La sessualità è sempre transculturale


L’Amore non bada alla marca delle valige. L’Amore bada al viaggiatore.

La sessualità è sempre transculturale se per “transculturale” intendiamo l’identitario percorso fra una identità genitale di partenza (maschile o femminile che sia) e quella di un sessuale completamento, che, in non pochi casi, non necessariamente corrisponde a quella di origine. Vi è transessualità maschile, ad esempio, il cui connotato femminile è talmente prevalente da indurre il dato trans a viaggiare verso ciò che a livello psichico lo fa sentire sé stessa, anche raggiungendo il definitivo asporto dell’attributo genitale. Compiuto il quale, la legge gli concede il pieno uso dell’identità femminile. Il soggetto che non giunge a quella meta, pur rimanendo un transessuale a livello culturale e psichico, è, in effetti, solamente un travestito, e così, (se non vado errando) viene considerato dalla legge. Nel mondo della prostituzione, la conservazione dell’attributo genitale maschile è un valore aggiunto che, necessariamente, il transessuale completamente definito non ha più. Pur simile alla una donna, infatti, perde l’aurea della diversità; diventa, cioè, comune, per quanto più femminile di molte donne. Ora, visto che si continua a sindacare su quello che cerca un omosessuale in un maschio, e visto che se ne traggono dei giudizi, anche aprioristicamente negativi, possiamo o non possiamo sindacare quello che cerca un etero in una figura femminile nel caso di compiuta transessualità, o in una simil femmina (come simil maschio) nel caso di un viaggio sessuale che si è fermato appena prima di un tavolo operatorio?

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