Il tempo di riparare

Il tempo di riparare è nel tempo di pagare. Ho conosciuto Vincenzo A. e il fratello Marco negli anni 75/80. Da prendersi con le molle, Vincenzo. Marco, invece, era un ragazzaccio vitale, chiassoso, bellissimo. Amante indefesso della femminilità ma non del genere mascolino. Fosse stato, le amiche di piazza l’avrebbero saputo. Decenni dopo, ho sentito la sua voce provenire da una macchina ferma ad un l’incrocio. Solo un saluto, è vero, m’ha mi ha chiamato per nome. Il Vincenzo dell’epoca non si sarebbe mai sognato di scrivere la lettera che le ha mandato perché troppo preso dalla costruzione di una identità basata sul carisma che l’ha portato ad essere quello che è stato ed ha fatto. A cosa addebitare la decennale inversione esistenziale, che più a “U” di così non saprei proprio dire? A mio vedere è stata la presa d’atto di chi si è reso conto che il percorso iniziato non dava nulla alla sua vita, se non una fama da dover costantemente rinnovare (costi quello che costi!) per non essere “sepolto” da più nuovi o più giovani affamati di potenza. Le dinamiche del male e del potere sono banali, signor Direttore; ed è frase grande anche se svilita perché pare fatta, però, non a chi come l’A. ha visto il male ed il potere come suoi prossimi. Sono più che convinto che non ci sarebbe l’A. di ora se l’A. di allora non avesse pagato la sua esperienza; pagato, non, nel più o meno vendicativo senso sociale che è diventato quel verbo, ma pagato nel senso di chi ha appreso con fatica ciò che è il vero, nel senso di chi ha appreso con dolore ciò che è il bene. Si può riparare una informazione se prima non la si è appresa? A mio avviso, no. Prima del riparare, pertanto, non ci può non essere il pagare. Fatica e dolore possono piegare le ginocchia, possono piegare l’animo. Nella lettera dell’A. si avverte la presenza sia della fatica che del dolore, ma non è della sua fatica e/o del suo dolore che parla. Direi che parla, invece, della necessità di riparare la vita là dove c’è fatica, la dove c’è errore, la dove c’è dolore. Per farlo, il Vincenzo dice che basta anche “un granello di pietà”. Di quella che non paia debolezza, però, che i detenuti sanno ben distinguere ciò che è della Giustizia, da ciò che non lo è, così, dove non siamo in grado di soddisfare il loro bisogno di giustizia, tutto diamogli fuorché della melensa carità.