Cupido mi ha decisamente scocciato!

Ho filtrato liquami per anni, e l’ho chiamato amore, ma l’amore non è una fossa di decantazione, e l’amante infermiere non può non veder malato l’amore. L’ho sempre saputo, a dire il vero, ma allora, da quale nuova filosofia spunta, questa novità! Da nessuna, in particolare. Mi sono solamente rotto le palle di un’arte che mi fa recitare sempre la solita parte. Tutto considerato, invecchiare non è poi sta gran disgrazia se una riacquistata ragione mi permette di dire basta alchimie, basta intrugli, basta inciucci! Cosa mi darà  la nuova maestra in cambio di quello che mi ha fatto buttare? Al momento, m’ha dato una non minata capacità d’attesa: neanche fosse una fede.

Il peccato non è in chi si ama

ma in come si insegna ad amare

Ero di chiara ignoranza ma di altrettanto chiaro istinto, così, non subii alcun genere di trauma quando, in Collegio, fui desiderato da un prete. I traumi iniziarono quando la cosa venne a conoscenza degli altri preti. Il prete amante fu avvertito di star più attento, ed io, fui isolato: visto con astio. Avevo l’età della terza elementare. Se proprio dovessi denunciare qualcuno, non il prete amante denuncerei, ma quelli che violarono la mia coscienza, penetrandola con il senso del peccato, quando era ancora vergine del senso dell’amore.

Mimose

Dove abito, al piano terra abitavano degli aderenti alla mia stessa confraternita: la s.Frocio. Uno dei due amava il giardino. L’aveva ricavato mettendo terra su delle pietre. Le piante dovevano aver capito quell’amore perché crescevano da far dispetto ai soliti pollici. A lato del cancello aveva piantato una mimosa. Un sorta di ragnetto per i primi anni,  poi un caspo di giallo che era una cura per l’anima. Si sono trasferiti. La mimosa è morta. Da allora non sono più capace di regalare mimose, come non sono più capace di accostarmi ad un giovane dopo la morte dell’Amato che avevo lasciato crescere nella mia vita. Vi piacciono le rose?

Quando l’amore è feudale

Succede in ambito Omo e nondimeno in quello Etero.

Nell’ambito Omosessuale, vi sono donne che per infinite cause vengono dette “regine”. Se ne rendano conto o no, fondano il loro potere sull’investitura: diritto feudale che consente alla sovrana di nominar cavaliere anche il paggio non qualificato o che tale si teme per vaghezze di vario genere e/o cause. Il paggio investito dalla “regina” dal titolo di “cavaliere” diventa dipendente (quando non tossicodipendente) dell’opinione della “regina”; vivrà nella paura di perdere il favore, sia della “regina” che della sua corte. Gran parte della gelosia è motivata da questo panico. Giungono a tanto i due soggetti (regina e paggio) non più perché in ballo c’è una sessualità da confermare, ma perché da confermare vi sono dei reciproci giochi di identificante potere: non meno orgasmici dei giochi sessualmente naturali. In ambito etero, l’esclusione del “cavaliere” dalla presenza della “regina” e dalla sua corte, può portare il soggetto privato dell’affermante e confortante titolo, a forme di rivolta anche violente. Non per ultima, il femminicidio. In ambito etero, (come anche in ambito Omo ma con più ristrette conseguenze) ciò che è nelle possibilità della regina, altrettanto è nelle possibilità del maschio sovrano. Anche la Donna, se privata dal cavalierato, può giungere a forme di rivolta. Non è esclusa l’ipotesi più estrema. Fra la non estrema, ma continuativa, l’erosione della reciproca stima. Può giungere a travolgere (l’implicito dissidio) anche quanti e quanto fanno parte della stessa corte: i figli in primo. Come escludere il potere feudale dall’amore? A mio capire, c’è un solo modo: rifiutare ogni alleanza che limiti e/o condizioni la soggettiva sovranità del regno che ognuno di noi, indiscutibilmente, è. Non per ultimo: smetterla assolutamente di pensare che il regno del vicino abbia l’erba più verde. Succede solamente quando disprezziamo il nostro. Quando disprezziamo il nostro, nondimeno siamo sovrani, ma solo della nostra spirituale barbonaggine.

Rimando alla cronaca (giudiziaria e/o no) gli interessati a capire di più quanto sostengo su base indirettamente esperienziale. Per “normale” intendo una sessualità mossa da corrispondenti desideri. Dal punto di vista della Società, l’omologata fabbrica che la produce e la perpetua.

Datata Novembre 2006 – Ripresa e rifatta nel Luglio 2018 – Nel ps. corretta nel giugno 2020

L’amore che ci fa piangere

L’amore che ci fa piangere ci sta dicendo che non siamo adatti all’amante che desideriamo. Può anche essere che ci dica necessario superare quei pianti pur di giungere al reciproco adattamento. Pur avendo sempre vissuto la seconda ipotesi, sento più vera la prima.

Novembre 2006

Non hai idea di quanti immaturi

Non hai idea di quanti immaturi ho visto innamorarsi della barista (o del barista) perché non sapevano distinguere sorriso professionale da sorriso personale. Non hai idea di quanti clienti imbecilli, ho visto pensarsi speciali, approfittando del fatto che non tutte (o tutti) si possono permettersi di pagare la soddisfazione di mandarli a fanculo con la perdita del lavoro! Il desiderio di potere è componente non trascurabile in amare. Vuoi per chi lo impone. Vuoi per chi lo cerca. Dico desiderio in amare e non in amore, perché l’amore, in quanto virtù, è il mezzo che sta in mezzo. La passione sta dove gli pare.

Essere pòsti

Quanto possono sussistere due amori (e/o due amanti) se fra di loro è venuta meno la capacità di donare l’amplesso? Mi obiettano: bisogna vedere cosa intendi per sussistere. La intendo così. Fra i significati detti dai miei due spiriti guida (Devoto e Oli) ho scelto “sussistere = esser posto”. Ebbene, se non ricevo e non concedo il dono dell’amplesso, o non sono posto nell’amore che l’altro m’ha concesso, o escludo l’amore dell’altro dal posto che gli ho concesso. Non condivido gli amplessi comunque obbligati. Sono del cibo che non appaga la fame. Nel dono di sé, invece, sussiste la vita.

Socrate e l’amore

L’amore nasce dalla Povertà, dice Socrate. Non sarei tanto d’accordo. In quanto carattere di vita, che amore è, infatti, quello che nasce fra due poveri amanti, se non un amore di povero carattere? Fra due poveri amanti, più che di amore, parlerei di un sentimentale mutuo soccorso. [Non fra amanti poveri, ovviamente, che può essere ricchissimo!] Amore, a mio avviso, non può essere una compensazione di carenze, se non diventando una “medicina”, dove non è escluso l’amaro. Ne so qualcosa! Più che dalla povertà, l’amore, a mio avviso, nasce di più dall’invidia. Mettici le virgolette, su, invidia. Nasce cioè, anche perché, “invidiando” l’altro/a, vogliamo, o essere come lui/lei: e da qui, nasce l’amore per noi stessi. Oppure, “vogliamo” lui o lei, per metterlo/a fra i nostri beni. Il dire ti voglio bene, è riconoscere una raggiunta conferma. Il ti voglio bene in quanto un acquisito bene, però, è soggetto a variabili. Per tali variabili, o si agisce per valorizzare il bene acquisito, o perde il suo valore, e per implicito, si perde il portatore di quel valore. Anche l’amore, è così. Non per niente è una proprietà della vita. Non per niente non è una proprietà della nostra

“Che si voglia bene a qualcuno perché noi non ci bastiamo, è una delle poche idee di Platone che mi piacciono. Per questo sono portato a pensare che sia piuttosto di Socrate.”

Questa riflessione mi riporta indietro di epoche: quando stavo con l’Amato. Mi diceva: non sempre mi basti, Ora sei al 50%, ora al 70, ora al 99, ora, per niente. Aveva ragione: non ci bastiamo. Per una infinita serie di cause, che stanno fra il personale e l’umano, direi.

“Tu dici che questo rende l’amore interessato (anche se la povertà di cui parla Platone ha la P maiuscola). E se fosse? L’amore deve essere interessato all’altro da , se no che amore è?”

Su l’interessato all’altro/a non posso che concordare, ma, nell’amore, (e non credo sia capitato solo a me) ho riscontrato interesse anche per l’appropriazione di cose dell’altro/a. Pur avendole vissute e pagate, è chiaro che non le considero parte dell’amore. Era a questo che mi riferivo in particolare modo con interessato.

“Il bello, poi, che quando dici che l’amore nasce piuttosto dalla “invidia”, cioè dalla sensazione che ci manchi qualcosa che ha chi amiamo, dici esattamente la stessa cosa che diceva Socrate! Solo che non mi pare che l’obiettivo dell’amore sia di essere come la persona amata, ma piuttosto quello di avere la persona amata quasi come parte di noi stessi, in modo da sentirci migliori.”

Infatti, distinguevo fra l’invidia che aiuta a formare l’Ego, da l’invidia che aiuta ad unire due Ego.

“Rischio, quindi, di possessività? Non c’è dubbio: è il principale rischio dell’amore questo.”

Concordo sul principale rischio, ma, direi anche che la possessività è un modo dell’amare che non dovrebbe appartenere all’amore.

“Perché il definitivo possesso banalizza chi è oggetto d’amore, e in fondo distrugge l’amore.”

Se il definitivo possesso porta ad una complementare unione, direi che esalta l’amore più che distruggerlo. Vero è, che a distruggere l’amore in quanto comunione di vita, è l’uso unilaterale (nel senso di chi ricava più di quello che concede) di un soggetto in amore.

Luglio 2007

Passione e Amore: due ascolti.

Il principio dell’amore è la verità. Chi pone l’amore prima della verità, ama ciò che sente prima di ciò che sa. Chi ama ciò che sente prima di ciò che sa, è principiato dalla passione. La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita.

Luglio 2007

Chi ama chi?

Sostengo un’opinione su chi ama l’animale come fosse persona. Ricevo questo commento: “chi ama l’animale come fosse persona, forse, ama solo se stesso perché ama un concetto che è solo nella sua testa.” Subito dopo, quasi sbattendo la porta, un qualcosa mi esce dalla mente! E’ una domanda: e se anche noi, nell’altro/a, amassimo solo dei concetti che sono nella nostra testa? Cessata una passione, l’ho constatato vero tutte le volte.

La passione è una verità naturale

L’amore è una verità culturale. A ragion veduta l’amare.

Mauro ed io parlavamo di meloni, cioè, delle possibilità dell’amore. Tu, sei intervenuta parlando di mele, cioè, della possibilità dell’amare. Il primo argomento riguarda la ragione. Non mi riferisco al mio pretendere di aver ragione. Il secondo tocca le viscere! Mi riferisco anche alle mie. Ti è chiaro adesso perché non hai capito? In quanto all’omosessualità, non si sceglie di esserlo. Si sceglie di viverla o di non viverla. Se non hai capito neanche questo, cosa hai capito degli amici gay che dici di avere?

Novembre 2006

 

La passione ascolta sé stessa

L’amore ascolta la vita

Il principio dell’amore è la verità. Chi pone l’amore prima della verità, ama ciò che sente prima di ciò che sa. Chi ama ciò che sente prima di ciò che sa, è principiato dalla passione. La passione ascolta sé stessa. L’amore ascolta la vita.

Luglio 2007

Amori vietanti

E’ il caso del maggiore, che deve vietare ciò che a sua opinione, (e/o a quella sociale) non corrisponde all’idea che intende far crescere come figlio, e/o come persona, e/o come cittadino. E’ un amore che tronca, però. E’ un amore, che per non far deviare, comunque devia. Difficile sfuggire a questo nostro essere “lupo”, “agnello” o “capro” in un unico fato. Difficile rispondersi alla domanda: fra le tre, per quali forze della vita sto mettendo il mio protettivo guinzaglio al divenire che ho procreato?

Agosto 2007

Amori notturni

Dove lavoro ci sono condomini senegalesi. Per quel poco che sono giunto a capire di quelli che conosco, fra gli africani, sono i più leggeri. Leggeri, nel senso che tendono a cogliere di più quello che è nella superficie delle cose. Questo, naturalmente, non vuol dire che, al caso, non sappiano cogliere anche il profondo. Giravo di notte, ieri, quando qualcuno mi chiama: è uno di loro. Sono le tre. Ci salutiamo. Parla molto bene l’italiano. Mi dice che gli sta andando buca con una puttana. Perché, gli chiedo? Non vuol venire con me per dieci euro, mi risponde. Per dieci euro, gli obietto, dove cavolo la trovi una donna per la pecorina dei tuoi sogni! Ma, ho solo quelli, e a quest’ora, abbassano i prezzi! Si va beh, ma dieci euro, è più o meno quello che prende una donna a servizio di ben altre rogne! Lo sa. Ride. Facciamo così, gli dico. Me ne dai cinque e ti servo io. Ma, tu non hai mica la figa, mi dice! E che cavolo, gli rispondo, per cinque euro, non vorrai mica trovare anche la figa, vero?! Come sanno ridere bene, i senegalesi. Come non sapessero cos’è “scandalo”.

Giugno 2008

Amore, amorevolezza, madri, figli, amanti, cimiteri, spiriti.

Ho tolto dalla stesura originale ogni superflua considerazione Più di ventanni dopo aver scritto la lettera.

L’altra notte ho sognato l’Amato. Era a letto. Uno di quei letti in tubolare che si trovano negli ospedali o in isole comunitarie. In viso l’ho visto dimagrito. Pallido ma non cereo, e con la barba di più di qualche giorno. Lo ricordavo glabro! Dormiva ma non respirava. Sentivo il senso del mio corpo in modo vago. Come figura non c’ero presso il letto. C’era solo la mia capacita’ di vederlo. Mentre lo sto guardando, si alza molto rapidamente. Viene verso di me. Mi si mette di fronte, e all’altezza del petto (come se quello fosse il suo armadietto) estrae un paio di scarpe. Fatto questo si gira ed esce imboccando un corridoio. Mi sveglio avvertendo una sensazione di rimprovero. Neanche lo stessi abbandonando. Direi si e anche no. Non è vera perché è ben raro che passi giorno senza pensarlo, ma e’ anche vera perche’ (lo voglia o no) lo “vuole” la vita. A quella volonta’ si puo’ opporre solamente chi vive di solo dolore, ma anche in quel caso, prima o poi la vita allontana da quella scelta, allontanando le emozioni che ancorano al dolore. Simbolicamente parlando le scarpe rappresentano gli strumenti atti al cammino. Sicome sono vecchie, quelle del sogno, allora rappresentano gli strumenti dei vecchi cammini. Quelli, cioè, che faceva prima che diventassi l’”armadietto” dove li aveva sentimentalmente rimessi. Se vera l’interpretazione, il senso dell’abbandono che ho provato al risveglio non riguardava il mio allontanamento da lui, ma, in toto o in parte, il suo allontanamento da me. Anche lui, però, non puo’ diversamente.

Amore quando? Amare perché?

Amare veramente una Donna? Amare veramente un Uomo? Amare veramente? Quando, si ama veramente? Quanto dura, veramente? Per sempre, è veramente? L’amore è meta. L’amare è viaggio. Non esiste viaggio, che si compia sempre sotto un cielo sereno! Amare, allora, è allontanare le nubi?

Ottobre 2007

Amore è comunione

Amiamo tanto quanto l’abbiamo raggiunta. Non si accolga questo scritto come fosse la supponente lezioncina del maestro! Non avete idea che culo m’ha fatto la vita per farmela capire!

Può essere ricerca naturale: comunione fisica. Culturale: comunione fra pensieri. Spirituale: comunione fra elevanti principi. Di vita, in ragione dello stato della comunione. Nel dire cos’è l’amore dovremmo ben dire anche che cos’è la passione, e nel tentar di capire, tenere separati i due significati: l’amore ascolta la vita. La passione ascolta sé stessa. Diversamente dall’amore (si alimenta amando la comunione) la passione è un’emozione a termine. Termina, man mano si consumano le emozioni che la “strutturano”. Per nota immagine, le emozioni sono la legna che alimenta il fuoco, e sono il fuoco che brucia la legna. Che io sappia, nessuno è legna per sempre nello stesso farlò. Inevitabile, quindi, lo spegnimento, oppure il continuo bisogno di un altro falò. Vero, anche l’amore è fuoco che consuma. Diversamente dalla passione, però, in fondo, non resta solo cenere.

 

Amore e amorevolezza

Attraverso l’amico tramite, lo spirito dell’Amato mi ringraziò “per la mia amorevolezza“. A dirla tutta ci stetti pure male! Mi sarei aspettato un ringraziamento per il mio amore ma aveva ragione. D’altra parte, dicendo amorevolezza anziché amore come mi sarei aspettato, mi ha comunicato la vera essenza del reciproco trasporto e dunque una verità. Se quello spirito è effettivamente nel male, cosa gli costava dirmi una pietosa bugia, cioè, ringraziarmi per il mio amore? Allora, perché ha detto una verità? Perché, almeno in quel caso, non poté mentire o perché non volle mentire? Se precisando la realtà di quel sentimento sapeva di ferirmi, lo fece per amore della malizia o per amore di verità? Se non lo fece per malizia, allora quello spirito è anche capace di verità? Se lo è, allora ciò significa che se anche è stato nel male, tuttavia, almeno in quel caso seppe anche dissentire da quel volere e, dunque, seppe acconsentire a quello del bene? Ammesso e non concesso che lo possa sostenere, anche se lui è stato solamente il passivo strumento del mio discernimento sull’amore e sull’amare, pure, se lui non ci fosse stato, dell’amore e dell’amare io non ne sarei stato lo strumento attivo. Lo dico passivo, quello spirito, perché indurmi a capire non era certo sua intenzione. Se lo avesse fatto, avrebbe si, guadagnato una amicizia, ma avrebbe perso la possibilità di ottenere, amorosamente, ciò che al momento gli interessava di più: la sua ” roba “.

D’altro canto, pur guadagnando una amicizia, anch’io avrei perso la mia ” roba “: il desiderio per la sua Natura. Non sopportavo di vedere che il suo desiderio per il male che lo faceva stare bene pur facendogli male (la droga) lo divideva dal mio desiderio di lui: nel bene e nel male, una ”droga” con il quale tentavo non solo di ”farmi” facendomi amare ma anche di distoglierlo dal suo male. Ma se lui sapeva anche fare a meno del mio bene, tuttavia, non sapeva fare a meno del suo, che indubbiamente, trovava più facilmente presso il mio. Da buon scafato, lui sapeva navigare meglio di me nei marosi dati dalle false corrispondenze: invece, io affondavo, nel senso che quasi sempre cedevo al do ut des che mi imponevano lui e la sua amante: l’eroina. Non era certamente del bene la mia accondiscendenza ma, nei confronti di quella persona, “sapevo resistere a tutto fuorché a me stesso”. A dirla tutta, indipendentemente dal mio desiderio, non sempre la mascherina riusciva ad incantarmi, tuttavia, quasi sempre fui un giocatore incurante dei costi: non solo di quelli economici. Pur sapendo che il nostro capitale affettivo era sempre più povero e gli schemi del gioco sempre più scontati, andavo sempre a vedere le sue carte. Più volte gli manifestai l’esigenza di porre chiarezza. Sull’esigenza della chiarezza in genere glissava. Una volta che non gli riuscì di farlo mi confessò: “l’equivoco è sempre stata la mia difesa!” Sarà anche stato perché gli volevo bene ma in quell’affermazione non vidi solamente chi si serve dell’equivoco per proteggersi dal male a costo di farsi e fare del male, ma vidi anche un essere così indifeso, da non aver altro (o da non essere capace di altro) se non la sua “roba” per difendersi da ciò che non sapeva affrontare se non da “fatto”. Almeno sino a quando era in vita non ho mai preso in considerazione l’idea che se si faceva e faceva del male era perché avrebbe potuto esservi diretto sia da sè che dal male. Adesso ne ho più di qualche sospetto ma, nel dubbio… Se avesse messo chiarezza nel nostro rapporto, ammesso e concesso solo col senno del di poi che sarei stato pronto ad accettarla, (ciò avvenne, quando l’avanzare della sua malattia e la vicendevole amorosità che in qualche modo era spuntata dalla nostra storia insignificò la mutua “tossicodipendenza”) comunque la mia intenzione d’amore si sarebbe scontrata coll’impossibilità di raggiungerla. Al punto, comunque avrei capito l’amore e l’amare attraverso la fallacia dei miei intendimenti ma, avrei capito quanto ho capito giungendo con lui sino alla soglia fra uno stato della vita e inizio dell’altro? Comunque sia e, comunque possa essere interpretata questa storia, fra di noi c’è stata anche della verità.

Marzo 2007

Amor ch’a nullo amato

“Amor ch’a nullo amato amar perdona. Mi prese del costui piacer sì forte, che come vedi, ancor non m’abbandona.”

Fra i significati detti aggiungo la mia: amore, l’amore che non mi ha amato, amar perdona. Nell’amare  non corrisposto non si sa le volte che ho usato la lente per ingrandire e la gomma per cancellare; ed è stata la mia Commedia. Malgrado il soggetto e/o la qualità di quanto mi tornava, é anche vero che ne ho ricavato di che vivere, e la vita, indipendentemente dal soggetto motivante “… é un piacer sì forte che come vedi, ancor non m’abbandona.”

Amati fantasmi

Ogni separazione è un’amputazione. L’arto amputato si chiama “fantasma” appunto perché lo si sente come se ancora ci fosse. Così è per ogni “fantasma” d’amore o di amante. I fantasmi hanno vita tanto quanto li fa vivere la nostra.

I sentimenti sono vetri

Ho fatto rientrare il principe. Direi che è stato al freddo quanto basta.

M’ha telefonato il Piccolino. Stessa voce, ma altri toni. C’è freddo, fuori. Gli ho detto: vieni quando vuoi, ma sappi che ti devo parlare. Gli parlerò delle caratteristiche del vetro. Gli dirò che può anche batterlo, ma, occhio ai colpi! Potrebbero scheggiarlo ai bordi. Potrebbero incrinarlo al centro. Potrebbero romperlo. Se scheggiato ai bordi, l’intelaiatura potrebbe non reggerlo più. Se incrinato al centro, comunque permette il vedere, ma si vede anche l’incrinatura. Se rotto, non c’è niente da fare. Bisogna cambiarlo.

 

I sensi del sesso

Man mano le ragioni del piacere lasceranno spazio a quelle del sapere, comincerà a cessare la passione per il corpo (simile o no) maa non per questo l’amore per la mente simile (o no) e neanche per la simile vita: simile o no. L’amare di quell’età, così si eleverà dalla base genitale, per posizionarsi principalmente presso la mentale e l’esistenziale.

In questa fase del vissuto (non si può non continuare amare, pena un anticipato morire) ci si ritroverà ad essere amanti della vita, indipendentemente, se compagna prossima o no. Ivi giunti, la nostra sessualità particolare cadrà  “come corpo morto cade”!

Alla luce dell’evoluzione che affermo, solo la vita può dirsi l’unico medico che può curare la sessualità, sia per la forma genitale diversa che per la simile. Se l’unico medico del nostro e dell’altrui sessualità è la vita, e se la vita è il percorso che dobbiamo fare per capirci e capirla, che senso hanno tutti i generi di barriere che impediscono il naturale raggiungimento della meta che ci sposerà con la Vita facendoci diventare l’unica carne che ci hanno sempre impedito di essere?

Li trovo solo nei sensi del potere. In quello psicologico – psichiatrico perché ha bisogno di malati. In quello sociale perché ha bisogno di sudditi. In quello religioso perché, oltre per il senso detto dal sociale (la sudditanza) ha bisogno di essere il consolatore delle vittime che contribuisce a creare per poterle, poi, “amorevolmente” possedere.

I doveri dell’amore

Non so quale sia la vostra idea di “amore”, ma per me, è ricerca di comunione. Così, dove non ce la trovo, ce la devo mettere! Naturalmente, non sempre mi è possibile la comunione personale. Beh! Dove non è possibile con me, devo mettere una vita in comunione con sé. Ci penserà quella vita, poi, a mettersi in comunione con la Vita, cioè, con il tutto dal Principio.  Ebbene, si! Lo confesso! La mia ricerca di comunione, e la mia ricerca di mettere in comunione, sono la mia droga! A sessantadue anni suonati, della mia droga, ancora, irrecuperabile “tossico”! Ma si può?!

Giugno 2006

I contratti dell’amore

Senza condizioni, ho creduto di aver amato una sola persona. Mi ci sono voluti anni, dolori, e, detto fra di noi, non pochi pianti, per capire che non era amore quello che provavo ma un desiderio (a dirla tutta, naturale più che culturale) così intenso da sembrarlo. Se in certi stati di intensità sentimentale (tanto più se presi da fortissimo erotismo) si può anche scambiare il desiderio per amore, cosa distingue il desiderio dall’amore? A mio avviso, ciò che distingue il desiderio dall’amore è lo stato della naturale, culturale e spirituale comunione delle personalità in corrispondenza. Nell’amore, dunque, aldilà delle condizioni con le quali si raggiunge la comunione, è lo stato della stessa comunione, la “Norma”, che detta le regole per amare.

Se la misura dell’amore è data dalla misura della comunione, dati gli stati e la condizione della comunione, non è certo difficile sapere quanto si ama e/o si è amati. Basta prendere carta e penna e scrivere (e descrivere) quanta e di quale stato è la comunione naturale; lo stesso per la culturale e, lo stesso per le motivazioni di vita che, se in comune, permettono la comunione tanto quanto sono in comune. Fatto questo, capirai immediatamente che non l’amore è cieco (non sempre i proverbi sono la saggezza dei popoli che in questo caso è da secoli la sua ignoranza) ma, casomai, è il desiderio quello che lo è. Il desiderio, non volendo che la sua volontà, poco si cura se è o non in comunione con il soggetto che desidera.

Ho ritenuto di precisare cosa intendo per “amore”, non certo per frustrare le tue aspirazioni sentimentali ma per invitarti a vedere non quello che sembra vero (o ti fa piacere credere vero) ma il vero. Potresti anche obiettare che ad una seria verifica potrebbe restarti ben poco di vero. E, allora? Quantitativamente parlando, l’oro è ben poca cosa rispetto alla totalità del giacimento aurifero, ma, sai perché (oltreché prezioso appunto perché poco) il suo colore è sempre bello? Perché rifiuta di stare in comunione con la materia (il falso) che non fa parte della sua Natura di oro: il vero. Intanto che pensi e decidi come stare meglio, mettiti nella testona durona che essere amati senza condizioni, come (forse) chiedi tu, è come mettere chi ti ama sulla riva di un mare in burrasca e, pretendere che stia lì a guardare e basta, mentre vede che le onde ti stanno trascinando lontano. Ammesa l’ipotesi, a chi ti ama cosa effettivamente stai chiedendo?

Luglio 2006

Ho detto ti amo solamente una volta

Non mi stancherò mai di dire: ti voglio bene.

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Se non come voce di una certezza affettiva, almeno come voce di una speranza effettivatizzante. [Se effettivatizzante non è nel vocabolario, passamelo per amor di tesi.] Mi è capitato più volte, di trovarmi a voler bene a personalità “Pabloz” ma l’ho fatto come personalità “Mauro”: generalmente razionale. Ebbene, in casi come quelli fra Mauro ed il Pabloz, la mia razionalità, pur non negando nulla all’integrità della personalità “Pabloz”, da Mauro si sarebbe aspettata, non dico, una presa di posizione, ma almeno un riparatore distinguo. Libertà, Pabloz, a mio avviso è poter dare dell’idiota agli idioti, ma, libertà, sempre a mio avviso, è proibirsi di dar dell’idiota a chicchessia. Allora, per riparatore distinguo, intendo dire, che se qualcuno da dell’idiota a me, come minimo, mi aspetto che un libero ricordi all’offensore, che non può permettersi quella libertà, se non ledendo il concetto che tu stesso possiedi. Non per il Mauro, quindi, avresti dovuto intervenire, ma per difendere il valore che anche sei. Chi non lo fa per questa ragione, ne può trovare delle altre per difendere il suo concetto di libertà, ma non può, sempre a mio avviso, non cercarne. Sostenere la personale indipendenza da altri e/o da altro, è certamente un gran valore, ma, se questo valore comporta l’esclusione della scelta, di dover anche, partecipare, mi domando, allora, se è l’indipendenza spirituale che difendiamo, o se è dal dolore altrui, che ci difendiamo. Può anche essere che ci difendiamo, rimanendo sopra le parti, dalla paura di essere esclusi, o da una, o dall’altra parte. E’ indubbio, che i tuoi post dimostrano ampiamente la tua partecipazione al dolore altrui. E’ un dolore, però, che per la gran parte, rimane oltre un vetro. Ogni tanto, però, ci sono dolori che lo superano, e che chiedono, almeno una nota di presenza. Quando succede, l’ideale non può non congiungersi con il reale. Per fare questo, non si può non scendere a patti fra ciò che siamo, e ciò che il nostro prossimo è. Almeno coscientemente, non era mia intenzione farti questa sorta di predica, ma, come ho detto ad Ewan in un commento a te diretto, la questione mi ha preso il cuore, e al cuore, non si comanda.

Ottobre 2007

Diversità in_complete

Sulla difficoltà d’amare che dico nella favola fra un Tulipano ed una Farlalla, Luisa, commenta così: eppure ci deve essere una completezza che viene dalla diversità. Poco fa è venuto a trovarmi un amico. Mi racconta di essere stato, fortemente desiderato da uno sposato. Dopo che questi ha cessato di rincorrerlo, l’ha fatto lui! Per accostamento di storia, mi è venuto in mente un importante film francese. In quel film, la Bardot era rincorsa da un innamorato. Quando smette di farlo, lo fa la Bardot. Visto che non riusciva a cavar ragno dal buco, preda della gelosia, la Bardot uccide l’amante. Al processo, il Pubblico ministero si rivolge alla Bardot dicendo: questa donna ha ucciso l’amante perché non l’ha mai amato! Al che, la Bardot, replica: non è vero che non ci siamo amati! Non ci siamo amati, contemporaneamente! Quale la morale delle due storie, Luisa? Direi questa: la diversità in amare, è il momento che ci permette d’amare, con completezza, solo a momenti. Saremmo, quindi, destinati ad amare sempre incompletamente? Dipende! Se consideriamo un tutto anche le parti, certamente no!

Luglio 2007

Dice la canzone: “Ognuno uccide quello che ama”.

Direi, invece, che si uccide quando l’amore (o meglio, una passione) diventa ciò che fissa l’arbitrio. Ogni genere uccisione, quindi, (ovviamente mi riferisco alle simboliche ma il caso vale anche per le reali) è (ogni qualvolta non si riesce a superare e/o a rimuovere ciò che si vive come l’ostacolo che barriera una volontà) un estrema ricerca di liberazione.

Quando intossicano un arbitrio di fissazione, tutte le passioni diventano droghe. Con le sentimentali, anche le politiche, e anche le religiose: giusto per citare le maggiori “bustine”: in genere, sconsideratamente “tagliate”.

Nessuna passione é vera (tantomeno l’amore) tanto quanto si propone il cosciente fine di fissare l’arbitrio del soggetto  conquistato. Quel fine é perseguito da chi si propone dei guadagni: vuoi economici, vuoi esistenziali per molte cause e molti motivi. Una ipotesi non esclude le altre.

In prevalenza, succede perché vi sono soggetti che esistono a sé stessi, solo se si sentono dipendenti (in toto e/o in parte) da chi (persona e/o pensiero) hanno eletto a fondante ragione di vita. Una qualsiasi fondante ragione è un amore solo se coscientemente condiviso, e tanto quanto è condiviso. Vuoi da una parte o dalla controparte, in assenza della volontà di paritaria condivisione (e nella volontà di perseguire comunque la passione fra le parti, si origina lo stupro della volontà altra, quando non lo stupro della totalità della vita altra.

Chi uccide la causa di una intossicata e intossicante passione (pur avendone bisogno) altro non fa che sostituire la causa di tossicodipendenza da fissata passione con un’altra fissante passione: l’accecamento del fallimento. Per quanto riescano ad uccidere chi amano, i tossicodipendenti da altre ragioni rischiano di condannarsi ad un ergastolo che trova fine nella loro fine: esistenzialmente totale che sia, o parziale che possa diventare.

In amore, la speranza è inattendibile sirena.

L’ultimo desiderato della serie ha rotto le palle, e questa mattina gli ho dato il Tfr. Sapevo già che sarebbe finita così ma la speranza e la sirena che seduce continuamente i senza tappi come me. Le ha rotte, per l’impossibilità, (è talmente tipica da farmi pensare che sia culturalmente congenita) di calibrare ciò che sa con ciò che viene a sapere. Ho rilevato la stessa situazione in tutti gli arabi che ho conosciuto: vuoi biblicamente, vuoi per rapporti di lavoro. Generalizzare è sempre erroneo, si dice, ma, cazzo, possibile che fra tante mosche nere, nessuna bianca? Nel pomeriggio di sabato, avevo conosciuto un altro nordafricano: algerino. E’ fissato sulle Grandi Domande. Gli dico l’inutilità di farlo. Gli dico che se Islam è abbandono nella volontà del Padre, è il Padre che deve rispondere a quelle domande, e che tentar di rispondere in Sua vece, oltre che sterile, è antislamico. Mi da ragione, ma… Entriamo, poi, in dettagli personali. Gli faccio riconoscere la necessità di dire almeno a sé stessi, ciò che muove la sua presenza in quel parcheggio: notorio luogo di spaccio di un certo… vizietto. Mi dice che ama la donna sino ad un certo punto, ma che è con l’uomo che si diverte. Giunge al punto da segnalarmi la sua eccitazione. Noto, non colgo, saluto, e mi avvio per lasciarlo. Non dico che s’incazza, ma quasi. A parole sei bravo a svegliare, mi dice, ma poi lasci lì! Ed è a questo che intendevo arrivare. Noi li risvegliamo, ma poi li lasciamo lì! O, perlomeno, non li prendiamo in carico, quanto basta per collocarli in un nuovo, lì! Lasciati così, fra lì e lì, che altro possono fare se non tornar a rinserrarsi nelle loro fortezze?

Da Luisa R.

Se togliessero il tetto alla tua cucina non potrei vedere meglio di così, ma questi arabi poi dove li incontri? Ieri ho mangiato un buonissimo Kebab, ogni tanto nella tua cucina viene preparatao il kebab? Comunque con quell’idioma dal suono meraviglioso possono chiedere qualsiasi cosa, gli arabi. Ma se lasciati lì per lì tornano dalle donne? Sono in vena di domande stupide. Sarà stato il viaggio. L

Carissima: i miei arabi li trovo in ambiti deserti. Non tanto perché senza case, quanto perché senza cose. E, non, sai, che loro siano incapaci di averne, di cose, ma perché incapaci di uscire dalle loro “case”. Così, ci vado io. Naturalmente, non ci resto. Loro invece ci restano. Non più come prima, però. No. Non preparo kebab nella mia cucina, anche se qualche volta mi è capitato che si spogliassero in cucina. Il kebab, è un po’ come loro: molta carne (vitalità) e molti sapori, (emozioni) ma pane molle. Piatto, il loro pane. Un po’ come la terra prima di scoprire che è rotonda. Come in tutte le culture pre moderne, (qualsiasi cosa voglia dire, pre moderno) lasciati lì per lì, i miei arabi tornano dalle donne quando devono compiere la funzione fisica, e/o la funzione sociale. Prima o dopo di quello, sono pastori in cerca di pastura. In questa ricerca non vanno tanto per il sottile, circa il… campo. L’importante, è che ingrossi e/o ingrassi la parte maggiore del “kebab”. Vuoi un esempio fresco di giornata? Viene a lavorare un marocchino sui trenta. Gli spiego la difficoltà di comunicare delle informazioni anche complesse, a chi non mi intende. Lo capisce. Mi guarda sorridendo. Appoggia una gamba sulla mia. Mi chiede: durerà per sempre il mio lavoro? Malignaccio, mi dirai, sarà stato un caso, quella gamba appoggiata alla tua! Sarà, ma, perché non ha ritirato il caso? Idioma dal suono meraviglioso, dici? A me ricorda il grattare di un meccanismo non oliato. Mi risulta come dici, invece, quando ti parlano all’orecchio per arrivare al cuore: suono che avrebbe delle meraviglie se solo il cuore potesse crederci.

Luglio 2007