L’amore ridotto per essere condotto

Quando ho sostenuto che il disagio giovanile si origina nel conflitto fra le norme individuale che si stanno formando nel ragazzo, e le norme sociali deputate a formarlo come cittadino, non pensavo alle norme sessuali come m’è parso avesse inteso. Caso mai, alla sessualità.

aneofioridue

Non, dunque, al diritto dell’amare dei diversi, pensavo, ma alla potenzialità e alle infinite sfaccettature dell’amore: attualmente ridotto per essere condotto. Ridotto a baratto, e condotto dal commercio che la vita fa di sé, o dal commercio che fanno sulla vita? Per poter mantenere sé stessa, la Norma sociale al servizio del potere, (di qualsiasi tipo di potere), sacrifica l’individualità del Crescente sull’altare dell’esigenza sociale, poi, allevia il male che ha fatto, offrendo al sacrificato dei piaceri – doveri regolari. Così, dopo averlo reso un solo, non lo fa sentire solo perché gli offre della compagnia. Tante grazie! Cosa può fare un crescente castrato se non adeguarsi? Ma l’adeguamento è una norma cava. E’ una campana dal suono fesso. E’ un muro, che sembra pieno ma che nel batterlo, rivela il vuoto. Un uomo uccide la famiglia? Era così perbene! Dei figli uccidono dei genitori? Ma, se avevano tutto quello che volevano?! Una donna si uccide? Amava così tanto suo marito e i figli! Uno violenta, uno o una infante? Non l’avremmo mai detto! Mai, come ieri sera, guardandomi attorno, tentando di interpretare figure e gesti, mi sono reso conto che il disagio giovanile è una matriosca, (mi scusi se le tampino l’esempio), contenuta in una matriosca più grande: il disagio dell’adulto. Non è che non si parli del disagio dell’adulto, ma, argomentando sugli adulti succede quello che succede argomentando sulla morte. Tutti sappiamo che dobbiamo morire, però, non è di me che si parla. Così, gli adulti rimuovono dalla coscienza il loro disagio, o buttandolo sulle spalle di altri adulti, o buttandolo sulle spalle dei crescenti. L’unica “maturità” che riconosco nell’adulto che opera nelle istituzioni, consiste nel saper elaborare una serie di complicati pentimenti, dai quali, nascono maree di progettuali lacrime. Parafrasando Toto’: siamo uomini, o coccodrilli? Lascio aperta la domanda, sia perché non ho il coraggio della risposta, sia perché, non è da me che il crescente aspetta la risposta. La pedagogia dell’amore, bisognerebbe far risorgere! Solo l’amore consente ai disagiati che sono, (e, purtroppo, a quelli che saranno), di spogliarsi delle estraneità inculcate, senza per questo sentirsi indifesi, deboli, umiliati. Solo l’amore, rende grande i grandi, e più grandi i piccoli. Solo l’amore barriera dai fuochi fatui; da quelli che non scottano ma neanche scaldano: solo illudono. Buon amore, Don Ciotti, e buona navigazione.

ali

Diversità in_complete

Sulla difficoltà d’amare che dico nella favola fra un Tulipano ed una Farfalla, Luisa, commenta così: eppure ci deve essere una completezza che viene dalla diversità.

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Poco fa è venuto a trovarmi un amico. Mi racconta di essere stato, fortemente desiderato da uno sposato. Dopo che questi ha cessato di rincorrerlo, l’ha fatto lui! Per accostamento di storia, mi è venuto in mente un importante film francese. In quel film, la Bardot era rincorsa da un innamorato. Quando smette di farlo, lo fa la Bardot. Visto che non riusciva a cavar ragno dal buco, preda della gelosia, la Bardot uccide l’amante. Al processo, il Pubblico ministero si rivolge alla Bardot dicendo: questa donna ha ucciso l’amante perché non l’ha mai amato! Al che, la Bardot, replica: non è vero che non ci siamo amati! Non ci siamo amati, contemporaneamente! Quale la morale delle due storie, Luisa? Direi questa: la diversità in amare, è il momento che ci permette d’amare, con completezza, solo a momenti. Saremmo, quindi, destinati ad amare sempre incompletamente? Dipende! Se consideriamo un tutto anche le parti, certamente no!

ali

Nei bidoni dell’amore

La mia lettera al giornale l’Arena di Verona è stata presentata così:

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Vitaliano, 65 anni, si è rivolto direttamente al nostro giornale. * La sua sembra una storia di «mala educacion» uscita dalla sceneggiatura di un film di Almodovar. Operaio in pensione e con un passato di impegno sociale in una comunità per tossicodipendenti,  l’uomo, che risiede a Verona da circa quarant’anni, narra un’infanzia vissuta tra orfanotrofi e istituti religiosi.

asepara

Venni abbandonato due volte: prima dai miei genitori naturali e poi dai responsabili del collegio che riversarono su di me la colpa per le attenzioni pedofile di un sacerdote. Lo ricordo bene ma nei suoi confronti», sottolinea, “non coltivo rancore”. Su di me non usò alcuna violenza, infatti. quella me la fecero patire i confratelli che “mi fecero sentire un reietto” Non bastando questo lo dissero alla Direzione dell’Orfanatrofio di Padova. “Vitaliano trattiene l’emozione a fatica.” Vedo ancora l’espressione impietrita della Cesira quando il Direttore prima glielo raccontò e poi l’invitò a portarmi a casa. Guarda caso, proprio il giorno prima di tornar definitivamente a casa anche lui a motivo della pensione. “La sua storia sconfina nella zona grigia in cui violenza e complicità si confondono”. Quando avenne il fatto stavo frequentando la tersa elementare nell’Orfanotrofio dove, assieme ad altri orfani mi collocarono: il Don Guanella di Vellai di Feltre. Frequentavo la terza elementare in quel collegio, racconta, quando  avvenne il caso. In quello, oltre che oggetto riconosco di essere stato anche un soggetto perché lo cercai e lo condivisi sia pure con la mia coscienza di minore: inconsapevole ma non bugiarda. «Non si deve pensare al sessantacinquenne di oggi ma all’orfano di allora, privo di ogni concreto affetto». Ma è sull’istituzione che l’ex allievo del collegio religioso veneto intende puntare il dito. Una volta scoperto il fattaccio il prete ricevette una lettera del superiore generale in cui, notificandogli il trasferimento ad altro collegio, gli si disse di badare meglio ai suoi atti verso i collegiali. Ricordo bene quella lettera scritta a penna in corsivo con inchiostro nero e ne ricordo il contenuto perché quel prete me la fece leggere. I fatti scorrono nella memoria come fotogrammi di un film. Mi vedo seduto su una panchina, in lacrime, e di fronte a me il religioso che in tono accusatorio mi rinfaccia di essere la causa dei suoi guai. Al dolore si somma l’amarezza. «Sono passati più di 50 anni e ho un ricordo nitido dei miei pianti e della mia solitudine di senza niente e senza nessuno. Non per questo, conclude, “è mai venuta meno la mia stima nella chiesa dell’amore, nel suo sacro come nel suo profano. Da allora, però, ho in profondo astio la chiesa del potere: vuoi quando si serve del sacro, vuoi quando si serve del profano.”

ali

ps. Non sono mai stato e mai mi sono detto “Operatore di Comunità”. Al più, un ufficioso Operatore di Strada. Non mi sono rivolto al giornale. Per la questione “Pedofilia” ho solo spedito una Lettera al Direttore. Da quella, il giornalista ha tratto l’intervista. Non so dove sia andata a finire la lettera originale. Nell’immediato, quindi, non sono in grado di vedere se i punti non chiari sono da addebitare a me o al giornalista che forse l’ha tagliata. Comunque siano andate le cose, addebito a me l’errore di non aver visti gli errori quando, molti anni fa, ho letto e qui scritto la versione del giornale che ora (Febbraio 2020) in questo post ho tagliato, corretto, rifatto.

ali

“Ognuno uccide quello che ama”.

Direi, invece, che si uccide quando l’amore (o meglio, la passione) diventa ciò che fissa l’arbitrio.

aneofioridue

Ogni genere uccisione, quindi, (ovviamente mi riferisco alle simboliche ma il caso vale anche per le reali) è (ogni qualvolta non si riesce a superare e/o a rimuovere ciò che si vive come l’ostacolo che barriera una volontà) un estrema ricerca di liberazione. Direi, invece, che si uccide quando l’amore (o meglio, una passione) diventa ciò che fissa l’arbitrio. Ogni genere uccisione, quindi, (ovviamente mi riferisco alle simboliche ma il caso vale anche per le reali) è (ogni qualvolta non si riesce a superare e/o a rimuovere ciò che si vive come l’ostacolo che barriera una volontà) un estrema ricerca di liberazione. Quando intossicano un arbitrio di fissazione, tutte le passioni diventano droghe. Con le sentimentali, anche le politiche, e anche le religiose: giusto per citare le maggiori “bustine”: in genere, sconsideratamente “tagliate”. Nessuna passione é vera (tantomeno l’amore) tanto quanto si propone il cosciente fine di fissare l’arbitrio del soggetto  conquistato. Quel fine é perseguito da chi si propone dei guadagni: vuoi economici, vuoi esistenziali per molte cause e molti motivi. Una ipotesi non esclude le altre. In prevalenza, succede perché vi sono soggetti che esistono a sé stessi, solo se si sentono dipendenti (in toto e/o in parte) da chi (persona e/o pensiero) hanno eletto a fondante ragione di vita. Una qualsiasi fondante ragione è un amore solo se coscientemente condiviso, e tanto quanto è condiviso. Vuoi da una parte o dalla controparte, in assenza della volontà di paritaria condivisione (e nella volontà di perseguire comunque la passione fra le parti, si origina lo stupro della volontà altra, quando non lo stupro della totalità della vita altra. Chi uccide la causa di una intossicata e intossicante passione (pur avendone bisogno) altro non fa che sostituire la causa di tossicodipendenza da fissata passione con un’altra fissante passione: l’accecamento del fallimento. Per quanto riescano ad uccidere chi amano, i tossicodipendenti da altre ragioni rischiano di condannarsi ad un ergastolo che trova fine nella loro fine: esistenzialmente totale che sia, o parziale che possa diventare.

ali

ali

In amore, la speranza è inattendibile sirena.

L’ultimo desiderato della serie ha rotto le palle, e questa mattina gli ho dato il Tfr. Sapevo già che sarebbe finita così ma la speranza e la sirena che seduce continuamente i senza tappi come me.

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Le ha rotte, per l’impossibilità, (è talmente tipica da farmi pensare che sia culturalmente congenita) di calibrare ciò che sa con ciò che viene a sapere. Ho rilevato la stessa situazione in tutti gli arabi che ho conosciuto: vuoi biblicamente, vuoi per rapporti di lavoro. Generalizzare è sempre erroneo, si dice, ma, cazzo, possibile che fra tante mosche nere, nessuna bianca? Nel pomeriggio di sabato, avevo conosciuto un altro nordafricano: algerino. E’ fissato sulle Grandi Domande. Gli dico l’inutilità di farlo. Gli dico che se Islam è abbandono nella volontà del Padre, è il Padre che deve rispondere a quelle domande, e che tentar di rispondere in Sua vece, oltre che sterile, è antislamico. Mi da ragione, ma… Entriamo, poi, in dettagli personali. Gli faccio riconoscere la necessità di dire almeno a sé stessi, ciò che muove la sua presenza in quel parcheggio: notorio luogo di spaccio di un certo… vizietto. Mi dice che ama la donna sino ad un certo punto, ma che è con l’uomo che si diverte. Giunge al punto da segnalarmi la sua eccitazione. Noto, non colgo, saluto, e mi avvio per lasciarlo. Non dico che s’incazza, ma quasi. A parole sei bravo a svegliare, mi dice, ma poi lasci lì! Ed è a questo che intendevo arrivare. Noi li risvegliamo, ma poi li lasciamo lì! O, perlomeno, non li prendiamo in carico, quanto basta per collocarli in un nuovo, lì! Lasciati così, fra lì e lì, che altro possono fare se non tornar a rinserrarsi nelle loro fortezze?

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Da Luisa R.

Se togliessero il tetto alla tua cucina non potrei vedere meglio di così, ma questi arabi poi dove li incontri? Ieri ho mangiato un buonissimo Kebab, ogni tanto nella tua cucina viene preparato il kebab? Comunque con quell’idioma dal suono meraviglioso possono chiedere qualsiasi cosa, gli arabi. Ma se lasciati lì per lì tornano dalle donne? Sono in vena di domande stupide. Sarà stato il viaggio. L

Carissima: i miei arabi li trovo in ambiti deserti. Non tanto perché senza case, quanto perché senza cose. E, non, sai, che loro siano incapaci di averne, di cose, ma perché incapaci di uscire dalle loro “case”. Così, ci vado io. Naturalmente, non ci resto. Loro invece ci restano. Non più come prima, però. No. Non preparo kebab nella mia cucina, anche se qualche volta mi è capitato che si spogliassero in cucina. Il kebab, è un po’ come loro: molta carne (vitalità) e molti sapori, (emozioni) ma pane molle. Piatto, il loro pane. Un po’ come la terra prima di scoprire che è rotonda. Come in tutte le culture pre moderne, (qualsiasi cosa voglia dire, pre moderno) lasciati lì per lì, i miei arabi tornano dalle donne quando devono compiere la funzione fisica, e/o la funzione sociale. Prima o dopo di quello, sono pastori in cerca di pastura. In questa ricerca non vanno tanto per il sottile, circa il… campo. L’importante, è che ingrossi e/o ingrassi la parte maggiore del “kebab”. Vuoi un esempio fresco di giornata? Viene a lavorare un marocchino sui trenta. Gli spiego la difficoltà di comunicare delle informazioni anche complesse, a chi non mi intende. Lo capisce. Mi guarda sorridendo. Appoggia una gamba sulla mia. Mi chiede: durerà per sempre il mio lavoro? Malignaccio, mi dirai, sarà stato un caso, quella gamba appoggiata alla tua! Sarà, ma, perché non ha ritirato il caso? Idioma dal suono meraviglioso, dici? A me ricorda il grattare di un meccanismo non oliato. Mi risulta come dici, invece, quando ti parlano all’orecchio per arrivare al cuore: suono che avrebbe delle meraviglie se solo il cuore potesse crederci.

Luglio 2007

Chi non ama l’animale

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Chi non ama l’animale, non ama neanche la persona. Non lo escludo, ma, si può anche dire: chi ama l’animale, come fosse persona ha chiuso il suo amore verso la Persona. Può essere per sopraggiunta aridità, può essere per sopraggiunta solitudine. Indipendentemente dal motivo, perché spacciare come virtù quello che può celare un difetto?

Nell’amore verso la vita

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Nell’amore verso la vita ogni avversione è uno stato di inimicizia. L’inimicizia principia l’odio ed è il suo principio. L’odio è uno spirito che può alimentare delle reazioni sia implosive che esplosive. E’ reazione implosiva, l’odio contro di sé. E’ reazione esplosiva, l’odio contro altro da sé. L’odio contro la vita, e la Vita, ammala di sé, il sé che lo contiene.

Luglio 2006

L’amore ascolta la vita

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Non esiste il diritto all’amplesso, ma, quanto possono sussistere due amori,  (e/o due amanti) se fra di loro è venuta meno la capacità di donare l’amplesso? Fra i significati detti dai miei due spiriti guida (Devoto e Oli) ho scelto “sussistere = esser posto”. Ebbene, se non ricevo e non concedo il dono dell’amplesso, non sono posto nell’amore che l’altro m’ha concesso. Se escludo l’amore dell’altro dal posto che gli ho concesso (cioè, dal suo sussistere per sussistermi) non sono posto, ovverossia, non sussisto per l’altro e neanche l’altro per me. Non succede nell’amplesso come dono. Come dono, è il cuore che, se è a posto (se sussiste) fa sussistere i bisogni di sussistenza.

Settembre 2007

Amare un uomo è come amare una donna?

Adottare un figlio è come avere un figlio? Le risposte sono nell’amare la vita.

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Nelle dinamiche sentimentali e di vita, non c’è alcuna differenza, a mio avviso, fra l’amare un uomo e l’amare una donna. In questa regola sono sempre stato estremamente normale. Amore, è *comunione. Comunione di corpi, di menti, di vita, e di comunione di quei corpi, di quelle menti e di quella vita, con la vita. Nella ricerca della comunione con la vita, valore aggiunto può essere un figlio come opera; valore aggiunto può essere un’opera da rendere figlio. Per essere in essere, la vita ha bisogno del concorso di tutto e di tutti. Non tutti i figli sono delle buone opere. Non tutte le buone opere sono dei buoni figli. Se non altro in questo, i Gay che figliano opere, navigano nella stessa barca degli Etero. In linea di principio sono favorevole ad ogni veicolo di vita, quindi, anche a permettere l’adozione alla personalità Gay. Vi sono donne dal forte carattere. Sono adatte al matrimonio? E’ chiaro che non parlo di tutte le donne con quel carattere, ma, a mio avviso, no. Non lo sono, non tanto culturalmente, quanto perché, (a livello manifestazioni della sessualità) sono emozionalmente contraddittorie. Per quanto ho conosciuto, infatti, la donna del forte carattere tende a scegliere un amato accogliente, ed un amato accogliente è sempre un amato dallo spirito generalmente affine a quello della donna. Applicando un sesso al pensiero, le direi scelte omoculturali. La scelta, se da un lato compensa loro gli affetti e la vita, non sempre compensa quanto basta la loro vitalità sessuale. Capita così, soprattutto quando urla la… diavoletta, che si ritrovino a spasimare per ben altro carattere di… diavoletto. Non trovandolo, capita che si rivoltino, (capita anche rabbiosamente) verso la scelta umana, sposata perché più duttile per il loro temperamento. Quando succedono quelle rivolte, sono sfracelli! E se vi sono figli, è ancora più sfracello.

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A quel genere di donna (speculare vi è anche quel genere di uomo) consiglierei di non sposarsi. Consiglierei loro, invece, di vivere in pieno quanto sono, ma liberamente. Non è scritto da nessuna parte, infatti, che abbiamo da risolvere tutti lo stesso problemino social – ecclesiastico. E non è scritto da nessuna parte, che siamo tutti la stessa strada. Solo è scritto, che dobbiamo percorrere la nostra strada: la nostra vita, quindi, giù le mani dalla vita, per favore! Tornando all’adozione Gay, io li credo padri stupendi per figli di conformata identità: ivi compreso, quella sessuale. Non tanto per qualche pericolo di confusione sessuale, (quando non di tentazione, e/o procurato uso) quanto perché, in fondo in fondo, siamo, anche se non pare proprio, dei caratteri molto forti, e come quelle donne, anche contraddittori nelle emozioni sessuali. Quindi, buoni amanti, si, ma come buoni sposi, siamo a rischio di… trasgressione. E’ chiaro che questo genere di trasgressione, è presente in tutti i generi di matrimoni, dove, in primo, è implicita la necessità della piena soddisfazione sessuale. Certamente vi sono alleanze fra uomini che durano decenni e/o tutta la loro vita, ma, possiamo far regola di qualche 13? E’ anche vero, però, che non lo possiamo, perché non ci hanno mai permesso di giocare la nostra schedina, come hanno permesso ai ricostruiti che la società dice normali. La manifestazione della forza del nostro carattere, (anche di quello sessuale) forse si vede poco (a parte che nei Pride ) ma, credi, intimamente, anche la più persa libellula sa cos’è e cosa vuole! Ma, forti caratteri, lo siamo, soprattutto quando siamo sereni con noi stessi. E, noi lo saremmo, in genere, se solo ci lasciassero stare; se solo non ci usassero, o come babau, o come trippe per cani: vuoi di quelli politici, vuoi di quelli religiosi, vuoi di quelli da manicomio.

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Già, per di noi stessi, direi, che grazie alla nostra doppia anima, tutto considerato, siamo un bel “matrimonio” fra maschile e femminile. Direi di conseguenza, che il Dico esiste, già nel momento che diciamo: io sono. E’ vero che non tutti sanno dirlo, (e non solo fra i Gay, giusto per dirla tutta!) ma, questi, direi che già di per sé si escludono dalla possibilità di adottare. E, quindi? Per la duplice anima che abbiamo, possiamo amare, sia come padri che come madri. Non solo, non essendo padre e madre naturali, non incorriamo nell’errore di condizionare i figli con possibili doveri che non sentono di dovere. Il che, non è detto che sia motivo di allontanamento dagli adottivi. E neanche di anarcoide disordine nella formazione della loro identità, direi, dal momento che ci stiamo rendendo conto tutti, genitori reali o ideali, che su quella formazione, la società, i media, ed il mercato, ci hanno tagliato la gola. Non sarà per sempre.

Amare non è incatenare

Nessuno può invadere un’altra persona, a meno che non la voglia rendere suddita, usando il sentimento come ricatto. La strada dell’indipendenza è piena di questi ricatti. Dicono di essere amore, invece, sono catene!

aneofioridue

Separarsi da quelle catene, non solo è necessario ma doveroso! E’ ovvio che se i ricatti amorosi hanno la sudditanza come prezzo, altrettanto è ovvio che anche il riscatto da quei ricatti ha un costo: il dolore che è in ogni separazione. Separare come hai fatto, non significa rivoluzionare dei rapporti. Questo lo temono quelli che basano il proprio essere, detenendo la vita dell’altro. Da questi, ogni inversione di ruolo, viene vissuto come un attacco alla personalistica carica. Separarsi, invece, significa prendere atto che ogni persona è distinta da un’altra. Caso mai, dipendente, ma, non sino al punto da essere coartata, coperta, prevaricata. Nel crescere, queste separazioni sono all’ordine del giorno. Sono così comuni che (almeno nei fatti meno dolorosi) non ci facciamo più caso, pure, hanno tutte lo stesso significato: la distinzione fra sé e l’altro. Il dolore nella separazione (per la riappropriazione di sè) è importantissima componente della strutturazione del personale carattere. Il dolore, (come anche il piacere), sono due ordini pedagogici. Entro questi, il crescente si prova, si conosce, capisce quanto è in grado di sopportare (nel dolore) la mancanza del piacere. Il piacere, (essendo vita), gli dice quanto è giusta la sua rivendicazione. Il dolore, invece, gli dice quanto è sbagliata. La verità è nel mezzo fra i due maestri. E’ nell’assenza del dolore, ma non per questo, assenza di piacere. Ad ognuno la propria ricetta. Non può che essere così, se, ognuno, vuol diventare sé stesso. Un’ultima cosa. Tu sei sempre disponibile verso gli altri. Le persone disponibili sono come delle case sempre aperte. Veglia sulla tua disponibilità se non vuoi ritrovarti come una casa svuotata dagli approfittatori. Questo non significa che ti devi chiudere. Gli estremi sono sempre erronei. Significa solo che alla porta della tua casa – disponibilità, deve far la guardia la tua capacità di scelta, il tuo discernimento. Bada anche ad un altro aspetto della disponibilità. Può apparire sempre disponibile, chi ha una tal fame di vita da non porre limiti alla fame altrui. Stai attenta! Vi sono fiori che aprono al mondo la propria bellezza, ma, quel che pare generosità, altro non è che una più generale esca per la fame del fiore, non per quella di chi si serve di un fiore per soddisfare la sua fame di vita. Quindi, distingui, se soffri perché ti manca dell’amore, o se soffri perché, il tuo essere, è un’esca insufficientemente appagata.

Luglio 2006

Amare è un po’ uccidere

ed è sempre un po’ morire
aneofioridue

Il mezzo di bianco che mi permetto nei fine settimana mi fa scrivere delle robe, ma de che le robe! Sentire un po’ queste. Sono in pizzeria. Di fronte a me un’anziana. In gamba. Di carattere! Chissà perché le donne di carattere si ritrovano spesso con figli Finocchi (ben che vada ad ambedue) o “tossici” che peggio gli vada ad ambedue! Alla mia destra, una coppia con due bellissime bambine. Lui ha l’aria di chi è lì per dovere. Lei, forse perché non ha o teme alternative. Le bambine, riempiono i silenzi (e la loro orfanità di sostanza) giocando con i telefonini! Il tavolo fra i due sposi è largo decine di kilometri. Cari Uomini, care Donne: perdonate la predica del Finocchio, ma, se non avete ancora capito che amare è un po’ morire perché è sul vostro sacrificio che la vita pianta il suo futuro, lasciate perdere! Andate a ballare!

Ottobre 2006

Adozione in gay

Domani avrò le rughe, Luisa, ma la notte m’ha posto un problema: risponderti, o non dormire?

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Sono andato a letto all’una, Luisa, ma alle tre e mezza mi sono svegliato, lucidissimo, con in testa il pensiero posto dalla tua Salento web: l’adozione gay. Contestualizzare, disse il monsignore a proposito di un povero Cristo, con un tal senso e peso della sua orfanità che ebbe l’assoluto bisogno di trovarsi un Padre, anche a costo di andar a trovarlo ben oltre il genere conosciuto. Non credo che il mondo gay soffra di analogo senso e di peso per l’orfanità del suo diritto alla figliolanza da aver bisogno di avere un figlio anche a costo di trovarlo ben oltre il genere conosciuto anche se non generalmente praticato: eppure, lo vuole! L’argomento adozione mi tocca in modo particolare. Mi pare di averti detto, infatti, che ho avuto due madri e tre padri; e pur con tutto questo, orfano da brefotrofio prima, di collegio poi, e di molti riferimenti in successione. Quando sento “adozione”, allora, penso subito alla solitudine di chi è stato nutrito e curato da molti, ma, forse, amato da nessuno, o quanto meno, non ne ho mai sentito il senso, il calore. Non ho mai sentito il calore del sentimento degli adottanti, fors’anche perché, tutto semina la riconoscenza, ma non l’amore. Sia chiaro che non sto rimproverando niente a nessuno: sto solo ricordando, sto solo constatando. Ricordi e constatazioni che mi rendono più che perplesso sull’adozione del gay. Non tanto perché possa fare sugli adottati, delle schifezze già dimostrate dalle capacità etero, ma perché temo che possa essere e/o diventare un amore di scorta. Visto da vicino, lo puo’ essere e/o diventare anche l’amore etero ma questo e’ un altro discorso. Temo altresì per l’adottato, al punto da bloccare il mio si come il mio no, perché il mondo che non ha ancora digerito la nostra realtà (al più sopportata come inevitabile) altrettanto non digerirà la nostra istanza, o se sarà costretto a farlo, lo farà ruttando fiati pesanti contro l’orfano non in grado di difendersi, come contro i padri_madri, anche loro non sempre in grado di difendersi come di difendere l’adottato.

aneofioridue

Se per caso non si è capito, sono fortemente pessimista. Se per caso non si è capito, non lo sono contro la capacità d’amore dell’orfano di parte di sé che generalmente è il gay. Sono fortemente pessimista perché della vita ho sentito tutto il peso della cattiveria dell’inquilinato ignorante. Ignoranza e cattiveria, che ancora mi circonda, anche se ora si mostra in cari rari con morsi rapidi e gesti vili. Ora non osano di più perché sanno gia’ a vista che so difendermi, ma se a quasi sett’anni devo farlo ancora, per quanto dovrà difendersi dai vili e dai cattivi, il bambino da affiliare alla personalità gay? Sino a sett’anni anche l’adottato non gay da genitori gay?! Portate pazienza se difendo, non la ragione degli etero (le loro ragioni mi facciano il piacere!) ma la ragione del bambino che sono stato, e che non vorrei vedere, neanche lontanamente eguale in nessun bambino. Avrei più favorevole opinione se l’adozione gay fosse praticabile verso il figlio adulto e/o di conformata identità. Questo, non per allontanare il sospetto di un violenza sessuale che gli avversi all’adozione gay sospettano non tanto sotto traccia, ma perché il giovane di conformata identità (e, quindi, adulto) è in grado di reggere la sincerità necessaria al suo bisogno di conoscere e di capire, senza il quale bisogno, neanche si può amare come figli e ne essere amati come genitori. Sono stato adottato da una coppia etero: la Cesira ed il Luigi. Come tutti i bambini sarò stato anche discolo qualche volta. Al che, se per barrierare l’irrequietezza del figlio le altre mamme della mia epoca chiamavano l’uomo nero, mia madre mi diceva, invece, “varda che te porto da l’altra donna, seto!” (Guarda che ti porto da l’altra donna, sai!) E’ stato così che io ho saputo di essere figlio di un buco nero chiamato “l’altra donna”. Ora, è anche vero che non tutti gli adottati sono o saranno stati di vita sfigata come lo sono stato io, ma è anche vero però, quello che dice un proverbio romeno: chi è stato scottato dal brodo ha paura anche dello yogurt! So bene che la vita deve andare avanti e che se non vai al suo passo finisci che ti supera. L’essere superato dalla vita come da altra vita non mi duole più di tanto: mica possiamo essere tutti delle Ferrari! Ciò che mi duole, però, e che non lo faccia “con juicio”.

Adottivi e margherite

Ho letto della questione “Fallimenti Adottivi” ancora tempo fa, ma tutt’ora mi gira per lo “stomaco” come alimento non digerito.

aneofioridue

Dettaglio a parte, mi reputo un buon ignorante perché non mi curo di quanto già detto in congressi e/o in varie tesi, e quando sono grovigli complessi quando non complicati, taglio! Ora, perché mai uno/a o ambedue genitore adottivi dovrebbero sentirsi falliti? Del fatto, poi, non mi risulta analogo senso di fallimento da parte di genitori socialmente omogenei, eppure, ne avrebbero ben donde! Perché mancanti come nutritori? Qualche psichiatrico caso a parte, non direi! Mancanti come delegati a porre educazioni e norme? Qualche psichiatrico caso a parte, non direi! Naturale o no che sia il figlio/a, tutti i genitori fanno del loro meglio per farlo crescere al meglio. Qualche psichiatrico caso a parte, non vedo proprio chi non lo fa! E, allora? Nel giardino della vita ci sono infiniti fiori, infiniti colori, e infiniti giardinieri. Ha motivo di dirsi fallito compito il giardiniere che pianta margherite e quelle ottiene? Direi proprio di no! Ammettiamo, ora, che il giardiniere che ha piantato le classiche margherite, se ne veda spuntare di non classiche. Di fallito “mestiere”? Non direi: é pur sempre nata una margherita! La voleva solo col gambo verde, i petali bianchi, e gialla dove non mi ricordo come si chiama? Si, un qualche senso di fallimento “professionale”, qui, comincia ad emergere, ma, se ha fatto del suo meglio, e quel senso persiste, perché? Certamente leciti i sensi di fallimento “professionale” di genitore (adottivo o no) ma se mi giungono a rifiutare quando cresciuto nella sua aiola, in ballo c’è la capacità di “mestiere”, e/o l’intima identità del giardiniere? Con altre parole: in ballo c’è la margherita, o quanto di sé il giardiniere ha proiettato e/o proietta sulla margherita? Ammessa l’ipotesi, si può escludere che il senso di un fallimento così basato non passi nell’identità dell’erede?

A proposito di abbandoni, perché, Vitaliano?

aneofioridue

Ho finito di lavorare. Sono a casa. Mi lavo alla “michelinopaneevino”, e apro il Fetente! Si, proprio con due T. Raccolgo i pensieri. Mi guardo attorno. Se è vero che “polvere torneremo”, a casa mia si è depositato, un intero cimitero! Negli angoli, vedo esercitazioni di ragno. Perché, Vitaliano, non da oggi stai abbandonando la tua casa?! Quale abbandono rappresenta, l’abbandono della tua casa? Un abbandono di te? Un abbandono del tuo reale sociale? Forse perché ti hanno abbandonato? Abbandono della vita, no! Ho troppe certezze! Per quali “certezze” allora, si giunge ad abbandonare la riva reale per aggrapparci a quella ideale? Perché il reale violenta, ma non l’ideale? Cosa mi dici, tu, polvere della mia scrivania?

aneofioridue

“Abbandono significa anche rilassamento, cedimento, ritiro. (Credo ti sia lasciata andare”, risponde la polvere che a casa mia é diventata decorativa.) “Abbandono” é ciò di cui siamo fatti, ciò da cui siamo stati originati, ciò per cui siamo stati violati, non puoi liberartene, perciò lo espandi anche senza volere nella vita e nelle cose della vita. Siamo polvere, solitudine, fierezza… siamo anche debolezza, ma sopra ogni cosa siamo pura speranza, e lo si può constatare dalle tue parole e dai tuoi ideali. Forse pochi conoscono l’etimologia di questo termine (abbandonare) apparentemente infelice, ma che in realtà viene dal francese abandonner, che a sua volta deriva da “(être) à bandon” = “(essere) in potere di”. La chiave per indirizzare le nostre forze nel cammino più giusto ce l’abbiamo proprio grazie al destino che ci é toccato.”

aneofioridue

“Tutti noi siamo abbandonati al nostro destino…”

Permettimi di escludermi da un “cosmico pessimismo”, che, mi pare, è stato anche la visione della vita del precedente papa. Il destino, è frutto degli atti che facciamo, con quelli che, purtroppo, subiamo. E’ frutto di scelte veritiere, e di scelte erronee. In definitiva, è il frutto di una vita, agente – agita, all’interno di un Tutto. In questo Tutto, quando una vita si sente abbandonata? Direi, quando non trova il Padre. In questo momento, non penso al Padre che è nei piani alti della spiritualità, ma solo, ad un ideale guida. Sino a che non lo si trova, certamente possiamo dirci “orfani”, e subire la solitudine che è nello sentirsi abbandonati. Tuttavia, se si abbandona la ricerca del filo guida, possiamo imputare colpa, al Padre? Direi, di no. Direi piuttosto, (se di “colpa” vogliamo parlare), che la colpa è del “figlio”, perché rinuncia, per abbandono, alla ricerca dei suoi principi di vita: ivi compreso, quelli dell’amore. Nel sentirsi abbandonati per rinuncia di ricerca del Padre, vedo un ulteriore errore. E’ quello che facciamo, quando mettiamo la parola fine, ad una vita, che non abbiamo ancora finito, di leggere e di scrivere.

aneofioridue

“Il filo guida non sempre si trova, a volte serve un ‘introspezione profonda perciò ci sentiamo abbandonati al destino: pensiamo di non farcela…”

Quando pensiamo di non farcela, perché, anziché sentirsi abbandonati al destino, non ci domandiamo, se non stiamo, appunto, “scavando” troppo, nella profondità di noi stessi? Un esempio per semplificare: se mi pianti un badile troppo profondamente nel terreno, rischi, non solo di non alzare quello che volevi alzare, ma anche di non saper più come togliere il badile piantato. Ecco! L’introspezione profonda” che dici necessaria per trovare il nostro Filo guida, Nadia, è come usare il badile, col modo in esempio! E’ chiaro che ti senti “abbandonata”, ma, dalla tua vita, o solamente dalla dimostrazione di una non idonea, e contestuale capacità di scavo? Mi ci sono voluti 62 anni di abbandono per capire che la vita è di una sconvolgente semplicità! A te ed a Nat84, auguro di metterci molto meno tempo! Naturalmente, se non pianterete il badile troppo in profondità!

Giugno 2006

2) Ciao, Vita! La sai l’ultima?

Il mio uomo ha fatto le valige!

aneofioridue

Ha lasciato la casa, mi dice l’amica. Mi ha detto che la famiglia è un impegno troppo pesante, che è depresso, che non c’è la fa. Se ne è andato da quasi due mesi. Qualche giorno fa mi ha richiamato dicendomi disposto a ritornare. Gli ho detto di no! Cos’altro posso fare, Vitaliano?

Mia cara: la vita fa pere e banane. Legittimo amare le une come amare le altre, ma se pensiamo di poter trasformare una pera in una banana (per quanto lo si faccia per virtù d’amore) vuol dire che siamo destinati a restare senza pera o senza banana. Certamente possiamo amare frutti da innesto. Ma, allora, siamo pronti ad amare un frutto che non è una pera e neanche una banana, come può essere l’insieme fra le due?

1) Ciao, Vita! La sai l’ultima?

Il mio uomo ha fatto le valige!

aneofioridue

Allora (mi dice l’amica) giovedì sera ricevo un messaggino dal piccolo. Leggo: ti lascio. Sono in viaggio per casa. Non ti vedo più come la mia donna. Ti vedo come mia madre. Antefatto. Lei: transessuale. In età. Regge bene. Femminile. Carattere viriloide. Lui: militare. Sui trenta e qualcosa. Non male. Anche lui, a mio conoscere, è un transessuale, sia pure a livello di passaggio da Etero ondivago, ad Omo con difficoltà d’accettazione. Tradimenti del genere, sono l’amaro destino del Transessuale che si evira per sentirsi completamente donna. Secondo me, il piccolo, ha solamente trovato una madre non operata, ma sono pressoché sicuro di una cosa: non si fermerà neanche lì. Sento di potermi dire, ancora, che prima o poi, troverà un padre che non ha proprio nessuna intenzione di operarsi. Al più, di operarlo!

Aprile 2007

“Amori, amori: eterni dei!”

Definire l’amore non è difficile, anzi, è quasi banale: io lo dico Comunione. Detto questo, però, potrebbe essere tutto fuorché facile essere in Comunione, e quindi, amare, seguendo la lezione dell’Amore.

aneofioridue

Secondo il mio pensiero, ognuno di noi è Natura della vita, cioè via. Cultura della vita, cioè, verità; Ed è vita, tanto quanto la sua via porta la sua verità. Detto questo, può essere tutto fuorché facile, essere via, verità, vita. A differenza di me, che dico tutti, il Cristo disse: io. Può essere perché di carattere assolutista come in genere lo è la personalità araba. Può essere perché dato l’ambito di nascita, religioso, e storico, si era ritrovato ad essere l’unico a concepire la sua visione spirituale della vita, e, quindi, ad essere l’unica via, l’unica verità, l’unica vita. Non per ultimo, può anche essere non sua quell’affermazione, ma successivamente addebitata a Lui. In quanto, ognuno, via della verità della personale vita, siamo, in quanto essere, insindacabili. Al più, lo è il nostro agire, se, portatori di errore e di dolore. Legittima la via di quelle suore, allora, tanto quanto non porta errore e dolore. Certamente è legittimo opinare su l’efficacia o meno delle loro preghiere e dei lavoretti da sussistenza. Va bèh!

aneofioridue

Da, “ma insomma, dire che sarà lui a giudicarci per decidere il nostro destino eterno”, (eccetera) sino alla fine del tuo pensiero. Io non so se abbia detto una puttanata di questo genere, o se gliel’abbiamo messa in bocca. Pensa, che io non credo neanche in un giudizio di Dio, comunque proveniente! Non ci credo perché non sarebbe giusto! Non tanto perché non è fonte di assoluta verità , ma perché, in quanto fonte di assoluta verità, non potremmo capirlo. E un giudizio non capito è un giudizio mancato. A che serve un giudizio, mancato per impossibilità di capirlo? A niente, dal momento che Dio non ha certo bisogno di farci capire che è più intelligente di noi! Su quanto sostengo, metti l’esempio di un Mauro (ex insegnante) che giudica i miei temi dal punto di vista grammaticale e quanto collegato alla grammatica. Io, che non la saprei distinguere da un Ufo, ti pare che potrei capirci qualcosa? E se non ci capisco niente, non è forse mancato in utilità, il giudizio del Mauro? Sul giudizio universale, so che è corrente teologia paolina. Va bèh! Il Saulo ha detto la sua idea. Io dico la mia. Dove è scritto che la sua vale più della mia? E’ scritto da 2000 anni di Storia, ma sopratutto, in ciò che ci hanno educati a pensare vero, al di là di ogni ragione! Il dubbio è diabolico, ci hanno sempre detto! Certo che è diabolico! E’ diabolico per chi domina il nostro spirito in nome di Dio. Ed in questo dominio, Dio non c’entra proprio niente! Non è di Dio che dobbiamo liberarci. Lo dobbiamo dei cattivi operai della Vigna! In particolare modo, del caporalato che si dice incaricato da Dio.

Neanche Eros gioca a dadi

aquaderno

Sentiamo l’amore secondo Natura. Voce della Natura è la passione. Della passione si può dire che è il dato del cuore: motore della vitalità. Sappiamo l’amore secondo Cultura. Voce della Cultura è il dato della Mente. Della Mente si può dire che è il dato del Sapere: motore della vita. Poiché, quello che è della Natura non può non essere della Cultura, (pena degli stati di dissociazione nella vita) ne consegue che l’amore è comunione fra i dati della vitalità nella Natura (il corpo della vita) e della Cultura: la mente della vita. Dove la corrispondenza fra fra dati è mancante, anche l’amore non può non risultare mancante. Vi è una universale formula di ricerca dell’amore? La direi questa: passione > conoscenza > comunione > vita.

aneofioridue

La Questura di Verona dice

aquaderno

asepara

noneamore

asepara

Alla poliziotta fuori dal provvisorio ufficio ho chiesto (sia pure da lontano) se potevo fotografarlo, ma dopo una minima occhiata m’ha girato le spalle e ha continuato a discorre con un signore dall’aria del politico e/o militare: collega o superiore che sia. Peccato! Avrei voluto dire alla poliziotta che nella denuncia della Questura vedo mancanti i volti di quanti, per diverso genere di amore, al pari della Donna sono stati picchiati/e e in non pochi casi uccisi/e. Sono stati esclusi perché poco importanti? Perché difendere gli esposti rende esposti alle contestazioni di qualsiasi ordine e/o parassitario potere? Comunque siano i casi, in questo caso la Questura di Verona si è rivelata non all’altezza del ruolo: la difesa di tutti i cittadini: anche di quelli comunque scomodi. Bicicletando (dopo aver fotografato l’opera) giungo a s. Zeno. Mi siedo su una panchina (siano maledette quelle di ferro tubolare) e comincio a scrivere. L’amore, è comunione naturale, culturale e spirituale di infiniti stati di vita. Con altro dire, è una parola composta da infinite parole: è un’emozione composta da infinite emozioni. Maggiore la comunione che riusciamo a vivere, e maggiore il sentimento che diciamo amore. Si può dire, allora, che il monito della Questura si ferma su un ‘idea possessivamente violenta e socialmente affermata dell’amore, non, su l’AMORE. Non per questo non è prevalentemente vera quell’idea ma è totalmente condivisibile? Dove serve a fermare la violenza si! Dove, invece, per implicito, serve per impartire una totale negazione della libertà di amare secondo coscienza per esperienza, no. I deputati ad insegnare come si ama sono il Principato con le sue leggi, e la Religione con le sue. Visto quanto ci denuncia la Magistratura e quanto i Media, viene da chiedersi quanto siano pedagogicamente sufficienti, Per me, solo mediocremente, visto che il loro insegnamento è così “facilmente” scavalcabile. Nei violenti casi di non amore, allora, sia il Principato che la Religione sono intrisecamente corresponsabili, a causa di quanto hanno detto sulla figura maggiore (socialmente e religiosamente formandola ma anche deformandola) e su quella che per secoli hanno reso violentemente e pesantemente suddita e quindi liberamente usabile perché non importante. Non vedo fuoco riparatore che possa annullare quella “pedagogica” matrice nella mente dei forti: vuoi per muscolo, vuoi per viltà, vuoi perché umanamente derelitti anche se a vista non pare. Dove non credo nel fuoco (in vero, proposta solamente ironica) credo la doverosa e decisiva inversione delle norme sinora praticate, e/o troppo debolmente fermate. Farei partire quella conversione da questa presa d’atto:

asepara

SE QUESTO E’ L’AMORE CHE VI ABBIAMO INSEGNATO, PERDONATECI!

aneofioridue

La vita non promette a vanvera

aquaderno

Sia nel Giorno che nella Notte esiste la passione: anche fortissima, anche assoluta, anche esclusiva. E’ un amore, la passione? No. E’ un amare. Si basa, sulla comunione di vita, quell’amare? Dipende, appunto, da cosa si intende per vita, e se alla luce del Giorno, o se nei chiaro scuri della Notte. Amore, è sentimento per la vita altra. Amare, è l’insieme di atti e di fatti che strutturano quel sentimento. Leggo del tuo crollo. Leggo il tuo disincanto. Ci leggo, inoltre, una lezione che la vita sta dando alla tua: le promesse della vita sono nelle premesse. Lo stesso vale per le promesse dell’amore: sono nelle premesse.

aneofioridue

Socrate e l’amore

aquaderno

L’amore nasce dalla Povertà, dice Socrate. Non sarei tanto d’accordo. In quanto carattere di vita, che amore è, infatti, quello che nasce fra due poveri amanti, se non un amore di povero carattere? Fra due poveri amanti, più che di amore, parlerei di un sentimentale mutuo soccorso. [Non fra amanti poveri, ovviamente, che può essere ricchissimo!] Amore, a mio avviso, non può essere una compensazione di carenze, se non diventando una “medicina”, dove non è escluso l’amaro. Ne so qualcosa! Più che dalla povertà, l’amore, a mio avviso, nasce di più dall’invidia. Mettici le virgolette, su, invidia. Nasce cioè, anche perché, “invidiando” l’altro/a, vogliamo, o essere come lui/lei: e da qui, nasce l’amore per noi stessi. Oppure, “vogliamo” lui o lei, per metterlo/a fra i nostri beni. Il dire ti voglio bene, è riconoscere una raggiunta conferma. Il ti voglio bene in quanto un acquisito bene, però, è soggetto a variabili. Per tali variabili, o si agisce per valorizzare il bene acquisito, o perde il suo valore, e per implicito, si perde il portatore di quel valore. Anche l’amore, è così. Non per niente è una proprietà della vita. Non per niente non è una proprietà della nostra.

asepara

“Che si voglia bene a qualcuno perché noi non ci bastiamo, è una delle poche idee di Platone che mi piacciono. Per questo sono portato a pensare che sia piuttosto di Socrate.”

asepara

Questa riflessione mi riporta indietro di epoche: quando stavo con l’Amato. Mi diceva: non sempre mi basti, Ora sei al 50%, ora al 70, ora al 99, ora, per niente. Aveva ragione: non ci bastiamo. Per una infinita serie di cause, che stanno fra il personale e l’umano, direi.

asepara

“Tu dici che questo rende l’amore interessato (anche se la povertà di cui parla Platone ha la P maiuscola). E se fosse? L’amore deve essere interessato all’altro da , se no che amore è?”

asepara

Su l’interessato all’altro/a non posso che concordare, ma, nell’amore, (e non credo sia capitato solo a me) ho riscontrato interesse anche per l’appropriazione di cose dell’altro/a. Pur avendole vissute e pagate, è chiaro che non le considero parte dell’amore. Era a questo che mi riferivo in particolare modo con interessato.

asepara

“Il bello, poi, che quando dici che l’amore nasce piuttosto dalla “invidia”, cioè dalla sensazione che ci manchi qualcosa che ha chi amiamo, dici esattamente la stessa cosa che diceva Socrate! Solo che non mi pare che l’obiettivo dell’amore sia di essere come la persona amata, ma piuttosto quello di avere la persona amata quasi come parte di noi stessi, in modo da sentirci migliori.”

asepara

Infatti, distinguevo fra l’invidia che aiuta a formare l’Ego, da l’invidia che aiuta ad unire due Ego.

asepara

“Rischio, quindi, di possessività? Non c’è dubbio: è il principale rischio dell’amore questo.”

asepara

Concordo sul principale rischio, ma, direi anche che la possessività è un modo dell’amare che non dovrebbe appartenere all’amore.

asepara

“Perché il definitivo possesso banalizza chi è oggetto d’amore, e in fondo distrugge l’amore.”

asepara

Se il definitivo possesso porta ad una complementare unione, direi che esalta l’amore più che distruggerlo. Vero è, che a distruggere l’amore in quanto comunione di vita, è l’uso unilaterale (nel senso di chi ricava più di quello che concede) di un soggetto in amore.

asepararosso

Luglio 2007

L’amore che ci fa piangere

aquaderno

L’amore che fa piangere ci sta dicendo che non siamo adatti all’amante che desideriamo. Può anche essere che ci dica necessario superare quei pianti pur di giungere al reciproco adattamento. Pur avendo sempre vissuto la seconda ipotesi, sento più vera la prima.

asepararosso

Novembre 2006

Peccato originale o amore originale?

aquaderno

Quel che vedo della Genesi secondo me è questo:  Adamo viveva il luogo di Dio, ma come l’infante non conosce il padre perché non ne possiede l’idea, così, non conosceva Dio. Quando l’infante comincia a conoscere il padre? Direi che comincia a conoscerlo quando il padre lo scioglie dall’abbraccio e lo posa a terra. Nel momento stesso in cui mette il figlio nella condizione di sentire la differenza fra il prima ed il dopo, quel padre comincia a fargli sentire (e quindi capire) cos’è l’Immagine della vita, e cos’é a Sua somiglianza. Da questa Genesi (passami il taroccamento) ne concludo che al principio della vita non è successo nessun peccato originale. Sono accaduti, invece, due amori originali: quello del Padre verso la vita, e quello della vita verso sé stessa.

asepararosso

Ah, l’amore che cos’è!

aquaderno

L’amore! Se ne parla da quando abbiamo la parola. Cosa non abbiamo detto ancora! Eppure, non abbastanza se ci ritroviamo a non distinguere quando è culla e quando è carcere. Non dovrebbe essere così difficile! E’ culla quando non toglie nulla alla vita che si ama, mentre, è carcere, quando la vita “amata” si trova parassitata della sua.

E’ così chiaro! Per quali arcani lo facciamo così nero? E, per quale arcano, le due righe che dico di scrivere, diventano molte di più, mano a mano le scrivo? Ho saputo che ad un certo punto te n’eri andata. Cin, cin! Te lo meriti. Non credo ce tu l’abbia fatto per ripicca e/o per sterile contrapposizione, ma perché ti sei rifiutata di farti invadere dalla vita degli altri: padre compreso. Ben fatto! Nessuno può invadere un’altra persona, a meno che non la voglia rendere suddita, usando il sentimento come ricatto. La strada dell’indipendenza è piena di questi ricatti. Dicono di essere amore, invece, sono catene! Separarsi da quelle catene, non solo è necessario ma doveroso! E’ ovvio che se i ricatti amorosi hanno la sudditanza come prezzo, altrettanto è ovvio che anche il riscatto da quei ricatti ha un costo: il dolore che è in ogni separazione. Separare come hai fatto, non significa rivoluzionare dei rapporti. Questo lo temono quelli che basano il proprio essere, detenendo la vita dell’altro. Da questi, ogni inversione di ruolo, viene vissuto come un attacco alla personalistica carica. Separarsi, invece, significa prendere atto che ogni persona è distinta da un’altra. Caso mai, dipendente, ma, non sino al punto da essere coartata, coperta, prevaricata. Nel crescere, queste separazioni sono all’ordine del giorno. Sono così comuni che (almeno nei fatti meno dolorosi) non ci facciamo più caso, pure, hanno tutte lo stesso significato: la distinzione fra sé e l’altro. Il dolore nella separazione (appropriazione di un sé), è importantissima componente della strutturazione del personale carattere. Il dolore, (come anche il piacere), sono due ordini pedagogici. Entro questi, il crescente si prova, si conosce, capisce quanto è in grado di sopportare, (nel dolore), la mancanza del piacere. Il piacere, (essendo vita), gli dice quanto è giusta la sua rivendicazione. Il dolore, invece, gli dice quanto è sbagliata. La verità è nel mezzo fra i due maestri. Ad ognuno, poi, la propria ricetta. Non può che essere così, se, ognuno, vuol diventare sé stesso. Un’ultima cosa. Tu sei sempre disponibile verso gli altri. Le persone disponibili sono come delle case sempre aperte. Veglia sulla tua disponibilità, se non vuoi ritrovarti come una casa svuotata dagli approfittatori. Questo non significa che ti devi chiudere. Gli estremi sono sempre erronei. Significa solo che alla porta della tua casa – disponibilità, deve far la guardia la tua capacità di scelta, il tuo discernimento. Bada anche ad un altro aspetto della disponibilità. Può apparire sempre disponibile, chi ha una tal fame di vita da non porre limiti alla fame altrui. Stai attenta: vi sono fiori che aprono al mondo la propria bellezza, ma, quel che pare generosità, altro non è che una più generale esca per la fame del fiore, oltre a quella di chi si serve di un fiore per soddisfare la sua fame. Quindi, distingui, se soffri perché ti manca dell’amore, o se soffri perché il tuo essere è un’esca insufficientemente appagata.

asepararosso

Il servo del centurione

aquaderno

“Il servo del centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione lo amava molto.”

Come hai potuto constatare fra gli Indiani ed io fra gli Arabi, l’omosessualità come la concepiamo noi non centra niente con il desiderio (anche sessuale) fra simili. Perché escludere, quindi, che il sentimento del centurione, altro non sia stato che un piacere fra affinità comunque originate: quell’amare (platonico o no) che da noi pare diventato (nella in_coscienza sul sesso) solamente la cuccia per “cani sperduti senza collare”? E, se invece, dell’Albero della vita, fosse l’aggiuntiva linfa che abbiamo escluso per fallace etichettatura?

asepararosso

Novembre 2006

Storie di amore e di amorevolezza

aquaderno

Attraverso l’amico tramite, lo spirito dell’Amato mi ringraziò “per la mia amorevolezza“. A dirla tutta ci stetti pure male! Mi sarei aspettato un ringraziamento per il mio amore ma aveva ragione. D’altra parte, dicendo amorevolezza anziché amore come mi sarei aspettato, mi ha comunicato la vera essenza del reciproco trasporto e dunque una verità. Se quello spirito è effettivamente nel male, cosa gli costava dirmi una pietosa bugia, cioè, ringraziarmi per il mio amore? Allora, perché ha detto una verità? Perché, almeno in quel caso, non poté mentire o perché non volle mentire? Se precisando la realtà di quel sentimento sapeva di ferirmi, lo fece per amore della malizia o per amore di verità? Se non lo fece per malizia, allora quello spirito è anche capace di verità? Se lo è, allora ciò significa che se anche è stato nel male, tuttavia, almeno in quel caso seppe anche dissentire da quel volere e, dunque, seppe acconsentire a quello del bene? Ammesso e non concesso che lo possa sostenere, anche se lui è stato solamente il passivo strumento del mio discernimento sull’amore e sull’amare, pure, se lui non ci fosse stato, dell’amore e dell’amare io non ne sarei stato lo strumento attivo. Lo dico passivo, quello spirito, perché indurmi a capire non era certo sua intenzione. Se lo avesse fatto, avrebbe si, guadagnato una amicizia, ma avrebbe perso la possibilità di ottenere, amorosamente, ciò che al momento gli interessava di più: la sua ” roba “. D’altro canto, pur guadagnando una amicizia, anch’io avrei perso la mia ” roba “: il desiderio per la sua Natura. Non sopportavo di vedere che il suo desiderio per il male che lo faceva stare bene pur facendogli male (la droga) lo divideva dal mio desiderio di lui: nel bene e nel male, una ”droga” con il quale tentavo non solo di ”farmi” facendomi amare ma anche di distoglierlo dal suo male. Ma se lui sapeva anche fare a meno del mio bene, tuttavia, non sapeva fare a meno del suo, che indubbiamente, trovava più facilmente presso il mio.

aseparamini

Da buon scafato, lui sapeva navigare meglio di me nei marosi dati dalle false corrispondenze: invece, io affondavo, nel senso che quasi sempre cedevo al do ut des che mi imponevano lui e la sua amante: l’eroina. Non era certamente del bene la mia accondiscendenza ma, nei confronti di quella persona, “sapevo resistere a tutto fuorché a me stesso”. A dirla tutta, indipendentemente dal mio desiderio, non sempre la mascherina riusciva ad incantarmi, tuttavia, quasi sempre fui un giocatore incurante dei costi: non solo di quelli economici. Pur sapendo che il nostro capitale affettivo era sempre più povero e gli schemi del gioco sempre più scontati, andavo sempre a vedere le sue carte. Più volte gli manifestai l’esigenza di porre chiarezza. Sull’esigenza della chiarezza in genere glissava. Una volta che non gli riuscì di farlo mi confessò: “l’equivoco è sempre stata la mia difesa!” Sarà anche stato perché gli volevo bene ma in quell’affermazione non vidi solamente chi si serve dell’equivoco per proteggersi dal male a costo di farsi e fare del male, ma vidi anche un essere così indifeso, da non aver altro (o da non essere capace di altro) se non la sua “roba” per difendersi da ciò che non sapeva affrontare se non da “fatto”. Almeno sino a quando era in vita non ho mai preso in considerazione l’idea che se si faceva e faceva del male era perché avrebbe potuto esservi diretto sia da sé che dal male. Adesso ne ho più di qualche sospetto ma, nel dubbio… Se avesse messo chiarezza nel nostro rapporto, ammesso e concesso solo col senno del di poi che sarei stato pronto ad accettarla, (ciò avvenne, quando l’avanzare della sua malattia e la vicendevole amorosità che in qualche modo era spuntata dalla nostra storia insignificò la mutua “tossicodipendenza”) comunque la mia intenzione d’amore si sarebbe scontrata coll’impossibilità di raggiungerla. Al punto, comunque avrei capito l’amore e l’amare attraverso la fallacia dei miei intendimenti ma, avrei capito quanto ho capito giungendo con lui sino alla soglia fra uno stato della vita e inizio dell’altro? Comunque sia e, comunque possa essere interpretata questa storia, fra di noi c’è stata anche della verità.

aseparamini

Marzo 2007

L’amore non amato

aquaderno

“Amor ch’a nullo amato amar perdona. Mi prese del costui piacer sì forte, che come vedi, ancor non m’abbandona.”

asepara

Fra i significati detti aggiungo la mia: l’amore che non è stato amato amar perdona. Nell’amare  non corrisposto non si sa le volte che ho usato la lente per ingrandire e la gomma per cancellare; ed è stata la mia Commedia. Malgrado il soggetto e/o la qualità di quanto mi tornava, é anche vero che ne ho ricavato di che vivere, e la vita, indipendentemente dal soggetto motivante “… é un piacer sì forte che come vedi, ancor non m’abbandona.”

aseparamini

Amare è anche lasciar andare

aquaderno

C’è del vero in quello che dici, ma non sempre il nostro vero è aiuto sufficiente. Ci sono casi (indubbiamente estremi) che sono oltre ogni possibilità di aiuto che non sia il mantenimento vegetativo. Aiutarli a vivere? Mi pare ovvio, ma, è altrettanto ovvio, quando un vivere avviene per mezzo di un corpo tranciato da ogni emozione, e quindi, ridotto ad un mero respirare, mangiare e defecare? Ecco! In quei casi, ad ogni “Welbi” il suo passo, perché, a mio avviso, amare, è anche lasciare, ad ognuno la sua via, la sua verità, la sua vita.

aseparamini

Manicomio a parte

adiagonalerossa

Alla concione su Arte e Amore premetto tre avvii.

  • Vita è stato di infiniti stati di vita.
  • La parola, è l’emozione della vita, che per infiniti stati date infinite condizioni dei detti stati, può dire sé stessa per infinite voci.
  • Poiché la condizione di vita dell’Amore e dell’Arte, gode e/o al caso soffre di infiniti stati di vita, parlare d’arte o d’amore è, in potenza, parlar dell’Infinito quando non senza fine.

Mostrato il “paesaggio” faccio scendere la mongolfiera. Per l’innanzi detto, supporre di comprendere uno o l’altro caso, è supporre di poter prendere del mercurio con le dita. D’Arte e d’Amore ne parliamo da sempre, proprio perché nessuno è riuscito a prendere quel Messaggero! Al più, e a conseguenza di infiniti tentativi, a moltiplicarlo, e con ciò (per Arte e/o per Amore) a moltiplicare le parole che ci dice quando c’è le diciamo. Sia l’Amore che l’Arte sono forze costituenti anche quando vissute come veleni e/o comunque affossanti. Succede un caso e/o l’altro in ragione di fattori coscienti e/o non coscienti all’artista e/o all’amante, e quindi, non tutti emozionalmente gestibili secondo le personali aspirazioni. Naturalmente, anche i comuni vivono stati d’arte e/o d’amore. Nei comuni, però, sono stati comuni. E’ stato comune dell’amore e dell’arte quello che suscita un’emozione circoscritta e contenuta dal già detto. Non nuova perché già detta, non necessariamente vuol dire non valida. Al più, vuol dire quale è il livello esistenziale magistralmente raggiunto vuoi in Amore come in Arte. In Amore come in Arte, ci sono destini elementari, medi, magistrali, universitari, e c’è chi percorre quelli già fatti e c’è chi fonda i nuovi. Comunque siano i casi e/o faccia o non faccia comodo agli amanti e/o agli artisti di tutti i livelli raggiunti in arte o in amore, sotto il sole non c’è nulla di nuovo a parte il nostro vivere: manicomio da dove parte ogni arte e ogni amore, e dove, di ogni arte e di ogni amore, tutto torna per ripartire.

  • A distanza di anni non ricordo più se con “concione” definisco (ironicamente) un mio scritto (non ricordo quale o se l’ho scartato o no) o uno scritto di altri.

adiagonalerossa

Trova amore e vero amore polacco dice Google

Passi per trovare l’amore, ma chissà com’è il vero amore polacco!

aneofioridue

Quello che conosco  (purtroppo come un credente che raramente è andato a messa)  dura nel tempo se un’alleanza riesce a storicizzarsi. Dove non ci riusciamo perché la storia è scritta da una sola mano, di molto possiamo parlare ma non d’amore.

ali