Dove sono andate a finire le mille e una notte?!

Tutte, tutte, giacciono usate.

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Calliope non mi dice più niente. Volgendomi verso quanto sono stato vedo la poetica come acne nell’anima della mia giovinezza. Ora mi parla la poetica che rivela la vita quando è croce. Orientamento, questo, per bisogni dì verità senza edulcoranti. Dove non la trovo, le voci altre non nego: guardo e passo.

Maggio 2020 – Ho svuotato la cantina dalle cinfrusaglie.

Non tentate. Non sapete. Non potete. Io sono quello che sono.

Sono Parola. Sono la Forza. Sono il silenzio e la sua emozione.
Non mi trovate nei perché, nei percome.
Sono l’irraggiungibile stazione
delle vostre tesi su di me.

Io sono l’Amore. Non sono il Divisore.
Sono colui che vi eleva la croce.
Sono la vostra voce.

Non sono lo scranno della vostra brama di sapere.
Non mi tocca la fama: nessun potere.
Sono la chiesa che dura.
Non mi serve muratore: nessuna struttura.

Io sono il Verbo.
Sono la vostra mano. Il vostro piede.
Sono il principio di ogni luce.
Sono dove il dissidio tace.

Sono Pazienza, clemenza, pietà, umiltà, semplicità.
Io sono la vostra profondità.

Sono dove c’è fede.
Dove il bene intercede.
Sono l’Universo che tutto contiene;
la Promessa che mantiene.

Sono acqua per la vostra sete.
Il vostro mare quand’è in quiete.

Non sono Figlio. Non sono Madre. Sono il Padre.
Sono il senso di moglie. Non sono le sue doglie.
Sono il senso di marito.

Io Sono l’Infinito.

Sono Sovranità, Libertà, Carità,
e l’Immagine della vita:
primo, unico, ed ultimo profeta.

Io sono il basso e sono l’alto.
Sono larghezza e lunghezza.
Sono Geometra e geometria.

Sono, la tua poesia.

Infranti
Amorosi
Sentimenti
Leciti
Mancamenti

Memorie
Maglioni
Stagioni
Postini

Stipi
Cassetti
Segreti
Treni
Stazioni

Momenti
Toccamenti
Calori
Documenti

Abbracci
Passioni
Diluvi
Sospetti

Meraviglie
Paccottiglie
Ciprie
Ciniglie

Lutti
Presenti
Passanti
Futuribili
Istanti

Cime
Venti
Silenzi
Infranti
Amorosi
Mancamenti

Sentimenti
Lontani orli

Conosco il giorno e la notte.
Il mare ed i monti.
La giovinezza, e gli amanti.
Conosco il dolce e l’amaro.
La bellezza e la vanità.
Conosco l’alba dei miei pensieri.
Il tramonto nel mio oggi, e dei miei ieri.
Conosco la vita quando nasce
e quando finisce.
Sarà ultimo frutto.

 

Adagio mi troverai.
Adagio mi conoscerai.
Adagio mi amerai.
Adagio ti perderai così
spinta da un refolo di divinità.
E non ti sembrerà più anima tua,
la melodia che adagio ascolta la mia.
Adagio, ti culleranno i miei respiri.
Adagio sarai mossa da risata
appena sussurrata dalla mia emozione.
Nella mia Creazione tu,
mia ventura e creatura
che adagio mi troverà
adagio mi conoscerà
adagio mi amerà.

Volevo dormire. Volevo sognare. Vedetemi così.  Tutte le sere.

Il lettino era nuovo. Tutto pulito. La camomilla bevuta. Ogni cosa zittita.

Non voleva dormire. Non voleva sognare.

Non era bagnato, Non raffreddato, Il ruttino già fatto.
Il latte già pronto.

Non voleva dormire. Non voleva sognare.

Mi sforzo.  Sto dritta. Crollo dal sonno.
Il beato si sporge dal letto.
Non vuole dormire. Non vuole sognare.

Quando vorrei dormire, quando vorrei sognare, lo vedo così.
Tutte le sere.

Non contare il tempo. Non dirmi: è l’ora.
Lasciami così, ancora.

Lasciami lunare, astro solare, cometa passare,
stella brillare, senza tracce, senza facce.

Lasciami cielo, lasciami mare, lasciami decantare,
ma, non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.

Lascia che sia sulle maree, sulle foglie, sulle azalee,
come neve non banale, come luce boreale, come amore che vale,
come età che non pesa sulle ali, come acqua nei canali,
ma
non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.

Lascia che sia le tue sere. Nell’alba non mancare.
Lasciami sussurrare, scivolare, sollevare, anelare,
palpitare, e, forse, invocare,
ma
non contare il tempo, non dirmi è l’ora.
Lasciami così, ancora.

I cieli muti.
Gli “irti colli” superi.
L’acqua mossa calmi.
La melma crespi.
Dall’alto vedi.
Con Alto imperi
Sussurri appena
ai miei pensieri.

Primo fra tanto dal nulla
poi goccia, palpito, fame, carne.
Primo cervello, primo piacere, primo doppio, primo oltre,
primo passo, primo vacillo, primo fuoco, primo uso, primo abuso.
Dissanguante nei deliri, debole nei fini, nelle croci rinascita o forse commedia,
distruttore nei progressi, costruttore nei regressi
autore di genti, architetto di nazioni.

Di me incurante
nelle ere tacendo.

Finita la stagione estiva al Cavallino di Venezia, trascorrevo l’inverno a Maia Alta di Merano. Come cameriere, lavoravo in casa del rappresentante italiano della NSU. Più che una casa, era un castellotto d’epoca. Ex proprietaria, (o una ex proprietaria) fu la sorella della Petacci, se ricordo bene. Il proprietario aveva una cagna di tipo pastore. Simpaticissima, perchè del genere lupo felice nonostante la brodosa polenta che su indicazione, dovevo preparagli. Ero già a letto verso le 11 di un qualsiasi giorno ma proprio non riuscivo a dormire. Avevo caldo. Mi giravo e rigiravo. Ad un certo punto fui preso da una forte ansia. Il fiato mi stava mancando. Per respirare meglio dovetti alzarmi. Dove andare oltre quel trextre che era la camera?! Chi chiamare se non c’era nessuno? La famiglia del guardiano che abitava sotto? E cosa dirgli, che già c’era ripulsa di me, non tanto come persona ma come italiano? Non so che fare, e l’ansia non cessa. Da dove mi salta fuori non so, ma sento che devo scrivere! Strano caso e da me non messo, sul comodino c’è foglio e penna e ti scrivo la mia prima poesia:

  •  

Mirka, la xè la cagna de casa mia.
Ghe voio ben,
ma la xè imbambìa.

L’altro giorno,
sul far del mexogiorno
ghe portavo da magnare.
La me xe vegnù incontro
Co’ la so’ voia de sogare
ma a furia de girarme in torno
la mà fato andar par tera
mi, el magnare, el bevare
e anche el contorno.

Me so’ alsà!
Ghe volevo dare
ma cossa vòto
la jera lì che gnanca la se moveva!

Go’ da na gratada fra le rece.
Un legero scapelòto!

Monti come turisti
non coinvolti
dicono i riflessi composti
dalla corrente
del fiume.
L’acqua non se ne cura.
Scorre
come non avesse
niente di meglio da fare.

Vado a letto a mezzanotte. Mi sveglio alle sette. Non so cosa fare. Mi siedo in veranda. Accendo una sigaretta. Nel parcheggio, ancora attaccate all’albero insistono delle foglie. Le ascolto. Escludo bla blà sino a che arrivo al dunque:

Contestano le foglie
verdi rimaste
per età che rifiuta
già dette stagioni.

Cosa ci vuole, Vita, per darci una mano!  Basta aggiundere dei t’amo. Togliere vermi ai pomi. Moltiplicare i domani. Accogliere desideri. Lasciar risposte sotto cuscini.

fiori

Caro Futuro

Per te sono uno sconosciuto, e tu per me sei un tempo che intravedo a distanza, eppure, non posso fare a meno di fartelo capire. Sono anni che tento di sedurti. Non mi sono stancato e non mi hai stancato. Sarà perché ho iniziato ad intendere che c’eri anche tu nella mia vita quando eravamo belli tutti e due.  Adesso, è vero, anche tu, come me, hai le borse sotto gli occhi, tossisci la mattina, e di notte dormi con fatica, ma appena mi sveglio non posso non pensarti e, miracolo dell’amore (giustizia, non cecità) desiderarti come ti desideravo, quando, pur non avendo nessuno dei due ne tosse e ne borse, ti addormentavi sempre prima di me. Io, stavo lì. Non assente ma incosciente. Pensavo all’Infinito e a te, allora Presente.

fiori