Prima il sesso o la sessualità?

Prima il sesso o la sessualità o per noto dire: è nata prima la gallina sessuale o l’uovo omosessuale? Direi che prima è nata la Vita, e che la vita ha covato sé stessa. La dico Vita in maiuscolo perché la considero esistenza al principio. Questa vita ha ed è la sua potenza: la chiamo Spirito. Lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza di forza fra tutti e in tutti i suoi stati di principio: Natura comunque raffigurata, Cultura comunque concepita, e Spirito comunque agito. La forza dello Spirito ha carattere Determinante e Accogliente. Lo Spirito che non accoglie ciò che determina, è forza destinata alla mera espansione della sua forza; è nell’accogliere e verificare gli atti della sua espansione, infatti, che può valutare se “cosa buona è giusta”. Nel considerare ciò che è cosa buona e giusta, al principio, della vita vi è stato il primo atto del discernimento, la prima forma di coscienza, la prima forma magistrale. Vita, oltre che fra stati, è stato di infiniti stati anche nella nella corrispondenza di forza fra le due volontà, così, anche il Determinante non può non avere, essere, e vivere gli stati dell’Accogliente, come per opposto caso, l’Accogliente non può non avere, essere e vivere gli stati del Determinante.

In ragione dello stato e condizione della corrispondenza di forza fra gli stati, la vita origina infinite forme e figure. Ognuna ha ed è la sua forza e la sua vita, in ragione dello stato di prevalenza del soggettivo carattere della sua forza. Se ha prevalere è il Determinante avremo la naturale figura maschile. Se ha prevalere è l’Accogliente, avremo la naturale figura femminile. Invece, se a prevalere in una vita è un insieme dei due caratteri della forza, avremo un insieme dei due caratteri della sessualità, sia nella forma maschile che nella femminile. Obbligatoria la ripetizione: poiché la vita è stato di infiniti stati di vita, anche in quell’insieme ci sono infinite forme; dove non figure prevalenti, prevalenti gusti sessuali e/o sensibilità. Della vita possiamo dire che è il contenitore che forma i suoi contenuti che formano il suo contenitore, che, ad libitum, forma, ecc, ecc.. Ciò che forma la Natura della vita, allora, non può non formare la sua Cultura; Cultura, soggetta anch’essa alla condizione di essere stato (della conoscenza e della coscienza) di infiniti stati. Gli infiniti stati di conoscenza e coscienza formeranno infiniti stati fisici di Uomo e di Donna.

Ancora una volta preciso infiniti stati, perché solo al principio della vita vi l’assoluto stato della vita. In quanto assoluto, ha ed è Spirito maschile (il Determinante) e femminile (l’Accogliente) in inscindibile e inconoscibile stato. Delira per vanità chi ci prova a conoscerlo, e l’offende quando prova a dirlo. Della Vita al principio possiamo dire che è la norma che concepisce ogni vita, e quindi, per principio, ogni normale sessualità. Beninteso, normale se opera secondo vita (vuoi per Natura, vuoi per Cultura, vuoi per Spirito) o anormale alla vita se la nega per Natura o per Cultura, o per Spirito. L’identità non in convenzione con la vita la può negare secondo Natura solo negando sè stesso, ma anche la non normalità nei termini detti (come la normalità) sottostà alla condizione di essere stato di infiniti stati. Ne consegue impossibile ogni vero e giusto giudizio, oppure, possibile solamente un giudizio che si basa su quello che ognuno crede più giusto sul principio di qualsiasi nascita. Per quanto detto, allora, ti rimando la domanda: è nata prima la gallina sessuale, o l’uovo omosessuale?

Quale Pedagogia?

Non so se nella mente o nel gozzo, ma per la vita mi gira una questione: quale pedagogia adottare nel periodo prevalentemente naturale del bambino? A favore di un miglior agire in questo momento dell’età, non ricordo d’aver letto niente, e neanche sono preparato. Oso sostenere le mie opinioni qui ed ora, solo perché, pur non essendo padre ho istinto paternale, e pur non essendo madre (ovviamente) ho quello maternale. Non per ultimo sono stato un figlio con maggiori sensibilità; maggiori, perché gli adottivi, nulla ottengono per scontato diritto. Non quelli del mio stampo, almeno.

Per prevalentemente naturale intendo la fase in cui il bambino capisce secondo il sentire. Ancora non sa, infatti, circa quello che sente; è il periodo che precede la capacità dell’elaborazione cognitiva data dal confronto fra ciò che si sente e ciò che è di quello che sente. Cosa, sente delle figure genitoriali? Nel suo principio, i suoni. Di base e di prevalenza, due: il suono alto (variamente acuto) e il suono basso: variamente grave. Generalizzando e semplificando, direi che il suono alto e variamente acuto appartiene alla femmina. Generalizzando e semplificando, direi che il suono basso (variamente grave) appartiene al maschio. Si potrebbe sostenere, che il primo è via del sì perché permette_accoglie, mentre l’altro è via del no perché permette_accoglie solo a precostituite condizioni.

E’ via del sì, quello della femmina perché al tono variabilmente acuto si accompagna la cura; cura che il bambino potrebbe sentire (poiché lo fa stare bene) come proseguo del ventre naturale dove stava bene. Si potrebbe dire che il tono basso è via del no, perché non gli comunica le naturali emozioni che avvertiva quando stava nel ventre. Al suo sentire, quindi, tanto quanto è diverso dal tono della donna quando cura, e tanto quanto gli è estraneo, e pertanto, negazione del sì. Ipotesi siano, si può dire che a formare la sua cultura sarò quanto saprà (vorrà o potrà) discernere sulle negazioni. Ciò che ipotizzo non è da considerarsi assoluto, naturalmente, perché la vita, nella relazione di corrispondenza fra lo stato maschile (il determinante in prevalenza) e quello femminile, (in prevalenza l’accogliente) è stato di infiniti stati di vita, e quindi, di emozioni che il bambino tradurrà in vocali “concetti” prima e in parole dopo.

APRO UNA PARENTESI: In ogni genere di coppia vi è il carattere accogliente e quello determinante, quindi, in ogni genere di coppia vi l’emozione prevalentemente maschile (quella bassa) anche se formata da donne, o prevalentemente femminile (quella alta) anche se formata da maschi. Così l’opposto, e così in ogni genere di corrispondenza di vita fra identità. Non per ultimo, non è alto o basso ciò che noi sentiamo alto o basso, ma quello che sente il bambino come alto o basso. Si potrebbe dire, allora, che (indipendentemente dal sesso) è il bambino che dice (in ragione dell’impronta tonale che l’ha prevalentemente cresciuto) chi (a livello culturale e/o psicologico) chi (fra i genitori) gli è stato il prevalente formativo. CHIUDO LA PARENTESI.

Secondo quanto ipotizzo da apprendista stregone, si potrebbe dire che la pedagogia di quel periodo non può non essere che magistralmente binaria: SI o NO. E’ vero che anche il tono variabilmente acuto può essere sentito come NO, ma è un tono che, come dicevo, ha la cura come immediata conseguenza. Potrebbe diventare, quindi, un SO, cioè, un NO emozionalmente interpretabile. Lo stesso potrebbe valere per il tono basso, e diventare un interpretabile NI, ogni qual volta quel suono non ha, come conseguenza, una ferma cura e/o reazione. Una cura è ferma quando non soggiace a psicologici e/o emotivi “ricatti” e/o concessioni. A proposito di emotivi ricatti, il bambino è un indubbio bandito. Che non sappia quanto lo è, per i genitori prima e per gli insegnanti poi, è una grande fortuna, ma come per tutte le fortune, non dura.

Tutto considerato, la basica pedagogia che esprimo non è molto diversa da quella che si usa nell’addestramento degli animali. Come i bambini, infatti, sentono suoni ed emozioni, non, parole dalle quali tirar fuori concetti. Al più, e necessariamente, tirar fuori, azioni di risposta; che è esattamente quello che si vuol imprimere in un infante, e cioè, la capacità di agire e perseguire certi comportamenti a comando, non ancora potendo riuscirci noi, secondo il suo discernimento. Una sovrapposizione di comando fra le due voci, da un lato, alimenta la capacità interpretativa delle emozioni che gli si comunica, (ed è o potrebbe essere una futura ricchezza a livello identitario) ma, dall’altro, rischia di metterlo in confusione; ed è o potrebbe essere un futuro guaio.

Come se ne viene fuori? Direi, facendo in modo che la figura che di volta in volta cura l’infante non debba uscire dai binari culturali, naturalmente imposti dal tono. E’ vero che il bambino sente alto o basso ciò che per lui è alto o basso; è vero che per questo farà propri i binari con cui lo introduciamo alla vita; è vero che potrebbe procedere per stazioni non previste dai genitori, ma è per questo che ogni vita ha, (ed è) di che non essere una eguale all’altra: anche sessualmente. Si tratta quindi di decidere a cosa si vuole dare vita e per chi. Come premesso all’inizio non ho debite conoscenze, al più, cuore. Quando mai il cuore è riuscito a separare il grano dall’oglio! Non mi resta quindi, che postare questa roba così come sta, perché, dice il detto, cosa fatta, capo avrà!

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#stazioni #genitori #capo

Per – stato – intendo

Per – stato – intendo la condizione naturale, culturale e spirituale della rispettiva identità. Avendo tre stati, la vita è trinitario_unitaria. E’ assoluta unità fra i suoi stati solo al principio di ogni principio. Nel nostro principio è unitaria in ragione della misura di ricongiungimento fra i suoi stati. Possedendo gli stessi stati di principio, necessariamente ne consegue che l’immagine della vita particolare somiglia all’immagine della vita universale. La differenza fra la Particolare e l’Universale è detta dallo stato del rispettivo stato: assoluto al principio e dello stesso Principio. Relativa al nostro stato il nostro principio. Vita è corrispondenza di stati, non, somma di stati. Al principio, quindi, Il Principio è l’assoluta unità fra i suoi stati. Per questo, è detto l’Uno. L’Uno è l’Immagine della vita. La nostra (all’Immagine somigliante) è, necessariamente, trinitario_unitaria. Lo stato trinitario della vita è unitario tanto quanto agisce l’equa corrispondenza fra gli stati. Una informazione non corrispondente allo stato (naturale – culturale – spirituale) di una data vita, quindi, scinde il rapporto di forza fra gli stati. Scindendola, mina una Natura e la dissocia dalla sua dalla Cultura. Così facendo si ammala di estraneità. Lo Spirito è la forza della vita che ha originato il suo principio: la vita. La vita, quindi (sino dal principio e dello stesso Principio) è continua manifestazione della sua potenza. Lo Spirito del Principio non è tanto né poco: lo Spirito è vita, e il suo spirito (la sua potenza) vitalità.

Lo Spirito è la vita della Natura che ne recepisce la forza secondo la sua Cultura. Come un muscolo è l’immagine della sua forza, l’immagine dello Spirito è la vita soprannaturale e naturale di cui è forza. Secondo la conoscenza di ciò che è alla coscienza, come la forza del nostro spirito è tramite di alleanza fra gli stati della nostra vita, (come fra vita e vita), così, la forza dello Spirito, è tramite di alleanza fra la vita umana e quella del Principio della vita. Come per la parola, lo Spirito è l’emozione della vita che dice sé stessa. La percezione dello Spirito è della coscienza che la recepisce come forza. A maggior percezione, maggior forza, maggior coscienza e maggior conoscenza. La conoscenza sullo Spirito è data dal sentire le emozioni della vita: il Tutto dal principio. A maggiorato sentire, maggiorata conoscenza per la maggiorata emozione. Perché primo Verbo (IO SONO) e prima Parola (VITA) il Principio è il Profeta di sé stesso. Come c’è un solo Principio di nuova parola, così il Principio è sommo Profeta dal principio. Indipendentemente dal loro stato naturale, culturale e spirituale, sono interpreti del Principio quanti hanno creduto di saperlo in proprio, o al caso, perché ausiliati e/o comunque influiti da inverificabili origini e/o stati. Non per questo non eletti, ma tanto quanto le loro parole non hanno edificato la Parola.

A questo proposito, ad ogni credente il suo giudizio. Se non altro perché non vi possono essere contenuti culturali e spirituali se prima non vi è il corpo contenitore (la Natura) ammettiamo che della vita maschile e della femminile, il loro primo stato sia il naturale. Come l’acqua prende forma dalla forma del contenitore, così, un contenuto culturale non può essere estraneo allo stato che lo contiene. Ne consegue che la Natura del dato stato è la via che forma la Cultura di quello stato. Dal principio naturale della vita, dunque, si originò il corrispondente principio culturale. Il principio del bene nella Natura è il sentire. Il principio del bene nella Cultura è il sapere. Lo Spirito è il principio della forza della vita del bene naturale e culturale che si origina dal sentire nel sapere (se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Natura) o dal sapere nel sentire se il prevalente principio di vita è diretto dalla forza della vita della Cultura.

Vita, è stato di infiniti stati. Si origina dalla corrispondenza fra tutti e in tutti i suoi stati. Ciò che è del sapere nel sentire (come nel sentire nel sapere) allora, diventa vita secondo Spirito. Se non vi fosse integrazione fra i tre stati, la vita avrebbe avuto un solo stato e, dunque, o eterno (ma di eterno vi è solo il Principio) o, per quanto lungo, necessariamente a termine. Non necessariamente in ordine di tempo ma, necessariamente, secondo l’ordine dato dal convivere fra i suoi stati, la vita, quindi, si evolse (come si evolve) secondo Cultura della Natura: il Corpo. Secondo la Cultura della sua Natura: il pensiero. Secondo le finalità di vita, al perseguimento naturale e culturale seguì la Cultura della vita secondo la sua forza: lo Spirito. Mi dirà: come fa uno stato della vita ad avere il senso della vita della propria Natura se, essendo stato e, dunque, non ancora vita (secondo forza, Natura che corrisponde con la sua Cultura) non può avere quello della propria Cultura e, dunque, neanche quello del proprio Spirito? Lapalissiano, Padre! Perché qualsiasi stato naturale vi sia stato in origine, avendo lo Spirito che gli è forza ha la vita data dal Principio. Avendo la vita data dal Principio (il cui principio è vita) in ragione dello stato del suo stato, necessariamente, ne ha Cultura.

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#condizione #identità #ragione

Coscienza e conoscenza

Vita: immagine della Natura della Cultura del Principio della forza dello Spirito sia nel Supremo che nell’ultimo. Allo scopo di collocare il nostro spirito nello stato della Vita per essere a Somiglianza della vita originante, la vita originata non può non sapere la sua Immagine. Il trinitario cammino verso il Principio della vita (quello naturale o il soprannaturale) è avvio alla coscienza di ciò che è alla conoscenza del piano di vita nel quale si va (o si viene) alla luce. La conoscenza di ciò che è alla coscienza dice lo stato di somiglianza fra l’immagine umana e quella del Principio. Limitare e/o condizionare la conoscenza di ciò che è alla coscienza è, dunque, limitare e/o condizionare il rapporto di corrispondenza fra la vita del Principio e quella della Somiglianza. Nell’ostacolare il rapporto di corrispondenza fra l’Immagine del Principio (e dei suoi stati, i principi) e ciò che è a loro Somiglianza (la vita umana e i suoi principi) si limita alla nostra vita, la facoltà di porsi con giusto spirito presso l’Origine.

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#Origine #Somiglianza #vita

Fra spiriti non occorrono corde

M’inoltrerò nel discorso partendo da necessarie premesse.

  • Lo Spirito è la forza della potenza della vita; è forza sotto l’aspetto naturale ed è potenza sono l’aspetto culturale.

  • Allo Spirito somiglianti, così gli spiriti: forze della vita che furono su questo piano della vita e che sono nel piano della Vita.

  • Nel piano della Vita (l’Universale) lo Spirito è forza e potenza prima ed è il Principio che ha originato ogni principio. In quanto potenza prima perché al principio, è ed ha uno stato assolutamente unitario.

  • In ultima ma non per ultimo: la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa.

  • Questo piano della vita ha stato trinitario_unitario. Lo stato è originato dalla corrispondenza di forza e di potenza fra tutti ed in tutti i suoi stati. Al principio.

NATURA

neotriangolo

CULTURA                                                           SPIRITO

Ora, perché gli spiriti non possono parlare? Ovvia, la prima ragione. A quella ragione suppliscono facendo parlare chi è in grado di “udirli” tramite il sentire. Tramite il sentire l’ascolto avviene “non per orecchio”. La vita che avviene in ragione della corrispondenza di forza e di potenza fra stati non ha mai lo stesso stato. Uno spirito che in ragione della corrispondenza fra i suoi stati ha raggiunto la misura cinque resta in quella misura solo fermando la corrispondenza di forza e di potenza fra i suoi stati. Facendolo, però, a quello stato fissa la condizione del suo stato. Facendolo, però, fissa anche la sua forza e la sua potenza allo stato raggiunto. Per questo, fissa anche l’esistenza del suo bene, del suo vero, e del suo giusto al dato stato. Al dato stato ne consegue la stasi del suo stesso spirito.

Questo è possibile solo alle forze variamente non coscienti di sé, oppure, alle forze che intendono restare (per varia vanità, o desiderio di vita e/o di umana potenza) nello stato che avevano raggiunto su questo piano della vita. Non so se per visione mentale o se per sogno mi è capitato di vedere e di essere visto (in ambo i casi per fulmineo tempo) da un papa ancora in trono e ancora vestito da alta cerimonia. Da sveglio, l’insieme della statuaria immagine me lo fece pensare un Mosè; e quel Mosè mi guardò come chi non sa capire quello che vede: chiudo la parentesi. Come la vita su questo piano è continua corrispondenza di forza e di potenza, così anche in quella del piano ulteriore: la vita tollera il Vuoto ed il Nulla solo nei casi di incoscienza e/o di dolore. La corrispondenza di stati rende mutevole lo spirito che, esemplificando, passa, così, da un già ipotizzato valore 5 ad uno maggiore o minore.

Vedendo uno spirito come una corda da strumento musicale si noterebbe che il passaggio da uno stato maggiore a uno minore (come di converso) lo fa vibrare. Per questa possibilità lo dico diapason: “estensione dei suoni che una voce o uno strumento può avere dal tono più basso al più alto”. Anche lo stato della forza e della potenza del nostro spirito ci rende, vibrando, dei diapason. Delle emozioni si può dire che sono i toni della nostra forza e della nostra potenza. Per corrispondenza di spirito ricevendoli (è comune esperienza) siamo in grado di comunicare informazioni anche senza voce. Analoga possibilità succede nella comunicazione di vita fra questo piano e l’ulteriore. Concludendo le ipotesi, si può affermare allora, che gli spiriti parlano in un solo modo: facendo dire di loro chi è in grado (recependo i toni delle loro emozioni) di diventare le loro corde vocali.

Nei medium in buona fede, quelle manifestazioni sono vere, ma quanta Verità ci sia negli spiriti che si manifestano e in quelle comunicazioni nulla lo può confermare. Di fatto:

il Male può fingere il bene molto bene tanto quanto è male. Ne consegue, che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione.

Ne consegue, pertanto, la loro inattendibilità. Lo stesso quando si “mostrano.”

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#medium #fede #maggiore

Spiriti e spiritismo

Spiriti e spiritismo: ipotesi e considerazioni. Il Principio interagisce nella Natura della vita originata (il corpo comunque effigiato) dando la sua forza: lo Spirito. Originati dallo Spirito della vita, vi è vita in spirito. Gli spiriti sono vita che è stata su questo piano della vita. In ragione della corrispondenza fra stati in tutti e fra tutti gli stati, ci sono spiriti prossimi o non prossimi al Principio. Perché corrispondenti con lo Spirito del Principio, ci sono spiriti elevati, tanto quanto gli sono prossimi. Perché contrari e/o non pienamente coscienti del Principio, ci sono spiriti bassi tanto quanto non gli sono prossimi. In ragione dello stato di coscienza sulla lontananza dal Principio (e/o dell’avversione) gli spiriti bassi hanno forza specularmente opposta agli elevati, così, allo spirito con forza di valore 4 + corrisponderà uno spirito con forza di valore 4 -. Tanto è potente uno spirito di valore + e tanto quanto è inversamente potente uno spirito di valore –

Lo Spirito, essendo forza che da la vita è il + con valore assoluto. Perché vita in stato d’assoluto, il Principio è Motore Immobile. Ogni altro stato della vita è mobile per infiniti stati di vita. La capacità di mobilità negli spiriti di qualsiasi stato corrisponde all’elevazione spirituale del loro spirito: così per la degradazione. Lo stato dell’elevazione spirituale di un dato spirito (come la degradazione) dice la condizione della forma della sua forza e della sua identità. Indipendentemente dallo stato del loro spirito, tutti gli immateriali interagiscono nella vita perché la vita non concepisce il vuoto (stato di non vita) e neanche a vuoto: stati senza senso di vita. Non può concepire il vuoto perché è corrispondenza di stati in tutti e fra tutti gli stati. Non può concepire a vuoto perché ciò ammetterebbe fallacia presso il Principio. Vi sono stati di vuoto tanto quanto è mancante la corrispondenza di stati in una vita, come fra vita e vita, e/o fra una vita e quella del Principio.

Come lo Spirito, gli spiriti elevati interloquiscono con la vita dandogli forza, ma non pongono condizioni alla loro forza per non condizionare la vita cui danno forza. Secondo stati d’infiniti stati, non coscienti e/o avversi al Principio che sia, gli spiriti bassi condizionano la vita tanto quanto interloquiscono con la loro Cultura nella nostra. In ragione dello stato del proprio stato, nessuno spirito è esente dall’interazione. Esente deve essere dal condizionamento. Gli spiriti non interloquiscono con la loro cultura per mezzo della parola ma per corrispondenza di emozioni fra le loro e le nostre; è, necessariamente, un dialogo privato. Quando il destinatario della visione vede ma non sente, vuol dire che lo spirito che si rivela gli emoziona la mente. Quando sente ma non vede, vuol dire che lo spirito gli emoziona il corpo.

Per occasionale corrispondenza di emozioni con il soggetto che sente e vede e quello che appare (come per volontà di chi appare) anche altri possono vedere la visione, ma non sentire un eventuale dialogo, appunto perché il “canale” che permette la “voce” è solamente l’emozione fra lo spirito che si rivela e quello del destinatario della visione. Negli stati di meno vita (come nei casi di avversione) c’è il dolore naturale e spirituale per l’errore culturale che provoca il male. Oltre che nel nostro, non può esserci verifica spirituale dell’ultra mondo, appunto perché il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Ne consegue, che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. Se vera l’ipotesi, (e la credo vera) che spirito c’era sul Sinai con Mosè? Nella grotta con il Profeta? Nella rivelazione a Saulo e in tutti gli altri casi, cronologicamente prossimi o no?

C’erano quelli che hanno detto di essere, per mezzo del soggetto a cui appaiono, vuoi mentalmente, vuoi spiriticamente, vuoi per immagine. A causa della capacità di finzione del male e/o dell’errore (volente o no, cosciente o no che sia), le affermazioni non sono attendibili. Come non sono di attendibile motivazione le dimostrazioni eventualmente rivelate. Non siamo in grado di verificare, infatti, se i motivi (come i soggetti) che hanno mosso le rivelazioni siano gli effettivamente detti e/o dei fatti intendere.  Per questa equivocità, un credo che si basi anche sullo spiritismo è destinato ad essere deviante, tanto quanto fa passare l’animo dalla fede sul Principio, alla fede su dei principiati, santificando e/o beatificando delle figure, il cui attendibile Fare, non necessariamente corrisponde con il loro Essere, né per quanto riguarda la vita passata, né per quanto riguarda quella disincarnata.

Lo spirito che per le sue azioni riconosciamo santo e/o beato, di attendibile perché accertabile ha solo il servizio. Per questa mia sensibilità, un Servo del Principio, dovrebbe stare al primo posto non al terzo. Comunque motivato, l’aspetto prodigioso di qualsiasi manifestazione spiritica è dimostrazione di potenza, ma non necessariamente di verità. Il Principio concede solamente il suo Verbo e la sua Parola, cioè, la vita. Non altro perché Primo concetto, e Unico perché assoluto. Oltre a non compiere e/o autorizzare metamorfosi sulla vita, il Principio non può originare nessun mistero. Ha originato, invece, quello che non siamo totalmente in grado di capire. Quello che diciamo mistero, allora, è ignoranza con diversa etichetta. A pro di chi, quindi, i misteri? Agli spiriti dello stato ulteriore? A quelli del nostro stato? Per l’insieme dei poteri che li usano? Il mistero è buio (simbolo dell’ignoranza) perché è assenza di luce (simbolo di conoscenza nella verità) e quindi, inevitabilmente, offuscatore.

In quanto offuscatore, non è possibile che i misteri siano parte della volontà del Principio, come neanche di delegata volontà. Pensarlo, vuol dire non conoscere (o nei casi peggiori, ignorare) che nella corrispondenza fra Immagine e Somiglianza, nulla e nessuno può interferire se non interferendo fra Vita e vita; e se non lo fa lo Spirito del Principio. Della fede si può dire che è la capacità di accogliere la vita oltre conoscenza. Nella religione cristiana, il Cefa è considerato il massimo esempio di fede in un’umanità. Massimo esempio di fede in una divinità fu quella del Cristo perché la collocò nel Principio di ogni principio, e lo chiamò Padre. In tutti gli altri casi, non di fede si tratta, bensì di una fiducia che se collocata a ragione non veduta, può diventare quell’improvvida disposizione d’animo che conosciamo come credulità. Al proposito, Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa, ebbe a dire: è maledetto chi crede nell’uomo.

Nei casi di spiritismo vi è possibile corrispondenza fra un’identità ulteriore e una presente, solo in ragione della vita nella corrispondente forza. Se, l’invocante come l’invocato non conoscono il loro reale stato di spirito (lo sa solo chi ha raggiunto la massima coscienza della sua conoscenza) chi chiama l’invocante e chi risponde? Per momenti della reciproca forza, certamente può rispondere l’identità spiritica invocata ma, vita è infiniti stati di forza in continua corrispondenza, pertanto, in continua mutazione di vita. In ragione dello stato della sopraggiunta mutazione, lo spirito invocato si separa dall’invocante (lo deve) tanto quanto l’appellante ha mutato lo stato del suo spirito. Siccome la vita non ammette il vuoto, lo spirito che si è allontanato per la mutata corrispondenza di forza è sostituito da uno spirito corrispondente al nuovo stato di spirito dell’invocante.

Anche in questo caso, nessuno può affermare di sapere effettivamente chi è l’identità spiritica che ha sostituito la prima, perché nessuno, sul suo vissuto, possiede piena coscienza. E’ esente da colpa lo spirito non cosciente dell’errore, ma non è esente dalla responsabilità per il dolo provocato.

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#spirito #responsabilità #errore

Sessualità transculturale

Sessualità transculturale nel Cristo evangelico? Caro Francesco: a che gender é appartenuta la spiritualità culturale di Cristo? Etero, Omo, o Tranculturale? Voglio dire, culturalmente e spiritualmente parlando, amò i diversi, o amò i simili? E chi l’uccise? La cultura divisiva perché condizionante (quella spiritualmente Etero) o la spiritualità Omo, che nel suo principio pone l’eguaglianza di spirito come alleante condizione? Per quanto è fondato sostenerlo, certamente amò la vita: crapulona o no che sia stata e/o che abbia trovato. Nella vita che amò, certamente ci sono stati quelli prevalentemente etero spirituali come anche quelli prevalentemente omo spirituali. Al proposito, sento il bisogno di vedere da vicino, se il suo amore per i simili abbia cambiato in simili anche i diversi. Basta un breve giro di Storia per vedere che in genere gli è andata buca.

Dopo di lui, altri hanno colto il testimone (il Principato e la Religione indipendentemente dai tempi e dalle forme) ma come nel caso del Testimone del Padre, più di tanto non hanno potuto, o saputo. Bisogna ammettere, però, che più di tanto non hanno neanche voluto. Si sono immediatamente resi conto, infatti, che nella separazione impera la vita del Separante (indipendentemente dalla forma e/o dall’identità) mentre nella spirituale conciliazione fra le parti impera la vita, e nella vita (il tutto dal Principio) la soggettività spiritualità si abnega. A tutto sono interessato, fuorché sapere il prevalente carattere sessuale della vitalità e della vita di Cristo! Mi interessa, invece, capire il carattere spirituale di quello Spirito. Fu prevalentemente determinante o fu prevalentemente accogliente? Non sono uno studioso e neanche uno che ha studiato. La mia Cultura, quindi, è come un Emmental: piena di buchi!

Fra buco è buco del mio formaggio, però, ricordo bene un pieno: chi è senza peccato scagli la prima pietra! Il Cristo evangelico l’avrebbe detto se non fosse stato un accogliente Omo spirituale? Direi proprio di no. Un carattere spiritualmente Etero (determinante) avrebbe lapidato quella donna, e poi sarebbe andato a lavorare, o in Sinagoga, o a sgridare i bambini, o nei casi peggiori a picchiare e/o usare la moglie! Ben vengano altre ipotesi. Ammesso i l carattere Omo spirituale del Cristo, fu simile a quelli del suo tempo o fu un diverso? E se diverso, come si visse e visse, se fra i suoi rischiava di venir prevalentemente giudicato come un estraneo (non dalle Donne, ci dicono) quando non, nel proseguo del suo pensiero, come un eretico bestemmiatore? Non serenamente, pare, se giunse a porre agli apostoli delle domande su di sé. Cosa mai potevano dirgli quegli affascinati dalla sua diversità, se non che gli volevano bene.

Anche molto bene come, dicono, gli confermò il Cefa. Sono convinto che il Cristo conobbe molto bene la solitudine degli unici; unici, non tanto perché diversi, ma perché sconosciuti a sé stessi sia per un vago passato, sia perché di un vago futuro. A quella solitudine, il Cristo sfuggì perché trovò, identità e nome nello stessa identità del Padre: io sono quello che sono. Lo poté (sto fantasticando, ovviamente) nel momento stesso che si riconobbe pieno della stessa sostanza (spirito) dello Spirito apparso sul Sinai. Ecco perché si disse figlio del Padre: perché riconobbe di essere mosso dalla stessa forza che muove Iavè. Per Spirito intendo la forza della vita sia al principio che dello stesso Principio. Non me ne vogliano i non credenti del mio discorso. Non li sto convincendo a cambiare sponda: sto solo seguendo il mio pensiero. Per lo stesso motivo, non me ne vogliano neanche i credenti in disaccordo con le mie fantasie.

Nella Cultura spirituale di rinascita, il Cristo evangelico scoprì un altro nome del Padre: lo disse Amore. Si può amare in toto una tale identità senza farsi totalmente accoglienti come bambini? Direi di no. Se da un lato il Cristo della nascita mi è pressoché ignoto (quello che raccontano si sta rivelando attendibile solo per una fede che esclude la ragionata conoscenza) quello della rinascita, invece, comincia ad “apparirmi” delineato. Dalla sua totale accoglienza del Padre – Amore, immagino anche l’accoglienza di quanto attuato dal Padre. Ammessa l’ipotesi, quella condizione del suo Spirito mi mostra l’aspetto materno del suo carattere spirituale. Non rivela l’aspetto umanamente paterno perché non ebbe genitore se non in una figura sostitutiva. Volenti o nolenti, le figure sostitutive non imprimono il loro carattere sul figlio adottivo. Si può pensare, allora, che fu quello della madre: a sua volta accogliente per il noto episodio: vero o non vero che sia, il punto non è questo.

Altre ipotetiche forme di accoglienza della madre non sono in discorso e non m’interessano. Quello che immagino di un Cristo secondo il principio dell’Accoglienza anche spiritualmente materna nei confronti della vita, non lo penso del Mosè, ad esempio. In quanto guida e giudice di un popolo non poteva non essere che prevalentemente determinante, e quindi, gli sia piaciuto o meno, spiritualmente Etero. Certo, anche lo spirito etero sa farsi accogliente ma a delle condizioni che possono diventare anche inderogabili. Certo, anche Cristo dovette porre delle condizioni alla sua accoglienza: mica viveva sul “Monte del sapone” a dirla con il Guzzanti. Ne ha poste, però, solamente di basilari. Non so se ne avesse avute anche di non basilari, visto che gli hanno tolto la parola molto in fretta. Quando tentarono di coinvolgerlo in una grossa questione (cos’è la Verità) ha risposto con il Silenzio. Vaglielo dire alla spiritualità dei suoi eredi che la Verità risponde solo nel Silenzio, e che è stato l’unico a sentirla!

Vaglielo a dire alla spiritualità dei suoi eredi, così occupati a cercare la Verità che non si rendono conto che non è il luogo della Verità detto dal Cristo quello che stanno ascoltando, bensì, il luogo delle loro verità. Va bèh! Errare è umano, ma, diabolico secondo proverbio lo diventa quando (incuranti dei vespai che direttamente e/o indirettamente hanno provocato per secoli e che ancora provocano) affermano che la loro verità è più vera e più grande di un’altra. Abbiamo sempre pensato che prima maestra di vita sia la Cultura, sì, ma quale Cultura? Quella etero spirituale che ha riempito e riempie il mondo di Dolore? Sostengo invece, che sia la Natura. Per Natura intendo il Corpo della vita comunque formato. Dove la ricerca del Bene che porta al Giusto perché Vero è attuata dalla corrente Cultura, inevitabilmente si mostra incapace di trovarla, anche perché presa e condizionata da secolari vincoli.

Così, finisce con il perdersi per infinite strade. La Natura, invece, non si perde mai! La Natura capisce subito se in essa vi è menzogna. Lo capisce perché immediatamente ed inequivocabilmente lo sente per mezzo del dolore. Il Dolore è il male naturale e spirituale da errore culturale. Tanto è maggiore il dolore, e tanto è maggiore l’errore che porta al maggior Male. Se il Bene naturale ci dice la presenza della Verità tanto quanto cassiamo il Dolore che porta all’Errore, ci dice anche che per giungere al Vero di ciò che è Giusto allo Spirito, dobbiamo cassare il Dissidio. Si cassa il Dissidio, tanto quanto, fra vita e vita si diventa Omo spirituali. Con altro dire, di forza (vitalità e vita) simile. La spiritualità etero non può essere tramite di quel carattere dello Spirito. E’ vero: a suo modo anche la Cultura etero spirituale rincorre la Verità, ma sino a che resta strumento di Potere, è destinata a dividere le parti soggette sia in loro che fra di loro.

Non può non farlo, vuoi perché le verità umane sono innumerevoli, e quindi, ingestibili da qualsiasi forma di centralizzante potere; vuoi perché tutti pretendiamo di agirle secondo verità pur non sapendo l’Assoluta; vuoi evitando che gli spiriti sottomessi, (gli incarnati, e /o cittadini che dir si voglia) si rendano spiritualmente conto che lo stesso Spirito, tanto è nel loro particolare, e tanto è nell’Universale. Fra Particolare e Universale, differenza vi è, non perché altro spirito, ma perché diverso lo stato dello stesso Spirito. Nel principio, infatti, è Assoluto, mentre il nostro corrisponde al nostro stato di vita: l’opinione è provata dal rapporto fra Immagine e Somiglianza. Ogni accentrante potere chiama unione fra soggetti, quello che di fatto è un contenimento_appiattimento di pensieri resi artificialmente ipocriti, cioè, omo spirituali nella sola forma.

L’educazione spiritualmente etero, se da un lato contiene il Dissidio sociale (per il morale e lo spirituale non ci riesce neanche la sussidiaria Religione, se non continuando a dividere i suoi dagli altri) dall’altro non lo annulla. Al più, gli impedisce di esplodere ma, l’impedimento non disinnesca l’implosione interiore che si origina dai dissidi fra inverificabili verità. Per i motivi detti, la possibile implosione interiore ci dice la continuità del Dissidio. Ora, Caro Francesco, alla fine di questa pizza ti chiedo: ti preoccupa di più l’idea di amare la vita per cristiana Omo spiritualità in quanto ti ricorda l’omosessuale spauracchio, o ti preoccupa constatare che la farina macinata dalla Religione finisce sempre in crusca? Se ti può consolare, non solo la tua.

VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


#francesco #Cristo #sessualità

Per quanto ancora

Per quanto ancora sceglieremo Barabba? Caro Francesco, tutti i credenti sono giunti ad accettare l’idea dell’unico Padre. Diverse solo le nostre interpretazioni. Fra le tante, quale la più grande perché la più vera? Quella biblica che lo narra simile al dispotico sovrano che fa e disfa la vita incurante della carne, sia dei sottomessi, sia di chi intendeva far sottomettere? Non so quando il Cristo evangelico smise di accettarlo così. Per quanto raccontano, quello che so, è che smise. Non per perdita di fede, smise, ma, evidente ipotesi, perché quel Padre non corrispondeva ai suo bisogni di figlio. Del Padre riesco a immaginare solo i principi della sua vita: Natura per quello che è; Cultura per quello che sa; Spirito per quello che sente. Naturalmente, lo posso perché ho elevato al Principio i nostri principi: Natura per quello che siamo; Cultura per quello che sappiamo, Spirito per quello che sentiamo.

I principi del Padre sono assoluti. I nostri, a quell’Assoluto somiglianti. Passami la ripetizione dei pensieri che seguono. Sono come le travi che reggono un soffitto: necessariamente ripetute. Poiché corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito, la vita originata dal Padre è trinitario_unitaria. Il Padre, invece, è l’Uno; lo è perché gli stati al principio sono unitari in assoluto. Se così non fosse, avremmo più principi, in conflitto per bisogni di supremazia. Non risulta da nessuna parte che i bisogni di supremazia siano tipici del Padre. Ben diversamente risulta dalle idee dei figli sul Padre. Il Padre, in quanto vita in assoluto, è identità, in alcun modo scissa. Se in alcun modo scissa, non può originare che un’unica volontà di vita; dare vita a sua immagine: perfetta! Certamente non sono io quello che sa cosa possa o non possa il Padre. Mi domando solamente: può fare qualcosa di illogico, con ciò intendendo dire un qualcosa che contraddica i suoi principi?

Sia per fede che per ragione, secondo me, assolutamente no. Un Assoluto non può proiettare che il suo assoluto, e se assoluto Bene del Padre è ciò che proviene dal suo assoluto Vero perché assolutamente Giusto, assolutamente può operare solamente concedendo il suo assoluto principio: la vita. Può una potenza (quella che origina la vita) contenere ciò che toglie potenza? Se deriva da un assoluto principio, no. Nell’assoluto principio concesso dal Padre, quindi, non ci può essere nessun errore, nessun dolore, nessun male. Se per molti motivi e/o modi la vita a sua Somiglianza viene scissa (lacerata e sinonimi) fra i suoi principi trova posto l’errore che porta al dolore che porta al Male. Il dolore è il male naturale e spirituale da errore culturale. E’ sommamente importante, quindi, che nulla di esterno alla data vita la separi da sé stessa. Tanto quanto non vi è separazione fra stato e stato, e tanto quanto vi è comunione fra stato e stato.

Non vi può essere comunione fra stato e stato, dove non vi è amore fra stato e stato. Essendo un principio assoluto, il Padre non può non essere che l’assoluta comunione fra i suoi stati. Per questo, è la massima immagine dell’Amore. La storia di Cristo mi fa pensare che nel genitore che ama trovò l’idea di Padre che corrispondeva ai suoi bisogni. Dicendolo d’Amore (il Padre promosso dai suoi bisogni) gli diede nuova immagine. L’amore permette la comunione che permette la vita. Guaio è, però, che pur permettendo la trasmissione del potere della vita, (e, quindi, del Padre) l’amore non permette la trasmissione del potere di vita su vita. Guaio è, ovviamente, per quelli tentati da quell’imperio, come per quelli che lo attuano e/o lo perseguono: penso al Principato e alla Religione. Vero è, che senza il Principato e Religione come li conosciamo non si costituirebbe nessuna Società come la conosciamo.

Si può dire anche vero, però, che una società è legittima tanto quanto concede suoi cittadini quanto è giusto perché bene al vero, e che è malsana tanto quanto non rispetta quella verità. Ciò vale anche per la Religione quando si fa politica. In vero, per tutte le religioni quando si fanno politicanti per questioni che nulla hanno a che fare con il Padre. Per quanto mi riguarda non ho perplessità nei confronti del Padre secondo Cristo. Sono più che perplesso, invece, nei confronti di quelli che si dicono Vicari di Cristo (e, quindi, del Padre) mentre, più che altro, dimostrano di essere gli interessati esecutori testamentari di un’idea che seguono secondo opportunità, più che secondo verità. Non sto parlando di te, Francesco: dai discorsi, i presenti sono sempre esclusi. Giunti al punto, che fare, Francesco? Visto che la Barca comunque va, continuare così?

Visto che la Barca comunque non potrà andare più di così prima di arenarsi in qualche lido, fare quello che fece Cristo, e cioè, pensare una nuova idea di Padre? E secondo quale verità? Quella indicata dal Bene che è Giusto tanto quanto è Vero mi viene da dire. Guaio è, che del Bene, che è Giusto tanto quanto è Vero, non tutti hanno la stessa idea. Quale, l’universalizzante non solo a parole? Quello che non ho trovato nella Cultura l’ho trovato nella Natura: il corpo della vita. Nella Natura, vi è verità tanto quanto non vi è dolore. Tanto quanto non vi è dolore, e tanto quanto la Cultura della Natura permette la comunione che porta all’amore che porta all’Amore. Lo so: il guaio maggiore di un’idea che trovo persino ovvia sta nei pastori. Nella ricerca di pascoli per le pecore così abitudinari quando non aggrappati a cattedre e/o a bastoni. Anni che furono mi sono ritrovato in una situazione particolarmente complicata.

Mi rivolsi al Don Ottorino: prete dei Filippini in Verona. Me la risolse. Non risolse quella legata alla mia identità sessuale, ovviamente. Nella mia gabbia, però, apri un piccolo sportello: lassa fare a Lù! (Lascia fare a Lui!) Mentre lo diceva ho pensato: sto qua l’è mato! E se i pazzi avessero ragione, quanto i sani sono in grado di capire (ed accogliere) il Suo intervento? E se per molti motivi spaventati non l’accettassero, sceglieranno Barabba? Ancora?!

VERSO LA VITA E ALTRE STORIE


#cattedre #bastoni #capire

Metempsicosi – a Luciano D. F.

La prima stesura è del 1995. L’ho quasi completamente rifatta nel 2020. Inorridito anche dalla seconda stesura, l’ho rifatta nel Marzo 2021. Questo scritto è stato il primo documentato con un certo ordine. Temo non sempre riuscito come non sempre alle ciambelle riesce il buco. Lo considero la base di successivi frazionamenti; più che necessari quando mi sono reso conto (pressoché subito) che è assimilabile con fatica: ancora, anche per me. Apile 2022 Lo dovrei riprendere ma sento di non aver bastante fiato. Ci proverò più avanti: forse.

Al principio, la vita ha ed è tre principianti stati di vita: Natura, Cultura, Spirito. Nel vivere il suo trinitario principio, i suoi stati sono stato di infiniti stati. Anche la Metempsicosi, quindi, sia nel caso di subita in uno spirito che nel caso di attuata da uno spirito, è stato di infiniti stati di Metempsicosi. Lo Spirito (potenza della vita e forza della vitalità) è il “corpo” che anima ciò che si anima.Ciò che non ha vita animata, come anima ha l’esistere. Lo Spirito universalmente animante è ciò che si anima per la sua forza (per la sua Natura) e per la sua potenza: per la Cultura della sua forza. Siccome vi è la forza dello Spirito (l’anima che anima la vita del Principio) e la forza degli spiriti (l’anima che anima la vita dei principiati dalla forza del Principio) allora, vi sono due stati di Metempsicosi: quella dello Spirito che si incarna nella vita che gli corrisponde (la vita del Principio) e quella degli spiriti che (dato lo Spirito iniziale) possono materializzare la forza e la potenza che sono stati in altra esistenza.

La reincarnazione non avviene per volontà di reincarnazione ma per il “peso” di quanto ancora conserva dell’umanità che è stata. Forse semplificando: la reincarnazione è il fato (dolente o no, come quando, come o dove nessuno è in grado di prevederlo o a posteriori di affermarlo) di chi non ha svincolato l’anima dalla pur necessaria materia. Senza la carne, infatti, saremmo come acqua senza formante contenitore. Con altro dire, senza il contenitore necessario a formare i contenuti. Data l’indispensabile corrispondenza di forza e di potenza fra contenitore e contenuti, osteggiare il contenitore è osteggiare i contenuti. Negarsi all’uno o all’atra parte, quindi, è tutto fuorché a proprio favore. Tanto quanto riusciamo svincolare l’anima dalla carne e tanto quanto siamo spiriti (forze e potenze smaterializzate) prossimi allo Spirito.

Per opposto caso, distanti. Poiché non abbiamo modo di verificare lo stato di vicinanza e/o di lontananza di uno spirito dallo Spirito, (come neanche i suoi stati) ne consegue che non possiamo verificare, neanche quanto sia vera l’immagine del sé che, rivelandosi al nostro spirito si rivela nella nostra materia in ragione di corrispondente e/o di compensante affinità della forza e della potenza fra comunicanti. Nella data forza e nella data coscienza, più siamo simili al Tutto (dal principio, la vita del Principio) e più siamo svincolati dal nostro tutto. Più siamo svincolati dal nostro tutto e meno siamo vincolati alla Reincarnazione. Con altro dire: più siamo svincolati dal nostro tutto e più siamo spiriti elevati e meno siamo svincolati e più siamo spiriti bassi. Spiriti bassi, non necessariamente significa diabolici.

E’ basso, infatti, anche uno spirito incosciente circa la vita e le sue verità, ma mica per questo è spirito che si oppone alla vita: è solo uno spirito non in grado di capire perché non è in grado di conoscere o perché non sa o perché non può; se non vuole neanche, se non opera l’errore che non vuole risolvere. Guaio è, che la vita è corrispondenza di stati fra tutti ed in tutti gli stati e che, pertanto, non concepisce il vuoto. Anche uno spirito di mera falsità per mera ignoranza non può non influire ciò che è per ciò che sa volendo non sapere. Secondo infiniti stati di vita, uno spirito è nel bene tanto quanto corrisponde al Bene. Così per il vero e così per il giusto. Per il rifiuto del dolore che porta all’errore (come nel caso opposto) lo spirito brama una maggior vicinanza allo Spirito; la brama perché lo Spirito è il “luogo” della massima forza di ogni bene perché massima potenza di ogni giusta verità.

Vive con sofferenza (estrema in ragione della lontananza dallo Spirito) lo spirito comunque impossibilitato ad elevarsi. Tanto più gli spiriti sono vicini allo stato dello Spirito e tanto più sono a sua somiglianza. Tanto più la loro forza e la loro potenza somiglia alla forza e alla potenza dello Spirito e tanto più sono presso il Principio. Lo stato della Metempsicosi, dunque, corrisponde allo stato della somiglianza di spirito con lo Spirito. La vita che è corrispondenza di stati in tutti e fra tutti gli stati non può concepire il vuoto che è del nulla. Non lo può perché ogni stato di interruzione del suo principio sarebbe uno stato di inesistenza, ed in ciò, un’estrema contraddizione con il suo principio: la vita sino dal Principio. Gli spiriti che tanto più conservano il proprio stato di vita, tanto più influiscono della propria personalità, la vita in cui si incarnano.

Pertanto, nel bene come nel male, sono elevati gli spiriti che influiscono con la loro forza (la Natura della loro Cultura) e sono bassi gli spiriti che influiscono con la loro vita: secondo spirito, Cultura della loro Natura. Nella vita dello Spirito, ogni differenza dallo Spirito è differenza di vita fra il nostro stato ed il Suo. Ogni differenza è una separazione fra Vita e vita. Ogni divario di vita fra i due stati, allora, non può non essere che dolore da separazione dal Principio: la vita di origine. Poiché la differenza è dolore e, poiché il dolore essendo separazione dalla Vita non è vita tanto quanto è dolore, ecco che si è lontani dal Principio della vita tanto quanto l’ingiustizia nel nostro spirito ci ha reso dolenti.

Poiché il dolore dato da ciò che non è stato giusto al nostro spirito si è originato dal male dato dalle erronee corrispondenze fra i nostri stati, ecco che, allo scopo di annullare ciò che è male per la Natura, falso per la Cultura e conseguentemente ingiusto allo Spirito della vita personale quanto verso quello della vita Universale, non si può (a causa dei pesi) non tornare a questo principio di vita, per ripetere a nuovo lo svincolamento dai pesi. Lo svincolamento dai pesi è necessario perché, presso lo Spirito del Principio non può esistere il dolore: male naturale e spirituale da errore culturale. Non può esistere il dolore perchè presso il Principio della vita (assoluta corrispondenza di stati nel bene dato il giusto per il vero) esclude dalla sua vita ogni altro principio Ciò che impedisce l’invasione di spirito su spirito è la coscienza di sè. Tanto più è lucida, e tanto più è intaccabile. Per ottenere quella necessità la vita potrebbe presentarci un calice e chiederci di berlo sino alla feccia. Tanto più sarà amara e tanto più sarà necessario berla. Vedo molte alternative, è vero. Non vedo, però, vie di fuga.

Spirito, Padre, Tentazioni, Serpente. – Discorsi

Nella ricerca del Genesi della vita, se per un aspetto il Testo rivela la capacità di elevazione culturale degli stesori, dall’altro, mi pare segnali che il Serpente non si limitò a tentare la sola Eva. Infatti, a mio avviso, caddero nella tentazione (pericolosa tanto più l’imposero come verità rivelata dal Principio) di dire una realtà che, per ignoranza sul Principio della vita (la vita sino dal Principio) certamente non potevano conoscere, tuttalpiù, immaginare, oppure, se dire per rivelazione, perché ispirati. Va beh!

Dal momento che il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male e dal momento che in alcun modo possiamo verificare lo stato delle “voci” ispiratrici (ripeto la domanda) da chi dette e/o rivelate, se in mancanza di verifica, tutto il nostro credere può anche essere stato basato sulla strumentalizzazione (in buonafede e/o in malafede che sia) di un bisogno di credere in altri, conseguente alla mancanza della capacità di credere nel Padre tramite noi?

Una elevazione spirituale può inebriare la ragione tanto da mandarla oltre il suo contesto storico personale e sociale. La può mandare “fuori” al punto da farla entrare in contatto con altri piani di vita; non intendo la vita spirituale (che avendo vita ne siamo in contatto da sempre) ma quella spiritica. Al proposito, sappiamo l’opinione della Psichiatria, ma, se è vero che sull’argomento sa cosa dice, quanto può dire di sapere di cosa parla?

Una mente ispirata oltre la sua realtà dalla forza della sua immaginazione (capacità di vedere culturalmente ciò che in cui si crede e che è elevata tanto quanto si ha fede in ciò che si crede) quanto sa distinguere se discerne secondo sé, o se lo può tramite altra vita? Nel caso sappia distinguere che non discerne secondo se e anche ammesso che sappia quale sia lo stato di vita che influisce sul suo discernimento, può verificarne (non dico l’identità) ma anche la sola attendibilità spirituale?

Direi di no. Infatti, se può essere inimmaginabile la capacità di verità di uno spirito nel bene, così è inimmaginabile la capacità di menzogna di uno spirito nel male. Così, data la facoltà e la capacità invasiva degli spiriti soprannaturali nella vita naturale (data la mia conoscenza dello spiritismo lo sostengo a ragion veduta, o meglio, sentita) non posso non dubitare (e, parecchio) che lo Spirito ispiratore sia stato quello del Padre.

Il Padre influisce la vita che ha originato attraverso la Sua forza: il suo Spirito. Se l’ispirasse secondo la sua Cultura, assoggettando il nostro giudizio al suo, renderebbe serva la nostra. Rendendola serva, però, assoggetterebbe anche la nostra coscienza, ma, una coscienza è piena, solamente se è libera di conoscere, al caso, anche ciò che non gli corrisponde per poter sapere ciò che gli corrisponde! Ergo, neanche il Padre può far dipendere da se’, la vita che pure ha originato.

Ciò significa che non possiamo credere a nessuno? No, ciò significa che dobbiamo credere nel solo Principio della vita: in ragione della forza dello Spirito, corrispondenza di stati nella data vita e fra la nostra e la Sua. Ulteriormente, questo significa che non puoi credere neanche a me? Ammesso e non so quanto concesso che ti sia mai girato per la capa, mi pare più che ovvio, per quanto riguarda la fede. Invece, per quanto riguarda la ragione, “credimi” solo dopo attenta valutazione!

Il principio che ha permesso la vita è quello della comunione fra stati. Allora, dove vi è la voce di uno Spirito che interloquisce fra vita e vita non può essere quella del Principio che dice circa i suoi principi, in quanto, già all’origine ne ha detto i massimi: bene nella Natura, vero nella Cultura per il giusto dello Spirito. Quei principi sono massimi al punto da originare la vita e universali al punto da indicare ad ogni via della vita (ad ogni Natura) la sua verità , cioè, la sua Cultura.

Per corrispondenza di principi fra la vita originante e quella originata, anche un qualsiasi Spirito soprannaturale non puo’ in alcun modo interferire nella vita altra se non ledendo la corrispondenza degli stati della vita personale (o sociale tramite la Persona) su cui interferisce. Tanta o poca che sia la sua forza, uno spirito interferente, (tanta o poca che sia la sua vita) comunque erra perché devia la corrispondenza di vita e di forza fra spirito e Spirito.

Verso la fine

Verso la fine dei tuoi e miei discorsi mi hai gestualmente comunicato che ti stavi allontanando dalle mie ipotesi. Probabilmente, perché sentirsi sotto lente, alla lunga stanca per più motivi. Così, ho deciso di scriverti delle possibili interpretazioni su quanto mi hai detto e mostrato. Lo faccio da titubante. La titubanza mi sta segnalando che sto superando dei limiti? Il punto però non é questo: il punto é quale: forza influisce sulla mia titubanza?

Una forza del vero che vuole allontanare del falso, o una forza del falso che vuole allontanare del vero? Una mia insicurezza? Ammesse le ipotesi, sento che nessuna forza è maggiore dell’altra. Le direi in bilico e quindi in stasi. Pertanto, non mi resta che confidare sulla mia. Andrò per punti. Naturalmente, le mie ipotesi sono solamente delle ipotesi, quindi sono solo stimolatrici di possibilità.

1) Per calo dell’interesse ti stavi allontanando da me (verso la fine dei discorsi) perché credi inspiegabili le tue manifestazioni, o perché (sotto – sotto) preferisci non razionalizzare dei misteri che se da un lato ti fanno paura, dall’altro di affascinano e, quindi, ti confermano come soggetto non comune?

2) A mio avviso non hai nulla da temere dalle manifestazioni che mi hai mostrato.

3) La vita é uno stato di infiniti stati di vita. Si attua per la corrispondenza di forza (spirito) fra tutti e in tutti i suoi stati.

4) Umane o ulteriori che siano, quelle relazioni avvengono fra spiriti affini. Vuoi come identità (se quelle luci lo sono ma non lo credo) vuoi come stati di spirito (forza, potenza, energia, e via similando) se lo sono come credo.

5) Stati di spirito affini o forze, potenze, energie, e via elencando, quindi, corrispondono con dei tuoi analoghi stati dalla paritaria forza: ne sia cosciente o meno chi ne attesta l’esistenza. Tu l’attesti, come un contadino, che trovandosi in mezzo al campo) si ritrova investito dal passaggio di una schiera di cavallette. Mica l’ha voluto, ovviamente, ma siccome è in mezzo al capo (o in mezzo al cammin… direbbe Dante) volere o volare ne subisce le conseguenze.

6) Ora, tu sei il contadino (medium passivo nei casi che mi hai mostrato) che in mezzo al tuo campo (età + proprietà composta da vari generi di valori) si ritrova investito da elementari stati di vita che, chissà come mai, dici animali, e che io dico cavallette giusto perché in alcuni casi vedi in sciami quelle luci, e che come per le cavallette non sappiamo fermarle.

7) Ho notato che vicino a fonti di energie si raggruppano come falene attorno a una lampada. Ricordo il lampione in una foto. Perché vicino anche a te? Perché (vuoi come medium o vuoi come natura) tu sei un “lampione” che emette energia. Tutti ne emettiamo. Il che fa pensare che siano presso tutti anche se solo te le vedi: almeno a quanto ci risulta. Se vera l’ipotesi, ciò significa che siamo il loro cibo? Nulla esclude, però, che siano anche il nostro. Chiederci quanta e di che genere sia quel genere di realtà é assolutamente inutile.

8) Non sempre c’é n’è uno sciame attorno a te. Potrebbe dipendere dal fatto che tu sei un cibo per poche di loro, oppure, che non sei abbastanza cibo per tante, visto anche che il tuo minor momento potrebbe generare minor energia, e quindi, essere di minor cibo. Vicino alla luce del lampione invece, sono di maggior e costante presenza, appunto perché il calore del lampione (e/o la luce) è costante.

9) Perché volano ed hanno i cambi di rotta che hai notato? A mio avviso non volano. Se ne vanno, invece, fra fonte e fonte, come da un punto e un altro di un bosco se ne va una foglia mossa dal vento, non, perché ha capacità di volo. Al più, ma non volente, scivola nell’aria che la porta, e che al caso, gli fa anche fare quei repentini cambi di rotta. Analoga cosa succede anche alle manifestazioni che subisci. potrebbe esserci anche un’altra ipotesi. Si spostano in ragione di una potenza attrattiva derivata da una forza gravitazionale. “Volano” quindi, perché agite da quella forza. Dove é maggiore si dirigono. Dove diventa minore perché attratte da una maggior forza si allontanano da una e si avvicinano all’altra. Non credo di dirti nulla di nuovo. Usano quel “motore” anche nei voli spaziali.

10) Dicevo che si corrisponde solo fra spiriti affini. In effetti noi non sappiamo quale sia il nostro vero stato di spirito, quindi, neanche sappiamo con chi effettivamente corrispondiamo: vuoi per natura, vuoi per cultura, vuoi per vitalità e/o vita. Lo sappiamo solo perché agiamo secondo convenzioni.

11) Se vera l’ipotesi, come mai quelle energie di vita sì, ma non di compiuta identità possono rivelarsi a te? Direi perché a tua volta sei una frammentata massa di energia. Ciò che frammenta la tua massa ti é noto. Vista la tua frammentazione (andando a naso l’ho detta scissione) e vista la corrispondenza con un oltre che ne é conseguita. potrebbero essere quelle energie, dei frammenti di un corpo? E se invece fossero delle “cellule” del maggior corpo che è la vita oltre noi come invisibili dentro noi perché cellule delle cellule?

12) Da quello che mi hai detto quelle cellule ti spaventano perché si avvicinano a te, non perché entrano dentro te. Caso sia, la tua paura é motivata dall’ignoranza sul caso, non dal caso. Sto pensando che se avessero voluto farti un qualsiasi male l’avrebbero già fatto, ergo, non vedrei motivi di ulteriore paura. Vedo paura, piuttosto, nel pensarle concausa della tua odierna situazione fisica, ma solo se dopo le loro manifestazioni presso di te ti ritrovassi variamente indebolito. Ma anche lì ci sono pro e contro. Ti ci potresti trovare (indebolito) anche perché le incognite sul caso sono inevitabilmente stressanti, e anche perché non tutte le cure (ammesso che loro lo siano) danno immediata energia.

13) Come venir fuori da quell’inconoscibile impiccio? Tempo prima di mancarmi l’Amato mi chiese: quando mangio, mentre curo il mio bene, non curo anche il mio male? Prendendo esempio dai girasoli gli ho risposto: dipende da dove ti volgi. Se verso il bene curi il bene, se verso il male curi il male. Applicando a te la risposta, venirne fuori dipende da dove ti volgi: verso la tua realtà, o verso l’irrealtà? Risposta terza esiste solamente come ondivaga scelta da medium meravigliato dal caso, ma anche da medium sottomesso al caso.

Una parola al principio?

Si, ma, forse, però, dipende.

La parola è l’emozione della vita che dice sè stessa. Così in Basso, così in Alto? Ammessa l’ipotesi, si, è così. Su cosa si può basare questa supposizione? Direi, sul rapporto fra Immagine e Somiglianza. Per questo rapporto, quindi, ciò che è in Alto può ciò che è in Basso; e se nel Basso si può la parola, così (almeno per quanto crediamo) non può non essere in Alto. Al principio di ogni principio, in Alto vi è la prima realtà della vita. In quanto prima è sovrana, in quanto prima è assoluta.

In quanto assoluta può dire solamente una parola altrettanto sovrana e assoluta: per tali attributi Parola. Ammesso in Alto ciò che è possibile nel Basso, non si può non convenire che la parola è il moto emotivo mosso dalla coscienza di sé. Se assoluta la coscienza in Alto, assoluta la Parola. In alto e nell’Alto, da dove può esser nata la coscienza di sè? Direi, dal sentirsi in vita. Si, ma per quale figura, stato, identità? Neanche l’Assoluto, penso, può definirsi come figura, stato, identità.

Indicato dal sentire, però, può definire il massimo stato di sè nel verbo IO SONO. Si, ma cosa? Essendo la vita che secondo la sua Natura è per quanto la sua Cultura sa e la sua Potenza (il suo Spirito) sente, non può non dire quello che è, cioè, VITA. Questa visione delle cose è certamente poco normale. Razionalmente parlando, però (anche se necessita dello stesso iniziale Credo) la direi più attendibile della normale che va per la maggiore.

Ammesso il Credo, credo anche che al principio della Vita ci sia la Figura che va per la maggiore per come è rappresentata? No. Credo, invece, che al principio (e nello stesso Principio) ci sia l’inconoscibile potenza che dico Spirito: forza della vitalità naturale e vita della culturale e della spirituale. Possono le nostre parole dire la Parola? Si, ma solo se comprendono l’Assoluto. Erronei tentativi di conoscenza le non assolute. Potenzialmente erronea ogni parola del nostro vocabolario. 

E’ assolutamente certa, invece, quella scritta nel Vocabolario della vita che sta in Alto, perché in quello c’è scritto solo un Verbo e una Parola. poiché l’Assoluto esclude il Dubbio nella vita in Basso, altro non dovremmo aggiungere, e dove aggiunto, togliere. Non per ultimo, tacere.

Shemà Israel

Secondo stati di infiniti stati, vita, è Spirito Determinante e Spirito Accogliente. In quanto forza determinante a livello culturale, e penetrante a livello naturale, per principio è maschile. Per opposti ma speculari principi è femminile: “Così in Basso, così in Alto.”

Sul Sinai, Mosè ha accolto la manifestazione di uno Spirito (sia di Dio o no non è l’oggetto di questo discorso) all’inizio dubitando (mi pare) ma in seguito (anche per le particolari manifestazioni di quella forza) cedendo la sua ragione a quella Ragione. La remissione di una ragione a un altra, è il principio base dell’Accoglienza che nella Donna forma la femminilità e il carattere della sua forza. Si può pensare, allora, che lo spirito del Mosè si fece (culturalmente e spiritualmente parlando) Ancella di quello Spirito.

Con il Mosè, si fece Ancella anche l’Israele che accolse lo Spirito che il Mosè aveva accolto. Per quella a_razionale e totale remissione della singola e collettiva fede, quello Spirito li disse Eletti. Si può dire che è stato, storicamente e spiritualmente così, sino all’Olocausto. Cosa è successo dopo la strage di quel popolo? A mio sentire, è successo che ha detto basta al ruolo del sacrificante Isacco che nel tempo era forzosamente diventato.

Umanamente parlando con tutte le ragioni, tuttavia, con delle conseguenze spirituali, forse non considerate. Ammesse e non per questo concesse le mie ipotesi, da parte di Israele vi è ancora l’originale corrispondenza di spirito (la vitalità particolare) con lo Spirito: la vita universale? A mio sapere (so perché sento, non, perché conosco) direi che quella alleanza cessa, tanto quanto non si accoglie lo spirito di quel Principio con la principiante remissività spirituale.

Si può dire, pertanto, che L’Israele di ora non è più eletta Ancella, tanto quanto si fa l’eletto maschio che (sia nel particolare che nell’universale) pone alla vita (e di conseguenza al suo Spirito) delle egocentriche condizioni. Nulla come il dolore e il conseguente lutto possono mutare così tanto un’Identità; lo possono sino a far deragliare un animo dalla sua strada.

Quella percorsa da un popolo Isacco disposto per fede ad accogliere il sacrificio della vita, o quella del popolo Isacco, che dimostra (sia al particolare mondo che all’universale) così tanta fede nello Spirito della vita da fermare la mano che gli tiene il coltello alla gola? Non so: oltre non “vedo”.

Al Principio niente mogli e niente madri

Dio è Spirito: la forza della vita che ha originato la vita. Con altre parole, è il Principio che ha originato il suo principio: la vita.

Vita, è relazione di corrispondenza fra volontà determinante (la maschile) e volontà accogliente: la femminile. Dio è la massima unità della trinità dei suoi stati, quindi, è l’Uno. In quanto Uno, è inscindibile, così, anche il carattere determinante ed accogliente dello Spirito (forza della vitalità dalla sua Natura e vita della sua Cultura) è Uno. Ne deriva che pur avendo spirito maschile e femminile non è maschio e neanche femmina.

Dio è ciò che origina, e poiché origina vita, Dio è vita sino dalla sua origine e da ciò che la sua origine ha originato. Fra la vita divina e la vita umana, vi sono stati di infiniti stati di spirito. Ogni stato può essere un’identità, come l’emozione (la parola) di una data identità. Succede che vi siano personalità, in grado di relazionare con la vita ulteriore. Sono detti medium. Cosa procura questa capacità? La procura una maggiorata coscienza della vita.

Il modo in cui avviene è legato alla data personalità, alle sue vicissitudini, alla sua storia, e alla cultura del contesto in cui vive, ecc, ecc. La psichiatria sostiene che la possibilità medianica derivi dalla parte inconscia della mente. La corrispondenza di uno spirito con il nostro avviene per affinità di spirito. Esemplificando: se il mio spirito ha forza 10, corrisponderà con uno spirito di forza simile.

Poiché non saremo mai pienamente coscienti del nostro stati di spirito, così, non saremo mai pienamente sicuri di aver a che fare con lo stesso spirito. Nessuno di noi, può dirsi Uno. Quindi, toglierci dalla testa di poter corrispondere con lo spirito di Dio. Si può dire, però, che vi sono personalità più unitarie di altre. Ebbene, queste personalità corrisponderanno con spiriti più unitari di altri. Chi siano questi spiriti, ogni personalità medianica lo potrà credere ma non sapere.

Al più, potrà dir di sapere sulla data identità, tanto quanto sarà in grado di sentire che gli stati di spirito di quella forza sono corrispondenti ai suoi, ma c’è un ma: il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Il che significa che il male può essere maggiore, dove maggiore la rivelazione. E’ ben vero che è un gioco che dura poco, la seduzione del male, (il male sa far le pentole ma non i coperchi, infatti ) però può bastare per incantare il credulo.

Una volta subito l’incanto della manifestazione spiritica, (diabolica o no che sia) liberarsi dalla malia spiritica è necessario mutare lo stato del nostro spirito, dirigendoci verso altra condizione di vita. In genere, le esperienze spiritiche succedono ai dolenti. E’ dolente, chi è scisso dal suo bene. Chi è scisso dal suo bene non è nel giusto, e, quindi, neanche può essere nel vero di sé che è dato dalla pienezza dell’identità. Il male, è dolore naturale e spirituale da errore culturale.

Ogni medium nel male da dolore per errore, quindi, corrisponde con spiriti nello stesso stato di vita. Sia su questo piano della vita che sull’ulteriore, vita, è stato di infiniti stati di vita, quindi, anche il male dello spirito che corrisponde con il medium è soggetto alla stessa misura di forza e di spirito. L’infinita misura di male da dolore per errore, pertanto, rende impossibile dire se uno spirito è nel bene o nel male, perché può esserlo in un dato momento, e non esserlo nel successivo.

Possiamo parlare di spiriti del male, allora, solamente se in piena coscienza perseguono il male, come possiamo dire omicida chi persegue in piena coscienza quella distruttiva volontà. Detto questo, vediamo il caso di Saulo di Tarso e del Profeta. Ad ambedue è apparso uno spirito. In che condizione di spirito erano il Saulo ed il Profeta? Sapendo la loro condizione di spirito, sappiamo (?) l’identità dello spirito che si è manifestato loro.

Tenendo ben presente, però, che se fossero stati nella pienezza di sé, non gli sarebbe apparso nessun spirito. Diversamente dal Saulo, (i suoi dissidi interiori e personali sono storicamente noti) il Profeta, almeno a quello che mi risulta, non ebbe analoghi dissidi con sé stesso, o, se li ebbe, (ma qui vado a naso) furono provocati da più intime ricerche personali, e/o da una notevole capacità di compassione, ma temo di non conoscere la vita del Profeta quanto basta.

Mi limito quindi, a queste due sole supposizioni. Dato il genere di messaggero, però, arguisco che i suoi dissidi riguardassero, oltre che la sua personale identità, anche quella del suo popolo: diviso in numerose e discordi tribù, e religiosamente scisso per politeistica adorazione. Immagino il Profeta, dolere di questa situazione.

Immagino il Profeta mentre lo vedo desiderare una forza unificatrice. Lo immagino, mentre, forse, desiderava essere quella forza unificatrice; e quella gli è apparsa sotto forma di spirito. Il resto lo sappiamo. Seguito il messo unificatore, poteva il Profeta accettare il culto delle mogli di Allah? A mio avviso no. Vuoi perché, in quanto politeista, quel culto era divisore, vuoi perché cercava il Grande, vuoi perché il Grande non può non essere Unico, e quindi, non generato e tanto meno ammogliato.

Non ho mai nominato invano come in questa lettera. Il fatto è, che per dirlo come lo penso, ho dovuto nominarlo come il mondo lo pensa.

Esorcista è la ragione

Mio caro, non sono in grado di sapere cosa e/o quanto conosci sugli argomenti che avendo tempo e comodo ti invito a leggere, così, per non trascurare qualcosa mi vedo costretto ad agire come se ti conducessi per mano. In tutti i miei scritti non offro risposte: offro domande. Le risposte, ognuno deve trovarle da sé. Tieni presente che mi esprimo in modo metaforico, carsico, e che sto andando a ruota libera. Nell’immediato ti risulterà disorientante. Ciao, Vitaliano.

Ogni culturale superamento della forza naturalmente raggiunta implica delle necessità di lotta, sia quando la si impone su di sé, sia quando la si impone su altro/i da sé. Da quanto mi risulta l’hai attuata (in ragione di motivazioni consce o no, e/o con te stesso, e/o, al caso, contro te stesso)

servendoti di ciò che favorisce lo sviluppo del corpo;
servendoti del pensiero che ti ha portato a farti fotografare con l’animale feroce;
servendoti del non poco sfidante genere di lavoro.

Il bisogno di maggioranti sfide che permettono il raggiungimento di una maggiorata meta, implica che alla base vi sia una considerazione di sé, in dissidio fra reale (ciò che prevalentemente è una persona) e ideale: ciò che in prevalenza aspira ad essere. Nasce il bisogno di farsi attivi guerrieri quando vi sono e/o si avvertono delle forze ostili. Ve ne sono di consce, e/o di inconsce; di soggettive e/o di oggettive; reali e/o immaginate e/o solo temute, ecc, ecc. Così per i fronti: vuoi interni, vuoi esterni il guerriero.

I fronti che dipendono da realtà esterne (società micro e/o macro) sono “facili” da appurare. Non così per i fronti interni. Nell’interno del guerriero, è fronte prevalente il timore di riconoscersi come un qualsiasi (dal punto di vista dell’amor proprio e/o della vanità) e, sotto l’aspetto della virilità, un non potente dal punto di vista dell’amor proprio e/o della vanità.

“Qualsiasi” e “Non potente” sono definizioni assolute. In questo, se da un lato possono essere giuste, dall’altro possono essere anche non giuste, perché vita, è stato di infiniti stati, e quindi, definibile solo per convenzione. Ci sono lotte casuali (e casuali lottatori) e lotte, che i tatuaggi fanno intendere orlate e/o ornate (in presenza di orgoglio e/o vanità propria e/o tribale) come pure tramate e/o con trame in presenza di volontà di potere proprio e/o tribale.

Diventa guerriero con trame e/o tramato, chi è parte di una lotta pianificata da fini di conquista: vuoi per il raggiungimento e/o superamento di sé, vuoi per il raggiungimento e/o il superamento di fini collettivi. Il timore alla vista dei guerrieri trova origine nella paura del più forte. Può anche essere, però, che sia perché ogni spirito guerriero, ha, nonostante la forza del suo spirito, un destino segnato.

Ora, è stata la loro immagine di spiriti guerrieri, ciò che ha mosso la tua paura, o è stata l’immagine di un destino segnato da lotte? Di chi? Tue e/o di altri a te prossimi o no? Dalla vista dei “morti”, o dalla vista della “morte”? Nel guerriero, il sacrificio della vita (totale e/o parziale) è intrinseco destino di chi si offre come capro sull’ara di più elevati intenti. Nei tuoi più reconditi pensieri ci può essere e/o c’è stata anche in te un’analoga disposizione verso l’animo capro?

Ipotesi sia, su quale ara avresti pensato di far salire a maggior cieli la tua vitalità, e per chi, il sacrificio del capro? Per l’insieme delle supposizioni si può pensare che quelle presenze potrebbero essere lo specchio di quello che (coscientemente o no) è il tuo spirito: un pianificato guerriero tribale (secondo i fini detti) provato, su vari fronti (interni come esterni, famigliari e/o sociali) da destini di lotta.

E’ lutto, il senso dell’abbandono che proviamo quando sentiamo calare la forza del nostro spirito. A quella prova non sfugge nessuno. Non sfuggì neanche chi ebbe a dire: “Padre, Padre, perché mi hai abbandonato?” Il senso dell’abbandono provoca stati di prostrazione: “atto di chi si prostra per manifestare sottomissione.” Sottomissione nei confronti di chi e/o cosa? Dell’umano destino, o di spiritica volontà? Quando non è violentemente imposta, la sottomissione è possibile se vi è accettazione.

L’accettazione è permessa se vi è volontà accogliente. Ora, nei casi di spiritismo passivo (nei sensi di non voluto e/o cercato) quanto la nostra identità può dirsi sovrana? Direi, tanto quanto il nostro spirito non è condizionato da altro spirito. Cosa conferma che il nostro spirito non è suddito di altro spirito? Lo conferma l’assenza di ogni manifestazione spiritica e/o medianica, o, se vi sono state, la cessazione. Dove vi è continuità medianica, non può non esservi che il proseguo della sottomissione nella Natura, per accettazione di altra Cultura, data l’accoglienza (nel nostro spirito) della maggior forza di un altro spirito.

Dove, fra spirito sottomettente e forza sottomessa (cosciente o no, volente o no che sia) vi è conflitto fra volontà, vi è un guadagno di forza dello spirito che l’impone, (spirito umano o no che sia) è un’usura di forza di chi (spirito umano o no che sia) la subisce. Può essere, un’usura così motivata, l’origine della debolezza che senti? L’inspiegabile aumento della tua muscolatura può essere un “dono” ausiliare della forza spiritica che usa la tua come tramite della sua volontà di vita? L’ipotesi non è da escludere.

Guaio è, purtroppo, che se da un lato quel dono ti regge lo spirito, dall’altro regge il proseguo della sottomissione e della conseguente usura. Ipotesi sia, lo possiamo dire dono gratuito, l’aumento della muscolatura? Direi proprio di no se ti è concesso da uno spirito parassita. Può considerarsi gratuito, invece, se ti viene donato da uno spirito che, pur influendo con il tuo spirito, non condiziona la tua vita perché in alcun modo manifesta la sua.

Siamo in grado di verificare chi sia il soggetto e/o i soggetti donanti per scopi di dominio, o chi sia chi non pratica quell’intento? Il male (così come l’errore) sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Ne consegue che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. Ad affermazione data, ne consegue che non siamo in grado di capirlo, quindi, per quale fiducia accettiamo caramelle da sconosciuti? E per quale fiducia le “perline”; notorio tramite d’induzione a sottomissione?

E’ un grossissimo errore credere che le possibilità medianiche siano doni dello Spirito. Lo Spirito, essendo un assoluto, non può dare che un dono assoluto, ed essendo assoluta forza della vita, quella da in assoluto. Ogni altra “mela” è dono degli spiriti che diciamo “bassi” e/o “alti” secondo le idee che in molti modi ci comunicano tramite le molte forme della medianità: “bassa” e/o alta”, tanto quanto reputiamo basse e/o elevate le manifestazioni della medianità.

Come lo Spirito concede un solo dono (la vita) così concede un solo carisma: la coscienza delle sua esistenza. La corrispondenza fra spiriti ulteriori e il nostro, avviene in ragione dell’affinità di spirito. Per quanto ben intenzionato e diretto verso il bene, il vero, e il giusto, nel nostro spirito, comunque ci sono delle zone dove alberga l’errore quando non il male. Ne consegue impossibile, quindi, che noi si sia in corrispondenza di forza con spiriti senza le stesse zone.

Lo spirito umano che ignora questo è quanto meno incauto quando non sciocco; e se per gli incauti e/o sciocchi, comunque vale la candela, con quella, prima o poi si scotteranno. La medianità, infatti, è una prova (della vita) che prova la vita che ci prova, in ambo gli stati in corrispondenza. Vero è, che tutti siamo vie che portano a capire la vita. Per quanto mi riguarda, quindi, ad ognuno la sua strada. Tanto più, perché nessuno usufruirà dei guadagni spirituali di altri, come nessuno pagherà le perdite spirituali di altri.

Ammessa la premessa, la materia che si anima per la forza dello spirito animante, assume il corpo dato dalla forza della sua vitalità. Per l’insieme di qualità e quantità, la forza immessa nel corpo forma l’immagine del corpo ottenuto. Poiché non vi è qualità e quantità di forza come un’altra, nessun corpo contenitore risulta come un altro. Alla fine della nostra esistenza fisica, la nostra forza (il nostro spirito) torna allo Spirito. Con altro dire, la vita particolare torna all’universale.

Al ritorno, si pone prossimo o non prossimo allo Spirito, in ragione dello stato del suo spirito. Se 5, ad esempio, nello Spirito si collocherà fra gli stati di analogo valore: così per infiniti stati ed esempi. Sia in questo stato della vita che nell’ulteriore, l’immagine di quello che uno spirito sente della sua forza, forma e conforma l’identità spiritica maggiormente raggiunta. Poiché vita, è stato di infiniti stati che si originano dalla corrispondenza fra tutti i suoi stati, la trinitaria unione in un unico stato non è possibile a nessun spirito.

Solo il Principio di ogni principio della vita è l’assoluta unità della sua trinità. Fra lo spirito 4 che in questa vita tua nonna poteva essere, e il 5 che si ritrova ad essere (magari il tre) comunque vi sono stati di infiniti stati di spirito. Così, ciò che di tua nonna appare è una commistione di forza fra ciò che prevalentemente era e ciò che di prevalenza è. Se tu la vedi eguale, ciò significa che anche il suo spirito è rimasto eguale.

Gli spiriti che ci appaiono eguali a ciò che erano, provengono dal limbo spirituale di chi (nolente e/o volente, cosciente o meno) sosta lo sviluppo del suo stato. Non per questo gli spiriti in quel limbo sono contrari ai principi della vita: il bene, il vero, il giusto. Lo diventano, però, tanto quanto si fanno tramiti, nel nostro stato di vita, di proprie necessità, comunque motivate. Se le conferme delle necessità giungono a fissare un arbitrio, i soggetti in corrispondenza lo fissano (nondimeno si fissano) in mediun fra questa e quella realtà.

Da questo loro e nostro stare fra mondi si originano le nostre possibilità medianiche. Ci liberiamo dalla dipendenza da spiritismo, tornando a corrispondere con la vita, solo per mezzo del nostro spirito. Per quanto offerto dalla medianità, il nostro spirito può essere portato a sentire una sorta di immiserimento della sua forza. Quanto sia erroneo crederlo, lo seppe bene chi ha detto e/o scritto “Beati i poveri di spirito”.

Solamente chi si ritrova gravato da forze non proprie, (come futilmente fortificato in diversi casi) può giungere a quella constatazione. Se ti riconosci (in molti modi, stati, e/o casi) dipendente da quei doni, è per tua volontà o per volontà indotta? L’amore, è comunione. Una comunione fra spiriti di limitata coscienza da limitata conoscenza, quanto può dirsi amore? E in quell’amore, quanto può essere escluso l’errore? Se un amore fissa e fa fissare in medium una vita (vuoi umana come non umana) quanto e perché è doveroso accettarlo?

O è amore il porre necessaria separazione perché è necessario che il cammino di ogni spirito possa proseguire per propria coscienza, data la propria conoscenza? Le intrusione degli spiriti sono possibili, quando l’unità dell’identità è scissa dal suo bene, dal suo vero, dal suo giusto. Tanto quanto le preghiere e/o i riti (anche i non religiosi) riescono a ricomporre un sé schizofrenico (non necessariamente in senso psichiatrico) e tanto quanto fermano le forze estranee alla data identità.

Dove un’identità non è conformata e confermata, è possibile che nella forza di spirito nello spirito influito avvenga della regressione, tanto quanto uno spirito interferente non contribuisce a stabilizzare nel nostro spirito, i principi che permettono ad un dato sé di ritrovare sé stesso.

Dio non parla. Il suo principio si.

Caro Francesco: è vero che Dio non parla, ma al suo posto lo fa la vita. La teologia cattolica (qualsiasi teologia, in vero) mi ricorda la fasciatura che deformava i piedi delle cinesi di una volta. Il piede simbolizza il passo (lo si intende in senso esistenziale) che così de_formato, da teologiche fasciature) addolora il cammino verso la meta: vuoi di fede, vuoi storico – personale, vuoi, per il credente, verso Dio.

Su Dio, Vicari e mistici di tutti i generi, incarichi, titoli, ecc, ecc, ci hanno detto di tutto e di più. Come tutti i cristiani, per decenni ho camminato anch’io con i piedi imprigionati in quel supplizio. Ora, però, che li ho liberati, sto decisamente meglio! Aver liberato i piedi da quelle costrittive fasciature non m’ha fatto cambiare strada. Da quella ho allontanato, però, da tutte le compagnie che questa visione di Dio ha reso estranee. Terminata la premessa vengo al dunque: anche nella mia “teologia” Dio non parla.

Per la mia, però, lo fa attraverso lo Spirito: potenza che lo fa e ci fa vivere. Lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza di stati fra Natura (il corpo della vita comunque formato) e Cultura: il pensiero della vita comunque concepito. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. La vita parla, quindi, o per mezzo del verbo (dato il Verbo) o per mezzo dello spirito dato lo Spirito. Neanche lo Spirito divino può crearsi corde vocali.

Se proprio poteva e/doveva farlo, non è certo il tempo che gli è mancato. Ho pensato, allora, che abbia scelto ben altra corda: l’emozione della sua Forza. L’emozione dello Spirito è data dagli stati della sua potenza. Essendo assoluta, Uno lo Spirito (la sua potenza); Uno il Verbo: io sono; Una la Parola: vita. L’emozione del nostro spirito, è data dagli stati della nostra potenza: non assoluti, ma a Somiglianza dell’Immagine. La comunicazione fra l’emozione della Vita e l’emozione della nostra avviene fra potenze affini.

La comunicazione per affinità di potenza, tuttavia, non esclude i non corrispondenti con l’Assoluto. Al più, i non comunicanti per mancante affinità fra Potenza e potenza, sono (per dirette e/o indirette cause) da sè stessi difficoltati.

Anche se di prevalenza lo sentono “chi ha orecchio”, comunque lo Spirito parla al nostro spirito per mezzo di tre voci:

Depressione quando vi è difetto di potenza nella vitalità. Esaltazione quando vi è eccesso di potenza nella conoscenza. Pace quando vi è corrispondente incontro fra potenza e conoscenza.

Il Male

Diciamo male, il dolore naturale e spirituale da errore culturale. In ragione dello stato dell’errore abbiamo il corrispondente stato di dolore, che diciamo Male perché lo carichiamo (il dolore) di significati di costituita e costituente religiosità. Certo! Indipendentemente dal piano dell’esistenza, esistono forze avverse alla vita. Le penso, però, nell’errore, non nel Male se per male intendiamo una condizione non morale e/o amorale da espresso giudizio.

Nessuno può dire che una data vita é nel Male. Certamente possiamo dirla nell’errore, tanto quanto procura dolore al corpo: Natura della vita, indipendentemente dalle sue forme. Il Male, come spauracchio per anime infantili, e/o come verga per sottomettere recalcitranti schiene, serve solo alle religioni resesi politiche, quando, sui nostri errori, non sanno dare risposte di verità, tanto quanto non opportune al soggettivo credo.

Non per ultimo, perché i credenti seguono le bandiere che sventolano di più. E’ umano ma é un errore che può portare al dolore. Per questa ipotesi, allora, nessuno può dirsi o essere detto da questo peccato originale. 

Proibizionismo e/o Antiproibizionismo? Possibilismo

Nell’incontro di Mestre, dagli interventi medi, quando non mediocri dei politici presenti, il suo è emerso per la passione che vi sottostava: chiaramente, super partes quella politica. Nonostante ciò, il fatto che la contingenza ”Droga” la metta accanto ai Partiti (a dirla con W. S. ” strani compagni di letto ” e, secondo me, carriole d’intenzioni sulle quali chiedono la tangente della mano morta) ombra di sospetto le sue affermazioni di libertà, così, come la frequentazione di un qualsiasi genere di diverso ombra di quella cultura una qualsiasi normalità. Sarà anche un sospetto che non la può toccare; come pure può far piacere a parti che le sono avverse ma essendo di per sé ingiusto vedere che può esserne toccato, non è detto che faccia piacere a tutti: me compreso. Che il possibile sospetto non leda la sua Persona e/o la sua causa a Lei il giudizio, come a me, il solo fastidio di averlo anche dovuto considerare prima di escluderlo. Se la sua indipendente posizione, la rende al di sopra del sospetto che le dico in via di ipotesi, comunque, quanto la rende al di sopra del pensiero di essere da quelli strumentalizzato, se non nella Persona, quantomeno nella sua Figura?

Che anche questo aspetto sia nolente implicito (e/o positivo e/o negativo alla sua opera) solo suo può essere il giudizio. Ancora per quanto mi riguarda, mi prefiggo il solo scopo di farla ulteriormente riflettere. Lei sa bene perché ama ciò che fa (ed io so bene perché ho amato chi si faceva) che nella tossicodipendenza vi sono due predominanti fasi. Chiamo la prima, quella di ”Pinocchio nel Paese dei Balocchi ” e, la seconda, quella di ”Lucignolo alla Stanga“. I Lucignoli sono identità di confermata cultura. Sono rami piegati che a raddrizzarli secondo noi si rischia di spezzarli di se stessi, o quanto meno, di recare un dolore che per quanto motivato da un bene non per questo fa meno male. In media, sono sulla trentina/ 35 o più: i non molti Pinocchi che prima o poi si ritroveranno Lucignoli. Per la gran parte, fisicamente quanto psichicamente provati (anche gravemente quando non in maniera irreversibile) e, pertanto, oltre modo pessimisti sia verso sé che verso il mondo. Sono soggetti, difficilmente accettati in Comunità: con altri motivi, vuoi perché, come nei casi dei malati gravi, rischiano di elevare le statistiche della mortalità nel reparto: intenda dei mancati recuperi.

Non per ultimo problema, le Personalità t.d. di questo genere, anche qualora decidessero per l’ingresso comunitario, inevitabilmente si trovano a dover affrontare un pesante momento: quello, cioè, nel quale devono spogliarsi di ciò che sono per rivestirsi di ciò che (forse) riusciranno ad essere. Purtroppo, quell’atto di conversione culturale (ma anche esistenziale) deve accadere quando, essendo ”scoperti“, sono anche liberi, ma, purtroppo, appunto perché liberi, tutt’altro che certi delle proprietà del bene (la vita) verso cui si tenta di dirigerli. L’atto della spoliazione del vecchio vivere, implica la forza di affrontare un periodo di transizione da nudi di sè. Per essere vestiti seppure nudi di sè, oltreché delle certezze di identità che solo una raggiunta personalità possiede, ci vuole del coraggio: un coraggio che forse non hanno mai avuto, dal momento che hanno sempre trovato la forza di affrontare la realtà (propria quanto altra) solo dopo aver anestetizzato, oltre agli errori, anche i dolori che procura. Fatto sta, che anche per questo, gran pochi se la sentono di affrontare una Comunità che presso le Personalità in questione è anche vista come un gallerante fallimento.

ad Andrea Muccioli

Alla Superiora

Mi dice di non averla letta. Troppo impegnata. Sospetto, invece, troppo sedimentate le abitudini e/o non graditi i rilievi segnalati da un volontario che vede oltre il suo posto.

Vista la sua decennale esperienza non escludo in lei la mia stessa conoscenza. Nel caso fosse ho parlato per niente. Nel caso non fosse, però, ho parlato per qualcosa; e questo, (richiesto o no che sia) è sempre un bene. Libera lei, e libero me, di usare questo scritto come crediamo meglio. Ogni volta mi trovo a vedere e/o sentire delle contraddizioni fra il nostro dire ed il nostro fare, non manco di dirlo. Non so (come è già stato ipotizzato) se questo mio informale agire possa rendermi non adatto a questo Centro di Carità. Certamente potrebbe farmi diventare inadatto ai Servi che servono questo Centro di Carità. Pazienza. Non so cosa dire, se non che mi è naturale seguire gli scopi universali della vita, e molto poco naturale seguire i particolari: nella Carità a maggior ragione! Mica lo faccio per cattiveria o mancanza di rispetto! Lo faccio, perché, con una morte, la vita mi ha mostrato, quanto Le sono effimeri (quando non contrari) i nostri non pochi bagagli. Alla presente segnalazione (valida anche per altre se mai verranno) aggiungo la prima regola del contratto di sincerità che stipulo con gli amici: io dico quello che penso, e voi fate quello che volete!

In oggetto: altra visione nell’organizzazione della distribuzione dell’abbigliamento maschile.

Vero che le persone che si servono del servizio Abbigliamento sono sempre trenta, ed è vero che anche il tempo per attuarlo è sempre quello. Capita, però, che delle singole esigenze dilatino il tempo necessario per ognuna, col risultato di rendere il compito della vestizione, talmente assillante da stracciare l’animo. Nei casi di maggior peso, quello stress può giungere a far rifiutare la stessa personalità dell’assistito; è, questo rifiuto, una corrosiva astiosità, che la Volontaria sa generalmente contenere. Lo paga però (quel autocontenimento) con una maggior consumo della forza spirituale delle sue caritatevoli emozioni; forza che deve recuperare ogni volta si ripresenta il compito da svolgere. Per un animo cosciente di sé, quel recupero è sentito sempre più pesantemente. Lo può diventare, al punto da costringere l’Ausiliaria a rifugiarsi in uno stato di indifferenza (e/o straniamento) verso la vita della personalità assistita. Nel caso succeda, il compito caritatevole dell’Ausiliaria finisce con il diventare impersonale. Se è vero che quell’autodifensiva impersonalità non toglie nulla al servizio, è vero, invece, che mina quella con_passione, che, divelta dalla carità, la fa diventare un mestiere. Che fare? Visto che non da oggi sappiamo che la verità sta in mezzo, direi, dividendo in due quel mezzo di carità che è il servizio in oggetto; dividerlo, cioè, o in due giorni, o in due orari dello stesso giorno.

Allo scopo, diventerà necessario organizzare le Ausiliarie in due squadre. Nell’ipotesi di poter gestire un secondo turno, consiglierei un orario pomeridiano, magari, precedente l’orario mensa. Ecco così, che lo straordinario intervento che le capita di dover praticare, diventa ordinario. Quella raggiunta ordinarietà, otterrà lo scopo di far cessare quei dissidi da preferenza e/o preferito, che nelle menti non rette da collettive ragioni sono causa degli intimi contrasti che lacerano l’empatia (personale o associativa che sia) fra Assistenti (religiosi o no che sia) ed Assistiti. A dire degli Assistiti che ufficiosamente ascolto da anni, (anche se qui, ufficialmente, da poco) questo Centro di carità non è visto bene ogni qualvolta si trova a dover favorire delle individuali richieste in orario di mensa, e/o in altro giorno. Come ho avuto occasione di dirle, gli assistiti del Centro hanno più bisogno di giustizia che di pietanza; e non sono io a dirlo, bensì loro, quando mi fanno capire che gli è più facile tollerare i calzini bagnati piuttosto che un atto di non condivisa e/o non capita necessità. Si trova altresì nella stessa dissidiante situazione (sempre a loro dire) quando constatano (anche amaramente) che la richiesta educata viene respinta e la maleducata, ascoltata anche quando non accolta. Loro non sanno (o non gli fa comodo sapere) che non è mica tanto semplice dire di no, e neanche tanto semplice distinguere il bisogno vero dal bisogno falso. Loro sanno, però (o gli fa comodo sapere) che la maleducazione e/o la stressante insistenza sono la chiave che fa aprire la porta anche quando è chiusa. L’ausiliario e/o l’Ausiliaria che non è contenuta da chiare conoscenze e regole, può patire, sia dei dissidi interiori, sia dei dissidi fra la sua volontà e quella di ausiliati che non sempre può liberalmente soccorrere. Fissare delle comuni e chiare regole nelle azioni della carità, allora, è, in primo, un difendere la persona di chi si trova a dover dividere il bisognoso dalle eventuali rivalse di un mestierante di bisogni, ed in secondo, un sollevarlo da sensi di colpa per “tradimento”, o verso il suo senso della carità, e/o verso la vita del bisognoso in cui ha dovuto operare delle scelte di esclusione.

Il rapporto di considerazione fra la donna e l’uomo della cultura europea è generalmente paritario. Non sempre è così, sia fra la donna e l’uomo dell’est, sia per la donna e l’uomo di provenienza africana: nord o centro che sia. Sia pure generalizzando, per il cittadino di provenienza est o africana, la donna è vista e sentita, non, come paritario soggetto, bensì come servile strumento delle necessità maschili. Il bisognoso in queste condizioni culturali e di vita, pertanto, quando non è potenzialmente pericoloso perché non è chimicamente alterato, lo potrebbe diventare psichicamente perché non accetta che sia una donna a negargli una sua qualsiasi istanza; non l’accetta, appunto perché vive la negazione dell’istanza di aiuto da parte di una Ausiliaria come negazione del suo concetto di uomo e di maschio, che, nella cultura d’origine deve essere servito comunque. Sarà certamente vero che questi atavici e/o tribali comportamenti sono meno presenti nelle personalità culturalmente più evolute, ma, non sono le evolute che si rivolgono a questo Centro, bensì le povere che avendo bisogno di tutto, a generale autodifesa (e sopravvivenza) non possono che mettersi al centro di ogni tutto. L’egocentrismo per strette questioni di sopravvivenza, in prima istanza non ammette i ma e/o i forse. Le ammette, invece, in seconda istanza, purché ai suoi occhi siano legittimate da una forza (virile&psichica&identitaria&legale&religiosa, ecc,) che, giustificando il contenimento della sua non pone crisi nelle sue identificative certezze. Non creda, la donna, di essere sufficiente forza regolatrice attraverso la costrizione da incarico e/o abito religioso; e se il dato povero glielo fa credere, è solo per un cortese voto di scambio. Della serie: io accetto il tuo no, così, sentendoti mia debitrice, la prossima volta non saprai dirmi di no anche se chiedo di più. Cosa succede se questo scambio di voto non va soddisfatto? Succede che il dato bisognoso può giungere a farsi così assillante, da “penetrare” la volontà dell’ausiliaria, per sfinimento quando non per altro mezzo, ad esempio, contestando le cose e/o l’opera, e/o contestando la persona (religiosa o volontaria che sia) oppure contestando il Centro quando non lo stesso concetto di Carità; serie di contestazioni che comportano il rallentamento del servizio. Rallentamento del servizio che viene scientemente usato come la leva che ulteriormente deve forzare la volontà ausiliaria: religiosa o no che sia.

Nell’eccessiva misura della presenza di ausiliati (in genere sulle 5 o 6) l’eventuale negazione che ci si trova ad attuare verso il primo della fila, viene patita come potenziale esclusione anche dai seguenti. I seguenti, allora, onde non sentirsi in quello stato di ipotizzato abbandono (la negazione) fortificano la loro volontà, manifestandola con una insistenza che può giungere a porre l’equilibrio psichico ed etico del volontario in una frustrante sofferenza. La praticano, quell’insistenza, perché ogni esclusione delle loro esigenze viene vissuta come una perdita di potere: perdita che l’arabo in particolare ma anche il cittadino dell’est, accetta solo con estrema fatica psichica. A suo sentire, infatti, è un “perdere la faccia” di fronte a testimoni della stessa e/o analoga cultura; ed è una vera e propria incertezza nella loro identità virile, pertanto, quello che i cittadini in soggetto si trovano a dover subire di fronte a dei no detti da una donna. Come evitare questa loro identitaria sofferenza, e pertanto, calmierargli l’eventuale esigenza di ripristinare la sua culturale identità anche violentemente, indipendentemente dal come? Direi, almeno riducendogli il numero dei testimoni dell’eventuale crisi da diniego. In pratico, cosa maggiormente otteniamo con la mediazione che propongo? Otteniamo che nel corridoio antistante il guardaroba ci siano due persone anziché le 5 o 6. La riduzione dei testimoni di una subita negazione gli riduce la possibilità di sentirsi meno potente (e quindi più povero agli occhi di assistiti suoi conterranei) perché un testimone (o due) di una invalidante negazione non ha il peso giudicante di 5 o 6. Non solo: qualora si rendesse necessario una qualsiasi variante dell’assistenza, anche l’azione ausiliaria avrà un ridotto numero di testimoni della sua “ingiustizia” verso gli altri, e quindi, al caso, la critica di uno o due soggetti, non, quella condivisa da altri 5 o 6! Un bacino d’acqua inquinata è composto da infinite gocce d’acqua inquinata. La possibilità di depurare tutta l’acqua inquinata di un bacino è certamente fuori delle nostre possibilità (o quanto meno dalle mie) tuttavia, dal momento che non è scritto da nessuna parte quale sia la goccia che ha colmato il bacino, dove è scritto che depurare poche gocce è meno fondamentale che depurarle tutte?

E’ ben vero che si esalta

E’ ben vero che si esalta e/o si eleva anche la complessità della vita della Cultura quando si esalta la sofferenza e/o comunque la si eleva, tuttavia, lo si può solo a scapito della vita della Natura. In ragione dello stato della sottomissione, una Cultura – propria o altra – che sottomette la Natura (propria o altra) non può non alterare lo Spirito: la forza della vita propria o altra. Se nessun squilibrio può essere buon consigliere, quanto può essere mistica guida? Il Crocifisso, simbolo del sacrificio di Colui che amò la vita oltre sè, oltre i suoi tempi, ed oltre il loro modo, per un verso è l’immagine di un amore e di un amare e per altro è quella della conseguenza del rifiuto del sentimento proposto. Se un dato amore e/o modo di amare origina dolore in sè e/o in altri da sè, e/o nei tempi in cui si ama e/o nei modi, ciò può essere perché (poco o tanto che sia) non lo si capisce, o non lo si condivide. Se non lo si capisce, e/o non lo si condivide può essere perché lo si propone in maniera non corrispondente (e, dunque, erronea) alla coscienza (luogo della vita del se, del modo di viverla e del tempo in cui la si vive) di ciò che è alla conoscenza dei destinatari del messaggio. Se fosse, allora il Crocefisso, potrebbe non essere, solamente segno della negazione degli atti di quel amore, ma anche il segno dell’errore nel modo di comunicarli. Al punto, se in amore e/o in amare esistono i sacrifici può anche essere perché ad ogni se, ad ogni modo e ad ogni tempo, non è dato il suo.

La Natura (peso nella vita della Cultura sulla forza dello spirito non necessariamente significa la sofferenza. Può significare anche la fatica che é nel vivere. La fatica diventa sofferenza quando il peso è dose in over. Le sofferenze da overdose di fatica sulla Natura, sulla Cultura o sulla vita sono possibili tanto quanto non ascoltiamo le indicazioni date dalla forza del nostro Spirito. Esse sono: la depressione (peso sulla Natura), l’esaltazione (peso sulla Cultura) e la pace. La pace è giustizia: bene per quanto al vero è giusto nella corrispondenza fra la Natura (al Principio, il Bene), la Cultura (al Principio, il Vero) e lo Spirito: al Principio, il Giusto. Se la corrispondenza fra gli stati della Natura, della Cultura e dello Spirito è carente (sia per eccesso come per difetto) anche la vita che originano non può non esserlo. Se la vita che ne viene è carente, carente è la forza di Spirito che si procura agli stati della alla vita. Lo Spirito, allora, è si, la forza della vita che ne origina il principio ma la condizione di vita dello stato originato (la vita) è detta qualità del ricevimento della sua forza. Lo Spirito, dunque, non può non essere che il mediato (dagli stati) mediatore degli stati della della vita che promuove. In questo senso è Paraclito. Lo Spirito è in pace quando tutti gli stati della vita hanno lo stesso stato di vita. Lo stesso stato di vita si raggiunge tanto quanto una vita è in comunione sia con il proprio sè che con altro da se.

Vi è comunione con se stessi e con la vita tanto quanto si sanno tacitare i dissidi sia fra gli stati propri che con quelli altri. Nella pace che segue alla tacitazione dei dissidi non può non esservi silenzio. Chi ha raggiunto il silenzio della pace (e dunque la verità avendo fatto cessare i dissidi) non la può non emanare. Allora, per quanto è (Natura) di quanto sa (Cultura) per ciò che la forza del suo Spirito fa sentire alla sua vita, l’autenticità del mistico è data dallo stato di verità (silenzio perché pace) del mondo che di volta in volta vive e con il quale convive. L’autenticità data dalla pace nel silenzio per la raggiunta verità, non può non implicarne la costante emanazione. Qualora ciò non fosse, allora, non è autenticamente in pace e, dunque, neanche autentico mistico, chi non sempre emana pace. Con questo non intendo dire che questo Papa non sia vero o non sia mistico ma che lo è secondo lo stato dei suoi stati di pace (verità nella Natura, nella Cultura e, corrispondentemente, nella vita propria quanto con l’altra) e non lo è secondo lo stato dei suoi stati di dissido: errore nella Natura, nella Cultura, nella vita propria quanto con l’altra. Il dirlo “mistico autentico” per quanto libera espressione di ciò che lei conosce, comunque implica una conoscenza di assoluto che, probabilmente, non solo lei non ha del Papa, ma, forse neanche di sè lo stesso Paolo 2°. Così, pur accogliendo la sua opinione, non mi sento di condividerla. In ogni caso, la pregherò di accogliere anche questa.

a Marco P.

Non credo nell’esistenza del Nirvana per sempre

DOVEROSA PREMESSA – Non sono sicuro di aver espresso il mio pensiero con chiarezza e dovuta ragione pertanto considero questo testo non ultimato. Lo pubblico lo stesso perché solo dopo aver editato un testo riesco a vedere dove sono stato mancante. Sarà anche perché, pur avendolo scritto e riscritto numerose volte (o forse a causa di questo) ascolto quello che sento di dover dire più di quello che sento di aver detto. Ho patito questa condizione da quando ho iniziato a scrivere: ormai da un trentennio. Non per ultimo: le ipotesi che esprimo sono frutto di “visioni” culturali. In quelle, direi necessariamente, so quello che dico ma non so di cosa parlo.

Per quanto mi par di capire, nessuna vita sfugge alla ripetizione della materializzazione che diciamo Reincarnazione. Per questo non credo nell’esistenza di un Nirvana per sempre. Credo invece, in una riduzione dei ritorni per riduzione dell’ignoranza che è prevalente causa di ritorno. Si, tutto considerato, Reincarnazione è rifare gli esami e più conosciamo la materia meno abbiamo bisogno di rifar gli esami, o per altro dire, di reincarnarci. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Come lo è la parola (un’emozione della vita) così anche per lo Spirito è “parola” l’emozione detta dalla sua forza (a livello naturale) e dalla sua potenza: a livello culturale. Vi è Spirito e spirito. Con la maiuscola penso allo Spirito che ha originato ogni spirito. Con altro dire, all’Immagine da cui deriva ogni Somiglianza, come anche dal Principio da cui deriva ogni principio. La vita (corrispondenza di spirito fra i suoi stati) è stato di infiniti stati di vita. Come lo è la vita, così è anche il nostro spirito: stato di infiniti stati di forza e di potenza. In quanto massima corrispondenza di forza e di potenza fra i suoi stati, lo Spirito dell’Immagine della vita è Assoluto. Ne consegue che lo Spirito è l’immutabile forza che manifestando l’assoluta condizione del suo stato mostra l’assoluta via (la vita) che deriva dalla sua.

Dal suo essere Principio assoluto della vita ne deriva lo stato di Immagine assoluta della vita. In ragione della vita dello stato dei nostri stati, il nostro spirito è soggetto a un aumento della sua forza come anche a un possibile diminuzione. Lo spirito che è aumentato o diminuito in ragione dello stato della corrispondenza fra i suoi stati, aumenta o diminuisce gli stati che l’aumentano o lo diminuiscono. Raggiunto il massimo stato del suo stato in questo piano della vita, nell’ulteriore il nostro spirito si collocherà prossimo alla forza e alla potenza dello Spirito in ragione dello stato della forza e della potenza raggiunta. Nel piano ulteriore della vita non esiste il tempo come lo concepiamo_viviamo in questo; esiste lo stato della condizione dello spirito: condizione che muta in ragione della sua elevazione verso il Principio o di una discesa (avvertita e/o temuta come caduta) verso il nostro principio. La continua caduta – discesa degli spiriti verso il nostro principio di vita (il nostro spirito) permette la vita continua di questo piano della vita. Si, a causa della discesa – caduta anche noi siamo degli spiriti discesi – caduti: caduti, però, se ragioniamo secondo verticalità, Se invece ragioniamo secondo orizzontalità, allora, al nostro inizio non vi è stata caduta ma solo un allontanamento dal Principio di ogni nostro principio. Sarà anche una questione di lana caprina ma “caduta” e “allontanamento” hanno sensi ben diversi. Mi sono chiesto: perché mai i prossimi al Principio dovrebbero mutare il loro stato di vicinanza visto che ciò li allontanerà dal raggiunto Bene, dal raggiunto Vero, dal raggiunto Spirito. Mi sono risposto così: non lo fanno perché lo vogliono.

Lo fanno perché, per quanto beata, non c’è emozione che non scemi. Non tanto per un qualsiasi genere di usura comunque provocata ma perché la continuità di un qualsiasi stato in e_stasi, stabilizza ogni e_stasi in stasi. Se ciò è del nostro spirito, ciò è anche dello Spirito? Diversamente da lo stato del nostro spirito (mutevole appunto per variabile stato) lo Spirito del Principio, avendo aggiunto la massima corrispondenza fra i suoi stati, è Assoluto. Ne consegue assoluta anche la sua e_stasi? Dalla sua e_stasi è esclusa la stasi perché una vita assoluta non può alcuna modifica al suo stato. Parentesi necessaria: per motivi di lavoro ho conosciuto una sergente americana: proveniva dalle Havai. Durante un inverno tipicamente veronese (in genere molto umido, tendente al nebbioso, e freddo veramente solo nelle sue montagne) alla Mary dico: ma che ci sei venuta a fare in questo clima di merda! Quasi miagolando mi risponde: a casa faceva sempre così caldo!! Ecco, noi sentiamo cos’è caldo perché sentiamo cos’è freddo. Dove sentiamo il solo caldo, alla lunga o alla corta non sentiamo più alcuna differenza. Nel perdere la differenza perdiamo le emozioni che strutturano le parole che strutturano le differenze. Ritroviamo emozioni, parole, e alterne strutturazioni delle parole tanto quanto il nostro stato emigra verso un altro stato. Ad esempio ammesso si può sostenere che la reincarnazione è un’emigrazione: quella dello spirito di una vita verso un’altra vita (nel caso di invasione) o di un’altra forza nel caso di influsso. Ci escludiamo da rinnovate e rinnovanti emigrazioni tanto quanto una vita nel nuovo stato saprà (potrà e/o vorrà) ricongiungersi (per rinnovata conoscenza) con il Principio e i suoi principi:

Il Bene per la Natura

il Vero per la Cultura il Giusto per lo Spirito

In ultimo ma non per ultimo: poiché nulla sappiamo di veramente attendibile circa la condizione del nostro spirito, così, nulla possiamo dire di veramente attendibile circa la vita che, reincarnandoci, ci ritroveremo a vivere. Poiché solo uno spirito assoluto può sfuggire alla Reincarnazione, e poiché il nostro spirito non lo è, ne deriva che sono soggetti al ritorno per Reincarnazione anche gli spiriti più eletti. Non è scritto da nessuna parte che l’emigrazione degli spiriti eletti o non eletti che furono, avverrà secondo quanto furono. Non è possibile saperlo perché le strade della vita sono infinite come infinite le verità che giustificano la sua forza naturale e la potenza culturale espressa negli spiriti come forza e potenza delle emozioni. Al più possiamo ipotizzare; ed è quello che ho appena finito di fare.

La divisa è una multipla

In primo, le scelte citate nell’articolo sono deficienti a più livelli. Le posto come mi vengono alla mente, ben sapendo che nessun pensiero può rispondere a tutti i pensieri. Per i simbolismi collegati, la divisa è un’armatura. Come per tutte le cose, possiede dei pro e dei contro. E’ pro perché fortifica l’identità di chi l’indossa. E’ contro, perché permette la formazione di un esaltante superomismo nei bisognosi di compensazioni. Normalizzare la divisa normalizzando i suoi simbolici segni, quindi, è riportare la cultura e la psicologia dell’operatore di Polizia alla valenza di cittadino, di fatto come gli altri non perché lo dice la Legge che serve, e della quale si serve quando la usa come ulteriore protezione. Fra i cittadini comuni vi sono soggetti che hanno di che perdere, e soggetti che sentono di non aver nulla da perdere. I primi sono prevedibili e quindi gestibili, mentre i secondi, aprioristicamente non prevedibili e quindi non gestibili. Quanto è non prevedibile e quindi aprioristicamente non gestibile, spaventa già a priori  l’animo dell’operatore di Polizia.

La paura da imprevedibilità e da ingestibilità nei casi da panico è una condizione psicologica presente in tutti, quindi, è sia conosciuta che universalmente agita quando non dominata. La maggiorata forza psicologica dei socialmente nullatenenti mette l’operatore di Polizia nella condizione di doversi sentire più forte già a priori. Non potendo sapere già a priori quanto debba essere maggiorata la sua forza, adotta la maggiore che può e/o sa, e/o vuole: giusto per non doversi sentire inadeguato e/o comunque non adatto al ruolo. L’operatore che non sa dominare (e quindi gestire con equilibrio) la sua aprioristica paura, è pressoché destinato a compiere delle azioni difensive in eccesso: non capita solo in America. Si può tentare di risolvere (o quanto meno di ridurre) questo avvelenante groviglio di situazioni  con due contemporanei intenti: A) accertare la stabilità culturale dell’operatore di Polizia mettendo a nudo la sua mente. Ciò, per lo scopo di valutarne l’umana idoneità, sia al momento dell’assunzione che durante il proseguo del compito. B) mettendo la parte sociale che si vive come chi non ha nulla da perdere perché variamente povera, nelle condizioni di aver di che perdere dando stima, lavoro, studi, giustizia, e quanto necessario. Vorrà la Politica, fortificare i nullatenenti al punto che sia quella l’armatura che difende l’operatore di Polizia? Non gli è mai mancato il tempo per volerlo ma sperare non costa nulla.

Dosi e vita

Ti mando degli sparsi pensieri. Certamente necessitano di una terapia di recupero: sempreché ci sia di che recuperare. Se la futura tendenza ideologica sulle tossicodipendenze sarà libera e/o libertaria più di quanto lo sia di fatto, ora, come poterla contenere senza per questo proibire? A mio avviso, cassando dalle presenti leggi tutto quello che il tempo ha rivelato la loro idiota utilità, e alveando il risultato in un più attinente bacino. A mio vedere, questo:

Disciplina di contenimento per l’identità in over di sé.

Considero identità in over di sé, la personalità, che a causa di qualsiasi genere di assunzione (chimica quanto ideologica) manifesta un’eccessiva misura di vita. L’eccessiva misura è evidenziata dall’incapacità di agire (con sé e con altro da sé) secondo una duttile relazione di vita. Dalla Disciplina di Contenimento non escludo nessuna regola, legge, personalità, incarico privato e/o sociale, e quanto relativo all’idea. La principale intenzione di questa Disciplina consiste nel passare il recupero della personalità in eccesso, dalle mani della Legge a quelle della Medicina per l’accertamento clinico e della Psicologia con finalità pedagogiche per l’accertamento socioculturale della personalità in squilibrato vissuto. Perché verificare l’eccesso di vitalità e di comportamento? Perché se vi sono droghe non rintracciabili, cos’altro rintracciare se non il comportamento? Pazza idea? Si, forse, non so, ma se è solo una scoreggia, nulla ti vieta di aprire una finestra. Torno ancora alla questione droga così come è ora. Al Sert viene avviato il fruitore trovato con le mani nel lardo. Succede anche con l’alcol? O l’alcolista viene avviato agli alcolisti anonimi da un medico. E se l’alcool è una droga, e se si può considerare dose per uso personale solamente un dato quantitativo, perché mai la polizia (o carabinieri e/o quanto affine) non viene autorizzata a denunciare all’organo competente per l’avvio al Sert, chi trova mentalmente e fisicamente sfracellato dall’alcol? Perché anche questa preoccupazione mi chiedi? Perché giro di notte, Giovanni. Credo di essere l’unico operatore di strada ancora in funzione.

Fra uomini e donne: a voi studio.

Per non si sa quanto tempo abbiamo discusso su che cos’è norma senza arrivare ad una conclusiva affermazione. Norma, per come la vedono il Principato e la Religione è piena corrispondenza a delle prefissate regole. La dove non è possibile viverla pienamente, la si recita: è umano! Le regole imposte dai due capisaldi della società, non per questo sono giuste, o nei miglior casi, non completamente giuste (o quanto meno non bastanti) per formare l’umanità personale del dato cittadino da normalizzare. Alla luce di quanto generalmente avviene, il Cittadino, non può non essere che il deformato piede da scarpe che ne bloccano lo sviluppo. Prendo l’esempio esempio dalla cultura cinese dell’epoca Che Fu. Consenzienti nolenti o volenti, l’arresto dello sviluppo ha bloccato l’animo femminile ma non di meno il maschile, anche se questi si è curato dalla paralisi con massicce dosi di quel ricostituente che conosciamo come potere. A dosi molto più annacquate è stato cura anche per l’animo femminile. A dargli dosi di potere ancora più blande, invece, è stato il principato religioso.

A dosi molto più annacquate, anche l’animo maschile dei poco potere è stato curato promettendo consolazioni in due prevalenti settori: in quello ulteriore e sulla vita della donna. Per confermare dei primi, infatti, non si può non confermare dei secondi; e chi, meglio di identità fisicamente deboli, o per natura, o tale rese per imposta cultura? Principato e Religione potevano agire diversamente? Dipende! Per formare una società di Cittadini, certamente no. Per formare una società di vita, certamente si. Possiamo dunque, considerarli colpevoli di offesa contro l’Umanità sia il Principato che la Religione quando diventato soverchiante potere? Mah! Della saggezza del di poi sono piene le fosse, dice giustamente un proverbio, e quel che giusto ora sino ad affermata banalità, è pur sempre la somma esperienziale ricavata dalla riparazione di errori e dolori secolari. Prima o poi, però, bisognerà pur ritrovare il punto! Da qualche tempo lo sta ritrovando la donna. Da qualche tempo lo sta perdendo l’uomo.

La Donna lo sta ritrovando con potenza, ma, occorre ammetterlo anche con prepotenza: docet l’uomo. Se è il calcare che cerco, non occorre studiare un monte: basta studiare un sasso. Ambedue, infatti, sono portatori della stessa principiante sostanza: il calcare. Dalla considerazione, un banalissimo caso. Quando passo da una parte all’altra della strada mi metto all’inizio delle strisce e aspetto che si fermi il mezzo che giunge. Ebbene, si fermano maggiormente i mezzi guidati da uomini più che quelli guidati da donne. Da parte della donna, ci vedo in questo una sorta di rivalsa da nonnismo! Quello in cui la recluta che è stata e che ha subito, si rifà sul nonno che per prossimo congedo non starà più con il potere di prima. Oltre a questo esempio, lo vedo anche nella più confermata solidarietà fra donne solo culturale il più delle volte. Solidarietà però, che soffre di un deleterio effetto collaterale, perché, a mio sentire, diventa ostilizzante barriera per la solidarietà che la donna non può non continuare a sentire verso anche verso l’uomo: pena, se rinuncia a sentirla, in una chiusura da fortino in un deserto dei tartari, dove, fra l’aspettato e chi aspetta vi è una desolante area di inutilitudine, che sta come corpo morto sta. Sulla cultura maschile e femminile della vita (cultura in evoluzione per liberazione da schemi da una parte, e di elaborazione di nuovi schemi dall’altra) ci pensa poi la Natura a rendere un’unica carne i due soggetti in discorso. E’ un’unione che può originare la vitalità di altra vita, come confermare la vitalità della presente dei soggetti in unione. La dove non procurano errore e dolore, ambedue le motivazioni sono un bene, a mio avviso. Ritrovare il comune senso, però, può essere l’impegno che supera delle negazioni del sé maschile o femminile come sinora è successo. Ritrovarlo, è continuare a cercarlo per intenti da raggiunta corrispondenza, ma anche questo è sempre successo almeno in generale pratica.

Due, sono i modi per raggiungere un piena corrispondenza di intenti di vita:

  • raggiungerli attraverso la comune Cittadinanza;
  • raggiungerli attraverso la scoperta di sé.

Nel primo caso, non conta che sia anche ipocrita: conta che sia collettivamente fortificata da una generale condivisione.Nel secondo caso, conta la capacità di spogliarsi dell’identità convenzionale, e la capacità di rivestirsi della propria. Poco o tanto, bene o male, anche questo succede già. Dove c’è dissidio fra i due stati del vivere, cosa ci sta indicando la vita, per farli cessare? A mio avviso, ci sta dicendo che su base culturale non sempre è possibile rendere un’unica carne le due unità, e che ogni forzatura nella ricerca di unione potrebbe essere vissuto dalle due unità come un ergastolo dal quale si potrebbe voler evadere costi quello che costi! Il cosiddetto femminicidio (come se con femminicidio si intendesse uccisa la femmina ma risparmiata la donna!) è il supremo fra i costi! Maggior costo nell’uomo, è sentirsi inservibile: vuoi per la femmina, vuoi per la donna, vuoi per la vita. Inservibile, non nel significato di logorato dall’uso, bensì, inservibile perché non a servizio: vuoi della femmina, vuoi della donna, vuoi della vita, e quindi, anche a sé stesso. Che la donna debba continuare a far sentire compiuto il senso di servizio verso l’uomo, verso la vita e, quindi, verso sé stessa, volere o volare implica una buona dose di abnegazione.

Nei casi più pesanti, un continuo dolore esistenziale e non di meno fisico. Implica anche, un raggiunto senso di vivere nei casi meno pesanti come nei più felici. Certamente non è l’unico senso della donna, quello di abnegarsi nei confronti dell’uomo. C’è anche quello di sapersi e/o volersi abnegare nei confronti della vita; ed è il caso di donne che trovano la loro ragione di essere nel porsi a servizio della vita (come della propria), vuoi in senso religioso, vuoi in senso sociale_politico, vuoi nei sensi che sceglie, e quindi, anche di sé stesse. L’importante, (vero, Luisa :)) è non mescolare scarpe con zoccoli! Cosa che invece succede, ogni qual volta, donne o uomini che trovano il loro senso di nel porsi a servizio della vita, (come della propria) si vedono costretti a normalizzarsi come Cittadini perché da molte pressioni indotti a negarsi come sé stessi! A questo proposito, quanto e/o come provvedono il Principato e la Religione? Al momento, direi con soli placebo. Di fatto, ambedue i poteri hanno bisogno che il Cittadino sia un eguale tot di lunghezza, di larghezza, e di altezza! Nessun genere di potere potrebbe potrebbe costituirsi solida piramide ergendosi con mattoni di diseguale misura e/o materia! Nel non aprioristicamente risolvere i conflitti che a loro servizio il Principato e la Religione hanno creato fra l’uomo e la donna, ci vedo l’irrisolvibilità del problema. A meno che non si muti il Principato per raggiunta mutazione della società. A meno che non si muti la Religione per raggiunta mutazione del suo pensiero. Se mai avverrà ci vorranno secoli, pertanto, passo e chiudo. A voi studio.

Lettera ad una madre

In ragione del nostro Spirito, siamo principi di vita: corrispondenza di stati fra Natura, Cultura., e Spirito Lo possiamo essere per la sola Natura qualora si origini un corpo, per la sola Cultura qualora si origini informazioni; per il solo Spirito qualora si origini forza. Ma, vita, è lo stato della corrispondenza fra infiniti stati di vita. Pertanto, anche dove si origini solamente Natura, o solamente Cultura, o solamente Spirito, comunque, indirettamente quando non direttamente, non si può non originare vita. Io non sono stato un padre naturale. Tuttavia, comunicando le informazioni che hanno permesso a più di una vita di trovare parti della sua, posso dire di essere stato padre culturale. Siccome ciò che ho permesso ha dato forza a quella vita, posso ulteriormente dire di essere stato anche padre spirituale. Non solo. Per dare le informazioni che hanno dato forza, non ho potuto non accogliere la vita a cui l’ho data. Siccome l’accoglienza è il principio naturale, culturale e spirituale della donna, per questo posso dire di essere stato anche madre.

Siccome vita è anche lo stato di infiniti stati di vita che si origina dalla corrispondenza fra la determinazione maschile e l’accoglienza femminile, non ti dico, infine, quante figure parentali, maschili e/o femminili, sono stato di volta in volta. Questa multiforme proprietà dell’essere non è solo mia. A differenza di altri, ne sono solamente più cosciente. La determinazione naturale, culturale e, dunque, di vita, rende maschio l’ uomo. L’accoglienza naturale e la determinazione culturale e, dunque, di vita, rende femmina la donna. L’uomo non può non accogliere culturalmente ciò che ha determinato. In questo senso è anche culturalmente femmina. Se non lo è, non gestisce e partorisce, culturalmente e spiritualmente, la vita che ha deciso di proiettare. Così, la donna non può non determinare su ciò che vi è da accogliere. Se non lo fa, non proietta da sé la vita che ha accolto. Proiettandola, invece, è anche culturalmente maschio. L’insieme della corrispondenza fra determinazione ed accoglienza, conforma la sessualità: maschile nell’uomo se sarà prevalentemente determinante, femminile nella donna se sarà prevalentemente accogliente.

Ma, vita è lo stato di infiniti stati di vita. Allora, nello stato sessuale di prevalenza, (maschile e/o femminile) sia nell’uomo che nella donna si dirameranno dei secondari stati sessuali: gusti in amore e/o in amare. Quando questi gusti segnano la persona al punto da formarne l’identità, si hanno delle ulteriori figure sessuali: le cosiddette “diversità”. Il Principio della vita è il bene della Natura. Per corrispondenza di stati, il bene della Natura, diventa il vero nella Cultura ed il Giusto nello Spirito. Pertanto, siamo normali a noi stessi e nei confronti della vita sino al Principio, tanto quanto non si origina del male: dolore nella Natura, errore nella Cultura ed esaltazioni o depressioni nella forza della vita. Sia nei confronti della vita personale, famigliare e sociale, il male, è mancanza di vita e, dunque, mancanza verso la Vita. Per questo, non può essere norma di vita. Allora, indipendentemente dalla sessualità, anormali alla vita sono quelli che coscientemente perseguono il male. Per quanto sostengo, lo stato della corrispondenza fra stati naturali, culturali e spirituali fra le due famiglie, (la personale e la sociale), dice quanto esse sono reciprocamente normali sia verso sé stesse che verso il Principio della vita. Il Principio della vita è la vita che ha originato la vita.

Non lo dico con altro nome, vuoi perché sarebbe invano, vuoi perché sarebbe vano. Qualora vi sia della vita, (individuale, famigliare quanto sociale), che diverge dal Principio della vita, (sia nella vita propria che nella vita altra, il principio della Vita sta nel comunicare vita in tutti e fra tutti gli stati della vita), non la vita in questione lo allontana, ma (tanto quanto coscientemente vuole ciò che lo separa dal gruppo di principio culturale) da sé quella si allontana. Il soggetto che si allontana, (coscientemente o no che sia), decidendo di essere parte per sé stesso, necessariamente, diventa estraneo a quello di origine tanto quanto non vi corrisponde più. Prendere atto della separazione da estraneità può essere abbastanza “semplice”, ma, non tanto nell’attuarla. Vuoi per situazioni economiche, vuoi per altri vincoli. Fra questi (in chi si è separato) la paura di affrontare le inevitabili conseguenze che sono nelle sue scelte. Accertare in chi stia la paura (debolezza che indica la personalità non ancora strutturata) e in chi (volente o nolente) stia la passiva accettazione da comunque normalizzato  non è mica tanto semplice.

Non tanto per il sentire, quanto per il capire su quanto si sente. Che fare in questi casi? Direi tornando da capo, al principio della vita. E il principio della vita è la Natura. Non sapremmo il concetto culturale di piacere e/o di dolore se la Natura, il corpo, non ce lo facesse sentire. Ciò che noi si sente, dunque, è informazione tanto quanto ciò che si sa, ma, a fronte di una cultura in confusione, la Natura non lo è mai. Infatti, essa sente il dolore e/o il piacere anche quanto la sua Cultura non sempre la sa nominare o sa riconoscerne le cause. Ho detto prima che il dolore è male da errore. Ecco così, che anche non sapendo l’errore, comunque il dolore te ne segna la presenza. Al punto, ogni qual volta i corrispondenti non sappiano e/o vogliano far cessare il dolore da cause esterne (nondimeno interne) facendo cessare i dissidi da errore, non solo ciò rende giusta la separazione ma ne segnala la necessità. Per perpetuare la sua vita e la vita, l’ uomo determina la Cultura femminile penetrandone la Natura. Il carattere che si origina dalla comunione fra la potenza del suo corpo, della sua mente e della forza della sua vita è detta virilità.

Quando questo carattere è offeso da una opposizione, l’uomo si separa da ciò che offende il piacere datogli dal suo sé, appunto, la penetrazione – determinazione – proiezione dei suoi principi. Per farlo, non ci mette che il tempo di pensarlo. La cosa è ben diversa per la donna. Non tanto per il rapporto carnale fra madre e prole, quanto perché il principio della donna, (indole culturale e spirituale, naturale o comunque indotta che sia) è l’accoglienza, non la determinazione. L’accoglienza comporta la presenza di una remissività spirituale che, oltre che la fisica, conforma quella mentale. La remissività spirituale, (cosa ben diversa dalla passività spirituale in quanto la remissività è attiva perché implica la volontà di esserlo), è l’ulteriore motivo per cui una donna si separa molto difficilmente dalla vita e/o da degli stati di vita che ha accolto. Data la determinazione come carattere e piacere maschile, l’uomo è una forza proiettiva. Diversamente, data l’accoglienza come carattere e piacere femminile, la donna è conservante più che proiettiva.

Essendo prevalentemente conservatrice, non può non conseguirne che i tempi di elaborazione delle informazioni della donna sono più lunghi di quelli dell’uomo. I diversi tempi dell’orgasmo sessuale confermerebbero quanto sostengo sui diversi modi di affrontare la vita dell’uomo e della donna. Quando per motivi personali e/o sociali una donna non può non separarsi dalla vita che ha originato perché accolto, può anche vivere la divisione con un dolore che può giungere a colorarsi di colpa. Il Senso della Colpa, si origina dalla somatizzazione di una depressione nella forza della vita: lo spirito. Questa depressione può avere infinite cause. Fra le prevalenti: dei dubbi circa il ruolo di femmina, (per quanto riguarda l’accoglienza naturale dell’uomo), e/o di donna per quanto riguarda l’accoglienza culturale, sempre dell’uomo. I dubbi su di sé e/o i rifiuti dell’accoglienza naturale, quanto culturale e spirituale dell’uomo, (amante, marito e padre) rischiano di ombrare la qualità dell’accoglienza della prole verso chi l’ha principiata.

L’ombratura da incertezza può originare dei rifiuti: totali o parziali che sia. Ogni successivo atto riparatore su quell’incertezza potrebbe renderti soggetta a ricatti affettivi: ricatti di maggior presa tanto quanto si basano (o li basi) su sensi di colpa. Una mente che entra in questo girone di dubbi e/o di ricatti, rischia di non venirne più fuori! Pertanto, fermiamo le macchine! E’ ben vero che potresti anche essere la sciagurata che ha tradito tutto e tutti, ma, di te, (come di tutti), si può dire anche vero, che la Vita si è servita della tua, per poter dettare a tuo figlio il problema che deve risolvere: trovare sè stesso/a. Allora, dove starebbe la colpa da separazione, dal momento che potresti anche essere un messaggero della vita che separa ma per diversamente unire? Nel dubbio, credo sia giusto rimandare i processi su di noi a quanto potremo capire di più, non prima. Se il farlo prima non ci da che dolore, allora, nel processo che ci facciamo non ci può essere verità, in quanto il dolore, comunque, segna l’errore.

Ho scritto questo letterone quando non ero ancora proprietario di un pensiero culturalmente gestitibile In data Marzo 2020 ho alleggerito qualche punto. Temo, però, che la parte “scientifica” sia ancora con_fusa con l’intuitiva. Prima o poi  ne verrò a capo.

Caro il mio Gigio

Caro il mio Gigio: se per te è vero che concordare con un opinione si diventa avvocati della persona con cui si concorda vorrà dire che quando concorderò con te non te lo farò sapere, giusto per non dare ad altri l’impressione di farti da avvocato. E’ questo che vuoi? Se è questo che vuoi, perché mai mi hai accusato di defilarmi dal tuo blog? Allora, deciditi, o intervengo da te, avvocato di chicchessia, oppure, non mi resta che defilarmi. Dopo di questo, vediamo di chiarire un punto che è molto importante se vogliamo parlare; che se invece vogliamo urlare, è anche vero che non conta un cazzo! Un discorso, è come una casa. Questa casa deve avere un tetto, ed è la tesi. Deve avere, inoltre, ciò che prova quella tesi; e chiamiamole mura portanti. Nella generalità dei tuoi post, vedo tetti ma non mura. Semplificando, vedo tesi ma non probanti argomenti. Dei tuoi tetti, si può ben dire che stanno come sospesi per aria, con per aria intendendo la mancanza di una obiettiva base. Vedo, inoltre, che tendi a sostituire la ragione probante con affermazioni che del probante hanno solo la forza delle tue personali convinzioni. Su queste, è chiaro che non vi è proprio nulla da dire!

Ma le personali convinzioni, non accompagnate dalle mura che le reggono, più che a razionali discorsi sono degli atti di fede. Nessuno intende mettere in discussione i tuoi atti di fede: vuoi religiosa, vuoi politica. Permettimi di dirti, però, che non puoi aspettarti che altri seguano dei ragionamenti così basati. Vuoi perché possono avere altra fede, vuoi perché contrari ad ogni fede, o perché, magari non gliene frega niente di qualsiasi fede. Ciò che frega a tutti, invece, è concordare, almeno per quanto è possibile, con altri pensieri. Per giungere a questo non ci resta che il razionale discernere sulle cose. Non ti sfugga, caro Gigio, una lezione della vita della Natura. La vita della Natura non ha messo le palle né a Destra, né a Sinistra: le ha messe al Centro. Ed eccoti spiegato perché, pur essendo di Sinistra, sono un centro sinistra. Non so se ci va il trattino, ma se non me ne frega a me, a maggior ragione, penso, non te ne freghi a te. Ho detto che la Natura ha messo le palle al Centro, ovviamente, mica per fare mercato per quella posizione politica, ma solamente, per dirti, che la vita, a mio avviso, concepisce sé stessa in quel luogo; luogo, che indubbiamente può essere interpretato come il ricongiungimento fattuale del prodotto dei lombi: simboli di floridezza per quanto concerne il naturale protrarsi della vitalità, e non di meno, della vita.

Non vedo in M. nessun ghigno. Vedo, piuttosto, che sei tu, ad aver bisogno che lo si interpreti come ghignante. In M, invece, (come vedo in chi la pensa come lui) una risposta ad un lacerante dilemma: e preferibile non far nascere, o far nascere quello che è destinato a non vivere? M, che non crede in una vita ulteriore, logicamente, dal suo punto di vista dice: è meglio non far nascere. Ma, lo dice, perché è contrario all’inutile dolore, non perché è un cinico! Tu, invece, che credi in una vita ulteriore, dici: la vita deve fare il suo corso; ed io la penso esattamente come te, ma, mi dico anche, per quale diritto dovrei sovrapporre la mia verità a quella di altri? Quindi, ad ognuno la sua via, ad ognuno la sua verità, ad ognuno la sua vita. Ed è per tale regola che posso fare da avvocato a M. quando concordo con lui, come lo posso fare a te quando concordo con i tuoi pensieri. Ci vedi contraddizione? A mio avviso, no. A mio avviso, mi vedrei contraddittorio, (ma con la vita, non con voi due) se per quanto so e posso non cercassi il peso netto in ogni peso lordo. La ricerca del peso netto, mi ha portato a queste conclusioni: il prodotto di un concepimento ha gli stesso diritti di ogni altro prodotto di qualsiasi forma di concepimento, ma, c’è un ma. Il ma che ho trovato consiste in questo: il concepito ha coscienza del suo corpo e del suo spirito, ma non ha ancora coscienza della sua mente.

Il che significa, che è un essere vivente, ma non è ancora un essere umano dal momento che è la nostra proprietà della mente, ciò che distingue un concepito da noi, da un qualsiasi concepito dal regno animale. E per via dell’innocenza, poi, ci possiamo dire innocenti solamente in presenza del senso di ciò che non lo è! Ti pare che un concepito abbia il possesso di questo senso? A mio avviso, no. Questo non vuol dire che non è innocente. Vuol dire, però, che non è consapevole della sua innocenza, ed in questo e per questo, non può ancora dirsi Persona! Al più, siamo noi, che possiamo considerarlo Persona, ma questa considerazione, è una gratuità del Diritto alla vita, che comunque non muta le cose: quell’identità, è speranza della vita e del nostro vivere, non Uomo, o Donna: al più, è Natura maschile, o Natura femminile. Infine, i tuoi rispettabilissimi punti di vista non saranno mai sufficientemente chiari se non ti decidi a renderli sufficientemente chiari, in quanto atti di un percorso intellettivo, non di un percorso sbrigativamente fideistico, generalmente motivato dalla formula: io credo, dunque, so! Questo ragionamento, è proprio dei fanatici, mio caro! Consapevoli di esserlo, o non consapevoli di esserlo che sia. E se non lo possiamo dire (quel fanatismo) aderente alle cose di Dio, figurati se può essere aderente, all’immagine a Sua somiglianza! Nel solo pensarlo possibile, c’è di che far crepare dalle risate, non solo i polli. Fine della requisitoria! Vado a farmi una birra! Ciao, Vitaliano.

Ricerca di Donna

E’ indubbio che la prima impronta di donna che abbiamo ricevuto è la madre. C’è chi cerca la donna, allora, perché cerca la madre? Chi la cerca, per continuare ad amarla nella donna? Chi la cerca, per possedere la madre? Chi per essere “posseduto” dalla donna_madre? La donna_madre è anche padre, tanto quanto imprime i suoi principi culturali sul figlio. Allora, c’è chi nella madre, cerca il padre? In genere la donna è maestra di sentimento, mentre il padre è maestro di forza. La donna_padre, rischia di imprimere nel figlio, un sentimento e una forza in con_fuse informazioni? Chi nella madre gestrice della cultura del figlio cerca il padre (mancato, e/o sostituito gestore della cultura maschile del figlio) direi che non può non cercare un alterno carattere di Donna. Questo alterno carattere si trova nelle Donne “dominanti”. La dominante accoglie il maschio tanto quanto l’accogliente. Diversamente dall’accogliente, però, é portata a non accogliere l’uomo perché spirito culturalmente affine. Da ruoli sociali e/o religiosi forzosamente sottomessa all’uomo, la donna dominante rischia di diventare esistenzialmente frustrata anche al punto da diventare distruttiva, come autodistruttiva.

Quale genere di maschio, può accettare di farsi dominare dalla donna? Direi, quello che vive il suo carattere sessuale secondo prevalente Accoglienza: dato il naturale, principio culturale della donna. Dovrà essere, quindi, il genere di maschio predisposto ad essere la culturale “femmina” della donna maschile. Se vissuta con reciproco equilibrio (quella con_fusione fra ruoli) è una corrispondenza di vita che vale un’altra. Non lo è, però, ogni volta, nella femmina_maschile, emergono bisogni da donna_femminile. La donna maschile che non è stata resa donna femminile può giungere a disprezzare un maschio, in quei frangenti, ritenuto e/o sentito debole e/o comunque insufficiente per più casi e/o modi. Oltre che disprezzato, il maschio dalla prevalente identità sessuale femminilmente virile, rischia di venir rifiutato anche come uomo. Quando succede, fra le parti si costituisce una familiare infelicità da contenuta amarezza. Quando non più contenuta, oltre che divorzi e vari genere di guai può irrigar tragedie.

Chi giudica chi

giudizio

Chi giudica chi nel Giudizio Universale del Michelangelo?

Mi domando per quale consiglio, la notte mi faccia elaborare il Giudizio del Michelangelo onde farne il fronte del Blog. Sa bene (la notte) che per via di arte non ho capacità e neanche adeguati strumenti ma siccome insiste, ci provo. Mi ritrovo così (alle due e passa) a guardare l’opera con gli occhi del bambino che si cura solo di quello che sente e quindi conosce. Odierna o precedente che sia, la critica è allineata sulla più ovvia delle letture: quella del Giudizio ultimo e irrevocabile sui peccatori. Per quello che penso non ci sarà alcun giudizio ultimo e irrevocabili, ma non è questo che voglio sostenere. Voglio sostenere, invece, che nel Giudizio universale il Michelangelo travasò l’universale giudizio sull’Omosessualità che visse con non so quanta felicità. Penso che neanche la grandezza dell’uomo pienamente in Arte che è stato il Michelangelo (ovvio che lo è ancora) l’abbia esentato dal giudizio maligno dei chicchessia come dei non. Alla destra di un Cristo biblico più che evangelico, li vedo, gli esagitati ma “buoni” chicchessia che la storia (non il Giudizio che nessuno conosce) pone alla destra di Dio perché dediti al taglio della presunta gramigna che il Michelangelo ha posto (assieme a sé) sulla sinistra. In effetti non so se la vitale figura che vedo opposta al vecchiaccio sia un suo ritratto. faccio conto che lo sia se no mi cade tutto il discorso.

Penso che l’animo umano che aspira al potere di vita su vita (potere importante o infimo che sia) sia lo stesso in tutti i tempi e in tutte le culture. Il giudizio che si emette contro l’animo Omosessuale di adesso, quindi, non penso sia così diverso dal giudizio che si emetteva per i non omologati dei tempi passati: spero il meglio per quelli a venire. Era un giudizio certamente più pesante rispetto a quello di adesso, perché maggiore la presa chiesastica e/o sociale. Più di adesso, infatti, quei due Principati, in combutta martirizzavano (e martirizzano) lo spirito Omosessuale. Giungeva (e giunge) a stritolargli la vita (quella presa) anche sino al punto da portarlo a volontà suicidarie: succede anche adesso. Il Michelangelo mette alla sinistra del Cristo (i presi dal giudizio di chi si presume delegato al compito di tagliare le radici alla presunta gramigna) e alla destra chi si crede delegato all’opera. Ammessa l’ipotesi, il Michelangelo è stato molto chiaro: al Cristo, la faccenda non piace proprio per niente! I Vangeli lo confermano: oltre al Michelangelo e ad una infinità di poveri cristi, pure il Cristo subì il malevole giudizio che fermamente rigetta.

Sia il volto che il braccio lo dimostrano! E’ talmente potente il rifiuto dipinto da far pensare che avrebbe voluto prendere a calci in faccia i destrorsi di Dio, ma il Michelangelo gliel’ha impedito! Sono facce generalmente brute quelle che il Cristo allontana. Hanno bocche vocianti! In posizione ostile il corpo di quelli in primo piano, e con il dito puntato quelli dietro. I vili stanno sempre dietro La presenza del Michelangelo omosessuale nel gruppo dei reietti che il Cristo difende, non può non essere intesa anche come difesa della vita indipendentemente dai suoi vissuti sessuali. Ipotesi sia, perché? Direi, perché se c’è, nel suo esserci, un senso che ad altre forme di gramigna non è dato giudicare. Comunque sia il caso, constato che il Michelangelo ha dato al Cristo la potenza di un Dio capace di separare da sé anche chi non si pensa separato dal Giudice.

Da quel grumo di universale sofferenza in attesa di ultima verità, una critica non addobbata dal potere che serve per avere potere, avrebbe colto quello che sto cogliendo, e cioè, che il Giudizio é universale perché, nel soggettivo universo, universale la Gramigna da giudicare? Ammessa l’ipotesi, é chiaro che il Michelangelo non poteva dipingerla. Anche l’artista, infatti, come la critica in arte, é tossicodipendente dai poteri che gli danno potere La presenza del Michelangelo è accompagnata dalla figura di un giovane (il possibile e storico amante?) dal papa comittente (penso) e da una figura maschile che si cela (si ritrae, si difende?) ponendosi dietro la testa del giovane. Si difende da un malevole giudizio? Non so, però, m’ha dato da pensare. Il Michelangelo potrebbe aver dipinto una “velata”. Nel mondo in Lgbt diciamo velata, l’omosessuale che sta (per essere e vivere) in bilico fra. Non so chi sia quella persona, ma penso abbia inteso celare al giudizio quelle che non esistono perché non completamente ritratte dal dipinto che opera la vita. Può anche essere che il Michelangelo, con quella denuncia, si sia tolto un sasso dalla scarpa.

Analisi della pace

La Natura è il luogo del Bene. La Cultura è il luogo della Verità. Lo Spirito, è il luogo del Giusto che corrisponde dalla Natura nel Bene per la Cultura nel Vero. Giustizia è assenza di ogni dissidio. L’assenza di ogni dissidio è pace. In una Natura in pace vi è giustizia. Essendo cessazione di ogni dissidio (la giustizia) dove vi è giustizia data dalla pace perché è cessato ogni dissidio, non può non esservi che verità: se non raggiunta fra vita e vita è raggiunta fra vita e Vita.

Sia nella Natura della vita della propria Cultura, che fra la propria ed altra, quando non vi è dissidio fra il bene della Natura ed il vero della Cultura perché vi è pace, la vita, non può non essere che nella verità di ciò che è giusto: lo Spirito. Poiché pace è tacitazione di ogni dissidio e alla tacitazione di ogni dissidio segue il silenzio, nel silenzio della pace dato dalla verità che ha tacitato i dissidi, vi è il principio della ricerca dell’origine di ogni verità.

Nessuno sa cosa è bene dato il vero che è nel giusto, ma, ciò che non lo sa la Cultura lo sente la Natura. Nella vita della Cultura della Natura ( lo stato di ciò che sa perché sente ) che non corrisponde al bene per ciò che è giusto dato il vero, lo spirito è depresso. Nella vita della Natura della Cultura ( lo stato di ciò che sente perché sa ) che non corrisponde al vero per ciò che è bene dato il giusto, lo spirito è eccitato.

Poiché ciò che è depresso o eccitato non è in pace, ne consegue, che lo stato di pace in una Natura è ciò che afferma il bene di ciò che è nel giusto, perché, alla sua Cultura, vero.

Per Reincarnazione si intende

Per reincarnazione s’intende “l’atto dell’anima che dopo la morte torna a vivere in un altro corpo.” Vero, ma c’è un altro genere di reincarnazione, e cioè, l’atto di uno spirito che torna a vivere in un altro spirito. Nella prima ipotesi, il reincarnante si domicilia nel corpo. Nella seconda, nello spirito (nella forza) di un’identità incarnata.

Lo spirito che s’incarna nel corpo che lo ospita ma non influisce su quella mente è uno spirito spettatore; spettatore alla stregua di chi solamente legge una storia ma non per questo non apprende. Lo spirito che si incarna in una forza, invece, è uno spirito che può essere comprimario ma non per questo restare tale.

Secondo stati di infiniti stati,

la metempsicosi avviene nella carne per lo spirito che sente di dover ripercorrere le emozioni del corpo. Avviene nella mente, per lo spirito che sente di dover ripercorrere le emozioni del pensiero. Avviene nello spirito, per l’anima che sente di dover ripercorrere le emozioni della forza. Avviene nel corpo, nella mente, e nell’animo, per lo spirito che sente di dover ripercorrere le emozioni della vita. La vita, essendo corrispondenza di stati in tutti e fra tutti gli stati, non separa uno stato emotivo da un altro, così, i generi di reincarnazione appena detti (nel corpo, nella mente, e nella vita) comunque finiscono con l’influirsi.

Per infiniti stati di vita,

lo spirito che cerca il bene, il vero, e il giusto si reincarna secondo spirito di verità; di male, invece, lo spirito che s’incarna secondo dolore naturale e spirituale per errore culturale. Come il primo potrebbe abbassare il suo stato durante il percorso, così il secondo lo potrebbe alzare. Nessun spirito necessita della totale riconsiderazione su di sé: nessuno, infatti, è totalmente in errore come non è totalmente nel giusto. Ne consegue, che, sia pure nei termini sopraddetti, la reincarnazione avviene solo per le parti in errore o in dolore. Le parti in errore o in dolore sono parti di identità. Uno spirito reincarnato, allora, può essere riconosciuto solo per parti della sua identità, non per il tutto che è stato.

Ciò non smentisce

chi si dice o viene riconosciuto come un reincarnato. Smentisce, però, chi si dice o viene riconosciuto come reincarnato in toto. Se uno spirito è riconoscibile per quello che è stato, vuol dire che le parti in errore o in dolore da riconsiderare sono direttamente proporzionali al bisogno di reincarnarsi. Ne consegue, che è uno spirito basso, tanto quanto è prevalente il suo stato di bisogno. Nella reincarnazione, i principi che basano la verità di un rinnovato percorso (ciò che è bene al corpo della vita, ciò che è vero al suo pensiero, e ciò che è giusto alla sua forza) sono presenti in qualsiasi stato (e/o figura e/o identità) perché sono le universali emozioni della vita, che anche fra diverse lingue, tutti sentiamo con la stessa “voce”.

Sia nel caso di uno spirito deviato da sé e/o da altro da sé,

come nel caso di uno deviante in sé come verso altro da sé (un’ipotesi non esclude l’altra) la metempsicosi è scelta dettata dal bisogno di rivedere i gravi presenti nell’animo per la mancata corrispondenza fra quello sanno e quello che sentono in quello che sono e intendono perseguire. Potenti o no che siano, per gli spiriti bassi ma non contrari alla vita e al suo Principio, per quanto sono di ciò che sentono e per quanto intendono perseguire, sono gravi, i dissidi emotivi compiuti dagli errori verso la propria vita, come verso altra vita, come verso il Principio. Per questi, la reincarnazione è mossa da desiderio della pace che è nella verità.

Potenti o non che siano,

per gli spiriti bassi perché contrari a sé come verso altro da sé, come verso il Principio e i suoi principi, si possono dire gravi tutti gli atti di opposizione verso il bene, il vero, il giusto. Questi spiriti, li sentono gravi, tanto quanto non hanno saputo essere pienamente contrari. Anche questi si reincarnano per rivedere l’errore, ma per capire come compierli con maggior errore per maggior falsità. Vi è incarnazione a nuova vita e reincarnazione a nuova vita. L’incarnazione avviene per processo naturale. La reincarnazione per processo spiritico. Avviene per forza accanto a forza nel caso di uno spirito compagno.

Di forza su forza

nel caso di uno spirito dominante. Di forza dentro forza nel caso di uno spirito invasivo. Dipende dai bisogni e dal carattere dello spirito in metempsicosi. Vi è processo spiritico non invasivo quando il carattere di uno spirito non ha propositi di forza e/o volontà di dominio. Uno spirito dal carattere non invasivo è prossimo alla vita in cui si reincarna. Per questo non è condizionante e neanche sfruttante. Vi è processo spiritico invasivo quando il carattere di uno spirito ha volontà di possesso. Uno spirito con volontà di possesso, oltre che strumentalizzante è asservente. Uno spirito dalla forza tendente alla supremazia, può giungere all’invasione di chi occupa. Al caso, anche alla possessione.

Accoglie l’influsso

ma ferma ogni stato invasivo e/o di possessione, chi segue solo la forza del proprio spirito. Lo spirito umano guida secondo stati di infiniti stati di tre emozioni: depressione, esaltazione, pace. Vi è depressione nel caso di errore verso la Natura della vita, il corpo; vi è esaltazione nel caso di errore contro la Cultura della vita, il sapere; vi è pace, tanto quanto cessa il dissidio fra ciò che il corpo sente e ciò che la mente sa. La vita in pace, persegue i suoi principi senza dolore naturale e spirituale e senza errore culturale. Tanto quanto deviano lo spirito della vita influita verso mete e/o destini non corrispondenti alla personale cultura dell’influito, e tanto quanto gli spiriti disincarnati sbagliano contro lo Spirito.

Segnalo l’errore

anche agli inquilini di questo piano di vita. Gli spiriti bassi interagiscono palesemente con la nostra vita, tanto quanto invocati: vuoi da credenti che si rivolgono ai “noti” (religiosi, storici, o parentali) vuoi da dediti allo spiritismo per ragioni di potere, o di curiosità. I dediti allo spiritismo “spirituale” come di quello “profano” credono che i carismi siano doni dello Spirito. Lo Spirito concede un solo carisma: la vita. I carismi, invece, sono doni degli spiriti. Lì “regalano” a chi concede la propria fiducia. Ottengono carismi maggiori quelli che concedono la propria fede. In tutti i generi di concessione, i carismi diventano il segno della condizione di servizio agli spiriti.

Ciò che ulteriormente vincola lo spirito umano

da un ulteriore è la paura di perderli. Il timore è legato alle necessità di chi li ha avuti “in dono”: a tanta necessità corrisponde tanta paura. I carismi fortificano l’esistenza dei depressi nella vitalità e nella vita che hanno cercato e trovato di che motivarsi (e/o consolarsi) cedendo il discernimento, non dove la fiducia e/o la fede. Chi cede il discernimento rimane influito anche a ripresa della sua ragione perché è stato provato da quella realtà: provato, sia nel senso che gli è stata data prova, sia nel senso di appesantito. Certamente, anche alleggerito, ma, (come nel caso di appesantito) dipende da come un provato vive e/o vivrà quell’esperienza.

Chi cede la fiducia e/o la fede, e/o l’intelletto allo spirito influente

(quando non invasivo) diventa il pescato pescatore di altra umanità: dolente o no che sia. Lo diventa, tanto quanto non sa resistere alla tentazione, comunque motivata, di mostrare ciò che è per ciò che può. Per quanto ne so (o mi hanno lasciato di che credere che ben poco mi è rimasto di integro) anche del Cristo evangelico si può dire che è stato un pescato pescatore di umanità dolente. Ci risulta, però, che si lasciò pesare dal Padre e che per il Padre pescò. Con il che, si può ulteriormente dire che è stato medium della divinità della vita, non, della vita di spiriti, che, sempre per quanto ci risulta, ha rifiutato per sé, e allontanato da altri e da altro.

La personalità che ha ottenuto un carisma

in momenti di lutto può essere tentata di mantenersi in stati di lutto (e/o in altre forme di quel dolore) pur di conservare il carisma che “cura” il dolore. Lo stesso per chi ha cercato gli spiriti per motivi di potere e/o curiosità. Succede anche nella nostra realtà; pur di non perdere il potere che ci conferma l’esistenza, accettiamo di rimanere dipendenti del potere che la conferma. Non vi sono carismi gratuiti. “Così in basso, così in alto”, contengono un’implicita motivazione di potere. Solo la vita è un dono gratuito. Per quanto ci si neghi all’influsso, non ci toglie il carisma. Il medium (e/o di un comunque influito) che non intende liberarsi dagli influssi degli spiriti per non perdere i carismi che gli formano l’immagine che vuole continuare a dare, cosciente o no, si trova inchiavardato da dissidianti emozioni.

Non per questo

perderà la facoltà di estrometterle dalla sua vita. Nessuno spirito può toglierla. Al più, difficoltare la liberazione, tanto quanto un’invasione è giunta a trasformarsi in possesso. Ciò detto, il mio spirito pagherà i suoi costi, e se il caso, gli spiriti e gli spiritisti pagheranno i loro. Tanto più, perché, per capire la vita propria, altra e del Principio, ogni umanità che è, e che fu, deve percorrere la sua via per giungere alle sue verità.