Medianità?

Bevuto il caffè, sul fondo della tazza vidi l’immagine di un anziano con la testa china. Schiena contro schiena con l’anziano c’era l’immagine di una entità caprina (con tanto di corna) anche questa a testa china. Da come la polvere del caffè aveva disegnato ambedue le figure, si capiva che stavano a capo chino come sta il capo di chi ascolta un giudizio interiore o un giudizio superiore, oppure, come chi, nella condizione di inseparabili siamesi, rassegnato. In una macchia d’inchiostro, la testa dell’anziano si rivelò altre due volte. Nel primo caso l’anziano mi apparve all’interno di una figura a testa di leone. Da sola, invece, mentre firmavo una lettera. Allora, usavo firmare le lettere con una penna di vetro. Dato il nominativo dell’associazione (tramite un medium, il segno mi pervenne per scrittura automatica) l’immagine dell’anziano potrebbe anche essere quella di Paolo, l’apostolo. D’altra parte, se con ”per Damasco“, si intende anche la via che si deve percorrere per giungere ad una rivelazione, allora, non è necessariamente detto che quella figura sia di Paolo; può anche essere quella di un qualsiasi filosofo che cerca se stesso e/o i suoi principi. Come so che era un filosofo dal momento che c’è ne saranno stati anche senza barba e con capelli e ci saranno stati anziani con barba e senza capelli ma che non erano filosofi? Infatti. non lo so. Lo penso perché l’immagine me ne ha suggerito l’idea. Quel anziano (che dimostrava circa una settantina d’anni) aveva un naso, che più rincagnato di così, non ne ho visto uno di eguale. Una volta recepita l’immagine e accantonato l’idea di fotografarla, ho lavato la tazza. A dirla tutta, una somiglianza storica con l’Apostolo l’avrei anche: ambedue abbiamo iniziato a capire la vita solo dopo aver incontrato lo spirito che “corrispondeva” alla vita che cercavamo.

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Voci, luci, passi.

Una volta (lo sentii nella testa) una voce d’uomo mi disse: scrivi. Stavo passeggiando in piazza Bra. Un’altra volta (sempre nella testa) una voce di donna, (cantata, sonora, bellissima)  mi disse: buongiorno: era mezzanotte. Sempre nella testa, una voce da ” rana ” mi disse: Ti fa piacere? In quel momento stavo sentendo del solletico fra i glutei. Un’altra volta nella testa sentii dei passi. Erano passi pesanti, dominanti, inquietanti, sicuri. Ad un certo punto non li sentii più. Non li sentii più perché cessai di udirli, o perché chi camminava era giunto alla meta? Dal momento che li sentivo nella testa, e che la testa è il luogo naturale del pensiero, cessarono perché erano giunti fra i miei naturali pensieri? E’ ben vero che chi mi disse scrivi non mi disse di farlo subito, così come un augurio di buongiorno non è meno valido se detto a mezzanotte ma, perché fuori contesto? Perché chi mi disse buongiorno era alla luce? Perché non in grado di vedere il nostro buio? E perché l’imperativo scrivi quando non ero in grado di farlo? Perché richiesta che non tiene conto del come e del quando? Quando chiudo gli occhi e guardo in avanti come se li avessi aperti, vedo dei punti luminosi. Qualche volta solamente uno, più o meno forte. Qualche volta più punti. In qualche caso hanno formato delle visioni: a triangolo con la punta in giù. Non so bene perché ma in quel caso mi lasciarono dentro una pessima emozione. Perché li sentii minacciosi, o perché considerai minacciosa la mia impossibilità a capire?

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Incontri di alterno tipo

Diversi anni fa passando davanti alla porta della stanza da letto che era al buio mi successe di vedere una luce verticale di un vivissimo color ametista. Illuminata dalla luce vidi una “macchia” a forma di corpo. La luce ametista non lo attraversava, quindi, quel corpo aveva una sua “fisica” consistenza. La direi araba, quella figura perché sul capo portava quel velo cinto da cordicelle con nodi che è tipico di quella cultura. L’avrei detta sul metro e settanta,  larga di spalle, non grosso o grasso, robusto. Era vestita con tunica e mantello. Non so come faccio ad affermarlo visto che nell’insieme era una macchia nera, tuttavia, più che sembrato così, mi sento di dire che era così. Ho vivo quel ricordo ancora dopo anni. Lo so che è azzardato sostenerlo, ma quell’ombra (vicino al comodino sul quale avevo posato la Bibbia che in quei giorni stavo leggendo) aveva una mano sul libro. Non saprei dire se quella luce sorgesse dal libro o vi cadesse. Il letto mi impediva di vedere se toccata il pavimento, però, giungeva al soffitto. L’apparizione durò un battito di ciglia. Non l’ho mai letta simbolicamente parlando. Troppe le ipotesi, complesse, e auto esaltanti: aborro l’esaltazione.

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Dall’Oltre tempo

La presenza di ciò che era stato un sacerdote disse che ero stato “provato”. Se per “provato” si intende affaticato da un peso, certamente fu pesante prova il peso del lutto che all’epoca stavo vivendo, ma ”provato” significa anche: “collaudato”, “sperimentato “. Al caso, da chi fui collaudato e/o sperimentato? O, in funzione di chi o di cosa? Non ricordo se fu prima dell’affermazione o se nella stessa notte o in quelle subito seguenti, nel dormiveglia, mi sentii toccare sulla fronte: anche forte. Sembrava che fosse stato fatto o con un dito (se lo era mi sembrò di osso) o comunque sia con un qualcosa di rigido. Subito dopo, sulla nuca sentii uno scappellotto. Hai mai dato uno scappellotto sulla nuca di un tuo amico quando si è comportato da sciocco, o in maniera scherzosa ti sta prendendo in giro? Ecco, l’emozione, che ricevetti da quel tocco fu di questo tipo. Non ricordo se sia di Swedemborg l’affermazione, ma mi pare che sulla nuca si ricevano le emozioni del male. Ne consegue che sulla fronte si ricevono quelle del bene? La manifestazione di quella notte, potrebbe essere stata sia una conferma del bene nella fronte che, sulla nuca, una spiritica derisione della mia aspettativa spirituale? Lo potrebbe. Ulteriori esperienze e riflessioni mi dissociano dall’opinione di Swedemborg. Ragionando per corrispondenze sulla nuca si riceve quanto appartiene al passato. Sulle tempie quanto sta fra passato e presente. Sulla fronte quanto sta nel presente. Vita è stato di infiniti stati di vita per quanto è giusto al bene che corrisponde al vero, pertanto, nessuna vita può affermare circa lo stato del proprio stato. Così non può affermare che sulla nuca si ricevano solo emozioni di male. Così sulle tempie, così sulla fronte. Lo può certamente affermare, invece, se riceve dolore: male naturale e spirituale da errore culturale, tanto quanto è male naturale e spirituale da errore culturale.

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E’ fuori ragione

In collegio ero conosciuto come giraffa. Un prete mi ha fatto conoscere come signorina. Il mio rendimento scolastico era da 6 meno – meno – meno. Avevo reso carsico un non meno dell’80% di me. Non avevo padre e neanche madre. Non sapevo stare in porta. Parlavo poco. Leggevo sempre. Non avevo cugine da spacciare come ragazze. In pratica, non avevo niente rispetto al ragazzo che si è suicidato perché lo chiamavano “jonathan”. Decidere di vivere lo stesso o di morire lo stesso il più delle volte è fuor di ragione.

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Google mi dice


Google mi dice che l’orario migliore per postare è dalle 12 alle 13 e dalle 15 alle 16. Avrò la sue ragioni ma gli esperimenti di sabato e domenica (25 e 26 Luglio) non lo provano. A molta semina, infatti, scarso il raccolto. Di certo dipende anche dagli argomenti che tratto. Chiedono un’attenzione che il socialista (nel senso di fruitore di Social) non è disposto a concedere, preso com’è dall’ingorda necessità di assorbire tutto pressoché nello stesso tempo se no teme di non sfuggire alla condizione di comune fra comuni: neanche la vivesse come una fossa! Una volta entrati nei Social si diventa dipendenti dagli sniffi mentali che si spacciano e si assumono in quelle piazze. Solo chi dipende da sé sfugge a quei tentacoli. Vero è, che nel Tanto non si può sfuggire a tutto. Nella piazza “per Damasco” spaccio pensieri che inducono alla riflessione. Anche la riflessione porta all’emozione, ma la riflessione influisce su l’emozione in ragione della misura della riflessione. La corrispondenza di vita fra riflessione ed emozione, quindi, è dovuta all’ampiezza e alla profondità del discernimento: ad ognuno è dato il suo. Ne consegue un pro e un contro: la riflessione vivifica ma l’emozione non sballa. La riflessione non viene prevalentemente perseguita dalle menti socialiste appunto per questo. Quando non succede, rari i casi. Di fatto, le scossette nella mente che causo a chi vede a nuovo i pensieri che esprimo, sono citrato rispetto alla bamba psichica che il socialista spaccia ed assume nelle sue piazze. Viste così le cose, posso sperare di aver partita? Non so se ci sia un orario alterno a quello  detto in Google. Forse lo dovrei cercare nella tarda serata, quando, finita la ricerca che primariamente interessa, il socialista cerca di che chiudere la giornata con altri intenti. L’orario più adatto ai miei, quindi, potrebbe essere quello. Naturalmente ci sono anche i socialisti eccezione: quelli, cioè, che riescono a gestire i gestori della roba (compreso la mia) indipendentemente dall’orario. Ci sono orari ideali per i socialisti eccezione? Forse sì, ma nessuna statistica li com_prende: confiderò nel Fato.

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Per rattoppare l’anima?

Dragando lungo le rive dell’Adige trovo una borsa con dentro una patente. Ligio al dovere la porto in Questura. Mi fanno attendere più di un ora. Quando giunge la borseggiata capisco perché. La borseggiata riconosce che non sono il borseggiatore. Mi domando come si può pensare che un borseggiatore sia così cretino da portare in Questura il resto di uno scippo! Venerdì scorso, all’interno di un cartone messo sotto un’aiola dove lavoro trovo un portafoglio. Memore della precedente esperienza con la Polizia, questa volta lo porto ai Carabinieri. Il portafoglio era di un extracomunitario. Conteneva la patente, la carta di identità, il codice fiscale ed un agendina telefonica. Dopo più di due ore, mi fanno fermare il verbale. Una quindicina di righe in tutto. Due ore! In quelle due ore, prima di me e a colloquio iniziato, una persona che denunciava un danno. Dopo di me, altre due persone, una delle quali, rapidamente mandata alla Polizia postale per un furto di scatti subito attraverso Internet. In quelle due ore, l’apertura e la chiusura di un cancello, è stato l’impegno maggiore che ho visto dei due appuntati nella guardiola all’ingresso. Firmo il verbale leggendolo di corsa. Se non ci si fida dei Carabinieri di chi altro dovrei fidarmi? Uscendo, lo rileggo: manca l’agendina. Glielo dico? No, mi dice una voce diavoletta. Non vorrai mica stare lì altre due ore, vero?! Mentre sto andando a casa, verso di me arriva una macchina della Polizia. La strada è stretta. Mi spancio su una macchina. Passano. Credete che abbiano alzato un ditino per dire grazie?! Neanche per idea! Come dovuto! E’ vero! Non tutti sono così, ma perché molti sono così?! Carenza professionale? La divisa come terapia delle carenze? Perché, pur pagati dal Cittadino, è meglio farsi servire dal Cittadino che servire il Cittadino? Per il bisogno di manifestare un macismo indistinguibile dalla cafoneria? Per rattoppare l’anima?

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Detenzioni ed evasioni

Mi ci è voluto del tempo per capire perché sono evaso da questa stanza. Succede quando ci si rende conto di essere confinati da muri. Per quanto portante, se anche un ideale confina, evadere è vitale o Vitaliano.

Per stanza intendevo il Blog.it all’epoca ma anche tutti i generi di stanze costrittive: norme, regole, usi, costumi ecc, ecc..

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Dal “filosofo dell’amore”

“Dal “matrimonio” omosessuale del “filosofo dell’amore”, che poi sarei io. Che palle sta’ diagnosi: Omosessuale! Tutto considerato preferisco “Finocchio” . Se non altro perché denuncia i delitti del bisognosi di normalità: società o individui che sono stati e che sono. Ormai quindici anni fa (di più  perché la lettera è del Maggio 2006)  vado in rosticceria e prendo un qualcosina. Vado a casa col mio sciagurato e mangiamo. Dopo un po’ mi dice: mi prendi questo? Vado, lo prendo, glielo porgo, mi siedo. Dopo un altro po’: mi prendi quello? Vado, lo prendo, glielo porgo, e mi risiedo. Alla terza richiesta mi sono detto: ma, devo fare tutta la vita così?! Fine del “matrimonio” omosessuale? Macché! Le richieste non erano finite. Con lui sono andato a prendere droga! Non sempre, ma per anni. Non sopportavo l’idea che potesse andar a morire da qualche parte, in qualche fosso! L’ho difeso e protetto, dalle sua paure di vivere e di morire! Non sempre, ma per anni. Gli ho pulito il sedere, quando non ha avuto più neanche la forza di farlo. IO, non sua madre! E’ morto come tutti gli amati e le amate muoiono se sono accompagnati/te sino all’ultimo passo. E, voi pensate che tutti quelli, che hanno fatto, quello che io ho fatto, (Finocchi o non Finocchi che si sia) abbiano bisogno di un diploma che si chiama “matrimonio”? NO! Hanno solamente bisogno dell’attestazione legale, che tuteli il diritto, anche sociale, alla loro forma d’amare. Vorrei ricordare ai coinvolti nella questione “omosessualità e matrimonio”, che il principio che si dovrebbe discutere è: permettiamo o non permettiamo il passaggio dell’amore fra vita e vita, non, permettiamo o non permettiamo che due uomini, o due donne si sposino! Vorrei ricordare, inoltre, che la Personalità si valuta per come usa la vita, non, perché usa il retto più o meno rettamente.

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Xyz mi scrive

A proposito di “due teste valgono più di una”, da Xyz ricevo: si, ho notato. E’ un annuncio? Mettiamola così. Non faccio tarocchi e neanche la maga Magò, quindi, è solo una possibilità diretta a chi sente il bisogno di avere un interlocutore. Non tanto perché possa risolvergli gli eventuali problemi, quanto perché discuterli con un altra testa può calibrare meglio un pensare e/o un agire: tutto qui. Credimi, ho passato momenti, dove il bisogno di un interlocutore era di molto maggiore del bisogno di un amante se posso dirlo, o non posso dirlo se penso all’amore come a un Giano bifronte. </p></span>

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Prevalente scrittrice

Con tutti i pro e i contro, prevalente scrittrice dei vari temi mi è stata l’emozione. Prova ne sia il fatto, che scemando quella, scemava quello che sapevo più che chiaramente nel dato momento. Mi sono ritrovato, così, a dover apprendere dagli scritti (mai a sufficienza) quello che pure avevo scritto. Comunque stiano le cose, di indubitabile posso dire che in tutti questi anni non ho fatto altro che scavare pozzi, e che la terra in quei pozzi era mista a un’acqua che non ho ancora finito di filtrare. Influito dalle emozioni ho scritto su tanto e di tutto.  Anche di che lasciarmi basito, visto che la mia conoscenza ha la caratteristica dell’Emmental. Giusto per dare l’idea di quanto sia stato complicato e contorto il cammino sulla mia strada, si immagini di essere invasi e pressoché sommersi da una caterva di sparpagliate emozioni; che sentite di doverle capire (non di meno ordinare, trovarvi senso, causa, motivo, finalità) perché quello che sentite e sapete della vita vostra e altra non vi sconfinfera più. Non per questo già sapete cosa aggiungere, togliere, modificare, tagliare, lasciare: così, per anni.

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L’acqua veniva giù che non vi dico!

Non mi resta che aspettare. Sono sotto il porticato della Camera di Commercio. Giunge un giovane. Lo intuisco del Marocco. Dopo me lo conferma. Ci guardiamo. Ci sentiamo. Magari ci fosse nelle parole la stessa sincerità che c’è negli sguardi non filtrati da tante figate! Gli offro una sigaretta e gli chiedo il favore di accendere la mia. Non ha accendino. Fatalità avevo l’accendino scarico. Uno di quegli accidenti di plastica non trasparente, che non si vede quando è pieno o quando è vuoto! Accidenti!! L’astinenza da fumo è leggera ma c’è. Stessa leggere astinenza anche da sesso, così, non avevo più di tanta fretta di accertare se aveva di che accendermi anche lì! Piccolino. Un viso bellissimo. Di tratti affascinanti, perché l’aspetto maschile dei suoi lineamenti, era continuamente sovrapposto da aspetti femminili (la delicatezza dello sguardo da cerbiatto, il taglio delle labbra, la forma triangolare del volto) in ragione di mobilissime emozioni. E’ di Casablanca. Con Rabat, Marachesc (chissà come si scrive) Agadir, Tangeri, mi dice, le più occidentali città del Marocco. Le altre, sono tutte terrone, mi dice. E’ vestito bene anche se estivamene. E’ pulito. E “nostro”? Anche se non sa ancora parlar bene l’italiano, non ha le gutturalità della lingua araba. Tanto meno l’arroganza che è in certi toni ed atteggiamenti dei terroni marocchini. Quelli che, sempre a suo dire, sono le personalità peggiori, non solo perché border line qui, ma anche perché border line in Marocco. Il ragazzo sarebbe tentato dalla mia seduzione e non mi rifiuta la sua ma non sa decidere sulla scelta: paglia o fieno? Finisco con il lasciarlo alla sua fame, ma questo è successo in fine, ora, voglio farvi tornare alla reciproca voglia di fumare. Passano tre giovani italiani. Venivano dall’Arena, molto probabilmente. Il ragazzo chiede l’accendino. Lo chiede molto cortesemente. Ne riceve sorrisi di circostanza e tentennamenti di testa. Va bè! Passa una coppia. Un lui ed una lei sui quaranta. Lo chiede anche a loro. Ne riceve dei tentennamenti di testa e occhiate infastidite. Neanche avesse chiesto la carità! Va bè! Passa un giovane marocchino. E’ indubbiamente terrone. Il ragazzo chiede l’accendino, ed il terrone, sorridendo con simpatia, glielo dà! C’è una morale, da questa storia? Certo che c’è. Il guaio è, che non riusciamo a coglierla.

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I pacchi del Volontariato

Questa mattina sono andato al gruppo vincenziano. Ho coadiuvato il volontario addetto alla distribuzione dei pacchi di alimentari. Si danno a chi ha famiglia. A chi non ha famiglia, invece, il pacco alimentare viene sostituito dal pasto alla mensa. Capita che vi siano singoli che si presentano anche alla distribuzione dei pacchi. Come fermare i furbi? Cercando di conoscerli. Allo scopo, sono andato ad assistere al servizio di mensa. Il vincenziano non può aiutare più di settanta persone. Entrano uomini e donne. Cittadini dell’Est. Srylanka. Nordafricani. Si siedono ai tavoli. Aspettano la distribuzione del cibo. Se il senso dell’umiliazione che li accompagna avesse anche una pur minima valutazione bancaria, potrebbero vivere di rendita. Arriva un sacerdote. Sulla mia età. Giovialone. Sereno, pare, o forse attore. Li invita a pregare. Mi sono allontanato. Mi sono rivisto nel collegio di orfano. Stessa l’umiliazione. Stessa la fame. Stesse preghiere che non finivano mai. Non me ne voglia il Cielo, ma io avevo fame di cibo, non, fame di Dio. Avevo una fame della madonna. Penso così, caro il mio Renato, di aver cominciato a farmi conoscere anche al Gruppo. Naturalmente (e te pareva!) non ho potuto non dire quello che penso. Il sacerdote me ne ha dato l’occasione. Li ho fatti pregare, mi dice, ma senti cosa m è capitato. Un mussulmano (assieme ai suoi compagni) m’ha chiesto se poteva pregare secondo il suo credo. Certo, gli dico: e si sono messi ad urlare un qualcosa. Tempo dopo, continua il sacerdote, quel mussulmano ha chiesto conferma a suo padre: iman nel paese di provenienza della persona in questione. Il padre gli dice che non può continuare così, perché i mussulmani non possono pregare con i cristiani; e si fa una sommessa risatina (il prete) intendendo, con quella, sottolineare “l’assurdo” che lui invece permetteva. Caro padre, gli dico, io credo solamente nella preghiera viva: azione di bene verso la vita: persona o il Tutto che sia. Far pregare nelle condizioni di dipendenza, invece, diventa la marchetta che si chiede al povero di pagare per poter mangiare: lo trovo cristianamente rivoltante.

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Dei curandero della Rete

Un paio di settimane fa Word Press ebbe a dirmi che avevo “le statistiche alle stelle.” Visto il numero dei visitatori (non questo granché) mi ero chiesto da dove ricavasse l’opinione. Avevo ricevuto la stessa segnalazione anche altre volte. Come le altre volte, raggiunta la cima segnalata, le mie statistiche precipitavano in basso: quasi rasoterra. Chiedo all’Assistenza come siano possibili delle faccende del genere. L’Assistenza mi dice che gli algoritmi di Google sono come i misteri delle Piramidi: tanti ne parlano ma nessuno li risolve! L’assistenza mi dice, inoltre, di farmi aiutare dai medici della situazione: i SEO. Ora, anche ammettendo che le cure dei SEO (troppo care per le mie tasche) riescano a maggiorare la salute delle mie statistiche, cosa impedisce agli algoritmi di Google di ammalarle ancora di debolezza (abbassandole) per lo scopo (nolente e/o volente che sia) di farmi dipendere dalle cliniche mediche dei Seo o di altri specializzati curandero? Nel dubbio, Parigi val bene una messa? Sto pensando di no. Decido così, di tenermi la salute statistica che mi passa l’inconoscibile algoritmo del Caso. Faccia comodo o no, mai per caso.

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Spirito saulino e spirito vitaliano: confronti.

Tenuto conto delle differenze personali e di conoscenza, una parte dell’esperienza di vita dell’autore di quest’opera può dirsi parallela a quella di Saulo di Tarso, poi s. Paolo. Mi riferisco all’incontro con uno spirito. Quello che si rivelò a Saulo disse di essere quello di Cristo. Quello che si rivelò allo scrivente si manifestò per quello che era. Secondo Teresa d’Avila, “è maledetto chi crede nell’uomo”. Se ciò vale per la vita naturale, non di meno vale per la vita soprannaturale. Non solo perché è umanità che fu, ma anche perché il male può fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Sia che riguardi una affermazione di identità, sia che riguardi una qualsiasi altra affermazione, questa possibilità, pertanto, pone dubbio, non sulla rivelazione soprannaturale in sé, ma, oltreché sugli effettivi perché si è manifestata, anche sull’identità di qualsiasi spirito. La potenza dello spirito che si rivela nelle manifestazioni spiritiche (basse o elevate che sia, o che tali ci appaiano) non necessariamente prova che il suo stato spirituale corrisponde con il Bene. Ben vero che non prova neanche il contrario. L’impossibilità di ogni accertamento, allora, non può non essere ulteriore fonte di riserva verso ogni rivelazione e/o manifestazione di origine spiritica. Non solo Cristo, ma ognuno di noi, può dirsi Via, (Natura della vita), Verità, (Cultura della vita), e, per forza dello Spirito: Vita. La storia personale, pertanto, non può non essere che propria strada. Una strada di vita è propria, tanto quanto non è condizionata da altra vita: umana o spiritica che sia. In modo proporzionale alla rilevanza della rivelazione spiritica, ne consegue che ogni ingerenza soprannaturale nella vita naturale, non può non far deviare, o quanto meno scombussolare un soggettivo percorso. Vuoi in virtù dell’affermazione di Teresa D’Avila, vuoi per la conoscenza delle possibilità dell’Errore quando non del Male, lo scrivente crede solamente nel Principio della vita: la vita. Porre la sua fede nella sola vita del Principio, gli ha impedito:


    •  di essere culturalmente cieco nei confronti degli spiriti
    • di restare suddito dalla vita spiritica che gli si è manifestata
    • di originare e/o motivare qualsiasi forma di sudditanza nei confronti della vita spiritica.

Altresì, gli ha concesso:

    • di mantenere in sella la mente, che l’esperienza nello spiritismo aveva fatto vacillare;
    • nel recuperato equilibrio, di tornare alla sua realtà;
    • di proseguire oltre quella conoscenza.

Come attraverso una conseguenza si giunge alla causa, chi scrive, infatti, è passato dalla conoscenza del particolare (emozionale incontro con uno spirito) all’universale: emozionale incontro con lo Spirito. Lo stato emozionale dell’incontro con lo Spirito è proporzionale alla percezione dell’universalità della vita. Tanto più si è capaci di questo stato di percezione e, tanto più, nella nostra strada ”per Damasco“, il nostro spirito (la forza della nostra vita) incontra lo Spirito: la forza della Vita. Questo stato di conoscenza è Spiritualità. Della causa della vita sino dal principio (e, dello stesso Principio) lo scrivente certamente non sostiene di saperne la Persona e tanto meno, di averLa incontrata di persona, ma, in ragione del principio dell’uguaglianza che è fra una Somiglianza (uno spirito), e l’Immagine (lo Spirito) di averne solamente riconosciuto gli stati di principio: la Forza come sua Natura, la Conoscenza sulla propria forza come sua Cultura e, come Sua vita, la relazione di corrispondenza fra forza e conoscenza. Per quanto risulta allo scrivente, questa conoscenza diverge da quella di Saulo e anche da quella di s. Paolo. Solo con difficoltà, lo scrivente sa cosa sia giusto o sbagliato della propria vita figuriamoci se può dire sulla vita altrui, però, sa che la pace è segno di verità in quanto indica la cessazione del dissidio. Nella via ”per Damasco” di Saulo e di s. Paolo, quindi, si può dire che sono stati nella Verità tanto quanto non hanno originato e/o mantenuto dissidi e, nell’Errore tanto quanto e dove li hanno originati e/o mantenuti. Questo vale anche per lo scrivente.

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Quanto sa di sale …

All’Assistente sociale e a quanti in interesse

Mia cortese signora: oggi (martedì 21 c.m.) ho ricevuto un vitello arrosto non particolarmente riuscito (a dir di ricettari intenti) se poi si è sentito il bisogno di immergerlo (lo fanno tutte le volte) in una francesizzante bagna, così scipita da rendere impossibile ogni originante identificazione della carne oltre che della salsa: salsa si fa per dire. Lei, però (anche convinta) mi dice “ci sono utenti che affermano di non aver mai mangiato meglio!” Durante la mia presenza fra tossicodipendenti ne ho sentite di cotte e di crude sulle terapie somministrate. Siccome ero lì per difenderli, in non pochi casi l’avrei potuto. Per farlo, però, avrei dovuto far testimoniare le date persone. Non l’ho mai fatto (tanto meno chiesto) per un fondamentale motivo: oltre che tossicodipendenti da droga, erano (e sono) dipendenti da chi dovrebbe opporsi alla loro dipendenza meglio di quanto fa. Per quel condizionante legame, quindi, non li possiamo affermare di vero pensiero (in casi come quelli) se non ignorando la loro realtà. Mi meraviglia, pertanto, che lei possa pensare obiettive delle opinioni che sono veramente provate solo rare volte. Certo, nel dubbio fra opposte opinioni si assolve sempre l’oggetto in giudizio. Questo, però, non mi dispensa dal dovere di porre il dito su delle possibili piaghe: l’ho imparato da s. Tommaso. Sull’opportunità del Servizio e e sui Promotori sociali non ho proprio nulla da dire: ringraziamenti a parte.

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Salutami Napoli

“Gli uomini dovrebbero prendersi le proprie responsabilità… anziché fare i vigliacchi e poi puntare il dito contro gli dei dell’Olimpo.”


Sono assolutamente d’accordo! Potrei anche convenire, o perlomeno convivere anche con altre tue idee del post – commento, ma come faccio a prenderle in mano se me le hai lordate con delle gratuite offese (non tanto al Cristo che lo credo ben al di là dei nostri discorsi), ma a quelli che a loro modo ci credono, e a me, che a mio modo ci credo anche se con qualche riserva! Suvvia! Le considerazioni che offendono l’altrui sensibilità, non sono discorsi, sono sputacchi dell’impotente in ragioni ed è comunque una vigliaccheria! Un attimo di quel che si può dire, cazzo!

Già che ci sei, salutami la vecchia mestierante (incinta) che a Napoli (dopo sedici ore e mezza di tradotta da Falconara) ci ha fatto le corna! La ricordo come se la vedessi adesso! Salutami la Donna che al Vomero mi ha offerto la caponata, giusto per ricambiare i filoni di pane non richiesti ma che lo stesso (a sciacquini tutti d’accordo) gli ho allungato dal camion della sussistenza. Salutami la scuola di S. Giorgio a Cremano. Gli abitanti di S. Giovanni a Teduccio che, in piazza e a nostra difesa, si sono posti con avversione contro un sergente maggiore a regolamento militare copia conforme. Salutami le sacramentate scarpinate sul Vesuvio con le batterie delle radio, costituzionalmente scariche. Salutami l’amico Filippo che al suo ritorno da Torino si è visto rubare la macchina e sequestrare parte dello stipendio. Salutami le stelle del tuo cielo: tante così non le avevo mai viste in quello del mio Nord. In ultima ma non per ultimo, salutami Napoli.

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Un amore a gonfie mele

A Montorio, prima di arrivare al Carcere dove lavoro, confinante con la strada c’è una villa con campi. Dietro la villa ma sempre lungo la strada, c’è uno spiazzo dove hanno collocato un riparo per attrezzi ed uno per un cavallo: nero, possente. Era così

Mi veniva da dirlo, virile. Sento di poterlo dire per quel cavallo anche perché lo diciamo di non pochi asini. Come compagnia ha due capre e due galline. Le ignora. Si muove con passo lento è pesante. Per quello che ne so, tipico di quelli da traino, ma a me mette non poca tristezza quel suo andar confinato in quel centinaio di metri, dalle capre rasi di ogni erba. Non che io abbia mai brucato in quelle condizioni o identità, ma lo stesso m’ha ricordato i miei collegiali confinamenti; le mie tristezze di orfano. Ho sempre avuto paura dei cavalli. E’ iniziata da bambino: quando andavo ad Asiago con le Colonie della Croce Rossa. Colonia Rondinella, ricordo. Come ricordo quella brodaglia di riso al latte che ci davano il giorno d’arrivo. Passeggiavamo sino al Ponte di Canove. Tranquilli e ciarlieri nell’andata, ma terrorizzati (ed anche affascinati, devo dire) da un mulo che aveva l’insana passione di correre dietro a quanti passavano. Non l’ho mai visto quel folle ma questo è quanto dicevano le suore e le inservienti che ci accompagnavano. Certamente un mulo non è mica un cavallo, ma la paura mica si nutre di dettagli! Così, assieme all’astio per la Colonia (sempre la stessa) e per il riso al latte (sempre lo stesso) mi è rimasta anche la paura per i cavalli. Non per questo cavallo. Passo due volte al giorno e ormai da diversi mesi davanti a quel campo, e da diversi mesi mi domando: che faccio per quell’orfano? Ho iniziato facendogli pss, pss! Come ignorava capre e galline, così, ignorava anche me, ma se lui è un cavallo, io sono un ariete, così, pss, pss! Raramente mi sono sentito così cretino, ma chi l’ha dura la vince! Ha finito col guardarmi, qualche volta. Giusto come ci si domanda: e chi è quello lì! Giorni fa, mi salta in testa l’idea di portargli due mele. Fatalità, il cavallo è vicino al recinto: sembrava mi aspettasse. Il recinto è alla sua altezza, ma io sono pur sempre un metro è ottantasette più un metro di braccio, così, oltre la rete gliele passo pur facendogliele cadere accanto. Gradisce ma non si sbilancia coi ringraziamenti: vedo che è diffidente. Mi mancano pur sempre due gambe!

Il giorno dopo, è già vicino al recinto. Pare aspettarmi. Cacchio non ho le mele, ed in più, sono in ritardo! A dopo, a dopo, gli dico, sentendomi sempre più cretino! Come cacchio si fa a dire, a dopo, ad un cavallo, con la speranza che ti capisca! Verso le 20 e trenta, finito il lavoro, sono davanti al recinto con le mele. Pss, pss! Non esce dal capanno. Insisto: pss, pss! Niente. Insisto, usando il campanello della bicicletta. Si fa vedere appena ma non esce. Vuoi vedere che si è incazzato! Prendo le due mele, gliele lancio nel campo e vado verso casa. Il giorno dopo sono ancora lì. Si è proprio incazzato, penso, ma poi mi accorgo che per non farlo avvicinare alla rete hanno messo dei fili di plastica; ecco perché le ha lasciate lì! Mi domando come superare l’inghippo ma al momento non posso alcun tentativo: mi aspetta la mensa. Faccio quello che devo fare, finisco, e mi fermo al recinto: pss, pss, drin, drin! Ullalà: esce subito! Mi guarda. Direttamente. A testa alta. Gli faccio vedere la mela. Si muove per raggiungermi ma poi ritorna al capanno. Lo fa, come per farmi vedere che non può avvicinarsi. Ci sono quegli accidenti di fili! Non mi resta che una soluzione: lanciare la mela verso il capanno. Lo faccio mentre è distante dal ricovero. Mica sa che è una mela, infatti. Potrebbe spaventarsi. Cerca vicino a sé, ma, ovviamente non la trova. Come far a dire ad un cavallo che gli ho lanciato la mela alla sua destra?! Di là, di là, gli dico! Si va là, di là, di là! Mi guarda con aria perplessa. Non capisce, ovviamente, ed io mi sento come un Tarzan che deve far capire a Cita dove cavolo è finita la banana! Un momento! Dove non ci son parole, ci sono pur sempre i gesti! Così, a braccio semi teso, sposto verso destra la mano. Mi capisce! Torna verso il capanno e trova la mela! So che ha gradito il pensiero perché muove la coda con tranquilla eleganza. Domani, mi sa che dovrò portarmi una mela anche all’andata! Lo faccio per il cavallo ma lo faccio per me.

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Educatori

In ragione delle informazioni che comunichiamo siamo tutti educatori. Pessimi quelli che si dimenticano di essere contemporaneamente alunni. Certamente sono un educatore non titolato, ma grazie al cielo, neanche stipendiato, quindi, libero! Torno al mio bisogno di precisazione che avevo inizialmente accantonato. Riguarda l’abitudine di dire a voce alta quello che si pensa, e che è meglio essere sinceri anziché viscidi. Nessun argomento precedente aveva portato a questa affermazione. Siccome il soggetto dei tuoi messaggi sono io, mi è lecito pensare, allora, che quel modo di agire avesse me come argomento. A che proposito? Come educatore o come identità sessuale? Ho affermato in un precedente messaggio, che il bisogno di un maggior tono vocale rivela volontà di dominio. Mi sono occupato di tossicodipendenze per più di una quindicina d’anni! Dei “tossici” ho conosciuto anche parecchie madri: tutte dominanti! Con dominanti intendo dire che la loro femminilità psicologica era coperta dalla loro psicologica mascolinità. Certamente sono delle eroiche nutrici, tuttavia, pessime madri! Il carattere maschile in loro predominante, infatti, impedisce ai figli di sentirsi accolti_accettati, e quindi, non amati (l’amore è comunione) per quanto nutriti. Dove una madre rifiuta l’abbraccio, vi è sempre una matrigna che accoglie i bisognosi di abbraccio. Ora, non voglio dire che tutte le donne che sentono il bisogno di dire a voce alta siano destinate ad avere figli “tossici” in famiglia! Voglio dire, bensì, che la volontà di dominio sulla vita altra, sottotraccia rivela delle insicurezze_paure, e che le insicurezze_paure di una madre che si cura con il dominio, rendono i figli altrettanto insicuri_spaventati. Brutti anatroccoli comunque spaventati, comunque diventeranno Cigni, ma, non tutti i Cigni, fanno le stesse piume e/o nuotano nelle stesse acque: sociali o sessuali che sia. Ora, quanto è pronta_capace una donna determinante, ad accudire anche quel genere di cigni? O è anche questo possibile dubbio, ciò che gli alimenta l’urlo? Ad esempio, giusto per tacitare l’incapacità di darsi risposte su di sé, oltre che per il suo ruolo: naturale o adottivo che sia?

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Quando la Luna è rossa

La sorella di mia madre abitava vicino a Este in un paesetto in mezzo ai campi. Aveva marito e tre figli. Ad uno (banditesco il sorriso) stavo particolarmente simpatico. Anche se non mi mancavano le intuizioni (o desideri in albore) non provai quanto particolarmente: ero pur sempre un ragazzino. Del minore lo ricordo biondino, monello in apparenza ma a suo modo più grande dell’età. Il marito (lo ricordo da adulto) una simpatica canaglia. Aveva il vezzo di strizzarmi il petto sino a farmi male; e rideva, rideva. Ne ero imbarazzato ma anche compiaciuto. La zia sembrava averlo intuito. Il maggiore non mi piaceva più di tanto. Forse perché non mi badava più di tanto. Amava cantare Luna rossa. Mentre la cantava (si piaceva mentre lo faceva) guardava se lo guardavo. Nonostante l’emotiva distanza che mi faceva sentire da lui (penso non volutamente) ne ero compiaciuto. Se durante il canto sembrava vedermi, per qualcuno c’ero, quindi! Lo ricordo forse per questo. Non credo mi vedesse come l’agognata che non c’era sul balcone ma all’epoca che ne sapevo, mentre camminandogli a fianco e nei pensieri non tanto distrattamente abbandonato, alla speranza domandavo “si aspiett’a me”: all’epoca, nebuloso il chi.

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Come per tutte le immagini

Senza sapere cosa stavo facendo ho ottenuto la sottostante immagine elaborando un carattere Word Art: per la precisione un punto seguito da altri punti. Era lineare quando ho visto il risultato. Non era male ma non mi convinceva del tutto così, l’ho modificata come si vede. Simbolicamente parlando era meglio a cerchio ma nella pagina diventava straripante, così l’ho lasciata in questa forma. Scelgo un’immagine e non un altra ascoltando l’emozione che mi comunicano. So che è quella giusta quando sento di aver eliminato ogni obiezione. Agisco così anche quando scrivo.


infinito


Leggendola a posteriori ne ho tratto questo significato: la vita è un principio che viene dal Principio e che dal nostro torna al Principio. Per restarci? Non è necessariamente detto. Sono giunto a spiegarmi l’immagine, anche grazie a questi ragionamenti. Dell’immagine, il punto con il cerchio alla sinistra è stato il primo della serie, quindi, un punto di principio. Elevando il pensiero, è diventato il punto del Principio.


ilprincipio


.Nell’emanazione della sua potenza, il Principio della vita ha originato il nostro principio a sua Immagine: la vita. Essendo prima, e quindi sovrana, l’immagine del Principio dice il suo essere di Assoluto. Ciò che è dell’Immagine della vita è anche della vita a sua Somiglianza. Differenza vi è, nella condizione della rispettiva vita: assoluta quella del Principio e relativa al suo stato quelli della Somiglianza. Il principi della vita sono il Bene per la Natura, il Vero per la Cultura, il Giusto per lo Spirito. L’unione del Bene con il Vero per quanto è Giusto allo Spirito, “spinge” i principi della nostra vita (il bene per la Natura, il vero per la Cultura, il Giusto per lo Spirito) verso i principi del Principio. E’ una “spinta” che termina solo se ammettiamo a termine la vita, ma una vita a termine, non necessariamente pone temine anche a quella del Principio. Ne consegue che neanche la nostra è necessariamente a termine. La vita del nostro principio, infatti, tornando Principio, continuerà l’esistenza (prossima o non prossima a quella vita) in ragione di quanto sarà riuscita a vivere il suo bene, il suo vero, il suo giusto. Non sarà un’esistenza secondo Natura, ovviamente. Lo sarà, però, secondo Spirito: forza della vitalità naturale e vita della culturale che avremo raggiunto vivendo. La culturale, sarà la stessa? Poiché, vita, è stato di infiniti stati


in continua corrispondenza di Spirito



tra Potenza e Conoscenza


non lo credo.


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Sogni e confini

All’improvviso (non saprei dirti se nel sonno o nei momenti che lo precedono o lo finiscono) mi sono trovato davanti ad una giovane donna. Indossava una camicia bianca. Aperti i primi due bottoni. L’immagine, la vedevo solo a mezzo busto. I suoi capelli erano corti, biondi e ricciolini. I lineamenti del suo viso erano morbidi. Gli occhi (vividi) non blu ma più intensi dell’azzurro. Mi guardava non come si guarda un amico e non come si guarda un amante, ma, certo, come si guarda chi ci è motivo d’amore. Sentivo che ciò che la rendeva stupenda era esattamente quel motivo, anche se, proprio non saprei dirti perché lo trovasse mentre guardava me. Non chiedermi come si guarda chi ci è motivo d’amore. Vuoi perché quando guardo i miei, certamente non mi vedo (al più mi sento) vuoi perché non sono mai stato guardato così. Forse è per questo che lo sguardo di quella donna lo dico d’amore. Non perché lo so, ti ripeto, ma perché è quello, lo sguardo, che testimonia il raggiungimento della nostra suprema speranza: essere amati come si ama. Quella donna aveva un bambino in braccio. Lo avresti detto: tutto sua madre! Anche lui mi guardava con lo stesso incantamento. Sapevo (perché lo sentivo) di ricambiare lo stesso modo e lo stesso stato di intensità verso ambedue. Diversamente da altri sogni (li interpreto come messaggi di spiritualità) nei quali sento che non è tempo e/o non ho tempo per restare lì, di fronte a loro non me ne sarei mai andato ed il doverlo fare l’ho sentito come uno strappo nella zona del petto dove terminano le costole e che credo si chiami plesso solare. Come quello che ho sentito in quel sogno, nulla, se non un eguale sentimento, potrebbe reggere l’idea dell’amore (intensa comunione) che quella donna rappresentava presso di me. Era un’idea così elevata che potrebbe anche riuscire a confinarmi in un limbo d’impossibilità ad amare qualcosa di più terra – terra se non fosse perché, non in conflitto da affermazione di uno sull’altro ma in parallelo, vivo abbastanza serenamente sia il mio ideale che il mio reale: ciò che sono per quanto sento di ciò che so. Certo è, che da quella notte, mi è diventato più difficile credere di saper scrivere su l’amore.

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Per i miei contestatori

Nei miei discorsi parlo dello Spirito e di spiriti. Dello Spirito, indico solamente i suoi principi. Ogni altro precedente scritto, lo considero una brutta copia. Li lascio nel Blog, perché testimoniano un percorso che per più volte e per anni, ho fatto mentalmente in ginocchio. Degli spiriti dico la sola esistenza. Di nessuno, infatti, ho mai detto l’identità con certezza. Non ci avrei scommesso una lira su quella che per amor di tesi mi è capitato di fare. Non vedo perché lo dovrei fare visto che nella medianità e nello spiritismo nulla è verificabile, quindi, nulla, nei suoi scopi e/o mete, è attendibile? Ricavarne motivi per essere e vivere non li rende verità. Come si raccomanda ai bambini di non accettare caramelle dagli sconosciuti, così non dovremmo accettarle da spiriti non conoscibili. Certo, i cosiddetti doni dello Spirito sono affascinanti, e per questo ci prendono la vita e non di meno la volontà. Il guaio è proprio questo: ci prendono. Chi lo fa? Per quali mete e/o motivi? Per le “dette”, o perché ve ne sono di tacitate? Alle domande si può rispondere per quello che crediamo vero, non, per quello che sappiamo vero! Ora, su quali basi intellettuali pretendete di capire chi vi è un perfetto sconosciuto, e che tale rimane visto che nei commenti mi dimostrate di aver capito solo quello che di voi e in voi avete capito? Poco e male a mio parere. Giusto per evitare futuri equivoci, ricordo che io sono io e che se assomiglio ad altro nome è solo perché avete nella mente quello che non è nella mia.

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La perla del pirla

Secondo il mio intendere la vita, tutti siamo suoi alunni. Agli esami di questa scuola sono stato bocciato e/o ripetente, per anni. Mi par di cavarmela, adesso, ma, solo da ieri. Sarebbe questo, il bell’esempio di intelligenza da complimentare? E’ ben vero che la mia generale deficienza è stata la scoria che ha permesso la formazione della perla (il pensiero “per Damasco”) ma se possiamo dire anche bella la perla non vedo come si possa dire bella l’ostrica! Al più, possiamo dire che l’ostrica è la bestia della bella, ma, questa è la necessaria funzione dell’ostrica, mica un’eroica virtù! La morale della storia, quindi, é da cercarsi nelle perle, non, nei gusci.

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L’Ultimo dei Giusti

Che dire ad un amico sposato con figli (faccenda di parecchi anni fa) e con su di me una presa erotica finita nel momento stesso in cui è nata? Ben poco, temo. Così, ospite suo e della moglie, non sapendo più che dire di nuovo ad entrambi, lessi la Bibbia. Gliela declamai, a dire il vero, perché mi prese quell’idea! L’amico, per quanto interessato mi guardava con un che di sornione. Colsi anche lo sguardo della moglie ma non lo feci più. Se uno sguardo vi facesse capire, molto semplicemente, molto serenamente, che sei fuori di testa, continuereste a guardarlo? Penso proprio di no. Tanto più, se anche a voi, sotto sotto risulta che non tutto quadra! Fatto sta, che la Bibbia ed io riempimmo quella casa di suoni se proprio non di altro. Comunque sia andata, il mio intento non era religioso: più che altro fu teatrale. D’altra parte, se Pirandello li avesse interessati di più, me l’avrebbero detto, penso. Non ricordo se all’epoca avessi già letto L’Ultimo dei Giusti. E’ di Schwarz Bart, edizioni “I Garzanti”. Ammesso come successo, certamente l’avevo letto quando stavo ancora nell’età in cui si sa leggere e forse capire quanto si legge ma non sentire pienamente quanto si legge. Se l’avessi sentito pienamente, al posto della Bibbia avrei letto questo ai miei amici:

“… ma, i Giusti, insistè Erni. Quell’insistenza commosse il vecchio, che sospirò: e lo stesso, disse alla fine. Si riferisce al sole che sorge, tramonta, e che non gli si chiede quello che fa. I Giusti sorgono, i Giusti tramontano, ed è bene. Ma s’accorse che le pupille del ragazzino rimanevano fisse sulle sue, e allora, non senza inquietudine, andò avanti: Erni, piccolo rabbino mio, che mi stai chiedendo? Io non so molto, e quello che so è nulla perché la saggezza è restata lontana da me. Ascolta, se tu sei un Giusto, verrà il giorno in cui da solo ti metterai a “far luce”: capisci? Il bimbo stupì: e fino a quel momento? Mardocheo frenò un sorriso. Fino a quel momento, disse, fa il bravo.”

A me pare chiaro. A te no, Israele?

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Ho ballato tutta le sera

Ho ballato tutta le sera. Il piccolo no. Mentre io facevo Salomè se ne stava indeciso fra il due o il tre. Io, invece, sapevo bene cosa stavo facendo: fiancheggiare un suo momento per lo scopo di fiancheggiargli la crescita anche se questo comporta una rinuncia nell’ego di chi fa crescere. Uscendo dalla discoteca mi sono scoperto ubriaco. O forse no, se il primo pensiero è stato: il Signore è il mio pastore. La notte non si cura se vado come le curve anche dove non ci sono. Mi fermo al Giardino. Non ci trovo amante. Poco male: conosco il contante. Uscendo dal Giardino un ragazzo mi chiede una sigaretta. Infine ci siamo baciati: questione di nettare.

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Lunedì sarò al Circolo Pink

Lunedì sarò al Circolo Pink. Centri culturali come questo, hanno contribuito allo sviluppo della coscienza di una data personalità sessuale. Ora quella personalità è andata Fuori, è cresciuta. Come generalmente succede, è invecchiata ma è ancora fuori. Ora, immaginatela bisognosa di assistenza: vuoi domiciliare, vuoi in ambiti più complessi. Immaginatela, quindi, mentre si vede costretta a rientrare dentro un abito culturale e sociale, certamente ancora proprio come cittadino, ma, per la gran parte estraneo vuoi come genere di umanità, vuoi come genere di storia. A chi ha percorso altre vie cosa può dire quella personalità, se non, com’è il tempo oggi, o l’artrosi non mi da pace? A chi gli chiederà: non vedo mai i suoi figli, che risponderà, quella personalità? Inventerà storie? Ancora? Immaginatela, assistita, da qualche ente religioso, e/o persona religiosa. Certamente l’amerà in Cristo, ma, quanto, per quello che è, se quello che è quella data Personalità, all’assistente rappresenta l’intrinsecamente cattivo, quando non, l’intrinsecamente estraneo, sul quale, magari, poter scaricare, impunito, l’intrinsecamente cattivo che appartiene all’assistente? Potrebbe trovarsi ad aver a che fare, anche con assistenti, in dissidio, fra l’assistere l’anziano, e l’assistere el culaton anziano. Non che l’abbiamo scritto sulla fronte, ovviamente! Certo è, però, che l’abbiamo scritto nella personalità; ed è certo che la sanno ben leggere, gli altri. Soprattutto quelli che hanno negato la propria! Soprattutto quelli che si sono sacrificati sull’altare della norma! Non mi dite che tuttora non vi capita di subire la stilettata, veder il sorrisino, il colpetto nei fianchi, di sentir la battutina. Certamente siamo in grado di difenderci, noi, non ancora deboli. Non è certo la lingua che ci manca! Tuttavia, nonostante questo, qualche rospo ci capita di doverlo ingoiare ancora. Immaginate quindi, quel debole per età, con davanti il suo piatto di rospi giornalieri: ancora! Immaginatelo mentre è stato intuito, e per questo costretto a farsi complice dell’umorismo sui Finocchi. Immaginatelo mentre lo paga sulla sua pelle, ovviamente, perché gli altri sono più forti. Sono comuni, gli altri! Non sono diversi, gli altri! Non sono unici, gli altri! Immaginatelo, allora, mentre con le sue forze, vede calare anche la considerazione di sé, mentre vede calare anche quanto sii deve alla dignità. E’ chiaro che non sempre è così, come non lo è in tutti i casi, ma c’è da non preoccuparsi quando è così? E se c’è di che preoccuparsi, che facciamo? Ce ne sbattiamo perché il vecchio è fuori moda, oppure, ci decidiamo ad assistere chi non possiamo lasciare solo/a, dentro dopo aver contribuito a metterlo/a fuori? L’idea di una assistenza rivolta alla specificità sessuale in questione, è tentativo di risposta a questa domanda. Naturalmente non propongo nessun progetto. Non ho mai saputo farli. Neanche quando mi occupavo di Tossicodipendenze: per più di un decennio. Al proposito vi racconto un fatterello. Un giovane mi dice: sto preparandomi per andare in Comunità. Ho detto della mia omosessualità. Lo ritrovo qualche tempo dopo. Come mai, ancora in giro, gli dico. Per forza, Vitaliano! Quando la Comunità ha saputo che ero omosessuale mi ha rifiutato. Come, rifiutato?! Beh! Ti avranno offerto delle altre possibilità , spero! Certo, mi dice, in un centro per malati terminali! Sepolto vivo ancora da giovane, quel ragazzo. Naturalmente, è tornato a fare quello che può: le pere! Anche qui c’è da fare qualcosa! Mica grandi fabbriche! Solo qualche piccola officina, che forse è meglio.

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Prassitele, forse.

Lo vedo sul davanzale di una casa costruita in economia. L’avevo conosciuto qualche tempo prima. Ci aveva uniti una reciproca malia. Ogni tanto ci si vedeva. Ci si salutava. Sta parlando al cell. E’ in calzoncini. Aderenti. Tanto aderenti. Quasi superflui. E’ questione di un attimo. Di un giro di pedali. Non lo vedo più. Non con gli occhi. Potrei dirvene ogni linea. Se potessi farvele scorrere con le dita, vi commuovereste. Anche la bellezza può essere un pianto. Non da tutti. Non per tutti. Prassitele, forse.

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