L’affermazione “IO SONO VITA”

L’affermazione “IO SONO VITA” per me è chiarissima. Devo ammettere, tuttavia, che è diventata tale dopo un trentennio di giornaliere riflessioni. Chi la legge la prima volta, però, risulterà, temo, un attimo disorientante. Sento il bisogno, quindi, di doverla frazionare per chiarire.

Premetto un sogno.

Anni che furono, fra sonno è veglia, una bellissima voce di donna mi disse: cristiano, non cristiano. Lo fece tre volte. Ricordo che mi svegliai un pochino irritato: mica ero sordo! No, non l’aveva detto tre volte perché mi aveva reputato sordo. Me l’aveva detto tre volte perché gli stati di principio della vita sono tre, quindi, una volta per la Natura: il corpo della vita comunque effigiato.

Una volta per la Cultura: la conoscenza della vita comunque ottenuta.

Una volta per lo Spirito: la forza della vita comunque agita.

Ulteriormente me le spiego (quelle tre volte) perché la vita nel nostro stato è trinitario_unitaria, perciò, soggetta ad essere così e non così, così e non così, così e non così, in ragione di infinite cause. Quello che vale per la nostra vita, vale anche per i miei discorsi: sono comuni e non comuni, comuni e non comuni, comuni e non comuni. Premesso questo, procedo. In rosso cito la lettera che spiego.

La parola è l’emozione della vita che dice è stessa.

L’affermazione si prova di per sè. Ulteriormente spiega perché il Mondo è pieno di infiniti linguaggi. Infinite, infatti, sono le emozioni che si sono fatte verbo e parola.

Il Principio è nel verbo Io sono, e Vita nel dirsi secondo emozione, ne consegue che il Principio ha attuato il suo principio: la vita.

Ogni religione ha dato nome al Principio in ragione della sua Cultura, ma secondo la mia lo nomino per attributo perché “non amo nominare invano e/o in modo vano”. Nulla di nuovo: quell’errore era già stato detto.

La mia parte non cristiana (non perché contrario ma perché pensiero altro) non sa perché il Principio sia già stato detto Verbo e Parola. Nel dire il mio perché, allora, spero di non star facendo la scoperta dell’ombrello!

Se ammettiamo che il Principio sia a somiglianza della nostra immagine, dobbiamo anche ammettere che il Principio sia in grado di dire a sè stesso, sia chi è che cosa è. Ammesso il Principio che universalmente immaginiamo, cosa può dire di sè quel Principio? Sentendosi vivo dirà IO SONO e nel dire il Verbo dirà la Parola: VITA.

Baso questa versione sulla Cultura nota, ma della religione nota io sono dentro e fuori, dentro e fuori, dentro e fuori. Ne consegue, che la parte fuori del mio pensiero ha anche altri pensieri. Giusto per citare il fondante, il mio Principio è lo Spirito: la forza della vita sino dal principio e dello stesso Principio. Verò è, che il Principio è assolutamente unitario. L’Uno che è, quindi, è di inscindibile stato. Posso considerare su una parte del Principio, quindi, solo per amor di pensiero.

Per questo amore, l’abbiamo pensato secondo Natura: è sono nati gli Dei.

L’abbiamo pensato secondo Cultura: e sono morti gli Dei.

Invece, pensandolo secondo Spirito (forza o potenza del Principio) muore la vita solo se (in questo stato della vita) muore la sua forza.  Constato che ci stiamo impegnando.

* Essendo il massimo Principio perché al principio, la vita del Principio non può originare  altra identità, altri principi, altro nome. Il Principio è quello che è: vita.

Perché non può fare quanto sostengo? Lapalissiano, direi. Non lo può fare perché il Principio è un assoluto, e un Assoluto può originare solo sé stesso. Non mi pare di aver dimenticato qualcosa.

* Ho escluso questa frase dalla lettera “Io sono vita” perché, a mio sentire, ne spezzava la fluidità: la lascio qui.

 

Voglio scriverti, Israele.

Voglio scriverti quello che ho nel cuore, Israele, ma non chiedere al cuore di essere intelligente: il cuore, è vita. Arrivo subito al dunque: sei, in uno stagno! Ne uscirai con le bombe? Illuso! Con gli omicidi mirati? Illuso! Ne uscirai con l’appoggio del Mondo Occidentale? Se alle presenti condizioni, illuso! Tu, hai solo un modo per uscire dal pantano in cui ti trovi: bonificarlo. Come? Togliendo acqua ad antichi odi e mettendo verità in antiche credenze. Tu devi tornare da capo, Israele; devi tornare al Tuo principio: ed il Principio è vita. Metti vita nel tuo stagno, Israele, e possiederai la terra che ti è stata promessa.

Non so dov’ero con la testa quando ho scritto questo post. Un tantinello fuori, direi. Lo lascio come sta.

Non ho mai visto uno spirito

Figuriamoci lo Spirito!

Lo Spirito della vita non è una identità: è una potenza. In ragione del loro stato di spirito, anche gli spiriti sono potenze. Della potenza, però, conservano l’identità che sono stati, tanto quanto corrispondono con questo stato della vita. Corrispondono con questo stato della vita, tanto quanto subiscono un desiderio non rassegnato della vita e della vitalità che sono stati. La vita ulteriore si libera da quel desidero, tanto quanto sanno (possono e/o vogliono) elevarsi al principio della vita: lo Spirito. Cominciar a elevarsi dal desiderio di questo piano della vita già nella nostra, certamente aiuta. Di ogni persona sappiamo la parte identitaria più nota, ma nulla sappiamo su quello che è diventata per la parte non nota. Sostenere quello che ora sono, (ad esempio, santi o beati) si basa solo sul desiderio della chiesa di aver santi o di beati, e/o di poter sostenere che il suo magistero origina santi e beati oltre che servi. Ben vengano i Servi: la vita ne ha bisogno. Ben vengano anche i beati e santi visto che la chiesa ci tiene. Ben vengano tutti se proprio si vuole, però, solo se usati come fonte spirituale del magistero del vero che è nel bene! Di negativa spiritualità, il magistero che strumentalizza quegli spiriti per lo scopo di assoggettare il nostro spirito! L’intento “non sarà perdonato”. Mi venga un accidenti se mi ricordo chi l’ha detto!

Doverosa precisazione: solo dopo aver scritto questo pensiero (è di qualche tempo fa) mi sono reso conto di non esser stato preciso. Sono preciso dove sostengo di non aver mai visto nessuna apparizione spiritica. Non preciso quanto sostengo perché, a livello di visione mentale ne ho visti a josa. Pochi i riconosciuti. Molti gli sconosciuti. Mi apparivano (come fosse una schermata) all’interno della fonte. Pochi mi guardavano. I più, guardavano oltre me: verso destra. Delle tante, solo una mi disorientò. Diversamente dalla altre che provenivano dalla mia sinistra, questa mi apparve proveniente dal basso. Potente e di per sé prepotente l’identità di quella potenza. Mi guardò (dritto negli occhi) come se avesse avuto il bisogno di guardarmi e/o di farsi guardare. Non lo riconobbi subito perché di un’impronta virile ben diversa da quella sottomessa all’ecclesiastica sottana. Come venne dal basso, verso il basso se ne andò. Se per basso intendiamo inferi e/o derivati, proprio non mi parve proveniente da quei luoghi l’ex don Luigi. Nel suo volto, infatti, non vidi traccia di sofferenza da colpa: vidi solo certezza e raggiunta accettazione: quella di chi, ancora è, quello che è.

Le due intelligenze di F.

“… a me succede una cosa strana. Quando scrivo si mette in moto una parte di me che io non conosco. A volte succede che questa parte scrive cose che non so spiegare. Ho spesso pensato che un qualcosa di me fosse più sviluppato di me. Ho sempre pensato che la mia intelligenza era più intelligente di me. Ecco un esempio lampante: da qualche parte di me ho chiarissimo questo concetto… ma.. non riesco a trovare la strada….”

E’ successo anche a me, analoga cosa. Ti dirò, nei primi tempi, mi disorientava non poco. Adesso meno, perché credo di aver trovato la strada. “La nostra intelligenza, è più intelligente, della nostra intelligenza?” Il che vuol dire, che abbiamo due intelligenze? Certamente, no! Variabili casi del genere, succedono solo nelle faccende della schizofrenia, od in casi, (veri o presunti che siano), di chi si ritrova ad essere, variamente posseduto da una entità spiritica. Direi, invece, che abbiamo due modi di elaborare intelligentemente, le informazioni. Uno riguarda le informazioni che concernono il nostro reale: la direi, questa, intelligenza pratica. L’altro, riguarda le informazioni che concernono il nostro ideale. Anche questa, è un’intelligenza pratica, però, che pratica, (nel senso di frequenta), l’elevazione del pensiero. Si può dire, allora, che non è vero, che abbiamo due intelligenze, ma, che il nostro intelletto, scrive, ciò che vede, dalle quote in cui si trova. Non sempre, sappiamo, a priori, dove cavolo va a finire il nostro intelletto, quando è agito da una particolare emozione! Non per una volta, lo pensava in basso, invece, me lo ritrovavo in alto! Non solo! A priori, non sempre sappiamo, (per non dire quasi mai!), in che piano collocarlo! Dalle mancanze, in gestione del nostro intelletto, nasce il disorientamento, che, “se non hai trovato la strada”, dovresti patire, ancora.

Sulla Soglia: le ultime domande prima del Lutto.

Quando l’Amato m’ha chiesto cosa succederà, dopo, mi sono ritrovato con la mente assolutamente vuota, eppure, avevo già letto migliaia di libri. Dove i libri hanno mancato la loro funzione, ancora una volta non l’ha mancata il cuore; e il cuore m’ha suggerito la risposta: non so cosa succederà dopo. Pensa solo che ti amo. All’epoca, mai affermazione mi è parsa tanto insufficiente. Con l’andar del tempo, invece, ne ho capito tutta la saggezza. Fu saggia, non solo perché ha confermato un sentimento (e, dunque, dato sicurezza ad una finale debolezza) ma anche perché ha ancorato la mente di quella persona (e, per inciso, anche la mia) all’interno di un fatto concreto: gli atti d’amore che hanno strutturato il comune sentimento, e scritto la comune storia. Fermando quella mente all’interno di quel fatto (ed in questo proteggendola dall’ignoto che incombeva) credo di aver ottenuto un duplice scopo:

*) sia nel mio che nel suo caso, ho dato funzione esistenziale a chi temeva di non averne avuta alcuna;
*) ho allontanato la paura del dopo (o quanto meno l’ho attenuata) pur non avendo risposto alla domanda.

Mi si chiederà (come me lo sono chiesto anch’io) ma come si fa ad amare la vita quando non si sente che dolore? Direi che si torna ad amare la vita, tanto quanto ci rifiutiamo di sentire solamente il dolore. Non è certo per mero egoismo che dobbiamo rifiutare l’ascolto del dolore nei casi di lutto, ma perché il dolore è conseguenza di un erroneo intendere ciò che è giusto, sia per la vita che ci ha lasciato, sia per la nostra. Il dolore, infatti, è male naturale e spirituale da errore culturale.

Quando ci allontaniamo dal dolore che ci è causa di morte, ci par di allontanare chi abbiamo amato. Ci sentiamo come se morisse ancora una volta, e quel che è peggio, la seconda volta a causa nostra. Che vi sia allontanamento è indubbio, come è indubbio che il motivo allontanante non è l’allontanamento dell’amore ma quello del dolore. La dove vi è dolore, infatti, non può esistere il bene.

Se un trapassato ha bisogno dl nostro dolore, è chiaro che non vuole il nostro bene. Non volendolo, è chiaro che non ci ama. Liberarsi di ogni ricordo di quella morte, quindi, oltre che doveroso è necessario. Diversamente, il trapassato che ci ha amato e ci ama, non può non augurarsi che allontaniamo da noi il dolore, appunto perché non è quello che vuole ma il nostro bene. Non solo. Siccome l’amore non può coesistere con il dolore, tanto quanto avremo dolore e tanto quanto favoriremo l’allontanamento da noi del trapassato che ci ama.

Tale favore lo aiuterà a liberarsi dai legami con questo mondo. Ogni volta stiamo male, quindi, o abbiamo vicino un trapassato che è nel male e lo persegue, o non abbiamo vicino il trapassato che è nel bene e lo persegue. Stante le cose (sempre a mio conoscere, ovviamente) a che ci serve e/o a che serve il dolore se questo ci allontana da chi ama e non allontana da noi chi non ama?

Con questo non voglio dire che sia giusto andar a ballare il giorno stesso di un funerale, bensì, che dopo aver accompagnato una vita al suo principio, è giusto rivolgere il nostro pensiero verso il bene, non, verso il dolore. E’ giusto farlo perché nel bene troveremo tutto ciò che è e da vita, mentre nel dolore, non troviamo che dolore. Naturalmente, ad ognuno le sue scelte, e nelle proprie scelte, le consone misure.

Da che Spirito, Israele?

Lo Spirito è la forza della vita che corrisponde dalla relazione fra una Natura e la sua Cultura. Mi dirà: vedo una Natura, conosco la sua Cultura, ma, non vedo proprio nessun Spirito! Mettiamola così! Nessuno ha mai visto l’aria dentro una camera di gomma, pure, per suo mezzo, essa acquista la vita che ha la ruota. Si può dire, pertanto, che l’identità dell’aria, è la forma che essa da alla camera di gomma. Se l’identità dello Spirito è data dalla forma che fa assumere al corpo, e se un corpo è pieno di violenza, va da sé che è violento anche lo spirito che da vita a quel corpo. Dal momento che lo Spirito divino è tutto fuorché violento, (se lo fosse, avrebbe principiato il dissidio, non, la vita), di quale altro spirito è la forza che agisce il prevalente animo di Israele? Da buon razionalista mi dirà: di spirito umano, ovviamente! Ben vero, ma, Israele sa bene che non è lo spirito umano il Principio che ha eletto la sua vita, quindi, Israele, di chi è lo spirito che anche odiernamente emoziona il tuo spirito?

L’Iman che sostiene suicidaria

L’Iman che sostiene suicidaria la fine umana di Cristo non può provare la sua affermazione, esattamente come io non posso provare l’attacco di megalomania che gli ha permesso di imputare a Cristo quello che lui avrebbe fatto  al posto di Cristo. La mia versione della storia, invece, sostiene che il Cristo di quei frangenti rinunciò a qualsiasi difesa perché determinò di accogliere la volontà del Padre. Ammessa l’ipotesi, il Figlio si collocò prossimo alla Vita: di ogni idea di madre, sovrana.

Fra Paradiso e Inferno strane calamite

“Perché poi gli umani tendano al paradiso ma sono attratti dall’inferno è altra questione da approfondire…”

 

C’è un centro di gravità permanente”, nel nostro animo. E c’è chi lo identifica nelle infinite forme del male: per me, dolore naturale e spirituale da errore culturale. Con l’affermazione, mi riallaccio all’Inferno come zona di non conoscenza. Di per sé, la non conoscenza non è un male: male, è voler restare, non conoscenti. Si può, voler restare non conoscenti? Direi di sì. Basta escludere dall’io, tutto quello che lo porta a comprendere la ragione altrui. Basta eleggerlo, cioè, a primario principio, oltre che della vita propria, anche di quella altra; egocentrica elezione, questa, tipica dello stato infantile della vita. Attratti dall’inferno, quindi, perché attratti da un “centro di gravità permanente”, quale può essere l’egocentrismo? E, perché mai sarebbe infernale, l’egocentrismo? Lo è, a mio avviso, perché, l’egocentrico, riducendo tutto a proprio servizio, riduce la ragione della vita altrui, sottomettendone la volontà. Il che, oltre che dello stato infantile della vita, è anche tipico del potere, e della manifestazione dei potenti. Se il potere e la manifestazione dei potenti è tipica dell’egocentrismo, e se l’egocentrismo è tipico dello stato infantile della vita, allora, si può dire che ogni potere, e potente, è infantile. Al punto, gli umani sono attratti dall’inferno, o attratti da quel periodo della vita, nel quale, tutto gravita attorno a noi? Guarda un po’ a dove sono andato a finire. Egocentrismo e fame di potere, motivati da una nostalgia di culla. Infernale, questa nostalgia? Direi di sì. Egocentrismo e fame di potere, infatti, fissando l’identità all’interno di quei principi, fissano anche ogni altro atto della conoscenza. Nella fissazione di ogni altro atto della conoscenza, si instaura quell’inferno che è la distanza dalla verità: propria, altra, e superiore. Dopo sta pizza da voltar via con la testa ci vuole proprio un caffè! Quanto zucchero?

Patologia della profezia

L’elezione spirituale è data dalla capacità di elevare il proprio spirito allo Spirito. Lo Spirito è il principio della vita. Comunque avvenga, quell’elezione permette (a chi eleva la propria coscienza verso il Principio della vita) il possesso di una maggiorata visione dei Suoi principi. Con altre parole, permette di “vedere” l’Universale che è in ogni particolare. Furono Profeti di universale e di particolare, sia il Cristo evangelico che Maometto. Lo furono, ovviamente, nella loro specifica cultura. Ciò significa che non lo possono essere in altre? Nel particolare che vi è nelle loro profezie, non sempre e non in tutti i casi, ma nell’universale che vi è nelle loro profezie, direi sempre ed in tutti i casi. Come poter accertare la visione universale da quella particolare nei Profeti? Semplice! Se parlano dell’amore sono profeti di divinità universale. Se parlano dell’amare sono profeti di umanità particolare.

Luglio 2007

L’anelito universale verso il bene

L’anelito universale (e universalizzante) è nella tensione verso il Bene, verso il Vero, verso il Giusto. Dopo di che, ognuno scrive gli aneliti particolari, secondo la propria calligrafia. Mi distinguo dal pensiero che citi per un particolare. La vita, è dialettica, non lotta. Il fatto che l’abbiamo resa lotta, non appartiene alla vita: appartiene al carattere della nostra. La vita è un impulso di fame. Il male, è in ciò che mangi o in come mangi. Distanziarsi dall’impulso, rende anoressica la mente. Il che vuol dire, con buona pace del Budda, che quelli che seguono il suo insegnamento rischiano di vedersi costretti a riaccostarsi alla mensa (la vita) cioè, a ridoversi cibare di ciò che hanno scartato. La conoscenza rende liberi (non mi ricordo più chi l’ha detto, però concordo in pieno) infatti, solo la conoscenza attuata dal costante discernere sui cibi, può effettivamente liberare il karma dalla fame di vita, e, quindi, dal dover tornare a questo ristorante. Il messaggio di Cristo tratta innanzi tutto di un Dio padre. Il fatto che sia buono, è, per Cristo, una logica conseguenza di Padre, ma non è il primo attributo. E’ una logica conseguenza, perché è inverosimile, per Cristo, che il Dio che attua la vita, sia cattivo. Se lo fosse, per principio avrebbe attuato il dolore. Dio non può attuare due principi. Essendo assoluto, non può, infatti, che concepire il suo assoluto, e, secondo me, il suo assoluto principio è il Bene. Al significato di sottomissione che dai dell’islam, preferisca abbandono. Nella sottomissione è implicita la cultura del padronaggio. Nell’abbandono, la cultura della fede. La seconda, è dei mistici sufi. La prima, dei mullah. Sai bene che non sono la stessa cosa, né stessa cosa  sono gli impliciti.

Ascolta Israele

Lungi da me l’idea di dubitare sulla tua elezione, al più, ricordarti che “eletto” è aggettivo che definisce uno stato di vita assoluto e che vi è un solo Assoluto. Noi, invece, nell’Assoluto, siamo stati di infiniti stati, quindi, eletti tanto quanto gli siamo prossimi e non eletti tanto quanto non prossimi. Della vita, sia come Immagine che come Somiglianza, assoluti principi sono il Bene per la Natura (corpo della vita comunque effigiata) il Vero per la Cultura (pensiero della vita comunque raggiunto) e il Giusto per lo Spirito: forza della vita comunque agita. Visto così le cose, e vista così la tua vita, quanto può dirsi oggettivamente eletta la tua condizione, o quanto formalmente fissata dal tuo crederlo? Certo: è domanda da rivolgere anche al restante mondo, ma da qualche porta bisogna pure ritrovare il bandolo della matassa, e se a domandarsi dove sia non cominciano gli Eletti, chi mai dovrebbe farlo? Quelli che “non sanno quello che fanno”?

Il Bardo Todol

Secondo la Cultura tibetana nel Bardo Todol sono scritte le stazioni di viaggio dell’anima diretta verso l’Anima del mondo soprannaturale. Per giungere a questa, l’anima in viaggio verso l’Universale dovrà spogliarsi di ogni umano residuo. Lo potrà, ascoltando le proprie emozioni: l’emozione è la parola della vita che dice sé stessa. Lo potrà, inoltre, tanto quanto sarà in grado di verificare (per adottare e/o rifiutare) la condizione di presa emotiva che una data anima ha conservato (intende conservare o rifiutare) della precedente. Questo libro è valido solo per i Tibetano? Purché lo si traduca anche secondo il nostro linguaggio, direi di no.

In questo tentativo ho sorvolato sui particolari di quella Cultura (riti e preghiere) vuoi perché ad ogni fiore la sua terra, vuoi perché avrebbero appesantito il discorso che mi prefiggo: rilevare delle similitudini fra quel pensiero spirituale e il nostro, ragionando secondo Spirito. Lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza fra una Natura e la sua Cultura, e la Natura e la Cultura dello Spirito della Vita. Per Natura intendo la vita comunque formata; per Cultura, intendo il pensiero comunque ideato; per Spirito, intendo la forza della vita comunque agita. Pensando allo Spirito come ad una potenza, la nostra esiste perché al principio esiste la Potenza. In quanto principio assoluto, la Potenza (o Spirito) è uno stato della forza assolutamente unitaria. Ciò che gli è Natura, Cultura e Forza, (Potenza o Spirito) quindi, è di inscindibile stato. Vano quando non vanesio, ogni tentativo di teologica e/o mistica conoscenza. A mio credere e comunque lo si nomini, il Principio della vita è ragione della speranza, non, della conoscenza. Per dire l’assoluta conoscenza della speranza nel Principio, basta e avanza l’Amen (il Così sia cattolico) e l’islamico Inshallah. Non conosco l’equivalente ebraico. Mea culpa. Secondo il pensiero tibetano, la Potenza si manifesta a fine viaggio come massima Luce. Come la vedremo, se, in quanto spiriti, non avremo occhi per la vista e neanche orecchio per l’udito? A mio pensare, la “vedremo”, come il sordo – cieco sa che c’è il sole perché, sentendone il calore, lo immaginano come la luce che i vedenti gli hanno descritto.

Paragonando i vedenti a credenti, i non vedenti che generalmente siamo (sia in questo Bardo todol che nell’ulteriore) “vedranno” quello che i credenti hanno detto circa la Luce, ma anche i credenti, nei confronti della Luce sono ciechi, perché, per quanto possano elevare l’immaginazione, altro non possono vedere se non ciò che pensano. Di quella Luce, quindi, al più, vedranno e insegneranno sprazzi di verità. Sempre che non siano, quegli sprazzi, una fanatizzata emissione delle loro verità.  Dicevo innanzi che lo stato della vita è composto da tre stati di vita. Si può dire, allora, che ad ogni stato della vita (sia in questo che nell’ulteriore) corrisponde il suo Bardo todol. Avremo così, il Bardo todol naturale, il culturale e lo spirituale. Dicevo anche che, vita, è corrispondenza di stati, non solo fra i propri, ma anche fra i propri e quelli propri a chi vive sia in questa realtà che nell’ulteriore. Nella fase naturale del Bardo (come nella fase culturale e spirituale di ambo gli stati della vita) il prevalere delle emozioni legate al corpo, (o alla mente, o allo spirito) ci dirà quale è (o sarà diventata o ci rifiuteremo di diventare) l’identità raggiunta. Lo stato dell’identità prevalentemente raggiunta, ci dirà in quale collocazione troveremo posto presso la Luce. Sarà prossimo tanto quanto diventeremo luce (chiarezza nella Verità) e non prossimo, tanto quanto lontani (quando non avversi) alla Luce. Parlo di prevalente identità e non di identità, perché, la vita, essendo corrispondenza di stati, non ha e non è uno stato fisso, se non come principio.

I principi dei Profeti

Per come la vedo, la differenza fra il concetto di Padre e di Allah sta nel fatto che uno è Signore (a dir di Cristo) e l’altro é Sovrano a dir di Maometto. Si può anche pensare che l’idea di Dio dei due tramiti sia nata dal bisogno personale (elevato poi al divino) di trovare un nuovo principio della vita che a loro mancava: un legittimo padre in Cristo, e un ordinatore sovrano in Maometto.

A me la vendetta? La Bibbia non me la racconta giusta!

Negli interventi scritti nella Bibbia, lo spirito che Mosè ha pensato divino ebbe a dire: a me la vendetta! Secondo me, divino se avesse detto: a me la giustizia! Avendosi dichiarato arbitro della vendetta, invece, mi fa pensare che sia (per quanto forte e potente) uno spirito Basso. Si è dimostrato spirito Basso, in primo perché ha agito la sua forza in basso, e non per ultimo, perché dimostra di aver pensato secondo la morale di quei tempi. Gli spiriti elevati, invece, agiscono la loro forza e la loro potenza in Alto, cioè, danno forza e potenza al bene, al vero, e al giusto della vita, non, a una una vita. Con altro dire, gli spiriti elevati operano nella vita (il Tutto dal Principio) non, in una vita. E’ certamente vero: anche lo spirito di Mosè (per quanto forte e potente) agiva in Basso, ma non per questo in modo basso: almeno per quanto conosciamo e/o il poco niente che conosco per inverificabile mezzo. Le corrispondenze di spirito fra la nostra vita e l’ulteriore è possibile in ragione delle reciproche affinità di spirito. Esemplificando, uno spirito dal valore e/o dallo stato 5 (e quindi, Basso) può corrispondere (indipendentemente dal modo) con uno spirito di analogo valore e/o stato.  Non è esclusa la corrispondenza di spirito anche fra spiriti di valore non analogo. E’ una corrispondenza, però, che non rispetta l’alleanza fra il Vero ed il Giusto che è dello stato divino della vita, ed è, quindi, una corrispondenza fra forze e potenze che si basa su l’errore culturale e spirituale che porta al dolore che, se espresso in piena coscienza, porta al Male. Lo stato della forza dello spirito sul Sinai è dimostrato dallo stato della sua rivelazione e per aver animato ciò che non era animato: il bastone in serpente. Lo stato della sua potenza, invece, è dimostrata dall’influsso di spirito (forza e potenza) nello spirito di Mose e su quanto ne è conseguito sino ai giorni nostri. Nessuno può affermare alcunché (men che meno io) sullo stato della corrispondenza di spirito fra quello di Mosè e quello apparso a Mosè, tuttavia, una qualche idea me la sono fatta cercando e trovando il principio del Bene, del Vero e del Giusto nei rispettivi bisogni. Se come affermo la corrispondenza fra spirito e spirito avviene per affinità di spirito, ne consegue che anche lo spirito che si è rivelato a Mosè ebbe un bisogno analogo a quello di Mosè. Fu un bisogno del Bene o un bisogno di bene? Penso alla seconda ipotesi. Quale, il bisogno in Mosè? Sempre secondo me, quello di poter dimostrare al suo seguito la maggior forza e la maggior potenza “divinamente” concessa. Quale, il bisogno dello spirito che si è rivelato a Mosè? Sempre secondo me, quello di poter dimostrare sia la sua forza che la sua potenza che lo Stato divino concede a tutti dando vita in pari grado. Non per niente sono detti beati. Non di certo perché poveri (dal punto di vista dei ricchi per una raggiunta (mantenuta, e perseguita) esaltazione del loro spirito, ma perché agiscono in ragione di quanto ricevuto. Giunto al punto della tenzone riprendo quanto sopra detto: “non è esclusa la corrispondenza di spirito anche fra spiriti di valore non analogo. E’ una corrispondenza, però, che non rispetta l’alleanza di vita fra il Vero ed il Giusto che portano al Bene, ed è, quindi, una corrispondenza fra forze e potenze che si basa su l’errore culturale e spirituale che può portare al Male tanto quanto è perseguito in piena coscienza.” Vi fu analogo stato di coscienza fra lo spirito di Mosè e quello apparso a Mosè? In ragione dello stato del reciproco essere, direi proprio di no. Necessariamente ne consegue che lo spirito apparso sul Sinai, oltre che uno spirito Basso, fu anche uno spirito che agì in modo basso Per modo basso intendo equivoco, subdolo e sinonimi vari. Me l’ha sempre fatto pensare il “nome” che diede a Mosè: io sono quello che sono. L’affermazione è vera sia per chi dice una verità, sia per chi nasconde una verità. Non so se Mosè si sia mai fatto domande su quel genere di equivoca presentazione. Vuoi per diretta come per indiretta esperienza, quello che so è che i soggetti da medianità (Mosè lo è stato) in quasi tutti i casi pensano secondo bisogni, o per altro dire, pensano secondo quanto fa loro comodo pensare: vuoi in buonafede (e sono i più) vuoi in malafede: e sono troppi. Per le circostanze in cui si trovò e per i suoi bisogni, anche Mosè cadde in quel tranello? La Storia ci dice di si.

 

Genesi

Lo stesore della Genesi racconta che Dio originò la madre di tutti i viventi (Eva) con il concorso di una costola del nato dalla terra: Adamo. Secondo me, Dio usò una parte della terra Adamo per creare la parte Eva, allo scopo di mostrare al Suo scrivano che al momento della Creazione è seguito quello dell’Evoluzione. Se non ammettiamo limiti alla Sua potenza, infatti, non vedo quale altro senso divino abbia avuto quell’osso. Al più, vedo il senso umano che ne ha tratto Adamo: il diritto di potere su Eva. L’evoluzionismo esclude l’intervento di Dio. Concordo con l’evoluzionismo quando non riconosce l’intervento personale di Dio. A mio vedere lo è solo nel fiat creante. Non sono d’accordo, invece, se dall’evoluzione esclude la perpetuante presenza della sua potenza. Il creazionismo e l’evoluzionismo, a mio vedere sono due aule della stessa scuola: la vita al primo atto, e la vita nei seguenti.

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Le opinioni espresse negli anni successivi sono meno ortodosse di queste. Non per questo ho cambiato “visione”.

Luglio 2006

In un momento di stanchezza

In un momento di stanchezza, comunicai al mio amico la mia intenzione di interrompere il rapporto. Mi obiettò: non puoi farlo. Non hai finito il tuo compito.  Comunque sia stato l’onere del compito (verso il suo spirito fine a se stesso o verso la Vita attraverso la nostra) so (spiritualmente e spiritisticamente) perché ho portato a termine quel compito, o so (quanto non avrei mai immaginato di sapere) perché quel compito sta ancora proseguendo? Se, come ti ho raccontato nello scritto precedente, uno spirito di male difende l’opera del mio spirito (i vari scritti) se ne dovrebbe trarre la conclusione che essi sono male. Fermo restando il fatto che nulla vuole se non la Vita (Spirito verso il quale mi riferisco per identificarmi) e che se atto difensivo vi fu, fu dunque permesso dalla Vita, cosa impedisce di pensare che sia stata una volontà di vita (cioè, di bene) anche infinitesima, a porre quello spirito a difesa della mia opera? Lo può impedire quello che, noi, sappiamo del bene e del male, ma, quello che noi sappiamo, dal momento che non la conosciamo sino dal Principio, cosa è, a fronte di quello che sa la Vita? Per quanto tanto, pressappoco niente. Una volta, quello spirito, (sempreché sia nel male è tutto da vedere in quale stato del Male) attraverso il medium mio amico mi si rivolse per scrittura medianica, dicendo: “Israele, aiuta il tuo popolo. ” Giacobbe fu nominato Israele da uno spirito. Io fui chiamato Israele da uno spirito. Giacobbe si alleò con la Vita. Prima di dirigermi verso la Vita, io sono stato alleato con una vita. Anche Giacobbe, prima dell’incontro con quello spirito fu alleato con della vita: quella del gruppo di cui era capo. Si può dire, allora, che sia Giacobbe che me (ognuno per il proprio stato e dato ad ognuno il proprio stato) siamo spiritualmente giunti ad allearsi con lo Spirito della Vita dopo essere stati alleati con della vita di questa. Se quello spirito ha difeso gli scritti, lo ha fatto perché possono aiutare il popolo, di cui, secondo lui, sarei Israele, ma, lo sarei di quello che sta nel bene o di quello che sta nel male, o sarei “Israele” del popolo che è Israele perché, nel bene e nel male, è alleato con la Vita? Elevando il pensiero verso il Principio, se un popolo è chiamato ” Israele” perché è alleato con la Vita, allora, sono “Israele” tutti i popoli che, con spirito dato lo Spirito, alleano la propria vita con la Vita? Prima di ogni nome, però, vi è la Vita dalla quale si originò ogni nome. In questo senso, tutti i popoli che in nome della vita si alleano con la Vita, indipendentemente dal nome, sono alleati con ciò che l’ha principiata: lo Spirito. Secondo queste considerazioni, chi mi chiedeva di aiutare quello spirito? La vita di un popolo (Israele) o quella del popolo della Vita: primo ed universale nome (Vita) di chi vive secondo il Suo nome?

Marzo 2007

Diciamo Satana

Diciamo Satana la forza della vita (lo spirito) massimamente contrario alla vita. Conveniamo che sia 100 quella misura del suo stato. Ora, conveniamo sulla nostra: diciamo che, in ragione dello stato di coscienza sul nostro stato di vita, sia 10. Naturalmente, può essere di più come di meno. In ragione di quanto il nostro spirito è separato dal suo bene, ne subiamo la corrispondente sofferenza; sofferenza che può recare un semplice mal di testa, come, nei casi più gravi, a molte forme di malattia. Non per ultimo è più grave caso, ai suicidi. Immaginiamo Satana, ora, in quei frangenti di dolore. Non può prendere un moment; non può andare da uno psichiatra; non può suicidarsi! Può solamente manifestare un astio contro la vita, che in fondo in fondo (ma non tanto) è un astio verso di sé! Per me, è da compatire. Ovviamente, la compassione che dovremmo dare ad ogni forma di vita quando è dolente, non giustifica nulla! E’ anche vero che può risultare spiritualmente dissidiante quando viene data con sentimento ipocrita. Come non sbagliare? Secondo me, vedendoci come dei supermercati. I supermercati offrono di tutto. Sta al bisognoso di spesa, prendere quello che gli necessita e quanto, ben sapendo, già dall’ingresso, che tutto ha un costo, non tanto perchè lo chiede la vita (il tutto dal Principio) quanto perché abbiamo deciso che a chiederlo sia la nostra: il tutto dal nostro principio.

Dicendo che la Trinità non è un mistero

Il Principio della vita, è la vita che ha attuato il Suo principio (la vita) e la vita ha attuato il proprio secondo stati di infiniti stati di vita. Come vedi già da qui, neanch’io sono tanto canonico! Il Principio della Vita è Natura perché è quello che è; è Cultura perché è quello che sa; è Spirito (forza della vita) che corrisponde dalla relazione fra ciò che è e sa. Cosa sia e cosa sappia, non ne ho la più pallida idea. La vita, è stato di infiniti stati della relazione di corrispondenza fra i suoi stati, appunto, Natura, Cultura, Spirito. Avendo tre stati, ed essendoci corrispondenza di vita e di immagine fra di quelli, la vita principiata dal Principio, è trinitario – unitaria. Essendo suprema, la vita del principio è la somma trinità dei suoi stati. Per questo, è anche detto: l’Uno. E adesso che ti ho spiegato il mistero della “santissima trinità” vado a farmi un giretto. Vuoi per non gonfiare la vita a te, vuoi per sgonfiare la testa a me.

Della Metempsicosi si può dire

Della Metempsicosi si può dire che è il viaggio di ritorno della vita che vuole capire nuovamente il suo stato, o dallo stesso punto di vista (ritorno allo stesso stato) o da un uno stato diverso dal precedente. La vita, però, è uno stato di infiniti stati di vita. Così, sia lo stato del ritorno che i punti di vista per i quali si ritorna per un ulteriore capire possono essere infiniti. Con l’affermazione non intendo porre dubbi sulla Metempsicosi, tutt’al più, cautela su ciò che afferma l’identità che ritorna (o l’identità che contiene quella che ritorna) appunto, perché la vita, nel bene come nel male, nel vero come nel falso, è infinite identità di spirito. Tutte dicono quello che sono ma noi non possiamo verificare nulla. Il dubbio, pertanto, è quanto meno doveroso.

Verso la fine dei tuoi e miei discorsi

Verso la fine dei tuoi e miei discorsi mi hai gestualmente comunicato che ti stavi allontanando dalle mie ipotesi. Probabilmente, perché sentirsi sotto lente, alla lunga stanca per più motivi. Così, ho deciso di scriverti delle possibili interpretazioni su quanto mi hai detto e mostrato. Lo faccio da titubante. La titubanza mi sta segnalando che sto superando dei limiti? Il punto però non é questo: il punto é quale: forza influisce sulla mia titubanza? Una forza del vero che vuole allontanare del falso, o una forza del falso che vuole allontanare del vero? Una mia insicurezza? Ammesse le ipotesi, sento che nessuna forza è maggiore dell’altra.  Le direi in bilico e quindi in stasi. Pertanto, non mi resta che confidare sulla mia. Andrò per punti. Naturalmente, le mie ipotesi sono solamente delle ipotesi, quindi sono solo stimolatrici di possibilità.

1) Per calo dell’interesse ti stavi allontanando da me (verso la fine dei discorsi) perché credi inspiegabili le tue manifestazioni, o perché (sotto – sotto) preferisci non razionalizzare dei misteri che se da un lato ti fanno paura, dall’altro di affascinano e, quindi, ti confermano come soggetto non comune?

2) A mio avviso non hai nulla da temere dalle manifestazioni che mi hai mostrato.

3) La vita é uno stato di infiniti stati di vita. Si attua per la corrispondenza di forza (spirito) fra tutti e in tutti i suoi stati.

4) Umane o ulteriori che siano, quelle relazioni avvengono fra spiriti affini. Vuoi come identità (se quelle luci lo sono ma non lo credo) vuoi come stati di spirito (forza, potenza, energia, e via similando) se lo sono come credo.

5) Stati di spirito affini o forze, potenze, energie, e via elencando, quindi, corrispondono con dei tuoi analoghi stati dalla paritaria forza: ne sia cosciente o meno chi ne attesta l’esistenza. Tu l’attesti, come un contadino, che trovandosi in mezzo al  campo) si ritrova investito dal passaggio di una schiera di cavallette. Mica l’ha voluto, ovviamente, ma siccome è in mezzo al capo (o in mezzo al cammin… direbbe Dante) volere o volare ne subisce le conseguenze.

6) Ora, tu sei il contadino (medium passivo nei casi che mi hai mostrato) che in mezzo al tuo campo (età + proprietà composta da vari generi di valori) si ritrova investito da elementari stati di vita che, chissà come mai, dici animali, e che io dico cavallette giusto perché in alcuni casi vedi in sciami quelle luci, e che come per le cavallette non sappiamo fermarle.

7) Ho notato che vicino a fonti di energie si ragguppano come falene attorno a una lampada. Ricordo il lampione in una foto. Perché vicino anche a te? Perché (vuoi come medium o vuoi come natura) tu sei un “lampione” che emette energia. Tutti ne emettiamo. Il che fa pensare che siano presso tutti anche se solo te le vedi: almeno a quanto ci risulta. Se vera l’ipotesi, ciò significa che siamo il loro cibo? Nulla esclude, però, che siano anche il nostro. Chiederci quanta e di che genere sia quel genere di realtà é assolutamente inutile.

8) Non sempre c’é n’è uno sciame attorno a te. Potrebbe dipendere dal fatto che tu sei un cibo per poche di loro, oppure, che non sei abbastanza cibo per tante, visto anche che il tuo minor momento potrebbe generare minor energia, e quindi, essere di minor cibo. Vicino alla luce del lampione invece, sono di maggior e costante presenza, appunto perché il calore del lampione (e/o la luce) è costante.

9) Perché volano ed hanno i cambi di rotta che hai notato? A mio avviso non volano. Se ne vanno, invece, fra fonte e fonte, come da un punto e un altro di un bosco se ne va una foglia mossa dal vento, non, perché ha capacità di volo. Al più, ma non volente, scivola nell’aria che la porta, e che al caso, gli fa anche fare quei repentini cambi di rotta. Analoga cosa succede anche alle manifestazioni che subisci. potrebbe esserci anche un’altra ipotesi. Si spostano in ragione di una potenza attrattiva derivata da una forza gravitazionale. “Volano” quindi, perché agite da quella forza. Dove é maggiore si dirigono. Dove diventa minore perché attratte da una maggior forza si allontanano da una e si avvicinano all’altra. Non credo di dirti nulla di nuovo. Usano quel “motore” anche nei voli spaziali.

10) Dicevo che si corrisponde solo fra spiriti affini. In effetti noi non sappiamo quale sia il nostro vero stato di spirito, quindi, neanche sappiamo con chi effettivamente corrispondiamo: vuoi per natura, vuoi per cultura, vuoi per vitalità e/o vita. Lo sappiamo solo perché agiamo secondo convenzioni.

11) Se vera l’ipotesi, come mai quelle energie di vita sì, ma non di compiuta identità possono rivelarsi a te? Direi perché a tua volta sei una frammentata massa di energia. Ciò che frammenta la tua massa ti é noto. Vista la tua frammentazione (andando a naso l’ho detta scissione) e vista la corrispondenza con un oltre che ne é conseguita. potrebbero essere quelle energie, dei frammenti di un corpo? E se invece fossero delle “cellule” del maggior corpo che è la vita oltre noi come invisibili dentro noi perché cellule delle cellule?

12) Da quello che mi hai detto quelle cellule ti spaventano perché si avvicinano a te, non perché entrano dentro te. Caso sia, la tua paura é motivata dall’ignoranza sul caso, non dal caso. Sto pensando che se avessero voluto farti un qualsiasi male l’avrebbero già fatto, ergo, non vedrei motivi di ulteriore paura. Vedo paura, piuttosto, nel pensarle concausa della tua odierna situazione fisica, ma solo se dopo le loro manifestazioni presso di te ti ritrovassi  variamente indebolito. Ma anche lì ci sono pro e contro. Ti ci potresti trovare (indebolito) anche perché le incognite sul caso sono inevitabilmente stressanti, e anche perché non tutte le cure (ammesso che loro lo siano) danno immediata energia.

13)  Come venir fuori da quell’inconoscibile impiccio? Tempo prima di mancarmi l’Amato mi chiese: quando mangio, mentre curo il mio bene, non curo anche il mio male? Prendendo esempio dai girasoli gli ho risposto: dipende da dove ti volgi. Se verso il bene curi il bene, se verso il male curi il male. Applicando a te la risposta, venirne fuori dipende da dove ti volgi: verso la tua realtà, o verso l’irrealtà? Risposta terza esiste solamente come ondivaga scelta da medium meravigliato dal caso, ma anche da medium sottomesso al caso.

Nalla vita del Tutto

fiori

Gli spiriti sono vita che è stata su questo piano della vita. In ragione della corrispondenza fra stati in tutti e fra tutti gli stati, ci sono spiriti prossimi o non prossimi allo Spirito: potenza al principio e dello stesso Principio. Ci sono spiriti elevati tanto quanto Gli sono prossimi. Perché contrari e/o non pienamente coscienti del Principio, ci sono spiriti bassi tanto quanto non Gli sono prossimi. La potenza dei prossimi o non prossimi allo Spirito corrisponde allo stato del loro stato di vita. Dove non comunichiamo per mezzo di parole si può comunicare per mezzo di emozioni, vuoi fra vivente e vivente, vuoi, per inverificabili motivi, fra il nostro spirito e lo spirito di uno spirito. Ciò è maggiormente possibile, tanto quanto una coscienza è aperta al Tutto che è la vita: corrispondenza di stati fra il bene e il Bene, fra il vero e il Vero, fra il giusto e il Giusto. Tanto quanto una vita è avversa a quei principi, e tanto quanto (nel Tutto che è la vita) il suo spirito comunicherà avverse emozioni, pertanto, di spiriti dolenti se sono nell’errore che porta al dolore; di spiriti falsi se nel falso verso il vero e il Vero; di spiriti ingiusti se verso lo spirito e lo Spirito sono ingiusti. Vita, però, è stato di infiniti stati di vita, così, anche le emozioni a favore come le contrarie. Cosa ci dice, allora, da quale spirito sono influite le nostre azioni? Lo capiamo, dalla forza prevalente che agisce le nostre. E’ una forza solamente nostra? Per come la vedo, no. La corrispondenza di stati che origina la vita non ammette separazione fra luogo e luogo, ed è, quindi, un Tutto che influisce il tutto che è ogni vivenza. Solo il nostro stato di coscienza sul Tutto ci separa dal Tutto ma questo non ci separa dalla Vita. Ammessa o non ammessa che sia l’ipotesi, degli influssi sul nostro spirito non possiamo escludere  alcuna provenienza.

Shemà Israel

Secondo stati di infiniti stati, vita, è Spirito Determinante e Spirito Accogliente. In quanto forza determinante a livello culturale, e penetrante a livello naturale, per principio è maschile. Per opposti ma speculari principi è femminile. “Così in Basso, così in Alto.”

Sul Sinai, Mosè ha accolto la manifestazione di uno Spirito (sia di Dio o no non è l’oggetto di questo discorso) all’inizio dubitando (mi pare) ma in seguito (anche per le particolari manifestazioni di quella forza) cedendo la sua ragione a quella Ragione. La remissione di una ragione a un altra, è il principio base dell’Accoglienza che nella Donna forma la femminilità e il carattere della sua forza. Si può pensare, allora, che lo spirito del Mosè si fece (culturalmente e spiritualmente parlando) Ancella di quello Spirito. Con il Mosè, si fece Ancella anche l’Israele che accolse lo Spirito che il Mosè aveva accolto. Per quella a_razionale e totale remissione della singola e collettiva fede, quello Spirito li disse Eletti. Si può dire che è stato, storicamente e spiritualmente così, sino all’Olocausto. Cosa è successo dopo la strage di quel popolo? A mio sentire, è successo che ha detto basta al ruolo del sacrificante Isacco che nel tempo era forzosamente diventato. Umanamente parlando con tutte le ragioni, tuttavia, con delle conseguenze spirituali, forse non considerate. Ammesse e non per questo concesse le mie ipotesi, da parte di Israele vi è ancora l’originale corrispondenza di spirito (la vitalità particolare) con lo Spirito: la vita universale? A mio sapere (so perché sento, non, perché conosco) direi che quella alleanza cessa, tanto quanto non si accoglie lo spirito di quel Principio con la principiante remissività spirituale. Si può dire, pertanto, che L’Israele di ora non è più eletta Ancella, tanto quanto si fa l’eletto maschio che (sia nel particolare che nell’universale) pone alla vita (e di conseguenza al suo Spirito) delle egocentriche condizioni. Nulla come il dolore e il conseguente lutto possono mutare così tanto un’Identità; lo possono sino a far deragliare un animo dalla sua strada. Quella percorsa da un popolo Isacco disposto per fede ad accogliere il sacrificio della vita, o quella del popolo Isacco, che dimostra (sia al particolare mondo che all’universale) così tanta fede nello Spirito della vita da fermare la mano che gli tiene il coltello alla gola? Non so: oltre non “vedo”.

La personalità dei profeti

del vecchio testamento e quella del nuovo

Il Padre della vita sino dal principio è il principio di ogni idea di padre; essendo principio, oltre che eterno, è immutabile. L’idea del Padre detta nel Vecchio Testamento è diversa dall’idea che è detta nel Nuovo.  Al punto: o ammettiamo che il Padre possa mutare degli stati del suo stato ( ma essendo principio, non è che non lo possa sapere è che non lo può volere se non comunicando due idee di se e, dunque, comunicare due principi ) oppure, o non è possibile l’idea del Vecchio Testamento, o non è possibile l’idea del Nuovo, oppure, sia l’idea del Vecchio che del Nuovo sono delle idee di chi ne volle dire l’idea.

Se il Padre, essendo il principio di ogni idea di Padre, non può avere un vecchio o un nuovo comportamento di vita da chi venne una condanna che non può essere giusta ( e, dunque, neanche vera ) dal momento che ogni condanna non può non recare del dolore naturale e, data la corrispondenza di vita fra gli stati, anche suscitare (nel condannato) delle risposte di male naturale, culturale e spirituale oltre che verso se anche verso altro da se? Nella ricerca della risposta questa domanda, mi limiterò a ricordarti che la misura dello stato della pace che si sente in una data esperienza è la misura dello stato della verità che vi è in quell’esperienza. Comunque sia e, comunque ognuno senta di poter rispondere, chi vive la vita secondo il Principio dell’amore ( comunione di stati fra tutti gli stati della vita ) non può condannare, tutt’al più non può non accettare che si condanni da se chi sbaglia. Se secondo il principio dell’Amore che principia ogni principio in amare è impossibile che sia stato il Padre a condannare i Primevi in quanto il farlo avrebbe recato delle involontarie risposte di dolore e di male, non può non derivare che secondo l’idea che ebbero del Padre, o è stato lo Spirito della vita degli stesori a pronunciarla oppure è stato lo Spirito di una vita che influì sulla loro. Quale altro Spirito poté influire sul loro? Ad esclusione del divino ( del quale, appunto, escludo la volontà di condanna perché recando del dolore non può non recare la possibilità di risposte di male ) direi che non può non essere stato che lo Spirito di una vita ( umana o sovrumana che sia stata ) che non poteva non avere del male in se. Quale male?

Secondo il suo stato di bene e di male e per stati di infiniti stati di corrispondenza fra i suoi stati, direi anche il solo stato di Somiglianza: aldilà dello stato della separazione, identità, necessariamente diversa dal Principio. La vita della Natura, certamente, è direttamente influita dallo Spirito divino, ma, per non sottomettere l’arbitrio della vita influita, lo Spirito divino non comunica la sua Cultura, cioè, quello che sa sugli stati della sua forza. Se lo facesse, la vita non agirebbe secondo il proprio se ma secondo quello del Principio, ma, allora, sarebbe sottomessa per principio e non, al caso, corrispondente per la sua volontà. Da ciò ne consegue che, la dove vi è la voce di uno Spirito che condiziona con la propria Cultura, tanto quanto condiziona di se e tanto quanto il suo stato di vita non può non essere che lontano da quello del principio culturale dello Spirito: dare forza alla vita, non, comunicargli la sua conoscenza. Se ogni Spirito influente ha diversa identità dallo Spirito del Principio, e se lo Spirito del Principio non può influire se non condizionando ( e, dunque sottomettendo alla sua Cultura la vita influita da ciò ne consegue che la stesura della Bibbia non è direttamente ispirata dallo Spirito divino. Il Padre della vita è principio del bene per quanto è vero alla giustizia del suo Spirito. Per quanto non si possa sapere ciò che è vero alla Sua giustizia, comunque, lo stato del Bene ( che non può non dare lo stare bene ) è riferimento di verità. Lo è perché il bene non può che corrispondere con il vero ed il vero non può non corrispondere che con il giusto. Come noi verifichiamo lo stato di spirito di una persona in ragione delle emozioni che ci comunica, così, in quanto origine del bene, lo stare bene naturalmente, culturalmente e spiritualmente presso il Padre ( Principio di ogni principio di vita ) non può non verificare l’identità del Suo. Al punto, sapendo che l’identità del principio del Padre non può che essere il bene, se in ogni fatto e/o atto del quale lo si dice autore non si sta bene, tanto quanto non si sta bene non può essere Sua l’origine di quell’opera. Succede che ognuno di noi abbia il proprio senso del bene e dello stare bene. Da ciò, ognuno di noi potrebbe avere il nostro senso anche dell’identità del Padre di ogni bene. Quale, allora, la vera perché universale identità? Direi che l’universale misura per sentirla è data dallo stato di pace dei principi che si collocano presso il Principio che li ha originati. Se la conoscenza dell’identità del Padre della vita è data dallo stato di pace ( cessazione di ogni dissidio per sopraggiunta verità ) direi, allora, che tanto più siamo in pace con il Padre di ogni principio e tanto più lo conosciamo perché lo sentiamo. Non solo: tanto più lo stato di pace permette la conoscenza del Padre e tanto più siamo influiti dalla Sua vita.

Immagine e Somiglianza

Per il principio dell’uguaglianza che è dato dalla corrispondenza fra un’immagine e ciò che gli somiglia, la vita a somiglianza del Principio non può non avere gli stessi stati.

Natura

triangolo

Cultura                                               Spirito

Se stessi gli stati, non per questo stessi i rispettivi stati: assoluti quelli del Principio, e relativi al proprio stato quelli della vita originata, sino dal principio,  dal Principio.

Paradiso e Inferno

Come luogo della beatitudine, tutte le religioni hanno il proprio Paradiso.  Il Paradiso è il luogo del Padre: principio della vita perché principio del bene detto da ciò che è giusto al vero. Antitetico al Principio del bene vi è il male: dolore naturale e spirituale da errore culturale.

Secondo stati di infiniti stati di dolore, il male è separazione dal paradiso naturale ( luogo del Principio del bene ) se colpisce il corpo; dal paradiso culturale ( luogo del Principio del vero ) se il dolore colpisce la verità; dal paradiso spirituale ( luogo del Principio della forza della vita ) se il dolore colpisce lo Spirito. Tanto quanto è perseguito, il dolore è cacciata dal Paradiso del Padre quando diventa principio di Spirito ( di forza ) della vita che si oppone al suo Principio: la vita. Dato ad ognuno il proprio stato e secondo stati di infiniti stati di vita, tanto quanto una vita si oppone al bene proprio, all’altrui e a quello del Principio e tanto quanto essa è inferno: stato del male avverso la vita e del Male avverso quella del Principio. Il Paradiso è il luogo del Padre: principio della vita perché principio del bene detto da ciò che è giusto al vero. Antitetico al Principio del bene vi è il male: dolore naturale e spirituale da errore culturale. Secondo stati di infiniti stati di dolore, il male è separazione dal paradiso naturale ( luogo del Principio del bene ) se colpisce il corpo; dal paradiso culturale ( luogo del Principio del vero ) se il dolore colpisce la verità; dal paradiso spirituale ( luogo del Principio della forza della vita ) se il dolore colpisce lo Spirito. Tanto quanto è perseguito, il dolore è cacciata dal Paradiso del Padre quando diventa principio di Spirito ( di forza ) della vita che si oppone al suo Principio: la vita. Dato ad ognuno il proprio stato e secondo stati di infiniti stati di vita, tanto quanto una vita si oppone al bene proprio, all’altrui e a quello del Principio e tanto quanto essa è inferno: stato del male avverso la vita e del Male avverso quella del Principio.

 

Esorcista è la ragione!

Mio caro, non sono in grado di sapere cosa e/o quanto conosci sugli argomenti che avendo tempo e comodo ti invito a leggere, così, per non trascurare qualcosa mi vedo costretto ad agire come se ti conducessi per mano. In tutti i miei scritti non offro risposte: offro domande. Le risposte, ognuno deve trovarle da sé. Tieni presente che mi esprimo in modo metaforico, carsico, e che sto andando a ruota libera. Nell’immediato ti risulterà disorientante. Ciao, Vitaliano.

Ogni culturale superamento della forza naturalmente raggiunta implica delle necessità di lotta, sia quando la si impone su di sé, sia quando la si impone su altro/i da sé. Da quanto mi risulta l’hai attuata (in ragione di motivazioni consce o no, e/o con te stesso, e/o, al caso, contro te stesso)

servendoti di ciò che favorisce lo sviluppo del corpo;

servendoti del pensiero che ti ha portato a farti fotografare con l’animale feroce;

servendoti del non poco sfidante genere di lavoro.

Il bisogno di maggioranti sfide che permettono il raggiungimento di una maggiorata meta, implica che alla base vi sia una considerazione di sé, in dissidio fra reale (ciò che prevalentemente è una persona) e ideale: ciò che in prevalenza aspira ad essere. Nasce il bisogno di farsi attivi guerrieri quando vi sono e/o si avvertono delle forze ostili. Ve ne sono di consce, e/o di inconsce; di soggettive e/o di oggettive; reali e/o immaginate e/o solo temute, ecc, ecc. Così per i fronti: vuoi interni, vuoi esterni il guerriero. I fronti che dipendono da realtà esterne (società micro e/o macro) sono “facili” da appurare. Non così per i fronti interni. Nell’interno del guerriero, è fronte prevalente il timore di riconoscersi come un qualsiasi (dal punto di vista dell’amor proprio e/o della vanità) e, sotto l’aspetto della virilità, un non potente dal punto di vista dell’amor proprio e/o della vanità. “Qualsiasi” e “Non potente” sono definizioni assolute. In questo, se da un lato possono essere giuste, dall’altro possono essere anche non giuste, perché vita, è stato di infiniti stati, e quindi, definibile solo per convenzione.

Ci sono lotte casuali (e casuali lottatori) e lotte, che i tatuaggi fanno intendere orlate e/o ornate (in presenza di orgoglio e/o vanità propria e/o tribale) come pure tramate e/o con trame in presenza di volontà di potere proprio e/o tribale. Diventa guerriero con trame e/o tramato, chi è parte di una lotta pianificata da fini di conquista: vuoi per il raggiungimento e/o superamento di sé, vuoi per il raggiungimento e/o il superamento di fini collettivi. Il timore alla vista dei guerrieri trova origine nella paura del più forte. Può anche essere, però, che sia perché ogni spirito guerriero, ha, nonostante la forza del suo spirito, un destino segnato. Ora, è stata la loro immagine di spiriti guerrieri, ciò che ha mosso la tua paura, o è stata l’immagine di un destino segnato da lotte? Di chi? Tue e/o di altri a te prossimi o no? Dalla vista dei “morti”, o dalla vista della “morte”? Nel guerriero, il sacrificio della vita (totale e/o parziale) è intrinseco destino di chi si offre come capro sull’ara di più elevati intenti. Nei tuoi più reconditi pensieri ci può essere e/o c’è stata anche in te un’analoga disposizione verso l’animo capro? Ipotesi sia, su quale ara avresti pensato di far salire a maggior cieli la tua vitalità, e per chi, il sacrificio del capro? Per l’insieme delle supposizioni si può pensare che quelle presenze potrebbero essere lo specchio di quello che (coscientemente o no) è il tuo spirito: un pianificato guerriero tribale (secondo i fini detti) provato, su vari fronti (interni come esterni, famigliari e/o sociali) da destini di lotta.

E’ lutto, il senso dell’abbandono che proviamo quando sentiamo calare la forza del nostro spirito. A quella prova non sfugge nessuno. Non sfuggì neanche chi ebbe a dire: “Padre, Padre, perché mi hai abbandonato?” Il senso dell’abbandono provoca stati di prostrazione: “atto di chi si prostra per manifestare sottomissione.” Sottomissione nei confronti di chi e/o cosa? Dell’umano destino, o di spiritica volontà? Quando non è violentemente imposta, la sottomissione è possibile se vi è accettazione. L’accettazione è permessa se vi è volontà accogliente. Ora, nei casi di spiritismo passivo (nei sensi di non voluto e/o cercato) quanto la nostra identità può dirsi sovrana? Direi, tanto quanto il nostro spirito non è condizionato da altro spirito. Cosa conferma che il nostro spirito non è suddito di altro spirito? Lo conferma l’assenza di ogni manifestazione spiritica e/o medianica, o, se vi sono state, la cessazione. Dove vi è continuità medianica, non può non esservi che il proseguo della sottomissione nella Natura, per accettazione di altra Cultura, data l’accoglienza (nel nostro spirito) della maggior forza di un altro spirito. Dove, fra spirito sottomettente e forza sottomessa (cosciente o no, volente o no che sia) vi è conflitto fra volontà, vi è un guadagno di forza dello spirito che l’impone, (spirito umano o no che sia) è un’usura di forza di chi (spirito umano o no che sia) la subisce. Può essere, un’usura così motivata, l’origine della debolezza che senti? L’inspiegabile aumento della tua muscolatura può essere un “dono” ausiliare della forza spiritica che usa la tua come tramite della sua volontà di vita? L’ipotesi non è da escludere. Guaio è, purtroppo, che se da un lato quel dono ti regge lo spirito, dall’altro regge il proseguo della sottomissione e della conseguente usura. Ipotesi sia, lo possiamo dire dono gratuito, l’aumento della muscolatura? Direi proprio di no se ti è concesso da uno spirito parassita. Può considerarsi gratuito, invece, se ti viene donato da uno spirito che, pur influendo con il tuo spirito, non condiziona la tua vita perché in alcun modo manifesta la sua.

Siamo in grado di verificare chi sia il soggetto e/o i soggetti donanti per scopi di dominio, o chi sia chi non pratica quell’intento? Il male (così come l’errore) sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Ne consegue che il male può essere maggiore dove maggiore la rivelazione. Ad affermazione data, ne consegue che non siamo in grado di capirlo, quindi, per quale fiducia accettiamo caramelle da sconosciuti? E per quale fiducia le “perline”; notorio tramite d’induzione a sottomissione? E’ un grossissimo errore credere che le possibilità medianiche siano doni dello Spirito. Lo Spirito, essendo un assoluto, non può dare che un dono assoluto, ed essendo assolta forza della vita, quella da in assoluto. Ogni altra “mela” è dono degli spiriti che diciamo “bassi” e/o “alti” secondo le idee che in molti modi ci comunicano tramite le molte forme della medianità: “bassa” e/o alta”, tanto quanto reputiamo basse e/o elevate le manifestazioni della medianità. Come lo Spirito concede un solo dono (la vita) così concede un solo carisma: la coscienza delle sua esistenza. La corrispondenza fra spiriti ulteriori e il nostro, avviene in ragione dell’affinità di spirito. Per quanto ben intenzionato e diretto verso il bene, il vero, e il giusto, nel nostro spirito, comunque ci sono delle zone dove alberga l’errore quando non il male. Ne consegue impossibile, quindi, che noi si sia in corrispondenza di forza con spiriti senza le stesse zone. Lo spirito umano che ignora questo è quanto meno incauto quando non sciocco; e se per gli incauti e/o sciocchi, comunque vale la candela, con quella, prima o poi si scotteranno. La medianità, infatti, è una prova (della vita) che prova la vita che ci prova, in ambo gli stati in corrispondenza. Vero è, che tutti siamo vie che portano a capire la vita. Per quanto mi riguarda, quindi, ad ognuno la sua strada. Tanto più, perchè nessuno usufruirà dei guadagni spirituali di altri, come nessuno pagherà le perdite spirituali di altri.

Ammessa la premessa, la materia che si anima per la forza dello spirito animante, assume il corpo dato dalla forza della sua vitalità. Per l’insieme di qualità e quantità, la forza immessa nel corpo (i contenuti) forma l’immagine del corpo ottenuto. Poiché non vi è qualità e quantità di forza come un’altra, nessun corpo contenitore risulta come un altro. Alla fine della nostra esistenza fisica, la nostra forza (il nostro spirito) torna allo Spirito. Con altro dire, la vita particolare torna all’universale. Al ritorno, si pone prossimo o non prossimo allo Spirito, in ragione dello stato del suo spirito. Se 5, ad esempio, nello Spirito si collocherà fra gli stati di analogo valore: così per infiniti stati ed esempi. Sia in questo stato della vita che nell’ulteriore, l’immagine di quello che uno spirito sente della sua forza, forma e conforma l’identità spiritica maggiormente raggiunta. Poiché vita, è stato di infiniti stati che si originano dalla corrispondenza fra tutti i suoi stati, la trinitaria unione in un unico stato non è possibile a nessun spirito. Solo il Principio di ogni principio della vita è l’assoluta unità della sua trinità. Fra lo spirito 4 che in questa vita tua nonna poteva essere, e il 5 che si ritrova ad essere (magari il tre) comunque vi sono stati di infiniti stati di spirito. Così, ciò che di tua nonna appare è una commistione di forza fra ciò che prevalentemente era e ciò che di prevalenza è. Se tu la vedi eguale, ciò significa che anche il suo spirito è rimasto eguale. Gli spiriti che ci appaiono eguali a ciò che erano, provengono dal limbo spirituale di chi (nolente e/o volente, cosciente o meno) sosta lo sviluppo del suo stato. Non per questo gli spiriti in quel limbo sono contrari ai principi della vita: il bene, il vero, il giusto. Lo diventano, però, tanto quanto si fanno tramiti, nel nostro stato di vita, di proprie necessità, comunque motivate.

Se le conferme delle necessità giungono a fissare un arbitrio, i soggetti in corrispondenza lo fissano (nondimeno si fissano) in mediun fra questa e quella realtà. Da questo loro e nostro stare fra mondi si originano le nostre possibilità medianiche. Ci liberiamo dalla dipendenza da spiritismo, tornando a corrispondere con la vita, solo per mezzo del nostro spirito. Per quanto offerto dalla medianità, il nostro spirito può essere portato a sentire una sorta di immiserimento della sua forza. Quanto sia erroneo crederlo, lo seppe bene chi ha detto e/o scritto “Beati i poveri di spirito”. Solamente chi si ritrova gravato da forze non proprie, (come futilmente fortificato in diversi casi) può giungere a quella constatazione. Se ti riconosci (in molti modi, stati, e/o casi) dipendente da quei doni, è per tua volontà o per volontà indotta? L’amore, è comunione. Una comunione fra spiriti di limitata coscienza da limitata conoscenza, quanto può dirsi amore? E in quell’amore, quanto può essere escluso l’errore? Se un amore fissa e fa fissare in medium una vita (vuoi umana come non umana) quanto e perché è doveroso accettarlo? O è amore il porre necessaria separazione perché è necessario che il cammino di ogni spirito possa proseguire per propria coscienza, data la propria conoscenza? Le intrusione degli spiriti sono possibili, quando l’unità dell’identità è scissa dal suo bene, dal suo vero, dal suo giusto. Tanto quanto le preghiere e/o i riti (anche i non religiosi) riescono a ricomporre un sé schizofrenico (non necessariamente in senso psichiatrico) e tanto quanto fermano le forze estranee alla data identità. Dove un’identita’ non è conformata e confermata, è possibile che nella forza di spirito nello spirito influito avvenga della regressione, tanto quanto uno spirito interferente non contribuisce a stabilizzare nel nostro spirito, i principi che permettono ad un dato sé di ritrovare sé stesso.

Gliele racconto come mi ricordo

Durante il riposo, guardando in avanti ad occhi chiusi vedevo un tondo in oro con all’interno dell’azzurro: pulsava. Ai bordi di quello che vedevo, mi pareva ci fossero delle presenze. Non ne ero certo ma ”sapevo” che c’erano. Ero fortemente attratto da quella visione. Mi capitò di arrabbiarmi perché, non rivelandosi con chiarezza, mi escludeva la possibilità di sapere. Il fatto che mi arrabbiai mi fece capire che non ero pronto ad accogliere solamente ciò che mi veniva dato di vedere e, dunque, sapere. Non dubito che si possa anche interpretare quella manifestazione come una qualche disfunzione oculistica ma, perché era preceduta da una debolezza e perché (la visione durava, forse 10/15 minuti) quando mi alzavo dal divano ero riposato come neanche dopo otto ore di sonno?

Qualche volta ancora, sempre ad occhi chiusi, mi capita di vedere delle ”nuvolette” bianche (qualche volta azzurre) che passano sulla mia vista come se fossero un cielo. Una volta, mi resi conto dopo, che ero nel dormiveglia, mi sembrò di avere il faro di una macchina puntato sugli occhi: sul destro più che sul sinistro. Pensai di essere capitato in mezzo ad una strada. Quella luce e l’inspiegabilità del fatto mi sorprese così tanto che mi svegliai di soprassalto. Mi capitò di vedere, all’interno della fronte come se fosse uno schermo, dei volti imperturbabili: in bianco e nero, trasparenti, bellissimi. Qualche volta, invece, i visi avevano tratti più ” umani ” ma non per questo piacevoli a vedersi come gli altri: mi lasciarono dentro della paura.

Non mi ricordo se in sogno o all’interno della fronte vidi un gruppo di figure: giovani. Le vidi dal torso in su. Fui colpito dal fatto che avevano le orecchie a punta come quelle del dottor Spok. In alcun modo avrei potuto saperlo ma sentivo che il giovane davanti a tutti era il mio amico. Avevano tutte un arco con frecce e da quelle mi sentii colpito. Naturalmente, scappai! Mi rincorsero vociando. Cercai di togliermi le frecce ma non le vedevo. Neanche le frecciate si vedono eppure pungono sino a fare male. Mi svegliai. Si era un sogno. Nelle visioni mentali le apparizioni non si muovono.

In una visione mentale vidi il mio amico (da una certa distanza) dentro la cassa: era scomposto. In effetti, non si era fermato tranquillo. Anche senza quella visione, sapevo già che il sonno l’aveva vinto ma non convinto. L’immagine era a colori: bellissimi.

Una sola volta, sempre all’interno della fronte, vidi il viso di Cristo. L’immagine era in bianco e nero: quella classica dei santini. Provai paura. Non perché l’immagine facesse paura, ma perché mi sentii come un poveraccio che, senza sapere come, si sia ritrovato nel bellissimo e ricchissimo appartamento di un altro anziché a casa sua. Siccome c’è la mania di dirsi ”Signore, non sono degno” (come se si potesse veramente sapere chi lo è o no o se lo siamo o meno agli occhi della vita) mi ritrassi dalla visione. Che deficiente! Era così bella. Mi sorrideva. Nonostante mi ponessi in aspettativa, non mi riapparve.

Una notte di marzo, seduto sulle panchine della stazione stavo pensando a me, ai miei scritti, a cosa farne, come e perché farli conoscere, se è quanto era giusto farlo, ecc. Sopra i tetti delle case di fronte ad un certo punto ci fu una traccia luminosa, brevissima. Una stella cadente di marzo? Pensai di più, ad uno di quei barattoli che mandiamo su e che ogni tanto vengono giù. Ma perché in coincidenza con i miei pensieri? Solamente caso? Comunque sia, da quel ”caso” trassi questa lezione: più si penetra velocemente nella vita e più ci si consuma velocemente. Morale della storia: se la mia opera non si afferma ”velocemente” è perché la Vita mi difende, non perché mi limita.

Una volta sognai che stavo scaricando dei tubi da un camion. Non so dire se fu perché caddi o perché scesi, tanto il cambio immagine fu repentino, ma mi ritrovai seduto in quello che mi parve un mucchio di neve. Davanti a me un palazzo bellissimo. Occupava tutto il mio orizzonte visivo. Sembrava di ghiaccio o di cristallo. Non c’era nessuno (solo silenzio) eppure sentivo, che c’era della vita oltre le sue finestre, o che era lui ad essere vivo. Lo guardavo ma nel contempo sentivo che, o mi si guardava o che era lui che mi guardava. Non so perché ma ero diviso tra la voglia di stare sempre li (o perlomeno di avere più tempo per stare li) e la fretta di tornare perché sentivo che non c’era tempo (o che non era il tempo) per fermarmi in quel posto.

Alla mia sinistra, come da dietro un muretto, vidi uscire Cesira, mia madre. Era vestita di nero. Non sembrava contenta. Mi sembrò che mi guardasse severamente, oppure che guardasse, intimorita, o me, o qualcosa o in me o vicino a me che io non vedevo. L’inevitabile paragone fra il Palazzo e questo ”condominio” certamente non mi allietò la giornata.

Ritrovare il ”mio” spirito (la persona che ho amato) a me esaltò la vita: con la sua, infatti, se n’era pressoché andata anche la mia. Ma più che esaltazione spirituale o spiritica di tipo medianico, molto più semplicemente fu la gioia (in certi momenti anche felicità) di chi ritrova l’amore che credeva perso. Non le so descrivere il calore che qualche volta sentivo nel petto, la dove si era collocato secondo quanto mi disse attraverso una trance del medium. Fu una felicità che non durò molto. Lentamente (non mi sembrava possibile!) e sempre più perplesso cominciai a capire che si serviva del mio essere, non per stare presso il mio, ma per avermi al suo servizio: così, come mi invitava a farlo quand’era in vita, cominciai a ” scendere dal figaro “.

Non mi era mai successo prima della mia esperienza nello spiritismo, ma, da qualche tempo, ponendo le mani, si risolvono o si alleviano dei dolori. Dopo, però, (non sempre ma in genere se il contatto è con una donna) capita che mi ritrovo caricato di emozioni negative e/o indebolito. Perché? Perché è mia l’energia che do? Perché sono tramite di una energia (di uno spirito) sufficiente sì a togliere il dolore ma non a guarire? Ciò significa che sono tramite di una energia debole? Una che vorrebbe ma non può? Può essere che, comunicando energia divento il ponte attraverso il quale lo stato del dolente, passando attraverso me, altera il mio? A fine di bene sono anche disponibile a caricarmi delle tensioni altrui, ma, mi sono chiesto, e se (nel mio come in altri forse più probanti casi) il vero fine della forza della vita di origine spiritica non fosse quello di fare del bene fine a se stesso, ma di usare il bene allo scopo di ampliare le fede negli spiriti e, conseguentemente, deviare la fede nella vita, dallo Spirito della vita (il terzo stato dell’Immagine) agli spiriti a quella somigliante?

 

A quella di Fo aggiungo la mia

Dal Vangelo Armeno, Fo cita una storia con morale.

Una giovane sposa gioca col Cristo bambino. Per via di una sorta di fattura quella donna ha perso l’uso della parola. Ecco che, per caso, il Bambino la bacia sulla bocca. Nulla di sessuale. Nulla di erotico. I Bambini lo fanno. E’ capitato anche a me, che tutto sono fuorché una giovane sposa. O quanto meno, giovane! All’istante la ragazza riacquista la voce, e subito torna, correndo, al banchetto nuziale da dove s’era allontanata. Si getta fra le braccia dello sposo, gridando: mi è tornata la voce! Ora, finalmente posso dire che ti amo! Sino a qui, potrebbe anche sembrare un solito raccontino alla Liala, invece, riflettiamo su queste immagini della vita: sposa, sposo, banchetto nuziale, bacio, bocca, parola.

La Parola è l’emozione della vita che dice sé stessa

E che dice, l’emozione di quella sposa? Ci dice, che la bocca (via dell’alimento naturale che conforta il culturale) permette il bacio (comunione – introiezione del “cibo” esistenziale posto in comune) che conferma l’alleanza d’amore (corrispondenza di vita in tutti e fra tutti gli stati della vita) fra i due contraenti. Ma, a quei tempi, una donna poteva dire ti amo al suo sposo? Se lo poteva, il Cristo ha solamente dato voce. Se non lo poteva, dando voce anche alla donna, il Cristo ha parificato due voci. Con altre parole, ha messo i due caratteri della vita (il maschile ed il femminile) sullo stesso piano di vita.

Normalità

asteriscoNormale, è chi segue l’insieme di regole redatte sia a favore del cittadino che della società. Nella data società, non a tutte le persone è di adatto portamento l’abito sociale precostituito. Al che, ad alcuni risultano lunghe le maniche e ad altri corti i pantaloni. Così, vuoi per correggere la giacca, vuoi per correggere i pantaloni, ognuno si rifà l’abito secondo sé. L’alterno modello non sempre è approvato dal sarto sociale: lo Stato. Basta la non approvazione del Sarto per rendere anomali quei modelli? Basta, se lo Stato si dice che Parigi (la riuscita dei suoi intenti di potere) val bene una messa, cioè, il dolore che procura facendo indossare a tutti lo stesso abito? Ognuno di noi è via della vita. Infiniti gli stati della vita e quindi, infinite le vie ma nessun Stato sopravvivrebbe se non ponesse l’infinito dentro il suo finito. E’ normale? Se non è funebre la messa che vale Parigi, si.

Giugno 2008

Metempsicosi in breve

Della Metempsicosi si può dire che è il viaggio di ritorno della vita che vuole capire nuovamente il suo stato, o dallo stesso punto di vista, (ritorno allo stesso stato), o da un altro punto di vista: ritorno in uno stato diverso dal precedente. La vita, però, è uno stato di infiniti stati di vita. Così, sia lo stato del ritorno che i punti di vista per i quali si ritorna per un ulteriore capire possono essere infiniti. Con l’affermazione non intendo porre dubbi sulla Metempsicosi, tutt’al più, cautela su ciò che afferma l’identità che ritorna, (o l’identità che contiene quella che ritorna), appunto, perché la vita, nel bene come nel male, nel vero come nel falso, è infinite identità di spirito. Tutte dicono quello che sono ma noi non possiamo verificare nulla. Il dubbio, pertanto è quanto meno doveroso.