Qui si narra

QUI SI NARRA LA SVENTURA DI UN BAMBINO ALLA VENTURA

Chiesa degli Ognissanti di Padova. Era collegata all’Orfanotrofio degli Esposti: lo ero. Qui, nella mattinata ho fatto la Comunione e nel pomeriggio la Cresima. Vescovo di Padova era Monsignor Bortignon: fratone che se ci penso lo rivedo. Finita la funzione c’è stato un party con bacio dell’anello: ametista stupenda. Deve essere cominciata allora la mia dipendenza dagli anelli. Non riscontro la stessa dipendenza dai vescovi. L’anello gli odorava di caffè: più probabilmente la mano. Era la prima volta che odoravo un caffè: non assomigliava per niente a quello che ci davano. Mi sa che il mio senso dell’ingiustizia cominciò per quella differenza. La mattina della Comunione, la Norma (assistente sui trenta, manesca, di stopposi capelli, sempre urlante, agitata, e che ha lavato tutti con la stessa acqua) m’ha fatto andare della saponata in bocca. Oddio!!! Lo dico o non lo dico? Ma se lo dico mi escludono dalla Comunione e se mi escludono addio festa, addio bell’abito bianco e scarpe nuove! E se la Norma si arrabbia?! E, se mi puniscono? Per farla breve, taccio e vado alla balaustra. Tuoni non ne ho sentito e fulmini non ne ho visti ma non vi dico i sensi di colpa: durarono anni! Ricordo ancora la suora (bella e statuaria) che ogni tanto ci rifilava un tubetto di latte condensato della Pontificia Opera Assistenza. Ricordo gli orecchioni, i cataplasmi di ittiolo, l’isolamento, e la suora infermiera: bella ma cattiva. Ricordo le prime emozioni sessuali, e che senza sapere come, al risveglio mi ritrovavo nel letto di qualcuno. Nel pomeriggio di quel giorno venne a trovarmi la Cesira con chi aveva sposato dopo la morte di mio padre. Mi portò sei paste! Vedevo ben diverse sorprese, e ben diversi sorrisi attorno a me. Usciti per un passeggio, con la Cesira andai verso il centro. Lungo la strada, sotto un piccolo porticato, davanti alla vetrina di un negozietto mi fermai di botto. In esposizione c’erano (in scala) tre piccoli elefanti di un qualche materiale verde. La Cesira vide la mia curiosità. Mi domandò se li volevo. Memore delle sei paste gli dissi di no perché “non abbiamo soldi.” Cesira e il marito tornarono a Este a piedi: 33 chilometri da Padova. La Cesira mi disse che avevano perso il treno. Vedo ancora quell’insignificante vetrina sotto il portichetto. Vedo ancora gli elefanti.


In una mattinata degli Esposti, con fare misterioso ci caricano in sei su una Fiat 1400 chiusa con un telone. Non le chiamavano pick-up allora. Dopo un viaggio che mi parve eterno, al buio, senza bere niente, vengo scaricato qui davanti. Nella parte più alta della “torre” c’erano le stanze dei preti e l’amministrazione. A sinistra della torre quelle delle suore. La porta a destra era quella della cucina: per tutti, suppongo. Alla destra di quella il nostro refettorio, e in ultima la calzoleria. Sul momento mi sono vergognato delle “galmare” (stivaletti con suola di legno) che mi hanno dato al posto delle scarpe, ma d’inverno mi sono ben ricreduto; da morire per il freddo ai piedi, con le scarpe. Sopra il refettorio i nostri dormitori, o meglio, dei grandi solai serviti  solamente da due stufe di coccio, accese sino a che durava il primo carico di legna. Proverbiale l’inverno a Feltre. L’affrontavano (noi orfani) con una coperta di scarsa sostanza, ricordo. Per il freddo. rigido come  un baccalà. prendevo sonno solo quando crollavo. Molto a destra di quanto si vede in questa foto, superata una scalinata si accedeva a un cortile, generalmente usato come campo di calcio: era in terra battuta e non mancavano i sassi. Mi dirigono verso il campo. Salgo le scale e ci arrivo. Da un muretto alla mia destra che non avevo visto colgo una voce. Dice: oh, è arrivata la signorina! Portavo la divisa dell’orfanotrofio di Padova. Un unico in due pezzi, composto da una sorta di calzone corto che mi stava piccolo e stretto (all’epoca generazionali, gli abbigliamenti) e una camicetta, anche quella altrettanto stretta e corta. Il tutto, in una vigogna colorata come leggero caffelatte e punteggiata da quadrattini blu. Tempi di magra anche per lo stile, all’epoca!  Spaesato di tutto e da tanto, che potevo rispondere a quel chierico di indegna chierica? Da quell’indegno (come da tutti i generi di indegnità contro il debole che ero, e che tutti non finiamo mai di essere) mi sono difeso facendomi “autistico”. In quella bolla, non permettevo l’ingresso (come non lo permetto oggi) a niente e a nessuno! Certamente, c’èra l’indegno che la superava (come mi succede e ci succede anche oggi) tuttavia, con sempre maggior difficoltà e sempre più raramente. Ora, sono suoni distanti. Provengono da oltre il muro della  mentale trappa che ancora mi protegge quando mi ritiro.


Sono lo sciagurato che fa le corna all’amico. Me ne dolgo ancora. Si comincia presto a diventare imbecilli. L’adulto in prima fila era il nostro maestro. Lo ricordo come ricordo la sua iniziale lezione. Partite da qualsiasi argomento e/o materia, proseguite verso ogni altro argomento e/o materia, e tornate dove avete cominciato! Ci insegnava a pensare per associazioni! Nell’analisi grammaticale sono sempre stato un disastro, ma in quel metodo, molto meno. In quinta ebbi un rifiuto generale verso la scuola, così, decisi di non rispondere alle interrogazioni. Avevo fatto i conti senza l’oste. L’oste (il maestro) mi pizzicava il braccio sino a che rispondevo. All’esame di quinta fui tra i migliori!

Anche il Piave mormorava quando uscivo dalla chiesa di Vellai di Feltre vestito da chierichetto. Mi chiamavano sempre quando c’erano le messe in terza o in più come allora si diceva delle solenni. Non che convincessi tanto come chierichetto, però, vestito così non mancavo di bella figura. Il collegio – orfanotrofio era dell’opera Don Guanella. Ora è scuola di agricoltura. L’avranno convertito a nuova funzione forse perché hanno cominciato a scarseggiare le braccia per messali ma non diminuire quelle per i campi. E poi è arrivato il Vescovo a Vellai! Ero nei campi a girare il fieno quando m’hanno chiamato: corri, corri! Vatti a vestire! Tutti montagnard e un po’ torsolotti gli altri chierichetti. Alto e magro, invece io li sovrastavo. Cotanto splendore, però, mi rese disattento al rito sicché quando il vescovo si inginocchiò mi inginocchiai anch’io. Lo feci meglio del vescovo, molto probabilmente. Tanto è vero che non mi chiamarono più. Brutta bestia. l’invidia! 🙂


Finite le elementari mi ritrovai molto colto in orazioni e riti da messa ma con il resto a zero. Al cancello di uscita dal collegio, così, ci trovai l’angoscia di chi è ben cosciente  della pressoché totale impreparazione. Ci trovai anche la Cesira. Sul treno a vapore che da Feltre mi portava a Padova, ne ebbi lucida coscienza:  “non so guadagnarme na’ ciopa de pan!”. Ricordo che bestemmiai! Non ne vado fiero: è andata così. Sono capitato alla porta e nella foto, solo perché passeggiavo nel salone. Indossavo la giacca che mi avevano fatto le suore. Mi dicevano principino da quanto mi stava bene. Anche secondo me, devo dire. Quella giacca rischiò di finir male! Fui scelto dal Cantù per partecipare ad una gara su chi si sporcava meno di zabaione e sporcava di più l’altro; l’altro la perse, e io persi il titolo di principino e la preferenza delle suore. Ci tenevo alla giacca (blu e di panno) e non ero così sciocco da non prevederne la fine, visto il genere di tenzone. Sciocco non doveva esserlo neanche il Cantù, invece, sostenne quella parte! Per malignità? Probabile. Il prete in prima fila sulla destra è il mio seduttore. Il prete in mezzo con i bambini davanti è Don Paolo: il suo animo era come la sua faccia: magro. Nessuno salutò quando arrivai in quel collegio e nessuno salutò quando me ne andai: non si salutano le robe che entrano ed escono dai magazzini delle Pie Opere.


In questa, del collegio si vede la parte nuova al centro e la parte vecchia alla destra. Nel corpo della vecchia c’era la chiesa antica, il cinematografo, e al primo piano la sartoria, e la tipografia. Alla destra del collegio nuovo, riscaldato dal sole di un primo pomeriggio, seduto su una panchina di pietra sotto la pianta che appena si vede ma che io vedo ancora, piansi senza freni sul niente che non pensavo di aver avuto. Sbagliavo ma all’epoca non lo sapevo.



Panoramica sui monti e su quella stramaledetta salita del viale che dal paese portava ai collegi. Ai piedi del collegio un campo dove sono andato a girare il fieno. Da poco contadino devo dire visto che me l’hanno fatto fare solo una volta. Alla fine del campo si vede il paese. Me lo dissero di mille anime. Lo ricordo impregnato di odor di stalla.


Ho visto la vecchia solo una volta. Era quasi sempre chiusa: forse perché la truppa non ci stava più o forse perché pericolante. La ricordo piccola, bassa, scura, monasteriale. A suo modo, bella. Di certo, più di questo scatolone da scarponi. Della vecchia ricordo ancora il confessionale che stava alla destra dell’ingresso: imponente, maestoso, faceva basilica. Della nuova, l’altare e quel crocifisso lo vedo adesso. Dall’ultima fila dove stavo regolarmente non è che vedessi questo granché. Anche perché il capannone era sempre buio. Evidentemente, a pagar le bollette non sempre c’è la fa la divina provvidenza. E si che la pregavamo tutte le mattine e tutte le sere. La domenica anche di più.


Don Primo: Direttore della Pia Opera. La Pia Opera era il nostro lavoro. Si trattava di imbucare delle lettere con finale richiesta di soldi. Ne ho imbustate a migliaia di quelle storielle. Erano scritte con una calligrafia che doveva essere, si, infantile, ma non gallinacea. La mia lo era, così, la bozza che scrissi non fu usata. Forse perché preso dai compiti di tipografia (funzionava tutti i giorni) con noi non aveva incarichi e/o ruoli. Non era particolarmente espansivo, il Don Primo, ma lo stesso non malvisto. Una volta mi confessò. Non so come il mio gomito sia capitato nei pressi del suo inguine ma lo trovai strano: altro non seguì.

Sono il più alto dei ragazzi. Alla mia sinistra c’è l’indegno. Uscito che fui da quest’altro Esposti, il chierico spiritualmente indecente prese gli ordini e andò missionario in Africa. Si chiamava Cantù il diventato prete. Non ricordo chi mi disse che era stato divorato da un leone. In un sogno o in una visione mentale che sia stato vidi il leone: vecchio e spelacchiato. Vidi la testa del Cantù in quella bocca: vidi che urlava. Quando stavo nella sua bocca, invece, io tacevo. Cantù era confratello dell’effeminatissimo don C.., poi segretario del vescovo di Belluno dell’epoca. Non che ricevesse tanta corda dal don C.., però: almeno in nostra presenza. Il C.., a differenza del Cantù, era amatissimo dai suoi orfani. Nonostante l’avessi vista solo una volta, ricordo anche la madre del Cantù: come il figlio, rigida, amaro il taglio della bocca, senza sorriso. Tornando al cortile: una sassaia!

Sono sul cortile davanti al collegio. Non ricordo come ho saputo della Festa degli ex Allievi ma ci sono andato. L’incontro fu di una tristezza unica. Dopo quell’esperienza non sono tornato verso nessun passato. Il palo nella foto era grigio. Negli intenti color argento forse. Sulla cima aveva una sorta di cipolla rossa e con un qualcosa di giallo sopra: forse una croce. Non fui sorpreso quando, all’epoca, lo vidi nel cortile. In un chiarissimo, brevissimo e colorato sogno (praticamente una fotografia) l’avevo già visto nella mente mentre stavo in una colonia estiva dalle parti di Jesolo o Sottomarina che sia stato. Gesù: sembro proprio il patentato di Pirandello.