Posato il giornale

Posato il giornale che abitualmente vado a leggere sulle panchine davanti alla chiesa di s. Zeno stavo dando del pane ai colombi. Nel silenzio mentale che riesco ad ottenere quando voglio allontanare i dissidi, improvviso, mi invade un pensiero: “vegliate, perché non sapete quando arriva”. L’affermazione fa parte della narrazione evangelica se non ricordo male. Sul giornale stavo leggendo le dispute che riguardano il Berlusconi, sia come premier che come imprenditore. Da quelle, un remember non completamente vissuto, deve averle collegate alle dispute politiche che leggo nel blog fra pensatori di Destra e pensatori di Sinistra. Su cosa dovrebbero vegliare questi pensatori, perché non si sa quando arriva? Visto che non sono un prete, e visto che considero fatto privato il mio essere di credente, ne traggo la conclusione che non è certo dell’arrivo del Giudice, che sento di doverli avvisare, e non di meno, avvisare me. Mi sono chiesto: se non è del Giudice, può essere del giudizio? Può essere mi sono risposto, ma, il giudizio di chi? Dal momento che non pensavo a faccende spirituali, ne traggo la conclusione che l’avvertenza riguarda l’inaspettato arrivo del giudizio che concerne le nostre azioni. Le nostre azioni, sono principalmente motivate da ragioni che toccano la sfera personale. Nell’emanazione di ciò che proviene dalla sfera personale, non vi è dubbio che giungano (le azioni) ad influire sulla sfera collettiva, ed in questo, passare dalla storia personale alla storia collettiva. In questo passaggio da sfera a sfera, anche il giudizio, passa (e verte) dalla storia personale alla storia collettiva. In ragione dei casi e degli argomenti, e dello stato di discernimento sulle azioni in giudizio, si passa dalla storia della vita di un dato memento, alla storia della vita di date epoche. Nel motivare il convenire e/o divergere, quindi, non possiamo non vegliare perché le ragioni della Storia potrebbero smentire, anche pesantemente, le ragioni che abbiamo portato avanti; e se nelle ragioni che abbiamo portato avanti la parola ultima che è della Storia (non quella reclamata dai vinti, e neanche quella reclamata dai vincitori) dovesse rivelare che abbiamo dormito (o con altro dire, che una ragione non ha vegliato sul suo giudizio) la pena potrebbe essere quella di vederci appesi alla forca dell’errore, alla croce del dolore. Vegliamo sulle nostre parole, quindi, perché non sappiamo quando arriva la Storia giudice, e né sappiamo su chi darà il giudizio ultimo.

Novembre 2009

Cronache dalla stazione

Mi siedo su una panchina antistante la stazione. Sono le 23. Si alza un grosso vociare nordafricano. Vedo il gruppo. Uno di loro si stacca dalla compagnia e tarlocca con una donna. Quella risponde per le rime. L’insieme della figura di quella donna, la voce sgraziata, e chi frequenta, mi fa pensare che sia una tossicodipendente. Arriva una pattuglia della polizia. Si dirige verso i vocianti. Pensate che siano scesi dalla macchina per accertare identità e situazioni? Sbagliato! Alzano i fari. Fanno retromarcia. Se ne vanno. Il vociare li segue. Per quello che conosco della piazza e dei nordafricani, è un vociare derisorio. Non vi è dubbio, che un sessantaquattrenne in bicicletta, con la camicia tutta aperta, ed in ciabatte, alla stessa pattuglia, una decina di minuti prima, deve esser sembrato molto più pericoloso! Tanto è vero, che sono scesi dalla macchina. Tutti e due. Già mi è andata bene che non hanno tirato fuori la pistola. Mi è successo anche quello. Ero in un parcheggio, dove, come disperati, girano di quelli che “grazie a Dio è sabato: si mette a bagno il biscotto! Ci vado perché mi capita di spigolare. Il capo pattuglia mi domanda cosa ci faccio lì. A prendere il fresco, aggiunge. Non mi guarda in viso. Nessuna ironia nella voce. Gli dico quello che a questo punto è giusto dirgli: niente! Trovo legittimo la richiesta dei documenti, e mio dovere darglieli. Legittima anche la sgradita ironia? O la devo digerire perché il signore porta la divisa! Mi dicono che posso andare e me ne vado. Fa niente. Ci tornerò. Ora, io cittadino, dovrei stimare gente del genere e collaborare?! Ma neanche per idea! Considerino già molto, e gratuito, che celi il mio disprezzo! Cosa che in genere non fanno gli stranieri quando vedono che le pattuglie se ne vanno in patetiche ritirate che più di una volta mi è capitato di vedere! Si, raramente la divisa tira fuori l’uomo. Quando lo tira fuori vuol dire che c’era già prima d’indossarla! Raro che lo possa mostrare. Neanche fosse diventata fuori ordinanza.

Luglio 2008

 

Omovecchiaia

Al Circolo Pink di Verona

Siamo spiritualmente deboli in due momenti della vita Gay: nella giovinezza e nella vecchiaia. Tanto o poco, non manca l’aiuto nella giovinezza. Quale aiuto, invece, nella vecchiaia? Direi nessuno. O meglio, c’è, ma, secondo standard culturali, marginalmente corrispondenti alla vita dell’omosessuale anziano. Precisando meglio, sono corrispondenti, quegli standard culturali, solo per le esigenze inerenti la cura medica e la domiciliarità. La vita anziana, però, non è solo pastiglie e pannoloni! Vita, è anche racconto di storia personale e di epoca; è anche condivisione d’esperienza. E’, inoltre, anche possibilità di poter parlare liberamente, come simile fra simili; è anche possibilità, di poter ancora sorridere come simile fra simili! Nella normale assistenza e nei normali ambiti, con chi ricordare e sorridere delle storie che è stato quell’Omosessuale, senza con questo esser compatito, o magari, ancora osteggiato, (quando non rifiutato) come magari lo è stato in giovinezza e/o nell’età  adulta? Per il timore di quel rifiuto, l’anziano Omosessuale si costringe, così, (o lo si costringe) a dover recitare, (ancora?!) ciò che gli impone un ricovero diverso perché culturalmente estraneo. Il che, è come dire che si costringe, (o lo si costringe) a negare la sua umanità anche per il solo fatto di veder visti, come sessuali, dei meri desideri di affettività. Negare (o far si che si neghi) anche quegli ultimi fiori, è forzarlo all’interno di un’agonia cosciente; è seppellirlo culturalmente e spiritualmente, ancor prima che muoia naturalmente. Sollevo, quindi, il problema, e propongo a questa Associazione, di ideare un’assistenza domiciliare, e/o una casa alloggio, attuata da operatori sessualmente omogenei. Il problema che sollevo, riguarda anche l’Omosessualità femminile, ovviamente!

Ottobre 2007

Correvano anni

Cortese signore: correvano anni d’esperienza in meno quando ho iniziato ad occuparmi di tossicodipendenze. Conscio dei miei tanti limiti, ho bussato a non si sa quante porte. Fra queste, a quella di un gruppo politico di Sinistra. Sentite le mie necessità, un aderente di quel gruppo mi pone la classica domanda da cento milioni: la droga è un male, o fa male? Feci fatica, allora, a capire il senso della domanda. Non poca fatica mi ci è voluta per rispondere, non allora, adesso: la droga fa male, ma se non risolta, diventare un male. Ora, infatti, pur essendo usata per gli stessi motivi di allora, ha percorsi implicitamente più malevoli. Non tanto, o non di più, nel corpo del tossico, ma tanto e di più, nelle vene del mondo. Non è ignoto a nessuno, infatti, che vi sono culture che la vendono come arma, oltre per lo scopo di comperare armi. Per quelle culture, ogni pera è la pallottola che fiacca, quando non uccide, un alterno pensiero. Dal che ne consegue una necessità di difesa, che non può non procedere oltre una campata pretesa della libertà di farsi, se quella libertà è il cavallo di Troia che favorisce un generalizzato disfacimento: vuoi della personalità individuale, vuoi di quella sociale. Nelle tante e dispendiose campagne contro la droga, mai una volta ho visto trattato con evidenza, anche questo aspetto. A mio avviso, sarebbe ora di farlo.

Novembre 2007

Radici e terrorismo islamico

Ho letto un libro per caso; di quelli che compro non so bene perché. Si tratta de La più lunga frontiera dell’Islam di Roberto Giammanco, editore de Donato. Di fronte alle argomentazioni sostenute dall’autore, se ascolto la mia mente sono senza parole da tanto mi vedo culturalmente inadeguato. Se mi ascolto il cuore, invece, ne sono subissato. E’ indubbio che non sono complice dei delinquenziali sfruttamenti economici che la civiltà islamica ha subito da quell’occidentale, e, che se mai sarò vittima di un atto terroristico di matrice islamica, non per questo potrò dichiararmi innocente, al più, non colpevole perché inconsapevole; inconsapevole, però, prima del libro. Non ora, non dopo. Adesso, quale testimonianza di verità, quale martirio posso offrire a mia soggettiva discolpa al mondo islamico? In quanto vaso di coccio, al più, posso offrire solo queste righe.

Luglio 2006

Vie e verità

Dove l’amore per la vita mi diventa principio, penso secondo il Padre; dove mi diventa Maestro, penso secondo Cristo; dove mi diventa abbandono nel Padre, penso secondo Maometto; dove mi diventa percorso, penso secondo Budda; dove diventa vita, penso oltre me; dove mi diventa vita, penso secondo me, ma, vita, è lo stato di infiniti stati della corrispondenza fra i suoi stati, quindi, non posso non essere, anche stato degli stati, di tutti quelli, che dalla personale via, mi hanno indicato la loro verità.

Novembre 2006

Trascinati come foglie

Cortese signore: trascinati come foglie nelle tempeste raccontate dalle cronache, è tutto fuorché facile trovare i bandoli delle matasse, pure, ci dobbiamo provare; ci dobbiamo provare, anche non rifiutandoci di percorrere delle alterne strade. Non è il mio già scritto futuro che si preoccupa per i fatti detti dalle cronache; si preoccupa per quelli che sono da scrivere, per quelli che non lo sanno scrivere; per quelli che pensano bella, la copia che stanno scrivendo. Ognuno di noi, signor Direttore, è via della propria vita. Nessuno di noi, però, abita sulla cima dei monti, quindi, la via personale non può non corrispondere con quella sociale. Lungi da me l’idea di pretendere della santità al mio prossimo. Al più, una decente media. Nel corrispondere con la via sociale, vi sono di quelli che viaggiano al centro, o per infinite posizioni del passo, ai lati della strada: qualche volta, anche agli estremi margini. Nei viaggi al limite dei confini della strada sociale (e non di meno personale) vi è di che maggiormente cadere nell’errore. Pure, ogni viaggio, è di per sé legittimo, quindi, nessun viaggio dovrebbe essere fermato, quando non interrotto. Il che vuol dire, che ogni viaggio è un legittimato fai da te? No. Il che vuol dire, che lo Stato – pastore deve guidare i suoi cittadini, non, sovrapponendo cultura a cultura, ma facendo emergere dalla coscienza della cultura personale, la coscienza della cultura sociale. Quale, lo strumento idoneo, se ogni cultura esterna alla persona può essere considerata una educativa forzatura? A mio avviso, lo può essere la riscoperta del dolore: sia esso subito che procurato. Nessun genere di pensiero, infatti, può esser considerato giusto, la dove origina del dolore. Ed è nella presenza del dolore, che io pongo la ricerca del vero. L’assenza del senso del dolore, è assenza di ogni limite al piacere che è nel vivere per il piacere. L’assenza di ogni limite al piacere che è nel vivere per il piacere, esalta la mente che non vede fermata in alcun modo la sua forza; esaltazione che noi ben vediamo negli stadi; nell’incosciente uso della personale vita (droghe ed altre sfide, delitti, follia, violenza stupida e/o gratuita, ecc.) Non c’è parola o norma, che barrieri quell’esaltazione; è l’esaltazione di chi sa, ma che, interiormente, non sente (e/o rifiuta di sentire) quello che sa. Chi non sente quello che sa, conosce la vita a metà; è la condizione, di chi sa l’amore, ma non ha mai amato; e la condizione, di chi sa il dolore ma non l’ha mai sofferto. Chi conosce la vita a metà, è un crescente a metà. Un crescente a metà, rischia di essere inoltrato alla vita, come siamo usi inoltrare, i barboncini: sì di razza, ma costituzionalmente più deboli dei meticci.

Novembre 2007

 

Ricordi dal Gabinetto

Gabinetto di Letture Este

gabinettoeste

Verso i venti (forse meno) sono stato cameriere al Gabinetto di Lettura di Este (Padova) Ore assolutamente vuote, nel pomeriggio. E dalle sale grandi, inquietanti silenzi mi venivano incontro. In genere domande. A lato del bar, il salone da ballo. Lungo. Alto. In 800, penso. Sul palco, un piano. Risposta senza domande anche quello. Per lunghi pomeriggi. Scocciato dal silenzio, un qualcosa che voleva una risposta, m’ha preso. Mi sono seduto sullo sgabello, ed ho esplorato la tastiera. Arriva un socio. Giovane. Ora avvocato. Non sapevo che sapessi suonare, mi dice. Non ricordo cosa gli ho risposto. Ricordo solamente che m’ha riportato alla macchina del caffè.

Novembre 2007

L’errore, il dolo, l’esilio, il recupero.

L’odierna concezione della carcerazione non è disgiunta dall’opera di recupero all’io personale e a quello sociale. Natura insegna, che è possibile recuperare la piega negli alberi giovani, più che negli sviluppati al loro massimo. Cultura insegna, però, che il Coltivatore regge il ramo che non può più raddrizzare perché definitivamente cresciuto, e che comunque ne accetta i frutti che ne ricava. Difficile, ricondizionare delle adulte personalità. Non tanto perché queste non capiscono l’errore che ha deviato il loro vivere (dal sociale al fuori) quanto, perché ancora fortemente dipendenti dal campo di crescita; invaso asociale, che la galera può contribuire a mantenere attivo. Colpa, è il giudizio che diamo su di un dolo: può essere dolo verso una morale altrui e/o collettiva; può essere dolo verso un altro vivere; può essere un dolo verso il complessivo esistere che chiamiamo società. La colpa, è proporzionale al dolo. Con altre parole, siamo colpevoli tanto quanto perseguiamo, in piena coscienza, un dato errore, e/o delinquere. L’opera di recupero di un esiliato dal sociale, quindi, non può non partire dall’analisi del soggettivo campo, del soggettivo invaso, dei soggettivi frutti attuati dall’esiliato. Questo, non di certo per caricarlo di ulteriori croci, ma per portarlo a ben distinguere, la croce che è nella fatica di vivere (e questa la portiamo tutti) dalla croce che l’esiliato ha caricato sulle spalle altrui, e/o su quelle della società. Direi che senza un’analisi senza vie di fuga (senza giustificazioni, ma non per questo senza attenuanti) non può esservi inizio di recupero, e quindi, di possibile travaso dal campo con pietre e gramigna, (quello asociale) al campo che non dobbiamo mai finir di sarchiare, che è quello sociale. E’ ben vero che anche quell’analisi, può apparire un secondo processo; in particolare modo, morale, direi. Ed è ben vero, che per tale venatura, può essere respinto dall’esiliato, che pur accettando il fatto di aver compiuto un dolo, non per questo accetta l’idea della colpa. Non l’accetta, perchè anche l’esiliato, è stato, dentro un colpevole campo (vuoi contestuale, vuoi collettivo) un seme innocente, o quanto meno, inconsapevole. Sa bene, l’esiliato, che tutti siamo stati semi innocenti, come non tutti siamo diventati dei rami fortemente storti. Cosa abbia impedito ai rami relativamente storti di non piegarsi di più, quando non definitivamente, lo sa il cielo, da tanto pare legato al caso, o quanto meno, al caso che m’ha formato, giusto per non tirarmi fuori da questo post, e dalle mie responsabilità! Ho conosciuto di tanto e di tutto. Vi risparmio la lista. E’ facile immaginarla. Come mai, mi domando, allora, non sei diventato di tanto e di tutto, Vitaliano? Non certo per virtù: che non voglio far ridere nessuno! Forse, per, via, via, maggiorata, lucidità. Non ho mai saputo coprirmi quanto basta, davanti a me stesso. Ecco! Recuperarsi, è anche spogliarsi davanti a sé stessi. Lo si può fare senza paura, però, se senti che lo stai facendo impunito, perché ti spogli, davanti a chi si sa spogliare, tanto quanto chi si spoglia. Tutti nudi alla meta, mi dirà qualche bello spirito? Dipende! Dipende dalla meta. Dipende da quanto c’è da spogliare. L’importante, è che la stanza non sia fredda!

Novembre 2007

“Sono i bambini che desiderano gli abusi!”

Tesi, questa, della massima autorità  religiosa di Tenerife, il vescovo Bernardo Alvarez. E una tesi che va a pari passo di quell’altra: le donne cercano l’abuso, e addirittura lo provocano, perché portano i jeans troppo stretti sul sedere! Ma pensa te! E’ certamente vero, invece, che i bambini/e desiderano essere amati al punto da provocare quel desiderio nell’adulto, ma, tra desiderio di amore e desiderio di sesso c’è ne corre, della differenza! E’ ben vero che nel minore può essere con_fusa tensione (nel mio caso lo è stata) ma se l’adulto non sa capire e distinguere il genere di tensione, che adulto è? E’ un adulto che non accetta quello che pure è in grado di capire, quindi, è un adulto che vuole restare culturalmente minore: minorità, che può coinvolgere anche il suo vissuto sessuale. Il vicario generale del vescovado dice che il vescovo Bernardo non giustifica e né comprende il grave fenomeno della pedofilia. A no? Cosa interessava, al vescovo Bernardo? Che è meglio allungare le sottane anche ai bambini?

Dicembre 2007

L’ovile cattolico

Blair lascia l’ovile anglicano e si ricovera in quello cattolico. Chissà dove è andata a finire la stanza dove ci si dovrebbe rivolgere alla Santità in cui si crede! Questo, almeno secondo il Cristo evangelico. Dev’essere finita, talmente ultima, nella nostra casa, che non sappiamo neanche più dove l’abbiamo messa! La troviamo subito, invece, quando deve diventare una testimonianza non dissimile dalla pubblicità. Il priore di Bose afferma: tanti i laici che ritrovano la vera fede!. Temperi le sue scoperte, il priore perché è anche vero che tanti credenti la perdono, anche se non sotto i mediatici riflettori! Comunque sia, buon per il Blair, se convinto della sua decisione spirituale. Non è mica questo che mi irrita! E’ la mano morta su ogni verità che mi irrita. Cosa cacchio significa, definire vera, la religione d’appartenenza, se non per implicito, definire false le altre! Della Verità, che cacchio ne sa il priore di Bose e quelli che la pensano come lui. La fede è un atto della speranza, non, della certezza! Che cacchio significa definire vera, una religione da casuale appartenenza se non istigare dissidi! Pronunciare motivi di crociate! Alimentare guerre! E questa sarebbe gente di pace? Ma facciano il piacere!!! Nelle scelte di fede, non sono contro nulla e nessuno! Se non altro, perché so di poter credere, come so di non poter sapere! Quindi, ad ognuno la sua strada! Invece, di che ti gioiscono questi scopritori di redenti?! Gioiscono del ritorno del Figliol prodigo, purché (se decide di farsi biondo ) usi la tinta che si trova solo nel loro supermercato! Suvvia! Ma siamo ancora qui?!

Dicembre 2007 – Meglio mirata nel Maggio 2020

Seminaristi e bonsai

Bisognerebbe innanzi tutto, capire che cos’è la “chiamata”, cosa si intende per sentirsi “chiamati”, e cosa rivela_nasconde la chiamata. All’epoca, l’avevo sentita anch’io. Ho sintetizzato il rifiuto dicendomi: Signore, non son degno. Perché mi sono reputato indegno? A mio avviso per due nascenti verità. In una già sentivo le pulsioni omosessuali. Nell’altra (sia pure molto confusamente) sentivo presente la paura del dopo collegio. Di quello che c’era fuori, infatti, non conoscevo assolutamente nulla! Se era la paura che mi aveva tentato con la chiamata come avrei potuto presentarmi con animo onesto? Devo anche dire che i preti del collegio non mi hanno mai chiesto se volevo entrare in seminario. Forse perché avevano intuito la mia omosessualità. Andando giù di piatto, però, si può anche dire che non me l’abbiano chiesto perché (a parte il prete che mi amò o mi usò che sia) di non gradito tipo. Da avviare al seminario, cercano angeli, i preti dei collegi! Nella motivazione della chiamata non si può trascurare neanche l’ipotesi di una sistemazione all’interno di schemi da esistenziale sussistenza. In questa ipotesi, il chiamato/a si avvia al seminario come in altre occasioni e/o casi e/o indole, un giovane o una giovane si avvia alla carriera militare. Che ne sarebbe stata della mia sessualità se avessi risposto alla chiamata? Come per quella etero avrei dovuto reprimerla, ovviamente, ma sarebbe bastato questo, per fermare lo sviluppo di quelle piante? Certamente no. Quindi, sarebbero cresciute comunque, o una sessualità resa bonsai resta come forma la religione e/o il religioso giardiniere nel seminario che fa da vaso? Alla domanda ha risposto più volte la cronaca. Nulla sappiamo invece dell’animo religioso quando viene potato, e nulla, a priori, possono sapere i potatori nei seminari: se ne stanno accorgendo.

Dicembre 2007

Ti rispondo adesso

perché stavo discutendo con Morfeo

Non è che non mi va di parlare del mutismo letterario che sto attraversando: letterario si fa per dire. Mi tacita un intortamento di motivazioni. Di queste, nessuna emerge in modo particolare e/o significativo, tuttavia, nell’insieme mi hanno pressoché zittito. Quanto al momento, non ti saprei dire. Come hai constatato, non taccio, però, nei commenti che lascio in giro, ma, direi che è solo là, che trovo un qualcosa di nuovo da dire, se qualcosa di nuovo mi dicono gli autori di quei post, ovviamente. Ho letto da qualche parte, che s’invecchia mano a mano il pensiero si fa memoria. In quello stato della memoria, l’inevitabile ripetizione. Ne faccio anch’io! Ulteriormente, ha contribuito un mio lento ma costante distacco dal sovraccarico emozionale che inevitabilmente succede quando si entra in altri ed in altri fatti. Ulteriormente ha contribuito una certa spiritualità buddista. Non prevalente, ma presente. Se ricerca del Nirvana è necessario allontanamento da ogni dissidio, (così come lo è la ricerca della pace spirituale, che ti ho già accennato in un mio commento) ne deriva anche allontanamento da quanti, scrivono del proprio sè in dissidio, e/o raccontano dissidianti fatti: d’arte o reali che siano. Recedo da quell’allontanamento, solo a fronte di due necessità: una, è la necessità  di capire; ed è per questo essenziale motivo che non recedo da te. L’altra, se vedo possibilità  d’aiuto in casi di sofferenza. In questi due casi, la mia vena non soffre d’aridità. Neanche negli altri casi, tutto considerato, ma è in una vena normale e/o concordata che mi ritrovo ad intingere la penna. Il che, mi riporta a certi dialoghi con i parenti che ho lasciato per la loro strada: ciao, come stai, che bella giornata, dicono che verrà brutto, i soldi non bastano mai, ecc, ecc. Morale della favola: la dove non sono un dato, preferisco essere ricordato, e la dove non trovo dati, preferisco mettermi in attesa di trovarli. Tacendo, se occorre. Ciao.

Dicembre 2007

Dal pene e dal male, oltre.

Avevo visto Nureyev a Verona, poco prima che mancasse. Passava per via Roma. Andava verso la Bra. Non avrei colto l’immagine di quello stangone se non m’avesse colpito la sua sciarpa: trascinata a terra. Forse non ci badava. Forse non se n’era accorto. Avrei voluto rincorrerlo e dirglielo, ma, si può rincorrere una stella solo per dirgli che la sua scia tocca il selciato? Così, non ho fatto nulla. Non ho detto nulla. Me lo rimprovero ancora.

L’ho sognato, una notte di anni fa. Era nel vagone di una Littorina. Non seduto e non in piedi, guardava oltre dei finestrini che immagino ma non vedevo, come neanche vedevo quello che vedeva Rudy. Davanti a lui una donna sulla cinquantina: placida, grossa ma non grassa, dai tratti dolci. Bionda con i capelli corti sotto un fazzoletto rosso con disegni. Diversamente da Rudy non ha mai guardato dai finestrini. Nel volto il sorriso di chi sa già sa quando e come dovrà e/o potrà scendere il viaggiatore che alle sue spalle si agita come un bambino davanti alla tenda del Circo. Il Rudy del sogno avrà avuto una trentina di anni. Forte, vitale, il volto virile (senza segni di malattia) era tornato alla bellezza che abbiamo conosciuto, e i sinceri, anche invidiato. Proprio stasera, cercando una sua immagine, ho letto che fu introdotto alla danza da una vecchia maestra: forse la donna del sogno ma ci credo poco. La vedo di più come madre, grande e russa, la donna del sogno. Il significato del sogno? Direi un desiderio di ritorno a questa vita. Non è esclusa la possibilità. Già una volta ha saltato la cortina!

 Dicembre 2007

La falsità

è una verità indossata da una faccia da culo

Vado al supermercato. Compro del pane. Lo pago. Passo dalla direzione. Apro il sacchetto. Spezzo il pane. Ad alta voce sostengo: questo pane è crudo! Glielo dimostro, al direttore, comprimendo la mollica in un unico grumo, chiaramente umidiccio. Il direttore guarda il grumo, prende un pezzettino dell’eterea crosta che contiene la paccia che spaccia come pane, la porta alla bocca, la mette sotto i denti. E’ la sua cottura, dice.

Gennaio 2008

Oltre, il mondo gira.

Caffè a casa e poi al bar. Rientrato, ho messo un po’ di ordine sulla scrivania. Quella che appare sulla parte iniziale della pagine del blog, e che non è il coperchio della mia cassa, come pensava un amico intristito dall’idea. A pranzo, un toast. Nel pomeriggio, ho regalato una caramella all’amante. Dovrò proprio dirgli che i dolci che chiede fanno male a me, se non proprio a lui. Sono uscito. Ho girovagato per necessarie commissioni e sono andato a far la spesa per la cena: baccalà e una bottiglia di brut. Rientro. Mangio. Leggo – Lavoro di notte – di Irwin Shaw. Cinematografico. Bevo un bicchiere. Due bicchieri. Tre bicchieri. Oltre, il mondo gira.

Gennaio 2008

Masticavo una brioche

mentre andavo girando i pensieri

Per andare al lavoro passo davanti la chiesa di s. Zeno. Specialmente nei festivi, sul marciapiede della strada che porta alla piazza della chiesa si siede una zingara. Saluta. Ricambio il saluto. Non do mai nulla. Se mi dicesse: portami una spesa lo farei. Mi costerebbe, certamente molto di più di un 50 cent di superiorità, ma, molto di più il piacere. Molto di più, il senso dell’uguaglianza fra poveri, al di là del fatto che in quel dato momento uno dei due possa maggiormente.

Odio far la carità! Mi umilia. Davanti l’ingresso laterale della chiesa, staziona un altro povero. Sui quaranta. Solido, di struttura. Prima di quello c’era la donna che si è trasferita nella strada dove passo. Ancora prima di quello, c’era un giovane mutilato: romeno, mi è parso. Per qualche giorno c’è stata anche un’altra donna: sparita. Strano. Non che si trovino in tutti i cantoni, i posti in cui la mercificazione della povertà può rendere non poco. Comunque sia, quello c’è e ci rimane. Non mi piace quella figura. E’ una forza che sento non provata da fatica da lavoro, o da disgrazia. Mettendomi al posto delle anziane e degli anziani che vanno a messa, la sento intimidente. Non che faccia qualcosa per spaventare, ma, sappiamo che può far spaventare anche un semplice modo di posizionarsi sia con il corpo che nel dato luogo.

Ho il terrore dei cavalli. Lo domino, ma è più forte di me. Sulla sponda dell’Adige, nella zona che chiamano Lazzaretto, ogni tanto passa qualche cavaliere. Un pomeriggio, ne viene uno verso di me. Cacchio! L’argine che in quel posto permetteva il passaggio non era largo più di un tre metri. Da una parte e dall’altra le rive erano era ripide. Troppo per una ritirata strategica, così, a piede più o meno fermo, aspetto l’inevitabile sorpasso del cavallo. Il cavaliere non era un problema. Neanche il piacere di una tentazione, devo ammettere.

Mano a mano che il cavallo s’avvicina, mi irrigidisco. Non posso farne a meno. Mica posso fare una crisi isterica! Ad un due passi da me, il cavallo rallenta, tituba. Quasi si ferma. Dal centro del passaggio si scosta sino alla ripida alla sua destra. Mi guarda, rovescia quasi l’occhio, (come a dire, se ti muovi ti fulmino, ma lungi da me l’idea di provarci) nitrisce, si scrolla. Ripreso dalle redini del cavaliere, passa: mi sa che abbiamo sospirato tutti e due! Non saprei dirvi se quel cavallo ha sentito la mia paura o come, tuttavia, penso che l’abbia sentito (il mio irrigidimento) come una possibile forma d’aggressione. Me lo fa pensare, il suo momentaneo fermarsi, il suo scostarsi da me per passare, lo scrollo ed il nitrito. Allora, se un cavallo è in grado di sentire lo stato d’animo di una forza non espressa, a maggior motivo, direi, lo può una persona.

Tornando a quel povero, se fossi il parroco gli avrei chiesto di non mettersi proprio su quello stretto passaggio. Il fatto che sia quasi a ridosso di chi passa, in qualche modo è costrittivo perché riduce gli spazi del libero movimento del passo. Quella riduzione dello spazio e del movimento del passante, a mio sentire, diventa anche una riduzione dello spazio del movimento della volontà di quel dato passante, cioè, da caritatevole per libera volontà, può diventare condizionante sino ad una mentale costrizione. Fisime? Può darsi.

Un paio di giorni fa, seduti al tavolino della birreria all’angolo della piazza dove usualmente passo, c’erano tre giovani. Due ragazze ed un ragazzo. Tutti sui venti, direi. Ci guardiamo. Il ragazzo ed io. Mi guardano, le ragazze. Sono Sinti. Nei tempi del c’era una volta non esisteva la prostituzione (maschile e/o femminile che sia) presso i Sinti. O se esisteva, non con estranei a quel gruppo, o se con estranei a quel gruppo, non come mestiere.

A suo tempo ho avuto non pochi amanti Sinti, ed il soldo, era ultima e non necessaria cosa. Più dal soldo, erano sedotti dalla personalità del seduttore: volente o nolente che sia. Cercavano un’ospitalità, più del cuore che della casa. Cercavano forme d’affetto, amorevolezza. Non sono una figura così smaccata di Finocchio, ma certamente sono smaccatamente diverso dagli anziani standard. Però, per quel gruppo tribale (ma anche per il nostro, devo dire!) ogni diverso da usuali schemi è necessariamente un Finocchio. Per quei tre ragazzi, allora, altro non è passato che un diverso Finocchio. Tanto più, perché hanno notato che ho guardato il ragazzo più che le ragazze! E’ il nostro difetto e’ fabbrica, ebbe a dire l’amante napoletano di una mia mia… amica ai suoi amici.

Comunque sia, vaglielo a dire che stavo pensando al lavoro e non al sesso! Comunque sia, un giovane uomo sinto, che si sente non colto da un altro uomo ne trae la conclusione che non è piaciuto. Il che non sarà importante, tuttavia, li scoccia un po’. Conclusioni, certamente non scientifiche, le mie, pure, proprio stamattina (guarda caso) c’è stata una riprova, Lungo il mio percorso c’era un ragazzo più giovane. Mi saluta. Lo saluto. Proseguo. Lo avrei detto dai 16 ai 18 anni, ma, avrebbe potuto averne anche 14. E’ fortissimo, in loro, il divario fra età  somatica ed età anagrafica. Il fatto che debbano affrontare la vita (la loro e la nostra) ancora in età infantile (ammesso, e ne dubito, che abbiano avuto il possesso di quell’età) li rende, anche fisicamente precoci, oltre che esperenzialmente. Non per tale fatto sono uomini, ma per tale fatto li dico miraggi uomo. Sbagliano, gli assetati di sesso e/o d’affetto, e/o d’amore (?)  che non sanno (e/o rimuovono) che i miraggi d’uomo, (o di donna) appaiono come veri dove il percorso sessuale di un’età maggiore è deserto.

Marzo 2008

La democrazia

 è la coesione sociale, dici?

Non mi dispiace, quest’affermazione, pure, mi lascia perplesso. Abbiamo visto che la democrazia attuata, in effetti è volontà di una maggioranza su di una minoranza. Ne consegue, che la democrazia è veramente tale se la minoranza accetta di essere socialmente coesa con la maggioranza. Diversamente, la democrazia che attuiamo, la si potrebbe anche dire una democratica dittatura. Non diventa assoluta, ovviamente, sino a quando la libertà d’opinione ed il conseguente agire politico non viene privato della possibilità d’esprimersi; e ciò, appunto, avviene in regime di libertà. Libertà, è il “contenitore” (vedilo come forma di una disciplinata morale individuale e sociale) che contiene (anche nel senso che limita) l’azione individuale e l’azione sociale: ambedue, infatti, devono avere corrispondenti fini. Tutto molto bello ma anche molto ideale. Scendendo dal fico, allora, direi che il concetto di libertà è come la Donna: mobile. Cosa ferma la mobilità della libertà nell’essere? Direi quello che ferma, presso l’uomo, la mobilità della Donna, (come l’opposto) cioè, una corrispondenza di fini supportati da comuni progetti, regole, e sentimenti di vita.

Maggio 2008

La forza della ragione

contro la ragione della forza

Ci sono culture (soggettive e/o socialmente convenute) che in prevalenza non sentono la forza della ragione, bensì la ragione della forza. Solo se contenute da una forza quelle culture accettano, apprendono e vivono la forza della ragione. Ragionano così anche i bambini. Per questo, non da oggi le dico appartenenti al periodo storico dell’infanzia culturale dei crescenti: persone o popoli che siano. Secondo il mio pensiero, il poliziotto nel caso in questione ha applicato la pedagogia che un padre applica con l’intento di riportare entro lecite guide una ragione fuor di verità. L’imposizione di una forza che ha uno scopo magistrale è umiliante? Se il fine è umiliare, certamente si! Se il fine è far capire, invece, è una lezione di vita che certamente fa male a più livelli. Direi, infine, che il punto dolente dell’azione del poliziotto sta nella domanda: gli era lecito impartirla?  Come persona no. Come rappresentante di uno Stato che deve insegnare la ragione anche ai figli discoli propri oltre a quelli nolentemente adottati, sì. Naturalmente, l’opinione non vale quando i figli dello Stato si oppongono al Maestro secondo la forza della ragione: singola o collettiva che sia.

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IL CASO IN QUESTIONE

Ogni tanto un pensiero

Ogni tanto un pensiero mi gira per la testa come un volo dentro una gabbia: devo occuparmi delle cose del Padre mio. Non sussultare che adesso mi spiego. Il possesso di una fondamentale cultura, non necessariamente significa il possesso dell’identità che l’ha originata; ed è per questo, che posso possedere la cultura di tutti ma non per questo essere tutti. Cosa significa, occuparsi delle “cose” del Padre? Il Padre ha (ed è) una sola cosa: vita. Occuparsi delle cose del Padre, allora, è occuparsi della vita che ha originato. Vi è vita del Padre, vi è la nostra. Per quanto riguarda la vita del Padre, chi più eletto di Lui ad occuparsene? Quindi, non mi rimane che occuparmi della sua opera. Per quanto so e posso, ovviamente. Vi è l’opera che è diventata Vitaliano. Vi è l’opera che è diventata i nomi che sappiamo darci e/o dare. Un tantinello impegnativo, per non dire megalomane, occuparmi della seconda possibilità, quindi, non mi resta che l’occuparmi della mia. E’ ben vero che “nessuno è un’isola”. Occuparmi della mia, quindi, direi implicitamente, è anche occuparmi della seconda ipotesi. Contraddittorio con la precedente affermazione? No, direi, se, occupandomi di altro da me, rimango all’interno delle mie acque territoriali; e di questo e di queste mi sono ultimamente occupato. Quali, i risultati? Non lo so, per i fatti adiacenti alla scia della mia barca. Per quelli all’interno della mia scia e della mia barca, stantii come scorze di limone, spremute e rispremute e da troppo nella spazzatura; così il percorso della mia sessualità e della corrispondenti emozioni. Negare quella rotta alla mia barca? Chiaramente no. Quale alternativa mi resta, allora? Direi, ritrovare la rotta lasciata: quella naturale.

Maggio 2008

Lettera da cause perse

pensata per i due giornali di Brescia. Scritta per un amico proprietario di Discoteca.

La colpa, signor Direttore, è proporzionale allo stato di coscienza. In quanto presidente ed in quanto proprietario di Discoteca, vedo (e mi vedo) nolentemente “colpevole” di ospitare una gioventù, a sua volta “colpevole” di una vitalità generalmente in eccesso, a vuoi a causa di una esasperata ricerca di un più ampio completamento amicale – sentimentale, vuoi per segnare meglio uno stacco fra la vita che vivono e quella che vorrebbero vivere, vuoi a causa di “ausiliari” supporti: droghe monopolizzate dallo Stato, e droghe monopolizzate da altri stati. Una causa non esclude l’altra. La gioia di vivere è un’acqua che disseta. Non vi è acqua, che possa dirsi pura. Alla stregua, non vi è ambito e/o prodotto, che possa dirsi puro. Preso atto dell’universale impurità di quell’acqua, comunque non ci pare atto intelligente, il chiudere i bacini che la contengono. Intelligente, è filtrarla. Intelligente è controllare i bacini. Nessuna delle Discoteche che rappresento si è mai rifiutata di applicare i più idonei filtri e/o controllare il proprio ambito. E’ certamente vero che una maggiorata conoscenza, permette l’applicazione di maggiori filtri e di miglior controllo; e neanche di queste azioni, nessuno di Noi, rifiuta. Il genere di filtro che noi applichiamo nelle nostre Discoteche nasce dalla nostra esperienza. E’ chiaro (c’è ne rendiamo ben conto) che non basta. Non basta, perché vi sono impurità che si sanno ben mimetizzare fra le non impure. Chi, è in grado di distinguerle meglio? In teoria, molti addetti ai lavori di pulizia? del sociale, ma in pratica, e a priori, nessuno. Ci ritroviamo così, Noi discoteche, ad essere l’involontario territorio di guerra, non solo, delle vittime di sé stessi, ma anche di chi dovrebbe aprioristicamente impedire, nella giovinezza, l’emergere di istinti inconsciamente suicidari. Come non bastasse, siamo involontario territorio di guerra dove, maggiormente si dimostrano le carenze operative, vuoi dei deputati alle politiche giovanili, vuoi dei deputati al controllo sui risultati di quelle politiche. Nessuno di noi, Associazione, si è ma sognato di chiedere la chiusura di un Sert ad ogni morto per droga. Nessuno di Noi, Associazione, si è mai sognato di chiedere la chiusura di un Commissariato perché non ha saputo fermare lo spaccio (o lo spacciatore) che ha provocato quel morto: pure, sanno molto più di noi. Pure, possono molto più di noi.

Cosa ci ritroviamo a vivere, invece? Ci ritroviamo a vivere un rischio di fallimento per ripetute chiusure, perché, onde separare l’acqua sporca dalla pulita, altro mezzo non si trova, oltre al chiudere i bacini. Per quale colpa, dal momento che se da un lato abbiamo ben coscienza del problema, dall’altro, non possiamo essere coscienti dei problemi che possono albergare in una data coscienza? E, se i deputati alle politiche giovanili ed al controllo, chiaramente, non possono essere i maghi che ipso fatto risolvono il problema della devianza sociale nella giovinezza, (e/o nel dato giovane) per quale mai potere possiamo esserlo noi, che se per malaugurata idea di permettiamo di allontanare un soggetto dai nostri ambienti, anche solo delicatamente accompagnandolo verso l’uscita, rischiamo una denuncia penale per maltrattamento? Il Ministro di un precedente governo ebbe a dire: dobbiamo imparare a convivere con la Mafia. Noi, non le abbiamo scritto questa lettera perché vogliamo convivere con l’acqua sporca, ma perché vogliamo imparar a separare acqua da acqua, in quanto invasi, non solo dalla marea di fango che tutto invade (se già non ha tutto invaso) ma anche delle chiare insufficienze di chi, ben più efficacemente di noi, dovrebbe difendere anche noi. Vorremmo sapere, inoltre, se e come, i deputati al problema devianza nella cultura giovanile intendono risolvere il Problema, senza per questo aggiungere danno a danno. Chiudere le Discoteche, infatti, non è, risolvere il Problema. Più che altro; ci pare la terapeutica volontà di chi non vuole avere problemi. Il non aver problemi perché si tacita il Problema chiudendo le Discoteche, è giustizia di chi può, ma non è la giustizia di chi sa. A proposito dell’inquinamento nei valori nella Giustizia, anche ogni atto che sa di sopruso è una melma. Non per questo chiediamo la chiusura della Giustizia. Solamente gli chiediamo, di dare ad ognuno il suo, bilanciando i suoi piatti ed i suoi pesi, con più mirato equilibrio.

Maggio 2008

Tutto è droga

se fissa l’arbitrio

Il fine chimico di ogni droga è la fissazione dell’arbitrio. Si può dire, pertanto, che ogni genere di sostanza (non per ultimo, un dato pensiero) è droga tanto quanto fissa il giudizio di chi l’assume (se chimica) e/o di chi la vive se ideologica. Nella mia esperienza presso le tossicodipendenze ho conosciuto non poche personalità prese dalla roba, ma nessuna di veramente imbecille, perché di nessuna si poteva dire che non era in grado di intendere circa la pericolosità personale e sociale delle loro scelte, mentre si poteva dire che non erano in grado di volere l’uscita da quelle scelte; il piacere chimico dato dalle droghe, infatti, è talmente fondante da cassare ogni altra base culturale e/o morale. Per quanto premesso, quello che vale per la fissazione della ragione provocata da un piacere chimico, non di meno vale per la fissazione della ragione provocata da un piacere ideologico; e se manifestazione di quella fissazione è una forza irragionevolmente espressa, quella forza, allora, è una droga. I presi da irragionevole forza, quindi, andrebbero presi in carico dai Sert, così come lo sono i presi da altre droghe.

Maggio 2008

Ci può essere chi è distruttivo

per il mero “porsi al centro dell’attenzione”

Ma ci può essere chi è autodistruttivo perché non vuole che gli prestiamo attenzione. Ti faccio un esempio. Pensa di avere un difetto fisico, o di avere un qualcosa che tu reputi tale. Tu non vuoi che gli altri lo capiscono, così, te ne vai in giro agitando una mano alzata. Certamente ti diranno che sei pazza, tuttavia, quella follia, da te ricostruita, ti schermerà (anche se questo può portarti a morire) dall’osservazione sul difetto che non vuoi far vedere.  Il mondo ci predica la necessità di essere noi stessi, ma se non gli piace quello che sei, finisci col subire infiniti stati e/o condizioni di ostracismo. Ed ora, metti una goccia di ostracismo, poi un’altra, poi un altra ancora. Per anni, così! Non mi meraviglia, quelli che si autodistruggono perché rientrano nell’esempio. Mi meraviglia che non l’abbiano fatto prima e/o in modo più veloce. Sai cosa m’ha salvato dal suicidio da ostracismo? M’ha salvato la nota speranza contenuta nel detto “domani è un altro giorno.” Sperano in un altro giorno, i giovani? Facciamo quanto basta perché abbiano a pensare che domani è un altro giorno? Dovremmo fare in modo che gli sia leggera la vita, affinché non si abbia ad augurare che sia leggera la terra ai caduti sotto le croci che poniamo sulle loro spalle.

Giugno 2008

Riscrivere la Bibbia?

Parti storiche a parte, su quali scelte? Direi secondo questo principio: vita, è corrispondenza di stati in tutti e fra tutti i suoi stati. Ciò che permette la corrispondenza è lo stato della comunione. Lo stato della comunione dice l’amore fra gli stati. Dove non vi è la piena corrispondenza fra gli stati, vi è stato di non – vita, (errore e dolore) tanto quanto non è vi è la comunione che porta all’amore, che porta all’Amore. Se è l’Amore, l’ispirazione divina che conforma l’ispirazione all’amore umano, e se non – vita è separazione di stati fra vita e vita, ne consegue che dove vi è comunione vi è l’idea divina e dove vi è separazione vi è la comunione umana. Riscrivere la Bibbia, allora, è togliere dalle sue pagine tutto quello che non pone la vita in comunione con i suoi stati, o con altre parole, è separare ciò che è dell’umano da ciò che è del divino.

Giugno 2008

Il bianco sta facendo l’ultimo giro di lavatrice

Alla faccia dei due chili e mezzo che ho perso, vado a mangiarmi un gelato a Porta Vescovo. Mi piace quella piazza. E’ un giardino incolto. Molto colorato. Esco dal negozio con il gelato e con una sedia. Mi metto sul marciapiede. Davanti a me la fermata di un bus. Alla fermata, un donnone africano. Lo direi sui 35. E’ assieme ai figli. Sono in scala: 4, 3, 2, e l’ultimo sui sei mesi. Il 4 ed il 3, danno l’idea che potrebbero benissimo farcela da soli in qualsiasi situazione. Il sei mesi, la donna l’ha collocato all’interno di un grosso fazzolettone e l’ha messo sulla schiena. Quello di stasera dormiva. La madre si è chinata un paio di volte. El casca, el casca, mi sono detto. Invece, non casca proprio niente. La due c’è l’aveva per il braccio. Essendo alta la donna, la bambina pingolava (pingolava non è italiano ma direi che rende bene l’idea) girando un po’ di qua e un po’ di la, sospesa com’era, da toccare l’asfalto solo con la punta dei piedi. Come gli altri tre, anche lei aveva l’orecchino. Come gli altri tre, era bellissima. Arriva il bus. La madre solleva la bambina un po’ di più, e la posa sul pianale. Credete che la bambina abbia fatto una qualsiasi protesta? O abbia solamente modificato in qualsiasi modo il sorriso? Ma neanche per idea! Anzi, direi che l’ha accentuato come l’accentua il bambino che accetta, felice di esserci, il gioco che gli pare. Si, mi sa che il bianco sta facendo l’ultimo giro di lavatrice.

Giugno 2008

Vi è violenza anche nei soffi d’imbecillità

E’ una storia vecchia, questa che racconto. Mi è tornata alla mente solo da poco. Non riesco a togliermela dalla testa, quindi, la devo scrivere!

Più di una ventina di anni fa ho avuto a che fare con il Centro Anti Violenti di Verona. All’epoca mi occupavo di tossicodipendenze. Alla ricerca di aiuto ho bussato a non poche porte. Fra le tante, anche a quella. Allora il Centro ospitava gli Obiettori di coscienza. A che titolo e per quali motivazioni non mi interessa sapere. Fra gli ospitati un omosessuale (veronese guarda caso) allora tra il formalmente morbido e l’effeminato. Ho sempre avuto l’istintiva tendenza a far da infermiera alle personalità ancora fragili. Mi ero subito accorto, infatti, che quel giovane stava vivendo il pesante momento di chi teme il giudizio di non normalità. E’ un giudizio che “spaura” quelli che ancora non hanno sufficiente pelo nello stomaco! Già all’epoca ero ben cosciente di desiderare i diversi da me: diversi perché omosessuali per gusto, non, per totalizzata identita’ sessuale. Per me, i sessualmente simili sono seduttivi come le coppe quando il gioco va a spade! Nel mio gioco, però, mi capita di comprendere anche le spade quando è necessario dirsi, viversi e aiutarsi, appunto perché, indipendentemente dalle figure (o dalle figurine) appartenenti allo stesso mazzo; ed è quello che è successo! Anni dopo mi capita di incontrare il “titolare” di quel Centro. Mi fa capire che sa, e che non mi dovrei permettere di fare quello che crede di sapere. Non mi ci è voluto molto per capire che il giovane gli ha riportato quello che crede di aver capito da un atteggiamento gay, solamente compartecipativo. Tutt’ora mi viene da ridere immaginando passionale quel moto di vicinanza! Sempre anni dopo (mai che ricordi una data!) ho visto l’ex giovane frequentare un bar gay con l’evidente ed autonoma sicurezza dei certi di sé. Pur lieto di quella crescita dell’eta’ (di vita non so) a tutto ho pensato fuorche’ rinnovargli delle sorellate intenzioni, come neanche ricordargli, quanto, di quelle aveva capito, a causa di una esperienza ancora narcisistica. Purtroppo, per i coinvolti, alla vita conigliesca, capita di interpretare come palo ogni spaurante ombra. Se intelligente (anche minimamente) la persona estranea all’esperienza omosessuale si rivolge a chi di dovere (quale che sia non lo so trattandosi di un caso fantasmatico) oppure chiede l’ascolto anche dell’altra campana. Diversamente, che ha fatto quel contestualmente imbecille? Ha emesso il giudizio che sintetizzo: non devo provarci. Non ricordo cosa gli ho risposto. All’epoca avevo da rispondere ad un lutto ben di più pesante di quell’ignorante sentenza. Ricordo ancora molto bene, però, l’umiliazione che ho gratuitamente subito, e che ora gli restituisco così. Agirò ben diversamente quando lo rivedrò: strada facendo.

Occhio al fumo!

Sui gradini della chiesa adiacente alla basilica di s.Zeno (s. Rocco, mi pare) un ragazzo ed una ragazza, fumavano un cannone che non finiva più! Eravamo verso le 18. Il ragazzo dice qualcosa alla ragazza tirando un po’ la bocca. La ragazza risponde tirando un po’ l’orecchio. Da anni sono perseguitato dai messaggi trasversali di chi incuriosisco, non necessariamente per disprezzare e/o denigrare, devo dire. Fatto sta, che la ragazza mi grida: figo!! Il proverbio insegna che dove c’è fumo c’è anche dell”arrosto. Con questo voglio dire, che forse non sarà  stata tutta d’oro quell’affermazione, tuttavia, direi che un forse di giallo luccichio ci può essere stato, quindi, sorrido, accenno con la mano un che di noncurante, e forse, da stronzo, alla ragazza replico: occhio al fumo, invece! Perché mi capita sempre di allontanare le affermazioni a mio riguardo? Una pessimistica valutazione di me stesso? Può essere, ma può anche essere, che le rifiuto per una chiara visione di me stesso. Non da oggi sostengo che se mi danno dell’imbecille ci trovo più ragioni di quando mi dicono intelligente. E questo, è certamente vero per quanto riguarda la verità  che conosco di me, tuttavia, potrebbe essere certamente falso per quanto conosco della verità . Se consideriamo infatti, che per la gran parte della nostra vita siamo formati dal mondo più che dal nostro, è chiaro che la conoscenza della nostra verità, è ben poca parte, rispetto alla verità  del mondo che ci è stato culla, casa, viaggio, ecc, ecc. Si può dire, quindi, che i parametri di giudizio, vuoi pro, vuoi contro, non sono altro che del diverso fumo.

Luglio 2008

L’acqua veniva giù che non vi dico!

Non mi resta che aspettare. Giunge un giovane. Lo intuisco del Marocco. Dopo me lo conferma. Ci guardiamo. Ci sentiamo. Magari, ci fosse nelle parole, la stessa sincerità che c’è negli sguardi non filtrati da tante figate! Gli offro una sigaretta e gli chiedo il favore di accendere la mia. Non ha accendino. Fatalità avevo l’accendino scarico. Uno di quegli accidenti di plastica non trasparente, che non si vede quando è pieno o quando è vuoto! Accidenti!! L’astinenza da fumo è leggera ma c’è. Stessa leggere astinenza anche da sesso, così, non avevo più di tanta fretta di accertare se aveva di che accendermi anche lì! Piccolino. Un viso bellissimo. Di tratti affascinanti, perché l’aspetto maschile dei suoi lineamenti, era continuamente sovrapposto da aspetti femminili (la delicatezza dello sguardo da cerbiatto, il taglio delle labbra, la forma triangolare del volto) in ragione di mobilissime emozioni. E’ di Casablanca. Con Rabat, Marachesc (chissà come si scrive) Agadir, Tangeri, mi dice, le più occidentali città del Marocco. Le altre, sono tutte terrone, mi dice. E’ vestito bene anche se estivamente. E’ pulito. E “nostro”? Anche se non sa ancora parlar bene l’italiano, non ha le gutturalità della lingua araba. Tantomeno l’arroganza che è in certi toni ed atteggiamenti dei terroni marocchini. Quelli che, sempre a suo dire, sono le personalità peggiori, non solo perché border line qui, ma anche perché border line in Marocco. Il ragazzo sarebbe tentato dalla mia seduzione, e non mi rifiuta la sua, ma non sa decidere sulla scelta: paglia o fieno? Finisco con il lasciarlo alla sua fame, ma questo è successo in fine, ora, voglio farvi tornare alla reciproca voglia di fumare. Passano tre giovani italiani. Venivano dall’Arena, molto probabilmente. Il ragazzo chiede l’accendino. Lo chiede molto cortesemente. Ne riceve sorrisi di circostanza e tentennamenti di testa. Va bè! Passa una coppia. Un lui ed una lei sui quaranta. Lo chiede anche a loro. Ne riceve dei tentennamenti di testa e occhiate infastidite. Neanche avesse chiesto la carità! Va bè! Passa un giovane marocchino. E’ indubbiamente terrone. Il ragazzo chiede l’accendino, ed il terrone, sorridendo con simpatia, glielo dà! C’è una morale, da questa storia? Certo che c’è. Il guaio è, che non riusciamo a coglierla.

Luglio 2008