Credo, confido, diffido.

Credo nel Padre. Del suo principio (la vita) assoluto generante. Confido nel Cristo Maestro. Non lo riconosco come Figlio del Padre. Un Principio assoluto può generare solamente l’assoluto che è, quindi, solamente ciò che è: vita. Neanche è possibile che un Assoluto si incarni in un non assoluto. Ad un Assoluto è possibile invece, incarnare il suo principio: la vita che da vita. Riconosco Cristo prossimo al Padre in ragione della sua conoscenza sul Principio. Non lo riconosco come Dio. Non ci può essere un altro Dio. Certamente lo riconosco al vertice dei Figli che per principio tutti siamo in quanto portatori di vita: facoltà generante del Padre. Come forza e potenza della vita del Principio credo nello Spirito. Apro una parentesi: secondo me non vi è scontro fra religioni, tanto meno uno scontro fra i Maestri che diciamo Profeti.I Maestri ricongiunti con la forza e la potenza dello Spirito, nello Spirito annullano sé stessi in ragione del loro stato di spirito. In ragione dello stato di coscienza sulla vita del Padre, lo fanno tutti quelli che si riconoscono figli dei principi del Principio. Vedo, invece, uno scontro fra religiosi: scontro motivato dal bisogno di supremazia (spirituale, sociale, politica) degli “esecutori testamentari” dei Maestri, nel tempo diventati (e/o fatti diventare) dei fiancheggianti poteri quando non proprio potere.

Il Dio di Wojtyla

Piuttosto che l’immagine di Dio il “Dio disgustato di Wojtyla!” mi pare la proiettata immagine dell’IO che constata una semina insufficientemente confermata e poco intruppato il suo gregge. Sarebbe ora di smetterla di immaginare Dio secondo una teologia a somiglianza della nostra psicologia. Da questa teofantasia, infatti, non può non risultare che i nostri discorsi su Dio sono il frutto di chi immagina vera la sua idea del Grande, solamente perché sta pensando in grande. La rivelazione di Dio è la vita. Che altro vogliamo da Dio? Vogliamo che ce la gestisca, o siamo alla ricerca di un colpevole senza attenuanti?

Nel proiettare su di me

Nel proiettare su di me la tua domanda di piacere hai agito come di solito agiscono gli uomini, ma nel tenere conto solamente di te stesso hai agito come agiscono i bambini. Si può ben dire, dunque che a monte del fatto è stata la tua parte istintiva (l’animale) quella che ha sputtanato la riflessiva (la razionale) e non il mio rifiuto di te. Sai bene quanto me, che nel mondo che agisci l’offerta amorosa é quasi sempre un mezzo per raggiungere un dato scopo. Dal momento che non sei un libero, quanto era vera la tua offerta o quanto la tua presente condizione non la può rendere libera se non rinunciando all’altra amante: la roba? Ti pare che con la mia esperienza possa ancora credere di essere amante in grado di competere con l’altra? E’ ben vero che lo scopo (la soddisfazione della tua amante) non è un mio problema ma è anche vero che anche tralasciando quella morale è mio problema la chiarezza culturale. Per quella chiarezza non mi è possibile mescolare il “diavolo” (la ricerca di amanti fra le Personalità td), con l’acqua santa (i propositi ausiliari che mi propongo come persona e Associazione) se non agendo falsamente con ciò che penso. La chiarezza culturale ha dei costi. L’averti detto di no è stato il prezzo che ho pagato. Se non avessi pagato quel prezzo mi sarei sentito un uomo di merda. Come vedi, in ballo non c’è il fatto che tu ti sei sputtanato ma il fatto che, culturalmente parlando, almeno ai miei occhi non posso sputtanare me. Accetterò la tua offerta quando mi avrai dimostrato di essere libero ma, da libero, puoi dire a te stesso che la rifaresti?

Questa notte

Questa notte l’ultimo Piccolino della serie ha rotto le palle, e questa mattina gli ho dato il Tfr. Le ha rotte, per l’impossibilità (è talmente tipica da farmi pensare che sia culturalmente congenita) di sottomettere ciò che viene a sapere a quello che sa. Ho rilevato la stessa situazione, in tutti gli arabi che ho conosciuto: vuoi biblicamente, vuoi per amicalità. Generalizzare è sempre erroneo, ma, cazzo, possibile che fra tante mosche nere, nessuna bianca? Nel pomeriggio di sabato, avevo conosciuto un altro nordafricano: algerino. Parliamo. E’ fissato sulle Grandi Domande. Gli dico l’inutilità di farlo. Gli dico che se Islam è “abbandono nella volontà del Padre”, è il Padre che deve rispondere a quelle domande, e che tentar di rispondere in Sua vece, oltre che sterile è antislamico. Mi da ragione, ma… Entriamo, poi, in dettagli personali. In virtù di discorso gli faccio riconoscere la necessità di dire almeno a sé stessi, ciò muove la sua presenza in quel porcheggio: notorio luogo di spaccio di un certo “vizzietto”. Mi dice che ama la donna “sino ad un certo punto”, ma che è con l’uomo che si diverte. Giunge al punto da segnalarmi la sua eccitazione. Noto, non colgo i sottintesi, saluto, e mi avvio per lasciarlo: quasi si arrabbia! A parole sei bravo a svegliare, mi dice, ma poi, lasci lì! Ed è a questo che intendevo arrivare. Noi li risvegliamo, ma poi li lasciamo lì! O, perlomeno, non li prendiamo in carico, quanto basta per collocarli in un nuovo, lì! Lasciati così, fra lì e lì, che altro possono fare se non tornar a rinserrarsi nelle loro fortezze? Ed è quello che ho fatto io: vuoi perché a me non adatto al piacere, vuoi per un ferro che ho sentito sulla gamba, dove (per caso?) ho appoggiato la mano. Poteva essere una protesi ma anche un possibile coltello. Non è detto a scopo di rapina. Potrebbe esser detto a scopo di difesa da altri avversari e/o nemici. Nello spaccio si usa e quel giovane, spacciatore lo era. Qualunque cosa sia stata, non ho ritenuto necessario verificarla. Anche perché ho conosciuto miei polli: arabi o no che siano, sia biblicamente che no.

A me piace la donna

Dopo il piacere il pakistano mi dice: a me piace la donna! Ha troppo bisogno di quest’affermazione per star lì a piantar discorsi, però, avrei voluto dirgli: si ama la Donna per il comune progetto di vita; si ama l’Uomo per un progetto di piacere, che, in comune, può durare anche una vita. L’importante, è sapere cos’è Scarpe e cos’è Zoccoli; non confondere Scarpe con Zoccoli; sapere quando indossare le Scarpe, e quando gli Zoccoli; non indossare una Scarpa e uno Zoccolo; non rimpiangere le Scarpe quando indossiamo gli Zoccoli, o non rimpiangere gli Zoccoli quando indossiamo le Scarpe. In primo, non rinunciare a vivere le Scarpe perché qualche volta fanno male ai piedi, e non rinunciare a vivere gli Zoccoli perché fanno rumore.

Una sera in stazione

Una sera in stazione, accanto a me era seduto un giovane ancora bellissimo. Anche se a suo tempo si era proposto (non è stato facile dirgli di no) non era e non è mai stato un possibile amante perché era uno dei ragazzacci che avevo seguito quando mi sono occupato di tossicodipendenze. Arriva un poliziotto. Si ferma a qualche metro da noi. Chiama il giovane e gli chiede cosa ci fa lì! Il ragazzo risponde: stavo parlando con questo signore. Il poliziotto replica: non vedo signori! Per quale diritto e/o dovere ha ritenuto di dover manifestare quel suo gratuito disprezzo? E se anziché mandarlo mentalmente a fanculo (quel poliziotto) gli avessi replicato: ed io non vedo un poliziotto degno della divisa, vuoi scommetterci che mi sarei beccato una denuncia se non delle botte in caserma? Allora, se la gente generalizza, può anche essere perché gli indegni della divisa si fanno vedere più dei degni, oppure, perché i degni non fanno quanto basta per farci capire che sono ben separati dagli indegni. Più volte ho sentito dire dai poliziotti e/o dai loro rappresentanti che non si può morire per uno stipendio! Cosa significa? Che non lo può il poliziotto ma lo può chi porta un’altra tuta?

Un po’ per celia

Un po’ per celia e un po’ per non morir. Quando voglio sminuire delle valutazioni eccessive mi do della “vecchia finocchia”. Per me, è chiaro l’intento ironico e/o al caso provocatorio ma non per tutti. Ai tutti ricordo che per difendere il collo da pericolosissime prese gli animali in lotta offrono la pancia; ed è quello che faccio io! Per l’animale che prova a morderla, però, ho pronte le unghie!

Sto andando al supermercato

Sto andando al supermercato. Dall’altro lato della strada vengono avanti due nordafricani sui trenta. Si tengono per mano. Mi conoscono, o meglio, immaginano di conoscermi, ma per quello che conosco del nordafricano non è che ci sia questa gran differenza! Li guardo. Staccano le mani. Siccome li vedo tutto il giorno in panchina, (prevalentemente fuori di testa) da tempo ne ho dedotto che vivono d’espedienti (spacciano, scroccano, e quando di necessità) pure, tutto accettano fuorché farsi vedere accomunati da una amicalità in odor di Finocchio! Lungi da me l’idea di veder tutti quanti liberi di prenderselo nel didietro, ma, signur, è così pauroso essere e praticare sé stessi? Fa così paura permetterlo, e permetterselo? Evidentemente si, se a Napoli un padre ha ucciso il figlio che voleva viversi per quello che sentiva di essere, e che il padre ha voluto/dovuto uccidere per allontanare dal suo albero quell’ombra. Gli sia leggera almeno la terra.

E’ quasi l’una: è l’indianino

Suonano. E’ quasi l’una: è l’indianino. Nel primo incontro m’ha fatto esclamare 13! Nel secondo, sia pure sorridendo, 11. Nel terzo, a sorriso quasi piatto, 9. Nell’ultimo incontro è arrivata a contare non oltre il 6 +. Ricordo ben altre storie. Infrastrutturate, però, da ben altra storia. Dal che si può dire che è la storia che regge per sempre quanto ci racconta la passione. Amiamo per sempre, allora, tanto quanto sappiamo costruirci una storia per sempre. In assenza di questa, però, perché mai dovremmo disdegnare i racconti brevi?

Molti anni fa

Molti anni fa attorno ad un mio amico gravitava un giro di militari. All’epoca uscivano in divisa e tutte le streghe avevano l’ospitale casetta sia per il cambio che per il contraccambio. Per amor di compagnia, più che di seduzione, accompagno un paio di quelli a casa loro: nel pavese. Arrivati, se ne vanno per i fatti propri. Io resto in un bar. Forse perché novità in un piccolo paese, vengo avvicinato da un gruppo di ragazzi/e. Se ciacola, si ride. I militari tornano, saluto la compagnia, saliamo in macchina per tornare a Verona. Sto per avviarla, quando una ragazza apre la porta, mi bacia, la rinchiude. Resto al volante, o meglio, non so più se sono al volante! In quel dato momento, a puttane tutte le mie sicurezze sessuali! Qualche giorno dopo, discuto la faccenda con uno di loro. Gli dico: ma cosa si aspetta da me, quella ragazza? Non di certo, fisicità! Mi risponde il ragazzo: cosa vuoi che sia! Mentre sei con lei, puoi anche pensare ad un uomo! Cacchio, Maluna, sono andato a puttane, un’altra volta! Non solo perché mi sono riscoperto di tutto fuorché lo scafato che mi credevo, ma anche perché non vi è consiglio che non nasca da esperienza: propria o d’altri che sia. Morale della favola: visto da vicino, nulla è normale! Oppure, non capiamo e non viviamo più la vita, perché c’è l’hanno messa troppo distante per vedere com’è.