In famiglia

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L’adottante Cesira: mia madre.

Era sul balcone di casa: camera da letto sopra, cucina sotto. Pavimento di mattoni sopra: ballava tutto quando ci camminavo. In cucina imperava un sempiterno odor di polvere: forse perché il pavimento era di tavole non trattate. Diviso da una parete di faesite, nella cucina c’era anche il cesso: un bidone di latta. In camera (forse un 5×4) dormivamo in tre: Cesira, Costantino (parassita marito di seconde nozze) ed io. La finestra della camera aveva dei vetri, trasparenti per esilità oltre che per genere. Pensavo di aver lasciato a Vellai i freddi invernali: mi sbagliavo. La camera dava sulla strada che subito dopo portava al Ponte della Torre Vecchia. L’orologio della Torre (il maledetto) suonava alla mezzora e all’ora! Chissà se il gattino che ha in braccio è lo stesso che disegnava quando (tramite l’amico medium) scriveva a me: poche volte devo dire. Indossa la vestaglia di quando “l’andava a mastèi” cioè, a lavare la biancheria nei mastelli di altri. Aveva i cappelli nerissimi e abbondanti. Non ho mai saputo perché mi abbia adottato. E’ anche vero che non gliel’ho mai chiesto. Vero è che non mi è mai stato un problema.

Ancora mia madre con un bambino.


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Non ho mai saputo chi sia, e neanche se ero io. Dietro questa foto c’é scritto un mistero. La calligrafia è della Cesira. La trascrivo com’è: spaventiti di questa. La hanno fata a casa nostra. la fata Bepi Cavalaro e Bruti… Nell’angolo a sinistra, ha scritto: come la tua… ma qui la foto è tagliata. Dal tenore della scritta arguisco una qualche tragedia: almeno per quei tempi. La vigna della foto mi pare quella della zia Maria: sorella che abitava alla Lupia (o Luppia) di Saletto. La zia Maria (segalina, sempre vestita di nero, disponibile al sorriso) era sposata con un padre_padrone. Mi capitava di vederlo,  davanti al caminetto, seduto su una sedia alta e grande fatta di legno e paglia. Era presente anche quando non lo era: lo ricordo ancora. Lavorava come stradino. Non l’ho mai sentito parlare. Quand’era in casa non doveva volare una mosca! Più che una casa era una colonica. Davanti aveva un grande cortile di mattoni. Davanti al cortile una grande vigna. Alla sinistra della casa, la stalla con sopra il fienile e il ricovero dei mezzi: di fronte c’era la porcilaia. Alla destra della casa un paio di campi: dietro anche. Per gli occhi e le fantasie di un bambino circoscritte dalla vie di Este, quei campi erano giungle di misteri. Sono passato davanti a quella casa molti anni dopo. C’era ancora: raso sino all’arido tutto il resto! Ho pianto.

In questa foto, Cesira ci sta come se mi avesse adottato solo lei. E l’adottante Luigi? Non ricordo come e quando ho trovato questa foto. Solo dopo la sua morte fra le carte di Cesira, penso. Vista la misura delle orecchie che mi ritrovo, e viste quelle del bambino, direi che sono io.

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Luigi: padre adottivo.


Luigi. padre adottivo


E’ fotografato con la divisa coloniale.  Di mio padre ricordo come fosse ieri una sua premura. Con un suo amico mi aveva portato al Farinelli (di Este) a vedere un film con il tenore Mario Lanza. In quel film cantava La serenata del somarello. Non ricordo nulla del film ma non ho mai dimenticato la travolgente canzone. Più di un qualcosa non mi torna se accosto il Luigi premuroso con il Luigi in divisa coloniale. Chi dei due è veramente il Luigi che a dire della Cesira faceva il muratore all’Utita e che morì a causa dell’appendicite? In una seduta medianica chiesi informazioni. Meglio non parlarne, fecero scrivere.

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