I pacchi nel Volontariato

Questa mattina sono andato al gruppo vincenziano. Ho coadiuvato il volontario addetto alla distribuzione dei pacchi di alimentari. Si danno a chi ha famiglia. A chi non ha famiglia, invece, il pacco almentare viene sostituito dal pasto alla mensa. Capita che vi siano singoli che si presentano anche alla distribuzione dei pacchi. Come fermare i furbi? Cercando di conoscerli. Allo scopo, sono andato ad assistere al servizio di mensa. Il vincenziano non può aiutare più di settanta persone. Entrano. uomini e donne. Cittadini dell’Est. Srylanka. Nordafricani. Si siedono ai tavoli. Aspettano la distribuzione del cibo. Se il senso dell’umiliazione che li accompagna avesse anche una pur minima valutazione bancaria, potrebbero vivere di rendita. Arriva un sacerdote. Sulla mia età. Giovialone. Sereno, direi, o forse, attore. Li invita a pregare. Mi sono allontanato. Mi sono rivisto nel collegio di orfano. Stessa l’umiliazione. Stessa la fame. Stesse preghiere che non finivano mai. Non me ne voglia il Cielo, ma io avevo fame di cibo, non, fame di Dio. Avevo una fame della madonna. Penso così, caro il mio Renato, di aver cominciato a farmi conoscere anche al Gruppo. Naturalmente (e te pareva!) non ho potuto non dire quello che penso. Il sacerdote me ne ha dato l’occasione. Li ho fatti pregare, mi dice, ma senti cosa m è capitato. Un mussulmano (assieme ai suoi compagni) m’ha chiesto se poteva pregare secondo il suo credo. Certo, gli dico: e si sono messi ad urlare un qualcosa. Tempo dopo, continua il sacerdote, quel mussulmano ha chiesto conferma a suo padre: iman nel paese di provenienza della persona in questione. Il padre gli dice che non può continuare così, perché i mussulmani non possono pregare con i cristiani; e si fa una sommessa risatina (il prete) intendendo, con quella, sottolineare “l’assurdo” che lui invece permetteva. Caro padre, gli dico, io credo solamente nella preghiera viva: azione di bene verso la vita: persona o il Tutto che sia. Far pregare nelle condizioni di dipendenza, invece, diventa la marchetta che si chiede al povero di pagare per poter mangiare: lo trovo cristianamente rivoltante.

Novenbre 2009

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Le storie restano

Quando ho iniziato a vivere la mia storia sessuale, non c’era piattola nel giro di chilometri che non prendessi. Succedeva anche con gli uomini_piattola. Destini. Rimorchio un soggetto. Amante di rara nullità, culturalmente insulso, scolasticamente infantile, balengo, ma, bellissimo. A me non piacciono i belli. Quello però, era di una bellezza che direi mobile, come mobile è la donna non precotta. Accudiva cavalli in un Circo arrivato a Verona. Dormiva, molto probabilmente, sulla stessa paglia. Non so come conosce una rossetta. Non bella ma graziosa, simpatica, determinante. La conosco anch’io. Viene a casa mia. Resto anche fuori di casa mia, per permettere a loro di stare assieme. Al ragazzo faccio tagliare i capelli in un modo che a me pareva più adatto al suo viso. La piccola ne è entusiasta. Per tutto il pomeriggio, la sento esclamare: Dio, che bel, dio che bel, dio che bel! Il padre si oppone violentemente. E’ di pelo rosso anche lui. Vado a casa di quell’uomo. Sostengo le ragioni dei due piccoli. Immaginatevi la scena! Il Finocchio che non si sa da che parte salti fuori, va a dire a quel padre, (caratteraccio!) che la sua unica figlia sta bene con un ragazzo che non si sa da che parte sia saltato fuori. Dove avevo la testa, lo sa solo el Signor! Il ragazzo prende la sua strada con la sua piccola. Si sono sposati. E’ rimasta incinta. L’ho rivista con una carrozzina. Non so più nulla. Anni dopo, mi arriva una cartolina del ragazzo. C’è scritto: nonostante tutto sei un mio amico. E’ vero che ho preso le piattole, e pure i pidocchi da quell’amante, ma le piattole e i pidocchi passano, le storie no.

Dicembre 2006

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Le teste del piacere su le teste del sapere

Finito il lavoro compio il giro delle solite cappelle: giornalaio, tabaccaio, birretta da un amico, tramezzini e birra scura al supermercato. Indi, all’ombra di non so che albero, mangio e leggo il giornale, poi, a casa. Sono quasi le cinque. Non ho voglia di niente. Vado a letto e sogno. Sono sul lavoro. C’è un giro di gioventù che corre lungo i porticati e staziona sul verde. Faccio un giro di controllo. Giocano buttandosi dietro della terra. Il pavimento del porticato è un bullonato nero. C’è terra da per tutto. La ragazzaglia mi vede arrivare e mi capisce al volo: scappa. Sul prato centrale, però, seduti sull’erba, ne rimangono alcuni fra carte e cartoni sparsi in giro. Non ci vedo più! Dite ai vostri amici, urlo, che questa è una proprietà privata, e che loro sono delle emerite teste di cazzo! C’è chi mi guarda ridendo. C’è chi mi guarda incazzato. C’è chi non mi fila per niente. Come non esistessi. Sappiamo cosa significa emerito, ma, quanti sanno cosa significa testa di cazzo? Provvedo per quelli che non lo sanno. Essere delle teste di cazzo significa sottomettere il principio del sapere (il vero) al principio del piacere (il bene) senza curarsi del giusto: principio della vita. Non è vero che non esistono più i valori. E’ vero, invece, che esistono le teste di cazzo e che stanno imperando!

Maggio 2007

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Tanto va la gatta al lardo

Nonostante si dicano contro l’omosessualità e la gayezza, più di un omofobico castigamatti è stato trovato con le zampe nel lardo dei problemi da negata sessualità. Succede anche nelle tossicodipendenze. Comunque espressa, i sofferenti da negazione, infatti, tendono a curare la propria devianza osteggiando i devianti. Chi usa questa “terapia di recupero” è destinato ad arrendersi alle proprie pulsioni, oppure, volgendo verso sè stesso l’ostilità che dirige verso altro da sè, ad avvelenare sia la vita propria che l’altrui. Analogo avvelenamento succede in chi vota dei pegni che la Natura sessuale non concepisce. Dove non lo conferma la psichiatria lo conferma la cronaca.

Datata Agosto 2007 – Pressochè rifatta nel Dicembre 2019

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“Cosa darei per credere!”

Tua madre è davanti una soglia. Non è detto che la supererà. Dall’ultimo tuo post, capisco, però, che ad averla superata sono i tuoi sentimenti; per questo, ti scrivo questa lettera. Perché aperta? Perché tutti, abbiamo accompagnato davanti la Soglia chi abbiamo amato. E lì, il più delle volte ci siamo ritrovati senza parole. Il più delle volte, senza Parola. Non mi ricordo più per quale tua lettera o commento, ma qualche tempo fa ti ho fatto avere questo: Non chiedere alla foglia sull’acqua perché quella mattina è caduta. E’ parte del sistema che mi hanno detto vita. Il mio nome sulla via è una memoria, che si va’ sbiadendo. Qui si narra un’altra storia. La si narra sorridendo. Mi par di ricordare, che avevi parlato del dolore nella separazione. Ti dissi che il mio commento era un po’ sullo stile di Spoon River. Mi dicesti che ti sembrava un’addio. Lo era. Era l’addio di chi , dopo aver fatto tutto quello che gli avevano detto che doveva fare, ha lasciato questo piano di vita. Ora, però, soffermati su l’ultima parte di quello scritto: “Qui si narra un’altra storia. La si narra sorridendo.” Per quali fantasie o credo ho potuto concepire che oltre noi vi sia il sorriso, prima o poi andrò a verificarlo. Al momento, persevererò, nonostante sia diabolico ciò che immagino sui motivi per cui, di là, giungeremo a sorridere del di qua! Innanzi tutto, lo penso per fede. Fede in un Dio? Dio: enorme parola Pablito. Non dovremmo “nominarla invano”: è vano! Talmente enorme, quella Parola, che la mia mente ne sa un assoluto zero! Al più, ne sa di quello che sinora ci hanno detto, ma, non è su parole di vicari, che ho riposto la mia fede nella vita!

Teresa d’Avila ebbe a dire: è maledetto chi crede nell’uomo! Non maledetto da Dio, sai! Per la sua capacità di errore, è, da sé stesso, il maledicente maledetto. Non per questo non và ascoltato, ma, per questo, non è nell’Uomo che dobbiamo porre la nostra fede. Credendo nelle infinite possibilità della vita, ovviamente, credo nel Suo autore. Può anche essere una formula chimica, per quello che ne so io, ma è il Principio delle cose sino dal principio, quindi, è il Padre! La fede, Pablito, non è conoscenza della ragione: è conoscenza della speranza! Ma, la conoscenza della speranza c’è l’hanno solo i bambini, quindi, è necessario tornare bambini, per credere nel Padre. Nel contesto del discorso, tornare bambini, certamente non significa tornare infanti. Per tornare Bambini, non c’è ricetta valida per tutti. Così come non c’è, per diventare Adulti. Ognuno di noi deve trovare la sua via. Questo scritto, pertanto, è come la tabella che ti dice che per andare dal Padre bisogna dirigersi di là, però, la tabella nulla sa, oltre questo, se non il fatto, che di là, narreremo la nostra storia sorridendo. Lo credo, vuoi perché ritroveremo il Padre, vuoi perché ritroveremo la verità della nostra vita, se è quella, che chiamiamo Padre: qualunque sia verità, sia ben chiaro! E, se oltrepassata la soglia ci fosse il Nulla? Indirettamente, a questa domanda mi aiuta a risponderti il Bortocal. Il Bortocal mi ha fatto scoprire, il Nulla, come senso della possibilità! Anche questa possibilità di vita è un senso oltre ragione! Quindi, anche di questo senso si può dire che sta in piedi, solo per fede in un Padre, che il Bortocal chiama Nulla, ma che, essendo possibilità, come possibilità, E’! Alla fine de sto po, po’ de discorso, caro Pablito, come rispondere alla tua domanda: cosa darei, per credere? Per come la vedo io, il problema non è, cosa dare per credere, ma, cosa cedere, per credere. Un abbraccio: fortissimo!

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Quanto sa di sale…

Cortese signora: ieri, venerdì, ho chiesto alla consegnataria chi mi aveva portato il pasto che ha motivato la precedente mail. M’ha detto una persona poco pratica del giro e quindi delle particolarità nel servizio. In analogo fatto la stessa consegnataria ebbe a dirmi di non sapere chi, al suo posto, mi aveva portato il pasto. Siccome, in quel caso, nulla ha fatto e/o detto per informarsi, fra altre ipotesi ne arguisco di non averne alcun interesse, oppure, che era interessata a coprire l’autore del disservizio. Sono correnti mafiosità che succedono in ogni ambito lavorativo. Va beh! Rimane il fatto, però, che su la consegnataria in questione non la penso più come prima. Punto.Oggi, sabato, ricevo un primo dall’indecifrabile ragu. Va bèh! Vediamo di non fare gli schifiltosi! Con quello, un lesso con salsa verde. Anche se molto pallido, il verde, c’è. La salsa, assolutamente no, a meno che non sia una personalissima variazione, in verità neanche approssimativa, della classica ricetta. Il lesso, tagliato con l’affettatrice a spessore di neanche tre tacche, non sarà stato più di una cinquantina di grammi. Per quanto riguarda la quantità totale della salsa, poi, non appena vista mi sono detto questa gliela devo proprio far vedere.

avanzi

Mi dispiace d’averlo pensato mentre lo stavo finendo. Diversamente, le avrei fatto vedere anche lo spessore della carne: una sottiletta. Dalla foto, però, si dovrebbe intuire almeno la qualità: scadente. Durante il nostro primo colloquio ebbe a dirmi che i pasti serviti agli anziani li controllava facendosi mandare in ufficio un campione. Sarò anche paranoico, cara signora, ma faccio molta fatica a credere che le venga portata anche solo della mediocrità. Un controllo effettivamente efficace non può che avvenire a casa del pensionato. In genere, l’orario di consegna è sempre quello. Indovino numerosi i suoi impegni, quindi, capisco bene che lei non possa farlo, ma a Verona, tutto manca fuorché i Vigili. Con i miei più cordiali saluti.

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Diciamo Satana

Diciamo Satana la forza della vita (lo spirito) massimamente contrario alla vita. Conveniamo che sia 100 quella misura del suo stato. Ora, conveniamo sulla nostra: diciamo che, in ragione dello stato di coscienza sul nostro stato di vita, sia 10. Naturalmente, può essere di più come di meno. In ragione di quanto il nostro spirito è separato dal suo bene, ne subiamo la corrispondente sofferenza; sofferenza che può recare un semplice mal di testa, come, nei casi più gravi, a molte forme di malattia. Non per ultimo è più grave caso, ai suicidi. Immaginiamo Satana, ora, in quei frangenti di dolore. Non può prendere un moment; non può andare da uno psichiatra; non può suicidarsi! Può solamente manifestare un astio contro la vita, che in fondo in fondo (ma non tanto) è un astio verso di sé! Per me, è da compatire. Ovviamente, la compassione che dovremmo dare ad ogni forma di vita quando è dolente, non giustifica nulla! E’ anche vero che può risultare spiritualmente dissidiante quando viene data con sentimento ipocrita. Come non sbagliare? Secondo me, vedendoci come dei supermercati. I supermercati offrono di tutto. Sta al bisognoso di spesa, prendere quello che gli necessita e quanto, ben sapendo, già dall’ingresso, che tutto ha un costo, non tanto perchè lo chiede la vita (il tutto dal Principio) quanto perché abbiamo deciso che a chiederlo sia la nostra: il tutto dal nostro principio.

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Caro Francesco

  • Dio non parla, è vero: al suo posto lo fa la vita. La teologia cattolica (qualsiasi teologia, in vero) mi ricorda la fasciatura che deformava i piedi delle cinesi di una volta. Il piede simbolizza il passo (lo si intende in senso esistenziale) che così de_formato, addolorava il soggettivo cammino verso la meta: vuoi di fede, vuoi storico – personale, vuoi, per il credente, verso Dio. Su Dio, Vicari e mistici di tutti i generi, incarichi, titoli, ecc, ecc, ci hanno detto di tutto e di più. Come tutti i cristiani, per decenni ho camminato anch’io con i piedi imprigionati in quel supplizio. Ora, però, che li ho liberati, sto decisamente meglio! Aver liberato i piedi da quelle costrittive fasciature, però, non m’ha fatto cambiare strada. Da quella ho allontanato, però, da tutte le compagnie che questa visione di Dio ha reso estranee. Terminata la premessa vengo al dunque: anche nella mia “teologia” Dio non parla. Per la mia, però, lo fa attraverso lo Spirito: potenza che lo fa e ci fa vivere. Lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza di stati fra Natura (il corpo della vita comunque formato) e Cultura: il pensiero della vita comunque concepito. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. La vita parla, quindi, o per mezzo del verbo (dato il Verbo) o per mezzo dello spirito dato lo Spirito. Neanche lo Spirito divino può crearsi corde vocali. Se proprio poteva e/doveva farlo, non è certo il tempo che gli è mancato. Ho pensato, allora, che abbia scelto ben altra corda: l’emozione della sua Forza. L’emozione dello Spirito è data dagli stati della sua potenza. Essendo assoluta, Uno lo Spirito (la sua potenza); Uno il Verbo: io sono; Una la Parola: vita. L’emozione del nostro spirito, è data dagli stati della nostra potenza: non assoluti, ma a Somiglianza dell’Immagine. La comunicazione fra l’emozione della Vita e l’emozione della nostra avviene fra potenze affini. La comunicazione per affinità di potenza, tuttavia, non esclude i non corrispondenti con l’Assoluto. Al più, i non comunicanti per mancante affinità fra Potenza e potenza, sono (per dirette e/o indirette cause) da sè stessi difficoltati. Anche se di prevalenza lo sentono “chi ha orecchio”, comunque lo Spirito parla al nostro spirito per mezzo di tre voci:

Depressione quando vi è difetto di forza nella vitalità;

Esaltazione quando vi è eccesso di forza nella vitalità;

Pace quando vi è corrispondente incontro fra vitalità e conoscenza.

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Croci e in_croci

Senza il Crocifisso, la Croce, a mio vedere, è il pedagogico memento che simbolizza il peso della Natura sulla vita della Cultura. Non c’è forma, spirito, o cultura della vita che sia esente da cadute sotto i pesi che ci addossano e/o ci addossiamo. Della Croce, pertanto, direi che è l’universale memento (e monumento), che commemora e riguarda tutti i caduti sotto il peso dell’umanità, e/o della dis – umanità: propria o altrui che sia. Ricorda la caducità dell’umanità, inoltre, anche a quelli che credono di possedere la facoltà (vuoi in nome di un Io o vuoi in nome di Dio) di mettere in croce la vita altrui. Per questo senso, è monito che segnala l’errore all’affamato di qualsiasi genere di ambizione, ed è l’avvertimento che riconduce ogni esaltata umanità, al comune piano ed al comune valore. Se ho capito bene, la sua religione sostiene che il Crocefisso è un falso storico. Non ho basi per smentire e né per affermare. Porre affermazioni in fatti e discorsi originati in lontani contesti storici e culturali può sconvolgere il proprio quanto l’altrui pensiero; può procurare dei dissidi così gravi da addolorare per epoche (come è stato per le passate e com’è per le presenti) anche le future generazioni. Si può scegliere di porre pace, però, tanto quanto la nostra parola accetta di lasciare l’ultima, alla Vita. Nell’accettare di lasciar alla Vita l’ultima parola, e nel gesto dell’amore e dell’amicizia che è nel porgere l’altra guancia anche alla ragione altrui, vedo concordanti (nello spirito della vita personale come in quello delle genti) le finalità pacificatrici dei profeti di vita.

Luglio 2006

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Don Ciotti

Parafrasando l’affermazione di Don Ciotti, “la droga è una domanda che ha bisogno di molte risposte”, direi: la vita è una domanda che ha bisogno di molte risposte. La corrispondenza fra risposte è atto dell’intelligenza. La competizione fra risposte è atto della vanità. Tutti siamo ciò che abbiamo risposto.

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Ho scritto

In Amore, l’affine Cultura scosta la diversità posta dalla Natura.

Cercavo solo una parola non consumata quando ho scritto “scosta”, ma “vedendola e mirandola” mi sono reso conto, infine, di quanto contiene. All’Identità non nega nulla, infatti: anzi, favorisce. Neanche nega nulla alla naturale sessualità, anzi, ne favorisce la verità. Non nega nulla e non muta nulla all’originale Natura della persona, infatti: solo scosta da quanto impedisce il passo alla vita. Se l’affine Cultura scosta la diversità posta dalla Natura, allora, anche tutte le visioni secondo Natura, vengono scostate. Il Cristo evangelico ebbe a dire (o dicono che abbia detto) “andate e moltiplicatevi”. Non mi risulta concessione d’amore più divina. Alla storia del mondo risulta invece, quanto sia stata strumentalizzata per fini di un potere senza alcun cristianesimo: naturale a parte. Per cristianesimo naturale intendo il bene che strumentalizza il vero per lo scopo di sottomettere lo spirito. L’affermazione in oggetto non intende negare in alcun modo quanto è pervenuto e ancora perviene dalla visione basilarmente naturale della vita: quello che è stato è stato. Direi giunta l’ora, però, di elevare l’invito del Cristo al principio culturale della vita: il Vero. L’affinità culturale nel Vero indicato dall’amore, infatti, permette di moltiplicarla senza censure, perchè permette l’universalità che annulla la diversità. Mi piace pensare a un Cristo della stessa idea.

Non so quanto in buonafede

Non so quanto in buonafede, o quanto per proprie storie, ma in alcuni casi sono stato collocato nei gironi dei fanatici in religione. Nulla è più distante da me! Ho patito troppi fanatismi sulla mia pelle di “diverso” per stare in alcun modo o misura vicino a quella gravissima infezione culturale e spirituale che è la fanatizzazione ideologica. Si potrà convenire o non convenire sui pensieri religiosi. Si potrà convenire o non convenire sull’esistenza di un Idea che chiamiamo “Dio”. Comunque si metta la questione è fra i bisogni del vivere! Di quei bisogni, condivido i soli principi universali della Vita, e accetto i particolari, perché locali vie di un sapere che nasce dalla necessità di un più elevato sentire sé stessi. A livello religione, o bisogni religiosi o quant’altro di ideologico o di contro ideologico, sia come Perdamasco che come Vitaliano, tutto mi sta bene, purché quel tutto non diventi potere di vita su vita. In quel caso, non ci sto, ma, senza fanatismo, neanche lì.

Novembre 2006

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Amore, amorevolezza, madri, figli, amanti, cimiteri, spiriti.

L’altra notte ho sognato l’Amato. Era a letto. Uno di quei letti in tubolare che si trovano negli ospedali o in isole comunitarie. In viso l’ho visto dimagrito. Pallido ma non cereo, e con la barba di più di qualche giorno. Lo ricordavo glabro! Dormiva ma non respirava. Sentivo il senso del mio corpo in modo vago. Come figura non c’ero presso il letto. C’era solo la mia capacita’ di vederlo. Mentre lo sto guardando, si alza molto rapidamente. Viene verso di me. Mi si mette di fronte, e all’altezza del petto (come se quello fosse il suo armadietto) estrae un paio di scarpe. Fatto questo si gira ed esce imboccando un corridoio. Mi sveglio avvertendo una sensazione di rimprovero. Neanche lo stessi abbandonando. Direi si e anche no. Non è vera perché è ben raro che passi giorno senza pensarlo, ma e’ anche vera perche’ (lo voglia o no) lo “vuole” la vita. A quella volonta’ si puo’ opporre solamente chi vive di solo dolore, ma anche in quel caso, prima o poi la vita allontana da quella scelta, allontanando le emozioni che ancorano al dolore. Simbolicamente parlando le scarpe rappresentano gli strumenti atti al cammino. Sicome sono vecchie, quelle del sogno, allora rappresentano gli strumenti dei vecchi cammini. Quelli, cioe’, che faceva prima che diventassi l’”armadietto” dove li aveva sentimentalmente rimessi. Se vera l’interpretazione, il senso dell’abbandono che ho provato al risveglio non riguardava il mio allontanamento da lui, ma, in toto o in parte, il suo allontanamento da me. Anche lui, pero’, non puo’ diversamente.

 Ho tolto dalla stesura originale ogni superflua considerazione Più di ventanni dopo aver scritto la lettera.

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Il cristianesimo

tutto si può permettere fuorché fare la fine di Cristo, eppure, la farà, anzi, dovrà farlo.

Non ho modo di capire i tempi i fatti e le passate emozioni, se non identificandomi in quei tempi, fatti, e passate emozioni. Il metodo è tutto fuorché scientifico. Mi assolva il fatto che non sto spacciando scienza: solo pensieri. Vuoi per una raggiunta maturità  spirituale, vuoi per quanto ho letto anche su queste pagine mi ritrovo in mezzo ad un cammin, che da una parte mi reca verso la figura evangelica del Cristo, e dall’altra, verso una sua non canonica interpretazione. Quale, la vera?

Cos’è, Parola? Cosa dice, la Parola? La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Direi, allora, che la prima parola di una vita, non può non essere agita dalla presa coscienza del suo essere in vita, e quindi, dirsi vita. Se ciò è di una vita conseguita, ciò non può non essere di una vita al principio di ciò che è conseguito. Ammesso questo stato di coscienza al principio della vita, e ammesso Dio al principio, direi che ne consegue che Dio è, sia prima vita che prima parola.

In quanto appartenente della Casa di Davide, si ipotizza un Cristo anche guerriero, anche condottiero. Ogni movimento di guerra  comporta vittorie e sconfitte, speranze e delusioni. Comporta l’accettazione di poter morire per la causa. Comporta anche, il dover far morire per la causa. Accanto all’idea del Cristo guerriero, (non l’avrei avuta se non avessi letto le tue ricerche) innesto la mia; e se il Cristo, re e guerriero, si fosse reso conto della vanità  dei suoi intenti, e/o del suo ruolo dinastico? E, se si fosse reso conto, che nessun genere di vittima vale una messa sull’altare del potere? E, se si fosse reso conto, che nessuna ragione è legittima, se giustificata dal sangue, e/o dalla sofferenza? Il Cristo della Casa di Davide, prima di cadere sotto il peso della croce di legno, può essere caduto sotto il peso di queste e/o analoghe ipotesi che passo per domande? Se giunto ai punti che ipotizzo che gli restava di fare? Abdicare al titolo e all’appartenenza alla Casa di Davide? Lo sento impossibile! Che fare, allora? Andò nel deserto e ci pensò! Tornò con un altro Sovrano: quello della Casa della Vita: e a quello, abdicò la volontà  della Sua. Come sia andata a finire lo sappiamo. Non di certo per erronea scelta sul Padre, ma perché all’uomo necessita una più concreta sovranità.

Si dice che l’uomo è un animale sociale. Giusto. Quello che generalmente non si dice, però, è che il bisogno di socialità  è motivato dalla paura. Paura di essere solo. Paura dell’altro/a. Paura degli eventi, ecc, ecc. Si sconfigge quella paura, o diventando più potenti, o aderendo a più potenti gruppi. Fra i più potenti, il Principato e/o la Religione.

Il più potente fra i gruppi è certamente il Padre, ma, il Padre, soffre di un grosso guaio: è nell’alto dei Cieli. In quanto in alto, (e, quindi, distante) è diventato (o meglio, l’hanno fatto diventare) come il conte che per la cura concreta della proprietà si serve di mezzadri. Guaio vuole, che i mezzadri, preso atto che il conte lasciava liberi i campi, si sono auto nominati suoi curatori, e con il tempo, piramide di potere sulla parola: prima emozione del Principio. Anche Cristo si è auto nominato Mezzadro del Conte, sino al punto da dichiararsi sovrano vicario? No, ha solamente detto l’identità  del Conte, ha detto che è Suo figlio, e che la Casa del Conte è aperta a tutti.

Per ogni potere, o sei con quello, o sei contro di quello. Certamente ci si può estraniare anche dalle logiche di potere, guaio è, però, che il Cristo apparteneva alla stirpe di Davide, quindi, potere già di per sé. In quanto tale, anche nolentemente competitivo. Potenza da disinnescare, quindi.

Il Profeta ebbe a dire: Cristo verrà dopo di me. Come? Per rinascita della persona di Cristo in ambito islamico, o, nello stesso ambito, per rinascita del pensiero di Cristo? Al punto, mi domando se l’ostilità verso i “crociati”, non sia motivata anche dalla paura che il filo della spada islamica possa essere condizionato dal legno della Croce. Chi vivrà, vedrà!

Gennaio 2008

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Oltre Calliope

Non tentate. Non sapete. Non potete. Io sono quello che sono.

Sono Parola. Sono la Forza. Sono il silenzio e la sua emozione.
Non mi trovate nei perché, nei percome.
Sono l’irraggiungibile stazione
delle vostre tesi su di me.

Io sono l’Amore. Non sono il Divisore.
Sono colui che vi eleva la croce.
Sono la vostra voce.

Non sono lo scranno della vostra brama di sapere.
Non mi tocca la fama: nessun potere.
Sono la chiesa che dura.
Non mi serve muratore: nessuna struttura.

Io sono il Verbo.
Sono la vostra mano. Il vostro piede.
Sono il principio di ogni luce.
Sono dove il dissidio tace.

Sono Pazienza, clemenza, pietà, umiltà, semplicità.
Io sono la vostra profondità.

Sono dove c’è fede.
Dove il bene intercede.
Sono l’Universo che tutto contiene;
la Promessa che mantiene.

Sono acqua per la vostra sete.
Il vostro mare quand’è in quiete.

Non sono Figlio. Non sono Madre. Sono il Padre.
Sono il senso di moglie. Non sono le sue doglie.
Sono il senso di marito.

Io Sono l’Infinito.

Sono Sovranità, Libertà, Carità,
e l’Immagine della vita:
primo, unico, ed ultimo profeta.

Io sono il basso e sono l’alto.
Sono larghezza e lunghezza.
Sono Geometra e geometria.

Sono, la tua poesia.

IN CALLIOPE

asterisco

Amore e Tossicodipendenza

Nel proiettare verso di me la tua domanda di piacere hai agito come di solito agiscono gli uomini, ma nel tenere conto solamente di te stesso hai agito come agiscono i bambini. Si può ben dire, dunque che, oggi, a monte del fatto, è stata la tua parte istintiva, (l’animale), che ha sputtanato quella riflessiva, (la razionale), e non il mio rifiuto di te. Sai bene quanto me, che nel mondo nel quale agisci l’offerta amorosa é quasi sempre un mezzo per raggiungere un dato scopo. Dal momento che non sei un libero, quanto era vera la tua offerta, o quanto la tua presente condizione non la può rendere libera se non rinunciando all’altra amante: la roba? Ti pare che con la mia esperienza possa ancora credere di essere amante in grado di competere con l’altra? E’ ben vero che lo scopo, (la soddisfazione della tua amante), non è un mio problema ma è anche vero che, anche tralasciando quella morale, è mio problema la chiarezza culturale. Per quella chiarezza non mi è possibile mescolare il “diavolo”, (la ricerca di amanti fra le Personalità td), con l’acqua santa, (i propositi ausiliari che mi propongo come persona e Associazione), se non agendo falsamente con ciò che penso. La chiarezza culturale ha dei costi. L’averti detto di no è stato il prezzo che ho pagato oggi. Se non avessi pagato quel prezzo mi sarei sentito un uomo di merda. Come vedi, in ballo non c’è il fatto che tu ti sei sputtanato ma il fatto che, culturalmente parlando, almeno ai miei occhi, non mi posso sputtanare io. Potrei anche dirti: accetterò la tua offerta quando mi avrai dimostrato di essere libero, ma, da libero, puoi dire a te stesso che la rifaresti?

Luglio 2006

asterisco

Universale e particolare

Il principio dell’uguaglianza di stato (di stato non della condizione dello stato)  che è fra Immagine e Somiglianza, è stato il filo guida che mi ha permesso di trovare il denominatore comune (l’universale) di ambo le vite. La stessa operazione culturale che ho fatto io, la fa chi, non potendosi portare a casa il Monte Bianco per studiarlo (ovviamente) cerca il comune principio fra l’universale (il Monte) ed il particolare: un suo sasso. Se lo trova nel calcare, è chiaro che studiando il calcare del sasso di quel monte studia il principio del Monte: sasso più grande. Il comun denominatore fra la vita del Principio e la nostra (il calcare del Monte come nel sasso)  l’ho trovato negli stati della vita (Natura, Cultura, Spirito) della Somiglianza. Da questi, sono risalito ad un Principio (il Monte) che se è Immagine della vita, non può non essere fatto che dagli stessi stati del sasso che ha originato a sua somiglianza.

Luglio 2006

 

Volontariato e vanità

Corrispondenza di intenzioni fra quelle della vita (il tutto dal Principio) e quelle del Volontariato.

L’ultima volta che ci siamo visti, D. ha ampiamente dimostrato di essere un notevole messaggero di idee. A proposito di messaggi e di idee, vi racconto un mio brevissimo sogno. Frastornato stavo guardando l’enorme quantitativo di lettere (sino al ginocchio) che, all’apertura dalla cassetta, mi era caduta sulle gambe. Le buste erano di vari colori e di molte dimensioni. Per quanto collocate nella mia cassetta (ma come avevano fatto a starci?!) solo alcune erano indirizzate a me. Mi stavo domandando il perché, cosa ne avrei fatto e come recapitarle ai legittimi destinatari quando mi sono svegliato. A mio avviso, la spiegazione del sogno è questa.

Una cassetta postale è come una mente. Come cassetta postale, la mente ha la possibilità; di contenere moltissima corrispondenza (pensieri, relazioni, fatti, storie ecc.) sia personale che di altra vita. Da parte del titolare della data mente, dunque, ne consegue la necessità di vagliare quella che effettivamente gli corrisponde. Come? Direi, in ragione del suo indirizzo reale ed ideale personale. Come non confondere la corrispondenza che appartiene al mondo soggettivo (personale realtà e personali ideali) da quello che vorremmo fosse (l’ideale in assoluto) perché seguendo quella del Principio ne riceviamo l’idea? Come evitare delle più che possibili sovrapposizioni fra ciò che è e ciò che aneliamo? Per il reale, direi che potremo ricevere la giusta posta (la giusta idea) tanto più ci manterremo all’interno delle guide date da tutto ciò che è attinente all’io che nel suo tempo si manifesta nel corrente modo ma, come per l’ideale?

Coniugare il reale con l’ideale senza andare fuori dei modi e dei tempi correnti a noi e al sociale (cioè senza andare fuori dal luogo della mente, o con altre parole, dalla testa) è tutt’altro che semplice: tanto più che restare dentro noi, i modi ed i tempi, non necessariamente vuol dire fermare la vita nostra e sociale. Vuol dire, però cercar di agire l’ideale secondo il reale. Collegare i due passi non può non implicare la necessità; (nonostante l’avversa tensione della nostra parte ideale) di rallentare il passo verso l’aspirazione che ci proponiamo. Lo dobbiamo rallentare dove si rischia (procedendo oltre noi, i modi e i correnti tempi) di separarci dalla vita che personalmente viviamo,  e/o da quella che nel reale ci accomuna ad altra, o da ambo i vissuti. In soldoni: l’idea deve suggerire il percorso ma la ragione personale deve suggerire l’ampiezza del passo.

Il male è dolore naturale e spirituale da errore culturale. Ogni volta mi succede di incontrare una realtà nel male (in genere nella tossicodipendenza) o di pensare ad una realtà di male mia od altra, poco prima sento una pressione sulla scapola destra.

Ogni volta mi capita di dover scrivere sento un interiore malessere: una sorta malinconia. Sentivo l’uno e l’altra, prima del vostro arrivo. Certamente non avevo motivo di collegare quel disagio con la vostra presenza, sennonché siete stati latori di non serene novità; al che, collegare il malessere con le novità mi è stato conseguente.

In effetti, nelle novità; che mi avete comunicato, più che errori vedo difficoltà di realizzazione, eppure, se malessere c’è stato, in quello che mi avete comunicato ci deve essere dell’errore. Lo sostengo con certezza perché anni di analoghi accadimenti, mi hanno confermato il collegamenti fra malessere interiore ed errore. Non è detto che l’errore stia nelle iniziative di bene che vi proponete di fare, ma, allora, dove? Pensa che ti ripensa sono giunto alla seguente conclusione. L’errore potrebbe consistere in un costo (umano? culturale? spirituale?) dell’ erroneo prezzo rivelato dalla difficoltà di realizzazione che ho ipotizzato.

Non è necessariamente detto che siate voi a dover pagare il prezzo dell’errore. A pagarlo potrebbero essere o i vostri assistiti, o, in parti o nell’insieme la vostra Associazione, o in parti o nell’insieme le vostre principianti finalità; culturali o spirituali, o in parti o nell’insieme i vostri collaboratori: i volontari.

Tutti noi, per qualche verso carismatici, aneliamo il Bene, non solo come principio della nostra vita umana ma anche della nostra vita spirituale. In genere, nei carismatici spirituali, l’anelito verso il bene non si principia dalla ragione bensì dal cuore: simbolizzato luogo dell’emozione (l’emozione è la parola dello Spirito) della Natura della vita: il bene. Nel vostro senso (ed io nel mio) ci stiamo occupando, non di quelli che si sono fatti ultimi ma, di quelli che sono ultimi appunto perché non sanno (e/o non fanno) più appropriata scelta.

Principalmente, fra quelli non portiamo la ragione (il bene della Cultura) ma sentimento di vita, cioè, il bene naturale che allevia la parte del bene che negli ultimi è provata dal male. Ebbene, pur non modificando il principio delle vostre scelte (ad ognuno il suo cuore)  adesso sentite il bisogno di elevarne la ragione, non tanto presso gli ultimi (che rimane) quanto presso il sociale. Quanto, con la stessa forza di spirito potrete nel contempo servire sia gli ultimi che il sociale, se, inoltrandovi in questo stato, potreste incorrere nell’errore di allontanarvi da quelli presso i quali la Vita vi ha collocato, e che voi volete collocarvi in altro modo?

Un cuore bilanciato quando non diviso fra due direzioni, riuscirà; a stare in ambo le mete, oppure, per questioni di forza (direi anche necessariamente) sarà costretto a dividersi per meglio fare fronte alle questioni che si è proposto? La divisione, potrebbe o no, indebolire la sua potenza e la corrispondente efficacia? Una forza divisa, quanto sarà integra motrice (integra perché unitaria) del principio della vostra vita (quello verso il Bene della Natura della Vita recando del bene alla Natura di questa) che vi ha sinora motivati?

Ambire, di per sé non è un male. male lo diventa, tanto quanto non tiene conto che di sé stessa. In qualsiasi azione, il desiderio di una meta che tiene conto solo di sè stessa porta in dote la vanità e quanto è necessario per dimostrarla: vuoi a sè vuoi ad altro da sè.

A questo punto, dirigersi verso la Cultura sociale (sia pure per servire meglio gli ultimi) è sempre ambire il Bene spirituale o può iniziare a diventare la vanitosa affermazione personale che ipotizzo? La vanità nell’opera può anche far giungere a violentare (sino allo squilibrio) gli originali intenti del vostro volontariato.

Nella contingenza in cui si ci trova ad operare, quanto è giusto modificare la nostra condizione? Modificandola (nel senso di ampliarla e/o diversificarla oltre le nostre effettive possibilità) siamo così sicuri che quelli ai quali daremo meno cuore perché occupati da altro “cuore”  si sentano sufficientemente compensati da più dotte e/o da più determinanti intenzioni?

Debi dice che intende, comunque, restare un povero. Al proposito non ho dubbi, però, suppongo che si riferisca ad una povertà economica. A fronte delle iniziative in atto (rendere il vostro Gruppo da “privato” a convenzionato) e di quelle arricchenti in cantiere, quanto Debi riuscirà a restare il povero di spirito che agisce con la sola forza della sua vita?

Miei cari, giunto al fin del letterone, comunque, non so dove sia l’errore che sospetto con sufficiente certezza, ma, sento che è nelle questioni che ho sollevato. E’ indubbio che non mi sarei sognato di farvi questo genere di discorsi se non sapessi che fra le vostre mete vi è la ricerca della spiritualità: rapporto di vita fra il nostro Spirito e quello della Vita: il Tutto dal Principio.

Crocevirus

“Coronavirus, a che serve dire esplicitamente che i vecchi saranno sacrificati?”

Serve a ricordare che la vita fa il suo corso e che nessuna assistenza garantisce l’immortalità. Per età e situazione io sono a maggior rischio, non per questo mi opporrò alla scelta dei medici; e se la loro scelta sarà servita a salvare una vita, troverò giustificata la fine della mia. Sapere che potrei salvare una vita sia pure al costo della mia lo trovo consolante.

Sei ancora vivo?

Io sarei morta stecchita.

Ti racconto un sogno. Mi trovo all’interno di una sala. Sembra un teatro. Sono in “piccionaia”. La luce è grigia. Tutto e tutti sono grigi. Per un attimo mi vedo. Anch’io sono grigio. Procedo camminando fra persone. Riconosco la faccia di qualche assessore. Di un politico imbecille in particolare. Traggo la conclusione di essere nella sala conciliare. Passando, i presenti mi mettono in mano dei pezzi di stoffa. Li guardo. Sono cravatte. Sono annodate. Le riguardo. Si stanno sciogliendo. Le restituisco. Mi sveglio. Ora, vediamo di mettere ordine. Il collegamento con la frase che hai lasciato era complicato anche per me. E’ un’esclamazione, infatti, che ha più di un significato. Ho creduto di trovarlo in questo: Cacchio, perdamasco, con tutto quello che ti è successo, non ti hanno fermato: discorsi, persone o altro che sia. – Per quel pensiero, il sogno che ti ho raccontato dice che non mi si ferma perché i nodi che mi si porge, si sciolgono da sé. Dici: cosa c’entra questo sogno con la tua esperienza terribile del letto che si muoveva? Non centra niente. Sei tu che stai accostando delle esperienze dette in post diversi. Terribile quella del letto, dici? Sinceramente no! Passata la prima sorpresa, a me veniva da ridere. Mi dicevo: speremo che quei da basso no i senta sto casin?! Immaginali, quelli di sotto, mentre pensano che di sopra si sta facendo sesso tanto da far vibrare il letto! Invece, c’ero io e chissà chi. Forse un certo birbantello ma nella medianità non c’è possibilità di verifica ed è meglio non cercarla. Quando il letto si muoveva ero sveglio. Ciao

Novembre 2006

Il destino della virgola

La virgola è come il caporale di giornata: insignificato urbi et orbi, pure, indispensabile pietra angolare della caserma;

la virgola cadenza il passo all’emozione;

la contiene fra il detto e ciò che sta fra i detti;

diversamente dalla parentesi, non se la tira;

non è interessata a far sapere che si veste a Parigi come le graffe;

è il bastone che regge il fiato allo scrivente;

Insomma! Pur riconoscendogli tutte le virtù, come anche il gaudioso difetto, perché adesso mi infastidisce l’eccessiva presenza che gli ho chiesto per anni?

Perché, pánta rheî?

Atti impuri

Dove vi è vitalità integra ma non nutrita, il pastore divorerà le pecore, dice la pastora anglicana Anne Richardson.

In estratto da un dossier in cui la chiesa americana ha cercato di capire in sé stessa (estratto che ricavo dall’articolo “Atti impuri – Quegli abusi nel mondo della chiesa – di Marco Politi su la Repubblica) leggo:

“Non è di orientamento omosessuale la maggioranza dei colpevoli, ma l’opportunità che favorisce rapporti con lo stesso sesso.”

Si, riconosco quell’opportunità: si manifesta in tutti gli ambiti, dove la sessualità maschile è costretta a vivere fra simili. Si, non è omosessuale, perché in genere cessa con l’uscita da quella “galerazione” della sessualità  prevalentemente etero, se etero.
E’ certamente vero che il piacere sessuale con il maschio si può sedimentare anche in questo genere di sessualità, (quella etero) ma, rimane a livello di gusto e/o piacere che, pur toccando l’emozione genitale, non per questo forma, appunto, la personalità omosessuale. Si, è chiaro che non è il celibato in sé, che favorisce la pulsione all’abuso, ma il forzoso mantenimento di un voto che non prevedendo valvola di sfogo, finisce col far scoppiare la volontà di chi vorrebbe viverlo secondo il principio che ha scelto; scelto, quando ancora era facile perché il dato sacerdote non l’ha ancora sentito in pieno, vuoi perché neutralizzato dal contenitore “seminario”, (o trutture simili) o da una ancora non provata missione di vita. Quanto sia pesante da reggere, invece, il dato sacerdote se ne rende conto in pieno quando si trova avviato in un mondo che lo può caricare di stimoli sensuali e sessuali, anche oltre sopportazione. Vengo ora, ai fatti che leggo su L’Arena di oggi, sabato 24 gennaio 2009. L’articolo prende due facciate. Estrapolo quello che mi lascia perplesso.

“Quegli episodi agghiaccianti, (compiuti per decenni) narrati da persone ormai di mezza età  e resi noti a distanza di anni con tanto di nomi, circostanze e fatti, sono una montatura, una menzogna, dice il Vescovo Zenti.”

Sentiremo cosa dice la Magistratura, dico io. Secondo il Vescovo Zenti, la bomba è scoppiata perché il Presidente dell’Associazione Sordi pretendeva di mantenere l’utilizzo di beni immobili appartenenti alla congregazione. Per l’uso di quei beni immobili, la Santa Congregazione aveva chiesto un affitto di 3000 euro al mese. Mi sa che lo Spirito Santo si deve essere indignato parecchio perché sono scesi a 200! Il responsabile dell’Associazione Sordi dice di avere 410 soci. Duecento euro diviso 410 soci, + o – sono 50 centesimi al mese per ogni socio. Possibile che abbiamo ricattato il Vescovo minacciandolo con la denuncia contro i preti seviziatori per 50 centesimi pro capite! Quel che a me pare ridicolo, evidentemente no, per il Vescovo Zenti.

Monsignor Fasani, dice: sostenere che 25 preti su 26 praticassero la sodomia o altro è inverosimile. Neanche una casa di tolleranza avrebbe potuto reggere questo ritmo, ed è impossibile che non trapelasse niente! Gli abusi sarebbero avvenuti tra la fine degli anni 50 ed il 1984, nell’Istituto di via Provolo, in quello del Chievo, e anche alla Tenuta Cervi a S. Zeno di Montagna durante l’estate. Dalla fine degli anni 50 sino all’84 sono 34 anni. 34 diviso 25 = 1,36. Il che vuol dire che ogni prete ha avuto a disposizione i ragazzi per un anno e passa a testa. Anche ammesso un solo atto al mese, i ragazzi (almeno i più… meritevoli dal punto di vista del dato prete) hanno subito, almeno una quindicina di rapporti l’anno.

Dove sarebbe l’inverosimile?! A me pare un ritmo di un tal riposo, da portare al fallimento ogni casa di tolleranza degna di quel nome! Pare che uno dei ragazzini (il più meritevole, immagino) sia stato portato anche in visita al Vescovo Carraro in corsa per la beatificazione, ed in Vescovado, abusato dal Carraro. Per il carattere che aveva il Carraro, leggo, al massimo avrebbe potuto accarezzare la testa del bambino. Può essere come non essere. Non ho conosciuto quel Vescovo (l’ho solamente sentito cantare una messa di Natale in modo straziante) e neanche c’ero all’incontro. Mi domando, tuttavia, perché mai due preti si siano presi il disturbo di andare dal Vescovo Carraro con un bel bambino? Se escludiamo un desiderio sessuale del Vescovo, quale altro motivo? A mio pensare, per soddisfargli una curiosità, non esente dalla quale, la valenza di un desiderio mai vissuto se non per mezzo della tenerezza in una carezza. Come mai il Carraro ha saputo di quel bel bambino? Non ci può essere che una spiegazione: l’ha saputo perché ha saputo i fatti! E i fatti, almeno apparentemente, sono cessati nel 1984. Anno di visita di quel bambino al Vescovo? Non so, potrebbe essere. Ora, ammesso ma non provato quanto ipotizzo, dal 84 in poi si sono succeduti altri tre vescovi, Zenti compreso, e nessuno ha mai saputo nulla. Possibile? Si, è possibile solo se il Carraro ha taciuto! Mi si dirà, ammesso che l’abbia saputo per confessione di quei preti, o per confessione confermata la faccenda, mica poteva rompere il segreto! Il segreto no, ma far capire a nuora perché intenda suocera, si! Quando è capitato a me, l’hanno fatto, ed hanno ottenuto di interrompere il mio rapporto anche amoroso con il prete amante. Interrotto il rapporto con me, ma non interrotto il rapporto con il Collegio, però, e neanche con l’Ordine Don Guanella! Il prete, sempre al suo posto è restato; è stato solamente avvertito che le mie seduttive grazie gli erano pericolose!

Hanno chiesto a Zenti: chi sono i deboli in questo momento? Ha risposto: i preti, perché spostarli significa ammettere in qualche modo la loro colpevolezza. Sarà! “Bisogna analizzare e circostanziare gli episodi”, dice il Vescovo. Già! Evidentemente non l’hanno fatto. Bisogna proprio ammetterlo! Sprovveduti, quei ragazzi! Avessero fatto come la Monica che ha messo le prove in frigo! E’ proprio vero: le donne ne sanno una più del diavolo, ma è anche vero però che lo frequentano anche i preti. Per dovere missionario, ovviamente, tuttavia, quando va la gatta al lardo, come minimo si sporca lo zampino, e rischia di sporcare il minore.

Gennaio 2009

asterisco

Pio XII

“Pio XII complice dei nazisti o salvatore di migliaia di ebrei?”

Per come la vedo, Pacelli ha tentato di salvare i Capri e nel contempo i Cavoli. Non essendoci eroicamente riuscito, ha perso sia la stima dei Capri che quella dei Cavoli.

Il resto é storia.

Quanto sa di sale…

Cortese Signora: da dire dimenticato nel supermercatoche il pollo che mi hanno portato oggi, Prima di salvare il salvabile non ho potuto non recitare una prece ai defunti; per non dire delle patate depresse, forse a causa della cottura in un olio a non adeguata temperatura; per non dire della pasta gratinata: da non parere cotta oggi. Dice che sbaglio? Sarà! Guaio è, purtroppo, che non posso permettermi di non mangiare la prova le mie affermazioni: folcloristiche sino a che si vuole, ma solo per farla sorridere; che poi ci sia anche di che pensare e agire, a lei ogni decisione.

L’anima non è un laborioso macaco

Se pure non è tutto oro quello che luccica nell’incontro medianico fra il Muccioli ed una entità spiritica (notizia che leggo in “Lo chiamavano trinità ma di nome faceva Muccioli”) secondo la personale esperienza (culturale e medianica) qualcosa di vero c’è.

Se la vita è l’opera continua del suo Autore  (come credo) è indubbio che “nei cieli infiniti vi è una laboriosità continua”, ma se la continua laboriosità esclude che nei “cieli infiniti” vi sia riposo, allora non ci siamo. Trattandosi di spiriti, l’assenza di riposo potrebbe non essere cosa grave, sennonché, riposo è “shabbat”, giorno (o anche momento come credo) nel quale anche Dio si fermò per vedere (” Ed ecco…”) la bontà e la giustizia di ciò che aveva fatto. Sostengo che anche Dio si fermò, non perché lo so (al più lo credo) ma anche perché pure noi ci fermiamo in un momento di shabbat ogni volta ci è necessario considerare se ciò che abbiamo fatto “è cosa buona e giusta”. Se lo facciamo noi che siamo a Somiglianza dell’Immagine “può non farlo è il Principio di ambedue se non differenziando la corrispondenza fra Immagine e Somiglianza?

Il Muccioli (o chi per lui) sostiene dunque una cosa giusta quando dice della continua laboriosità ma non giusta se la continua laboriosità implica che non vi sia “shabbat”, cioè, il momento della riflessione. Nei cieli dove c’è la continua laboriosità, evidentemente, non c’è il tempo per riflettere se la continua laboriosità è “cosa buona e giusta”. Se non c’è questo tempo, direi conseguentemente, in quella laboriosità non ci può essere ogni considerazione su quanto é giusto.

Siccome non mi riesce di concepire che nei cieli nei quali c’è Dio manchi la considerazione su ciò che é giusto, da quali cieli infiniti proviene lo spirito che informa il Muccioli? Da quelli dove si ammira (e si mira) il Giusto della Vita che permette di mirare il proprio, o da quelli che ammirano il proprio e si mirano sul proprio?

Con raggio cristico, molto probabilmente il Muccioli intendeva dire il raggio di un influsso: cristico, appunto perché emanato da Cristo. L’emanazione di una forza si diffonde o direttamente dal soggetto che la emana o, indirettamente, per mezzo di un soggetto tramite; ad esempio un credente.

Non sempre (per non dire mai) siamo in grado di verificare la veridicità di uno spirito naturale. Figuriamoci di uno spirito soprannaturale. Se é vero che di uno spirito naturale siamo in grado di verificare almeno l’identità, così non possiamo per uno spirito soprannaturale. Lo stato di bene nel quale dice di essere uno spirito non può essere prova di identità. Alla stegua, possono dire di star bene anche gli spiriti che nel male ci stanno bene!

Uno spirito ombrato da ignoti influssi (come anche ombrante per gli stessi influssi) poco saggiamente ombra (e reca ombre) sia sul il suo rapporto con lo Spirito, sia il rapporto con lo Spirito del soggetto ombrato dalle sue ombre. Da qualche parte é  scritto che questo errore non sarà perdonato.

Sento le frasi “il concetto di monade quale parto divino”, e “la sua discesa avvenne dopo il moto di ribellione” più che altro piene del compiacimento culturale del professorone che si degna di parlare con dei macachi. Se nel padovano da dove provengo, “macaco” è sinonimo di sciocco, nel Madagascar è un lemure: scimmia di tipo macaco. Il duplice significato di “lemure” (sciocco e macaco) m’ha dato da pensare. Potrebbe essere che al Muccioli (di allora) lo spirito comunicante intendesse dirgli più cose contemporaneamente. Ad esempio: a) confermare le intuizioni di Platone;

b) affermare la teoria dell’evoluzione;

c) confermare la discesa dell’uomo dalla scimmia.

Le affermazioni di quello spirito, però, potrebbero anche avere un’appendice occulta; cioè: è periodo lemurico, quello nel quale gli atomi dell’uomo (macaco quando è sciocco come un lemure) avvolgono maggiormente la monade anima. Di cosa l’avviluppano? Premesse le mie scuse alle scimmie, di ciò che è sciocco perché macaco.

Corretta e meglio mirata molti anni dopo.

 

Caro Francesco

La mia simpatia nei tuoi confronti nasce dalle emozioni che ricavo da fotografie e video più che dalle parole che generalmente apprezzo se riguardano i principi ideali, ma che non rempre condivido quando li vedo bagnati nel reale. Nasce anche dal fatto che, sia pure collocato presso antichi confini, in parte ti trovo alla ricerca di un Centro. Eresia, eresia, dicono i tuoi contestatori: poveretti perché anche loro (come d’alta parte tutti) sanno quello che fanno ma non sanno quello che dicono. La simpatia che sento per te, allora, potrei dirla mossa da istintive ma non confermate ragioni. Comunque sia il caso, ti manifesto quel sentimento, secondo quello che sono, posso, e conosco: poco, purtroppo. Di questo, me ne dolgo e me ne pento. Volevo mandarti una lettera ma non mi è stato possibile farlo perché lo dovrei per posta. Guaio è, che non ho la stampante e che data l’odierna situazione, sono chiusi i negozi dove poterlo fare. Potrei scriverla a mano ma non riesco più a tenerla ferma: é l’eta! Attenderò tempi migliori. Un’organizzazione. net che opera per te mi dice “Caro fedele”. Molto probabilmente lo dice a tutti ma lo stesso mi ha irritato. Perché darlo per scontato! Ho dovuto precisare a quella e lo preciso anche a te, che riservo la mia fedeltà (la direi petrea) solamente al Principio della vita che tutte le religioni dicono con altro Nome. Non di meno, per la sua principiante opera. Per tutte le altre forme di esistenza, invece, ho collocato la mia fedeltà nella cartella che ho nominato DIPENDE. Nell’indirizzo della lettera che ti manderò, dovrò dirti Sua Santità. Mi si rovesciano le viscere già al pensiero! Non per causa tua, ovviamente, ma perché (secondo ideale) aborro anche il solo odore di quanto è vano quando non vanesio. Nel reale, invece, mi rassegno, quindi, lo farò. Tanto ti devo ma sempre con simpatia. Vitaliano

La sorpresa di Pero

Ebbe Pero una brutta sorpresa! Per la vergogna, coprì di foglie quella rogna, ma, Mela, rubiconda, sbucava lo stesso dalla fronda. Scosse Pero tutto il suo tronco, e i rami pregò di scrollare, ma, non ci fu niente da fare! Cosa dirà il mio vicino?! E che figura ci faccio, con quell’impiccio! Venne Contadino. Prese Mela con mano lesta e la mise nella cesta. Dice la morale di quell’arte: ogni vita può la sua parte.

LE ALTRE FAVOLE

asterisco

La Colpa della Chiesa

“Chiudere le porte ai fedeli significa ammettere che la Chiesa ha fallito!”

La Colpa della Chiesa (di tutte le Chiese) consiste nel non aver mai confermato con sovrana decisione che la massima Chiesa della fede (di ogni fede) è lo stesso fedele. Ulteriore colpa, nel non aver preso atto delle ovvie conseguenze. Se i fedeli sono Chiesa, a che servono le chiese (nel senso di costruzione) se quella del Padre sono gli stessi fedeli? Per ascoltare la Parola? Essendo i fedeli Sua chiesa, direi che già l’ascoltano ascoltando la Chiesa che è la propria vita. Per la Comunione? Essendo i fedeli Chiesa del Padre, già la fanno, tanto quanto sono vita in comunione con la vita del Padre. Se già non sono vita in comunione con la vita del Padre, il rito che la ricorda è solo uno strumentale teatro. A mio vedere, quindi, la chiesa nel Covid ha da preoccuparsi di una sola questione, e cioè, che i fedeli si rendano conto che sono tali pur restando a casa anche nel dopo Covid.