Ho scritto

In Amore, l’affine Cultura scosta la diversità posta dalla Natura.

Cercavo solo una parola non consumata quando ho scritto “scosta”, ma “vedendola e mirandola” mi sono reso conto, infine, di quanto contiene. All’Identità non nega nulla, infatti: anzi, favorisce. Neanche nega nulla alla naturale sessualità, anzi, ne favorisce la verità. Non nega nulla e non muta nulla all’originale Natura della persona, infatti: solo scosta da quanto impedisce il passo alla vita. Se l’affine Cultura scosta la diversità posta dalla Natura, allora, anche tutte le visioni secondo Natura, vengono scostate. Il Cristo evangelico ebbe a dire (o dicono che abbia detto) “andate e moltiplicatevi”. Non mi risulta concessione d’amore più divina. Alla storia del mondo risulta invece, quanto sia stata strumentalizzata per fini di un potere senza alcun cristianesimo: naturale a parte. Per cristianesimo naturale intendo il bene che strumentalizza il vero per lo scopo di sottomettere lo spirito. L’affermazione in oggetto non intende negare in alcun modo quanto è pervenuto e ancora perviene dalla visione basilarmente naturale della vita: quello che è stato è stato. Direi giunta l’ora, però, di elevare l’invito del Cristo al principio culturale della vita: il Vero. L’affinità culturale nel Vero indicato dall’amore, infatti, permette di moltiplicarla senza censure, perchè permette l’universalità che annulla la diversità. Mi piace pensare a un Cristo della stessa idea.

Amore e Tossicodipendenza

Nel proiettare verso di me la tua domanda di piacere hai agito come di solito agiscono gli uomini, ma nel tenere conto solamente di te stesso hai agito come agiscono i bambini. Si può ben dire, dunque che, oggi, a monte del fatto, è stata la tua parte istintiva, (l’animale), che ha sputtanato quella riflessiva, (la razionale), e non il mio rifiuto di te. Sai bene quanto me, che nel mondo nel quale agisci l’offerta amorosa é quasi sempre un mezzo per raggiungere un dato scopo. Dal momento che non sei un libero, quanto era vera la tua offerta, o quanto la tua presente condizione non la può rendere libera se non rinunciando all’altra amante: la roba? Ti pare che con la mia esperienza possa ancora credere di essere amante in grado di competere con l’altra? E’ ben vero che lo scopo, (la soddisfazione della tua amante), non è un mio problema ma è anche vero che, anche tralasciando quella morale, è mio problema la chiarezza culturale. Per quella chiarezza non mi è possibile mescolare il “diavolo”, (la ricerca di amanti fra le Personalità td), con l’acqua santa, (i propositi ausiliari che mi propongo come persona e Associazione), se non agendo falsamente con ciò che penso. La chiarezza culturale ha dei costi. L’averti detto di no è stato il prezzo che ho pagato oggi. Se non avessi pagato quel prezzo mi sarei sentito un uomo di merda. Come vedi, in ballo non c’è il fatto che tu ti sei sputtanato ma il fatto che, culturalmente parlando, almeno ai miei occhi, non mi posso sputtanare io. Potrei anche dirti: accetterò la tua offerta quando mi avrai dimostrato di essere libero, ma, da libero, puoi dire a te stesso che la rifaresti?

Luglio 2006

asterisco

I contratti dell’amore

Senza condizioni, ho creduto di aver amato una sola persona. Mi ci sono voluti anni, dolori, e, detto fra di noi, non pochi pianti, per capire che non era amore quello che provavo ma un desiderio (a dirla tutta, naturale più che culturale) così intenso da sembrarlo. Se in certi stati di intensità sentimentale (tanto più se presi da fortissimo erotismo) si può anche scambiare il desiderio per amore, cosa distingue il desiderio dall’amore? A mio avviso, ciò che distingue il desiderio dall’amore è lo stato della naturale, culturale e spirituale comunione delle personalità in corrispondenza. Nell’amore, dunque, aldilà delle condizioni con le quali si raggiunge la comunione, è lo stato della stessa comunione, la “Norma”, che detta le regole per amare.

Se la misura dell’amore è data dalla misura della comunione, dati gli stati e la condizione della comunione, non è certo difficile sapere quanto si ama e/o si è amati. Basta prendere carta e penna e scrivere (e descrivere) quanta e di quale stato è la comunione naturale; lo stesso per la culturale e, lo stesso per le motivazioni di vita che, se in comune, permettono la comunione tanto quanto sono in comune. Fatto questo, capirai immediatamente che non l’amore è cieco (non sempre i proverbi sono la saggezza dei popoli che in questo caso è da secoli la sua ignoranza) ma, casomai, è il desiderio quello che lo è. Il desiderio, non volendo che la sua volontà, poco si cura se è o non in comunione con il soggetto che desidera.

Ho ritenuto di precisare cosa intendo per “amore”, non certo per frustrare le tue aspirazioni sentimentali ma per invitarti a vedere non quello che sembra vero (o ti fa piacere credere vero) ma il vero. Potresti anche obiettare che ad una seria verifica potrebbe restarti ben poco di vero. E, allora? Quantitativamente parlando, l’oro è ben poca cosa rispetto alla totalità del giacimento aurifero, ma, sai perché (oltreché prezioso appunto perché poco) il suo colore è sempre bello? Perché rifiuta di stare in comunione con la materia (il falso) che non fa parte della sua Natura di oro: il vero. Intanto che pensi e decidi come stare meglio, mettiti nella testona durona che essere amati senza condizioni, come (forse) chiedi tu, è come mettere chi ti ama sulla riva di un mare in burrasca e, pretendere che stia lì a guardare e basta, mentre vede che le onde ti stanno trascinando lontano. Ammesa l’ipotesi, a chi ti ama cosa effettivamente stai chiedendo?

Luglio 2006

La Questura di Verona dice

noneamore

Alla poliziotta fuori dal provvisorio ufficio ho chiesto (sia pure da lontano) se potevo fotografarlo, ma dopo una minima occhiata m’ha girato le spalle e ha continuato a discorre con un signore dall’aria del politico e/o militare: collega o superiore che sia. Peccato! Avrei voluto dire alla poliziotta che nella denuncia della Questura vedo mancanti i volti di quanti, per diverso genere di amore, al pari della Donna sono stati picchiati/e e in non pochi casi uccisi/e. Sono stati esclusi perché poco importanti? Perché difendere gli esposti rende esposti alle contestazioni di qualsiasi ordine e/o parassitario potere? Comunque siano i casi, in questo caso la Questura di Verona si è rivelata non all’altezza del ruolo: la difesa di tutti i cittadini: anche di quelli comunque scomodi. Bicicletando (dopo aver fotografato l’opera) giungo a s. Zeno. Mi siedo su una panchina (siano maledette quelle di ferro tubolare) e comincio a scrivere.

L’amore, è comunione naturale, culturale e spirituale di infiniti stati di vita. Con altro dire, è una parola composta da infinite parole: è un’emozione composta da infinite emozioni. Maggiore la comunione che riusciamo a vivere, e maggiore il sentimento che diciamo amore. Si può dire, allora, che il monito della Questura si ferma su un ‘idea possessivamente violenta e socialmente affermata dell’amore, non, su l’AMORE. Non per questo non è prevalentemente vera quell’idea ma è totalmente condivisibile? Dove serve a fermare la violenza si! Dove, invece, per implicito, serve per impartire una totale negazione della libertà di amare secondo coscienza per esperienza, no. I deputati ad insegnare come si ama sono il Principato con le sue leggi, e la Religione con le sue. Visto quanto ci denuncia la Magistratura e quanto i Media, viene da chiedersi quanto siano pedagogicamente sufficienti, Per me, solo mediocremente, visto che il loro insegnamento è così “facilmente” scavalcabile. Nei violenti casi di non amore, allora, sia il Principato che la Religione sono intrisecamente corresponsabili, a causa di quanto hanno detto sulla figura maggiore (socialmente e religiosamente formandola ma anche deformandola) e su quella che per secoli hanno reso violentemente e pesantemente suddita e quindi liberamente usabile perché non importante. Non vedo fuoco riparatore che possa annullare quella “pedagogica” matrice nella mente dei forti: vuoi per muscolo, vuoi per viltà, vuoi perché umanamente derelitti anche se a vista non pare. Dove non credo nel fuoco (in vero, proposta solamente ironica) credo la doverosa e decisiva inversione delle norme sinora praticate, e/o troppo debolmente fermate. Farei partire quella conversione da questa presa d’atto:

SE QUESTO E’ L’AMORE CHE VI ABBIAMO INSEGNATO, PERDONATECI!

I doveri dell’amore

Non so quale sia la vostra idea di “amore”, ma per me, è ricerca di comunione. Così, dove non ce la trovo, ce la devo mettere! Naturalmente, non sempre mi è possibile la comunione personale. Beh! Dove non è possibile con me, devo mettere una vita in comunione con sé. Ci penserà quella vita, poi, a mettersi in comunione con la Vita, cioè, con il tutto dal Principio.  Ebbene, si! Lo confesso! La mia ricerca di comunione, e la mia ricerca di mettere in comunione, sono la mia droga! A sessantadue anni suonati, della mia droga, ancora, irrecuperabile “tossico”! Ma si può?!

Del Giugno 2006

fiori

Passione e Amore: due ascolti.

Il principio dell’amore è la verità. Chi pone l’amore prima della verità, ama ciò che sente prima di ciò che sa. Chi ama ciò che sente prima di ciò che sa, è principiato dalla passione. La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita.

Datata Luglio 2007

fiori

 

Chi ama chi?

Sostengo un’opinione su chi ama l’animale come fosse persona. Ricevo questo commento: “chi ama l’animale come fosse persona, forse, ama solo se stesso perché ama un concetto che è solo nella sua testa.” Subito dopo, quasi sbattendo la porta, un qualcosa mi esce dalla mente! E’ una domanda: e se anche noi, nell’altro/a, amassimo solo dei concetti che sono nella nostra testa? Cessata la passione, l’ho constatato vero tutte le volte.

Ottobre 2007

fiori

Diversità in_complete

Sulla difficoltà d’amare che dico nella favola fra un Tulipano ed una Farlalla, Luisa, commenta così: eppure ci deve essere una completezza che viene dalla diversità.

venaminiPoco fa è venuto a trovarmi un amico. Mi racconta di essere stato, fortemente desiderato da uno sposato. Dopo che questi ha cessato di rincorrerlo, l’ha fatto lui! Per accostamento di storia, mi è venuto in mente un importante film francese. In quel film, la Bardot era rincorsa da un innamorato. Quando smette di farlo, lo fa la Bardot. Visto che non riusciva a cavar ragno dal buco, preda della gelosia, la Bardot uccide l’amante. Al processo, il Pubblico ministero si rivolge alla Bardot dicendo: questa donna ha ucciso l’amante perché non l’ha mai amato! Al che, la Bardot, replica: non è vero che non ci siamo amati! Non ci siamo amati, contemporaneamente! Quale la morale delle due storie, Luisa? Direi questa: la diversità in amare, è il momento che ci permette d’amare, con completezza, solo a momenti. Saremmo, quindi, destinati ad amare sempre incompletamente? Dipende! Se consideriamo un tutto anche le parti, certamente no!

Luglio 2007

Amori vietanti

venaminiE’ il caso del maggiore, che deve vietare ciò che a sua opinione, (e/o a quella sociale) non corrisponde all’idea che intende far crescere come figlio, e/o come persona, e/o come cittadino. E’ un amore che tronca, però. E’ un amore, che per non far deviare, comunque devia. Difficile sfuggire a questo nostro essere “lupo”, “agnello” o “capro” in un unico fato. Difficile rispondersi alla domanda: fra le tre, per quali forze della vita sto mettendo il mio protettivo guinzaglio al divenire che ho procreato?

Agosto 2007

Amare non è incatenare

venaminiNessuno può invadere un’altra persona, a meno che non la voglia rendere suddita, usando il sentimento come ricatto. La strada dell’indipendenza è piena di questi ricatti. Dicono di essere amore, invece, sono catene! Separarsi da quelle catene, non solo è necessario ma doveroso! E’ ovvio che se i ricatti amorosi hanno la sudditanza come prezzo, altrettanto è ovvio che anche il riscatto da quei ricatti ha un costo: il dolore che è in ogni separazione. Separare come hai fatto, non significa rivoluzionare dei rapporti. Questo lo temono quelli che basano il proprio essere, detenendo la vita dell’altro. Da questi, ogni inversione di ruolo, viene vissuto come un attacco alla personalistica carica. Separarsi, invece, significa prendere atto che ogni persona è distinta da un’altra. Caso mai, dipendente, ma, non sino al punto da essere coartata, coperta, prevaricata. Nel crescere, queste separazioni sono all’ordine del giorno. Sono così comuni che (almeno nei fatti meno dolorosi) non ci facciamo più caso, pure, hanno tutte lo stesso significato: la distinzione fra sé e l’altro. Il dolore nella separazione (per la riappropriazione di sè) è importantissima componente della strutturazione del personale carattere. Il dolore, (come anche il piacere), sono due ordini pedagogici. Entro questi, il crescente si prova, si conosce, capisce quanto è in grado di sopportare (nel dolore) la mancanza del piacere. Il piacere, (essendo vita), gli dice quanto è giusta la sua rivendicazione. Il dolore, invece, gli dice quanto è sbagliata. La verità è nel mezzo fra i due maestri. E’ nell’assenza del dolore, ma non per questo, assenza di piacere. Ad ognuno la propria ricetta. Non può che essere così, se, ognuno, vuol diventare sé stesso. Un’ultima cosa. Tu sei sempre disponibile verso gli altri. Le persone disponibili sono come delle case sempre aperte. Veglia sulla tua disponibilità se non vuoi ritrovarti come una casa svuotata dagli approfittatori. Questo non significa che ti devi chiudere. Gli estremi sono sempre erronei. Significa solo che alla porta della tua casa – disponibilità, deve far la guardia la tua capacità di scelta, il tuo discernimento. Bada anche ad un altro aspetto della disponibilità. Può apparire sempre disponibile, chi ha una tal fame di vita da non porre limiti alla fame altrui. Stai attenta! Vi sono fiori che aprono al mondo la propria bellezza, ma, quel che pare generosità, altro non è che una più generale esca per la fame del fiore, non per quella di chi si serve di un fiore per soddisfare la sua fame di vita. Quindi, distingui, se soffri perché ti manca dell’amore, o se soffri perché, il tuo essere, è un’esca insufficientemente appagata.

Luglio 2006

Amare è un po’ uccidere ed è sempre un po’ morire

venaminiIl mezzo di bianco che mi permetto nei fine settimana mi fa scrivere delle robe, ma de che le robe! Sentire un po’ queste. Sono in pizzeria. Di fronte a me un’anziana. In gamba. Di carattere! Chissà perché le donne di carattere si ritrovano spesso con figli Finocchi (ben che vada ad ambedue) o “tossici” che peggio gli vada ad ambedue! Alla mia destra, una coppia con due bellissime bambine. Lui ha l’aria di chi è lì per dovere. Lei, forse perché non ha o teme alternative. Le bambine, riempiono i silenzi (e la loro orfanità di sostanza) giocando con i telefonini! Il tavolo fra i due sposi è largo decine di kilometri. Cari Uomini, care Donne: perdonate la predica del Finocchio, ma, se non avete ancora capito che amare è un po’ morire perché è sul vostro sacrificio che la vita pianta il suo futuro, lasciate perdere! Andate a ballare!

Ottobre 2006

La passione è una verità naturale. L’amore è una verità culturale.

A ragion veduta l’amare.

Mauro ed io parlavamo di meloni, cioè, delle possibilità dell’amore. Tu, sei intervenuta parlando di mele, cioè, della possibilità dell’amare. Il primo argomento riguarda la ragione. Non mi riferisco al mio pretendere di aver ragione. Il secondo tocca le viscere! Mi riferisco anche alle mie. Ti è chiaro adesso perché non hai capito? In quanto all’omosessualità, non si sceglie di esserlo. Si sceglie di viverla o di non viverla. Se non hai capito neanche questo, cosa hai capito degli amici gay che dici di avere?

Novembre 2006

Neanche Eros gioca a dadi

venaminiSentiamo l’amore secondo Natura. Voce della Natura è la passione. Della passione si può dire che è il dato del cuore: motore della vitalità. Sappiamo l’amore secondo Cultura. Voce della Cultura è il dato della Mente. Della Mente si può dire che è il dato del Sapere: motore della vita. Poiché, quello che è della Natura non può non essere della Cultura, (pena degli stati di dissociazione nella vita) ne consegue che l’amore è comunione fra i dati della vitalità nella Natura (il corpo della vita) e della Cultura: la mente della vita. Dove la corrispondenza fra fra dati è mancante, anche l’amore non può non risultare mancante. Vi è una universale formula di ricerca dell’amore? La direi questa: passione > conoscenza > amore > vita.

In amore la verità è oro: costosa ma incorruttibile.

venaminiCertamente non è per dirti che anche quando penso ai cavoli miei non posso non pensare a quelli fra di noi che ti scrivo questo, ma, per pregarti di verificare una conclusione alla quale sono giunto dopo che ci siamo lasciati. La conclusione potrebbe anche non essere vera ma comunque proseguirò lo scritto partendo dal presupposto che lo sia. Tratta da mie impressioni più che da fatti e/o precisi discorsi ma basata anche su precedenti esperienze e richieste, non tue ma di altri) è presto detta.

Mi pare di capire che la tua massima aspirazione sia quella di essere amato (indipendentemente da chi) senza alcuna condizione nei tuoi confronti da parte sua e ne alcuna condizione nei suoi confronti da parte tua. Per poter soddisfare al meglio la tua richiesta, indubbiamente non possiamo non verificare assieme se, per amore, ambedue intendiamo la stessa cosa. Senza condizioni, ho creduto di aver amato una sola persona nella mia vita.

Mi ci sono voluti anni, dolori, e, detto fra di noi, non pochi pianti, per capire che non era amore quello che provavo ma un desiderio (a dirla tutta, naturale più che culturale) così intenso da sembrarlo. Se in certi stati di intensità sentimentale (tanto più se presi da fortissimo erotismo) si può anche scambiare il desiderio per amore, cosa distingue il desiderio dall’amore? A mio avviso, ciò che distingue il desiderio dall’amore è lo stato della naturale, culturale e spirituale comunione delle personalità in corrispondenza. Nell’amore, dunque, aldilà delle condizioni con le quali si raggiunge la comunione, è lo stato della stessa comunione, la norma che detta le regole per amare. Se la misura dell’amore è data dalla misura della comunione, dati gli stati e la condizione della comunione, non è certo difficile sapere quanto si ama e/o si è amati.

Basta prendere carta e penna e scrivere (e descrivere) quanta e di quale stato è la comunione naturale; lo stesso per la culturale e, lo stesso per le motivazioni di vita che, se in comune, permettono la comunione tanto quanto sono in comune. Fatto questo, capirai immediatamente che non l’amore è cieco (non sempre i proverbi sono la saggezza dei popoli che in questo caso è da secoli la sua ignoranza) ma, casomai, è il desiderio quello che lo è. Il desiderio, non volendo che la sua volontà, poco si cura se è o non in comunione con il soggetto che desidera.

Ho ritenuto di precisare cosa intendo per “amore”, non certo per frustrare le tue aspirazioni sentimentali ma per invitarti a vedere non quello che sembra vero (o ti fa piacere credere vero) ma il vero. Potresti anche obiettare che ad una seria verifica potrebbe restarti ben poco di vero. E, allora?

Quantitativamente parlando, l’oro è ben poca cosa rispetto alla totalità del giacimento aurifero, ma, sai perché (oltreché prezioso appunto perché poco) il suo colore è sempre bello? Perché rifiuta di stare in comunione con la materia (il falso) che non fa parte della sua Natura di oro: il vero. Dato l’esempio, la comunione d’amore fra te e me (come fra te e la vita nel suo complesso) non può non essere condizionata dalla ricerca dell’oro (la verità in amore e nell’amare) da mettere in comunione per poter essere comune (perché reciproco) capitale di vita. Chissà mai perché vuoi andare in Africa quando già dentro di te ci sono tutte le miniere di Salomone da scoprire. Misteri della vita!

Stammi meglio, mio caro. Intanto che pensi e decidi come starlo, mettiti nella testona durona che essere amati senza condizioni, come (forse) chiedi tu, è come mettere chi ti ama sulla riva di un mare sempre in burrasca e, pretendere che stia lì, a guardare e basta, mentre vede che le onde ti stanno trascinando lontano. Se le cose stessero così, Filippo, non è amore senza condizioni quello che chiedi: è dolore.

a Filippo P.

Gennaio 2009

Nei bidoni dell’amore

 

Vitaliano, 65 anni, si è rivolto direttamente al nostro giornale. * La sua sembra una storia di «mala educacion» uscita dalla sceneggiatura di un film di Almodovar. Operaio in pensione e con un passato di impegno sociale in una comunità per tossicodipendenti,  l’uomo, che risiede a Verona da circa quarant’anni, narra un’infanzia vissuta tra orfanatrofi e istituti religiosi.

venaminiVenni abbandonato due volte: prima dai miei genitori naturali e poi dai responsabili del collegio che riversarono su di me la colpa per le attenzioni pedofile di un sacerdote. Lo ricordo bene ma nei suoi confronti», sottolinea, «non coltivo rancore perché la vera violenza l’ho subita dai superiori». Vitaliano trattiene l’emozione a fatica. «Mi sentii un reietto… mi sembra ancora di vedere l’espressione impietrita della mamma adottiva quando le dissero di riportarmi a casa.” La sua storia sconfina nella zona grigia in cui violenza e complicità si confondono. «Frequentavo la terza elementare», racconta, «e dopo l’orfanotrofio agli Esposti di Padova. Gli esposti mi scaricarono in un istituto religioso, non di Verona, dove avvenne il caso.

Dico oggetto», sottolinea, «perché non ero consapevole del significato di quel piacere, ma ne fui anche soggetto, perché, sia pure nella mia coscienza di minore, cercai e condivisi quel piacere. Noi per quanto ragazzini conoscevamo le preferenze di quel prete, e fra di noi sapevamo chi era l’amante in carica e quello che non era più nella sue grazie». Il passato riaffiora, i volti, dopo oltre cinquant’anni, sembrano materializzarsi: «Ricordo un biondino del mio stesso paese, ricordo un chioggiotto dalla forte vitalità. Devo ammetterlo: ad essere scelti, era anche motivo di vanto, perché, per quella scelta, ottenevamo regali che altri non avevano speranza di avere.

Le attenzioni particolari di quel prete, che per quanto mi riguarda aprì forse una porta non chiusa, erano stemperate dai privilegi». L’uomo fa una pausa, come per rimettere ordine nei pensieri. «Non si deve pensare al sessantacinquenne di oggi ma all’orfano di allora, anche di ogni concreto affetto».

Ma è sull’istituzione che l’ex allievo del collegio religioso veneto intende puntare il dito. «Anche nel mio caso», esclama, «si preferì usare la politica del mettiamo tutto a tacere poiché una volta scoperto il fattaccio, il prete ricevette una lettera del superiore generale in cui, notificandogli il trasferimento ad altro collegio, gli si disse di badare meglio ai suoi atti verso i collegiali. Ricordo bene quella lettera scritta a penna in corsivo con inchiostro nero e ne ricordo il contenuto perché quel prete me la fece leggere».

I fatti scorrono nella memoria come fotogrammi di un film. «Il collegio era immerso in un parco, sembrava un angolo di paradiso, mi vedo seduto su una panchina, in lacrime, e di fronte a me il religioso che in tono accusatorio mi rinfaccia di essere la causa dei suoi guai. E dal collegio io fui cacciato, non trasferito.

Tutto considerato, al corruttore andò meglio che al corrotto». Al dolore si somma l’amarezza. «Sono passati più di 50 anni e ho un ricordo nitido dei miei pianti, della mia solitudine di bambino abbandonato, ma non per questo», concude, «è mai venuta meno la mia stima nella chiesa dell’amore, nel suo sacro come nel suo profano. Da allora, però, ho in profondo astio la chiesa del potere: vuoi quando si serve del sacro, vuoi quando si serve del profano».

* Non sono mai stato un operatore di Comunità. Al più, un ufficioso Operatore di Strada. Non mi sono rivolto al giornale. Ho solo spedito una Lettera al Direttore. Da quella, il giornalista ha tratto l’intervista.

 

E’ amore, Vitaliano?

venaminiLui quarantenne. In attesa di divorzio è tornato da mammà. Terminato il lavoro allena una squadra di calcio maschile. Peste ti colga, Vitaliano, se solo osi pensare ad una qualche sensibilizzazione, verso (e/o in basso) a chi si fa la doccia dopo l’allenamento.

Lei, transessuale. Ragionando da maschio, la dico femmina dalla punta dei capelli a quella delle scarpe. Si incontrano ed è tutto un falò, poi, “ho qualche problema, mia moglie ha preso un investigatore, vuole addossarmi la causa di divorzio, sono costretto a non vederti con la frequenza di prima, ti amo; poi, telefonatine e messaggini enigmatico _ romantici. Questo, via, via distanziando, e stringi_stringi, tacendo. Ci resta male, lei, ma reagisce con classe: siamo grandi, que sera, sera, “mandami tante rose non spinose” e chiude la linea.

Che ne pensi, Vitaliano? Mah, tesoro. I casi sono due, o lui si sta distanziando perché passata la scuffia sta riacquistando la sua vista (e tu, sei un’altra vista) oppure sta provando se la sua semina ha messo radici. Se gli fai capire che ha messo radici, prima o poi non mancherà di chiederti acqua. E, se non mi chiedesse acqua ma neanche si facesse rivedere? Mah! Direi, allora, che sta togliendo le sue radici dal tuo vaso. Ma dai, Vitaliano! Quarantanni e ancora manca il coraggio di sé stessi! Capita mia cara, a quelli che, molto più probabilmente, vogliono navigare su mari senza rive.

Novembre 2007

L’amore e Regina

L’amore, è un ideale, cara Regina, forse aldilà delle nostre effettive capacità di viverlo. Viviamo, invece, l’amore che possiamo, e più possiamo, più ci avviciniamo all’ideale. Al posto della parola “Amore”, ora, mettici la parola “Dio”. Ci vedi differenza?

Ottobre 2007

venaminilunga

Ho detto ti amo solamente in un caso

ma non mi stancherò mai di dire: voglio bene.

venaminiSe non come voce di una certezza affettiva, almeno come voce di una speranza effettivatizzante. [Se effettivatizzante non è nel vocabolario, passamelo per amor di tesi.] Mi è capitato più volte, di trovarmi a voler bene a personalità “Pabloz” ma l’ho fatto come personalità “Mauro”: generalmente razionale. Ebbene, in casi come quelli fra Mauro ed il Pabloz, la mia razionalità, pur non negando nulla all’integrità della personalità “Pabloz”, da Mauro si sarebbe aspettata, non dico, una presa di posizione, ma almeno un riparatore distinguo. Libertà, Pabloz, a mio avviso è poter dare dell’idiota agli idioti, ma, libertà, sempre a mio avviso, è proibirsi di dar dell’idiota a chicchessia. Allora, per riparatore distinguo, intendo dire, che se qualcuno da dell’idiota a me, come minimo, mi aspetto che un libero ricordi all’offensore, che non può permettersi quella libertà, se non ledendo il concetto che tu stesso possiedi. Non per il Mauro, quindi, avresti dovuto intervenire, ma per difendere il valore che anche sei. Chi non lo fa per questa ragione, ne può trovare delle altre per difendere il suo concetto di libertà, ma non può, sempre a mio avviso, non cercarne. Sostenere la personale indipendenza da altri e/o da altro, è certamente un gran valore, ma, se questo valore comporta l’esclusione della scelta, di dover anche, partecipare, mi domando, allora, se è l’indipendenza spirituale che difendiamo, o se è dal dolore altrui, che ci difendiamo. Può anche essere che ci difendiamo, rimanendo sopra le parti, dalla paura di essere esclusi, o da una, o dall’altra parte. E’ indubbio, che i tuoi post dimostrano ampiamente la tua partecipazione al dolore altrui. E’ un dolore, però, che per la gran parte, rimane oltre un vetro. Ogni tanto, però, ci sono dolori che lo superano, e che chiedono, almeno una nota di presenza. Quando succede, l’ideale non può non congiungersi con il reale. Per fare questo, non si può non scendere a patti fra ciò che siamo, e ciò che il nostro prossimo è. Almeno coscientemente, non era mia intenzione farti questa sorta di predica, ma, come ho detto ad Ewan in un commento a te diretto, la questione mi ha preso il cuore, e al cuore, non si comanda.

Ottobre 2007

L’amore è il mondo

venaminiL’amore é il mondo che permette alla vita di essere in comunione con sé stessa in ogni suo stato. Nessun essere dovrebbe considerarsi esentato dal compito di perpetuare quel mondo. Ben diversamente, si deve escludere ogni improprio uso di quella forza. Ad esempio, ogni abuso in amare come nei casi di Pedofilia attuata. Si può dire, dunque, che esiste una Pedofilia positiva ed una Pedofila negativa. La positiva, è quella di chi comunica il proprio sentimento di vita, indipendentemente, dall’età di chi ama e dall’età di chi è amato. La negativa, è quella di chi attua il suo sentimento d’amore, non tenendo assolutamente conto della Minore identità sessuale dell’”amato/a”. E, con questo, spero di aver chiarito sufficientemente le cose anche per quanti/e impossibilitati a capire, forse perché antepongono (sul mio ragionamento) o dei convenzionali ma non ragionati principi, o delle paure che nulla hanno a che vedere con i miei discorsi sulla Pedofilia in quanto tale. Si comportano, questi e queste, come chi, ascoltando una conferenza sull’atomo, già si vive come contaminato dalle radiazioni della boma atomica. Ci sono, o ci fanno?

Novembre 2006 – Corretta e mirata nel Dicembre 2019

Socrate e l’amore

venaminiL’amore nasce dalla Povertà, dice Socrate. Non sarei tanto d’accordo. In quanto carattere di vita, che amore è, infatti, quello che nasce fra due poveri amanti, se non un amore di povero carattere? Fra due poveri amanti, più che di amore, parlerei di un sentimentale mutuo soccorso. [Non fra amanti poveri, ovviamente, che può essere ricchissimo!] Amore, a mio avviso, non può essere una compensazione di carenze, se non diventando una “medicina”, dove non è escluso l’amaro. Ne so qualcosa! Più che dalla povertà, l’amore, a mio avviso, nasce di più dall’invidia. Mettici le virgolette, su, invidia. Nasce cioè, anche perché, “invidiando” l’altro/a, vogliamo, o essere come lui/lei: e da qui, nasce l’amore per noi stessi. Oppure, “vogliamo” lui o lei, per metterlo/a fra i nostri beni. Il dire ti voglio bene, è riconoscere una raggiunta conferma. Il ti voglio bene in quanto un acquisito bene, però, è soggetto a variabili. Per tali variabili, o si agisce per valorizzare il bene acquisito, o perde il suo valore, e per implicito, si perde il portatore di quel valore. Anche l’amore, è così. Non per niente è una proprietà della vita. Non per niente non è una proprietà della nostra

DIALOGO

“Che si voglia bene a qualcuno perchè noi non ci bastiamo, è una delle poche idee di Platone che mi piacciono. Per questo sono portato a pensare che sia piuttosto di Socrate.”

Questa riflessione mi riporta indietro di epoche: quando stavo con l’Amato. Mi diceva: non sempre mi basti, Ora sei al 50%, ora al 70, ora al 99, ora, per niente. Aveva ragione: non ci bastiamo. Per una infinita serie di cause, che stanno fra il personale e l’umano, direi.

“Tu dici che questo rende l’amore interessato (anche se la povertà di cui parla Platone ha la P maiuscola). E se fosse? L’amore deve essere interessato all’altro da sè, se no che amore è?”

Su l’interessato all’altro/a non posso che concordare, ma, nell’amore, (e non credo sia capitato solo a me) ho riscontrato interesse anche per l’appropriazione di cose dell’altro/a. Pur avendole vissute e pagate, è chiaro che non le considero parte dell’amore. Era a questo che mi riferivo in particolare modo con interessato.

“Il bello, poi, che quando dici che l’amore nasce piuttosto dalla “invidia”, cioè dalla sensazione che ci manchi qualcosa che ha chi amiamo, dici esattamente la stessa cosa che diceva Socrate! Solo che non mi pare che l’obiettivo dell’amore sia di essere come la persona amata, ma piuttosto quello di avere la persona amata quasi come parte di noi stessi, in modo da sentirci migliori.”

Infatti, distinguevo fra l’invidia che aiuta a formare l’Ego, da l’invidia che aiuta ad unire due Ego.

“Rischio, quindi, di possessività? Non c’è dubbbio: è il principale rischio dell’amore questo.”

Concordo sul principale rischio, ma, direi anche che la possessività è un modo dell’amare che non dovrebbe appartenere all’amore.

“Perché il definitivo possesso banalizza chi è oggetto d’amore, e in fondo distrugge l’amore.”

Se il definitivo possesso porta ad una complementare unione, direi che esalta l’amore più che distruggerlo. Vero è, che a distruggere l’amore in quanto comunione di vita, è l’uso unilaterale (nel senso di chi ricava più di quello che concede) di un soggetto in amore.

Luglio 2007

Un amore a gonfie mele

venaminiA Montorio, prima di arrivare al Carcere dove lavoro, confinante con la strada c’è una villa con campi. Dietro la villa ma sempre lungo la strada, c’è uno spiazzo dove hanno collocato un riparo per attrezzi ed uno per un cavallo: nero, possente. Virile, mi veniva da dirlo. Sento di poterlo dire per quel cavallo anche perché lo diciamo di non pochi asini. Come compagnia ha due capre e due galline. Le ignora. Si muove con passo lento è pesante. Per quello che ne so, tipico di quelli da traino, ma a me mette non poca tristezza quel suo andar confinato in quel centinaio di metri, dalle capre rasi di ogni erba. Non che io abbia mai brucato in quelle condizioni o identità, ma lo stesso m’ha ricordato i miei collegiali confinamenti; le mie tristezze di orfano. Ho sempre avuto paura dei cavalli.

E’ iniziata da bambino: quando andavo ad Asiago con le Colonie della Croce Rossa. Colonia Rondinella, ricordo. Come ricordo quella brodaglia di riso al latte che ci davano il giorno d’arrivo. Passegiavamo sino al Ponte di Canove. Tranquilli e ciarlieri nell’andata, ma terrorizzati (ed anche affacinati, devo dire) da un mulo che aveva l’insana passione di correre dietro a quanti passavano. Non l’ho mai visto quel folle ma questo è quanto dicevano le suore e le inservienti che ci accompagnavano. Certamente un mulo non è mica un cavallo, ma la paura mica si nutre di dettagli! Così, assieme all’astio per la Colonia (sempre la stessa) e per il riso al latte (sempre lo stesso) mi è rimasta anche la paura per i cavalli. Non per questo cavallo. Passo due volte al giorno e ormai da diversi mesi davanti a quel campo, e da diversi mesi mi domando: che faccio per quell’orfano? Ho iniziato facendogli psszz, psszz! Come ignorava capre e galline, così, ignorava anche me, ma se lui è un cavallo, io sono un ariete, così, psszz, psszz! Raramente mi sono sentito così cretino, ma chi l’ha dura la vince! Ha finito col guardarmi, qualche volta. Giusto come ci si domanda: e chi è quello lì!

Giorni fa, mi salta in testa l’idea di portargli due mele. Fatalità, il cavallo è vicino al recinto: sembrava mi aspettasse. Il recinto è alla sua altezza, ma io sono pur sempre un metro è ottantasette più un metro di braccio, così, oltre la rete glele passo pur facendogliele cadere accanto. Gradisce ma non si sbilancia coi ringrazziamenti: vedo che è diffidente. Mi mancano pur sempre due gambe! Il giorno dopo, è già vicino al recinto. Pare aspettarmi. Cacchio non ho le mele, ed in più, sono in ritardo! A dopo, a dopo, gli dico, sentendomi sempre più cretino! Come cacchio si fa a dire, a dopo, ad un cavallo, con la speranza che ti capisca! Verso le 20 e trenta, finito il lavoro, sono davanti al recinto con le mele. Psszz, psszz! Non esce dal capanno. Insisto: psszz, psszz! Niente. Insisto, usando il campanello della bicicletta. Si fa vedere appena ma non esce. Vuoi vedere che si è incazzato! Prendo le due mele, gliele lancio nel campo e vado verso casa. Il giorno dopo sono ancora lì. Si è proprio incazzato, penso, ma poi mi accorgo che per non farlo avvicinare alla rete hanno messo dei fili di plastica; ecco perché le ha lasciate lì! Mi domando come superare l’inghippo ma al momento non posso alcun tentativo: mi aspetta la mensa. Faccio quello che devo fare, finisco, e mi fermo al recinto: psszz, psszz, drin, drin! Ullalà: esce subito! Mi guarda. Direttamente. A testa alta. Gli faccio vedere la mela. Si muove per raggiungermi ma poi ritorna al capanno. Lo fa, come per farmi vedere che non può avvicinarsi. Ci sono quegli accidenti di fili! Non mi resta che una soluzione: lanciare la mela verso il capanno. Lo faccio mentre è distante dal ricovero. Mica sa che è una mela, infatti. Potrebbe spaventarsi. Cerca vicino a sé, ma, ovviamente non la trova. Come far a dire ad un cavallo che gli ho lanciato la mela alla sua destra?! Di là, di là, gli dico! Si va là, di là, di là! Mi guarda con aria perplessa. Non capisce, ovviamente, ed io mi sento come un Tarzan che deve far capire a Cita dove cavolo è finita la banana! Un momento! Dove non ci son parole, ci sono pur sempre i gesti! Così, a braccio semi teso, sposto verso destra la mano. Mi capisce! Torna verso il capanno e trova la mela! So che ha gradito il pensiero perché muove la coda con tranquilla eleganza. Domani, mi sa che dovrò portarmi una mela anche all’andata! Lo faccio per lui. Lo faccio per me.

 

 

Amore è comunione

Amiamo, tanto quanto l’abbiamo raggiunta.

venaminiPuò essere ricerca naturale: comunione fisica. Culturale: comunione fra pensieri. Spirituale: comunione fra elevanti principi. Di vita, in ragione dello stato della comunione. Nel dire cos’è l’amore dovremmo ben dire anche che cos’è la passione, e nel tentar di capire, tenere separati i due significati: l’amore ascolta la vita. La passione ascolta sé stessa. Diversamente dall’amore (si alimenta amando la comunione) la passione è un’emozione a termine. Termina, man mano si consumano le emozioni che la “strutturano”. Per nota immagine, le emozioni sono la legna che alimenta il fuoco, e sono il fuoco che brucia la legna. Che io sappia, nessuno è legna per sempre nello stesso farlò. Inevitabile, quindi, lo spegnimento, oppure il continuo bisogno di un altro falò. Vero, anche l’amore è fuoco che consuma. Diversamente dalla passione, però, in fondo, non resta solo cenere.

Non si accolga questo scritto come fosse la supponente lezioncina del maestro! Non avete idea che culo m’ha fatto la vita per farmela capire!

I sensi del sesso

venaminiMan mano le ragioni del piacere lasceranno spazio a quelle del sapere, comincerà a cessare la passione per il corpo (simile o no) maa non per questo l’amore per la mente simile (o no) e neanche per la simile vita: simile o no. L’amare di quell’età, così si eleverà dalla base genitale, per posizionarsi principalmente presso la mentale e l’esistenziale.

In questa fase del vissuto (non si può non continuare amare, pena un anticipato morire) ci si ritroverà ad essere amanti della vita, indipendentemente, se compagna prossima o no. Ivi giunti, la nostra sessualità particolare cadrà  “come corpo morto cade”!

Alla luce dell’evoluzione che affermo, solo la vita può dirsi l’unico medico che può curare la sessualità, sia per la forma genitale diversa che per la simile. Se l’unico medico del nostro e dell’altrui sessualità è la vita, e se la vita è il percorso che dobbiamo fare per capirci e capirla, che senso hanno tutti i generi di barriere che impediscono il naturale raggiungimento della meta che ci sposerà con la Vita facendoci diventare l’unica carne che ci hanno sempre impedito di essere?

Li trovo solo nei sensi del potere. In quello psicologico – psichiatrico perché ha bisogno di malati. In quello sociale perché ha bisogno di sudditi. In quello religioso perché, oltre per il senso detto dal sociale (la sudditanza) ha bisogno di essere il consolatore delle vittime che contribuisce a creare per poterle, poi, “amorevolmente” possedere.

Trova amore e vero amore polacco dice Google

venaminiPassi per trovare l’amore, ma chissà com’è il vero amore polacco! Quello che conosco  (purtroppo come un credente che raramente è andato a messa)  dura nel tempo se un’alleanza riesce a storicizzarsi. Dove non ci riusciamo perché la storia è scritta da una sola mano, di molto possiamo parlare ma non d’amore.

I sentimenti sono vetri

Ho fatto rientrare il principe. Direi che è stato al freddo quanto basta.

venaminiM’ha telefonato il Piccolino. Stessa voce, ma altri toni. C’è freddo, fuori. Gli ho detto: vieni quando vuoi, ma sappi che ti devo parlare. Gli parlerò delle caratteristiche del vetro. Gli dirò che può anche batterlo, ma, occhio ai colpi! Potrebbero scheggiarlo ai bordi. Potrebbero incrinarlo al centro. Potrebbero romperlo. Se scheggiato ai bordi, l’intelaiatura potrebbe non reggerlo più. Se incrinato al centro, comunque permette il vedere, ma si vede anche l’incrinatura. Se rotto, non c’è niente da fare. Bisogna cambiarlo.

Essere pòsti

venaminiQuanto possono sussistere due amori (e/o due amanti) se fra di loro è venuta meno la capacità di donare l’amplesso? Mi obiettano: bisogna vedere cosa intendi per sussistere. La intendo così. Fra i significati detti dai miei due spiriti guida (Devoto e Oli) ho scelto “sussistere = esser posto”. Ebbene, se non ricevo e non concedo il dono dell’amplesso, o non sono posto nell’amore che l’altro m’ha concesso, o escludo l’amore dell’altro dal posto che gli ho concesso. Non condivido gli amplessi comunque obbligati. Sono del cibo che non appaga la fame. Nel dono di sé, invece, sussiste la vita.

Passioni

venaminiNon hai idea di quanti immaturi ho visto innamorarsi della barista (o del barista) perché non sapevano distinguere sorriso professionale da sorriso personale. Non hai idea di quanti clienti imbecilli, ho visto pensarsi speciali, approfittando del fatto che non tutte (o tutti) si possono permettersi di pagare la soddisfazione di mandarli a fanculo con la perdita del lavoro! Il desiderio di potere è componente non trascurabile in amare. Vuoi per chi lo impone. Vuoi per chi lo cerca. Dico desiderio in amare e non in amore, perché l’amore, in quanto virtù, è il mezzo che sta in mezzo. La passione sta dove gli pare.