Ed è stato un botto!

Stavo collocando diversamente le categorie e i tag quando ancora una volta ho ricordato questo bellissimo commento (e/o citazione) di Luisa Ruggio: ed è stato un botto! Un sistemarsi di tessere!


“Uomini senza fede hanno avuto comunque bisogno di immensità al limite delle loro risorse, nell’azzardo provvisorio della natura umana che lascia qualcosa di inesaudito. Il salmo 78 racconta di Dio che conduce Israele nel deserto “e li portò al suo confine santo” (verso 54). Sottolineare con cura: l’incontro avviene all’estremità, al confine, non al centro. Lo scambio della legge ai margini della schiavitù d’Egitto avviene nel deserto profondo ma è un viaggio compiuto solo a metà, non seppero mai se quel confine era santo. Quando nell’Eneide Virgilio scrive “spes sibi quisque” (ognuno sia speranza a se stesso) esclude la parola ebraica “tikvà ” scritta da Zaccaria (9,12) per annuncio di salvezza “Tornate alla fortezza, prigionieri della speranza.” Ma quella parola, tikvà vuol dire anche “corda” e quindi: tornate alla fortezza prigionieri della corda. Una speranza che trascina e può spezzarsi. Quando Rachele piange a Ramà i suoi figli e rifiuta ogni consolazione (geremia 31,15) Dio interviene: “Distogli la tua voce dal pianto. Con una corda (speranza) torneranno figli al loro confine (l’incontro).” Nota a margine. A piè di post. Al confine.”


I credenti non possono ignorare che Dio (comunque lo si nomini o lo si intenda) è un principio assoluto. I principi assoluti non hanno confini (avendoli non sarebbero assoluti) e neanche possono sostener di aver confini: sostenendolo, riconoscerebbero di non essere assoluti. In quanto realtà assolutamente universale, quindi, un Principio assoluto neanche può essere confinato all’interno di una fideistica visione: per quanto elevata, necessariamente relativa. Il confinamento di Dio all’interno di un unico pensiero religioso, pertanto, è stato e continua ad essere la massima superbia culturale delle religioni monoteiste. Teniamo giù la mani da Dio!

Datata – Ottobre 2021 – Non l’ho ancora riletta.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Ho preso a botte mia madre

Colori vaghi. Preponderante il grigio. Sto uscendo da casa. In un leggero zainetto da pochi soldi, molto fiorato, metto delle cose. Non le vedo chiaramente ma sento che sono le chiavi, il portafoglio, documento d’identità. Non mi vedo uscire però mi ritrovo a cavallo della bicicletta e fermo nella leggera salita antistante il semaforo sulla strada che a sinistra porta al Ponte Navi e alla chiesa, e sulla desta in zona s.Paolo prima e in XX Settembre di seguito. Il zainetto mi cade.  Passa una donna. Lo raccoglie. Prosegue verso la s.Paolo. Fra il meravigliato ed il seccato, oltre perché impedito dal semaforo non verde, immagino, perché così lo sento, la chiamo, prima forte, poi più forte: Signora, SIGNORAAAA! Non mi sente? Non mi bada? Non può sentirmi? Non vuole sentirmi? Non lo so. Con lo zainetto sottobraccio, la donna si ferma poi sotto la pensilina delle fermate autobus. La raggiungo. Devo avergli chiesto la restituzione della borsa ma non mi sento mentre devo averlo fatto, ma la donna trattiene lo zainetto. Con forza. Tento di strapparglielo! E’ mio accidenti! La donna mi resiste. Perdo la pazienza! La prendo a schiaffi. Mentre lo faccio mi vedo le mani. Sono femminee. La donna mi guarda. Mi pare di conoscerla. Sembra la Cesira ma non pare la Cesira. E’ eguale ma è diversa. Mi guarda come se sapessi chi sono. Mi sorride. Con mestizia, appena prima che la colpissi. Sapeva quello che sarebbe successo? Doveva succedere quello che sarebbe successo? A fatto in modo che dovesse succedere? Non so. Sono domanda a posteriori, queste. Visto che con gli schiaffi non ottengo risultati, passo a più pesante metodo. Mentre con la sinistra tento di strappargli lo zainetto che la donna continua a trattenere con forza, con la destra la prendo a pugni sul volto! Sono pugni maschili. Mentre li guardo, mi domando con sorpresa da dove sono saltati fuori! Non li riconosco, evidentemente. Come se non fossero da me, o di me. Sotto i pugni la donna cade. Forse perché costretta a difendersi dalla caduta con le braccia, la donna lascia la borsa. Finalmente me ne approprio! Giunto allo scopo, mi giro e torno verso il Ponte Navi. Sento che dovrei chiamare un autoambulanza! Mi interessa e anche no. Sento che c’è mancanza di soccorso. Mi interessa e anche no. Sento, non più di tanto pesante, un senso di colpa. Delle fotocamere potrebbero aver ripreso la scena mi dico. Sto, indeciso, fra il preoccupato e no. Mi sveglio. Con la chiarezza della rivisitazione del sogno, si, riconosco la donna: è proprio la Cesira, mia madre adottiva!


cesira


Con tutto quello che ha fatto per me, io l’ho presa a botte! Perché “ognuno uccide quello che ama”? Significati del sogno? Potrebbero stare in queste ipotesi. La borsa con i valori simbolizzano le proprietà della mia identità. Trattenendole ad oltranza, la Cesira mi impediva di appropriarmene, e per implicito, trattenere fra le sue braccia la mia crescita/indipendenza. Condizioni, che ho potuto attuare (con la sua caduta) solo dopo aver ferito con violenza i legami di dipendenza (forse oltre misura) fra una madre adottiva e un figlio riconoscente. Siano o non siano madri, giro il sogno a tutte le donne.

Datata – Ottobre 2021 – Non l’ho ancora riletta.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Reincarnazione

Reincarnazione: ritorno di uno spirito nello Spirito, o ritorno di uno spirito ancora suo spirito? Dipende dallo stato di spirito di uno spirito. Gioco di parole, mi si dirà: mica tanto.


Spirito è ciò che anima. Anima è ciò che si anima. Ciò che si anima è vita.  Lo Spirito è l’anima della vita. Nella Natura, la Cultura anima la vita, animata dalla forza dello Spirito. La forza dello Spirito è vita della Natura. La vita dello Spirito è forza della Cultura. Lo Spirito è la forza della vitalità della Natura che corrisponde con la vita della sua Cultura. Lo Spirito essendo forza è condizione di vita ma non pone condizioni alla sua forza per non condizionare la vita. 


Vita, è stato di infiniti stati della relazione di corrispondenza fra i suoi stati. Al principio, Natura (comunque formata) come suo corpo, Cultura (comunque saputa, come sua mente) Spirito (comunque agito) come sua forza. Gli stessi stati di principio del Principio della vita (comunque lo si chiami) con_formano la vita a sua somiglianza, cioè, la nostra. Differenzia lo stato del Principio dal nostro, non una diversa quantità di stati, ma solo lo stato degli stati: supremi quelli del Principio, a quelli somiglianti, i nostri stati. Vita è stato di infiniti stati. Si origina dalla corrispondenza di spirito fra tutti e in tutti i suoi stati. Uno stato di vita scisso nella sua unità vive nel dolore: male naturale e spirituale da errore culturale. La relazione di vita fra spirito umano ed umano, come fra spirito disincarnato e spirito disincarnato, come fra spirito umano e spirito disincarnato (o l’opposto) non può avvenire che fra spiriti di pari forza. Indipendentemente da dove avvenga (o quanto si vuole che avvenga) quanto attendibilmente vera può essere la ricerca di un incarnato da altro spirito? Per quanto premesso, non quanto basta per affermare, totale, una reincarnazione. Al più, si potrà parlare di reincarnazione parziale. Con ciò intendendo, una reincarnazione di particolarità fisiche, culturali, o spirituali, di un dato reincarnante. Vedano gli interessati se ciò può bastare ai loro scopi. Vorrei invitarli, però, ad alzare lo sguardo dal particolare spirito (forza di una vita) per rivolgersi all’universale forza della vita: lo Spirito. Siamo vicini o lontani dallo Spirito della vita, in ragione dello stato di vita del nostro spirito. Così, ammesso nello Spirito un valore 100 (tanto per ragionare) uno spirito gli sarà vicino se di misura 90, o lontano se di misura 9. La verità dello Spirito è detta dallo stato di pace; è detta dallo stato di pace, perché, pace, è cessazione di ogni dissidio. Alla cessazione del dissidio subentra il silenzio. Perché cessazione di ogni dissidio, il silenzio è il luogo della Verità. E’ un luogo che non possiamo sapere, tuttavia, lo possiamo sentire. Lo possiamo, tanto quanto siamo in grado di porre pace in noi ed in altri e/o da noi. Ora, la ricerca di una più elevata reincarnazione dove dovrebbe dirigersi con più certa verità? Ancora verso uno spirito ex umano (per quanto elevato, ammesso che lo si possa sapere) o verso lo Spirito? Se verso uno spirito, si continuerà disquisire sul vero luogo di nascita, o se veri i ricordi o le caratteristiche di un dato Lama (ecc, ecc,) in un tira e molla che non può non prostituire ogni spirituale intento. Si veda la contesa sul prossimo reincarnato che finirà per lacerare anche il Tibet storico. Il luogo è molto più certo, invece, se dirigiamo la ricerca verso lo Spirito. Si è incarnato come vita, infatti,  e come vita, continua a farlo ovunque c’è vita: in Tibet, in Cina, o qui, in me, seduto su una poltrona dal bel colore cardinalizio!


poltronaconsaluti


Datata – Ottobre 2021 – Non l’ho ancora riletta.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Lo scopo di questo lavoro

Lo scopo di questo lavoro non è certamente quello di riempire dei miei vuoti esistenziali: non mi mancano gli amici, e quando ho bisogno di amanti so dove trovarli, anche se non sempre so come si allontanano: può succedere con il PC e il telefonino: ipotesi successa! Lo scopo, invece, è nel senso della vita: conoscere e discernere; lo scopo, invece, è nel mio senso della vita: ausiliare la conoscenza ed il discernimento. Naturalmente, per quanto so e posso, quindi, mai a sufficienza, purtroppo. Discernere per conoscere, non solo è il mezzo che gradualmente struttura la definitiva identità, ma è anche il mezzo che allontana il senso della solitudine: non senza compagnia, come generalmente si crede e/o si teme, ma senza attivata utilità, vuoi per il nostro mondo, vuoi per il circostante. Per quanto mi riguarda, una persona può essere qualsiasi pensiero, purché sappia, quanto effettivamente gli corrisponde quel pensiero. Purché sappia quanto quel pensiero corrisponde al pensiero della vita. Il mio fine ultimo, allora, non è la Persona: è la vita nella Persona.

Ottobre 2007 – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Chi chiama chi?

Collegio: in età da terza elementare. Assieme ad altri ripetevo il prete che recitava il rosario. Sono di fronte ad una specie di grotta. Non mi ricordo se simil Betlemme, o Lourdes. Naturalmente, sono in fondo alla fila. C’era l’immagine del volto di Cristo, in quella grotta. Era illuminata. Da lampadine. Quel volto non mi lasciava. Dove giravo il viso, pareva seguirmi. Avevo un bel nascondermi dietro la schiena di quelli davanti! Appena uscivo dal nascondiglio, l’immagine tornava a guardarmi. Il fatto m’aveva preso anche le budella, devo dire. Miracolo? Macché! Ci sono immagini così riuscite, infatti, che legano lo sguardo, ma, che ne sapevo d’arte, all’epoca! Comunque sia, a quell’immagine ricordo d’aver detto: Signore non son degno. Che cavolo ne sapevo, rispetto a quello che poteva saperne Lui, se ne ero degno o meno! Non che adesso ne sappia di più, ovviamente! Mi sa, però, che anche all’epoca “sapevo” che i Finocchi non dovrebbero diventare preti. Ed io lo ero, Finocchio! Verso la fine della Quinta, i preti del collegio cercavano e sceglievano i pesciolini che pensavano adatti alla loro rete. “Fatevi pescatori d’uomini!” Già! Di uomini, non, di bambini! Gli eletti venivano indirizzati verso le medie, prima, (queste, all’interno del collegio) e poi verso le superiori: esterne. Le altre in Seminario. In quelle incubatrici, (collegio prima e seminario poi) che ne sapevano, gli eletti, di sessualità, se non la forza che indubbiamente si faceva sentire, come, normalmente, si fa sentire con tutti. Pare che riuscissero, però, a contenerla all’interno della Regola; non ancora voto. Perché ci riuscivano? Semplice! Perché erano fortemente motivati. I guai vengono dopo. Quando, (non per tutti, ovviamente) dal senso di una missione, si rischia di passare al senso di una professione. In questa fase, calano le motivazioni, e con quelle, le barriere di contenimento che sono tutti gli ideali che intediamo come superiori. Cosa non nega il passaggio dalla missione alla professione? Direi, la discesa dal fico che è ogni passaggio dall’ideale al reale. Dall’ideale al reale, non solo per ciò che concerne la conoscenza della missione, ma anche per quanto concerne una più completa conoscenza di sé stessi e della vita. In genere, da una più completa conoscenza di sé stessi, ne consegue (almeno nei più equilibrati, direi) una più completa accettazione della propria umanità. Così, oltre che vivere il suo spirito sacerdotale, quel risvegliato, passa a vivere anche la sua carne. Qualche volta occasionalmente, qualche volta costantemente. Dipende dal genere di carne. C’è carne forte, c’è carne tiepida. c’è quella che pare debole ma che invece non resiste alle tentazioni perché di fatto è la più forte. Il senso ed il peso della castrazione è un dolore è uguale sia per quelli sessualmente galli (gli integri e forti) sia per i capponi: i non integri e/o non forti. Nessuno può dire se la croce dei galli è più pesante di quella dei capponi perché ognuno sente la sua. Non è questo il punto. Il punto è che i capponi spacciano per raggiunta virtù, quello che in effetti è dato dal fatto che prima di essere dei Castrati per il Regno dei Cieli, già lo sono per il regno dell’uomo. Nessuno dovrebbe essere ordinato prete prima dei quaranta! In età non ancora sperimentata, il “chiamato” non può sapere se è effettivamente in grado di mantenere il suo voto! Farlo prima, è una sorta di sventato karachiri, quando non, una delle infinite scelte dettate da l’immaturità, che per giovinezza, nulla e nessuno risparmia. Non c’è tonaca che difenda da scelte immature! Nella chiesa accanto alla Basilica di S. Zeno, anni fa officiava un giovane prete. Un armadio a due ante, con la faccia da bambino. Non c’era verso che dicesse le giuste parole durante la messa. Ancor prima di far sorridere, (in altro posto avrebbe fatto ridere) faceva tenerezza. Poveretto! Non l’hò più visto. Lo immagino trasferito sul cucuzzolo di qualche montagna. L’ho immaginato anche, sottoposto a qualche in terapia psichiatrica. Gesù! Quello che non riesco ad immaginare, e che sia ancora prete. Faccio fatica ad immaginare, anche, che gli abbiano lasciato la possibilità di risorgere come uomo. Ne so qualcosa di quegli impedimenti. Per poter rinascere a me stesso, infatti, ho dovuto uscire dalla tomba religiosa in cui mi ero trovato per sistema, più che per scelta personale.

Ottobre 2007 – Ottobre 2021 – Non l’ho ancora riletta.

VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Tanto o poco

Tanto o poco, giustificanti o meno, coscienti o no che si sia, come per tutti sono agito e agisco due realtà: l’ideale e la reale. Si può dire una senza dire l’altra? A mio avviso, no, o lo si può solo ammettendo che la giustizia pesa con un piatto solo. La giustizia con un piatto solo è tipica del Potere che mira alla sovranità. Poiché miro solo alla sovranità di me su di me, non ho potuto, quindi, non usare la giustizia che usa due piatti: quello del bene in uno e quella del dolore nell’altro; quello del vero in uno e quello dell’errore nell’altro; quello del giusto in uno e quello dell’ingiusto nell’altro. Se in questo ho errato, non ho voluto evitarlo.

Datata – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


In Svezia per uno sproposito

Cortese Realtà, mia madre mi diceva: Vitaliano, se proprio devi annegarti fallo in un mare grande. Non trovando mare più grande del vostro, qui annego il mio pensiero. Per quanto perplessa, Cesira sarebbe d’accordo. lettereperdamasco.com è l’opera nella quale esprimo il mio ideale pedagogico: capire e vivere la vita secondo lo Spirito che gli è forza secondo Natura e potenza secondo Cultura. Pongo il vero su quanto sostengo sullo stato della Pace. Vi è pace tanto quanto riusciamo ad estirpare il dissidio: emozione naturale e culturale che conduce al delirio spirituale quando non allo spiritico. Il sito è in italiano. Per fortuna c’è Google! Nella mia segnalazione è presente un problema: non riesco a capire se è dovuta ad una ispirazione (qualsiasi ne sia la fonte) oppure ad una mania di grandezza. Lascio ai posteri l’ardua sentenza. Lo stavo dimenticando: culturalmente e socialmente parlando sono un Nessuno. E’ un’opinione che personalmente non condivido. Con i miei più distinti saluti.


Ho spedito questo sproposito all’Accademia Svedese delle Scienze. Come cantava Doris Day: que sera sera.  🙂


Dall’Italiano all’Inglese tradotta con Google

Courteous Reality:
my mother said to me: Vitaliano, if you really have to drown yourself, do it in a big sea. Finding no sea greater than yours, here I drown my thoughts. However perplexed, Cesira would have agreed.
lettereperdamasco.com

is the work in which I express my pedagogical ideal: to understand and live life according to the Spirit who is strength according to Nature and power according to Culture. I put the truth on what I say about the state of Peace. There is peace as much as we manage to eradicate the conflict: natural and cultural emotion that leads to spiritual delirium, if not spiritually. The site is in Italian. Luckily there is Google! In my report there is a problem: I cannot understand if it is due to an inspiration (whatever its source) or to a mania of greatness. I leave the arduous sentence to posterity. 🙂 I was forgetting it: culturally and socially speaking I am a Nobody. It is an opinion that I personally do not share. 🙂 With my best regards.

Datata – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Cammini e passi falsi

Per quasi sei anni ho condiviso la vita con un dipendente da tossico sostanze. Con lui ho girato le “piazze” di Verona. Con lui ho esplorato la sua tossicodipendenza: quella da eroina. Con lui ho esplorato la mia tossicodipendenza: confusa, disordinata, disarmonica somma del suo stato e del mio. Lui era la “roba” di me, dipendente da lui, sia affettivamente che sessualmente. Oltre alle piazze dello smercio, con lui ho esplorato la famiglia: dalla sua, al concetto di famiglia. Abbiamo esplorato Ospedali e Centri medici deputati alle tossicodipendenze. Abbiamo esplorato i Referenti di vario genere e grado che si occupavano di tossicodipendenze. Assieme siamo andati per uffici. Abbiamo conosciuto “gente per bene” e “gente per male”. Nel nostro girare, abbiamo trovato del bene, dove, normalmente non avrebbe dovuto esserci e, del male, fuori luogo presso il bene. Ora, lui ha finito il suo giro. Per me, ed anche come Associazione, l’Aids si è rivelato una grande lezione di storia e di vita. Il tutto, per la caratteristica di essere sindrome, complesso di sintomi, confluenza di variabili, condizioni, stati. Se prima ragionavo per settori, dopo, ho dovuto cominciare a ragionare per totalità. Da questa conclusione, la necessità di vedere sindrome, anche la Persona, anche la vita. Sotto questo aspetto, l’Aids che tanto “spaura”, è stato il maestro che mi ha indicato la via. Quella che avevo cercato per anni, e che ho trovato dove non me lo sarei mai aspettavo: alla fine di una strada.


Non ricordo perché ho mandato questa lettera a un responsabile della Lila o del Lila che sia.  Non so neanche se esiste ancora. Non mi interessa controllarlo. Se mandata o comunque recapitata l’avrò fatto per farmi conoscere anche come persona. Anche per un bisogno di condivisione, probabilmente. Tanto più perché anche quella apparteneva alla parrocchia di s. Frocio. Non ho sbagliato nel credere nella cultura di quella persona. Ho sbagliato nel credere che fosse una Persona, invece, si è rivelata una figurina. Dovettero pensarlo anche al Sert perché, di punto in bianco, fu pubblicamente esclusa da ogni collaborazione.

Datata – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Amanti dopo

Allo scopo di togliermi qualche ragnatela all’apparato decido di uscire. Prima, però, rispondo ad un commento. Il rinvio permette l’arrivo di un periodico amante. Sale, mi abbraccia e via facendo. Terminato il facendo con reciproco piacere mi diventa l’estraneo che solo la confidenza non esclude dal bacino finale, ma se dovessi seguire quello che sento, lo manderei a rivestirsi in cortile!

Maggio 2007 – Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Non sempre ballo da solo

Ho iniziato a mettermi a nudo nel 71. Sia pure con affrontabili difficoltà è stato più semplice togliermi gli abiti che togliermi i precedenti pensieri. Certamente sono stato aiutato dall’abitudine di abbassare la luce nella stanza, e la luce della verità nella mente. Sai bene, che troppa luce offende gli occhi e troppa verità allontana la capacità di accoglierla senza traumi. Spogliati oggi e spogliati domani, un po’ alla volta ho iniziato ad accettare la mia verità fisica, e la mia verità mentale. Oggi, posso girare per la stanza come mamma m’ha fatto, e girar per la mente, proprio come la verità m’ha voluto. Per la mia stanza, però, non sempre giro da solo come non sempre trovo (per non dire quasi mai) chi, come me, ha attraversato le mie stesse stazioni (e stagioni) di conoscenza. Torno allora, ad abbassare ambedue le luci, onde permettere all’occasionale fortunato di vedermi e di vedersi come è in grado di fare o di accettare.

Datata – Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Filo guida e badili


“Il filo guida non sempre si trova, a volte serve un ‘introspezione profonda perciò ci sentiamo abbandonati al destino: pensiamo di non farcela…”


Quando pensiamo di non farcela perché anziché sentirsi abbandonati al destino, non ci domandiamo, se non stiamo scavando troppo nella nostra profondità e quindi nel nostro destino? Un esempio per semplificare: se mi pianti un badile troppo profondamente nel terreno rischi non solo di non alzare quello che volevi alzare ma anche di non saper più come togliere il badile piantato. Ecco! L’introspezione profonda che dici necessaria per trovare il nostro filo guida è come usare il badile nel modo in esempio! E’ chiaro che ti senti “abbandonata”, ma, dalla vita, oppure da una vita che si agisce con una capacità di scavo, secondo il caso, in eccesso o in difetto? Mi ci sono voluti 62 anni di abbandono per capire che che siamo noi ad abbandonare la vita, non, la vita.

Giugno 2006 – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Nulla mi è più distante!

Non so quanto in buonafede, o quanto per proprie storie, ma in alcuni casi sono stato collocato nei gironi dei fanatici in religione. Nulla mi è più distante! Ho patito troppi fanatismi sulla mia pelle di “diverso” per stare in alcun modo o misura vicino a quella gravissima infezione culturale e spirituale che è la fanatizzazione ideologica. Si potrà convenire o non convenire sui pensieri religiosi. Si potrà convenire o non convenire sull’esistenza di un Idea che chiamiamo “Dio”. Comunque si metta la questione è fra i bisogni del vivere! Di quei bisogni, condivido i soli principi universali della Vita, e accetto i particolari, perché locali vie di un sapere che nasce dalla necessità di un più elevato sentire sé stessi. A livello religione, o bisogni religiosi o quant’altro di ideologico o di contro ideologico, sia come Perdamasco che come Vitaliano, tutto mi sta bene, purché quel tutto non diventi potere di vita su vita. In quel caso, non ci sto, ma, senza fanatismo, neanche lì.

Datata – Ottobre 2021 – Non l’ho ancora riletta


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE

Polca a s. Cristina di Ortisei


asantacristina


Questa è la giacca alla napoleonica che ti dicevo, Pabloz. L’ho ritrovata in un album: nell’unico che ho, a dirla tutta. Non ricordavo più di averla. L’originale è in bianco e nero. Copiata con la cam è venuto fuori (miracoli del caso) proprio il color cammello originale. La luce alla sinistra è un effetto della lampada che ho sul tavolo. Quel tantinello di volto femminile che vedi a destra, invece, la potrei dire, l’esatta quantità di emozione che io provavo per quella ragazza: non molto munita nella capa, ma, con delle gambe che raramente ho visto se non su strapagate modelle. Eravamo in una baita dalle parti di s. Cristina di Ortisei. Erano tempi da tralicci divelti, all’epoca. Non eravamo molto graditi in mezzo a loro, noi, italiani, ma risolvevano la questione, i nativi, facendo conto che non ci fossimo se non come spazio tolto in pista, se si può chiamare pista una sorta di pavimento ad assi di un legno che ricordo grezzo, o quanto meno reso grezzo dal ballo di generazioni di scarponi. Polka, ti dicevo, ma a me, evidentemente, anima troppo sensibile, pareva piuttosto un agitar di anche e di spalle, di orsi che non avrei saputo distinguere dalle orse da tanto, complice la snaps, erano avvinti, stretti, appiccicati. Non sapevo ballare la Polka, e quella ragazza me l’ha insegnata. Non m’ha insegnato altre polke, quella ragazza perché non mi sono mai illuso e non ho mai illuso. Dico, illuso, perché non pochi partecipanti alla mia sessualità sperano che il profumo di donna sia taumaturgico per i problemi di non accettazione di sé. Alzi la mano chi non ha mai sperato nei miracoli. In particolare modo a vent’anni.

Giugno 2007 – Ottobre 2021 – Non l’ho ancora riletta


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Sono così difficile?!


A proposito di un post mi scrive Girolamo: caro Vitaliano, il Tuo saggio assomiglia al un film di Luca Visconti. È difficile da interpretare alla sua prima lettura – prima visione -, ma va masticato – visto – più volte e nel tempo, perché molto DIFFICILE a noi comuni mortali. Una cosa però e chiara: è un saggio – un film – molto profondo, sofferto, enigmatico, altamente letterario e, persino, religioso… ai posteri larga sentenza…


Simpatico, Girolamo, l’accostamento con Visconti che ho apprezzato in tutte le sue opere pur riscontrando nei finali una tendenza verso la pateticità. L’ho riscontrata sia in Rocco e i suoi fratelli che, peggiorata, In Morte a Venezia. Farò sempre in modo di salvarmi da quella fine. Tornando a bomba: mi venga un colpo se capisco dove è difficile da intendere quanto esprimo! Tanto più, perché chiarisco ogni concetto subito dopo averlo espresso. Se difficoltà vi è, invece, la trovo nel confronto fra notizie storicamente provate e notizie nuove. L’avevo già prevista e affrontata con la storiella Zen o Na – in e il Professore: anche quella con la debita spiegazione. Mi sa che devo accettare l’idea che a capire maggiormente l’opera saranno quelli che “hanno orecchio”. Con ciò intendendo dire, quelli che sanno sentire. più che ascoltare. Con la tua risposta e la mia farò un post nel Blog. Non credo, infatti, che a recepire_sentire le difficoltà che dici appartengano solo a te. Intanto, grazie di tutto. Ciao, Vitaliano

Datata – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


La Gazzabinskaja



Si avvicina il Carnevale. Decido di esserci. Mi lascio affascinare da un 80×80 di uno scampolo di velluto viola che dicono imperiale. Stupendo per un mantello ma con un 80×80?!! Lo compero lo stesso! La sarta ed io cogitiamo un corpetto. Le misure sono bastate per la parte davanti! Si va bè, e mo’? E mo’ ci vuole il resto! Unito resto a resto (non manco di fantasia) è venuto fuori un vestito russo dell’8oo. Lo strascico sul metro e mezzo. Tanto per restare in tema, è in damasco viola con disegni in oro. Mi è costato un capitale! Già da casa abbigliato, parto per Venezia. In prima classe, ovviamente! Non come maschera sono andato per irte calli, ma come chi va a vedere le maschere. “Vestita di voile e di chiffon” non vi dico il freddo che ho patito. In Giappone devo avere qualche foto. Sconvolto da cotanta grazia, il tassista che m’ha portato alla stazione di Verona (non ci crederete ma si è girata!) non riusciva ad accettare l’idea d’aver visto una nobildonna uscire da una casa popolare. A Venezia arrivo e vado. Non ci faceva caso nessuno. Per cena entro in una rinomata osteria. I seduti (direi di botto!) hanno tacitato ogni cucchiaio, ogni commento in punta di forchetta. Bloccati! Non c’era posto. Non trovarne é il mio destino. Tornando alla stazione, un mona in cerca di chissà che m’ha seguito a lungo. Figuriamoci se non so riconoscere un teppistello, ma lo stesso, concedendo e togliendo, m’è piaciuto dargli qualche speranza: a Carnevale ogni scherzo vale. Col cacchio, però, che sono entrato nei vicoli dove mi aspettava anticipando il mio passo. Gazzabinskaja sì, scema no! Non per quel tanto di poco. A Verona la casa mi aspettava: popolare ancora. Avendo famigli come da vestito, farei frustare la fotografa! La qualità della foto è indecente!

Datata – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Passati e odierni fatti di cronaca

L’ipotesi Media non è prevista dai miei tentativi di una visibilità che ora agisco solo come sito fra migliaia. Dovesse attuarsi, saprò temperarla, dicendo (oltre al mio ideale) anche il mio reale. Nelle Lettere lo faccio già. Sia per il mio reale che per il mio ideale, certamente li de_scrivo meglio di come li ho vissuti. In genere, travolto da una valanga di emozioni. Dovessi cambiare il titolo del Blog, lo dirò: I racconti del tappo di sughero. Si, perché è questo che sono stato prima di trovare le mie vie, le mie verità, la mia vita. Su questa riva mi sono raggiunto. Da questa riva posso dimostrare un solo consiglio guida: per fare una vita ci vuole una vita! Si dia tempo al tempo: ci vuole anche per fare una frittata. Poca fiamma non la cuoce a dovere o ci impiega più tempo, e troppa fiamma la brucia. Fra pochezza ed eccesso, vivere, è dare alla fiamma della vita la giusta potenza: la dico Spirito.



Datata – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Io sono la tua poesia

Leggo di un teologo che si arrampica sulle vetrate per dire la sua idea di Dio. Va bè! Non mi garba, però, che ponga qualitative differenze fra fede e fede. La fede è ragione della speranza, non, ragione della conoscenza, quindi, tutte possono essere giuste come tutte erronee. Non per questo, necessariamente false. Falsa, (nel senso di ipocrita) rischia di diventarlo quando pretende di rivestire di “rinascita” le menti di altri luoghi. Sia o come sia mi scuote l’animo e scrivo. L’ho fatto piangendo: all’inizio, durante e a lungo in fine. Ogni volta la rileggo mi capita ancora.



Non tentate, non sapete, non potete: io sono quello che sono.

Sono la Parola. Sono la Forza. Sono il silenzio e la sua emozione.
Non mi trovate nei perché e nei percome.
Sono l’irraggiungibile stazione
delle vostre tesi su di me.

Io sono l’Amore.

Non sono il Divisore.
Sono chi eleva la croce.
Sono la vostra voce.

Non sono lo scranno della vostra brama di potere.
Non mi tocca la fama: nessun sapere.

Sono la Chiesa che dura.
Non mi serve muratore: nessuna struttura.

Io sono il Verbo.

Sono la vostra mano. Il vostro piede.
Sono il principio di ogni luce.
Sono dove il dissidio tace.

Sono Pazienza, Clemenza, Pietà, Umiltà, Semplicità.
Sono la vostra profondità.

Io sono il Principio della fede.
Dove il bene intercede.
Sono l’Universo che tutto contiene.
La Promessa che mantiene.
Sono acqua per la vostra sete.
Il vostro mare quand’è in quiete.

Non sono Figlio. Non sono Madre. Io sono il Padre.
Sono il senso di moglie. Non sono le sue doglie.
Sono il senso di marito.

Io sono l’Infinito.

Sono Sovranità, Libertà, Carità.
Sono l’Immagine della vita:
mio primo ed ultimo profeta.

Io sono il Basso e sono l’Alto.
Sono Larghezza e Lunghezza.
Sono Geometra e Geometria.

Io sono
la tua poesia.



Datata – Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Gayenna: le calette.


MEMORIE DI UN TARDO ADOLESCENTE


Vita o spogliata: maschera.
Dipinta o bruciata: maschera.
Gelato alla frutta cannolo o granita: maschera.
Frutta candita o candela sciupata: maschera.
Prigione o nuotare o sui libri salire: maschera.
Maschera da scenari prepari.



L’occasionale incontro con il motociclista è un mito nel mondo gayoso. Qui interpreto speranze di “piazza” e forse anche quello che mi sarebbe piaciuto vivere almeno una volta.


Dopo un saluto te ne vai con la moto: e me?
Fante, cavallo, re, o soltanto una sveltina per te?
Tutto è in sospeso. Nulla è di peso.
Anche la sera mi resta il caso,
del povero coso che hai lasciato
non più di tanto meravigliato,
se ho già dimenticato il tuo viso.
Tu sei stato il mio cavalletto,
ed io ho sbagliato petto:
questa è la verità!
E va beh! Che sarà!
Ma tutto vuoi sospeso.
Che nulla ti sia di peso.
Lasciare vuoi alla sera,
giudizio e caso.



Non mi interessano gli Adoni.
Non i fustaccioni.
Degli orsi non voglio pelle.
Non desidero sorelle.
Voglio qualcosa d’ignoto.
Niente di già vissuto.
Di superato.
Io voglio una storia,
non una memoria.
Non mi interessa che duri un’era
ma che nel durar sia vera.
Voglio un libro da leggere piano.
Con nessun arcano.
Lo voglio nel mio letto.
Tranquillo nel suo sonno.
Lo voglio un po’ arlecchino.
Lo voglio un po’ signore.
Bianca, rossa, gialla o nera,
che sia la copertina,
la mattina,
lo voglio al mio risveglio.
Lo voglio nome per il giorno.
Lo voglio attorno.
Lo voglio mio presente.
Tocco nella mano.
Sollievo alla fatica.
Lo voglio vita.
Intendo viverlo a piene mani.
Farò in modo che non pensi mai:
e se domani.



A suo tempo, più della donna ho sentito la mancanza del figlio. Con il tempo ho capito che, almeno per me, quel desiderio non era altro che “una fuga in avanti”. Così, al posto del figlio ho adottato la vita. Oltre che figli, ora, ho un’infinità di parenti: non pochi i serpenti.


Amo un uomo ma c’è un però:
appena sa dir: boobo!
Nel sorriso c’è il papà.
Negli occhi la mammà,
ma quando fa: boobo!
pare me, ma, con i suoi però.
Non pretendo di essergli il papà.
Figuratevi la mammà.
Intendo solo camminargli accanto.
Solo intendo dargli il mondo.
Si farà grande. Si farà domande.
A suo tempo gli risponderò,
ma, con dei però.
Si, lo so!
E’ un amore prematuro.
E’ un amore da futuro, però,
fra le mie braccia non c’è alcun ma.
Fra le vostre si vedrà.



Mi hai lasciato
amante ambrato
malinconia
nella mia via.
Nulla di definito
ma la povertà
è già il dito.
Così, t’ho cullato con amore!
Così, ho visto cancellata
ogni traccia del timore.
Forse per questo
ti sentirai straniero meno palese
perché dello stesso paese
almeno la notte.



Come mai, tu, meraviglia del creato
ti sei trovato a seder piantato
a causa di uno scipito sbarbato?
E’ presto detto:
ci si ritrova col cuore rintronato
ogni volta la passione fa rima con melone ma
alzi la mano chi non ha mai sbucciato,
l’amaro frutto dell’errore.
Chi non ha ascoltato prima del passo,
il suono fesso dell’apparenza.
Ti consoli un pensiero:
senza quella fantascienza
di che vivresti con gli amici,
tu, deragliato a causa di uno smarrito
sulle tue rotaie?



Non ho mai spacciato per mio delle cose d’altri ma questa lo pare anche a me da tanto è  simil Zero.


Col dito puntato. Allo scudo avvinghiato. Siamo al solito.
Ma cosa vuoi puntare. Cosa vuoi coprire?
La paura di mancare? Di godere? Di sapere?
Cosa vuoi sapere? Se sono principessa o palafreniere?
I caci vanno con le pere
e ancora ti domandi
quale mercato offro al tuo piacere?
E’ chiaro che ti offro l’amare che non conosci.
E’ chiaro che ti offro risposte che non hai.
Io ti offro confusioni.
Forse emozioni.
Forse nulla di tutto questo.
Forse il resto.
Guardami!
Potrei essere i tuoi bisogni.
Forse i tuoi sogni.



Datata – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Gayenna – Sulla riva


Memorie di un tardo adolescente


Entri. Vai a letto. Non ti basti.


Come un cieco t’ho percorso con le dita. Pensavo di capire l’amante: ho capito la vita.


Fammi sentire il cuore. Non taccia a chi lo percorre senza guida


La mano del diavoletto passa su l’erba bagnata mentre m’invita sotto una luna spietata.


La ragione sa stare da sola. La casa no.


Tracce di sorriso sulla mappa lasciano franati castelli.


Solo il gatto si è svegliato al mio bussare Tu, che fingevi di dormire, gli delegasti il compito di mandarmi via.


Fra l’erba del parco come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.


Sei arrivato tu, a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.


Ti so affamato ma lo stesso l’anima mia cincischi: svogliato.


Complice un vino della malora ti ho amato come non avrei detto allora.


Situazione vuole che l’occhio dell’amante sia la lente che dell’età che passa vede ciò che era e non ha vissuto. Tanto che sogna un contenuto che altro non è ciò che bramava fra sé e sé.


Non si sente un filo di sera. E’ giunta prima la notte.


Che palle, il Natale! Così, in quanto parte lesa, non sono andato in chiesa. Sono andato, invece, nel solito giardino. Maree di stelle, a volta sulla scalinata. Ai lati, gli alberi stavano, dalla notte compresi.


Il fato ghignava mentre lo seguivo con passo felpato. Non m’aveva visto. Forse fingeva. L’ho seguito nella mossa sospeso sino a che la notte ha chiuso.


Sono a letto con una giovinezza vaga di tetto e di legge. Sono veglio: ho bisogno di verità. Lui ci dorme.



Ancora carcerato carceriere. Lo rileggo nel mio canzoniere.


Venti sigarette dopo. Sono cinque di mattina. Lo mando a fanculo o rovisto il baule?


Vorrei sempre originale il mio peccato di gola ma la parola – t’amo – è una nota sola.


Se ti dicessi che mi sento sospinto come appena al di sotto del filo di un’acqua non mi diresti: non è immagine un po’ vecchia? Allora, com’è che non muore?


Hai conosciuto da poco i miei gravi sospiri e di già come fantastici hai definito i miei pensieri. Chi potrebbe darti più di vent’anni?


Ho visto in un canto un cavallo di balsa. L’ho visto privo di biada.


L’idea della giovinezza (riuscire a cambiare il mondo con la forza del suo spirito) fa persino tenerezza se solo penso alla fatica che fa per alzarsi dal letto.


Ti avevo detto che non scrivevo più. Non è vero. Tutto mi torna a fiorire non appena la vita mi bagna.


Ci hai provato, provato e riprovato. Tremi, vero? Ti basti la lezione: i polli non sono rapaci.


I tuoi occhi di topo irrequieto dentro la gabbia che ti sei costruito e nella quale hai scoperto non esservi esca.


Il tempo che passa farà scordare ai pioppi le foglie che l’acqua portava via mentre pioveva.


Al tuo sorriso, tremolante gelatina, io, (che pure jena sono), in un baleno muto, vizioso di fusa come un gatto. Questa storia non ha morale. Non importa. Non è reale.


Prima mi hai elevato, e dopo avermi illuso mi hai buttato giù. Come credere agli angeli quando hanno vent’anni?


Portata dalla sera è arrivata la solita ora di debolezza. Ho chiuso la porta nel tentativo di lasciarla fuori, invece, me la scopro nella testa già padrona di casa mia.


Attenti a voi, anime reiette! Tempi son da cavallette, perché, il sesso è lo strale del divino temporale! Dice il Cardinale, che tutto sa sul male, “quale unica morale vi sostenga castità”, perché, neanche santa trinità, vi salverà dal disonore, di finire per amore o d’ecclesiale carità.



Natale è passato come una cometa. L’hai seguita.


E, così, tu mi ami! Ed io, vecchio come sono dovrei credere ai miracoli? Vita, vita: perché mi perseguiti?


Mi hai detto no, senza curarti se morirò per sere e sere.


Quante cose farei con un se vicino a te. Ad esempio, me. Ho vinto i tuoi voleri. Sensazione di vittoria a suo tempo condivisa anche da Pirro.


Come Ulisse avrei dovuto tarpare la parola ai sogni ma dolce mi è stato naufragare nel tuo mare salato.


Non dirò nulla di nuovo confermandoti che tutto mi parla di te. Solo tu, stranamente taci.


Ecco che vieni. Ecco che vai. Giri ma non mi vedi. Se le occhiate potessero le mie dovrebbero, invece, vieni, vai, giri ma non mi vedi.


Sei chiodo fisso nella testa. Non so per quale segreto hai potuto tanto. So solo che quando ti penso sei lì nel farmi male.


Corteo di ricordi si accavallano nella mente. Distolgono il sonno dalla solita strada. Lo disperdono per altri sentieri.


Che meraviglia la scoperta d’una mano che passando dice – t’amo! – anche se mente.


Dalle tue labbra di ieri se ne sono andati i miei pensieri.


Quale impiccio il sesso, l’età, gli schemi. Vorrei averti, invece, angelo secondo Concilio, e testimoniando al cielo la beatitudine che mi dai, restituire, complice te, l’unità al creato.


Appiccicosa come una pastiglia gommosa in un vano della mente ininterrottamente un’idea supplente batte.


La tua forma si crogiola nel tempo che hai fermato anche lui senza fiato.

Ti sento come un feto che picchia sui miei sentimenti quando alla vita e all’amante consenti solo ansia senza sorte al respiro.



Sono stato come una biglia sopra un panno. Ho girato a tuo comando spinto dai desideri del momento, secondo i capricci del minuto. Ora sono fermo per mancanza di energia: la tua, la mia.


Per fortuna l’età mi consente di fermare ciò che prova, ma comunque amaro mi è stato il tacere la via dei campi e nel contempo salvar virtuosa un’ idea di castità che forse posa.


Tacciono foglie d’autunno.


Ho cenato con due etti di baccalà mantecato ed un brut di Treviso. Non potendo champagne, ovvio il buon viso. Ora sono qui, su di una nuvoletta. Alcolica direte, ma giudicando di fretta. Certo, è digestivo quattro passi sul rivo. Così, pensando me ne vo’ scalinando giulivo ma, con la serietà che si deve a dei passi sulla neve.


Nudi i rami dei propri discorsi parole d’inverno lasciano ai prati.


Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.


Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini, sono giunto subito al cuore.


Gira e rigira non riesco ad averti. Per farlo ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente se non avessi visto che baciavi un amico dietro una tenda.


Come un giunco sfidi la mia artrosi e te ne fai un vanto. Con che fatica, invece, io vado sul selciato. Ma non è per l’età o per la diversità come può sembrare. E’ che io sto, e tu vai ad amare.


E dagli! La solita sveglia: sono le otto! Sotto la coperta ti stiri mugugnando contro il freddo della stanza. L’odore del corpo che impregna le lenzuola, è come placenta che ti lega al tutto che la notte ha creato a tuo scopo. Fuori, i rumori tenderebbero a stracciare questa pienezza di gatto contento, ma, tu rifiuti il suo canto. Zittendo la voce che ti chiama, stacchi la sveglia e ti rimetti a dormire pur sapendo che al risveglio tornerai il bambino che marinava la scuola.



Vorrei vivere l’amore come prima per questo simulacro di cosa vera che giace impronta di lenzuolo al fianco indifferente a tutto questo.


Ho girato le rive. Ho pescato una vecchia ciabatta, delle risate con un girino, una tenerezza con uno straniero, e questo pensiero.


Da dove vieni? Dalla Russia. Hai trovato una sistemazione? Mi risponde la desolazione. Non è ancora uscito di prigione.


Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso, gli passo pianino, una mano sul sedere: trovo rovine.


Il ragazzaccio tunisino che sta russando sul mio letto mentre scrivo queste righe ha la pelle di seta. In tanta delicatezza, una voce da contrabbasso! A suo modo è un sasso venato d’oro: più volte del mio.


Sulla pagina vaga una pena in cerca d’inchiostro.


Questa sera girano come le pazze. Gli alberi non fanno una piega! Neanche fossero giunti per caso.


Domenica è musica che stona se il numero dato il sabato non suona.


Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!


Ti ho sentito delicato come un forse rimandato. Il mio batterti sul vetro t’ha svegliato mentre guidavi veloce un’auto ferma.


La primavera è tornata. Non ha i tuoi occhi.


Vorrei legarti, prigioniero di un pensiero esternato a qualcosa di bianco. Invece, neanche un filo d’inchiostro ti ferma accanto.


Tornato dalla marca agitavi la patta in maniera gloriosa. Sistemavi chissà che. Chissà cosa.


Sorride come mignotta il bimbo pensandomi pera già cotta mentre lo lascio nel limbo dei chi va là.


E mentre te ne vai superando il fosso sento che mi scivoli di dosso, lieve come può stare la neve dentro un calore.



Alla mia sinistra mi raggiunge una voce affannata. E’ un giovane romeno. Mi dice: ti ho riconosciuto dalla pedalata!


Sono le quindici. Sono in terrazza. Residuato di idee da spiaggia, indosso un pareo. Sto leggendo. Il cielo è bello come un problema risolto. Un’idea di sesso mi viene incontro come cane di razza. Ha le pulci.


s. Valentino: chiaroscuri, promesse e ciance di speranza.


Te ne stavi sdraiato. Bello, come altre verità che ho amato, te ne stavi sdraiato. Attorno a te, l’aria si muoveva, piena di grazia. Sorridevi, mentre ti ondulava i capelli.


Nessun divino, nel mio giardino. Solo un poverello senza oggi e senza ieri. Cercava i suoi pensieri.


Tenero, il giovane pakistano. Mi dice: Vitaliano, a me piace far l’amore. Rispondo, hai trovato il tuo signore. Spengo la luce. Potrei arrossire.


Fra le frasche di quasi ottobre, incuranti di ogni polmonite, nudi! Mi dice: quanti anni hai? Gli rispondo: tanti. Lo vedo rovellar sui conti e poi mi bacia. Nulla dissente. A parte la notte.


Ogni ombra del giardino mi bisbiglia: fuoco, o fuochino? Pur sentendomi un po’ cretino, passo la notte facendo l’indovino.


Non, perché non sei un uomo mi hai tolto il respiro ma perché mi hai chiesto: mi giro?


Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.


Silenzi secolari nel giardino scocciati da un omarino che nonostante il pistolino si crede tutto lui.


Chi sei, tu, che passi fra i miei pensieri, modificando il mio oggi e celando il tuo ieri?


Di te non scriverò. Sei stato felicità.


Pur avendo risposto al mio saluto birichino l’indiano continuò a pulirsi i denti con lo spazzolino. Al che, messa via l’idea di bisboccia gli avrei offerto la doccia, invece, con tranquillità, è uscito per di là!


Un bandito m’ha strizzato l’occhio (inizio di un amore, o di un mercato?) ed il mio, come ammutinato, subito gli ha risposto. Non c’è traccia di bellezza sulla sua faccia, ma, stupito, ho desiderato le sue braccia! Di quali pasticci non è capace il cuore, quando intruglia sesso con idee d’amore!



Potrei guarire l’anima se volessi. Basterebbe che dai miei pensieri t’allontanassi, ma, di che s’allieta un’anima guarita? Dell’ultima partita giocata allo stadio?


Ci siamo spogliati ieri sera e ci siamo spogliati oggi. Non è successo nulla. Se così la vita si trastulla meglio sarà fasulla vena fingersi a catena, e se lo star sé stessi è pena, unguento sia il silenzio alle ferite. Tempo verrà di cose trite e di risate, e sulle fosse, marmi e fiori secchi.


Cercavo te. Ho trovato me.


Già da troppo ho le palle in nì! Sarà il tempo? Sono così, anche quando è bello! Poco sesso? Non è a bacchetta ma non manca. Poco amore? L’esclusione non è immediata. Più di qualcosa l’incaglia. Ci vuole uno zoom!


Trovo amanti, che spasimano talmente il sesso che non so più se faccio l’amore o la carità.


Chissà per quali sentieri è giunto a Verona questo giovane Pakistano. Come neanche fosse il caso gli passo una mano sul sedere: ci trovo rovine.


Come per vita propria passa la mia mano su di te. Ed è dolce percorrere i declivi. Giungere ai colli e al fiume. Ho bisogno di fiato.


Ti ho sentito, delicato come un forse rimandato.


Che bello il giardino stasera, illuminato da una piccola piccola bugia nera.


Onde sulla rena il tuo riso e mai marea così quieta.


Sei uscito con qualcosa di mio. Il senso. L’incompiuto.


Quello che agisco è mero accidente visto da distante, così, le pagine, girano appena il silenzio.


Piove. La goccia scivola sul vetro. Cade, diresti, invece si diverte.


Eri mio? Solo a metà! Eri tuo? Solo a metà! Così fra la metà di te e di me, si è inserito un tre. Si amava da sé!


Le guance hai fiorito alla brina. Sciolto l’inverno come grano di sale.



Le tue labbra. Farfalle delicate. Sulle mie si sono posate giusto per riprendere il volo.


Ho amato un tossico. Lo sono diventato, ma, di sono, non, di ero. Così, nulla per la mia vita è stato più vero: siamo ciò che amiamo.


Il cuore ha un difetto: non è una batteria. Così, quello che hai dato ieri, si è perso per la via. Oggi, che di te avrei bisogno, nel nulla mi ritrovo. Ed è un andar di nuovo a prima dell’evento. E’ ricerca del sacchetto che hai posato subito dopo la porta: uscendo.


Vitaliano, Vitaliano, cosa cerchi nel Giardino? Cercavo risposte. Cercavo perché. Cercavo rami. Soluzione di problemi. Riposa, Vitaliano. A che vale il tuo discorso? Terra è il corso, e noi, anni e risposte ad affanni e nodi che non sciogli, o forza che non cogli fra radici e verità.


Pare vomito le foglie sui viali. Come se anche la stagione avesse problemi di stomaco.


Confesso d’averti spogliato. Anche violato. L’ho fatto per amore. Avevo fame. Avevo cuore. Anche tu me n’hai dato! Da riempire col mio. Da credere tuo.


Oppongo resistenza alla luce che mi tira per il braccio con voglia d’uscire perché aspetto una voce.


Acquartierato nel tuo sorriso ci sarei stato per anni. I ruderi non pagano gli assedi.


Un amante. Un poco nero. Colgo il dado. Non è vero.


Meraviglia mi sei stato, e da innumerevoli fogli, osanna vissuto. L’acqua è caduta. La terra non l’ha colta.


Mi fai sentire il bambino davanti al primo pollo della sua vita. Usare le mani?


Dove mi sono andate a finire le mille e una notte? Tutte, tutte, giacciono usate.


Puttana la vita se ti dice che la carne è gratis ma il sangue no.


E’ bello come un dio. Cancellalo, notte. Devo pur vivere.


Passa un piccolino pigiando sui pedali. Sono le cinque del mattino. Mi dice tutta la sua pena, la catena.



L’amante russa un pelo. Io guardo il cielo. Si sveglierà convinto d’aver dato chissà che. Gli spegnerò l’idea preparandogli il caffè.


Dell’amare ricordo quello che rimane: contesi pezzi di pena.


E’ giovane. Arabo. In bicicletta. Ciao, mi dice, mi dai una sigaretta? Mi guarda come se fossi la madonna pellegrina ma cerca eroina.


A Mao Miccin che m’ha lasciato. “Pane e vin non gli mancava. L’insalata era nell’orto. Dove mai, sei andato tu?” Caro il mio babbino: capirai che menù, pane e vino. Mica sono il Michelino! E neanche un leprotto da insalata come ultima portata. Io mi chiamo giovinezza! Vero, ma il fatto è, che non dipende da te. Mentre dipende da me, il fare in modo che non sia un senso che sterile si sfoglia fra voglia e voglia.


Si è girato l’ultimo amato verso di me. Tracce di fiele non ignoro.


Non essere stanco della blanda pena. A cena servirà la tentazione che hai di me.


I lampioni sembrano godere la fine delle foglie, ma è vittoria che non dura se quello che fanno vedere si chiama spazzatura.


Nudi i rami dei propri discorsi. Parole d’inverno lasciano ai prati.


Il gattino che m’è passato vicino a pelo alzato, ha miagolato: occhio! Nulla ho a che fare col Finocchio. Questo detto, è andato sotto una ginestra! Felino di Sinistra, o felino di Destra?


Mi è costato una caffettiera usata, e una qualche posata. Le amiche direbbero, il Vitaliano, è ridotto alla chincaglieria! Chi non osa un attimo di follia, ha larga la foglia ma stretta la via.


Ve lo giuro! Era come d’una fiera l’occhiata che mi ha dato, e che mi ha portato come privo di peso in un isola di tigri e di pirati, ma ho riso all’idea di me, Perla di Labuan fra le braccia di un bucaniere sulla moto.


Sono stato un mostro di scienza davanti ai tuoi occhi. Quale pavone, più di così!


Quale sogno d’amore non avrei vissuto con te, se solo non avessero diviso la vita in tre.



Pensieri stracciati, come sacchi usati, girano in tondo, sul fiume.


Sto tentando di dirmi i motivi per cui mi hai sconvolto. Forse sono stati gli occhi. Così vicini all’anima.


Volerai falco più alto. Tua la visione del mondo ed il suo silenzio.


Eri convinto ti rubasse i soldi, invece, t’ha preso i giorni.


Che tenerezza quella molla da bucato. Stringeva la vestaglia su di te come se ti dovesse difendere da me.


Cosa non avrei fatto se solo avessi creduto più forte la tua carne!


Se fossi inseguito da un nemico pensiero e mi trovassi davanti ad un mare di dubbi, ancora non starei come ora sto: incapace Mosè davanti l’acqua.


Zavorrato da fessi pensieri percorro altri sentieri.


Principe cialtrone non eri una volta. Ora, non mi dire che la vita ha distrutto il tuo regno. Dimmi, piuttosto, che ho sbagliato sogno.


La biro spinta nel giro s’ingorga. Come un’anima sott’acqua s’avvinghia alla mano che l’aiuta. Non la regge il cuore.


Il sole attendo ma non viene. Le nuvole mi ha mandato (ambasciatrici di malinconie) con un pianto che è rimasto sospeso a mezz’aria.


Il bianco ti avvolgeva come un amante innamorato. Geloso t’ho spogliato e vestito a mio sonetto.


Fra le mie braccia, come uno stanco pensiero che riposi il vero su infinita pace, il tuo russare finalmente tace!


Ti ho circuito, accompagnato, consigliato, blandito, approvato, capito, rimboccato: come una nutrice. Mi hai lasciato ai ferri e ai ricordi.


Non c’è nulla da fare. Non mi può vedere. Sciagurato lui che non sa, che ad un qualsiasi condannato, prima si da, un pensiero d’amore.



Non vi deve essere stupore se roccia pare, eppure frana! La natura può dolere per infinite vie, e come crepa stare al cuore, del più bianco fra i Carrara.


Vorrei spogliare la tua mente e farle capire che anche attraverso la carne si può giungere all’anima.


Nella stanza priva di presenze scopro la sera mentre si aggirava senza senso fra i mobili.


Pensieri stracciati come sacchi usati girano in tondo sul fiume.


Da una parte hai messo la tua virilità e dall’altra la mia diversità, poi, (santa ingenuità), hai detto: beh! Che differenza c’è!


Il gioco è finito perché davanti ad un re di cuori ho potuto pochi fiori.


Dopo averti permesso di rovistare nei miei pensieri e di trattare me e loro come cose invecchiate in strane maniere, non potresti dirmi cosa cercavi?


L’Aids è il giusto castigo con il quale, Dio separando i buoni dai cattivi, rende i primi tutti eguali.


Sei arrivato a scoperchiare la mia tranquillità. Come un notturno sorpreso dalla luce, ho urlato per il dolore e per la meraviglia.


Fra l’erba del parco, come natura divina apparsa per mio desiderio a placare la terra.


Gira e rigira non riesco ad averti. Ho tentato con tutte le rime. Niente! Ti direi evanescente se non ti avessi visto baciare un amico dietro la tenda.


Temevo la tua figura memore di bruschi risvegli, invece, sfogliati pochi casini sono giunto subito al cuore.


Così, non sono un montone stupendo! Ti avevo chiesto di colpire il petto ma come al solito non hai badato alla mira.


Quante pagine ho truccato! Quante parole ho raschiato per metterti a nudo! Ora, il cuore si rifiuta di seguire i miei ripensamenti e stolido mi pianta per le solite funzioni.



Datata – Ottobre 2021 – Non l’ho ancora controllato – Temo ci siano delle doppie ma lascio tutto come sta. Con la memoria che mi ritrovo potrei cancellare anche quelle che non lo sono.




VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


A me piace la donna

Dopo il piacere il pakistano mi dice: a me piace la donna! Ha troppo bisogno di quest’affermazione per star lì a piantar discorsi, però, avrei voluto dirgli: si ama la Donna per il comune progetto di vita; si ama l’Uomo per un progetto di piacere, che, in comune, può durare anche una vita. L’importante, è sapere cos’è Scarpe e cos’è Zoccoli; non confondere Scarpe con Zoccoli; sapere quando indossare le Scarpe, e quando gli Zoccoli; non indossare una Scarpa e uno Zoccolo; non rimpiangere le Scarpe quando indossiamo gli Zoccoli, o non rimpiangere gli Zoccoli quando indossiamo le Scarpe. In primo, non rinunciare a vivere le Scarpe perché qualche volta fanno male ai piedi, e non rinunciare a vivere gli Zoccoli perché fanno rumore.



Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Nel proiettare su di me

Nel proiettare su di me la tua domanda di piacere hai agito come di solito agiscono gli uomini, ma nel tenere conto solamente di te stesso hai agito come agiscono i bambini. Si può ben dire, dunque che a monte del fatto è stata la tua parte istintiva (l’animale) quella che ha sputtanato la riflessiva (la razionale) e non il mio rifiuto di te. Sai bene quanto me, che nel mondo che agisci l’offerta amorosa é quasi sempre un mezzo per raggiungere un dato scopo. Dal momento che non sei un libero, quanto era vera la tua offerta o quanto la tua presente condizione non la può rendere libera se non rinunciando all’altra amante: la roba? Ti pare che con la mia esperienza possa ancora credere di essere amante in grado di competere con l’altra? E’ ben vero che lo scopo (la soddisfazione della tua amante) non è un mio problema ma è anche vero che anche tralasciando quella morale è mio problema la chiarezza culturale. Per quella chiarezza non mi è possibile mescolare il “diavolo” (la ricerca di amanti fra le Personalità td), con l’acqua santa (i propositi ausiliari che mi propongo come persona e Associazione) se non agendo falsamente con ciò che penso. La chiarezza culturale ha dei costi. L’averti detto di no è stato il prezzo che ho pagato. Se non avessi pagato quel prezzo mi sarei sentito un uomo di merda. Come vedi, in ballo non c’è il fatto che tu ti sei sputtanato ma il fatto che, culturalmente parlando, almeno ai miei occhi non posso sputtanare me. Accetterò la tua offerta quando mi avrai dimostrato di essere libero ma, da libero, puoi dire a te stesso che la rifaresti?



Luglio 2006 – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Dicono che invecchiando si diventa saggi

Ero al bar con un amico. Finite le ciaccole ci siamo detti: che ci facciamo, qua?! E sono andato a ballare anche stasera. Fanculo i soldi! Siamo andati al Tramp: dalle parti di Brescia. Non ci andavo da qualche anno. Vedo gente naturale, e quindi, bella. La musica, così così! Forse perché bisogna accontentare anche l’acqua, non solo la classe! In sala, un fumo della malora! Scoperti, molti toraci. Non palestrati. Rari, quelli che segnavano la condizione omosessuale. Occhio, donne! La vita sta ampliando le figure sessuali. Potreste non essere più, le sole guardiane del focolare. Vicino agli alari, potrebbe starci anche un guardiano. Siamo arrivati verso l’una. Il tempo di bere una birra in compagnia, e poi, in pista! Sul cubo: due ragazzi mimano i gesti del sesso: penosi! Nessuno ci bada più di tanto. Neanch’io. Ci vuole fede anche per fare sesso. Ed io, credo di essere arrivato alla frutta. Così, certe immagini non prendono le mie fantasie come una volta. Godo della vitalità che mi comunicano, è vero, ma, non mi tocca più, la vita che sono. Potrebbero essere di plastica. Ho lasciato la pista solo per fumare tre mezze sigarette. Definitivamente, solo verso le quattro e mezza. In pista mi stringono la mano. Ballando, le avevo alzate. E’ stato un ragazzo. Sui venticinque anni. Grazioso. M’ha sorriso e se n’è andato. Era dai tempi del MazooM, che non mi succedeva analogo fatto! Non era una Checca, il ragazzo. Le Checche non hanno di queste naturalezze. Tanto più, se confermano un piacere ricevuto da un border line per età. Quando andavo al Carnaby, (anche lì, ballando sino a chiusura) non c’era volta che il girapiatti non dicesse a me e agli amici rimasti al ballo: eilà! Niente erotismo! Altri tempi. E’ vero. Ballo in modo che lo può suggerire, ma, non sono io l’erotico. La musica, lo è. Io, non faccio altro che seguirla. Non me ne rendo conto. Come non mi rendo conto di essere umoristico quando scrivo certe lettere. Sono quasi le sei. Ieri, quasi le sei e trenta, e stamattina alzata verso le nove, a causa di un cretino che cammina con le scarpe in casa! Ora, vado a letto. Sono da flebo. Un saluto a Luisa. Anche lei tiratardi.



Dicembre 2006 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Verona, rione Filippini.

Verona. Rione Filippini. Abitavo in un seminterrato: giusto per dirvi che non sempre sono stato baciato dal sole! In lavanderia non applicavano il numero alla mia roba. L’odore di muffa la distingueva con facilità. All’epoca, si distinguevano anche i miei amati. Uno di quelli non se ne vuole andare da casa. Non era cattivo: solo un po’ stronzo. Non avendo muscoli bastanti per buttarlo fuori, ricorro all’aiuto di un ben diverso muscolato: il parroco dell’adiacente chiesa. Mi dicono che è sopra: alla fine di infiniti gradini. Odio le scale! In particolare modo, quelle che hanno i gradini più bassi della misura usuale. La salgo così velocemente così velocemente che quasi non mi rendo conto di averlo fatto. Fra diversa gente vedo il Parroco. Gli dico: ho un problema! Il Don Ottorino (Prete al Cloro, nel senso di persona pulita) el se alssa le cotole, (si tira su la sottana) e in un fiat siamo da me. Guardo il lui e guardo il Don Ottorino. Gli dico: ho amato questo uomo come un uomo ama una donna! Non fa una piega. Mi risolve il problema. Circolavano gli anni 80. Ero nato da poco.



Datata – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Insiemistica transitiva

Secondo studiosi americani, la bisessualità non esiste come sessualità, se non come il girovagar sessuale di una identità non conformata. E, veniamo a me. Sessualmente parlando desidero l’uomo, ma, culturalmente parlando, non ho lo stesso suo principio culturale: la determinazione. Culturalmente parlando, il mio principio di vita è l’accoglienza. L’Accoglienza, è il principio culturale della Donna. Cosa t’ho sempre combinato, sessualmente e culturalmente? Ho sempre accolto l’uomo, come donna, per poterlo determinare, come uomo. Nei confronti della vita, invece, sono suo uomo tanto quanto la determino, e sua donna, tanto quanto l’accolgo. Me la fai tu, la mia insiemistica transitiva?



Datata – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Sindrome Sansone

Quando vengo impoverito anche della mia voglia d’amare divento distruttivo, ma, si può far crollare un tempio solo per schiacciare qualche filisteo? No. Non si può. Mi difendo (e difendo il tempio, allora) ritirandomi nella mia realtà. In quella, aspetto che passi la piena. Solo per questo non ho ancora risposto al vostro pensiero. Lo faccio, solo adesso, perché mi pare stia calando il livello del fango; mi par di rivedere, ancora, possibilità d’acqua pulita. O, quanto meno, una rinnovata voglia di bere alla fonte, nonostante gli inevitabili inquinamenti da terra. Pur tornato sui miei passi, però, ancora non mi sono inginocchiato; ancora non ho avvicinato le labbra all’acqua. La bocca non ha ancora dimenticato il sapore di fango che la mente, non da oggi conosce ma che la mia vita, non da oggi rifiuta se non quando si ritrova assetata.


Datata – Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE

Posso rivedere questi scritti

Posso rivedere questi scritti solo se decido di riascoltare le emozioni (più volte invasive) che me li hanno dettati. Il pensiero c’é. Il mio spirito fatica a seguirlo. Sarà l’età! Per correggere una lettera mi servono una quindicina di minuti. Le lettere sono più di mille e cento. Possibili i doppioni: temo di non averli eliminati tutti. Visti i miei 76 anni e preso atto dell’età in bilico, mi sa che non c’è la farò neanche con quelli. Su l’unghia del dito che indica questa via, quindi, vi chiederò di sorvolare. Collegamenti, citazioni, immagini  esterne a parte, quest’opera è di esclusiva proprietà di lettereperdamasco.com. Chi desidera scaricarla può farlo e la può usare, ma sia nel presente che nel futuro, questo non legittima alcun genere di diritto. Postando a nuovo le lettere (lo devo) si cancella la presenza di chi le ha apprezzate. Non vedo scelta e me ne dolgo.



Datata – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Vitaliano_”per Damasco”_Vitaliano

Mi firmo così perché ogni ideale non può non separarsi dal suo reale o deve tornarvi nel caso l’abbia fatto. Separando e non vivendo parti di sé dalla vita totalizzata che siamo, si pongono dissidianti scelte fra le parti del nostro vivere. In ciò, alterando la conoscenza che dobbiamo sia alla nostra vita che alla vita nel Tutto. Motivata da sublimazioni comunque intese e agite, la scissione fra parti di sé idealmente preferite, e parti rifiutate perché non corrispondenti alle idee che vogliamo essere, se da un lato può agire una elevazione del pensiero, dall’altro può motivare esaltanti fanatismi e/o, formare esaltati fanatici. Per opposto caso, a quella svalutazione di sé, e/o della vita altra, e/o della Vita, che nella depressione del proprio spirito trova la sua febbre.

Datata – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Quel pugno di neve

Fermandosi che sta la valanga delle emozioni, mi domando che fine ha fatto, e che cos’è diventato il pugno di neve che l’ha iniziata? All’inizio pensavo di saperlo. Nel tutto che è rientrata la parte di quel pugno, ora non lo so più! Certamente posso raccontare fatti e storie.  Ben sapendo, però, che quel pugno di neve è soggettivamente identificabile, nella valanga scesa a valle, solamente come cristallo fra cristalli. Tutto è iniziato la notte di Capodanno del 1985. In quella notte decido di non unirmi agli usuali e usurati festeggiamenti, così, a nuovo anno decido per un nuovo rito: quello di andare in Stazione a leggere un libro. Ghiaccio per terra e veicolo senza riscaldamento non mi hanno dissuaso! Davanti la chiesa della Stazione c’era una rotonda. L’hanno sacrificata a favore dell’attuale parcheggio. Inizio la rotonda. Alla destra dell’inizio, sotto una grande pianta stazionava un giovane. Lo guardo. Qui ci sono casini, mi sono detto! Non mi riconosco doti da profezia, ma in quel caso lo sono stato a iosa. Parcheggio dalla parte opposta, e mi metto a leggere. Un colpetto sul vetro mi fa sussultare. L’ha battuto quel giovane. Mi dice qualcosa che non ricordo. Cortesemente gli rispondo: non vado con tossicodipendenti. Vuoi una convincente obiezione, vuoi un libro non affascinante, vuoi il freddo nel furgone, vuoi il senso di una esclusione da tutto e da tutti che si stava facendo amara, invece, ci sono andato. Strada facendo mi dice che era uscito di Comunità proprio quella mattina, e che era il suo compleanno. In seguito, sua madre me lo confermò. Glielo festeggiai e mi festeggiai con quanto si può immaginare. Ci lasciammo bene. Finito l’incontro gli diedi il numero telefonico. All’epoca lo davo a tutti: faceva parte del rito della speranza. Nel mio non ha mai richiamato nessuno. Non mi richiamava nessuno perché a letto ero insufficiente, e perché neanche l’affettività e il rispetto (sia pure ben recitati) bastano a pareggiare, nei piaceri del sesso, i costi con i guadagni.   Pochi giorni dopo, invece, il giovane mi richiama. Ti ricordi di me, mi dice: sono quello così e cosà! Certo che me lo ricordavo. Vuoi che ci vediamo, cicì e ciciò? Lo volli. Lo volli anche nelle chiamate successive. Un po’ alla volta, sempre di più. Così per cinque anni. Come per tutte le coppie ci furono alti e bassi. Nella nostra, anche i bassissimi a causa di un’amante terzo: la “roba” che usava. Mi è mancato all’Ospedale di Legnago nel Febbraio del 1991. Non supererà le cinque della mattina mi disse il Professore. Sbagliò di qualche minuto. Non avevo visto venir giù così tanta neve (quella notte) dai tempi dell’Orfanotrofio dove stavo: a Vellai di Feltre. Assieme a sua madre (sapeva tutto) strada facendo faticai a tenere il furgone in carreggiata. Per anni successe anche mentre guidavo la vita che mi era rimasta. Quando ero in Orfanotrofio giravano gli inverni del 52/53. Come in quegli inverni ero desolatamente orfano, così mi ritrovai nell’inverno del 91. Non è vero che sotto la neve c’è pane: sotto la neve c’è solo il ghiaccio che diventerà. La vicinanza che non avevo più disancorò la mia vita. Per qualche anno mi arenai anche nella medianità. All’epoca non sapevo nulla di medianità. A tutti i pensabili livelli, all’epoca sapevo che ero un genere altro: esistenzialmente e sessualmente in medio quando non mediocre. Sapevo, tuttavia, che non ero interessato ai balli dei tavolini o a cercar santi e madonne. Sapevo, inoltre, che volevo ritrovarlo; e lo ritrovai. In quell’altrove da medianità riempii i miei vuoti. Lo feci, sino a che dovetti prendere atto che in quel buio è impossibile distinguere il brillante dallo zircone. La necessità di capire la differenza fra brillante e zircone, come quella di capire cosa è giusto nella corrispondenza di spirito fra vita e vita (come anche in una stessa vita o fra vita e Vita) ha iniziato questo percorso.



Datata – Ottobre 2021 – Non l’ho ancora riletta


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


L’avvertenza che segue

Non mi considero così importante da rendere necessaria l’avvertenza che segue. M’ha costretto a farla più di qualche possibilità: al momento solo teorica.


Non ho legittimato nessuno ad operare in mia vece: sia come autore che come pseudonimo. Non ho mai aderito e mai aderirò a nessun genere di chiese, gruppi, o sette comunque religiose o comunque si dicano. Per la Cattolica, pazienza: mi ci sono trovato dentro! Certo! Tutto é via della vita ma corrispondo con la mia. Lo preciso, non per proibire l’uso di questo pensiero, bensì per allontanare qualsiasi genere di mano morta dalla mia persona. L’avvertimento vale per ogni data e per ogni genere di millantato credito, sia a mio favore che a favore dell’opera, sia contro. In assenza di ogni genere di stampato in proprio o da altri, comunque autorizzati da me, si consideri originale e ultimata solo l’opera che ho collocato a questo indirizzo, in questo WordPress, e con il titolo di Lettere “per Damasco”. Dopo l’esperienza come Associazione (praticamente finita per più pochezze nel giro di un anno) non sono interessato a costituire alcunché! Non ho nominato eredi e né concesso proprietà.

Datata – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


Le storie no

Quando ho iniziato a vivere la mia storia sessuale, non c’era piattola nel giro di chilometri che non prendessi. Succedeva anche con gli uomini_piattola: destini.  Rimorchio un soggetto. Amante di rara nullità, culturalmente insulso, scolasticamente infantile, balengo e bellissimo. A me non piacciono i belli. Quello però, era di una bellezza che direi mobile, come mobile è la donna non precotta. Accudiva cavalli in un Circo arrivato a Verona. Dormiva, molto probabilmente, sulla stessa paglia. Non so come conosce una rossetta. Non bella ma graziosa, simpatica, determinante. La conosco anch’io. Viene a casa mia. Resto anche fuori di casa mia, per permettere a loro di stare assieme. Al ragazzo faccio tagliare i capelli in un modo che a me pareva più adatto al suo viso. La piccola ne è entusiasta. Per tutto il pomeriggio, la sento esclamare: Dio, che bel, dio che bel, dio che bel! Il padre si oppone violentemente. E’ di pelo rosso anche lui. Vado a casa di quell’uomo. Sostengo le ragioni dei due piccoli. Immaginatevi la scena! Il Finocchio che non si sa da che parte salti fuori, va a dire a quel padre, (caratteraccio!) che la sua unica figlia sta bene con un ragazzo che non si sa da che parte sia saltato fuori. Dove avevo la testa, lo sa solo el Signor! Il ragazzo prende la sua strada con la sua piccola. Si sono sposati. E’ rimasta incinta. L’ho rivista con una carrozzina. Non so più nulla. Anni dopo, mi arriva una cartolina del ragazzo. C’è scritto: nonostante tutto sei un mio amico. E’ vero che ho preso le piattole, e pure i pidocchi da quell’amante, ma le piattole e i pidocchi passano, le storie no.



Dicembre 2006 – Ottobre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.


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