Verso la fine dei tuoi e miei discorsi

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Verso la fine dei tuoi e miei discorsi mi hai gestualmente comunicato che ti stavi allontanando dalle mie ipotesi. Probabilmente, perché sentirsi sotto lente, alla lunga stanca per più motivi. Così, ho deciso di scriverti delle possibili interpretazioni su quanto mi hai detto e mostrato. Lo faccio da titubante. La titubanza mi sta segnalando che sto superando dei limiti? Il punto però non é questo: il punto é quale: forza influisce sulla mia titubanza? Una forza del vero che vuole allontanare del falso, o una forza del falso che vuole allontanare del vero? Una mia insicurezza? Ammesse le ipotesi, sento che nessuna forza è maggiore dell’altra. Le direi in bilico e quindi in stasi. Pertanto, non mi resta che confidare sulla mia. Andrò per punti. Naturalmente, le mie ipotesi sono solamente delle ipotesi, quindi sono solo stimolatrici di possibilità.

1) Per calo dell’interesse ti stavi allontanando da me (verso la fine dei discorsi) perché credi inspiegabili le tue manifestazioni, o perché (sotto – sotto) preferisci non razionalizzare dei misteri che se da un lato ti fanno paura, dall’altro di affascinano e, quindi, ti confermano come soggetto non comune?

2) A mio avviso non hai nulla da temere dalle manifestazioni che mi hai mostrato.

3) La vita é uno stato di infiniti stati di vita. Si attua per la corrispondenza di forza (spirito) fra tutti e in tutti i suoi stati.

4) Umane o ulteriori che siano, quelle relazioni avvengono fra spiriti affini. Vuoi come identità (se quelle luci lo sono ma non lo credo) vuoi come stati di spirito (forza, potenza, energia, e via similando) se lo sono come credo.

5) Stati di spirito affini o forze, potenze, energie, e via elencando, quindi, corrispondono con dei tuoi analoghi stati dalla paritaria forza: ne sia cosciente o meno chi ne attesta l’esistenza. Tu l’attesti, come un contadino, che trovandosi in mezzo al campo) si ritrova investito dal passaggio di una schiera di cavallette. Mica l’ha voluto, ovviamente, ma siccome è in mezzo al capo (o in mezzo al cammin… direbbe Dante) volere o volare ne subisce le conseguenze.

6) Ora, tu sei il contadino (medium passivo nei casi che mi hai mostrato) che in mezzo al tuo campo (età + proprietà composta da vari generi di valori) si ritrova investito da elementari stati di vita che, chissà come mai, dici animali, e che io dico cavallette giusto perché in alcuni casi vedi in sciami quelle luci, e che come per le cavallette non sappiamo fermarle.

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7) Ho notato che vicino a fonti di energie si raggruppano come falene attorno a una lampada. Ricordo il lampione in una foto. Perché vicino anche a te? Perché (vuoi come medium o vuoi come natura) tu sei un “lampione” che emette energia. Tutti ne emettiamo. Il che fa pensare che siano presso tutti anche se solo te le vedi: almeno a quanto ci risulta. Se vera l’ipotesi, ciò significa che siamo il loro cibo? Nulla esclude, però, che siano anche il nostro. Chiederci quanta e di che genere sia quel genere di realtà é assolutamente inutile.

8) Non sempre c’é n’è uno sciame attorno a te. Potrebbe dipendere dal fatto che tu sei un cibo per poche di loro, oppure, che non sei abbastanza cibo per tante, visto anche che il tuo minor momento potrebbe generare minor energia, e quindi, essere di minor cibo. Vicino alla luce del lampione invece, sono di maggior e costante presenza, appunto perché il calore del lampione (e/o la luce) è costante.

9) Perché volano ed hanno i cambi di rotta che hai notato? A mio avviso non volano. Se ne vanno, invece, fra fonte e fonte, come da un punto e un altro di un bosco se ne va una foglia mossa dal vento, non, perché ha capacità di volo. Al più, ma non volente, scivola nell’aria che la porta, e che al caso, gli fa anche fare quei repentini cambi di rotta. Analoga cosa succede anche alle manifestazioni che subisci. potrebbe esserci anche un’altra ipotesi. Si spostano in ragione di una potenza attrattiva derivata da una forza gravitazionale. “Volano” quindi, perché agite da quella forza. Dove é maggiore si dirigono. Dove diventa minore perché attratte da una maggior forza si allontanano da una e si avvicinano all’altra. Non credo di dirti nulla di nuovo. Usano quel “motore” anche nei voli spaziali.

10) Dicevo che si corrisponde solo fra spiriti affini. In effetti noi non sappiamo quale sia il nostro vero stato di spirito, quindi, neanche sappiamo con chi effettivamente corrispondiamo: vuoi per natura, vuoi per cultura, vuoi per vitalità e/o vita. Lo sappiamo solo perché agiamo secondo convenzioni.

11) Se vera l’ipotesi, come mai quelle energie di vita sì, ma non di compiuta identità possono rivelarsi a te? Direi perché a tua volta sei una frammentata massa di energia. Ciò che frammenta la tua massa ti é noto. Vista la tua frammentazione (andando a naso l’ho detta scissione) e vista la corrispondenza con un oltre che ne é conseguita. potrebbero essere quelle energie, dei frammenti di un corpo? E se invece fossero delle “cellule” del maggior corpo che è la vita oltre noi come invisibili dentro noi perché cellule delle cellule?

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12) Da quello che mi hai detto quelle cellule ti spaventano perché si avvicinano a te, non perché entrano dentro te. Caso sia, la tua paura é motivata dall’ignoranza sul caso, non dal caso. Sto pensando che se avessero voluto farti un qualsiasi male l’avrebbero già fatto, ergo, non vedrei motivi di ulteriore paura. Vedo paura, piuttosto, nel pensarle concausa della tua odierna situazione fisica, ma solo se dopo le loro manifestazioni presso di te ti ritrovassi variamente indebolito. Ma anche lì ci sono pro e contro. Ti ci potresti trovare (indebolito) anche perché le incognite sul caso sono inevitabilmente stressanti, e anche perché non tutte le cure (ammesso che loro lo siano) danno immediata energia.

13) Come venir fuori da quell’inconoscibile impiccio? Tempo prima di mancarmi l’Amato mi chiese: quando mangio, mentre curo il mio bene, non curo anche il mio male? Prendendo esempio dai girasoli gli ho risposto: dipende da dove ti volgi. Se verso il bene curi il bene, se verso il male curi il male. Applicando a te la risposta, venirne fuori dipende da dove ti volgi: verso la tua realtà, o verso l’irrealtà? Risposta terza esiste solamente come ondivaga scelta da medium meravigliato dal caso, ma anche da medium sottomesso al caso.

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Gira dalle mie parti

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Gira dalle mie parti una ex professionista del piacere. Slava. Sui 50. Temperamento maschile. Deve averne fatte di cotte e di crude. Non di meno subite. Secondo quanto gli ha detto, la Madonna salverà il mondo.

Naturalmente, la Madonna non si è presa la briga di precisargli che mondo. Il micro, cioè, la vita del suo personale sé? Il Macro, cioè, la vita e/o il sé del mondo? In assenza di dettaglio, ogni benedetto dal Cielo sul genere di quella donna finisce col pensare quello che gli fa più comodo quando è in malafede, oppure, quanto crede vero quando è in buona fede. Sempre nel giro delle mie conoscenze c’era un “imbecille” (faccio fatica a non togliere le virgolette, credetemi!) che ha scoperto Dio dopo esser andato a uomini nella maniera che più aborro, cioè, facendosi sadico con i supini che ha sempre cercato e sfruttato. Come già immaginavo, ha lasciato il convento e la tonaca: avrà trovato frati più femmine di lui, penso. E’ mai possibile che questi benedetti un tanto al chilo non si rendano conto che bisogna trovare Dio, volendolo, ovviamente, prima, di diventare dei soggetti che non trovano amanti neanche a pagarli! Macché! Devo proprio rassegnarmi al fatto che c’è gente che non è in grado di capire che Dio non è una marchetta  disposizione! A proposito di madonne (ma forse ve l’ho già raccontata) l’amico medium punta la penna su di un foglio. A velocità veramente stupefacente disegna una donna con un bambino in braccio. Mentre “scriveva” gli ero seduto vicino. A fine scrittura si vede quella donna e quel bambino che mi guardano. Bello, mi direte! Bello un accidenti! Nessuna beatitudine in quelle facce: solamente ira! Mi sa che lassù avrò qualche guaio. O sarà laggiù?! Mah! Staremo a vedere.

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Agosto 2008

Esistono gli spiriti? Si e no!

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Avevo risposto a questa domanda dicendoli esistenti ma non attendibili. Ulteriori riflessioni mi portano ad ampliare i pensieri.

Lo Spirito della vita è una forza, o con maggior dire, una potenza. In ragione dello stato del proprio stato, somigliante allo Spirito ogni forza e/o potenza emanata da quel principio. Come lo Spirito non ha identità corporea, così le forze e/o potenze emanate da quel principio. Lo Spirito è una potenza che tutto pervade. Così le potenze a quel principio somiglianti. Giunto al punto, mi sento di affermare che gli spiriti (per l’idea che ne hanno sia quelli che li dicono esistenti sia quella di chi li dice non esistenti) non esistono. Esistono, invece come potenze prossime o non prossime alla primigenia fonte della vita: lo Spirito. Gli stati di principio della vita sono il Bene per la Natura, il Vero per la Cultura e il Giusto per lo Spirito. A quelli somiglianti, i nostri principi. Le potenze della vita corrispondono con la potenza della nostra per affinità di potenza. Non possono diversamente perché (come nell’Immagine) dato il bene, il loro vero deve corrispondere al giusto. La vita, però, è stato di infiniti stati di vita. Ne consegue, pertanto, che il vero può essere ombrato dal falso; che il giusto può essere ombrato dall’ingiusto: che il bene può essere ombrato dal male: dolore naturale e spirituale da errore culturale.

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Lo stato delle soggettive ombrature sui loro principi della vita formano il “corpo” di quelle potenze. Quei corpi diventano visibili come “ombre” e/o “macchie” nelle persone di vissuta medianità, quando la potenza del proprio spirito si trova a corrispondere (ne sia cosciente o no) con un’ulteriore ma equivalente potenza. E quando appaiono come identificabili figure? Le figure delle potenze hanno il “corpo” dato dallo stato della loro potenza, non, lo stato di quello che sono stati. Poiché non sappiamo più nulla di quello che sono stati, neanche sono identificabili. Lo sono, invece, quando, per inverificabili motivi (comunque inattendibili) ci appaiono per quello che erano. Ma, così ci appaiono, oppure, così c’è li fa apparire il bisogno di vederli che è in chi (direttamente o indirettamente) pratica lo spiritismo da medianità? Per quella possibilità, quelle potenze possono essere viste anche da chi è influito da bisogni di conferme variamente spirituali come anche da conferme religiose. Nei casi di più laceranti lutti, anche da chi necessita di consolatori bisogni. Da molte parti ho scritto che la parola è l’emozione della vita che dice sè stessa. Come, per diventare vita, la parola è agita dall’emozione, così, corrispondenti emozioni permettono la vista delle “visioni” che diciamo soprannaturali. In quanto tali, quelle presenza sono indubbiamente soprannaturali. In quanto apparizioni, però, sono figure (date e dette) dai nostri bisogni: Con altro dire, vediamo ciò desideriamo vedere. Può succedere anche nei casi di paura, così, chi è spaventato dalla vita vedrà quello che la sua paura gli farà vedere; e se la sua paura è mostruosa, un mostro o più mostri vedrà. Chi (nel timore di non vivere con sufficiente coerenza la propria cultura religiosa) addebiterà al male quello stato di colpevole incoerenza, un diavolo o più diavoli vedrà. Dove una persona non li vede ma lo stesso si sente ghermito da ciò che non vede, si formano i casi di una possessione della mente (si manifesta come ossessione) e/o del pensiero (si manifesta come il desiderio di Satana che porta al satanismo. La possessione dello spirito personale porta a manifestare delle potenze spiritiche estranee al proprio spirito. Poiché nessuna potenza può totalmente invadere un’altra, più che di subita medianità, direi da malattia chi è preso da quella sofferenza.

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Ciò che permette le visioni, permette anche la scrittura automatica, come anche le voci nei casi di trance. Le potenze causano le possibilità, ma non sono in grado di manifestare in proprio. Di fatto non hanno corde vocali o mani per scrivere. Lo possono, invece, influendo il dedito alla medianità come anche allo spiritismo, influendo con la propria potenza il dato medium e/o sul dato spiritista, il quale parlerà o scriverà (in ragione di quanto emozionalmente riceve) quanto gli detta la forza influente. Perché gli spiriti (le potenze) tanto o poco invadono il nostro spirito? A mio sapere, perché non possono far diversamente! Come la potenza dello Spirito ha i limiti posti dalla sua potenza, così le potenze. Se possono intrufolarsi nella nostra abitazione, quindi, è perché lasciamo aperta la porta di casa! Quando è aperta la nostra porta di casa? Il nostro spirito è aperto quando il nostro vero, scisso dal nostro bene, vive nel dolore. Il dolore è il male naturale e culturale che porta la nostra potenza fuori strada sia per depressione che per esaltazione.

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Una parola al principio? Si, ma, forse, però, dipende.

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La parola è l’emozione della vita che dice sè stessa. Così in Basso, così in Alto? Ammessa l’ipotesi, si, è così. Su cosa si può basare questa supposizione? Direi, sul rapporto fra Immagine e Somiglianza. Per questo rapporto, quindi, ciò che è in Alto può ciò che è in Basso; e se nel Basso si può la parola, così (almeno per quanto crediamo) non può non essere in Alto. Al principio di ogni principio, in Alto vi è la prima realtà della vita. In quanto prima è sovrana, in quanto prima è assoluta. In quanto assoluta può dire solamente una parola altrettanto sovrana e assoluta: per tali attributi Parola.

Ammesso in Alto ciò che è possibile nel Basso, non si può non convenire che la parola è il moto emotivo mosso dalla coscienza di sé. Se assoluta la coscienza in Alto, assoluta la Parola. In alto e nell’Alto, da dove può esser nata la coscienza di sè? Direi, dal sentirsi in vita. Si, ma per quale figura, stato, identità? Neanche l’Assoluto, penso, può definirsi come figura, stato, identità. Indicato dal sentire, però, può definire il massimo stato di sè nel verbo IO SONO. Si, ma cosa? Essendo la vita che secondo la sua Natura è per quanto la sua Cultura sa e la sua Potenza (il suo Spirito) sente, non può non dire quello che è, cioè, VITA.

Questa visione delle cose è certamente poco normale. Razionalmente parlando, però (anche se necessita dello stesso iniziale Credo) la direi più attendibile della normale che va per la maggiore. Ammesso il Credo, credo anche che al principio della Vita ci sia la Figura che va per la maggiore per come è rappresentata? No. Credo, invece, che al principio (e nello stesso Principio) ci sia l’inconoscibile potenza che dico Spirito: forza della vitalità naturale e vita della culturale e della spirituale.

Possono le nostre parole dire la Parola? Si, ma solo se comprendono l’Assoluto. Erronei tentativi di conoscenza le non assolute. Potenzialmente erronea ogni parola del nostro vocabolario.  E’ assolutamente certa, invece, quella scritta nel Vocabolario della vita che sta in Alto, perché in quello c’è scritto solo un Verbo e una Parola. poiché l’Assoluto esclude il Dubbio nella vita in Basso, altro non dovremmo aggiungere, e dove aggiunto, togliere. Non per ultimo, tacere.

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Nella vita del Tutto

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asepara

Gli spiriti sono vita che è stata su questo piano della vita. In ragione della corrispondenza fra stati in tutti e fra tutti gli stati, ci sono spiriti prossimi o non prossimi allo Spirito: potenza al principio e dello stesso Principio. Ci sono spiriti elevati tanto quanto Gli sono prossimi. Perché contrari e/o non pienamente coscienti del Principio, ci sono spiriti bassi tanto quanto non Gli sono prossimi. La potenza dei prossimi o non prossimi allo Spirito corrisponde allo stato del loro stato di vita. Dove non comunichiamo per mezzo di parole si può comunicare per mezzo di emozioni, vuoi fra vivente e vivente, vuoi, per inverificabili motivi, fra il nostro spirito e lo spirito di uno spirito. Ciò è maggiormente possibile, tanto quanto una coscienza è aperta al Tutto che è la vita: corrispondenza di stati fra il bene e il Bene, fra il vero e il Vero, fra il giusto e il Giusto. Tanto quanto una vita è avversa a quei principi, e tanto quanto (nel Tutto che è la vita) il suo spirito comunicherà avverse emozioni, pertanto, di spiriti dolenti se sono nell’errore che porta al dolore; di spiriti falsi se nel falso verso il vero e il Vero; di spiriti ingiusti se verso lo spirito e lo Spirito sono ingiusti. Vita, però, è stato di infiniti stati di vita, così, anche le emozioni a favore come le contrarie. Cosa ci dice, allora, da quale spirito sono influite le nostre azioni? Lo capiamo, dalla forza prevalente che agisce le nostre. E’ una forza solamente nostra? Per come la vedo, no. La corrispondenza di stati che origina la vita non ammette separazione fra luogo e luogo, ed è, quindi, un Tutto che influisce il tutto che è ogni vivenza. Solo il nostro stato di coscienza sul Tutto ci separa dal Tutto ma questo non ci separa dalla Vita. Ammessa o non ammessa che sia l’ipotesi, degli influssi sul nostro spirito non possiamo escludere  alcuna provenienza.

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Shemà Israel

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Secondo stati di infiniti stati, vita, è Spirito Determinante e Spirito Accogliente. In quanto forza determinante a livello culturale, e penetrante a livello naturale, per principio è maschile. Per opposti ma speculari principi è femminile. “Così in Basso, così in Alto.”

Sul Sinai, Mosè ha accolto la manifestazione di uno Spirito (sia di Dio o no non è l’oggetto di questo discorso) all’inizio dubitando (mi pare) ma in seguito (anche per le particolari manifestazioni di quella forza) cedendo la sua ragione a quella Ragione. La remissione di una ragione a un altra, è il principio base dell’Accoglienza che nella Donna forma la femminilità e il carattere della sua forza. Si può pensare, allora, che lo spirito del Mosè si fece (culturalmente e spiritualmente parlando) Ancella di quello Spirito. Con il Mosè, si fece Ancella anche l’Israele che accolse lo Spirito che il Mosè aveva accolto. Per quella a_razionale e totale remissione della singola e collettiva fede, quello Spirito li disse Eletti. Si può dire che è stato, storicamente e spiritualmente così, sino all’Olocausto. Cosa è successo dopo la strage di quel popolo? A mio sentire, è successo che ha detto basta al ruolo del sacrificante Isacco che nel tempo era forzosamente diventato. Umanamente parlando con tutte le ragioni, tuttavia, con delle conseguenze spirituali, forse non considerate. Ammesse e non per questo concesse le mie ipotesi, da parte di Israele vi è ancora l’originale corrispondenza di spirito (la vitalità particolare) con lo Spirito: la vita universale? A mio sapere (so perché sento, non, perché conosco) direi che quella alleanza cessa, tanto quanto non si accoglie lo spirito di quel Principio con la principiante remissività spirituale. Si può dire, pertanto, che L’Israele di ora non è più eletta Ancella, tanto quanto si fa l’eletto maschio che (sia nel particolare che nell’universale) pone alla vita (e di conseguenza al suo Spirito) delle egocentriche condizioni. Nulla come il dolore e il conseguente lutto possono mutare così tanto un’Identità; lo possono sino a far deragliare un animo dalla sua strada. Quella percorsa da un popolo Isacco disposto per fede ad accogliere il sacrificio della vita, o quella del popolo Isacco, che dimostra (sia al particolare mondo che all’universale) così tanta fede nello Spirito della vita da fermare la mano che gli tiene il coltello alla gola? Non so: oltre non “vedo”.

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Profeti: psiche e storia.

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La personalità dei profeti del vecchio testamento e quella del nuovo

L’idea del Padre detta nel Vecchio Testamento è diversa dall’idea che è detta nel Nuovo. Al punto: o ammettiamo che il Padre possa mutare degli stati del suo stato ( ma essendo principio, non è che non lo possa sapere è che non lo può volere se non comunicando due idee di sè e, dunque, comunicare due principi ) oppure, o non è possibile l’idea del Vecchio Testamento, o non è possibile l’idea del Nuovo, oppure, sia l’idea del Vecchio che del Nuovo sono delle idee di chi ne volle dire l’idea.

Se il Padre, essendo il principio di ogni idea di Padre, non può avere un vecchio o un nuovo comportamento di vita da chi venne una condanna che non può essere giusta ( e, dunque, neanche vera ) dal momento che ogni condanna non può non recare del dolore naturale e, data la corrispondenza di vita fra gli stati, anche suscitare (nel condannato) delle risposte di male naturale, culturale e spirituale oltre che verso se anche verso altro da se? Nella ricerca della risposta questa domanda, mi limiterò a ricordarti che la misura dello stato della pace che si sente in una data esperienza è la misura dello stato della verità che vi è in quell’esperienza. Comunque sia e, comunque ognuno senta di poter rispondere, chi vive la vita secondo il Principio dell’amore ( comunione di stati fra tutti gli stati della vita ) non può condannare, tutt’al più non può non accettare che si condanni da se chi sbaglia. Se secondo il principio dell’Amore che principia ogni principio in amare è impossibile che sia stato il Padre a condannare i Primevi in quanto il farlo avrebbe recato delle involontarie risposte di dolore e di male, non può non derivare che secondo l’idea che ebbero del Padre, o è stato lo Spirito della vita degli stesori a pronunciarla oppure è stato lo Spirito di una vita che influì sulla loro. Quale altro Spirito poté influire sul loro? Ad esclusione del divino ( del quale, appunto, escludo la volontà di condanna perché recando del dolore non può non recare la possibilità di risposte di male ) direi che non può non essere stato che lo Spirito di una vita ( umana o sovrumana che sia stata ) che non poteva non avere del male in se. Quale male?

Secondo il suo stato di bene e di male e per stati di infiniti stati di corrispondenza fra i suoi stati, direi anche il solo stato di Somiglianza: aldilà dello stato della separazione, identità, necessariamente diversa dal Principio. La vita della Natura, certamente, è direttamente influita dallo Spirito divino, ma, per non sottomettere l’arbitrio della vita influita, lo Spirito divino non comunica la sua Cultura, cioè, quello che sa sugli stati della sua forza. Se lo facesse, la vita non agirebbe secondo il proprio se ma secondo quello del Principio, ma, allora, sarebbe sottomessa per principio e non, al caso, corrispondente per la sua volontà. Da ciò ne consegue che, la dove vi è la voce di uno Spirito che condiziona con la propria Cultura, tanto quanto condiziona di se e tanto quanto il suo stato di vita non può non essere che lontano da quello del principio culturale dello Spirito: dare forza alla vita, non, comunicargli la sua conoscenza. Se ogni Spirito influente ha diversa identità dallo Spirito del Principio, e se lo Spirito del Principio non può influire se non condizionando ( e, dunque sottomettendo alla sua Cultura la vita influita da ciò ne consegue che la stesura della Bibbia non è direttamente ispirata dallo Spirito divino. Il Padre della vita è principio del bene per quanto è vero alla giustizia del suo Spirito. Per quanto non si possa sapere ciò che è vero alla Sua giustizia, comunque, lo stato del Bene ( che non può non dare lo stare bene ) è riferimento di verità. Lo è perché il bene non può che corrispondere con il vero ed il vero non può non corrispondere che con il giusto. Come noi verifichiamo lo stato di spirito di una persona in ragione delle emozioni che ci comunica, così, in quanto origine del bene, lo stare bene naturalmente, culturalmente e spiritualmente presso il Padre ( Principio di ogni principio di vita ) non può non verificare l’identità del Suo. Al punto, sapendo che l’identità del principio del Padre non può che essere il bene, se in ogni fatto e/o atto del quale lo si dice autore non si sta bene, tanto quanto non si sta bene non può essere Sua l’origine di quell’opera. Succede che ognuno di noi abbia il proprio senso del bene e dello stare bene. Da ciò, ognuno di noi potrebbe avere il nostro senso anche dell’identità del Padre di ogni bene. Quale, allora, la vera perché universale identità? Direi che l’universale misura per sentirla è data dallo stato di pace dei principi che si collocano presso il Principio che li ha originati. Se la conoscenza dell’identità del Padre della vita è data dallo stato di pace ( cessazione di ogni dissidio per sopraggiunta verità ) direi, allora, che tanto più siamo in pace con il Padre di ogni principio e tanto più lo conosciamo perché lo sentiamo. Non solo: tanto più lo stato di pace permette la conoscenza del Padre e tanto più siamo influiti dalla Sua vita.

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Paradiso e Inferno

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Come luogo della beatitudine, tutte le religioni hanno il proprio Paradiso. Il Paradiso è il luogo del Padre: principio della vita perché principio del bene detto da ciò che è giusto al vero. Antitetico al Principio del bene vi è il male: dolore naturale e spirituale da errore culturale.

Secondo stati di infiniti stati di dolore, il male è separazione dal paradiso naturale ( luogo del Principio del bene ) se colpisce il corpo; dal paradiso culturale ( luogo del Principio del vero ) se il dolore colpisce la verità; dal paradiso spirituale ( luogo del Principio della forza della vita ) se il dolore colpisce lo Spirito. Tanto quanto è perseguito, il dolore è cacciata dal Paradiso del Padre quando diventa principio di Spirito ( di forza ) della vita che si oppone al suo Principio: la vita. Dato ad ognuno il proprio stato e secondo stati di infiniti stati di vita, tanto quanto una vita si oppone al bene proprio, all’altrui e a quello del Principio e tanto quanto essa è inferno: stato del male avverso la vita e del Male avverso quella del Principio. Il Paradiso è il luogo del Padre: principio della vita perché principio del bene detto da ciò che è giusto al vero. Antitetico al Principio del bene vi è il male: dolore naturale e spirituale da errore culturale. Secondo stati di infiniti stati di dolore, il male è separazione dal paradiso naturale ( luogo del Principio del bene ) se colpisce il corpo; dal paradiso culturale ( luogo del Principio del vero ) se il dolore colpisce la verità; dal paradiso spirituale ( luogo del Principio della forza della vita ) se il dolore colpisce lo Spirito. Tanto quanto è perseguito, il dolore è cacciata dal Paradiso del Padre quando diventa principio di Spirito ( di forza ) della vita che si oppone al suo Principio: la vita. Dato ad ognuno il proprio stato e secondo stati di infiniti stati di vita, tanto quanto una vita si oppone al bene proprio, all’altrui e a quello del Principio e tanto quanto essa è inferno: stato del male avverso la vita e del Male avverso quella del Principio.

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Sulla Parola non valgono parole

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Non perché mi sono sentito offeso dalle tue parole non ho terminato di leggere il tuo provocatorio post, (come neanche quello dell’Intervenuta) ma perché, secondo me, tutti quelli che parlano di Dio, straparlano.

L’unica vera opinione che i credenti dovrebbero avere di Dio, è, che è! Punto! Tutto il resto, è un castello di palle che solo el Segnor lo sa, ma che ha detto con un solo nome: Padre! Punto! Come ti dicevo nel commento che ti ho lasciato prima di pensare al Pesce, il problema è l’uomo, non, Dio. Completo il mio pensiero adesso, dicendoti che i laici, ed i credenti che sanno distinguere quello che è di Dio da quello che è di Cesare, dovrebbero opporsi, non al pensiero di Dio, ma al pensiero dell’uomo su Dio. E mica per anticlericalismo, sai, ma per disintossicare il clero dalle eccessive dosi di alcol, altro nome di Spirito, che stanno assumendo sino a delirare. Trovo più che giusta la Chiesa che non transige sui principi, ma trovo vaneggiante la chiesa, che non sa distinguere fra principi, e attuazione dei principi. La chiesa che non libera le coscienze, nega integrità, all’Uomo, e solo ne fa, un capro (quando non un capretto) da mettere sotto. Opinione che non risulta alle povere pecorelle, ovviamente, ma, non si sa mai, perché confido in Dio: chiunque e qualunque Cosa sia! Non pongo la mia fede nei dettagli!

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Esorcista è la ragione

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Mio caro, non sono in grado di sapere cosa e/o quanto conosci sugli argomenti che avendo tempo e comodo ti invito a leggere, così, per non trascurare qualcosa mi vedo costretto ad agire come se ti conducessi per mano.

In tutti i miei scritti non offro risposte: offro domande. Le risposte, ognuno deve trovarle da sé. Tieni presente che mi esprimo in modo metaforico, carsico, e che sto andando a ruota libera. Nell’immediato ti risulterà disorientante. Ciao, Vitaliano.

Ogni culturale superamento della forza naturalmente raggiunta implica delle necessità di lotta, sia quando la si impone su di sé, sia quando la si impone su altro/i da sé. Da quanto mi risulta l’hai attuata (in ragione di motivazioni consce o no, e/o con te stesso, e/o, al caso, contro te stesso)

servendoti di ciò che favorisce lo sviluppo del corpo;

servendoti del pensiero che ti ha portato a farti fotografare con l’animale feroce;

servendoti del non poco sfidante genere di lavoro.

Il bisogno di maggioranti sfide che permettono il raggiungimento di una maggiorata meta, implica che alla base vi sia una considerazione di sé, in dissidio fra reale (ciò che prevalentemente è una persona) e ideale: ciò che in prevalenza aspira ad essere. Nasce il bisogno di farsi attivi guerrieri quando vi sono e/o si avvertono delle forze ostili. Ve ne sono di consce, e/o di inconsce; di soggettive e/o di oggettive; reali e/o immaginate e/o solo temute, ecc, ecc. Così per i fronti: vuoi interni, vuoi esterni il guerriero. I fronti che dipendono da realtà esterne (società micro e/o macro) sono “facili” da appurare. Non così per i fronti interni. Nell’interno del guerriero, è fronte prevalente il timore di riconoscersi come un qualsiasi (dal punto di vista dell’amor proprio e/o della vanità) e, sotto l’aspetto della virilità, un non potente dal punto di vista dell’amor proprio e/o della vanità. “Qualsiasi” e “Non potente” sono definizioni assolute. In questo, se da un lato possono essere giuste, dall’altro possono essere anche non giuste, perché vita, è stato di infiniti stati, e quindi, definibile solo per convenzione.

Ci sono lotte casuali (e casuali lottatori) e lotte, che i tatuaggi fanno intendere orlate e/o ornate (in presenza di orgoglio e/o vanità propria e/o tribale) come pure tramate e/o con trame in presenza di volontà di potere proprio e/o tribale. Diventa guerriero con trame e/o tramato, chi è parte di una lotta pianificata da fini di conquista: vuoi per il raggiungimento e/o superamento di sé, vuoi per il raggiungimento e/o il superamento di fini collettivi. Il timore alla vista dei guerrieri trova origine nella paura del più forte. Può anche essere, però, che sia perché ogni spirito guerriero, ha, nonostante la forza del suo spirito, un destino segnato. Ora, è stata la loro immagine di spiriti guerrieri, ciò che ha mosso la tua paura, o è stata l’immagine di un destino segnato da lotte? Di chi? Tue e/o di altri a te prossimi o no? Dalla vista dei “morti”, o dalla vista della “morte”? Nel guerriero, il sacrificio della vita (totale e/o parziale) è intrinseco destino di chi si offre come capro sull’ara di più elevati intenti. Nei tuoi più reconditi pensieri ci può essere e/o c’è stata anche in te un’analoga disposizione verso l’animo capro? Ipotesi sia, su quale ara avresti pensato di far salire a maggior cieli la tua vitalità, e per chi, il sacrificio del capro? Per l’insieme delle supposizioni si può pensare che quelle presenze potrebbero essere lo specchio di quello che (coscientemente o no) è il tuo spirito: un pianificato guerriero tribale (secondo i fini detti) provato, su vari fronti (interni come esterni, famigliari e/o sociali) da destini di lotta.

E’ lutto, il senso dell’abbandono che proviamo quando sentiamo calare la forza del nostro spirito. A quella prova non sfugge nessuno. Non sfuggì neanche chi ebbe a dire: “Padre, Padre, perché mi hai abbandonato?” Il senso dell’abbandono provoca stati di prostrazione: “atto di chi si prostra per manifestare sottomissione.” Sottomissione nei confronti di chi e/o cosa? Dell’umano destino, o di spiritica volontà? Quando non è violentemente imposta, la sottomissione è possibile se vi è accettazione. L’accettazione è permessa se vi è volontà accogliente. Ora, nei casi di spiritismo passivo (nei sensi di non voluto e/o cercato) quanto la nostra identità può dirsi sovrana? Direi, tanto quanto il nostro spirito non è condizionato da altro spirito. Cosa conferma che il nostro spirito non è suddito di altro spirito? Lo conferma l’assenza di ogni manifestazione spiritica e/o medianica, o, se vi sono state, la cessazione. Dove vi è continuità medianica, non può non esservi che il proseguo della sottomissione nella Natura, per accettazione di altra Cultura, data l’accoglienza (nel nostro spirito) della maggior forza di un altro spirito. Dove, fra spirito sottomettente e forza sottomessa (cosciente o no, volente o no che sia) vi è conflitto fra volontà, vi è un guadagno di forza dello spirito che l’impone, (spirito umano o no che sia) è un’usura di forza di chi (spirito umano o no che sia) la subisce. Può essere, un’usura così motivata, l’origine della debolezza che senti? L’inspiegabile aumento della tua muscolatura può essere un “dono” ausiliare della forza spiritica che usa la tua come tramite della sua volontà di vita? L’ipotesi non è da escludere. Guaio è, purtroppo, che se da un lato quel dono ti regge lo spirito, dall’altro regge il proseguo della sottomissione e della conseguente usura. Ipotesi sia, lo possiamo dire dono gratuito, l’aumento della muscolatura? Direi proprio di no se ti è concesso da uno spirito parassita. Può considerarsi gratuito, invece, se ti viene donato da uno spirito che, pur influendo con il tuo spirito, non condiziona la tua vita perché in alcun modo manifesta la sua.

Siamo in grado di verificare chi sia il soggetto e/o i soggetti donanti per scopi di dominio, o chi sia chi non pratica quell’intento? Il male (così come l’errore) sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Ne consegue che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. Ad affermazione data, ne consegue che non siamo in grado di capirlo, quindi, per quale fiducia accettiamo caramelle da sconosciuti? E per quale fiducia le “perline”; notorio tramite d’induzione a sottomissione? E’ un grossissimo errore credere che le possibilità medianiche siano doni dello Spirito. Lo Spirito, essendo un assoluto, non può dare che un dono assoluto, ed essendo assolta forza della vita, quella da in assoluto. Ogni altra “mela” è dono degli spiriti che diciamo “bassi” e/o “alti” secondo le idee che in molti modi ci comunicano tramite le molte forme della medianità: “bassa” e/o alta”, tanto quanto reputiamo basse e/o elevate le manifestazioni della medianità. Come lo Spirito concede un solo dono (la vita) così concede un solo carisma: la coscienza delle sua esistenza. La corrispondenza fra spiriti ulteriori e il nostro, avviene in ragione dell’affinità di spirito. Per quanto ben intenzionato e diretto verso il bene, il vero, e il giusto, nel nostro spirito, comunque ci sono delle zone dove alberga l’errore quando non il male. Ne consegue impossibile, quindi, che noi si sia in corrispondenza di forza con spiriti senza le stesse zone. Lo spirito umano che ignora questo è quanto meno incauto quando non sciocco; e se per gli incauti e/o sciocchi, comunque vale la candela, con quella, prima o poi si scotteranno. La medianità, infatti, è una prova (della vita) che prova la vita che ci prova, in ambo gli stati in corrispondenza. Vero è, che tutti siamo vie che portano a capire la vita. Per quanto mi riguarda, quindi, ad ognuno la sua strada. Tanto più, perchè nessuno usufruirà dei guadagni spirituali di altri, come nessuno pagherà le perdite spirituali di altri.

Ammessa la premessa, la materia che si anima per la forza dello spirito animante, assume il corpo dato dalla forza della sua vitalità. Per l’insieme di qualità e quantità, la forza immessa nel corpo (i contenuti) forma l’immagine del corpo ottenuto. Poiché non vi è qualità e quantità di forza come un’altra, nessun corpo contenitore risulta come un altro. Alla fine della nostra esistenza fisica, la nostra forza (il nostro spirito) torna allo Spirito. Con altro dire, la vita particolare torna all’universale. Al ritorno, si pone prossimo o non prossimo allo Spirito, in ragione dello stato del suo spirito. Se 5, ad esempio, nello Spirito si collocherà fra gli stati di analogo valore: così per infiniti stati ed esempi. Sia in questo stato della vita che nell’ulteriore, l’immagine di quello che uno spirito sente della sua forza, forma e conforma l’identità spiritica maggiormente raggiunta. Poiché vita, è stato di infiniti stati che si originano dalla corrispondenza fra tutti i suoi stati, la trinitaria unione in un unico stato non è possibile a nessun spirito. Solo il Principio di ogni principio della vita è l’assoluta unità della sua trinità. Fra lo spirito 4 che in questa vita tua nonna poteva essere, e il 5 che si ritrova ad essere (magari il tre) comunque vi sono stati di infiniti stati di spirito. Così, ciò che di tua nonna appare è una commistione di forza fra ciò che prevalentemente era e ciò che di prevalenza è. Se tu la vedi eguale, ciò significa che anche il suo spirito è rimasto eguale. Gli spiriti che ci appaiono eguali a ciò che erano, provengono dal limbo spirituale di chi (nolente e/o volente, cosciente o meno) sosta lo sviluppo del suo stato. Non per questo gli spiriti in quel limbo sono contrari ai principi della vita: il bene, il vero, il giusto. Lo diventano, però, tanto quanto si fanno tramiti, nel nostro stato di vita, di proprie necessità, comunque motivate.

Se le conferme delle necessità giungono a fissare un arbitrio, i soggetti in corrispondenza lo fissano (nondimeno si fissano) in mediun fra questa e quella realtà. Da questo loro e nostro stare fra mondi si originano le nostre possibilità medianiche. Ci liberiamo dalla dipendenza da spiritismo, tornando a corrispondere con la vita, solo per mezzo del nostro spirito. Per quanto offerto dalla medianità, il nostro spirito può essere portato a sentire una sorta di immiserimento della sua forza. Quanto sia erroneo crederlo, lo seppe bene chi ha detto e/o scritto “Beati i poveri di spirito”. Solamente chi si ritrova gravato da forze non proprie, (come futilmente fortificato in diversi casi) può giungere a quella constatazione. Se ti riconosci (in molti modi, stati, e/o casi) dipendente da quei doni, è per tua volontà o per volontà indotta? L’amore, è comunione. Una comunione fra spiriti di limitata coscienza da limitata conoscenza, quanto può dirsi amore? E in quell’amore, quanto può essere escluso l’errore? Se un amore fissa e fa fissare in medium una vita (vuoi umana come non umana) quanto e perché è doveroso accettarlo? O è amore il porre necessaria separazione perché è necessario che il cammino di ogni spirito possa proseguire per propria coscienza, data la propria conoscenza? Le intrusione degli spiriti sono possibili, quando l’unità dell’identità è scissa dal suo bene, dal suo vero, dal suo giusto. Tanto quanto le preghiere e/o i riti (anche i non religiosi) riescono a ricomporre un sé schizofrenico (non necessariamente in senso psichiatrico) e tanto quanto fermano le forze estranee alla data identità. Dove un’identita’ non è conformata e confermata, è possibile che nella forza di spirito nello spirito influito avvenga della regressione, tanto quanto uno spirito interferente non contribuisce a stabilizzare nel nostro spirito, i principi che permettono ad un dato sé di ritrovare sé stesso.

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Non pochi pensieri

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asepara

mi sono rimasti nella tastiera a proposito della Confronti: li riprendo.

Sto verificando la lettera “Confronti”. La prima stesura risale a più di venticinque anni fa. Nella lettera metto confronti fra l’esperienza medianica vissuta dal Saulo di Tarso con quella mia. Direi interessanti le conclusioni che ne ricavo. In particolar modo per i casi di medianità, a storto collo subiti dalla chiesa giusto per poterli verificare quando non variamente gestire. Anche nella tua Danimarca c’è del marcio ma il tuo Stato l’affronta solo se proprio_proprio costretto. Almeno sinora, non può diversamente. Infatti, quando (sia pure con chiara ragione) minaccia di taglio del vello le pecorelle che seguono delle spiritiche fonti, altro non ottiene che trasformarle in fideistiche tigri. La storia le dice anche scannanti quelle che, a favore del tuo stato, il tuo Stato ha irretito ed usato. Dice scannate come scannanti anche quelle che l’hanno subito. Nel proseguo della lettura, più volte mi sorprendo a dire: un momento! Durante le sedute medianiche L’Amato non mi ha mai confermato di essere lui! Ho sempre creduto che quella presenza fosse la sua, perché chiamando un nome, mica ci si aspetta che ne venga un altro! Siccome nello spiritismo è impossibile verificare se un nome è quel nome, tre le decisioni: o si interrompe il caso, o si rinuncia a quell’esperienza, oppure, avendone bisogno, si finisce con credere quello che si ama pensare. Certo! Ho avuto delle conferme per fatti che solo quello spirito poteva conoscere: pensavo. Non lo penso più, perché se è vero che lo Spirito è l’universale H20, è anche vero che non esiste separazione di forza fra H20 e h2o, come non esiste separazione di goccia fra acqua e acqua. Se mai, separazione esiste per il diverso stato della condizione della rispettiva forza. Non essendovi separazione fra forza e forza, ne consegue che la conoscenza di uno spirito (conoscenza data dal sentire lo stato della sua forza) può essere sentita (e quindi usata) anche da un altro spirito, sia per desiderii da parallela eguaglianza (come qualche volta è stato nel mio caso) sia per spiritica dominanza: come il più delle volte è stato sino a che ho cominciato a fermarla. Morale della fava: prima che mi liberassi da ogni genere di influsso (almeno dai coscienti, che dalla conoscenza di quella realtà è impossibile) con chi sono stato in contatto? Non lo so più. Se tanto mi da tanto, neanche il Saulo può dire di sapere il suo!

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28 Settembre 2019

Storie di medianità?

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asepara

Gliele racconto come mi ricordo

Durante il riposo, guardando in avanti ad occhi chiusi vedevo un tondo in oro con all’interno dell’azzurro: pulsava. Ai bordi di quello che vedevo, mi pareva ci fossero delle presenze. Non ne ero certo ma ”sapevo” che c’erano. Ero fortemente attratto da quella visione. Mi capitò di arrabbiarmi perché, non rivelandosi con chiarezza, mi escludeva la possibilità di sapere. Il fatto che mi arrabbiai mi fece capire che non ero pronto ad accogliere solamente ciò che mi veniva dato di vedere e, dunque, sapere. Non dubito che si possa anche interpretare quella manifestazione come una qualche disfunzione oculistica ma, perché era preceduta da una debolezza e perché (la visione durava, forse 10/15 minuti) quando mi alzavo dal divano ero riposato come neanche dopo otto ore di sonno?

Qualche volta ancora, sempre ad occhi chiusi, mi capita di vedere delle ”nuvolette” bianche (qualche volta azzurre) che passano sulla mia vista come se fossero un cielo. Una volta, mi resi conto dopo, che ero nel dormiveglia, mi sembrò di avere il faro di una macchina puntato sugli occhi: sul destro più che sul sinistro. Pensai di essere capitato in mezzo ad una strada. Quella luce e l’inspiegabilità del fatto mi sorprese così tanto che mi svegliai di soprassalto. Mi capitò di vedere, all’interno della fronte come se fosse uno schermo, dei volti imperturbabili: in bianco e nero, trasparenti, bellissimi. Qualche volta, invece, i visi avevano tratti più ” umani ” ma non per questo piacevoli a vedersi come gli altri: mi lasciarono dentro della paura.

Non mi ricordo se in sogno o all’interno della fronte vidi un gruppo di figure: giovani. Le vidi dal torso in su. Fui colpito dal fatto che avevano le orecchie a punta come quelle del dottor Spok. In alcun modo avrei potuto saperlo ma sentivo che il giovane davanti a tutti era il mio amico. Avevano tutte un arco con frecce e da quelle mi sentii colpito. Naturalmente, scappai! Mi rincorsero vociando. Cercai di togliermi le frecce ma non le vedevo. Neanche le frecciate si vedono eppure pungono sino a fare male. Mi svegliai. Si era un sogno. Nelle visioni mentali le apparizioni non si muovono.

In una visione mentale vidi il mio amico (da una certa distanza) dentro la cassa: era scomposto. In effetti, non si era fermato tranquillo. Anche senza quella visione, sapevo già che il sonno l’aveva vinto ma non convinto. L’immagine era a colori: bellissimi.

Una sola volta, sempre all’interno della fronte, vidi il viso di Cristo. L’immagine era in bianco e nero: quella classica dei santini. Provai paura. Non perché l’immagine facesse paura, ma perché mi sentii come un poveraccio che, senza sapere come, si sia ritrovato nel bellissimo e ricchissimo appartamento di un altro anziché a casa sua. Siccome c’è la mania di dirsi ”Signore, non sono degno” (come se si potesse veramente sapere chi lo è o no o se lo siamo o meno agli occhi della vita) mi ritrassi dalla visione. Che deficiente! Era così bella. Mi sorrideva. Nonostante mi ponessi in aspettativa, non mi riapparve.

Una notte di marzo, seduto sulle panchine della stazione stavo pensando a me, ai miei scritti, a cosa farne, come e perché farli conoscere, se è quanto era giusto farlo, ecc. Sopra i tetti delle case di fronte ad un certo punto ci fu una traccia luminosa, brevissima. Una stella cadente di marzo? Pensai di più, ad uno di quei barattoli che mandiamo su e che ogni tanto vengono giù. Ma perché in coincidenza con i miei pensieri? Solamente caso? Comunque sia, da quel ”caso” trassi questa lezione: più si penetra velocemente nella vita e più ci si consuma velocemente. Morale della storia: se la mia opera non si afferma ”velocemente” è perché la Vita mi difende, non perché mi limita.

Una volta sognai che stavo scaricando dei tubi da un camion. Non so dire se fu perché caddi o perché scesi, tanto il cambio immagine fu repentino, ma mi ritrovai seduto in quello che mi parve un mucchio di neve. Davanti a me un palazzo bellissimo. Occupava tutto il mio orizzonte visivo. Sembrava di ghiaccio o di cristallo. Non c’era nessuno (solo silenzio) eppure sentivo, che c’era della vita oltre le sue finestre, o che era lui ad essere vivo. Lo guardavo ma nel contempo sentivo che, o mi si guardava o che era lui che mi guardava. Non so perché ma ero diviso tra la voglia di stare sempre li (o perlomeno di avere più tempo per stare li) e la fretta di tornare perché sentivo che non c’era tempo (o che non era il tempo) per fermarmi in quel posto.

Alla mia sinistra, come da dietro un muretto, vidi uscire Cesira, mia madre. Era vestita di nero. Non sembrava contenta. Mi sembrò che mi guardasse severamente, oppure che guardasse, intimorita, o me, o qualcosa o in me o vicino a me che io non vedevo. L’inevitabile paragone fra il Palazzo e questo ”condominio” certamente non mi allietò la giornata.

Ritrovare il ”mio” spirito (la persona che ho amato) a me esaltò la vita: con la sua, infatti, se n’era pressoché andata anche la mia. Ma più che esaltazione spirituale o spiritica di tipo medianico, molto più semplicemente fu la gioia (in certi momenti anche felicità) di chi ritrova l’amore che credeva perso. Non le so descrivere il calore che qualche volta sentivo nel petto, la dove si era collocato secondo quanto mi disse attraverso una trance del medium. Fu una felicità che non durò molto. Lentamente (non mi sembrava possibile!) e sempre più perplesso cominciai a capire che si serviva del mio essere, non per stare presso il mio, ma per avermi al suo servizio: così, come mi invitava a farlo quand’era in vita, cominciai a ” scendere dal figaro “.

Non mi era mai successo prima della mia esperienza nello spiritismo, ma, da qualche tempo, ponendo le mani, si risolvono o si alleviano dei dolori. Dopo, però, (non sempre ma in genere se il contatto è con una donna) capita che mi ritrovo caricato di emozioni negative e/o indebolito. Perché? Perché è mia l’energia che do? Perché sono tramite di una energia (di uno spirito) sufficiente sì a togliere il dolore ma non a guarire? Ciò significa che sono tramite di una energia debole? Una che vorrebbe ma non può? Può essere che, comunicando energia divento il ponte attraverso il quale lo stato del dolente, passando attraverso me, altera il mio? A fine di bene sono anche disponibile a caricarmi delle tensioni altrui, ma, mi sono chiesto, e se (nel mio come in altri forse più probanti casi) il vero fine della forza della vita di origine spiritica non fosse quello di fare del bene fine a se stesso, ma di usare il bene allo scopo di ampliare le fede negli spiriti e, conseguentemente, deviare la fede nella vita, dallo Spirito della vita (il terzo stato dell’Immagine) agli spiriti a quella somigliante?

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Datata

Per essere medium?

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Semplice! Basta essere schizofrenici in vario modo e/o condizione, oppure, possedere conoscenza e coscienza delle ulteriori possibilità della vita.

Come si ottiene quella possibilità? Semplice! Bisogna andare fuori il reale costituito e che costituisce la personalità, oppure, non essere ancora dentro ciò che costituisce la personalità: caso questo, dei medium in età e/o di mente che ancora non hanno raggiunto la piena coscienza del loro essere, in essere su questa realtà, non, in un qualsiasi altrove. La medianità che si manifesta nelle personalità appena dette, con il loro crescere, cioè, con il loro prendere atto della realtà loro e della circostante, in genere, cessa.

schiżofrenìa s. f. [dal ted. Schizophrenie, comp. di schizo- «schizo-» e -phrenie «-frenia»]. – In psichiatria, psicosi dissociativa caratterizzata da un processo di disgregazione (dissociazione) della personalità psichica; si manifesta con gravi disturbi dell’attività affettiva e del comportamento che possono assumere forme diverse distinte in s. semplice, s. catatonica, s. ebefrenica, s. parafrenica, s. paranoide.

Concordo e no su quanto dice la Treccani. Concordo dove una personalità fissa la sua dissociazione in maniera patologica a più livelli: nel personale, nel suo morale – spirituale, nel suo sociale. Discordo, invece, dove la data personalità, può tornare nella sua prima, e/o principale, e/o prevalente identità, quella, cioè, esistente prima della dissociazione manifestata. Schizofrenia, inoltre, è un nome che definisce una assoluta condizione. Diversamente, è nome che contiene diversi stati e/o condizioni del suo nome, così come, vita, contiene infiniti stati di vita. Si può dire, allora, che vi sono medium malati, solo quando trovano nella loro medianità, un esclusivo riferimento di vita; diversamente, non sono malati i medium che considerano la vita della medianità (o data dalla medianità) solo uno dei tanti riferimenti a loro offerti offerti dal mondo. Cosa tutela il medium dalle incognite che gli giungono dalla medianità: mare magnum sempre gorgo, anche quando non è in burrasca? Lo tutela, un attaccamento al suo “qui ed ora”, che deve essere senza ombra di dubbio.

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Datata

Un carismatico ed io

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asepara

Non sono in grado di sapere cosa e/o quanto conosci sugli argomenti che avendo tempo e comodo ti invito a leggere, così, per non trascurare qualcosa mi vedo costretto ad agire come se ti conducessi per mano. In tutti i miei scritti non offro risposte: offro domande. Le risposte, ognuno deve trovarle da sé. Tieni presente che mi esprimo in modo metaforico, carsico, e che sto andando a ruota libera. Nell’immediato ti risulterà disorientante. Ciao, Vitaliano.

Chi non ha coscienza dell’errore, non è cosciente neanche di quanto ne consegue, quindi, non è portatore di colpa, al più del dolo che non volontariamente ha procurato. Il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. In genere non capiamo un portatore di male nella nostra realtà, figuriamoci nella soprannaturale che al caso ci può contattare. La posizione della chiesa è più che giusta, tuttavia, suo principio di contraddizione, si è servita delle apparizioni spiritiche ogni quel volta un credo popolare poteva porre in crisi la sua supremazia. Notevole il Francesco che si è opposto nel caso Meggiugori (non mi ricordo come si scrive) Al proposito della differenza fra il dire e il fare, il precedente papa, che è andato a fare dalla medium Suor Lucia? A domandargli come sta la Madonna? Come mai la chiesa promuove santi e beati, degli spiriti che non più quello che erano, (come anche non sappiamo quello che ora sono) e che pertanto non sappiamo se siano stati veri in vita, come non sappiamo se sono veri adesso. Io non do nomi a realtà che non conosco. Guaio è, purtroppo, che se mi ritrovo a parlare con un francese non posso non usare la stessa lingua, indipendentemente dal fatto di concordare o no su quanto si sta dicendo fra quello e me. Con altro esempio, se sto parlando di aspirina in un contesto di persone solo mediamente aggiornate, rischio di non essere capito se la cito come acido salicilico. Da questa contraddizione non ho modo di uscirne. Almeno al momento. L’immagine di me che si mette a distribuire la comunione m’ha fatto ridere non poco, non per questo, però, non lo faccio. Lo faccio ogni volta metto la vita (o una vita) in comunione con la Vita, ad esempio. Dove è scritto che solo i preti possono farlo.

L’importante, è che non mi spaccia da prete, ma per quell’intenzione, sto a zero! L’opinione della chiesa sui carismi come doni dello spirito è accettata solamente perché conferma i carismi sugli apostoli e degli apostoli, quindi, è un’opportuna verità, o una verità opportuna nel senso che fa comodo? Mi considero certamente fuori dal cattolicesimo ma non per questo dal cristianesimo pedagogico, purché non vi sia ombra di dogma. Sia del dogmatico che del pedagogico ho altri pensieri. Avrei per questo un principio di contraddizione? Ciò che importa è non avere principi di falsità. A questo proposito, io sono più pulito della chiesa. Come le ho già detto in un precedente commento, sulla chiesa non fondo assolutamente nulla: conto di più sulla vita. Durante il periodo medianico (l’ho interrotto) non so se in sogno o nel momento di uscirne, nella testa sento una voce di donna: cantata, bellissima. Mi dice “cristiano non cristiano, cristiano non cristiano, cristiano non cristiano. Poi mi sveglio. Naturalmente, mi sono chiesto come mai tre volte. Mica sono sordo come neanche tonto. Ripensandoci, mi sono detto che l’ha fatto tre volte perché tre sono gli stati della vita, e che se la sua intenzione era quello di influenzarmi, l’ha fatto, per la mia Natura, per la mia Cultura, per il mio Spirito. E’ successo parecchi anni fa. Anche le mie culturali e spirituali contraddizioni, quindi, hanno trascorsa data. Vitaliano

ps. Diversamente presi nel senso di non coscientemente presi.

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Ai consolati dai carismi

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asepara

Almeno i carismatici di fede cristiana dovrebbero ricordare che sono tenuti a credere in un solo Principio.

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Ammettendo che la vita sia una vigna, e il Principio il suo proprietario su chi basano la propria fede i carismatici? Sul Titolare mi diranno con unica voce. Come mai, allora, le conoscenze sulla vigna offerte dal Titolare, subiscono l’ascolto delle conoscenza di operai, non tutti nel suo libro paga? Perchè nella nostra gavetta, quegli operai mettono del cibo che fa parte della loro? Dove è scritto che quel cibo è naturale parte del nostro culturale e spirituale stomaco? Perché ci piace? Perché ogni tanto bisogna cambiare il casalingo Menu, se no, è una noia? Perché ogni tanto bisogna cambiare cucina alla fede, se no, i gusti si appiattiscono? Perché si ha l’inconfessato bisogno di sentirsi eletti e/o importanti per sé se non anche per altri? Non sono mai giunti, i carismatici, al punto da constatare che solo per “i poveri di spirito”, non tutto è vanità? Certamente non posso sapere cosa intendesse dire il Cristo con “beati i poveri di spirito”, tuttavia, date come vere le affermazioni evangeliche, si può ben pensare che sia stato un medium (lo è chi ha lo spirito fra uno stato della vita e l’altro) notevolmente carismatizzato dalla coscienza di ciò che aveva in conoscenza circa la vita del Padre e nel Padre. L’influito da quella conoscenza, è anche influito da quanto è in essere presso il Padre e/o da quanti gli sono prossimi: maggiore la conoscenza, maggiore la quantità. Sulla qualità di quella quantità nessuno può dire niente, e ciò che si pensa non è verità! Un animo influito dalla quantità e/o qualità dei prossimi al Padre, se da un lato è un arricchito in conoscenza, dall’altro è anche un appesantito da quella conoscenza. Per come la vedo, un appesantimento di tal fatta, può giungere a mettere in ginocchio la vitalità del Medium. In un Cristo che immagino provato dalla fatica di reggere la sua Medianità, allora, (la medianità è prova che prova) e nondimeno dalla ricerca dell’Identità da quel mezzo frastornata, trovo umano molto umano quel sospiro dal sen sfuggito: Beati i poveri di spirito! In quel senso, lo sono quelli che vivono solamente con il proprio e per il proprio spirito. Parafrasando il proverbio: carismatico informato, mezzo salvato.

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L’origine della scrittura è medianica?

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asepara

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Le scritture sono tutte belle, ma l’araba mi prende in particolare modo. E’ sempre stato come se insistesse per farsi guardare; come se avesse la prevalente caratteristica dei soggetti amati: la vanità. Vero è, che è ben presente nella traccia del carattere: enfatica, come generalmente enfatici sono loro. Nell’esempio che allego, verticalizzanti: e lo sono anche loro. Visti nel medaglione i caratteri, come mossi da un ondeggiante melodia direi anche. Sono così anche loro e la sentono solo loro: sono fortemente egocentrici, infatti. Conosco da anni quei ragazzacci e da anni vedo esempi della loro calligrafia, ma solo stamattina mi sono chiesto come mai nella loro scrittura non ci sia evidente separazione fra parola e parola come nella nostra. Strano mi sono detto, e sono andato a vedere se è proprio così. Se ho capito bene, è così, ma è anche non così. E’ così perché è continuativa, e non è così perché la separazione è indicata dal carattere finale che ricongiunge l’iniziale. L’arabo che sa distinguere il carattere finale&iniziale, così, le vede separate, mentre non le vede separate chi non lo conosce. Che strano mi sono ridetto. C’è analoga caratteristica anche nella scrittura medianica. Anche in quella, infatti, non par avere interruzione, invece c’è, ma la vede il solo medium, perché solo lui la sa leggere. Simbolizzando, allora, anche del medium si può dire che è il “carattere” finale che collega l’iniziale. Per altro dire, è il “carattere” che collega della vita e della vitalità ulteriore con la vita di questo piano, e quindi, un fine&inizio. Ancora per altro dire, collega la parola con la Parola, o per altra funzione, i principi della vita con i principi del Principio. La capacità di tramite fra vita e vita, però, dipende massimamente dallo stato della vita emozionale e spirituale del dato medium ma, c’è un ma! Nessuno può affermare di possederla in pieno, al più, in ragione del loro stato di coscienza sulla vita. Siccome nessuno può affermare (anche solo a sé stesso di esserne pienamente cosciente) tutto può essere come per niente.

Nel de_scrivere il nostro stato di coscienza, scriviamo (vivendola) il nostro Libro, ma come la vita è stato di infiniti stati, così, anche la nostra coscienza: luogo di quanto abbiamo a conoscenza. Ne consegue, che la vita è piena di Libri: contenitori di contenuti. Dei contenuti c’è chi si fa carne. Chi si fa mente. Chi si fa forza. E’ eletto chi li vive in pari stato. Praticamente nessuno. Di fatto, c’è un solo Eletto, ma non è in discorso. La descriviamo secondo emozioni. L’emozione è la parola che dice sé stessa. Lo stato delle emozioni dice lo stato della parola. Lo stato della parola su quanto abbiamo a conoscenza, e che vivendole scriviamo, tracciano la calligrafia personale. L’universale è tracciata dalla vita: il tutto dal Principio. Siccome non c’è coscienza eguale a un’altra, così non c’è inchiostro (Cultura) eguale a un altro, e lo stesso per la forma calligrafica: il Corpo, che nello scrivere si scrive. Se ciò vale per la “calligrafia” araba (segno di vita nato dalla vita), non di meno vale per la “calligrafia” del medium, e non di meno vale per tutti. Ammesse le mie speculazioni mattiniere (sono al Pc dalle 6 e mezza e non mi sono ancora lavato la faccia!) anche della scrittura araba (date le somiglianza che ho rilevato) si può dire che ha trovato iniziante fonte nelle manifestazioni della medianità fra vita e vita? Ammesse analoghe somiglianze anche tutte le calligrafie? Come nel caso della medianità, tutto può essere come per niente. Della conclusione che, almeno in apparenza non porta a nulla, ne rido per primo, ma a mezza bocca: alla Vita piace fare l’invitato di pietra.

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Datata

Se uno spirito dice di essere me

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L’avevo mandata a Eco in risposta ad un suo articolo sulla medianità. In occasione del rinnovo del programma in Rete l’ho riletta. E’ talmente ingarbugliata che non ci capisco più niente! L’ho rifatta e di brutto tagliata sia nel Marzo 2007 che nel Dicembre 2019! Taglia che ti taglia, del pensiero spedito a Eco è rimasto solo il titolo.

Prossima o non prossima che sia, la corrispondenza fra i due mondi è permessa dalla similitudine di spirito. Tanto più uno spirito è basso, e tanto più corrisponderà con gli spiriti bassi. Tanto più uno spirito è elevato, e tanto più corrisponderà con spiriti elevati. C’è una notevole differenza, però: gli spiriti elevati non interragiscono con il simile, bensì nella vita simile. Tanto più non sono conformate e confermate alla personale identità (le menti basse) e tanto più possono essere influite come bassamente influire. Lo possono sino all’invasione di forza entro forza sotto l’aspetto della vitalità naturale: di mente entro mente sotto l’aspetto della vitalità culturale; di vita entro vita sotto l’aspetto della vitalità spiritica. Perché ci può essere un’invasione di influsso (più o meno determinante) che può giungere all’invasione di spirito entro spirito? A mio supporre è possibile perché la vita, essendo corrispondenza di stati, non concepisce il vuoto che è la non corrispondenza, e quindi, non_vita. Dove vi è non_vita per mancata corrispondenza fra i suoi stati, la vita riempie la falla con altra vita, e/o con altro spirito. Influssi del genere succedono anche fra spirito umano e spirito umano, quindi, vi è spiritismo anche fra umano e umano. Per spiritismo intendo rapporto di corrispondenza con i portatori dei principi culturali della vita. Per spiritualità, invece, intendo rapporto di corrispondenza con i principi della Vita: il tutto dal Principio. In un futuro più o meno prossimo qualche medium potrebbe sostenere di essere tramite del mio spirito. Non è detto ma potrebbe anche succedere. Vi si creda o no, malattia o no che sia, fatti del genere sono successi, succedono e succederanno. Ebbene, siccome nessuno sarà in grado di verificare se è effettivamente il mio spirito quello che comunica con il tramite, si tenga presente che sarà il mio, tanto quanto (poco o tanto che sia) non condizionerà la vita di nessuno e, non sarà il mio, tanto quanto, (poco o tanto che sia) risulterò condizionante. Tornare in questa valle di lacrime non è fra i miei pensieri, tuttavia, sento di dover mettere le mani avanti.

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Satana a chi?

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asepara

Caro Francesco: Satana non è come dicono gli esorcisti. Non volermene se entro a gamba tesa sulla questione. Lo posso proprio perché tu non puoi: pascere per altri pascoli.

Di Satana bisognerebbe rivedere la biografia, rivedere i genitori, e per quale utilità hanno fecondato la vita di un così ribaldo spirito, ma se non l’ha tirata lunga il Generale figurati se lo faccio io che manco sono caporale! Se ho capito bene, sostiene che è figura simbolica e rappresenta, il principio della multiforme identità dello spirito del male di chi si oppone a quello del bene: concordo. Il male è una figura composta da principi culturali. E’ dolore naturale e spirituale da errore culturale, infatti. I bene ed il male, di per sé (essendo i principi culturale di uno o dell’altro pensiero) sono forze (spiriti) disincarnate. Incarnata lo diventano, tanto quanto (nel caso del male) l’influit* dall’errore che porta al dolore. Per infiniti versi e/o condizioni, l’incauta accoglienza nel proprio spirito di uno spirito diretto dall’errore che porta al male può permettere la fondazione (e/o la rifondazione) di un’identità in errore. Per opposto influsso, la fondazione (e/o la rifondazione) di identità dirette dal bene. Nei casi di identità fondate e/o rifondate (può succedere anche secondo condizioni da patologia anche per quelle dirette dal un loro senso del bene) di quale spirito lo spirito fondante e/o rifondante? Poiché nulla sappiamo del cuore dell’uomo, non ci resta che la verifica delle azioni. Direi del bene tanto quanto fonda e/o si rifonda della vita che porta alla gioia della verità, e del male tanto quanto fonda e/o rifonda della vita che, in presenza dell’errore porta al male detto dal dolore. Ammessa (e per amor di tesi concessa) l’esistenza di Satana come persona, anche quella (non essendo un principi assoluto) non può non essere e non avere degli infiniti stati di bene e di male, e manifestarsi per quelli e secondo quelli secondo infinite identità che sommiamo con lo stesso nome: Satana. Si può certamente ammettere, allora, che se Satana è il conglobante nome di infinite identità in errore, lo può (comunque si manifesti e/o comunque sia lo stato spiritico usato per farlo) come lo spirito che porta il nome di chi soggiace a quella forza; e se un influito dal male si chiama Caio, Caio è il nome dello spirito negativo che influisce Caio. Direi in fine, che Satana è il soffio che gonfia la gomma del veicolo Caio, ma non per questo il Caio in carne, diventa ruota del Caio disincarnato. A meno che non accetti, in piena coscienza, di diventarlo. Chi lo accetta in piena coscienza non mostra alcun genere di dissidio fra essere un Caio fortemente influito e un Caio che non vuole diventarlo. Chi diventa un Caio indiviso da Caio, é un diavolo che se la ride degli esorcisti perché è pace con sé stesso, tanto quanto prosegue, fra Caio e Caio, la reciproca elettività del reciproco spirito.

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L’annuncio del Bene

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Dal brano che mi hai segnalato, l’annuncio del bene secondo Giovanni, (1a parte) estraggo cinque punti. Porta pazienza se mi rifarò a quello che conosco, quindi, condividi queste tesi per amor di ragione. Se ne trovi, ovviamente. Ti sembrerò il solito parroco, purtroppo. Riporta pazienza.

“Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Macigno.”

Macigno, quindi, non Pietra. Non lo direi di analogo significato. Macigno, potrebbe indicare una realtà, più grande e/o più forte, e/o più inattaccabile di pietra: vuoi a livello naturale, vuoi al culturale, vuoi allo spirituale. Non di meno, anche pesante vissuto. Dal momento che non sappiamo cosa intendesse Cristo per Macigno, tutte le interpretazioni sono solo delle ipotesi. Vero è, che Macigno, in quanto massa, può indicare sia una forte convinzione, quanto una ottusa.

“Che ho a fare con te, o donna?”

Sembra l’esclamazione di un figlio scocciato, quando non ostile alla madre. Ma, che è madre? Madre, è portatrice di vita. Cristo, però, pensava al Padre, come portatore di vita, quindi, l’esclamazione può indicare che non è dalla donna (principio femminile della vita) che il Cristo accettava i principi della sua. Nonostante quello che si dice sui valori della Donna, la cultura maschile la pensa ancora allo stesso modo. Dalla presunzione si salvano certe culture ma tendiamo a bocciarle perchè primitive.

“La madre dice ai servi…”

Qui c’è una madre, cosciente delle esigenze della terra oltre di quelle del cielo. e che in attesa di quelle del cielo bisogna anche occuparsi di quelle della terra. Lo sta facendo ancora. Sarebbe meglio di no. Confido sul calo dei servi.

“In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio”

Chiamalo naturale, o chiamalo spirituale, ma tutti rinasciamo dall’alto, se per alto intendiamo un principio (e/o un inizio) fecondante. Rinascere dall’alto, quindi, è un tornare da capo. Quale il capo di Cristo? Il Padre. Rinascere al Padre, direi, necessariamente, implica il ritorno ad uno stato di fanciullezza. Mica somatica, ovviamente. Direi, invece, allo stato della fanciullezza in cui credevamo il padre, più grande di tutto e di tutti, tanto da meritare la totalizzante fiducia che è della fede. Per ritrovare il Padre più grande di tutto e di tutti (non quello di una vita, ma quello della vita) al Padre si può ritornare se si rinasce con quella fede. L’acqua, oltre che simbolo della purificazione, è anche simbolo della vita. Per rinascere al Padre, quindi, è necessario purificare la vita. La vita, si purifica, non tanto perché ci si lava i piedi (presso l’islam, purificazione del cammino del fedele) ma perché ci laviamo dai pensieri, che se spuri, ci sporcano la vita, e quindi, ci appesantiscono la rinascita. Spurio, (per mio sentire e quindi sapere) è tutto quello che non permette di rinascere secondo Spirito, dice Cristo, e da qualche anno dico io pur sapendo di predicare nel deserto. Lo Spirito è la forza della vita. Rinascere secondo Spirito, pertanto, è prendere atto di quella Forza e, conseguentemente, agirla nel nostro vivere. Il Cristo, la dice Paraclita, cioè, mediatrice. E’ così, ma i vicari l’hanno capito solo a parole.

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Dicembre 2007

L’anima non è un laborioso macaco

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Se pure non è tutto oro quello che luccica nell’incontro medianico fra il Muccioli ed una entità spiritica (notizia che leggo in “Lo chiamavano trinità ma di nome faceva Muccioli”) secondo la personale esperienza (culturale e medianica) qualcosa di vero c’è.

Se la vita è l’opera continua del suo Autore  (come credo) è indubbio che “nei cieli infiniti vi è una laboriosità continua”, ma se la continua laboriosità esclude che nei “cieli infiniti” vi sia riposo, allora non ci siamo. Trattandosi di spiriti, l’assenza di riposo potrebbe non essere cosa grave, sennonché, riposo è “shabbat”, giorno (o anche momento come credo) nel quale anche Dio si fermò per vedere (” Ed ecco…”) la bontà e la giustizia di ciò che aveva fatto. Sostengo che anche Dio si fermò, non perché lo so (al più lo credo) ma anche perché pure noi ci fermiamo in un momento di shabbat ogni volta ci è necessario considerare se ciò che abbiamo fatto “è cosa buona e giusta”. Se lo facciamo noi che siamo a Somiglianza dell’Immagine “può non farlo è il Principio di ambedue se non differenziando la corrispondenza fra Immagine e Somiglianza?

Il Muccioli (o chi per lui) sostiene dunque una cosa giusta quando dice della continua laboriosità ma non giusta se la continua laboriosità implica che non vi sia “shabbat”, cioè, il momento della riflessione. Nei cieli dove c’è la continua laboriosità, evidentemente, non c’è il tempo per riflettere se la continua laboriosità è “cosa buona e giusta”. Se non c’è questo tempo, direi conseguentemente, in quella laboriosità non ci può essere ogni considerazione su quanto é giusto.

Siccome non mi riesce di concepire che nei cieli nei quali c’è Dio manchi la considerazione su ciò che é giusto, da quali cieli infiniti proviene lo spirito che informa il Muccioli? Da quelli dove si ammira (e si mira) il Giusto della Vita che permette di mirare il proprio, o da quelli che ammirano il proprio e si mirano sul proprio?

Con raggio cristico, molto probabilmente il Muccioli intendeva dire il raggio di un influsso: cristico, appunto perché emanato da Cristo. L’emanazione di una forza si diffonde o direttamente dal soggetto che la emana o, indirettamente, per mezzo di un soggetto tramite; ad esempio un credente.

Non sempre (per non dire mai) siamo in grado di verificare la veridicità di uno spirito naturale. Figuriamoci di uno spirito soprannaturale. Se é vero che di uno spirito naturale siamo in grado di verificare almeno l’identità, così non possiamo per uno spirito soprannaturale. Lo stato di bene nel quale dice di essere uno spirito non può essere prova di identità. Alla stegua, possono dire di star bene anche gli spiriti che nel male ci stanno bene!

Uno spirito ombrato da ignoti influssi (come anche ombrante per gli stessi influssi) poco saggiamente ombra (e reca ombre) sia sul il suo rapporto con lo Spirito, sia il rapporto con lo Spirito del soggetto ombrato dalle sue ombre. Da qualche parte é  scritto che questo errore non sarà perdonato.

Sento le frasi “il concetto di monade quale parto divino”, e “la sua discesa avvenne dopo il moto di ribellione” più che altro piene del compiacimento culturale del professorone che si degna di parlare con dei macachi. Se nel padovano da dove provengo, “macaco” è sinonimo di sciocco, nel Madagascar è un lemure: scimmia di tipo macaco. Il duplice significato di “lemure” (sciocco e macaco) m’ha dato da pensare. Potrebbe essere che al Muccioli (di allora) lo spirito comunicante intendesse dirgli più cose contemporaneamente. Ad esempio: a) confermare le intuizioni di Platone;

b) affermare la teoria dell’evoluzione;

c) confermare la discesa dell’uomo dalla scimmia.

Le affermazioni di quello spirito, però, potrebbero anche avere un’appendice occulta; cioè: è periodo lemurico, quello nel quale gli atomi dell’uomo (macaco quando è sciocco come un lemure) avvolgono maggiormente la monade anima. Di cosa l’avviluppano? Premesse le mie scuse alle scimmie, di ciò che è sciocco perché macaco.

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Corretta e meglio mirata molti anni dopo.

Esorcisti e logoramenti

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asepara

Le possessioni avvengono quando un’identità è scissa dal suo bene. Il guaio è, che non sempre si riesce a capire se l’identità posseduta lo è da un altra identità, o da un’alta parte mentale della stessa identità. Con altre parole, non è facile distinguere lo schizofrenico dal posseduto; ed è per questo che ci vogliono due ausiliari: il sacerdote contro il male spirituale, e lo psicologo contro l’errore culturale che porta al dolore esistenziale.

Le cure dovrebbero andare pari passo. Non vedrei male anche l’intervento del medico clinico. Ciò che ristabilisce il possesso della propria identità, infatti, è anche l’accertamento (e l’eventuale cura) delle condizioni fisiche. Non per ultimo, ci vorrebbe anche l’Assistente sociale. La possessione può essere favorita, infatti, anche da squilibri affettivi interni alla famiglia, e/o da un erroneo rapporto con il conteso sociale in cui agisce (o manca in agire) il soggetto che si ritrova posseduto. L’esorcista si logora per dissidio da confronto culturale (e morale ) sia nel caso di un’identità che ne possiede un’altra, sia nel caso dello schizofrenico. Esemplificando, analoga stanchezza mentale (e spirituale) la subisce anche l’insegnante che per anni deve confrontarsi con l’identità ignorante degli alunni. L’insegnante che ha allontanato la personalità negativa (l’ignoranza) nello studente (il posseduto dall’ignoranza) a fine corso si ritrova “svuotato” di sé, mentre lo studente, “riempito” di un sé, raggiunto per il travaso dell’identità culturale dell’insegnante nella sua, così come succede fra l’esorcista e posseduto. Si, esorcizzare è liberare lo spirito anche attraverso l’insegnamento, purché la liberarazione della mente dell’alunno sia nelle intenzioni dell’insegnante, ovviamente.

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Gennaio 2008

Spiritualità o spiritismo in un rito ebraico

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asepara

In Israele, dei rabbini lanceranno una pesante maledizione contro alcuni malcapitati che si ostinano, nonostante le diffide dei religiosi, a voler edificare su un luogo sacro. Si pensi che una analoga maledizione (più leggera, si fa per dire) ha pressoché distrutto una famiglia di altri malcapitati.

Nel rito, i rabbini invocheranno lo Spirito e gli chiederanno di essere l’artefice della giustizia che, evidentemente, non riescono ad ottenere in altro modo. Se i motivi della richiesta che rivolgeranno allo Spirito, si basano sulla giustizia, non vedo perché i rabbini debbano chiederla dal momento che, Dio, la vita di ogni vita che si manifesta, già opera con la forza del suo spirito (sia come giustizia che come vendetta) nella vita spirituale di ogni vita. Invocare Dio per chiedergli di manifestare quello che sta già manifestando (anche se non ci è noto come e ne quando) più che altro mi pare l’esigenza di volerla palesata subito. A quale scopo? A quello di vedere (e far vedere) confermato il compito di essere tramiti di giustizia fra la divina e l’umana? A quello di vedere (e far vedere) la grandezza di Dio? In ambo le ipotesi, a quelle esigenze sottostà una mancanza di fede nella Vita. Se la mancanza di fede è male, come fanno a dirsi sicuri i rabbini che alla loro istanza risponderà il Bene, che è assenza di ogni male? Giusto per intendersi fra “fratelli”, sono sicuri i “maggiori” che i riti a cui ricorrono sono della spiritualità e non, invece dello spiritismo?

Risposta ad un contestatore della lettera su “Spiritualità o Spiritismo ” in un rito ebraico?

Nella lettera “Spiritualità o spiritismo”, diversamente da come mi rimprovera il signor T., non entro, assolutamente, in merito alla fede ebraica, casomai in un rito con la quale si manifesta: rito che, credo appartenere più allo spiritismo (motivato fin che si vuole, ma legittimato non eé scritto da nessuna parte) anziché alla spiritualità. Ma, aldilà di quello che io credo, ai “fratelli maggiori” ho posto delle domande, non, fatto delle affermazioni. Come saprà bene il signor T., se affermare anziché porre delle domande è tipico dell’intollerante, ergo, non sono intollerante. Piuttosto, invece di accusarmi di mene politiche, perché non ha chiarito il dubbio che ponevo nella lettera? “per Damasco” è il nome dell’Associazione con la quale mi occupo di tossicodipendenze. Statuaria finalità dell’Associazione, è quella di fare in modo che la coscienza, rendendosi conto di se stessa, si liberi da ogni intossicante dipendenza. Secondo l’Associazione, una dipendenza diventa tossicodipendenza ogni qualvolta il discernimento di chi dipende da una qualsiasi realtà, viene reso subalterno dalla realtà che origina la dipendenza. Al caso, anche dalla tossicodipendenza politica, o spirituale o spiritica se una data persona vive la politica o la spiritualità o lo spiritismo come una droga. Lo stesso varrebbe anche per questa Associazione se “spacciasse”, allo scopo di drogare l’arbitrio, delle fissanti ideologie. Rendendomi conto delle infinite pastoie amministrative, legali, economiche che avrebbero reso l’Associazione tossicodipendente di altre pastoie, per non rischiare una intossicazione da “droghe”, per quanto notarilmente costituito, ho preferito agire come Associazione di fatto. Così, chi è d’accordo con l’Associazione e socio della “per Damasco” e, tanto quanto non lo è, non è socio chi non è d’accordo. Il signor T. potrà anche pensare che oltre ad essere un intollerante sia anche uno sciocco, ma, se aspirassi a “misere lotte per ragioni politiche e geografiche” (la mena geografica non l’ho proprio capita) non creda che io sia tanto incosciente da non rendermi conto che la strada che ho scelto porta a non fare parte di nessuna parte: nè politica, nè religiosa, ne quanto d’altro. Non sciali il suo spirito dispiacendosi per me, il signor T., non solo perché le vesti costano e non è il caso di strapparsele per niente, ma anche perché, a dolermi dei miei dispiacerei basta il mio.

Se lo crede questa lettera si può anche ridurre. Se ho aggiunto delle informazioni sull’Associazione, non l’ho fatto solamente per far capire meglio le cose al T, ma, al caso, anche alla Digos, dal momento che i miei discorsi sullo Spirito, sulla spiritualità e sullo spiritismo potrebbero far pensare che, fra altre mene e/o menate potrei avere anche quella (orrrrore!) di fondare una Setta.

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Datata

Santità, papi, e schizofrenia.

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asepara

Chissà perché la coscienza dello stato soprannaturale della vita è schizofrenia nei medium e merito di santità nei papi e/o nei cosiddetti santi. Di diverso, infatti, c’è solo il personale percorso, non, la facoltà di per sé, quindi, o è vera in tutti i casi o inattendibile in tutti i casi.

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Aprile 2008

L’acqua è sempre acqua

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asepara

Oltre allo stato naturale della vita, vi è quello soprannaturale. Baso il mio conoscere sulle mie esperienze nella medianità. Poca cosa, tuttavia, H2o è in un oceano come in una goccia. Naturalmente, non posso provare la mia affermazione, come d’altra parte, non si può provare che l’aspetto soprannaturale della vita, altro non sia che una parte incognita della mente. Nonostante questo, cambiano i fattori ma non i risultati. Ciò che dice l’integrità della personalità, è il possesso della coscienza di sé. Nei casi di traumi (fisici o mentali) la certezza di quel possesso viene scissa dall’incertezza. Cosa succede, allora, nel traumatizzato? Succede, l’emersione del buio. Con ciò intendendo, l’emersione di un’altra parte della stessa personalità (se l’invasione viene da un’altra parte della mente) o di un’altra personalità se l’invasione avviene da un’altra parte del mondo: dal soprannaturale. La medicina dice che il traumatizzato da cause fisiche e/o mentali è uno schizofrenico. L’esorcista dice che è un posseduto. Distinguere, se malattia o possesso è estremamente difficile. Nei casi di quell’alterazione della personalità, allora, è doveroso intervenire sia in modo medico, che in modo “magico”. Quale, il senso dell’esorcismo? Direi, quello di ricondurre la personalità del malato e/o del posseduto al soggettivo sé. Con altre parole, di ricondurlo all’ascolto delle sole sue emozioni, e quindi, dell’ascolto di ciò che appartiene alla sua sola identità, allontanando, appunto, l’ascolto di altri influssi. Ho detto “magico” l’intervento dell’esorcista, mica perché sia un mago, ma perché, per legare una mente al solo suo stato di vita, ricorre a riti. Ogni cultura ha i suoi. Anche a me è capitato di essere influito oltre misura. Quale è stato il mio rito? Semplice! Ho detto a quella mente, e/o a quelle menti, o alla mia: fate quello che volete ma lo fate contro la mia volontà. Pertanto, vostra, è la responsabilità, e mia, la richiesta di giustizia. Sarà caso, sarà quello che sarà, ma gli influssi andarono tacendo. Niente di complicato, come vedi. Che sia perché non sono mica tanto normale?

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Giugno 2008

Trance?

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asepara

Molti anni fa andai a perorare la causa di una Comunità per Td. che un Borgo di Verona non voleva inserita nel suo contesto. Quando mi fu data la parola iniziai l’intervento dicendo: ” vi parlerò di vita e di sangue “.

Non mi piacque il tono baroccoso di quell’introduzione. Mi parve spropositato. Ricordo che lo pensai, dopodiché, buio. Al cinema, le è mai capitato di vedere lo schermo nero e poi un ” occhio ” che allargandosi rivela una immagine? Ecco, successe così che ripresi a vedere dove stavo, con chi stavo e a sentire che stavo parlanndo. Mi risveglio’ il pss – pss di un relatore che, o si era stufato del mio intervento, o temeva che il tempo del mio togliesse tempo al suo. Uno psichiatra (dr. Alessandro B.) che era li per analoghi motivi, mi disse: hai detto quello che io non ho potuto dire. Di quello che ho detto non so assolutamente nulla, ma se intervento c’e’ stato,  e se non da me perché non ne ho coscienza, da chi? Se questo è ”trance”, l’ho chiaramente subito perché non ho fatto e detto assolutamente nulla per raggiungere quella condizione da vita altra.

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Medjugorje

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Medjugorje sede di medianità, spiritismo, presunti carismi e idolatria: senti un po’ questa.

L’esistenza della Divinità e del suo Spirito (la forza della sua vita) si basa su un atto di fede, quindi, ad ognuno la sua, o la sua opinione. L’esistenza dello spirito umano, invece, è provato (come forza della vita) dal sentire la nostra vitalità. Sulla Metempsicosi, molto si può dire, o tanto, poco, o per nulla credere. Come anche sull’esistenza degli spiriti, e sui cosiddetti doni dello Spirito che ho trattato da me. Non è possibile accertare, infatti, se provenienti da un’altro stato della vita, o se provenienti da un altro stato della mente: stato raggiunto (il mentale ignoto) vuoi per malattia, vuoi per “mistica” o vanesia ricerca di potere. Per quanto riguarda il mio pensiero e per i credenti, l’unico dono dello Spirito chiaramente verificabile è la vita. Per quanto riguarda i non credenti, è lo spirito della nostra. D’inattendibile fonte di vita ogni altro dono che non sia d’umana provenienza; sono d’inattendibile fonte, perché il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Il che vuol dire, che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. Mi si dirà: ma ci sono manifestazioni, che pur provenienti da inattendibile fonte, comunque recano soccorso e quindi sono un bene! E’ vero, tuttavia, per quale fine? Quello fine a sé stesso, (recare gratuito bene) o un fine nascosto, quale, ad esempio, far dipendere lo spirito umano, da uno spirito “donante” che non si sa più quanto abbia conservato di umano nell’ex umano che è diventato nel cielo che dice ma che non si sa? Ogni potere di qualsiasi genere usa il dono come rete. Lo sappiamo da sempre, tuttavia, ci cadono gli stessi adulti (quando non i tuoi) che ai bambini raccomandano di non accettare caramelle dagli sconosciuti. Dimenticano il loro stesso adulto avvertimento (quegli adulti e i tuoi che accolgono quelle manifestazioni dell’Oltre) non appena un dolore o un errore li fa tornare (incauti Pollicino) alla ricerca della strada che hanno perso nella loro Notte. C’è una sola attendibile guida! Il Padre del Bene nella Natura, per quanto è Vero alla sua Cultura, perché Giusto al suo Spirito per i credenti, e il bene nella Natura per quanto è vero alla propria Cultura e Giusto al proprio Spirito, per i non credenti. Si, hai inteso bene, Francesco. Sono vie parallele! Tutto dovrebbe fare (o far fare i tuoi) fuorché allontanare strada da strada. Vedo che sono andato un po’ fuori strada ma rientro sintetizzando al massimo. Ammesso che tutte le apparizioni del genere siano vere, nulla conferma vera l’identità che appare! Al più, delle caramelle che é possibile riempire con i gusti che più ci piacciono. Non so a te, ma a me cadono le braccia!

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Ancora con questa storia del Giudizio universale?!

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Ancora con questa storia del Giudizio universale?! Ma, siamo ancora lì! Dove pensa di andare la chiesa con queste antiche frittate?! Fra i pittoreschi menu degli Evangelici? Fra i Candomblè brasiliani? Fra i più saggi animisti? Fra pedagogici buddisti? Fra dedicati a Dio? No! Continuerà a battere il passo come sta facendo da non so più da quando! Sveglia, Francesco, sveglia! Togliamoci dalla testa che ci sia un Giudizio Universale! Come lo so? Lo so perché ho capito i principi della vita, e se siamo a somiglianza della Vita, un qualcosa penso di aver capito anche di quella. La storia dell’impossibile Giudizio universale, me la sono spiegata e te la spiego con un esempio.  Ammettiamo che Dio si un ingegnere termonucleare, ed io, al suo cospetto, uno qualunque. Ammettiamo ora, che quel Ingegnere voglia e/o debba dare un definitivo giudizio sulla vita della mia Cultura. Per quanto Clemente e Misericordioso, non potrà essere che implacabile! Va bè! Altro non mi resterà che aver fiducia in quel giudizio perché ho fede nell’Ingegnere. Non per questo non mi sentirò quanto meno umiliato dal fatto che non posso capire appieno le sue ragioni. Al caso, anche al punto da respingerle, come anche al punto da mettermi in dissidio: vuoi con il mio mondo, vuoi con il mondo. Ora, può Dio umiliare quanto ha creato? Può Dio originare dei nolenti quanto volenti dissidi? Se no, allora, l’Ingegnere non può non rifiutarsi di emettere giudizi!  Non per questo non ci sarà Giudizio. Se non l’Ingegnere, chi l’emetterà? A mio credere, l’emetterà quanto di me sarò giunto a capire confrontando lo stato della sua realtà con lo stato della mia. Per quel confronto, non potrò addebitare all’Ingegnere nessun motivo di umiliazione come nessun motivo di dissidio! Al più sarà a me che li addebiterò, dandomi quanto meno dell’imbecille! Non credo neanche ad un Giudizio finale, appunto perché la vita è uno stato di infiniti stati di vita, e perché (essendo vita) non possono essere che in continua corrispondenza, e quindi, corrispondente evoluzione, come al caso, di involuzione. La morale di questa fola, dunque, è presto detta: l’Ingegnere non può decretare il Giudizio ultimo perché, facendolo decreterebbe anche la fine della vita. A quella fine, al principio non resterebbe che il suo Principio. E’ vero che l’Ingegnere basta a sé stesso, ma è vero anche, che non so immaginare una così definitiva mancanza di scopo: essere solo sé stessi. Qui da noi, la conosciamo come solitudine.  Immagino l’Ingegnere per la Somiglianza che sono, è vero. D’altra parte, mica lo posso fare per la Cultura dell’Ingegnere! Se lo potessi, Dio sarei io! Con questa megalomane ma ridanciana affermazione,  ti saluto.

Oops! Stavo dimenticando un non piccolo particolare! Se per le ipotesi dette, l’Ingegnere non può emettere definitivo giudizio su nessuna vita, lo può, la tua Somiglianza a quell’Immagine? Direi che lo può, solo se si pone, indeciso fra le decisioni dell’Ingegnere e quelle di Mammona.  Aggiungo un’ultimo pensiero: non me ne vogliano quelli che si sono visti scompaginare, con questo nuovo disegno, il loro più antico. Voglio sperare, neanche tu.

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Al confine

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Caro Francesco: mi cade tutto l’ambaradan del ragionamento che segue se prima non colloco questa citazione. Non volermene.

“Uomini senza fede hanno avuto comunque bisogno di immensità al limite delle loro risorse, nell’azzardo provvisorio della natura umana che lascia qualcosa di inesaudito. Il salmo 78 racconta di Dio che conduce Israele nel deserto “e li portò al suo confine santo” (verso 54). Sottolineare con cura: l’incontro avviene all’estremità, al confine, non al centro. Lo scambio della legge ai margini della schiavitù d’Egitto avviene nel deserto profondo ma è un viaggio compiuto solo a metà, non seppero mai se quel confine era santo. Quando nell’Eneide Virgilio scrive “spes sibi quisque” (ognuno sia speranza a se stesso) esclude la parola ebraica “tikvà ” scritta da Zaccaria (9,12) per annuncio di salvezza “Tornate alla fortezza, prigionieri della speranza.” Ma quella parola, tikvà vuol dire anche “corda” e quindi: tornate alla fortezza prigionieri della corda. Una speranza che trascina e può spezzarsi. Quando Rachele piange a Ramà i suoi figli e rifiuta ogni consolazione (geremia 31,15) Dio interviene: “Distogli la tua voce dal pianto. Con una corda (speranza) torneranno figli al loro confine (l’incontro).” Nota a margine. A piè di post. Al confine.”

In questi giorni, ho postato questa provocatoria domanda: esiste veramente lo Spirito?  Nello scritto mi servo del dubbio giusto per provare una verosimile Verità. Il maiuscolo in Verità consideralo una grande speranza, non, ovviamente, una grande conoscenza. Tantomeno se detta da me. In tanto cotanto senno, dico: se ammettiamo che lo Spirito sia la potenza che tutto origina e tutto pervade, dobbiamo anche ammettere che nello stato naturale della vita, l’opera della sua forza non conosce confini. Ciò vale, solamente per questo stato della vita? Potrebbe essere, come potremmo essere noi, gli impossibilitati a vedere oltre i nostri confini. Non sempre è possibile raggiungere i confini. Non sempre è possibile raggiungere i confinati.  Non sempre è possibile raggiungere chi, nei suoi deserti, sta al confine.

Ciò che non possiamo raggiungere, però, possiamo sentire, tanto quanto poniamo, al confine, lo spirito che siamo. Badino i comunque mistici, e/o comunque fondamentalisti: chi resta al Confine perde i suoi confini! Pur avendo toccato il Confine (comunque l’abbiano potuto) non si perdono quelli che vivono i propri. “Il salmo 78 racconta di Dio che conduce Israele nel deserto “e li portò al suo confine santo”. Chi ha scritto quel Salmo vede l’azione di Dio come la può vedere un mistico. Mistico diventa chi giunge al Confine religioso e/o spirituale di quanto crede. A  quel Confine non resta confinato chi percorre (e vive) i suoi deserti: luoghi con poca vita quando per nulla. Ha vissuto, e quindi conosciuto i suoi deserti quel salmista? Se al Confine ma non confinato direi di sì.  Se al Confine, dalla sua fede è stato confinato, direi di no. Nello scritto odierno sostengo che lo Spirito, tutto e tutti pervade con la sua forza. Pertanto, è un Centro che non può avere un centro. L’antica Israele, quindi, quale Dio la portò “all’estremità”, se essendo il Centro di tutto e di tutti, non può portare che al suo centro? Fu per non aver capito questo che i credenti dell’epoca vagarono per anni nel deserto di sè? Appunto perché non riconobbero che il Santo sta al Centro, non, a un’estremità che nel Tutto non può essere in nessun luogo, se non ammettendo, che anche il luogo di tutto (la vita della Vita) ha un confine? Fu per smentire questo che Dio mandò loro una corda di speranza? “Tornate alla fortezza, prigionieri della speranza,” dice il salmista. Si dice fortezza, una struttura militare. Fortezza, però, è anche lo stato d’animo dello spirito. Tornare alla fortezza, quindi, è raccomandazione per chi si trova in uno stato di debolezza, vuoi naturale, vuoi di fede; ed è, quindi, invito di salvezza per dei carcerati nella speranza del loro pensiero su Dio. Si libereranno da confinanti pensieri gli odierni carcerati della loro idea di Dio in nome di Dio? Se al confine di sé troveranno il Centro che non può stare presso nessuna estremità (tanto meno presso nessun estremismo) forse sì: purché tornino alla fortezza.

Ho reso premessa un commento ricevuto da Luisa Ruggio (Lady L. per gli amici) quando, non pochi anni fa, scrivevamo su Blog.it

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