In una mattinata degli Esposti

In una mattinata degli Esposti, con fare misterioso ci caricano in sei su una Fiat 1400 chiusa con un telone. Non le chiamavano pick-up allora. Dopo un viaggio che mi parve eterno, al buio, senza bere niente, vengo scaricato qui davanti. Nella parte più alta della “torre” c’erano le stanze dei preti e l’amministrazione. A sinistra della torre quelle delle suore. La porta a destra era quella della cucina: per tutti, suppongo. Alla destra di quella il nostro refettorio, e in ultima la calzoleria. Sul momento mi sono vergognato delle “galmare” (stivaletti con suola di legno) che mi hanno dato al posto delle scarpe, ma d’inverno mi sono ben ricreduto; da morire per il freddo ai piedi, con le scarpe. Sopra il refettorio i nostri dormitori, o meglio, dei grandi solai serviti  solamente da due stufe di coccio, accese sino a che durava il primo carico di legna. Proverbiale l’inverno a Feltre. L’affrontavano (noi orfani) con una coperta di scarsa sostanza, ricordo. Per il freddo. rigido come  un baccalà. prendevo sonno solo quando crollavo. Molto a destra di quanto si vede in questa foto, superata una scalinata si accedeva a un cortile, generalmente usato come campo di calcio: era in terra battuta e non mancavano i sassi. Mi dirigono verso il campo. Salgo le scale e ci arrivo. Da un muretto alla mia destra che non avevo visto colgo una voce. Dice: oh, è arrivata la signorina! Portavo la divisa dell’orfanotrofio di Padova. Un unico in due pezzi, composto da una sorta di calzone corto che mi stava piccolo e stretto (all’epoca generazionali, gli abbigliamenti) e una camicetta, anche quella altrettanto stretta e corta. Il tutto, in una vigogna colorata come leggero caffelatte e punteggiata da quadrattini blu. Tempi di magra anche per lo stile, all’epoca!  Spaesato di tutto e da tanto, che potevo rispondere a quel chierico di indegna chierica? Da quell’indegno (come da tutti i generi di indegnità contro il debole che ero, e che tutti non finiamo mai di essere) mi sono difeso facendomi “autistico”. In quella bolla, non permettevo l’ingresso (come non lo permetto oggi) a niente e a nessuno! Certamente, c’èra l’indegno che la superava (come mi succede e ci succede anche oggi) tuttavia, con sempre maggior difficoltà e sempre più raramente. Ora, sono suoni distanti. Provengono da oltre il muro della  mentale trappa che ancora mi protegge quando mi ritiro.