3) Cara Paola

Cara Paola: per via del più alto è possibile, ma per via del più grande di te, è tutto da vedersi. Ammesso che il problema, (o i problemi) inerenti la crescita dell’adottato sia un lutto, (o è anche la morte di un’idea) l’ho superato da un bel pezzo.

apenna

Tuttavia, capisco il senso della tua ricerca, ma per quanto detto prima, non le sento più. Non sentendole più, non mi sento neanche mosso dalle motivazioni (pur condividendole) che agiscono te. Mi trovi, pertanto, come un soldato, che pur capendo il senso della guerra, non sente il senso della tua battaglia. O, per altra immagine, come il soldato, che, avendo terminato la sua guerra, ora, vuole la sua pace. Il mio pensiero potrà anche sembrarti egoistico. Da qualche parte forse lo è, ma, direi, nel senso di ego confermato. E’ ben vero che altri non lo sono, ma per quelli, ci sei tu. La mia odierna strada, mi porta a provvedere (naturalmente, per quanto so e posso) per quelli che sono orfani di principi, se non di vita propria. Mi porta, quindi, a farli ritrovare un padre culturale e/ spirituale, vuoi interno, o vuoi esterno a loro. Sempre di orfani si tratta, è vero! Allora, io commenterò da te, e tu commenterai da me. Qualcosa ne verrà. Ciao, Vitaliano.

Novembre 2006

2) Brujita

Ciao, grazie mille per la risposta che vedo solo ora, mannaggia. Per scrivere nel mio blog basta che crei un profilo su Libero, non necessariamente un blog pure là. Io ti aspetto e vorrei che commentassi.

apenna

Sei molto più grande di me e hai passato questa esperienza, sai cosa voglia dire, ma a prescindere dalle storie personali, mia, tua e di altri, per me il punto è un altro, la ricerca interiore che sfocia nella necessità di conoscere le proprie radici si interseca inevitabilmente con i diritti umani e con la burocrazia italiana e si ferma davanti all’ostracismo di impiegati bofonchianti, balle, cancellature. E’ questo che bisogna combattere. Io non cerco l’affetto di una madre, io cerco risposte alla mia origine sul pianeta terra, nessuno deve essere figlio di nessuno, nessuno deve vivere con dei fantasmi e non conoscere i nomi e i volti dei fratelli, dei genitori, la sua origine geografica, i motivi per cui è stato adottato e prima lasciato. Non sei d’accordo? Ti aspetto e ti riscrivo meglio al più presto, ora è davvero tardissimo e devo andare a dormire, anche se per poco! CIAO! ps. BRUJITA vuol dire STREGHETTA in spagnolo, chiamami pure PAOLA

Novembre 2006

Brujita

Salve, anche io sto cercando le mie origini biologiche e so cosa voglia dire. In Italia bisogna cambiare la legge che impedisce di accedere ai nostri dati se non siamo stati riconosciuti alla nascita.

apenna

Per cui oltre la sofferenza inconscia che ci si porta dietro tutta la vita dentro al cuore per l’esperienza traumatica vissuta in tenera età (ricordiamocelo questo, dietro ogni adozione c’è prima un abbandono!) si aggiunge pure il senso di ingiustizia per l’ostracismo burocratico di uno stato che ci nega le risposte che fanno parte della nostra vita, della nostra persona. Ci impone un vuoto eterno ed è un grave affronto ai diritti umani e alla dignità dell’individuo. Mi sono informata tanto sulla giurisprudenza, sulla psicologia, sulla storia sociale e ho capito molte cose. Se volete, venite a visitare il mio blog. E’ UN BLOG in cui tra il serio e il faceto, affronto questo tema ed è giusto parlarne, uscire dai nostri gusci, perché la società tutta deve sapere cosa provano gli adottati adulti e come sia naturale ricercare ad un certo punto della vita, la sua origine. Ciò non entra in conflitto con la famiglia (adottiva), non è un affronto, non è assolutamente un gesto di “irriconoscenza” come qualche ottuso si ostina a pensare, senza nemmeno immaginare di cosa si tratti. E’ un istinto disperato e primordiale che grida per mettere a posto quel tassello e ripartire più’ consapevoli dalla propria identità completa, meglio una brutta verità che una vita di mistero e domande irrisolte su qualcosa che intimamente ci appartiene e che nessun pezzo di carta può cambiare: il nostro dna.

Novembre 2006

2) Cara Valentina

Cara Valentna: dilungata?! Proprio per niente! Ti ho letto in un attimo, e sentito in ogni riga! La tua lettera ha solo bisogno di silenzio, non di commenti. Per cui, pesantissima faticaccia, tacerò! Ti chiedo solo la licenza per un unico rilievo. Dove dici: “Amare significa anche soffrire”. No, mia cara. Amare non significa soffrire. Al più, tollerare per amore! Ti stringo! Non aggiungo al cuore per non far la rima!

apenna

Novembre 2006

2) Caro Vitaliano

Caro Vitaliano AnnaMaria lo sa, lo sa da sempre, lei stessa mi ha detto di farlo. Suo padre, il mio “mentore”, era figlio di un “n.n.”, abbandonato in periodo di guerra e di fame. Questo mio bisnonno ha sofferto tutta la vita la mancanza di radici, ha messo al mondo sette figli per poter dire di avere una famiglia. Mio nonno e i suoi fratelli hanno vissuto da vicino questo dolore, mia madre anche avendolo conosciuto. La mia Annamaria mi dice sempre che non siamo così diverse, ma lo so che ne soffre, comunque é un dolore inevitabile da entrambe le parti; molti cercano di nascosto, altri cercano dopo la morte dei genitori adottivi, altri decidono di non cercare affatto. Io ho scelto la mia strada per motivi che non starò qui a spiegare, ma so di non essere l’unica. Ti dirò però che proprio per la sofferenza dei miei adottivi e in particolare della mia Annamaria avevo addirittura deciso di rinunciare. Ho aspettato 16 anni prima di dire “vado a cercare chi sono”, perché mia madre un bel giorno é venuta da me e mi ha detto “andiamo”.

apenna

Prima di quel suo “si”, ho elaborato nel silenzio i miei pensieri, le mie delusioni e sopra ogni cosa la violenza… quando é successo avevo dieci anni, e la convinzione che nonostante fossi stata adottata ero pur sempre una bambina. Pur sempre un essere umano. Purtroppo non é andata così. Devo sapere chi sono per sapere se c’era un’alternativa peggiore a questo, se c’é miseria voglio affondarci lo sguardo dentro finché posso, se c’è abbondanza e ipocrisia melensa invece vorrà dire che sono destinata a sopravvivere a qualsiasi cosa, anche a questo… e forse allora apprezzerò un po’ di più me stessa e le cose che ho fatto. Amare significa anche soffrire, sebbene a volte “la sofferenza” ti viene inflitta e in lei, ti assicuro, non c’é ombra d’amore. So che alcuni non condividono ciò che faccio, ma non posso fermarmi perché rifiutata o contestata. Sono ciò che sono, e i “no” non mi hanno mai spaventata. Finché sarò in grado di battermi per ciò in cui credo, continuerò ad andare avanti; finché potrò aiutare chi amo e chi ne ha bisogno lo farò. Faccio il possibile per essere una persona “utile”, poiché sono viva, perciò responsabile di me stessa e di coloro che amo. E poiché amo, automaticamente sono responsabile di coloro che mi chiedono una mano o che decidono d’ intraprendere un tratto del cammino con me. Sarei un’ipocrita se vivessi indifferente la mia vita e curassi soltanto i miei propri interessi senza dare uno sguardo agli altri. Io vengo dal nulla, conosco l’angoscia che deriva dal non avere mezzi a sufficienza per realizzare desideri e aspirazioni, vivo in una realtà difficile, ho conosciuto un certo aspetto della vita quando non ero ancora pronta ad incontrarlo (questo se vuoi te lo chiarirò privatamente), perciò ho il dovere di rendermi disponibile a quanti hanno vissuto le stesse cose per fare qualcosa – qualsiasi cosa. Non sono nessuno, ma posso dare voce a chi non riesce a parlare, perché persone così ci sono purtroppo, lo sono stata io stessa per anni, ma è tempo di cambiare. Qualcuno deve pur iniziare. Che cambia se lo faccio io? Dopotutto non ho nulla da perdere. Grazie per avermi risposto, la tua opinione mi sta a cuore e spero questo mio commento non ti annoierà, mi sono un po’ dilungata. Saluti cari.

Novembre 2006

Cara Valentina

La tua lettera è sentita, ma, stranamente, non la sento. Non che non sento te, Valentina, ma le tematiche in oggetto. Sono distanti 62 anni fa. Non sono neanche più un ricordo. Al più, un certificato anagrafico.

apenna

Non ho cercato il passato per una qualche paura. Se ce l’avevo, era molto, ma molto recondita. Ho cercato il passato, perché il presente, (al momento della ricerca) mi era sparito con la morte della Cesira. E’ stata una ricerca di radici, più che ricerca di madre. Se paura avevo, era quella del futuro. Tutto da fare. Paura, non tanto del fuori. Paura di quello che avevo dentro: un marasma d’emozioni. Adesso risolte. Anch’io, all’epoca, ho tratto le tue stesse conclusioni. Battevo miseria, a quell’epoca. Non di certo come quella di quella donna: all’epoca, non ancora mia prima culla. La sua, era ben peggiore. Erano tempi di guerra, vero, mica banane! Ebbene, è stato il pensare alla sua misera, che mi ha impedito il giudizio! Che altro poteva fare quella donna? Poteva fare anche di peggio, volendolo. Ad esempio: darmi ai maiali o buttarmi su un campo! Allora, vittima più, o vittima meno, che importanza poteva avere! Invece, ha scelto l’Istituzione degli Esposti. Allora si chiamavano così, quegli orfanotrofi. Non credo gli sia stato facile, a quei tempi, essere una donna non sposata, ma col grembo pieno! Poi, si è sistemata! Immagina, cosa non deve aver negato a sé stessa, per sistemarsi! Si può aggiungere condanna a condanna? L’ha già fatto Maramaldo: tanto mi basta per non seguirne l’esempio. Capisco anche la sua ritrosia nel ritrovarsi questo po po’ di figlio fra dimenticati piedi: non siamo tutti poeti, e neanche santi! All’epoca, non mi aveva offeso la sua cautela; e, neanche all’epoca ero fra gli errori che all’improvviso si mettono a gridare mamma ad una sconosciuta, conosciuta solo per via della “voce del sangue”? Che sarà mai sta voce del sangue? Di tale voce ai miei anni di allora, ne parlavano i giornali di cronaca: tipo Novella 2000, o simili. Mi sa, che mi sono perso parecchie annate di quegli articoli! Leggo che stai cercando le tue origini. In qualche modo mi auguro che non lo sappia la tua AnnaMaria, ma, se lo sa, sono certo che ti capisce. Mi direi anche certo, che quel capire la ferisce! Stammi bene, Valentina. Guarda avanti! Ciao.

Novembre 2006

Caro Vitaliano

Ricordi il messaggio che mi lasciasti sul blog del faro dell´adozione? Era la “lettera aperta” a cui non riuscii a risponderti avendo perso la connessione da casa. E´ passata molta acqua sotto i ponti da allora, molte cose mi sono capitate, ma alla tua lettera ci ho pensato spesso. Eccomi qua, a dedicare queste mie “riflessioni” al tuo cuore.

apenna

Ricordo che mi hai scritto di aver cercato tua madre, che lei ti ha scritto di essere discreto, e poi ti ha detto di sistemarti. Cose assolutamente ingiuste dal mio punto di vista, in quanto non è stata decisa da te la tua nascita né l´evoluzione del vostro rapporto culminato nell´abbandono, per cui “sii discreto” sembra una presa in giro che non sta né in cielo né in terra. Una madre che lascia il suo bambino o la sua bambina, certamente ricostruisce una nuova esistenza: non lo trovo neanche sbagliato. Ciò che trovo inammissibile è nascondersi dietro la nuova immagine ripulita di sé, e cancellare la vecchia anche nella mente degli altri, se non addirittura celarla per sempre, o almeno, finché non arriviamo noi (forse sarebbe meglio dire ritorniamo). Come può una madre naturale condividere il letto e la vita con un uomo (o una donna perché se c´è una madre c´è anche un padre naturale, anche se a volte non lo sanno nemmeno di aver messo incinte delle donne) sapendo che una creatura sangue del suo sangue si aggira per il mondo portandosi addosso ciò che lei stessa le ha dato?

apenna

E soprattutto come può nasconderlo, se mette al mondo altri figli? Non le capiterà mai, crescendo questi ultimi da buona e brava genitrice, di pensare a quel figlio mai conosciuto? Posso capire che nell´incontro con i propri parenti biologici ci sia una sorta di imbarazzo, autodifesa, istinto di preservazione di ciò che si ha ecc, perché nonostante si abbia lo stesso gruppo sanguigno, alla fine si è estranei, e per questa ragione non condivido affatto ciò che tua madre biologica ti disse in un secondo momento, ovvero “devi sistemarti”. Non aveva “l´autorità”, in un certo senso, per fare una simile riflessione in quanto era appunto un´intrusione come hai scritto tu, ma ciò riconferma quello che ho scritto io sopra (intrusione = intrusa). La mamma è colei che si cura della tua crescita e tutela il tuo percorso nel mondo quando da solo non ce la puoi fare, perciò per te la mamma è stata la Cesira, come per me è l´Annamaria (la mia mamma adottiva). Trovo comunque giusto cercare la madre naturale perché è quel pezzo mancante al quale si rinuncia solo per paura. Perdona la mai durezza, onestamente riconosco di essere troppo giovane per trarre conclusioni definitive su questioni così delicate, dopotutto io non sono ancora riuscita a trovare la mia famiglia d´origine ma ci sto provando da molto tempo, per cui non so come mi comporterei una volta di fronte a chi mi ha dato la vita. Le cose le capisci davvero solo quando ti succedono, prima di allora puoi però tentare di entrare in empatia con l´altro e chiederti perché fino a trovare una risposta. Spero comunque di averti dato spunti utili per ulteriori riflessioni, mentre se ho peccato in qualche punto ti prego di farmelo notare e di dirmi ciò che ne pensi. Ti abbraccio e ti chiedo nuovamente scusa, mi è costato molto perdere il contatto giornaliero con te e gli altri amici del blog. Un saluto da Valentina (o Nat84, scegli tu)

Novembre 2006

I figli crescono come vita corrispondente all’ordine: a quale?

Quando scrivo della mia orfanità, mi vedo come l’esposto che in qualche parte ancora sono; come l’adottivo che sono stato, come l’adottante, che sia pure per vie non ufficiali ancora sono. Per associazione fra l’insieme degli aspetti e per l’ultimo amore/amante che sto “adottando”, mi è tornata alla mente la mia ricerca di radici. La morte della Cesira le avevano completamente divelte! Non è stato facile e neanche semplice (della madre naturale avevo solo una lettera datata Milano 1949) ma le ho trovate. Giusto per farla breve, non mi corrispondevano! Ho dovuto iniziare, allora, a farmi radice da me. Neanche questo è stato facile e neanche semplice, ma ora sono la mia pianta.

apenna

Ero agli Esposti di Padova, quando sono stato inizialmente affiliato alla Cesira. Non credo di essere stato il suo terno al lotto! Proprio per niente! Mi raccontava (ho pochissimi ricordi di bimbo e la Cesira era più incernierata di una cassetta di sicurezza!) delle volte che mi portava in braccio al pronto soccorso! Sia di giorno che di notte! Ero pieno di “buchi”, mi diceva. Sulla nuca ne conservo ancora uno: una specie di chierica.

Me la facevo addosso: dove capitava – capitava: il più delle volte in solido. Una volta, appena entrato nel Giardino del Castello di Este. Di Domenica per il gelato festivo. Coprì il tutto (ma non il gelato, ovviamente) usando la sua sottoveste! Vivissima, ho ancora l’immagine nella mente! “Merda fa schei!” mi diceva. Di merda ne ha vista tanta su di me, ma da me e/o dal Caso, di “schei”, lo stretto necessario; molto stretto, e non per mia mancata volontà. Per volontà del Caso non so.

Quando ci penso, mi domando ancora come mai non mi abbia riportato all’Orfanotrofio come merce non corrispondente all’ordine. Sarà stato perché a quei tempi, un impegno era un impegno, e una parola è una parola: ho preso dalla Cesira! Ho chiesto all’Orfanotrofio se sapevano dirmi qualcosa. Non possiamo, mi disse l’Amministratore, in pensione proprio quel giorno! Ho salutato e me ne sono andato. Ricordo ancora il magone che mi sono portato dentro per tutta via Ognisanti, ma, già in via Zabarella era pressoché sparito.

Non c’erano Social, all’epoca! C’era, sì, chi ci chi finiva in qualche giornale. Ricordo casi di orfani in età matura, mossi, a dire dei giornalisti, “dalla voce del sangue”. Mai capita, e mai saputo cosa sia! Se ci penso mi vien da ridere a quella sorta di babbo natale! L’unica voce del sangue che ho mai sentito me l’ha fatta sentire la Cesira con le sue azioni e le sue cura; e quelle non ho mai dimenticato.

Riconosco di provenire dal Giurassico, così, mica posso fare confronti con la storia di un adottato di adesso e con le sue problematiche, tuttavia, sulla questione radice, forse si. Parlavo di fiori, nel precedente post. La vita insegna, che non tutti i fiori nascono e crescono sulla stessa terra. Così, può succedere, che la famiglia adottante si ritrovi con un fiore non corrispondente con il terreno che è. Mica lo si capisce dalla sera alla mattina, ovviamente. Lo capiamo (se riusciamo a capirlo) anche dopo anni, ma intanto, il fiore cresce.

Preso atto, da parte degli interessati, della non corrispondenza del terreno fra le due piante (adottato e adottanti) cosa porta l’adottato alla ricerca dell’originale invaso? Semplificando, un’idea di meglio, direi. Il più delle volte profondamente indistinta, o se distinta, con giustificazioni che ho trovato basiche pur nella loro legittimità. Le ho sentite, anche come una voglia di “paradiso” che da qualche parte c’è!

Perché mai l’adottato non le cerca più nel paradiso che veramente ha? Non ho mai cercato un altro “paradiso”, devo dire. No, un momento, non è vero! Se da un lato è vero che non ho mai cercato un alterno “paradiso”, vero è che l’ho pensato_immaginato per anni!

Sul mio certificato di nascita originale c’è scritto: nato il… in via Giustiniani, 5 a Padova. Non avevo idea, all’epoca, dove fosse via Giustiniani, ma lo stesso mi vedevo davanti un enorme portone. Mi vedevo suonare. Vedevo aprirsi una porta nel portone. Sulla porta, un’anziana serva. Entri mi diceva: la contessa l’aspetta! Sto ridendo da matti, ma i fatti sono fatti! Sempre alla ricerca di radice, sono infine andato a vedere se in via Giustiniani c’era proprio sto’ portone! Non c’era. Nella realtà c’era l’arco di un portone che ci sarà pur stato: era l’ingresso di ciò che restava del’originale Maternità! Ecco! Si rendano conto gli adottati presi dal desiderio di verifica, che ciò che conta non è il palazzo della Contessa che li ha messi in adozione, ma l’arco della maternità che li ha accolti. Si rendano conto gli adottivi, inoltre, che le emozioni (filiali o no) sono destinati ad attenuarsi, e che la ricerca delle originali radici, allora, può anche essere il bisogno di una nuova favola. Non la convertano in tragedia, i genitori! I figli devono crescere!

Adozione in gay

Domani avrò le rughe, Luisa, ma la notte m’ha posto un problema: risponderti, o non dormire?

apenna

Sono andato a letto all’una, Luisa, ma alle tre e mezza mi sono svegliato, lucidissimo, con in testa il pensiero posto dalla tua Salento web: l’adozione gay. Contestualizzare, disse il monsignore a proposito di un povero Cristo, con un tal senso e peso della sua orfanità che ebbe l’assoluto bisogno di trovarsi un Padre, anche a costo di andar a trovarlo ben oltre il genere conosciuto. Non credo che il mondo gay soffra di analogo senso e di peso per l’orfanità del suo diritto alla figliolanza da aver bisogno di avere un figlio anche a costo di trovarlo ben oltre il genere conosciuto anche se non generalmente praticato: eppure, lo vuole! L’argomento adozione mi tocca in modo particolare. Mi pare di averti detto, infatti, che ho avuto due madri e tre padri; e pur con tutto questo, orfano da brefotrofio prima, di collegio poi, e di molti riferimenti in successione. Quando sento “adozione”, allora, penso subito alla solitudine di chi è stato nutrito e curato da molti, ma, forse, amato da nessuno, o quanto meno, non ne ho mai sentito il senso, il calore. Non ho mai sentito il calore del sentimento degli adottanti, fors’anche perché, tutto semina la riconoscenza,  ma non l’amore. Sia chiaro che non sto rimproverando niente a nessuno: sto solo ricordando, sto solo constatando. Ricordi e constatazioni che mi rendono più che perplesso sull’adozione del gay. Non tanto perché possa fare sugli adottati, delle schifezze già dimostrate dalle capacità etero, ma perché temo che possa essere e/o diventare un amore di scorta. Visto da vicino, lo puo’ essere e/o diventare anche l’amore etero ma questo e’ un altro discorso. Temo altresì per l’adottato, al punto da bloccare il mio si come il mio no, perché il mondo che non ha ancora digerito la nostra realtà (al più sopportata come inevitabile) altrettanto non digerirà la nostra istanza, o se sarà costretto a farlo, lo farà ruttando fiati pesanti contro l’orfano non in grado di difendersi, come contro i padri_madri, anche loro non sempre in grado di difendersi come di difendere l’adottato. Se per caso non si è capito, sono fortemente pessimista. Se per caso non si è capito, non lo sono contro la capacità d’amore dell’orfano di parte di sé che generalmente è il gay. Sono fortemente pessimista perché della vita ho sentito tutto il peso della cattiveria dell’inquilinato ignorante. Ignoranza e cattiveria, che ancora mi circonda, anche se ora si mostra in cari rari con morsi rapidi e gesti vili. Ora non osano di più perché sanno gia’ a vista che so difendermi, ma se a quasi sett’anni devo farlo ancora, per quanto dovrà difendersi dai vili e dai cattivi, il bambino da affiliare alla personalità gay? Sino a sett’anni anche l’adottato non gay da genitori gay?! Portate pazienza se difendo, non la ragione degli etero (le loro ragioni mi facciano il piacere!) ma la ragione del bambino che sono stato, e che non vorrei vedere, neanche lontanamente eguale in nessun bambino. Avrei più favorevole opinione se l’adozione gay fosse praticabile verso il figlio adulto e/o di conformata identità. Questo, non per allontanare il sospetto di un violenza sessuale  che gli avversi all’adozione gay sospettano non tanto sotto traccia, ma perché il giovane di conformata identità (e, quindi, adulto) è in grado di reggere la sincerità necessaria al suo bisogno di conoscere e di capire, senza il quale bisogno, neanche si può amare come figli e ne essere amati come genitori. Sono stato adottato da una coppia etero: la Cesira ed il Luigi. Come tutti i bambini sarò stato anche discolo qualche volta. Al che, se per barrierare l’irrequietezza del figlio le altre mamme della mia epoca chiamavano l’uomo nero, mia madre mi diceva, invece, “varda che te porto da l’altra donna, seto!”  (Guarda che ti porto da l’altra donna, sai!) E’ stato così che io ho saputo di essere figlio di un buco nero chiamato “l’altra donna”. Ora, è anche vero che non tutti gli adottati sono o saranno stati di vita sfigata come lo sono stato io, ma è anche vero però, quello che dice un proverbio romeno: chi è stato scottato dal brodo ha paura anche dello yogurt! So bene che la vita deve andare avanti e che se non vai al suo passo finisci che ti supera. L’essere superato dalla vita come da altra vita non mi duole più di tanto: mica possiamo essere tutti delle Ferrari! Ciò che mi duole, però, e che non lo faccia “con juicio”.

Adottivi e margherite

Ho letto della questione “Fallimenti Adottivi” ancora tempo fa, ma tutt’ora mi gira per lo “stomaco” come alimento non digerito.

apenna

Dettaglio a parte, mi reputo un buon ignorante perché non mi curo di quanto già detto in congressi e/o in varie tesi, e quando sono grovigli complessi quando non complicati, taglio! Ora, perché mai uno/a o ambedue genitore adottivi dovrebbero sentirsi falliti? Del fatto, poi, non mi risulta analogo senso di fallimento da parte di genitori socialmente omogenei, eppure, ne avrebbero ben donde! Perché mancanti come nutritori? Qualche psichiatrico caso a parte, non direi! Mancanti come delegati a porre educazioni e norme? Qualche psichiatrico caso a parte, non direi! Naturale o no che sia il figlio/a, tutti i genitori fanno del loro meglio per farlo crescere al meglio. Qualche psichiatrico caso a parte, non vedo proprio chi non lo fa! E, allora? Nel giardino della vita ci sono infiniti fiori, infiniti colori, e infiniti giardinieri. Ha motivo di dirsi fallito compito il giardiniere che pianta margherite e quelle ottiene? Direi proprio di no! Ammettiamo, ora, che il giardiniere che ha piantato le classiche margherite, se ne veda spuntare di non classiche. Di fallito “mestiere”? Non direi: é pur sempre nata una margherita! La voleva solo col gambo verde, i petali bianchi, e gialla dove non mi ricordo come si chiama? Si, un qualche senso di fallimento “professionale”, qui, comincia ad emergere, ma, se ha fatto del suo meglio, e quel senso persiste, perché? Certamente leciti i sensi di fallimento “professionale” di genitore (adottivo o no) ma se mi giungono a rifiutare quando cresciuto nella sua aiola, in ballo c’è la capacità di “mestiere”, e/o l’intima identità del giardiniere? Con altre parole: in ballo c’è la margherita, o quanto di sé il giardiniere ha proiettato e/o proietta sulla margherita? Ammessa l’ipotesi, si può escludere che il senso di un fallimento così basato non passi nell’identità dell’erede?