Nella vita del Tutto

Gli spiriti sono vita che è stata su questo piano della vita. In ragione della corrispondenza fra stati in tutti e fra tutti gli stati, ci sono spiriti prossimi o non prossimi allo Spirito: potenza al principio e dello stesso Principio. Ci sono spiriti elevati tanto quanto Gli sono prossimi. Perché contrari e/o non pienamente coscienti del Principio, ci sono spiriti bassi tanto quanto non Gli sono prossimi. La potenza dei prossimi o non prossimi allo Spirito corrisponde allo stato del loro stato di vita. Dove non comunichiamo per mezzo di parole si può comunicare per mezzo di emozioni, vuoi fra vivente e vivente, vuoi, per inverificabili motivi, fra il nostro spirito e lo spirito di uno spirito. Ciò è maggiormente possibile, tanto quanto una coscienza è aperta al Tutto che è la vita: corrispondenza di stati fra il bene e il Bene, fra il vero e il Vero, fra il giusto e il Giusto. Tanto quanto una vita è avversa a quei principi, e tanto quanto (nel Tutto che è la vita) il suo spirito comunicherà avverse emozioni, pertanto, di spiriti dolenti se sono nell’errore che porta al dolore; di spiriti falsi se nel falso verso il vero e il Vero; di spiriti ingiusti se verso lo spirito e lo Spirito sono ingiusti. Vita, però, è stato di infiniti stati di vita, così, anche le emozioni a favore come le contrarie. Cosa ci dice, allora, da quale spirito sono influite le nostre azioni? Lo capiamo, dalla forza prevalente che agisce le nostre. E’ una forza solamente nostra? Per come la vedo, no. La corrispondenza di stati che origina la vita non ammette separazione fra luogo e luogo, ed è, quindi, un Tutto che influisce il tutto che è ogni vivenza. Solo il nostro stato di coscienza sul Tutto ci separa dal Tutto ma questo non ci separa dalla Vita. Ammessa o non ammessa che sia l’ipotesi, degli influssi sul nostro spirito non possiamo escludere  alcuna provenienza.

“Cosa darei per credere!”

Tua madre è davanti una soglia. Non è detto che la supererà. Dall’ultimo tuo post, capisco, però, che ad averla superata sono i tuoi sentimenti. Per questo, ti scrivo questa lettera. Perché aperta? Perché tutti abbiamo accompagnato davanti la Soglia chi abbiamo amato. E lì, il più delle volte ci siamo ritrovati senza parole. Il più delle volte senza Parola. Non mi ricordo più per quale tua lettera o commento, ma qualche tempo fa ti ho fatto avere questo: non chiedere alla foglia sull’acqua perché quella mattina è caduta. E’ parte del sistema che mi hanno detto vita. Il mio nome sulla via è una memoria, che si va sbiadendo. Qui si narra un’altra storia. La si narra sorridendo. Mi par di ricordare, che avevi parlato del dolore nella separazione. Ti dissi che il mio commento era un po’ sullo stile di Spoon River. Mi dicesti che ti sembrava un addio. Lo era. Era l’addio di chi, dopo aver fatto tutto quello che gli avevano detto che doveva fare, ha lasciato questo piano di vita. Ora, però, soffermati su l’ultima parte di quello scritto: “Qui si narra un’altra storia. La si narra sorridendo.” Per quali fantasie o credo ho potuto concepire che oltre noi vi sia il sorriso, prima o poi andrò a verificarlo. Al momento, persevererò, nonostante sia diabolico ciò che immagino sui motivi per cui, di là, giungeremo a sorridere del di qua! Innanzi tutto, lo penso per fede. Fede in un Dio? Dio: enorme parola Pablito. Non dovremmo “nominarla invano”: è vano! Talmente enorme, quella Parola, che la mia mente ne sa un assoluto zero! Al più, ne sa di quello che sinora ci hanno detto, ma, non è su parole di vicari, che ho riposto la mia fede nella vita! Teresa d’Avila ebbe a dire: è maledetto chi crede nell’uomo! Non maledetto da Dio, sai. Per la sua capacità di errore, è, da sé stesso, il maledicente maledetto. Non per questo non va ascoltato, ma, per questo, non è nell’Uomo che dobbiamo porre la nostra fede. Credendo nelle infinite possibilità della vita, ovviamente, credo nel Suo autore. Può anche essere una formula chimica, per quello che ne so io, ma è il Principio delle cose sino dal principio, quindi, è il Padre! La fede, Pablito, non è conoscenza della ragione: è conoscenza della speranza! Ma, la conoscenza della speranza c’è l’hanno solo i bambini, quindi, è necessario tornare bambini, per credere nel Padre. Nel contesto del discorso, tornare bambini, certamente non significa tornare infanti. Per tornare Bambini, non c’è ricetta valida per tutti. Così come non c’è, per diventare Adulti. Ognuno di noi deve trovare la sua via. Questo scritto, pertanto, è come la tabella che ti dice che per andare dal Padre bisogna dirigersi di là, però, la tabella nulla sa, oltre questo, se non il fatto, che di là, narreremo la nostra storia sorridendo. Lo credo, vuoi perché ritroveremo il Padre, vuoi perché ritroveremo la verità della nostra vita, se è quella, che chiamiamo Padre: qualunque sia verità, sia ben chiaro! E, se oltrepassata la soglia ci fosse il Nulla? Indirettamente, a questa domanda mi aiuta a risponderti Mauro. Mauro mi ha fatto scoprire, il Nulla, come senso della possibilità! Anche questa possibilità di vita è un senso oltre ragione! Quindi, anche di questo senso si può dire che sta in piedi, solo per fede in un Padre, che Mauro chiama Nulla, ma che, essendo possibilità, come possibilità, E’! Alla fine de sto po, po’ de discorso, caro Pablito, come rispondere alla tua domanda: cosa darei, per credere? Per come la vedo io, il problema non è, cosa dare per credere, ma, cosa cedere, per credere. Un abbraccio: fortissimo!

Storie di medianità?

Gliele racconto come mi ricordo

Durante il riposo, guardando in avanti ad occhi chiusi vedevo un tondo in oro con all’interno dell’azzurro: pulsava. Ai bordi di quello che vedevo, mi pareva ci fossero delle presenze. Non ne ero certo ma ”sapevo” che c’erano. Ero fortemente attratto da quella visione. Mi capitò di arrabbiarmi perché, non rivelandosi con chiarezza, mi escludeva la possibilità di sapere. Il fatto che mi arrabbiai mi fece capire che non ero pronto ad accogliere solamente ciò che mi veniva dato di vedere e, dunque, sapere. Non dubito che si possa anche interpretare quella manifestazione come una qualche disfunzione oculistica ma, perché era preceduta da una debolezza e perché (la visione durava, forse 10/15 minuti) quando mi alzavo dal divano ero riposato come neanche dopo otto ore di sonno? Ancora qualche volta, sempre ad occhi chiusi, mi capita di vedere delle ”nuvolette” bianche (qualche volta azzurre) che passano sulla mia vista come se fossero un cielo.

Una volta, mi resi conto dopo, che ero nel dormiveglia, mi sembrò di avere il faro di una macchina puntato sugli occhi: sul destro più che sul sinistro. Pensai di essere capitato in mezzo ad una strada. Quella luce e l’inspiegabilità del fatto mi sorprese così tanto che mi svegliai di soprassalto. Mi capitò di vedere, all’interno della fronte come se fosse uno schermo, dei volti imperturbabili: in bianco e nero, trasparenti, bellissimi.

Qualche volta, invece, i visi avevano tratti più ” umani ” ma non per questo piacevoli a vedersi come gli altri: mi lasciarono dentro della paura. Non mi ricordo se in sogno o all’interno della fronte vidi un gruppo di figure: giovani. Le vidi dal torso in su. Fui colpito dal fatto che avevano le orecchie a punta come quelle del dottor Spok. In alcun modo avrei potuto saperlo ma sentivo che il giovane davanti a tutti era il mio amico.

Avevano tutte un arco con frecce e da quelle mi sentii colpito. Naturalmente, scappai! Mi rincorsero vociando. Cercai di togliermi le frecce ma non le vedevo. Neanche le frecciate si vedono eppure pungono sino a fare male. Mi svegliai. Si era un sogno. Nelle visioni mentali le apparizioni non si muovono. In una visione mentale vidi il mio amico (da una certa distanza) dentro la cassa: era scomposto. In effetti, non si era fermato tranquillo.

Anche senza quella visione, sapevo già che il sonno l’aveva vinto ma non convinto. L’immagine era a colori: bellissimi. Una sola volta, sempre all’interno della fronte, vidi il viso di Cristo. L’immagine era in bianco e nero: quella classica dei santini. Provai paura. Non perché l’immagine facesse paura, ma perché mi sentii come un poveraccio che, senza sapere come, si sia ritrovato nel bellissimo e ricchissimo appartamento di un altro anziché a casa sua.

Siccome c’è la mania di dirsi ”Signore, non sono degno” (come se si potesse veramente sapere chi lo è o no o se lo siamo o meno agli occhi della vita) mi ritrassi dalla visione. Che deficiente! Era così bella. Mi sorrideva. Nonostante mi ponessi in aspettativa, non mi riapparve. Una notte di marzo, seduto sulle panchine della stazione stavo pensando a me, ai miei scritti, a cosa farne, come e perché farli conoscere, se è quanto era giusto farlo, ecc.

Sopra i tetti delle case di fronte ad un certo punto ci fu una traccia luminosa, brevissima. Una stella cadente di marzo? Pensai di più, ad uno di quei barattoli che mandiamo su e che ogni tanto vengono giù. Ma perché in coincidenza con i miei pensieri? Solamente caso? Comunque sia, da quel ”caso” trassi questa lezione: più si penetra velocemente nella vita e più ci si consuma velocemente. Morale della storia: se la mia opera non si afferma ”velocemente” è perché la Vita mi difende, non perché mi limita.

Una volta sognai che stavo scaricando dei tubi da un camion. Non so dire se fu perché caddi o perché scesi, tanto il cambio immagine fu repentino, ma mi ritrovai seduto in quello che mi parve un mucchio di neve. Davanti a me un palazzo bellissimo. Occupava tutto il mio orizzonte visivo. Sembrava di ghiaccio o di cristallo. Non c’era nessuno (solo silenzio) eppure sentivo, che c’era della vita oltre le sue finestre, o che era lui ad essere vivo.

Lo guardavo ma nel contempo sentivo che, o mi si guardava o che era lui che mi guardava. Non so perché ma ero diviso tra la voglia di stare sempre li (o perlomeno di avere più tempo per stare li) e la fretta di tornare perché sentivo che non c’era tempo (o che non era il tempo) per fermarmi in quel posto. Alla mia sinistra, come da dietro un muretto, vidi uscire Cesira, mia madre. Era vestita di nero. Non sembrava contenta.

Mi sembrò che mi guardasse severamente, oppure che guardasse, intimorita, o me, o qualcosa o in me o vicino a me che io non vedevo. L’inevitabile paragone fra il Palazzo e questo ”condominio” certamente non mi allietò la giornata. Ritrovare il ”mio” spirito (la persona che ho amato) a me esaltò la vita: con la sua, infatti, se n’era pressoché andata anche la mia. Ma più che esaltazione spirituale o spiritica di tipo medianico, molto più semplicemente fu la gioia (in certi momenti anche felicità) di chi ritrova l’amore che credeva perso.

Non le so descrivere il calore che qualche volta sentivo nel petto, la dove si era collocato secondo quanto mi disse attraverso una trance del medium. Fu una felicità che non durò molto. Lentamente (non mi sembrava possibile!) e sempre più perplesso cominciai a capire che si serviva del mio essere, non per stare presso il mio, ma per avermi al suo servizio: così, come mi invitava a farlo quand’era in vita, cominciai a ” scendere dal figaro “.

Non mi era mai successo prima della mia esperienza nello spiritismo, ma, da qualche tempo, ponendo le mani, si risolvono o si alleviano dei dolori. Dopo, però, (non sempre ma in genere se il contatto è con una donna) capita che mi ritrovo caricato di emozioni negative e/o indebolito. Perché? Perché è mia l’energia che do? Perché sono tramite di una energia (di uno spirito) sufficiente sì a togliere il dolore ma non a guarire?

Ciò significa che sono tramite di una energia debole? Una che vorrebbe ma non può? Può essere che, comunicando energia divento il ponte attraverso il quale lo stato del dolente, passando attraverso me, altera il mio?

A fine di bene sono anche disponibile a caricarmi delle tensioni altrui, ma, mi sono chiesto, e se (nel mio come in altri forse più probanti casi) il vero fine della forza della vita di origine spiritica non fosse quello di fare del bene fine a se stesso, ma di usare il bene allo scopo di ampliare le fede negli spiriti e, conseguentemente, deviare la fede nella vita, dallo Spirito della vita (il terzo stato dell’Immagine) agli spiriti a quella somigliante?

Profeti: psiche e storia.

L’idea del Padre detta nel Vecchio Testamento è diversa dall’idea che è detta nel Nuovo. Al punto: o ammettiamo che il Padre possa mutare degli stati del suo stato ( ma essendo principio, non è che non lo possa sapere è che non lo può volere se non comunicando due idee di sè e, dunque, comunicare due principi ) oppure, o non è possibile l’idea del Vecchio Testamento, o non è possibile l’idea del Nuovo, oppure, sia l’idea del Vecchio che del Nuovo sono delle idee di chi ne volle dire l’idea. Se il Padre, essendo il principio di ogni idea di Padre, non può avere un vecchio o un nuovo comportamento di vita da chi venne una condanna che non può essere giusta ( e, dunque, neanche vera ) dal momento che ogni condanna non può non recare del dolore naturale e, data la corrispondenza di vita fra gli stati, anche suscitare (nel condannato) delle risposte di male naturale, culturale e spirituale oltre che verso se anche verso altro da se? Nella ricerca della risposta questa domanda, mi limiterò a ricordarti che la misura dello stato della pace che si sente in una data esperienza è la misura dello stato della verità che vi è in quell’esperienza. Comunque sia e, comunque ognuno senta di poter rispondere, chi vive la vita secondo il Principio dell’amore ( comunione di stati fra tutti gli stati della vita ) non può condannare, tutt’al più non può non accettare che si condanni da se chi sbaglia. Se secondo il principio dell’Amore che principia ogni principio in amare è impossibile che sia stato il Padre a condannare i Primevi in quanto il farlo avrebbe recato delle involontarie risposte di dolore e di male, non può non derivare che secondo l’idea che ebbero del Padre, o è stato lo Spirito della vita degli stesori a pronunciarla oppure è stato lo Spirito di una vita che influì sulla loro. Quale altro Spirito poté influire sul loro? Ad esclusione del divino ( del quale, appunto, escludo la volontà di condanna perché recando del dolore non può non recare la possibilità di risposte di male ) direi che non può non essere stato che lo Spirito di una vita ( umana o sovrumana che sia stata ) che non poteva non avere del male in se. Quale male? Secondo il suo stato di bene e di male e per stati di infiniti stati di corrispondenza fra i suoi stati, direi anche il solo stato di Somiglianza: aldilà dello stato della separazione, identità, necessariamente diversa dal Principio. La vita della Natura, certamente, è direttamente influita dallo Spirito divino, ma, per non sottomettere l’arbitrio della vita influita, lo Spirito divino non comunica la sua Cultura, cioè, quello che sa sugli stati della sua forza. Se lo facesse, la vita non agirebbe secondo il proprio se ma secondo quello del Principio, ma, allora, sarebbe sottomessa per principio e non, al caso, corrispondente per la sua volontà. Da ciò ne consegue che, la dove vi è la voce di uno Spirito che condiziona con la propria Cultura, tanto quanto condiziona di se e tanto quanto il suo stato di vita non può non essere che lontano da quello del principio culturale dello Spirito: dare forza alla vita, non, comunicargli la sua conoscenza. Se ogni Spirito influente ha diversa identità dallo Spirito del Principio, e se lo Spirito del Principio non può influire se non condizionando ( e, dunque sottomettendo alla sua Cultura la vita influita da ciò ne consegue che la stesura della Bibbia non è direttamente ispirata dallo Spirito divino. Il Padre della vita è principio del bene per quanto è vero alla giustizia del suo Spirito. Per quanto non si possa sapere ciò che è vero alla Sua giustizia, comunque, lo stato del Bene ( che non può non dare lo stare bene ) è riferimento di verità. Lo è perché il bene non può che corrispondere con il vero ed il vero non può non corrispondere che con il giusto. Come noi verifichiamo lo stato di spirito di una persona in ragione delle emozioni che ci comunica, così, in quanto origine del bene, lo stare bene naturalmente, culturalmente e spiritualmente presso il Padre ( Principio di ogni principio di vita ) non può non verificare l’identità del Suo. Al punto, sapendo che l’identità del principio del Padre non può che essere il bene, se in ogni fatto e/o atto del quale lo si dice autore non si sta bene, tanto quanto non si sta bene non può essere Sua l’origine di quell’opera. Succede che ognuno di noi abbia il proprio senso del bene e dello stare bene. Da ciò, ognuno di noi potrebbe avere il nostro senso anche dell’identità del Padre di ogni bene. Quale, allora, la vera perché universale identità? Direi che l’universale misura per sentirla è data dallo stato di pace dei principi che si collocano presso il Principio che li ha originati. Se la conoscenza dell’identità del Padre della vita è data dallo stato di pace ( cessazione di ogni dissidio per sopraggiunta verità ) direi, allora, che tanto più siamo in pace con il Padre di ogni principio e tanto più lo conosciamo perché lo sentiamo. Non solo: tanto più lo stato di pace permette la conoscenza del Padre e tanto più siamo influiti dalla Sua vita.

A proposito di Medjugorje

L’esistenza della Divinità e del suo Spirito (la forza della sua vita) si basa su un atto di fede, quindi, ad ognuno la sua, o la sua opinione. L’esistenza dello spirito umano, invece, è provato (come forza della vita) dal sentire la nostra vitalità. Sulla Metempsicosi, molto si può dire, o tanto, poco, o per nulla credere. Come anche sull’esistenza degli spiriti, e sui cosiddetti doni dello Spirito che ho trattato da me. Non è possibile accertare, infatti, se provenienti da un altro stato della vita, o se provenienti da un altro stato della mente: stato raggiunto (il mentale ignoto) vuoi per malattia, vuoi per “mistica” o vanesia ricerca di potere. Per quanto riguarda il mio pensiero e per i credenti, l’unico dono dello Spirito chiaramente verificabile è la vita. Per quanto riguarda i non credenti, è lo spirito della nostra. D’inattendibile fonte di vita ogni altro dono che non sia d’umana provenienza; sono d’inattendibile fonte, perché il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Il che vuol dire, che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. Mi si dirà: ma ci sono manifestazioni, che pur provenienti da inattendibile fonte, comunque recano soccorso e quindi sono un bene! E’ vero, tuttavia, per quale fine? Quello fine a sé stesso, (recare gratuito bene) o un fine nascosto, quale, ad esempio, far dipendere lo spirito umano, da uno spirito “donante” che non si sa più quanto abbia conservato di umano nell’ex umano che è diventato nel cielo che dice ma che non si sa? Ogni potere di qualsiasi genere usa il dono come rete. Lo sappiamo da sempre, tuttavia, ci cadono gli stessi adulti (quando non i tuoi) che ai bambini raccomandano di non accettare caramelle dagli sconosciuti. Dimenticano il loro stesso adulto avvertimento (quegli adulti e i tuoi che accolgono quelle manifestazioni dell’Oltre) non appena un dolore o un errore li fa tornare (incauti Pollicino) alla ricerca della strada che hanno perso nella loro Notte. C’è una sola attendibile guida! Il Padre del Bene nella Natura, per quanto è Vero alla sua Cultura, perché Giusto al suo Spirito per i credenti, e il bene nella Natura per quanto è vero alla propria Cultura e Giusto al proprio Spirito, per i non credenti. Si, hai inteso bene, Francesco. Sono vie parallele! Tutto dovrebbe fare (o far fare i tuoi) fuorché allontanare strada da strada. Vedo che sono andato un po’ fuori strada ma rientro sintetizzando al massimo. Ammesso che tutte le apparizioni del genere siano vere, nulla conferma vera l’identità che appare! Al più, delle caramelle che é possibile riempire con i gusti che più ci piacciono. Non so a te, ma a me cadono le braccia!

Esorcisti e logoramenti

Le possessioni avvengono quando un’identità è scissa dal suo bene. Non sempre si riesce a capire se l’identità posseduta lo è da un altra identità, o da un’alta parte mentale della stessa identità. Con altre parole, non è facile distinguere lo schizofrenico dal posseduto; ed è per questo che ci vogliono due ausiliari: il sacerdote contro il male spirituale, e lo psicologo contro l’errore culturale che porta al dolore esistenziale. Le cure dovrebbero andare pari passo. Non vedrei male anche l’intervento del medico clinico. Ciò che ristabilisce il possesso della propria identità, infatti, è anche l’accertamento (e l’eventuale cura) delle condizioni fisiche. Non per ultimo, ci vorrebbe anche l’Assistente sociale. La possessione può essere favorita, infatti, anche da squilibri affettivi interni alla famiglia, e/o da un erroneo rapporto con il conteso sociale in cui agisce (o manca in agire) il soggetto che si ritrova posseduto. L’esorcista si logora per dissidio da confronto culturale (e morale ) sia nel caso di un’identità che ne possiede un’altra, sia nel caso dello schizofrenico. Esemplificando, analoga stanchezza mentale (e spirituale) la subisce anche l’insegnante che per anni deve confrontarsi con l’identità ignorante degli alunni. L’insegnante che ha allontanato la personalità negativa (l’ignoranza) nello studente (il posseduto dall’ignoranza) a fine corso si ritrova “svuotato” di sé, mentre lo studente, “riempito” di un sé, raggiunto per il travaso dell’identità culturale dell’insegnante nella sua, così come succede fra l’esorcista e posseduto. Si, esorcizzare è liberare lo spirito anche attraverso l’insegnamento, purché la liberazione della mente dell’alunno sia nelle intenzioni dell’insegnante, ovviamente.

In un rito ebraico

In Israele, dei rabbini lanceranno una pesante maledizione contro alcuni malcapitati che si ostinano, nonostante le diffide dei religiosi, a voler edificare su un luogo sacro. Si pensi che una analoga maledizione (più leggera, si fa per dire) ha pressoché distrutto una famiglia di altri malcapitati. Nel rito, i rabbini invocheranno lo Spirito e gli chiederanno di essere l’artefice della giustizia che, evidentemente, non riescono ad ottenere in altro modo. Se i motivi della richiesta che rivolgeranno allo Spirito, si basano sulla giustizia, non vedo perché i rabbini debbano chiederla dal momento che, Dio, la vita di ogni vita che si manifesta, già opera con la forza del suo spirito (sia come giustizia che come vendetta) nella vita spirituale di ogni vita. Invocare Dio per chiedergli di manifestare quello che sta già manifestando (anche se non ci è noto come e ne quando) più che altro mi pare l’esigenza di volerla palesata subito. A quale scopo? A quello di vedere (e far vedere) confermato il compito di essere tramiti di giustizia fra la divina e l’umana? A quello di vedere (e far vedere) la grandezza di Dio? In ambo le ipotesi, a quelle esigenze sottostà una mancanza di fede nella Vita. Se la mancanza di fede è male, come fanno a dirsi sicuri i rabbini che alla loro istanza risponderà il Bene, che è assenza di ogni male? Giusto per intendersi fra “fratelli”, sono sicuri i “maggiori” che i riti a cui ricorrono sono della spiritualità e non, invece dello spiritismo?

Risposta ad un contestatore della lettera

Nella lettera “Spiritualità o spiritismo”, diversamente da come mi rimprovera il signor T. non entro, assolutamente, in merito alla fede ebraica, casomai in un rito con la quale si manifesta: rito che, credo appartenere più allo spiritismo (motivato fin che si vuole, ma legittimato non é scritto da nessuna parte) anziché alla spiritualità. Ma, aldilà di quello che io credo, ai “fratelli maggiori” ho posto domande, non, affermazioni. Se affermare anziché porre delle domande è tipico dell’intollerante, ergo, non sono intollerante. Piuttosto, invece di accusarmi di mene politiche, perché non ha chiarito il dubbio che ponevo nella lettera? “per Damasco” è il nome dell’Associazione con la quale mi occupo di tossicodipendenze. Statuaria finalità dell’Associazione, è quella di fare in modo che la coscienza, rendendosi conto di se stessa, si liberi da ogni intossicante dipendenza. Secondo l’Associazione, una dipendenza diventa tossicodipendenza ogni qualvolta il discernimento di chi dipende da una qualsiasi realtà, viene reso subalterno dalla realtà che origina la dipendenza. Al caso, anche dalla tossicodipendenza politica, o spirituale o spiritica se una data persona vive la politica o la spiritualità o lo spiritismo come una droga. Lo stesso varrebbe anche per questa Associazione se “spacciasse”, allo scopo di drogare l’arbitrio, delle fissanti ideologie. Rendendomi conto delle infinite pastoie amministrative, legali, economiche che avrebbero reso l’Associazione tossicodipendente di altre pastoie, per non rischiare una intossicazione da “droghe”, per quanto notarilmente costituito, ho preferito agire come Associazione di fatto. Così, chi è d’accordo con l’Associazione e socio della “per Damasco” e, tanto quanto non lo è, non è socio chi non è d’accordo. Il signor T. potrà anche pensare che oltre ad essere un intollerante sia anche uno sciocco, ma, se aspirassi a “misere lotte per ragioni politiche e geografiche” (la mena geografica non l’ho proprio capita) non creda che io sia tanto incosciente da non rendermi conto che la strada che ho scelto porta a non fare parte di nessuna parte: né politica, né religiosa, ne quanto d’altro. Non sciali il suo spirito dispiacendosi per me, il signor T., non solo perché le vesti costano e non è il caso di strapparsele per niente, ma anche perché, a dolermi dei miei dispiacerei basta il mio.

Per il giornale

Se lo crede questa lettera si può anche ridurre. Se ho aggiunto delle informazioni sull’Associazione, non l’ho fatto solamente per far capire meglio le cose al T, ma, al caso, anche alla Digos, dal momento che i miei discorsi sullo Spirito, sulla spiritualità e sullo spiritismo potrebbero far pensare che, fra altre mene e/o menate potrei avere anche quella (orrrrore!) di fondare una Setta.

L’acqua è sempre acqua

Oltre allo stato naturale della vita, vi è quello soprannaturale. Baso il mio conoscere sulle mie esperienze nella medianità. Poca cosa, tuttavia, H2o è in un oceano come in una goccia. Naturalmente, non posso provare la mia affermazione, come d’altra parte, non si può provare che l’aspetto soprannaturale della vita, altro non sia che una parte incognita della mente. Nonostante questo, cambiano i fattori ma non i risultati. Ciò che dice l’integrità della personalità, è il possesso della coscienza di sé. Nei casi di traumi (fisici o mentali) la certezza di quel possesso viene scissa dall’incertezza. Cosa succede, allora, nel traumatizzato? Succede, l’emersione del buio. Con ciò intendendo, l’emersione di un’altra parte della stessa personalità (se l’invasione viene da un’altra parte della mente) o di un’altra personalità se l’invasione avviene da un’altra parte del mondo: dal soprannaturale. La medicina dice che il traumatizzato da cause fisiche e/o mentali è uno schizofrenico. L’esorcista dice che è un posseduto. Distinguere, se malattia o possesso è estremamente difficile. Nei casi di quell’alterazione della personalità, allora, è doveroso intervenire sia in modo medico, che in modo “magico”. Quale, il senso dell’esorcismo? Direi, quello di ricondurre la personalità del malato e/o del posseduto al soggettivo sé. Con altre parole, di ricondurlo all’ascolto delle sole sue emozioni, e quindi, dell’ascolto di ciò che appartiene alla sua sola identità, allontanando, appunto, l’ascolto di altri influssi. Ho detto “magico” l’intervento dell’esorcista, mica perché sia un mago, ma perché, per legare una mente al solo suo stato di vita, ricorre a riti. Ogni cultura ha i suoi. Anche a me è capitato di essere influito oltre misura. Quale è stato il mio rito? Semplice! Ho detto a quella mente, e/o a quelle menti, o alla mia: fate quello che volete ma lo fate contro la mia volontà. Pertanto, vostra, è la responsabilità, e mia, la richiesta di giustizia. Sarà caso, sarà quello che sarà, ma gli influssi andarono tacendo. Niente di complicato, come vedi. Che sia perché non sono mica tanto normale?

Klinger secondo me

Alla ricerca di un argomento che mi mandi a letto un po’ più tardi apro il sito di Arte. Mi fermo sulla proposta “Max Klinger – lo scultore dell’erotismo”. Mai visto e mai sentito nominare. Ascolto la storia che raccontano i curatori e vedo le opere.  Prima fra le tante, spicca un Beethoven con la potenza di un Giove senza fulmini sembrerebbe, ma non è vero.! Giungo alla Crocifissione. Resto ammaliato dai colori. Mi ricordano qualcosa di già visto ma non rammento cosa o chi. Proseguo nell’ascolto sino alla fine di un documentario fatto bene ma che non mi ha appagato. Accontentarsi non è da me, così, torno all’opera che mi ha avvinto al punto da collocarla nella testata del Blog. Ovviamente, nessun amore é per sempre.

klingerperpost

Sul volto della Maddalena non vedo tracce di dolore per la morte dell’Amato. Pare una sonnambula capitata sul Golgota invece che tornar a casa. Mi dico: ci sarà pure una ragione se l’Autore l’ha dipinta come pare a me! La sua considerazione della donna come sonnambula? Al risveglio, chi soffre di sonnambulismo è soggetto ad amnesie. L’Autore rimprovera la prima amante di poca memoria sui suoi sacrifici. La mia impressione su questa Maddalena, quindi, direi che regge. Le braccia della donna si uniscono ai polsi, e il volto, oltre all’idea di sonnambulismo, suggerisce l’estasi di chi anela ad essere ammanettata dal soggetto desiderato. Bondage? L’Autore la dipinge in posa da mancamento. L’invitabile caduta é fermata da un uomo: Giovanni? Secondo la storia evangelica, Giovanni dovrebbe sussidiare la madre di Cristo, non Maddalena. Certo! In quel caso l’avrà fatto perché la Maddalena ha dimostrato un maggior bisogno. E’ istintivo guardare chi si regge. Anche per capire come farlo meglio. Nel quadro, invece, Giovanni regge la Maddalena, assentando dall’atto ogni emozione; é come l’avesse fatto perché in quei casi lo si deve, e giusto perché era lì. Certo! un volto dipinto senza emozioni è significante come un volto con emozioni. Su quel volto virile, però, l’unica che risalta é l’impassibilià. Farebbe capire che Giovanni non è interessato alla Maddalena, o alla donna, o alla femmina? Ipotesi queste, irrilevanti, rispetto ai contenuti della Crocifissione, allora, perché l’Artista ha sentito di doverlo dipingere come ha fatto? Mi sa che non lo saprò mai!

klingerperpost

A lato della Maddalena, l’Autore ha dipinto una donna, a prima vista anziana: Maria? Sul Golgota la si racconta ai piedi della Croce prostrata dal dolore. Klinger, invece, la dipinge padrona di sé. Sul volto, infatti, non gli ha messo alcun turbamento. Quello che non ha messo sul volto, però, l’ha messo nelle mani. Se l’é immaginata così, o ha colto l’idea da un’esperienza di vita? Con sua madre? Oltre la spalla destra di Giovanni, la Maddalena é retta da una donna. Ha la sinistra dietro la nuca: sui capelli. Mettiamo mano ai capelli anche sino a strapparceli quando diventiamo prede della disperazione. Dal volto della donna traggo preoccupazione e compartecipazione ma nessuna disperazione. Non conosco i riferimenti storici ed evangelici usati da Klinger per ricostruire la scena, così, non so chi sia quella donna. Una pia che seguiva il Cristo e conosceva la madre? Chiunque sia stata quella donna, volge lo sguardo verso Maria. Maria non gli presta attenzione: solo sta, a parte. Per sua scelta, o perché esclusa dal figlio? Perché l’Autore vede così il ruolo di una madre (stare a parte) o perché così é stata sua madre nei suoi casi? Di fronte a Maria il Crocefisso: è nudo. L’abbondante genitale è solo una macchia morta composta da due toni di colore. Se l’autore non l’avesse dipinta non sarebbe cambiato nulla. Il figlio é la madre si guardano. Ambedue hanno la bocca chiusa. Non c’è più nulla da dire. Perché, secondo l’Artista non hanno più nulla da dirsi? Perché é successo con sua madre?

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Il ladrone appeso dietro Giovanni é di età adulta. Diversamente, il ladrone appeso alla sinistra del Crocefisso ha un corpo giovane. Dipingendolo giovane l’Autore intendeva dire che anche la giovinezza è destinata a finire in croce? Perché, magari, é capitato anche alla sua? Ipotesi fosse, perché ci sono stati casi che gliel’hanno messa in croce, o perché ci sono stati casi in cui si é messo in croce? Ambedue le ipotesi sono possibili. Questo giovane ha la parte verticale del legno inserita fortemente fra i glutei. Nella realtà non é possibile. Perché l’Autore l’ha fatto? Per dire che il confine fra erotismo e pornografia é solo questione di un qualsiasi voglia contesto? Perché l’Arte può rappresentare quello che vuole? Perché la giovinezza è soggetta ad essere sodomizzata – sottomessa (simbolicamente o realmente) indipendentemente dai casi e/o dai chi? Perché tentato e/o violato da un desiderio di sacrifico comunque religioso? Popolarizzando quel destino, si può dire che è destinata a prenderlo nel didietro? Se l’é detto anche l’Autore durante la giovane crescita della sua Arte? Potrebbe essere, visto che gli è più volta capitato di sottostare – sottomettersi al maggior volere degli affermati nell’Arte della sua epoca.

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Sullo sfondo del quadro si vede la città di Gerusalemme e la Cupola della Roccia. Simbolicamente parlando, una cupola segna la presenza di un pensiero religioso, sovrano tanto quanto sottomette le idee alterne. La Cupola ai tempi della crocifissione non c’era. Perché Klinger l’ha messa? Fra le ipotesi: per riempire il quadro; per ambientarlo anche se non era necessario; per farci capire la genesi politica e storica della crocifissione; per farci capire la genesi politica e storica della crocifissione della sua vita nel caso si sia identificato con il ladrone giovane; per indicare che ha subito dei condizionamenti religiosi che da giovane l’hanno crocifisso? Lascio aperte le ipotesi; anche perché, se intime e non dette sono inverificabili. Se dette, invece, è inverificabile quanto sono completamente dette.

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Mi fermo sui giovani che l’Autore ha posto dietro il ladrone con la barba. Belli, ben fatti, nudi. Che centrano nella crocifissione che è seguita al volontario sacrificio del Salvatore? Trovo ben particolare la loro collocazione: uno dietro l’altro e molto vicini. La scelta di metterli così, la direi più adatta a una ambientazione gay che a una storia da Golgota. Non tanto perché il giovane dietro mostra i genitali ma perché posa la coscia destra sul sedere del giovane davanti. Nel mondo gay (come anche in quello etero) è un chiaro tentativo di seduzione, più che di mero erotismo. Da compiacimento appena accennato, sul volto del giovane dietro aleggia anche un ironico sorriso. Direi che sta pensando: ti conosco, mascherina! Non c’é alcun stato di erezione nel pene esposto di quel giovane. Più che un invito al sesso, mosso da una passione sessuale, quindi, lo direi mosso da un’-erotica provocazione. Il giovane innanzi non la rifiuta: ci pensa. Me lo dicono gli occhi. Rivolti in basso e verso nulla, sono di chi si ascolta. Di chi si guarda dentro. Direttamente o indirettamente vissute che sia, analoghe esperienze mi stimolano un’ipotesi. La respingo. Non se ne và. Devo dirla. E se la Crocifissione di un sedotto da una pesante idea da portare avanti, altro non sia stato che il modo per dire, la (o una) crocifissione dell’Autore? Quale sarebbe stata? Direi, quella di chi respinge quello che pure sente: uno o più piaceri omosessuali. I piaceri omosessuali, non necessariamente con_formano un’identità sessuale. Se repressi, però, possono giungere a fissare la mente che li rifiuta su ripetute fantasie: possono giungere anche all’assillo, quelle fantasie. Se la mente che li rifiuta sopporta quei desideri (e/o delle assillanti fantasie) come fossero croci da portare avanti, ne consegue crocifissa quella mente. Omo o etero che sia, una mente crocifissa da rifiutate fantasie sessuali può liberarsi dai suoi chiodi (le omofantasie non vissute in questo caso) vivendole nascostamente o rivelandole. Viverle sia pure nascostamente diventa un’ulteriore croce quando un’umanità si sente all’ombra di una Cupola. In ragione di tempi storici e di morale sessuale rigida, anche rivelarle può diventare una croce, ma se a subirla è un Artista, si dice e lo dice dipingendo una Crocifissione dove si vede quello che si sa, o si può, o si vuole vedere. Un’ipotesi non esclude le altre. Ad articolo visto e rivisto vado a letto: è quasi notte. Non so dire a che punto della notte quando accade il fatto che dico. Sento che ho piedi dentro un invaso umido e tiepido. Una bocca? Sono cosciente e vigile. La faccenda, più che spaventarmi mi imbarazza. Nella realtà lo fanno i feticisti. Io non lo sono e forse neanche lo consentirei. Non tanto per ritrosie da vigogna, ma proprio per assenza di qualsiasi condivisione emozionale. Quella bocca “succhiava” con la passione di chi (non potendolo per vari motivi) coglie l’occasione perché non va sesso da anni. Se tramite dell’occasione di “sesso” è stato l’influsso dato dall’articolo appena scritto, ne deriverebbe che quella “bocca” era del Klinger che è stato: un feticista represso che ha potuto liberarsi solo tramite me. Quanto sta in piedi questa ipotesi? Non lo so. Come in tutti i casi di medianità, nulla la conferma come nulla la smentisce.

Umanità – Società – Spirito

Lo stato umano nello stato sociale nello Stato sociale per lo spirituale secondo la visione “per Damasco”.

Umanità secondo Natura

Società secondo Cultura                          Spirito secondo Vita

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Natura, Cultura e Spirito sono lo stato trinitario della Persona. Nella corrispondenza degli stati la Persona è unitaria. Corrispondente alla Figura umana e sua emanazione: lo stato sociale. Lo Stato sociale è l’unità sociale composta dalla Natura del luogo in cui è collocato, dalla Cultura dei suoi cittadini e dallo Spirito che corrisponde dalla relazione di vita fra i componenti. La Figura del cittadino e la Figura dello Stato si configurano negli stati del Bene, del Vero e del Giusto. Il Bene è Cultura della Natura. Il Vero è Natura della Cultura. Il Giusto è Natura della Cultura dello Spirito: forza della vita della Natura nella corrispondente Cultura. Nell’ambito naturale (Umanità e Luogo) le realtà umana e sociale sono quello che sono. Nell’ambito culturale sono quello che sanno. Nell’ambito spirituale sono la vitale manifestazione di quello che sono in quello che sanno. La Comunione fra gli stati della Natura nel Bene, della Cultura nel Vero e dello Spirito del Giusto umani e sociali conformano e confermano lo stato Umano, quello Sociale e, per corrispondenza culturale e spirituale dei reciproci stati, la sua Civiltà. Norma e Normale è tutto ciò che attua lo sviluppo Trinitario – Unitario dello stato umano: stato di se, nello stato sociale per lo stato spirituale. A – normale è tutto ciò che divide lo stato umano da se stesso e per corrispondenza di divisione dallo stato sociale.  Dalla negazione per divisione dello stato trinitario (succeda a causa della Persona o per cause sulla Persona) la negazione dello stato Umano. Per corrispondenza di opposizione da divisione, la Persona è negata dallo Stato sociale e/o la Persona nega lo Stato sociale. Una separazione degli stati trinitari che succeda sia nell’Uomo che nello Stato sociale, conforma e conferma la disumanità dell’Uomo, quella dello Stato sociale e, per la mancata corrispondenza fra Natura e Natura, Cultura e Cultura, e fra vita e vita, l’inciviltà dello stato umano e di quello sociale. Tutto ciò che trinitariamente conforma e conferma è Via della Natura per la Verità della Cultura nello Spirito della Vita umana e sociale. L’Umano ed il Sociale giungono al proprio stato attraverso la Via della Natura nella Verità della Cultura per lo Spirito della Vita: suprema comunione del Bene della Natura nel vero della Cultura per il giusto Spirito. La corrispondenza fra lo stato Umano e quello Sociale, permette la Fede che permette l’Amore che permette la Vita. La Fede è la realtà che corrisponde all’amore corrispondente nella comunione. Su questa realtà, la Natura, la Cultura e lo Spirito umano e sociale, assurgono a trinitario – unitario tramite della realtà spirituale, nella realtà umana e sociale.