Come siamo messi con la Verità?

Mi sono svegliato pensandomi mentre sostenevo delle opinioni sulla Verità. Guardo il meteo sul cell. Mi mostra 9 gradi e nebbia. Vado alla finestra e l’apro: è frescotto e grigiotto. Quanto sento e quanto vedo mi conferma localmente veritiero il meteo. Per conoscere il vero, quindi, è necessario porre in corrispondenza il dato reale con le emozioni reali comunicate da quel dato. Elevando il pensiero sino al massimo del nostro possibile, si può sostenere che ci è possibile giungere alla Verità (all’universale meteo) sommando i dati del massimo sapere con quelli del massimo sentire. La somma del massimo sentire e del massimo sapere che possiamo non è la Verità, tanto quanto non è universalmente saputa e sentita allo stesso modo. Quanto, della Verità, non è universalmente saputo e sentito forma le nostre verità. Più di una volta mi sono chiesto, quanta Verità c’è nella tua strada “per Damasco”, Vitaliano. E ammesso di poterlo dire, quanto lo puoi provare? Non sono ancora così perso da poter affermare di conoscere la Verità, tuttavia, di quella piramide certamente posso dire di poter conoscere gli stati di base. Li dico universali perché sono eguali per tutti. Sono il bene per la natura della vita, il vero per la sua cultura, e il giusto per lo spirito: della vita forza naturale e potenza culturale e spirituale. Ponendo il maiuscolo ai principi detti, poniamo il maiuscolo ai principi identitari della vita al principio di ogni principio: a quelli, cioè, del Principio. Lo affermo per attributo e non per nome, perché la conoscenza del nome (solo culturalmente possibile) implica l’universale conoscenza di quanto, cosa, e come è quel nome. Ora, per accampare credito posso anche nominarlo pur non sapendone nulla, ma se voglio essere onesto sia con me stesso che con la Vita, non lo posso perché saprei di star “nominando il nome di Dio invano”. Certo, possiamo dirlo di conoscere secondo fede, ma la fede è la ragione della speranza, non, della conoscenza. La speranza è un bel lenitivo ma non lo assumo e raccomando di non assumerlo. Prima o poi, o tanto o poco si è sempre rivelata come placebo, quando non come strumento da multiforme meretricio. I principi del bene per la natura, del vero per la cultura e del giusto dello spirito posti nella trinitario unitaria corrispondenza di vita dicono l’identità di quanto siamo secondo natura, sappiamo secondo cultura perché sentiamo secondo spirito. Dove, come, e quando possiamo dirli universalmente veri pèrché universalmente condivisi? Certamente lo possiamo secondo una Natura che indipendentemente dalla forma è pur sempre il luogo della vita, vuoi secondo i suoi principi, vuoi secondo il principi del Principio, ma quanto possiamo dirli tali secondo cultura? Non sapendo nulla del Principio (a parte il fatto di essere la vita che ha originato il suo principio: la vita) mica posso affermare di sapere i suoi principi o sentire il loro stato. Tuttavia, se quanto è di una Somiglianza, non può non essere dell’Immagine che l’ha formata, sapendo la Somiglianza, non posso non sapere l’Immagine. A scanso di equivoci e distratti lettori lo riaffermo: la mia conoscenza del Principio si basa su un vortice di conoscenze, non, di un’intima conoscenza che al massimo dell’orgoglio e della superbia posso dirla come quella del grano di sabbia su una chilometrica spiaggia. No, non è falsa modestia o ritrosia: di quanto vivo è la pura realtà! Del vortice dei pensieri detti dove ho trovato l’iniziale punto che, fermando la mia mente, gli ha impedito di essere travolta dagli infiniti casi e distingui che incarnano quanto sapiamo e sentiamo? L’ho trovato dove è sempre stato: nello stato di spirito, in pace quando è originato dal bene che corrisponde al vero quando è giusto. Raggiungiamo lo stato di pace tanto quanto, dalle nostre conoscenze, escludiamo il giudizio pur, ovviamente, non escludendo (su dati e/o fatti) il necessario discernimento. Volente e/o nolente sé che sia, il giudizio comporta il dissidio fra confronti: as esempio, la mia Verità è più vera della tua. Così per le opinioni e così per i possessi di qualsiasi genere o stato o caso. Se da un lato il giudizio da discernimento è legittimo quando è emesso per la costituzione di una qualsiasi identità (ricostituente in questo caso) dall’altro è un tossico quando emesso a favore del bisogno di dominio sulla vita altra quando non su quella del Principio. Il dominio sulla vita del Principio è veleno tipico delle religioni che, affermando di conoscerlo secondo Verità si sono impossessate dell’Uno. Questo genere di madornale errore è compiuto da chi afferma realmente vera l’immagine dei miraggi che capita di vedere in stati (comunque causati) di alterazione mentale e/o spirituale quando non spiritica. Raggiunta la pace naturale, culturale e spirituale permessa dall’assenza del dissidio, ogni mente in quello stato potrà dirsi il tempio di quanto è per quello che vive in ragione di quanto conosce la sua cultura, e sente la forza della sua vita: lo spirito che dato lo Spirito gli è unitaria potenza. Detto questo, vado a mangiare. Mi aspetta una miserabile pasta al pomodoro, un uovo, che non potrei mangiare, e un caffé che non potrei bere. No, non è un menu dello stato conventuale raggiunto: è, invece, da raggiunta pancreatite in necrosi. Non permetterò che mi raggiunga lo spirito.