Anche i rami storti

Cortese signore: ogni cronaca pubblicata dai giornali è informazione implicitamente educativa (o al caso diseducativa) in ragione delle infinite componenti culturali (etiche e/o morali) del dato lettore. Siccome può essere diseducativa perché potrebbe stimolare una voglia di imitazione, si fa a meno di pubblicare la cronaca? Stesso principio di contraddizione (una educazione che contiene dei principi di diseducazione) anche nella proposta “Nel week end ecco l’autobus anti sballo”. Certamente auspicabili le Campagne di educazione alla responsabilità, ma sono risolutive? Direi di no, dal momento che si rivelano necessarie delle Campagne di richiamo alle predette Campagne. Visto che le Campagne contro non sono risolutive, facciamo a meno di fare le Campagne e con quelle, anche quelle di richiamo? Dice giusto l’Assessore: associare il problema dell’alcool e delle ubriacature è troppo limitato; l’eccesso e l’abuso dell’alcool è un problema di salute che va curato ed eliminato. Ovviamente, concordo con l’Assessore, ed altrettanto ovviamente sento concordanti tutti i non pochi “tossici” delle non poche dipendenze che ho conosciuto, ma non dimentichi l’Assessore che tra il dire ed il fare c’è di mezzo non poco mare, e non tutti, sanno o possono imparar a nuotare nei tempi detti (previsti e/o auspicati) dalle Politiche sociali. Allora, che facciamo? Lasciamo annegare quelli che non ci riescono, o che non possono permettersi più onerose scialuppe? Certamente no! Quale allora, la via terza? Direi, quella dei frutticoltori, i quali, curano la pianta ben sapendo che, se supportati, anche i rami storti danno frutto.

VERSO LA VITA E ALTRE STORIE

La satira consuma il potere che la teme

Ho riguardato lo “scandaloso” Don Pizarro del Guzzanti signor Direttore, e l’ho trovato come il bimbo della favola che denuncia la nudità del re che tale non si vede, come non lo vedono i cortigiani, e neanche i sudditi che, necessaria ala del corteo, da basso stanno. Ci vuole uno sguardo non in convenzione per vedere quando i re sono nudi, e quello sguardo il Guzzanti c’è l’ha. Diversamente dall’associazione che l’ha denunciato, non ci trovo alcuna derisione dei principi religiosi. Ci sarebbero se la satira del Guzzanti fosse fine a sé stessa, diversamente, è un “amarissimo che fa benissimo” perché disincrosta i tempi e le menti da ogni precostituita politica religiosa; ed è appunto il timore di questo guaio, non altro, a mio vedere, il movente della denuncia contro il Guzzanti. Il figlio del don Pizarro ha torto quando dice che siamo al Medio Evo. Siamo invece molto più indietro! Siamo tornati al processo di Socrate; processo che si ripete ogni volta la mano della difesa dei costumi morali cela il sasso di chi ha bisogno di immobilizzare i tempi e le menti per la speranza di non essere sepolta e superata da altri tempi e da altre menti.

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Ombrello: uso e abuso.

Facile o non facile che sia, infilare un ombrello in un occhio può non voler dire una volontà omicida ma certamente vuol dire una mutilante volontà di difesa. Anche uno schiaffo è variamente mutilante ma certamente non vi è la stessa proporzione. E’ un po’ la storia di chi, ricevendo un pugno risponde con una coltellata. Al punto, una provocatoria domanda: se ambedue le ragazze si fossero reciprocamente infilate la punta dell’ombrello nell’occhio, avremmo avuto la stessa reazione? C’è una concausa che forse non abbiamo considerato: la virilizzazione della femmina. Con annessi, connessi, e conseguenze. Devo averlo già raccontato. Tempo fa, una ragazza sui venti è seduta sul marciapiede. Pare sofferente. Mi avvicino per vedere se posso far qualcosa, e vi giungo. Non appena vicino, questa qui si alza di scatto. Mi fermo, più che sorpreso. In contemporanea, un ragazzo (arabo e bellissimo, giusto per la cronaca) gli blocca le braccia e la tiene ferma. La ragazza urla: lasciami, lasciami! Il ragazzo mi sorride e non la molla. Visto che la mia sola presenza è bastata a miracolare la salute di quella ragazza, mi allontano dicendo una frase che in apparenza non centrava per niente, cioè, l’amore può tutto. In un primo momento ho pensato all’amore fra quel ragazzo e la ragazza, ma strada facendo mi sono chiesto: se quella l’ipotesi, perché la ragazza voleva che il ragazzo gli liberarsi le braccia? Mi sono dato quest’amara risposta: la ragazza voleva che il ragazzo gli liberasse le braccia per aggredire me. Lo “capirei” come prova di ammissione di chi intende entrare in una banda, ma lo si può capire come la prova che una ragazza vale tanto quanto un ragazzo nella dimostrazione di forza, anche, indipendentemente, da casi di varia delinquenzialità? Si, lo si può capire. Come si può capire che fra Doina e Vanessa, a monte del fatto, sia successo esattamente questo: una prova di forza. Chi la sfidata, e chi la sfidante? Ambedue nello stesso ruolo?

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La Destra e la Sinistra

La Destra e la Sinistra non si rendono conto di essere dei ventri imbecilli. La Destra che è stata e che è, infatti, ha offerto pancia per la crescita della Sinistra che è stata e che è, e la Sinistra che è stata, ora sta offrendo pancia alla Destra che è stata e che è. A sua volta, la Destra che è stata e che è, sta offrendo pancia alla Sinistra che è stata e che sarà. E’, poi, tragicamente ridicola una loro fondante convinzione: il figlio è proprio, perché proprio il potere politicamente fecondante. La vita dimostra, invece, che anche alla cultura politicamente più certa, nascono figli meticci. Perché? L’Arbasino direbbe: perché c’è di mezzo la vita, signora Marchesa! Secondo me, invece, perché solo la vita conosce i dadi. La nostra, gli fa da bicchiere.

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Desiderio di paternità nei Dispari

Caro Davide: innanzi tutto, scusami se per parlare con te, parlo prima con me, ma dei tanti libri che ho letto (dottorali o meno) sono l’unico che conosco abbastanza bene. Non avendolo mai avuto, non sono poche le informazioni su “padre” che mi mancano, e quelli che da collegiale crescente mi erano prossimi, ben poco sapevano anche loro perché’ si trovavano nelle mie stesse situazioni. Sapevo solo (e senza dubbio anche i miei prossimi) che in certi momenti mi si apriva una voragine nel petto di allora. Era un vuoto, non più profondo di qualche pianto a metterci il dito dentro, ma di quel vuoto, da una riva non si riusciva a vedere l’altra. Ti dirò! Anche all’epoca (sia pure con tutte le immaturità del caso) non è che fossi carattere in attesa della crescita dell’erba sotto i piedi, e neanche come quelli che stanno, con in mano le sole mani. Sono stato Ariete anche da piccolo, in effetti, così, me lo andai a cercare! Non che all’orfanotrofio prima e al collegio dopo ci sia stato questo granché di scelta, devo proprio dire, così, cercai nell’ideale quello che proprio non c’era verso di trovare nel reale. Luoghi dell’ideale sono i libri. In quelli mi immersi oltre la bocca. Forse, anche oltre la mente. Erano libri che parlavano di santi, di beati, di servi, e di quanto erano stati padri e madri di una vita trovata e modificata in meglio: almeno come speranza, dove non certezza se non nella loro fede. Di libro in libro, arrivai al Libro, ovviamente. Il Padre del Libro, però, era, sia per il cuore che per la mia ragione di allora, un Troppo di tutto. Se di tutto potevo anche capirlo, del Troppo, mica potevo sentirlo, vero! Il Figlio mi è stato certamente più vicino. Tuttavia da fratello mentre io cercavo un padre. Sono passati quasi tutti i miei anni, ma quello che cercavo da bambino non l’ho ancora trovato. Quello che ho trovato, invece, è di che essere me stesso: amalgamata parte di ciò che è ideale e di ciò che è reale sia dell’essere che del vivermi come padre.

Nella mattina di un bel giorno sul paesello, in cucina con la Cesira ho trovato una ragazza. Bionda, non particolarmente bella, con gli occhiali, e con due tette così! All’epoca, non conoscevo la carne, ed anche del pesce, pura teoria. Stavo, così tra i due, dicendomi che li stavo vivendo solo perché (simil Bertoldo che diceva di star mangiando i cibi che solo odorava) intingevo polenta più che nei sughi della carne, che nelle fritture del pesce. Sparì la ragazza. Sparì una sposata. Mi mossi. Andai. Uscii. Cercai. Provai. Conobbi! Che si fa, Davide, dopo aver letto compiutamente un libro? Non si legge più? Certamente no. Così, di libro in libro, di vita in vita, sono andato superando le fasi di “figlio”. Ora, sto superando la fase di “amante”, e come ti dicevo prima, sono in quella di “padre”, o forse meglio, (Crusca permettendo) in quella di autopadre. Come auto padre, mi sento come la Mercedes che riconosce raramente praticabili (e quando con difficoltà) le strade del suo circuito. Vedo te, invece, come una Ferrari. Indipendentemente dalla nostra marca e della rispettiva potenza, le strade del nostro circuito, più o meno hanno le stesse non poche impraticabilità. Come non bastasse, quando c’è burrasca non abbiamo garage: per garage intendendo il riparo condominiale che è l’accoglienza sociale. Lo stesso vale per un figlio adottato. O lo teniamo sempre nella casa che gli e’ di riparo, o lo mettiamo in grado di percorrere la sua via come auto di non comune fra quelle comuni! In quanto veicolo di non comune marca, maggiormente troverà chi gli riga la carrozzeria, chi gli spacca lo specchietto, chi gli ammaccherà la portiera, ed altre nefandezze andando. Cosa diremo al suo rientro, Davide?  Dirgli che anche le nostre macchine hanno subito gli stessi danni, ma che corriamo lo stesso più di tante più normali bagnarole potrà’ confortarlo? Durante la crescita ne dubito; ed e’ appunto per questo dubbio che non me la sento di mettere un figlio adottivo in quel così. Pessimismo di vecchio, mi dirai! Può essere vero, Davide! Come può essere vero che anche in una conformata e confermata identità di Dispari, un bel giorno può nascere il desiderio di diventare il bastone di una speranza. Sapere se sia bisogno di dargli forza, o dandola, il bisogno di confermare la propria, è anche sapere quale sia la vera faccia di Giano.

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Dice il vescovo di Foligno

Dice il vescovo di Foligno: se una donna cammina in modo sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento ce l’ha perché anche indurre in tentazione é peccato. Dunque una donna che cammina in modo procace ma fuor d’intenzione pecca in tentazione perché suscita reazioni eccessive o violente? Pare impossibile che ci si ritrovi a dover contestare (ancora!) delle baggianate ideologiche di non si sa quanti secoli fa; e non mi si venga a dire che sono delle ragionate convinzioni pastorali! Queste sono solamente le indiscriminate bastonate che si danno alle pecore per non farle uscire dal capitale cammino di proprietà del pastore; e non mi si venga a dire che c’è ragionata sufficienza nelle parole del vescovo (il minuscolo è voluto) perché è come se dicesse che se gli ebrei  non avessero sedotto Hitler con l’idea che fossero un potere economico e sociale, non vi sarebbero stati i campi di sterminio;

è come dicesse, inoltre, che se papa Pacelli ha taciuto, la colpa è dei cristiani;

è come dicesse, che non è colpa delle antenne vaticane se chi abita dove le hanno collocate subisce tumori e malformazioni: è colpa di quelli che non se ne vanno;

è come dicesse, che non è colpa dei ladri se rubano, è colpa delle merci che affascinano;

è come dicesse, che non è colpa degli onorevoli se si vendono come puttane. La colpa è dei soldi.

è come dicesse, che se il potere ecclesiale ha medicalmente torturato un papa, quasi sino all’orlo della cassa, la colpa è delle buone intenzioni.

La lettera è datata. Il vescovo potrebbe non essere più quello.

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Demofascismo

La necessità di delegare gli atti di governo a gruppi di potere ha nolentemente trasformato la democrazia in una subdola oligarchia. In quanto gruppo di potere, ogni oligarchia trasforma il carattere politico della democrazia, in un demofascismo di fatto. In un demofascismo di fatto, non esiste distinzione fra politica di Destra e politica di Sinistra; esistono, bensì, due facce demofasciste. E’ faccia demofascista di Sinistra, quella che rifiuta l’errore dell’imposizione di forza su alterna volontà ma lo vede anche come un male necessario; è faccia demo fascista di Destra, quella che vede l’imposizione di forza su alterna volontà ma lo vede anche come un errore necessario.  La Politica tace. Non ha mai avuto voti bastanti: solo sangue.

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Pipi: politica e psicologia

Quelli che hanno letto la precedente versione di questa lettera (un inestricabile guazzabuglio) hanno avuto ragione di pensare: è andato anche questo! L’ho pressoché rifatta.

Come “la Religione è una psicologia” che forma fedeli che formano e/o deformano la Religione, così, anche la Politica forma fedeli (che al caso la formano e/o la deformano) secondo la soggettiva visione (prevalentemente conservatrice, o prevalentemente progressista) delle cose e delle idee. Vi sono psicologie che sono se inquadrate in corrispondenti schemi.  Vi sono gli schemi di maggioranza, vi sono quelli di minoranza, e vi sono quelli zebrati: quelli cioè, appoggiano uno o all’altro schema in virtù di varia opportunità.  Tutto bene, tutto vero, tutto giusto ma c’è un guaio! Il guaio è che la “maggioranza” che maggiora il senso della “normalità” (culturale e morale oltre che sociale) che deriva dal sentirsi giusti (non tanto perché veri ma perché di più) finisce per appesantire quando non schiacciare ogni pensiero della “minoranza”. Secondo questa immagine delle cose (nulla di nuovo sotto il sole) i Pacs che sospiri non saranno approvati.  

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Dal sangue di Pasolini

“Caro perdama, rileggendo il mio post con attenzione critica, mi sono accorto che è un ottimo esempio delle tendenza alla formazione di un vangelo di Pasolini a 30 anni dalla morte. Infatti da nessuna parte c’é scritto nelle fonti originali che il maglione verde trovato sull’auto di Pasolini fosse macchiato di sangue, eppure io ho introdotto questo particolare decisivo senza neppure accorgermene.”


perdamasco

La vita comunica sé stessa per strane vie; sangue, colore della vita. Verde, colore della speranza. Sangue sulla speranza, quindi, è morte di una speranza. Sui fatti ed i misfatti dei servizi segreti sono l’ultimo che può dir qualcosa ma se centrano sono stati il pugno che ha colpito il Pasolini da Destra verso Sinistra.

Mauro

Vedi, perdama, che Pelosi potesse rientrare nei gusti sessuali di Pasolini, tutti i film di Pasolini lo dichiarano a chiare lettere, ma a me non pare che il centro del problema sia questo.

perdamasco

A chiare lettere è indicato il prevalente gusto di Pasolini verso un certo genere di borgatara mascolinità, non, verso il Pelosi per quanto facente parte di quella corte dei miracoli. In questo momento della mia vita sessuale, sono prevalentemente attratto dalla personalità araba, ma, mica mi stanno tutte bene! Non tanto per mascolinità (vera o spacciata che sia) ma perché non tutte quelle personalità sbloccano la mia serratura sessuale: il sentimento. Lo sblocco di quella serratura dipende dalla loro figura, ma dipende anche da quello che conosco (non poco) circa le loro figure. Siccome questo avviene in qualsiasi genere di personalità sessuale, ho motivo di pensare che ciò avvenisse anche in Pasolini. Come le sempre più ampie conoscenze sui miei borgatari arabi rende sempre più difficile lo sblocco delle mie serrature, così, le sempre più ampie conoscenze dei borgatari romani in Pasolini non possono non aver reso più difficile lo sblocco della manifestazione della sua sessualità. Tale difficoltà, se non gestita con equilibrio e tolleranza, può far giungere portare a delle forme di delusione da arrivare al disprezzo. Non ho conoscenze bastanti per congetturare un disprezzo di Pasolini verso i borgatari, tuttavia, un certo disincanto c’è stato, ma, disincanto o no, si mangia anche il pane del giorno prima quando non si trova quello di giornata: e sarebbe pane fresco un marchettaro già conosciuto (e magari già consumato) a ravvivare i vacillanti fuochi di un Pasolini? Non ci credo neanche morto. Per un Pasolini, una personalità pelosi può motivare una marchetta; e per una marchetta il Pasolini se ne sarebbe andato in tanta malora quando già a Roma, non mancano angoli per farsi servire un pompa? Non ci credo neanche morto. Alla mia età ed esperienza, Mauro, il fatto che il biri tiri a vista ha del miracoloso. Non tanto per impotenza fisica, quanto perché ho pressoché consumato il mio immaginario erotico. Il che vuol dire, che a furia di mangiar filetti mi sono nauseato. Ora, al più, mi ravviva l’appetito una qualche sarda panata e fritta. Quale, la sarda panata e fritta nei casi di una sessualità a fantasie ridotta al lumicino? Un amare con più partecipanti, ad esempio. E’ chiaro, che per quella tentazione gli accoglienti angoli di Roma non bastano, quindi, bisogna andare fuori. Col cacchio che vado con i miei generi di borgatari dove non mi sento sicuro, e col cacchio che vado con più di un amante.  Non ci vado con più di un amante perché non appena finisce il reciproco orgasmo, cessa immediatamente la con_fusione (sessuale e amicale) che l’ha permesso. Nella cessazione della con_fusione, ogni partecipante torna a vedere (con i filtri che aveva tolto) sia la deviazione propria, che la collettiva nel caso di gruppo: deviazione, generalmente gestibile se vissuta fra Finocchio e Amante perché senza testimoni, ma comunque pericolosa se vissuta fra chi può testimoniare, sia il fatto che dei comportamenti omosessuali, vuoi con il Pasolini, vuoi fra partecipanti. Proprio non riesco a credere a un Pasolini talmente ingenuo da non conoscere quello che fa conoscere una mera conoscenza di piazza; e, allora, perché ha affrontato quel rischio? Direi per una con_fusione di motivi. In quanto letterato, ad esempio, perché ha bisogno di vita per dire sulla vita. In quanto omosessuale vissuto perché la sua vitalità ha bisogno di storie non scontate. In quanto curioso e non tremula passera, perché ha voluto vedere dove andavano a parare i suoi borgatari; e se quello che ha visto gli ha fatto crollare ogni sua mitica idea sul Borgataro uomo e classe sociale? E, se si fosse incazzato al punto da sputargli addosso la sua delusione? Mettiti, adesso, nei panni di quel gruppo. Vedono che un Finocchio, (nessuno è un intellettuale quando cerca sesso) si permette di spogliarli di quello che eterosessualmente e umanamente si credono. Che dici, ti faresti una risata se fossi al loro posto? Dipende! Certamente si, se tu, (borgataro) ti fossi trovato ad aver a che fare con un effeminato. Certamente, no, se ti trovassi ad aver a che fare, non solo con un virile, (o viriloide) ma una volta tirate su le braghe, anche con soggetto che ti può sputtanare in più modi e mezzi. Giunto al punto, ritorno al maglione verde macchiato di sangue. Anche la possibile morte della speranza in Pasolini, ha reso possibile la morte di Pasolini. Tanto più se per quella ha potuto vedere quello che non c’era mai stato: la sua vita prima del suo sangue.

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E’ amore, Vitaliano?

Lui quarantenne. In attesa di divorzio è tornato da mammà. Terminato il lavoro allena una squadra di calcio maschile. Peste ti colga, Vitaliano, se solo osi pensare ad una qualche sensibilizzazione, verso (e/o in basso) a chi si fa la doccia dopo l’allenamento. Lei, transessuale. Ragionando da maschio, la dico femmina dalla punta dei capelli a quella delle scarpe. Si incontrano ed è tutto un falò, poi, “ho qualche problema, mia moglie ha preso un investigatore, vuole addossarmi la causa di divorzio, sono costretto a non vederti con la frequenza di prima, ti amo; poi, telefonatine e messaggini enigmatico – romantici. Questo, via, via distanziando, e stringi_stringi, tacendo. Ci resta male, lei, ma reagisce con classe: siamo grandi, que sera sera, “mandami tante rose ma non spinose”, e chiude la linea. Che ne pensi, Vitaliano? Mah, tesoro. I casi sono due, o lui si sta distanziando perché passata la scuffia sta riacquistando la sua vista (e tu, sei un’altra vista) oppure sta provando se la sua semina ha messo radici. Se gli fai capire che ha messo radici, prima o poi non mancherà di chiederti acqua. E, se non mi chiedesse acqua ma neanche si facesse rivedere? Mah! Direi, allora, che sta togliendo le sue radici dal tuo vaso. Ma dai, Vitaliano! Quarant’anni e ancora manca il coraggio di sé stessi! Capita mia cara, a quelli che, molto più probabilmente, vogliono navigare su mari senza rive.

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2) Quanto sa di sale…

Nella giornata di domenica 9 cm. la consegnataria si scusa per avermi portato del purè: è stato un disguido, mi dice. Che sarà mai, gli dico! Indovini cosa mi hanno portato di contorno, oggi? Mi hanno portato del purè. Ora, è lecito o non lecito chiedersi se quelli che preparano il confezionamento dei pasti ci sono o ci fanno, oppure devo tacere e buttare quello che mi fa male perché potrei essere diventato allergico al latte? Se già alla sera posso permettermi non più di un minestrone, cosa devo fare al mezzogiorno: mangiare meno o non dire la mia e/o per non “uscire dal seminato” come ebbe a dirmi l’assistente sociale, dimenticando che io non sono personale pubblico che non può uscire da prefissati protocolli? Se per caso non si è ancora capito, io sono un Beta dalla lengua scèta! Lei mi dirà ma è successo solo un’altra volta! Vero, ma chi mi garantisce che tacendo succederà di meno? E per quale motivo e/o noncuranza, e/o insufficienza dovrei tenermi i mal di testa che mi procura un dato cibo e che per scontati motivi devo pur mangiare? Non sono poche e certamente più gravi di un male di testa le situazioni dolenti che ci colpiscono, ma io non chiedo cure costose, e/o impegnative! Chiedo solo di piantarla di dovermi occupare di questioni risolvibili solo con un una riga di attenzione! Non chiedo niente di miracoloso! Chiedo solo quello che normalmente dovrebbero fare degli stipendiati, anche solo comunemente capaci. Non mi si venga a dire, infine, che è difficile gestire il personale, che se i soldati perdono la guerra la responsabilità è sempre dei generali.

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Chi ama chi?

Sostengo un’opinione su chi ama l’animale come fosse persona. Ricevo questo commento: “chi ama l’animale come fosse persona, forse, ama solo se stesso perché ama un concetto che è solo nella sua testa.” Subito dopo, quasi sbattendo la porta, un qualcosa mi esce dalla mente! E’ una domanda: e se anche noi, nell’altro/a, amassimo solo dei concetti che sono nella nostra testa? Cessata una passione, l’ho constatato vero tutte le volte.

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Come decidere sulla vita degli altri?

Stupendo incontro mi sono detto quando ho visto il dépliant di “Decidere per gli altri”. “Dibattito in equilibrio tra arte, filosofia, medicina, giurisprudenza, religione ed etica per una scelta consapevole”. Decido di andarci e ci vado. In sala ci sono già un centinaio di presenze: in maggioranza anziani mi è parso. Laici (credente cattolico secondo il Devoto – Oli) e cattolici a confronto, dice la signora Bozzeda. Fra gli uni e gli altri non vedo differenza di pensiero e di finalità, se non la talare con tutto quello che comporta la talare. Va bè! Nessuno è perfetto! Incontro multiculturale, leggo da qualche altra parte del dépliant. Multiculturale fra laici e cattolici, non è un po’ come dire multiculturale la differenza fra comunismo russo e comunismo satellitare il russo? Gli interventi sono premessi da un film che tratta di in risveglio da coma. Dibattito equo vorrebbe, un film dove non c’è nessun risveglio dal coma. Ipotesi non presa in considerazione, direi. L’incontro inizia alle 17. Leggo dei relatori dalle ore 18. La questione trattata dal professor Riccardo Pozzo in “lavorare in un comitato etico” è encomiabile, ma, di quale etica parlerà? Quella della scienza secondo coscienza di scienziato, o secondo quella di scienziato, ma anche cattolico? Le sarà chiaro in fine perché non rispondo a questa domanda. Il punto di vista medico “curare l’uomo, sempre. Umanesimo del vivere e del morire” viene trattato da Alfredo Anzani di stretta area cattolica. Dal mio punto di vista di cattolico eretico perché credo in un solo Dio e in nessun io, (professorato o no che sia quell’io) curare l’uomo sempre e in ogni caso è disumanesimo non, umanesimo. Ricordo l’Amato, che dall’ospedale di malattie infettive di Legnago avrebbe dovuto andare a Mantova in autoambulanza (o a Villafranca, non ricordo) per fare una gastroscopia. Una gastroscopia ad una persona di 49 chili a 29 anni, malato in Aids conclamato e pochi giorni prima di morire. Sarebbe questo il bell’esempio del curare sempre perché umanesimo del vivere e del morire? A mio vedere, l’umanesimo è detto dal Cireneo: simbolo della compassione di chi rialza l’umanità caduta sotto i mali del vivere, non, il simbolo di chi cura il caduto così che possa soffrire più a lungo ma curato. Comunque la si pensi, “quel curare sempre” rivela inequivocabilmente quanto, sul fine vita, sia già stato deciso da tutti fuorché deciso dagli interessati. A che è servito, allora, quell’incontro? Per me, è servito a farmi vedere la sede: molto bella. Il tema del monsignore che viene dopo del professore è “Libertà morale nella cura di sé e degli altri”. Dopo il tema del professore, e il millenario tema della cattolicità, quale altra libertà può sostenere il monsignore se non quella pro domo sua? Le implicazioni giuridiche sono trattate da un professore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e della Pontificia università lateranense. Può sostenere un etica contraria all’area di fede propria questo professore? Direi proprio di no. Anche questo, allora, ha già deciso per gli altri che non la pensano secondo cattolicità pur non pensando secondo ciò che l’avversa: mi riferisco cioè, a tutti i non aderenti alle “piantagioni del potere”: principato e religione secondo la mai dimenticata prolusione, e il mai dimenticato Padre Aldo Bergamaschi Ordinario di Scienza dell’Educazione dell’Università di Verona di qualche anno fa; prolusione che pronunciò davanti a dei disagiati impresari di quelle piantagioni, subito prima di tornare in convento. Non si è mai saputo se l’abbia deciso lui, o, se anche in questo caso, sia stato deciso da altri. Preso atto del programma e della banalità del bene così chiaramente indicato dalle figure dei relatori oltre che dai temi, non mi è restato che tornare a casa. A maggior ragione, quando, nel programma, sono arrivato a leggere il tempo a disposizione per il cosiddetto dibattito dei relatori con il pubblico: 20 minuti. Cosa sono 20 minuti in un programma del genere, se non le perline di Colombo?

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Ho chiamato i Pompieri

Devo essermi alzato un po’ rincoglionito perché ho perso le chiavi di casa. Vallo a trovare un fabbro di sabato! Ci provo lo stesso. Ne chiamo due. Rispondono le segreterie. Non sapendo da che parte girarmi chiamo i Pompieri! Assuefatto al generale distacco umano che si trova andando per uffici e/o servizi pubblici mi aspettavo niente di diverso, invece, già al centralino, ho trovato premura capacità, cortesia. Così, nel giro di quanto è stato possibile per precedenti impegni mi sono trovato sotto casa una equipe di operatori che stava pensando di aver finito il turno di lavoro. Per fargliela breve, sono stati più veloci a provvedere, loro, che io a trovar le chiavi di riserva una volta entrato nell’abitazione. Ovviamente, ho chiesto al Capo squadra quanto dovevo. Mi ha risposto: nulla, grazie, buon Natale. Non è facile lasciarmi senza parole. Loro ci sono riusciti. Risulterà meglio a lei che a me, che l’Italia sta affondando in un mare di grigiume. Trovare, invece, delle aree di servizio sociale ancora felici, (come questo gruppo di lavoro) è sprazzo di speranza che andrebbe testimoniato pubblicamente. Nel salutarla, (e nel ringraziarla per quanto le sarà  possibile fare) rinnovo la mia riconoscenza a quella Squadra. Non conosco i nomi dei componenti, ma pare che non importi perché il centralinista della Caserma m’ha confermato che il grazie diretto ad una è  diretto a tutte le Squadre. Si sentono un Corpo, loro.

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I pericoli del Blog

A proposito del mio post – “I pericoli del Blog” (faccenda da Blogs.it) Michele mi manda un commento. Data l’importanza del problema, ne faccio un post. Michele mi dice:

“In effetti, ora che ci penso, in questa comunità’ di blogger ci sono numerosi e numerose minorenni, e spesso ci dimentichiamo che – pur in nostra buona fede, e con tutte le buone intenzioni di non nuocere a nessuno – il nostro dialogare con loro è fonte di legittima preoccupazione per i loro tutori. Non ci siamo mai dati un codice etico comportamentale finora solo perché abbiamo la presunzione di apparire (oltre che essere) innocui ed inoffensivi. Una cosa tutt’altro che scontata, per chi non ci conosce di persona. Come ci dobbiamo comportare?

Mentre mi occupavo direttamente di Tossicodipendenze ho avuto a che fare con minorenni, e già che c’ero, con maggiorenni minorenni. Indipendentemente dalla categoria in rapporto con me, sono sempre andato giù molto piatto! Non c’era aspetto della mia identità e della mia vita che quelle persone non conoscessero. Ulteriormente, badavo bene di non rapportarmi da solo con minorenni. Non che a loro gliene fregasse alcunché, (avevano ben altro per la testa che il sesso), ma, siccome potevo essere in più modi o valenze ricattato: la cautela era d’obbligo! Come hai letto, anche con quel ragazzo sono andato “so’ de brenton” come dicono qua a Verona, cioè, patti chiari e amicizia lunga! Hai letto anche che per il proseguimento del rapporto via Blog, la condizione era che avvisasse i famigliari! Ho agito così, anche perché, per quello che sono in grado di verificare) il ragazzo, poteva essere di tutto fuorché quello che diceva di essere. Poteva anche essere una vecchia carampana, come anche un civetta per pedofili! Sintetizzando: la luce allontana i lupi, e dai lupi, vuoi gli agnelli incauti, vuoi quelli con denti non per erbivori! Altri sistemi non vedo.

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Discorsi sottosopra

Cosa accende l’ira funesta dei pallidi Achille di oggi?

Mentre tornavo a casa con l’intento di rispondere alla domanda, alla mente mi è tornata l’affermazione detta da una presenza durante una seduta medianica: gli antichi erano più saggi. Avendo l’ira come soggetto del discorso, ad antica ira sono tornato, trovandola come tutti sappiamo nell’Iliade (avevo scritto Eneide! Per fortuna c’è la Wiki!) dove si racconta il dissidio fra Agamennone e Achille. Per quanto intendo sostenere, riservo a Briseide la funzione di strumento del fato. Agamennone: sovrano, quindi principio di ogni principio, quindi, padre di ogni cosa, legge, o forza che si principia dalla sua volontà. Di Achille, invece, possiamo dire che, sovranità a parte, è immagine a somiglianza di Agamennone in quanto, degli attributi di potere del sovrano, ne possiede solo la valenza soggettiva, quindi, suddita rispetto a quella di Agamennone che è di ordine sociale. Nel pieno possesso dei suoi diritti di sovrano, Agamennone si prende Briseide. Non mi sta per niente bene, dice l’Achille, e ti combina il casino che sappiamo. Lo fece per mera gelosia? No, direi proprio di no. Lo fece invece, perché non accettò di essere (sia agli occhi di Agamennone, che a quelli di Briside, che ai suoi) il defenestrato sovrano dei suoi principi e di quanto ne deriva. Pare che Achille fosse guerriero sufficiente ad uccidere Agamennone. Non lo fece perché regicidio; non tanto dell’uomo, ma del ben più importante titolo che ha investito l’uomo: la sovranità. Ad attentare la sovranità dell’uomo, si può dire che iniziò Santippe battibeccando con Socrate. Con Santippe e Socrate, allora, di può dire che iniziò l’era della sovranità dalla ragione variabile, nel senso di ora di uno/a, ora dell’altro/a fra gli aderenti al contratto matrimoniale. Il che, in genere, succede anche fra i Socrate e le Santippe di oggi con passabile percentuale di riuscite visto che la strage generale fra coniugi non è ancora successa. Al più, vi è strage di sentimenti, di stima, di motivazioni, ecc, ecc. Vista la paritaria sovranità nel regno casalingo – legale del re e della regina, perché, il re sovrano giunge ad uccidere la sua sovrana? A domanda mi rispondo: perché la sovrana, sempre a mio vedere, si riappropria della sovranità di sé, e rifiutandosi di rimetterla in comune, opera un colpo di stato (nei caso di assolutismo da parte del maschio) o un colpo (più o meno basso) allo stato dell’uomo nel caso in cui il maschio sia tendenzialmente dialettico con la controparte. A proposito di colpi allo stato, i matrimoni sono pieni di ecchimosi. A proposito di colpi di stato, il matrimonio sta diventando un pre cimitero. Il guaio è, che l’era della sovranità della ragione variabile, è cintata dalla formula: sino a che morte non vi separi. La formula poteva ben reggersi quando la religione ed il principato possedevano l’animo del cittadino_pecorella pressoché totalmente. Che lo vogliano o no, che lo dimostrino o no, non è più così. Ora, anche il principato e la religione sono parte del giro: di fatto quando non de iure. La rigidità della formula è dovuta alla mancanza di chiare e legittimate valvole di sfogo. Non è che non esistono; è che per goderle bisogna uscire dal seminato matrimoniale e/o sociale. A chi non lo fa, scoppia la mente come scoppia la pentola a pressione quando ha la valvola bloccata. Possibile, c’è di che chiedersi, che con le costosissime possibilità di separazione previste dal principato e mugugnando accettate dalla religione, il sovrano debba arrivare all’estrema difesa della sua condizione di principe e di principio di vita uccidendo la donna? Si, direi che è possibile perché se esistono degli Ulisse, (conta balle ma gravitante con la vita e nella vita nella donna) anche vi sono degli Achille: maschi forti, ma con l’ego nei muscoli, e nel cervello. Di quelli  l’elementare algebra: quello che sono è perché tu sei, quindi, non posso accettare che tu non ci sia, perché dovrei accettare che io non sono. Si, va bé, ma, il cuore, Vitaliano, dove lo metti il cuore? Ho scritto ancora diverso tempo fa, della preoccupazione che mi colpiva ogni volta vedevo amanti in età da terza media. A questi amanti, chi insegna che il piacere sessuale non dura sino a che morte li separi. Non dura neanche nei grandi amanti, quelli cioè, che, dallo scantinato dove sta la passione, sono riusciti a farla salire ai piani alti della casa! L’idea che possa succedere a tredici anni è semplicemente ridicola. Ora, se questi amanti da terza media consumano precocemente il piacere, che gli resterà a venti, trenta, quaranta e via enumerando? Gli resterà, o la nullificazione del piacere, oppure, la ricerca di un rinnovato piacere nella rinnovante ricerca di altri e/o altre partner. Nella ricerca appena detta e attuata per consunzione del piacere, quanto, i collegati nella ricerca si considereranno persone  visto che una persona amante può dirsi tale se ambedue le parti collocano della fiducia (se non proprio della fede) nel genere di rapporto che stanno erigendo? Se questo non c’è, ambedue gli amanti non possono non diventare una sorta di oggetti a reciproca disposizione, e quindi, cose. Ci si può domandare, allora, l’uomo che uccide, cosa cassa dal regno delle sue ragioni? Una regina? Una femmina? Una donna? Una cosa? L’insieme delle cose? Visto l’aumento degli omicidi, sono propenso a credere che il maschio offeso nella sua regalità uccida, benché considerata sua, una cosa. Nessun maschio e uomo ucciderebbe la Persona sua, così come Achille non uccise Agamennone perché principio sovrano.

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Ritorni e manette: nella prassi.

Cortese signore: a proposito della prassi di ammanettare e imbavagliare gli emigranti che tornano a casa (dati i mezzi forzosi, ne arguisco non volontariamente) vorrei dirle “dell’amore e di altri demoni” che stanno occupando sia la cultura occidentale che quella islamica. Sia dell’una che dell’altra, le dirò quello che conosco per cognizione di causa, la mia, non, perché sentina di tutte le nequizie (o quanto meno, non solo) ma perché, non essendo più in grado di reggere i costi della vita con qualità, tendiamo a gettare i pesi fuori bordo. E’ stato così anche nel mio privato. Da stipendiato, prima potevo ascoltare il cuore. Da pensionato con la minima, prima devo ascoltare il portafoglio. Per questo motivo non ho potuto non allontanare dalla mia vita il nordafricano che mi girava per casa da circa un ventennio. L’avevo conosciuto da sfrattato per morosità in affitto: l’ho accolto. Gli ho trovato casa e lavoro. L’ho curato quando stava male fisicamente. Assorbendo i suoi malesseri gli ho smacchiato la mente da un odio verso l’America che lo faceva delirare. Non era d’animo cattivo ed era intelligente per quanto sopraffatto da stupidaggini. Manteneva il senso dell’onestà anche quando deviava nella furbizia. Era un affamato di giustizia ma preferiva la vendetta perché d’impaziente attesa. Certamente paranoico. Succede quando un’umanità viene derubata dalla sua fiducia nella vita, come succede che a sua volta il derubato derubi: sino a che non c’è più nulla da derubare, vuoi dal derubante come al derubato che deruberà. Cosa orrenda la paranoia da morte della fiducia, perché dice morte anche nella speranza. Era certamente alcolizzato; tanto da essere, prevalentemente albergato nei suoi deliri e per quella causa, sotto gli alberi. Giunto ai cinquant’anni, si è domandato cosa ancora ci faceva, qui. Due le risposte: lasciarsi vivere così, o rientrare al paese. Durante il periodo di un mio volontariato, un tunisino in età che ho convinto al rientro mi aveva parlato del Nirva: Organizzazione europea per il rientro assistito. Siccome la persona presso di me se ne voleva andare quanto prima (a mio avviso, fuggire dal sé di qui, quanto prima) il Nirva di Verona che ho contattato mi ha messo in contatto con il Nirva di Roma. Fatte le dovute pratiche, dopo una decina di giorni è partito; è partito, anzi, un giorno prima perché abbiamo fatto confusione con le date. Poco male: l’avevano collocato in albergo. A proposito del Nirva, non le dico nulla che già non sappiano gli interessati, generalmente molto ben informati su quanto le leggi italiane possono favorirli. Deputate a tanto, suppongo le moschee; le quali moschee, assistono quelli che vanno a pregare ma indirizzano altrove gli altri: alcolizzati, droganti_drogati, barboni, e persi di tutti i genere, e di tutte le abitudini. Di tanta opera verso quella persona cosa mi è rimasto? Per dire che non mi è rimasto nulla, e per non dire che ho buttato più di vent’anni della mia vita devo dirmi che il mio compito è stato nella semina, non, nel raccolto. Si, ma se la semina non ha fruttato che fallimento, quale la causa? Del cattivo seme, o del cattivo terreno? Alla stregua: se la semina della cultura occidentale nel mondo non occidentale non ha fruttato che fallimento, quale la causa? Del cattivo seme, o del cattivo terreno, o, come l’opposto, di un seme non adatto al terreno? Tornando al nordafricano imbavagliato e ammanettato di cosa è effettivo segno di fallimento umano e sociale? Del nostro? Di quello a emigrazione nordafricana? Di ambedue le civiltà? Di sé? Il poliziotto che ha legato e imbavagliato l’emigrante l’ha detta prassi. Ora, è prassi anche per chi se ne torna a casa, tranquillo pur avendo di fronte ben poche aspettative, o è prassi solamente per quelli che, obbligati a tornare a casa, fanno gli agitati giusto per bloccare il volo? Ad ogni rimpatrio assistito il Nirva concede 400 euro subito, e 1000 al paese. Non solo: a fronte di un serio e provato progetto di lavoro, il Nirva concede il necessario finanziamento. Questo ultimo, a rientro avvenuto. Non so in quali momenti il Nirva consegni i 400 euro. Se prima dell’imbarco si può anche pensare che il fine dell’agitazione sia bloccare il rientro perché lo scopo consisteva nell’intascare i soldi e basta?! Pensiero fortemente paranoico, mi dirà, signor Direttore. Vero, “dell’amore e di altri demoni” mi difendo sempre malamente. Non per ultimo, anche dalla capacità di scrivere non più di trenta righe.

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Fatti dire dal pensionato

Pubblicata sul giornale l’Arena il 17 Novembre. Non ricordo in che anno.

Ho letto, signor Direttore che ogni anno in Italia ci sono 100 mila nuovi diabetici con una spesa per il sistema sanitario che si aggira sui 300 milioni. I nuovi ammalati, però, potrebbero essere anche molti di più perché ci sono diabetici che sono fuori statistica perché non sanno di esserlo. Tenendo conto della possibilità, allora, anche le spese dette dalla notizia sono decisamente fuori statistica. Mi sono scoperto diabetico l’estate scorsa. Ero arrivato a più di trecento di glicemia, ma, non perché il mio diabete fosse asintomatico come ebbe a dire il medico delle analisi, ma perché, nulla sapendo circa i sintomi di quella malattia, pensavo ruggine da età i vari malesseri e le stanchezze che provavo. Dall’accertamento particolarmente grave, sono passato all’ottimale situazione accertata nell’ambulatorio mobile in sosta, domenica scorsa, in piazza Bra. Il risultato dell’analisi ha dato 75 di glicemia. Più che ottimo, ma non per questo guarito, perché una volta preso il diabete uno se lo tiene. Ho raggiunto l’eccellente risultato, eliminando tutti gli zuccheri più evidenti (dolci, bibite, le tremende brioche, ecc); eliminando ogni quantità d’alcol; diventando un accanito lettore di etichette. Leggendole, ho scoperto che la questione delle polveri sottili fa ridere rispetto allo zucchero naturale, e/o artificiale, (e/o più o meno chimicamente detto in modo comprensibile) che ci mettono nell’alimenti per conservarli. Ne mettono anche nel pane! Ho dovuto smettere di mangiarlo. Oltre che un generale rigonfiamento alle gambe, alle mani, e ad una subitanea maggiorazioni di peso, mi dava dei notevoli mali di testa. Ho dovuto eliminare anche il pane integrale: quello detto senza zucchero (e sarà anche vero) ma che di zuccheri ha pieni i semi usati. Avevo preso una tisana come coadiuvante della digestione. Conteneva semi di finocchio e non mi ricordo l’altra cosa perché ho buttato via tutto! A berla, un mal di testa da pronto soccorso! Giusto per fargliela breve, ho trovato zucchero anche nelle scatole di borlotti lessati di una certa marca. M’ha fatto ridere da matti quello zucchero! L’etichetta lo dichiarava invertito! Non gli mancava che quello! Vista la situazione non si può non considerare che, sia le persone che il sistema sanitario nazionale, sono sotto tiro di un vero e proprio fuoco amico! Mi rendo anche ben conto, che una conservazione dei cibi con diverso conservante sia più onerosa, sia per l’acquirente finale che per la produzione industriale, o al caso, diversamente ammalante. Non ci si scappa, signor Direttore, di qualcosa bisogna pur morire, ma, qui si rischia di non capire più se ha istinto suicidario chi mangia zuccheri perché non ne può proprio fare a meno, oppure, se abbia istinto nolentemente omicida, l’industria che pur sapendo la situazione è pressoché silente nell’ovviare il problema. Al caso, è anche criptica e/o deviante quando si tratta di avvisare! Le etichette dei valori energetici e la presenza di zuccheri, infatti, sono in posti diversi della confezione. Durante i periodi di astinenza, mi sono fatto sedurre dai dolci cosiddetti senza zuccherò! Saranno anche senza zucchero ma non sono esenti da zuccheri, infatti, dei mal di testa dell’accidenti! Conversando con i presenti nell’ambulatorio mobile, dicevo che si può cercar di venire a capo della situazione solamente attuando, anche per gli alimenti, la campagna di efficace terrore che è stata attuata per il tabagismo. Per quel provvedimento, per legge farei scrivere su tutte le confezioni che contengono zuccheri di qualsiasi forma chimica questo avvertimento da scrivere ben in grande sulla confezione: nuoce alla salute del diabetico! Fra altre cose, il diabete altera anche la vista. Non per ultimo, coinvolgerei i Centri alle Dipendenze, perché il diabete crea dipendenza fisica, mentre il piacere della cosa dolce crea quella psicologica. Liberarmi dalla voglia di sigaretta, signor Direttore, è stato niente rispetto a quello che ho patito per liberarmi dalla voglia di torte! Con una sorta di intervento sulla falsariga degli Alcolisti Anonimi, ci sarei riuscito prima e con minor pena, molto probabilmente. Con i miei più cordiali saluti.

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Rex Pubblica

Mio caro: se c’è una cosa che non fai in alcun modo, è quello di farmi incazzare. Ti sai esprimere benissimo. Posso essere d’accordo o non d’accordo, ma ti ascolto sempre molto volentieri. Punto! Dopo di che, c’è sempre difetto di mezzo quando non si collega passione e ragione. La politica è governo della Rex pubblica (non una fede comunque religiosa) e quindi, punti di vista sul governare che bisogna mediare! Certo! Nella mediazione, un’idea, raramente rimane come la propone l’ideatore. Comunque avvenga, l’importante è che non venga stravolta! Chi l’interpreta la politica come una fede, ha bisogni che vanno oltre, e che si radicano dentro un esistere che ha bisogno di nemici per esistere! La politica, è cura della rex pubblica, non una cura psicologica, o psichiatrica nei casi più gravi di fideismo.

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Sia ben chiaro

Non ho nulla contro la norma, tutt’al più, contro le nefandezze nella normalizzazione. Per nefandezze, intendo le coercizioni che permettono si, la formazione del cittadino, ma a scapito dell’individualità. Di quelle nefandezze ne ho subito così tante, da urlare per anni. Da chi è intento ad urlare di dolore non si può certo pretendere capacità di delucidazione. Per avere quella, bisogna che il dolore passi, ma, passerà quel dolore? Temo di no. Come la “scimmia del “tossico” grava la sua spalla, così, il dolore di chi non è convenzionale, graverà sempre la sua vita. Lo prova questa lettera. E’ così piena della mia sofferenza che faccio molta fatica a riprenderla. Dal momento che la notte porta consiglio, ci riproverò domani.

Nel processo a carico degli autori dei fatti successi a Montecchia di Crosara, (aiutato da due amici, un figlio ha ucciso i genitori), il professor Andreoli, (psichiatra), dice che fu “un delitto della norma”. Anche secondo me la norma uccide. Soprattutto la nostra normalità. Da quell’originale delitto, (vittime ma a nostra volta carnefici), si dipana un’infernale girone, che la norma non può che normalizzare, (curando o reprimendo), pena la sua estinzione. La norma sociale è, (dovrebbe essere), l’equilibrato amalgama di un insieme di relazioni fra individualità è società. Se le relazioni che provengono dalla società, bacano l’individualità, allora, quella normalizzazione è lesiva. La risposta del leso che non sa o non può assorbire le ecchimosi da errata normalizzazione, non può che essere difensiva. Tale difesa può giungere al punto da essere offesa. Vi sono difese che il sociale accetta e promuove, (pane et circensi vari), perché, non solo non gli sono offesa, ma sono anche medicina per l’offeso che si difende da una estranea normalizzazione. Vi sono difese che la Norma combatte per un eccesso di difesa dell’offeso. Per eccesso di difesa intendo tutti gli atti che, in vario modo e gravità, minano l’altrui umanità, e/o il suo bisogno di collegialità. Non mi interessa sapere se è nato prima l’uovo, (il cittadino), o la gallina, (la società), ma solo affermare che a formare il pulcino è la gallina. Escludendo i casi variamente patologici, (nel senso lato del termine), da ciò ne deriva, che l’errata normalizzazione non è colpa dell’individualità del cittadino ma della norma sociale. La norma non accetta questa responsabilità se non concedendo, (e concedendosi), delle attenuanti generiche: attenuanti che applica, quando le difese del normalizzato offeso, oltrepassano i limiti detti dall’integrità altrui. Con questo, non è che la norma non tenti di provvedere ai mali che procura, è che giudicando l’altro ma non sé, si spersonalizza da ciò che fa. Si può dire per questo, che il più miserabile dei delitti, la norma lo compie su sé stessa quando si vieta la carità di tornare sui suoi passi, cioè, di non tornare quello che è stata al principio: voce dell’Umanità, non, voce “dell’umano” potere.

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Condanne


Si può essere condannati ad amare? Sino a quando ti liberano perché uccidono la tua speranza, sì.

Fra calamità e calamite

“Perché poi gli umani tendano al paradiso ma sono attratti dall’inferno è altra questione da approfondire…”


C’è “un centro di gravità permanente”, nel nostro animo. E c’è chi lo identifica nelle infinite forme del male: per me, dolore naturale e spirituale da errore culturale. Con l’affermazione, mi riallaccio all’Inferno come zona di non conoscenza. Di per sé, la non conoscenza non è un male: male, è voler restare, non conoscenti. Si può, voler restare non conoscenti? Direi di sì. Basta escludere dall’io, tutto quello che lo porta a comprendere la ragione altrui. Basta eleggerlo, cioè, a primario principio, oltre che della vita propria, anche di quella altra; egocentrica elezione, questa, tipica dello stato infantile della vita. Attratti dall’inferno, quindi, perché attratti da un “centro di gravità permanente”, quale può essere l’egocentrismo? E, perché mai sarebbe infernale, l’egocentrismo? Lo è, a mio avviso, perché, l’egocentrico, riducendo tutto a proprio servizio, riduce la ragione della vita altrui, sottomettendone la volontà. Il che, oltre che dello stato infantile della vita, è anche tipico del potere, e della manifestazione dei potenti. Se il potere e la manifestazione dei potenti è tipica dell’egocentrismo, e se l’egocentrismo è tipico dello stato infantile della vita, allora, si può dire che ogni potere, e potente, è infantile. Al punto, gli umani sono attratti dall’inferno, o attratti da quel periodo della vita, nel quale, tutto gravita attorno a noi? Guarda un po’ a dove sono andato a finire. Egocentrismo e fame di potere, motivati da una nostalgia di culla. Infernale, questa nostalgia? Direi di sì. Egocentrismo e fame di potere, infatti, fissando l’identità all’interno di quei principi, fissano anche ogni altro atto della conoscenza. Nella fissazione di ogni altro atto della conoscenza, si instaura quell’inferno che è la distanza dalla verità: propria, altra, e superiore. Dopo sta pizza da voltar via con la testa ci vuole proprio un caffè! Quanto zucchero?

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Fra capra e cavoli

“Pio XII complice dei nazisti o salvatore di migliaia di ebrei?”


Per come la vedo, Pacelli ha tentato di salvare i Capri e nel contempo i Cavoli. Non essendoci eroicamente riuscito, ha perso sia la stima dei Capri che quella dei Cavoli. Il resto è storia.

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Guerra e Pace: scelte di spirito.

L’enfasi (per non dire esaltazione) con la quale chiedevi giustizia a Titti per dei fatti che, per quanto spiacevoli, perlomeno meritano l’attenuante dell’inesperienza in chi li ha compiuti, mi ha fortemente preoccupato. Lo ha fatto al punto da sentire (della serie quando niente e spero quando non troppo) di doverti scrivere. La Vita, ci comunica la Sua verità facendola sentire alla nostra Natura (e, dunque, capire alla nostra Cultura) come pace. Lo può, perché, “pace”, è cessazione di ogni dissidio. Dove cessa ogni dissidio subentra il silenzio. In qualsiasi contingenza, dunque, ancora prima di appurare dove o chi ha una data verità, dovremmo ascoltare i nostri stati d’animo. Se con noi stessi e con altri siamo in dissidio, comunque può essere che ci sia della verità in un dato atto e/o nella nostra vita ma, non essendoci pace, certamente non c’è la verità della Vita. Il problema “verità”, pertanto, si pone in questi termini. Se vogliamo vedere confermata la verità della Vita (l’Universale) non possiamo non abbandonare tutto ciò che ci pone in dissidio. Diversamente, se vogliamo perseguire le nostra verità (la Particolare) allora, non possiamo che sorbirci i corrispondenti conflitti. Al punto, più di una qualsiasi assemblea associativa, direi che il dolore (male naturale da errore culturale e spirituale) dato dai conflitti, può essere la cartina di tornasole che rivela l’errore. Ammesso l’errore in questione, è legittimo risolverlo attraverso altri conflitti o è legittimo assorbirlo tacitandolo con la pace? A te ogni scelta.

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Non credo proprio!

“Polvere siamo e polvere torneremo” è un noto memento. In genere è citato dai convinti per fede  Secondo la mia fede nella vita, invece, l’affermazione dice solo la pessimistica “umiltà” di chi abbassa la propria vita giusto per sentirsi legittimato ad abbassare quella altrui. Ben diversamente: vita siamo e vita torneremo. Chi pensa di essere della giustificabile polvere se ne faccia una ragione.

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Fra uomini e donne: a voi studio.

Per non si sa quanto tempo abbiamo discusso su che cos’è norma senza arrivare ad una conclusiva affermazione. Norma, per come la vedono il Principato e la Religione è piena corrispondenza a delle prefissate regole. La dove non è possibile viverla pienamente, la si recita: è umano! Le regole imposte dai due capisaldi della società, non per questo sono giuste, o nei miglior casi, non completamente giuste (o quanto meno non bastanti) per formare l’umanità personale del dato cittadino da normalizzare. Alla luce di quanto generalmente avviene, il Cittadino, non può non essere che il deformato piede da scarpe che ne bloccano lo sviluppo. Prendo l’esempio esempio dalla cultura cinese dell’epoca Che Fu. Consenzienti nolenti o volenti, l’arresto dello sviluppo ha bloccato l’animo femminile ma non di meno il maschile, anche se questi si è curato dalla paralisi con massicce dosi di quel ricostituente che conosciamo come potere. A dosi molto più annacquate è stato cura anche per l’animo femminile. A dargli dosi di potere ancora più blande, invece, è stato il principato religioso. A dosi molto più annacquate, anche l’animo maschile dei poco potere è stato curato promettendo consolazioni in due prevalenti settori: in quello ulteriore e sulla vita della donna. Per confermare dei primi, infatti, non si può non confermare dei secondi; e chi, meglio di identità fisicamente deboli, o per natura, o tale rese per imposta cultura? Principato e Religione potevano agire diversamente? Dipende! Per formare una società di Cittadini, certamente no. Per formare una società di vita, certamente si. Possiamo dunque, considerarli colpevoli di offesa contro l’Umanità sia il Principato che la Religione quando diventato soverchiante potere? Mah! Della saggezza del di poi sono piene le fosse, dice giustamente un proverbio, e quel che giusto ora sino ad affermata banalità, è pur sempre la somma esperienziale ricavata dalla riparazione di errori e dolori secolari. Prima o poi, però, bisognerà pur ritrovare il punto! Da qualche tempo lo sta ritrovando la donna. Da qualche tempo lo sta perdendo l’uomo.

La Donna lo sta ritrovando con potenza, ma, occorre ammetterlo anche con prepotenza: docet l’uomo. Se è il calcare che cerco, non occorre studiare un monte: basta studiare un sasso. Ambedue, infatti, sono portatori della stessa principiante sostanza: il calcare. Dalla considerazione, un banalissimo caso. Quando passo da una parte all’altra della strada mi metto all’inizio delle strisce e aspetto che si fermi il mezzo che giunge. Ebbene, si fermano maggiormente i mezzi guidati da uomini più che quelli guidati da donne. Da parte della donna, ci vedo in questo una sorta di rivalsa da nonnismo! Quello in cui la recluta che è stata e che ha subito, si rifà sul nonno che per prossimo congedo non starà più con il potere di prima. Oltre a questo esempio, lo vedo anche nella più confermata solidarietà fra donne solo culturale il più delle volte. Solidarietà però, che soffre di un deleterio effetto collaterale, perché, a mio sentire, diventa ostilizzante barriera per la solidarietà che la donna non può non continuare a sentire verso anche verso l’uomo: pena, se rinuncia a sentirla, in una chiusura da fortino in un deserto dei tartari, dove, fra l’aspettato e chi aspetta vi è una desolante area di inutilitudine, che sta come corpo morto sta. Sulla cultura maschile e femminile della vita (cultura in evoluzione per liberazione da schemi da una parte, e di elaborazione di nuovi schemi dall’altra) ci pensa poi la Natura a rendere un’unica carne i due soggetti in discorso. E’ un’unione che può originare la vitalità di altra vita, come confermare la vitalità della presente dei soggetti in unione. La dove non procurano errore e dolore, ambedue le motivazioni sono un bene, a mio avviso. Ritrovare il comune senso, però, può essere l’impegno che supera delle negazioni del sé maschile o femminile come sinora è successo. Ritrovarlo, è continuare a cercarlo per intenti da raggiunta corrispondenza, ma anche questo è sempre successo almeno in generale pratica.

Due, sono i modi per raggiungere un piena corrispondenza di intenti di vita:

  • raggiungerli attraverso la comune Cittadinanza;
  • raggiungerli attraverso la scoperta di sé.

Nel primo caso, non conta che sia anche ipocrita: conta che sia collettivamente fortificata da una generale condivisione.Nel secondo caso, conta la capacità di spogliarsi dell’identità convenzionale, e la capacità di rivestirsi della propria. Poco o tanto, bene o male, anche questo succede già. Dove c’è dissidio fra i due stati del vivere, cosa ci sta indicando la vita, per farli cessare? A mio avviso, ci sta dicendo che su base culturale non sempre è possibile rendere un’unica carne le due unità, e che ogni forzatura nella ricerca di unione potrebbe essere vissuto dalle due unità come un ergastolo dal quale si potrebbe voler evadere costi quello che costi! Il cosiddetto femminicidio (come se con femminicidio si intendesse uccisa la femmina ma risparmiata la donna!) è il supremo fra i costi! Maggior costo nell’uomo, è sentirsi inservibile: vuoi per la femmina, vuoi per la donna, vuoi per la vita. Inservibile, non nel significato di logorato dall’uso, bensì, inservibile perché non a servizio: vuoi della femmina, vuoi della donna, vuoi della vita, e quindi, anche a sé stesso. Che la donna debba continuare a far sentire compiuto il senso di servizio verso l’uomo, verso la vita e, quindi, verso sé stessa, volere o volare implica una buona dose di abnegazione.

Nei casi più pesanti, un continuo dolore esistenziale e non di meno fisico. Implica anche, un raggiunto senso di vivere nei casi meno pesanti come nei più felici. Certamente non è l’unico senso della donna, quello di abnegarsi nei confronti dell’uomo. C’è anche quello di sapersi e/o volersi abnegare nei confronti della vita; ed è il caso di donne che trovano la loro ragione di essere nel porsi a servizio della vita (come della propria), vuoi in senso religioso, vuoi in senso sociale_politico, vuoi nei sensi che sceglie, e quindi, anche di sé stesse. L’importante, (vero, Luisa :)) è non mescolare scarpe con zoccoli! Cosa che invece succede, ogni qual volta, donne o uomini che trovano il loro senso di nel porsi a servizio della vita, (come della propria) si vedono costretti a normalizzarsi come Cittadini perché da molte pressioni indotti a negarsi come sé stessi! A questo proposito, quanto e/o come provvedono il Principato e la Religione? Al momento, direi con soli placebo. Di fatto, ambedue i poteri hanno bisogno che il Cittadino sia un eguale tot di lunghezza, di larghezza, e di altezza! Nessun genere di potere potrebbe potrebbe costituirsi solida piramide ergendosi con mattoni di diseguale misura e/o materia! Nel non aprioristicamente risolvere i conflitti che a loro servizio il Principato e la Religione hanno creato fra l’uomo e la donna, ci vedo l’irrisolvibilità del problema. A meno che non si muti il Principato per raggiunta mutazione della società. A meno che non si muti la Religione per raggiunta mutazione del suo pensiero. Se mai avverrà ci vorranno secoli, pertanto, passo e chiudo. A voi studio.

VERSO LA VITA E ALTRE STORIE

Edipo ha molti padri

Freud (rifacendosi alla tragedia di Edipo) dice che il figlio supera la figura del genitore se lo “uccide”. C’è del vero in quanto dice, tuttavia, è un vero fortemente superato. La società non è più il compiuto Genitore che fa compiuti genitori che fanno compiuto il Genitore. La Società, oggi, è un’Idra dalle molte teste: tutte referenti all’unica, e tutte delegate ad essere la sua, ma nessuna responsabile del Tutto. Ciò che è diventato lo Stato genitore, è diventato anche lo stato dei genitori. Anche i genitori, infatti, a livello educativo sono diventati la testa formata da tante teste. In vero è sempre stato così, ma i referenti dell’Idra dedita alla pedagogia sociale (sia pure ai tempi di Berta filava) erano numericamente inferiori. Non solo, di più ferma (certa e/o potente) identità personale e sociale. Per quanto penso, il figlio che oggi deve giungere ad uccidere il suo prevalente educatore (commistione fra padre, madre, parenti, società, norme, usi, insegnanti di tutti i generi, ecc, ecc) come fa a identificare il prevalente Laio da superare? Non potendolo fare perché non è più possibile farlo, il crescente di oggi rivolge la difesa contro sé stesso accecando la crescita.

VERSO LA VITA E ALTRE STORIE

I Falchi della Notte

Visto che Carabinieri e Polizia nulla sanno sull’esistenza dei Falchi della Notte, lo chiedo a lei, signor Direttore. I visti da me, (due uomini ed una donna dai 40 ai 50, direi) erano vestiti con una divisa che avrei detto simil nazi se non fosse stata ingentilita da una camicia azzurro aviazione. Erano in possesso di grosse torce e di radio. Scesero da una utilitaria giapponese: non molto marziale, devo dire. D’altra parte, pur con tutta la volontà di sembrarlo, a mio giudizio, non lo erano neanche i Falchi in questione. Comunque sia mi hanno salutato ed io ho risposto. Se dovessero chiedermi i documenti, (mi sono detto) sono tenuto a darli a gente che tutto pare fuorché autorizzata a chiederli? Non me li hanno chiesti e sono saliti nel parco. Dopo un qualche tempo, contemporaneamente a loro ho visto scendere una quaterna di abbandonati che dormivano sulle panchine; o sul prato non ho avuto modo di accertare. Al centralinista dei Carabinieri che ho chiamato, dico: ma come? Non avete soldi per comperare benzina per correre dietro ai ladri, e lo stato paga questi deputati a non si sa ben che cosa o come? Forse sono Volontari, mi si obietta? Volontari?! Sarà! Se volontari, però, e se di vista effettivamente acuta, facciano qualche diurno giretto anche per i campi veronesi. Ci sono anche lì, degli abbandonati da allontanare. Da allontanare a maggior ragione perché sui due euro e mezzo l’ora che percepiscono (tre nei campi mantovani) non pagano un tanino di tassa! E’ ora di finirla con tutti quelli che vengono a rubarci i nostri stipendi, e ad occupare in piena notte le nostre panchine! Con i miei più cordiali saluti.

Ricciardetto, mitico personaggio di Epoca Mondadori degli anni 60/70, si proponeva di aggiungere “ironia”, e “sarcasmo” quando li usava nelle sue risposte. Aveva ragione! Un lettore, infatti, legge e quindi sa, ma non sente quello che leggendo conosce, o meglio, sente solo le sue emozioni. Le sue emozioni, non necessariamente sono quelle dello scrivente. Da questo, non pochi equivoci. Memore di tanto maestro e delle sue intenzioni chiarificatrici, preciso di aver usato in questa lettera sia l’ironia che il sarcasmo. Mi dispiace di non aver messo questo ps. nella lettera al Direttore. L’idea non mi era passata per la testa. Va beh!

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C’era una volta una Baba

Ben tenuta, ben messa, ben vestita, ben pensionata. La sento dire: quando lavoravo alla Sip! Mi gelo! Questa Baba è stata una delle angeliche voci della Sip?! In questi giorni, e con la stessa raggelante sorpresa ho constatato la stessa discrepanza fra quello che uno/a è e quello che uno/a dice di essere. Ammettendomi illuso ancora a tarda età pensavo che sulle pagine dei Blog si raccontasse ciò che uno/a, è, non, ciò che uno/a vuol apparire. Non è esclusa la prima ipotesi, ma, pare, che la seconda imperi. Mi domando: quale peso dare ai Blog se i piatti della nostra bilancia potrebbero essere falsati? Questioni di lana caprina mi direte. Non per chi ci mette il cuore.

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