacralizzata. Infatti, oggi ci accoglie, anche senza chiedere particolari studi, o titoli. Purché, gli si dimostri che il suo credente sa vedere più avanti, o sa vedere più dentro. Non per questo, non riserva il suo alloro, anche a quelli che dicono Parnaso, la punta del loro naso.