Cronache dalla stazione

Mi siedo su una panchina antistante la stazione. Sono le 23. Si alza un grosso vociare nordafricano. Vedo il gruppo. Uno di loro si stacca dalla compagnia e tarlocca con una donna. Quella risponde per le rime. L’insieme della figura di quella donna, la voce sgraziata, e chi frequenta, mi fa pensare che sia una tossicodipendente. Arriva una pattuglia della polizia. Si dirige verso i vocianti. Pensate che siano scesi dalla macchina per accertare identità e situazioni? Sbagliato! Alzano i fari. Fanno retromarcia. Se ne vanno. Il vociare li segue. Per quello che conosco della piazza e dei nordafricani, è un vociare derisorio. Non vi è dubbio, che un sessantaquattrenne in bicicletta, con la camicia tutta aperta, ed in ciabatte, alla stessa pattuglia, una decina di minuti prima, deve esser sembrato molto più pericoloso! Tanto è vero, che sono scesi dalla macchina. Tutti e due. Già mi è andata bene che non hanno tirato fuori la pistola. Mi è successo anche quello. Ero in un parcheggio, dove, come disperati, girano di quelli che “grazie a Dio è sabato: si mette a bagno il biscotto! Ci vado perché mi capita di spigolare. Il capo pattuglia mi domanda cosa ci faccio lì. A prendere il fresco, aggiunge. Non mi guarda in viso. Nessuna ironia nella voce. Gli dico quello che a questo punto è giusto dirgli: niente! Trovo legittimo la richiesta dei documenti, e mio dovere darglieli. Legittima anche la sgradita ironia? O la devo digerire perché il signore porta la divisa! Mi dicono che posso andare e me ne vado. Fa niente. Ci tornerò. Ora, io cittadino, dovrei stimare gente del genere e collaborare?! Ma neanche per idea! Considerino già molto, e gratuito, che celi il mio disprezzo! Cosa che in genere non fanno gli stranieri quando vedono che le pattuglie se ne vanno in patetiche ritirate che più di una volta mi è capitato di vedere! Si, raramente la divisa tira fuori l’uomo. Quando lo tira fuori vuol dire che c’era già prima d’indossarla! Raro che lo possa mostrare. Neanche fosse diventata fuori ordinanza.

Luglio 2008

 

Trascinati come foglie

Cortese signore: trascinati come foglie nelle tempeste raccontate dalle cronache, è tutto fuorché facile trovare i bandoli delle matasse, pure, ci dobbiamo provare; ci dobbiamo provare, anche non rifiutandoci di percorrere delle alterne strade. Non è il mio già scritto futuro che si preoccupa per i fatti detti dalle cronache; si preoccupa per quelli che sono da scrivere, per quelli che non lo sanno scrivere; per quelli che pensano bella, la copia che stanno scrivendo. Ognuno di noi, signor Direttore, è via della propria vita. Nessuno di noi, però, abita sulla cima dei monti, quindi, la via personale non può non corrispondere con quella sociale. Lungi da me l’idea di pretendere della santità al mio prossimo. Al più, una decente media. Nel corrispondere con la via sociale, vi sono di quelli che viaggiano al centro, o per infinite posizioni del passo, ai lati della strada: qualche volta, anche agli estremi margini. Nei viaggi al limite dei confini della strada sociale (e non di meno personale) vi è di che maggiormente cadere nell’errore. Pure, ogni viaggio, è di per sé legittimo, quindi, nessun viaggio dovrebbe essere fermato, quando non interrotto. Il che vuol dire, che ogni viaggio è un legittimato fai da te? No. Il che vuol dire, che lo Stato – pastore deve guidare i suoi cittadini, non, sovrapponendo cultura a cultura, ma facendo emergere dalla coscienza della cultura personale, la coscienza della cultura sociale. Quale, lo strumento idoneo, se ogni cultura esterna alla persona può essere considerata una educativa forzatura? A mio avviso, lo può essere la riscoperta del dolore: sia esso subito che procurato. Nessun genere di pensiero, infatti, può esser considerato giusto, la dove origina del dolore. Ed è nella presenza del dolore, che io pongo la ricerca del vero. L’assenza del senso del dolore, è assenza di ogni limite al piacere che è nel vivere per il piacere. L’assenza di ogni limite al piacere che è nel vivere per il piacere, esalta la mente che non vede fermata in alcun modo la sua forza; esaltazione che noi ben vediamo negli stadi; nell’incosciente uso della personale vita (droghe ed altre sfide, delitti, follia, violenza stupida e/o gratuita, ecc.) Non c’è parola o norma, che barrieri quell’esaltazione; è l’esaltazione di chi sa, ma che, interiormente, non sente (e/o rifiuta di sentire) quello che sa. Chi non sente quello che sa, conosce la vita a metà; è la condizione, di chi sa l’amore, ma non ha mai amato; e la condizione, di chi sa il dolore ma non l’ha mai sofferto. Chi conosce la vita a metà, è un crescente a metà. Un crescente a metà, rischia di essere inoltrato alla vita, come siamo usi inoltrare, i barboncini: sì di razza, ma costituzionalmente più deboli dei meticci.

Novembre 2007

 

Masticavo una brioche

mentre andavo girando i pensieri

Per andare al lavoro passo davanti la chiesa di s. Zeno. Specialmente nei festivi, sul marciapiede della strada che porta alla piazza della chiesa si siede una zingara. Saluta. Ricambio il saluto. Non do mai nulla. Se mi dicesse: portami una spesa lo farei. Mi costerebbe, certamente molto di più di un 50 cent di superiorità, ma, molto di più il piacere. Molto di più, il senso dell’uguaglianza fra poveri, al di là del fatto che in quel dato momento uno dei due possa maggiormente.

Odio far la carità! Mi umilia. Davanti l’ingresso laterale della chiesa, staziona un altro povero. Sui quaranta. Solido, di struttura. Prima di quello c’era la donna che si è trasferita nella strada dove passo. Ancora prima di quello, c’era un giovane mutilato: romeno, mi è parso. Per qualche giorno c’è stata anche un’altra donna: sparita. Strano. Non che si trovino in tutti i cantoni, i posti in cui la mercificazione della povertà può rendere non poco. Comunque sia, quello c’è e ci rimane. Non mi piace quella figura. E’ una forza che sento non provata da fatica da lavoro, o da disgrazia. Mettendomi al posto delle anziane e degli anziani che vanno a messa, la sento intimidente. Non che faccia qualcosa per spaventare, ma, sappiamo che può far spaventare anche un semplice modo di posizionarsi sia con il corpo che nel dato luogo.

Ho il terrore dei cavalli. Lo domino, ma è più forte di me. Sulla sponda dell’Adige, nella zona che chiamano Lazzaretto, ogni tanto passa qualche cavaliere. Un pomeriggio, ne viene uno verso di me. Cacchio! L’argine che in quel posto permetteva il passaggio non era largo più di un tre metri. Da una parte e dall’altra le rive erano era ripide. Troppo per una ritirata strategica, così, a piede più o meno fermo, aspetto l’inevitabile sorpasso del cavallo. Il cavaliere non era un problema. Neanche il piacere di una tentazione, devo ammettere.

Mano a mano che il cavallo s’avvicina, mi irrigidisco. Non posso farne a meno. Mica posso fare una crisi isterica! Ad un due passi da me, il cavallo rallenta, tituba. Quasi si ferma. Dal centro del passaggio si scosta sino alla ripida alla sua destra. Mi guarda, rovescia quasi l’occhio, (come a dire, se ti muovi ti fulmino, ma lungi da me l’idea di provarci) nitrisce, si scrolla. Ripreso dalle redini del cavaliere, passa: mi sa che abbiamo sospirato tutti e due! Non saprei dirvi se quel cavallo ha sentito la mia paura o come, tuttavia, penso che l’abbia sentito (il mio irrigidimento) come una possibile forma d’aggressione. Me lo fa pensare, il suo momentaneo fermarsi, il suo scostarsi da me per passare, lo scrollo ed il nitrito. Allora, se un cavallo è in grado di sentire lo stato d’animo di una forza non espressa, a maggior motivo, direi, lo può una persona.

Tornando a quel povero, se fossi il parroco gli avrei chiesto di non mettersi proprio su quello stretto passaggio. Il fatto che sia quasi a ridosso di chi passa, in qualche modo è costrittivo perché riduce gli spazi del libero movimento del passo. Quella riduzione dello spazio e del movimento del passante, a mio sentire, diventa anche una riduzione dello spazio del movimento della volontà di quel dato passante, cioè, da caritatevole per libera volontà, può diventare condizionante sino ad una mentale costrizione. Fisime? Può darsi.

Un paio di giorni fa, seduti al tavolino della birreria all’angolo della piazza dove usualmente passo, c’erano tre giovani. Due ragazze ed un ragazzo. Tutti sui venti, direi. Ci guardiamo. Il ragazzo ed io. Mi guardano, le ragazze. Sono Sinti. Nei tempi del c’era una volta non esisteva la prostituzione (maschile e/o femminile che sia) presso i Sinti. O se esisteva, non con estranei a quel gruppo, o se con estranei a quel gruppo, non come mestiere.

A suo tempo ho avuto non pochi amanti Sinti, ed il soldo, era ultima e non necessaria cosa. Più dal soldo, erano sedotti dalla personalità del seduttore: volente o nolente che sia. Cercavano un’ospitalità, più del cuore che della casa. Cercavano forme d’affetto, amorevolezza. Non sono una figura così smaccata di Finocchio, ma certamente sono smaccatamente diverso dagli anziani standard. Però, per quel gruppo tribale (ma anche per il nostro, devo dire!) ogni diverso da usuali schemi è necessariamente un Finocchio. Per quei tre ragazzi, allora, altro non è passato che un diverso Finocchio. Tanto più, perché hanno notato che ho guardato il ragazzo più che le ragazze! E’ il nostro difetto e’ fabbrica, ebbe a dire l’amante napoletano di una mia mia… amica ai suoi amici.

Comunque sia, vaglielo a dire che stavo pensando al lavoro e non al sesso! Comunque sia, un giovane uomo sinto, che si sente non colto da un altro uomo ne trae la conclusione che non è piaciuto. Il che non sarà importante, tuttavia, li scoccia un po’. Conclusioni, certamente non scientifiche, le mie, pure, proprio stamattina (guarda caso) c’è stata una riprova, Lungo il mio percorso c’era un ragazzo più giovane. Mi saluta. Lo saluto. Proseguo. Lo avrei detto dai 16 ai 18 anni, ma, avrebbe potuto averne anche 14. E’ fortissimo, in loro, il divario fra età  somatica ed età anagrafica. Il fatto che debbano affrontare la vita (la loro e la nostra) ancora in età infantile (ammesso, e ne dubito, che abbiano avuto il possesso di quell’età) li rende, anche fisicamente precoci, oltre che esperenzialmente. Non per tale fatto sono uomini, ma per tale fatto li dico miraggi uomo. Sbagliano, gli assetati di sesso e/o d’affetto, e/o d’amore (?)  che non sanno (e/o rimuovono) che i miraggi d’uomo, (o di donna) appaiono come veri dove il percorso sessuale di un’età maggiore è deserto.

Marzo 2008

La democrazia

 è la coesione sociale, dici?

Non mi dispiace, quest’affermazione, pure, mi lascia perplesso. Abbiamo visto che la democrazia attuata, in effetti è volontà di una maggioranza su di una minoranza. Ne consegue, che la democrazia è veramente tale se la minoranza accetta di essere socialmente coesa con la maggioranza. Diversamente, la democrazia che attuiamo, la si potrebbe anche dire una democratica dittatura. Non diventa assoluta, ovviamente, sino a quando la libertà d’opinione ed il conseguente agire politico non viene privato della possibilità d’esprimersi; e ciò, appunto, avviene in regime di libertà. Libertà, è il “contenitore” (vedilo come forma di una disciplinata morale individuale e sociale) che contiene (anche nel senso che limita) l’azione individuale e l’azione sociale: ambedue, infatti, devono avere corrispondenti fini. Tutto molto bello ma anche molto ideale. Scendendo dal fico, allora, direi che il concetto di libertà è come la Donna: mobile. Cosa ferma la mobilità della libertà nell’essere? Direi quello che ferma, presso l’uomo, la mobilità della Donna, (come l’opposto) cioè, una corrispondenza di fini supportati da comuni progetti, regole, e sentimenti di vita.

Maggio 2008

Ci può essere chi è distruttivo

per il mero “porsi al centro dell’attenzione”

Ma ci può essere chi è autodistruttivo perché non vuole che gli prestiamo attenzione. Ti faccio un esempio. Pensa di avere un difetto fisico, o di avere un qualcosa che tu reputi tale. Tu non vuoi che gli altri lo capiscono, così, te ne vai in giro agitando una mano alzata. Certamente ti diranno che sei pazza, tuttavia, quella follia, da te ricostruita, ti schermerà (anche se questo può portarti a morire) dall’osservazione sul difetto che non vuoi far vedere.  Il mondo ci predica la necessità di essere noi stessi, ma se non gli piace quello che sei, finisci col subire infiniti stati e/o condizioni di ostracismo. Ed ora, metti una goccia di ostracismo, poi un’altra, poi un altra ancora. Per anni, così! Non mi meraviglia, quelli che si autodistruggono perché rientrano nell’esempio. Mi meraviglia che non l’abbiano fatto prima e/o in modo più veloce. Sai cosa m’ha salvato dal suicidio da ostracismo? M’ha salvato la nota speranza contenuta nel detto “domani è un altro giorno.” Sperano in un altro giorno, i giovani? Facciamo quanto basta perché abbiano a pensare che domani è un altro giorno? Dovremmo fare in modo che gli sia leggera la vita, affinché non si abbia ad augurare che sia leggera la terra ai caduti sotto le croci che poniamo sulle loro spalle.

Giugno 2008

Occhio al fumo!

Sui gradini della chiesa adiacente alla basilica di s.Zeno (s. Rocco, mi pare) un ragazzo ed una ragazza, fumavano un cannone che non finiva più! Eravamo verso le 18. Il ragazzo dice qualcosa alla ragazza tirando un po’ la bocca. La ragazza risponde tirando un po’ l’orecchio. Da anni sono perseguitato dai messaggi trasversali di chi incuriosisco, non necessariamente per disprezzare e/o denigrare, devo dire. Fatto sta, che la ragazza mi grida: figo!! Il proverbio insegna che dove c’è fumo c’è anche dell”arrosto. Con questo voglio dire, che forse non sarà  stata tutta d’oro quell’affermazione, tuttavia, direi che un forse di giallo luccichio ci può essere stato, quindi, sorrido, accenno con la mano un che di noncurante, e forse, da stronzo, alla ragazza replico: occhio al fumo, invece! Perché mi capita sempre di allontanare le affermazioni a mio riguardo? Una pessimistica valutazione di me stesso? Può essere, ma può anche essere, che le rifiuto per una chiara visione di me stesso. Non da oggi sostengo che se mi danno dell’imbecille ci trovo più ragioni di quando mi dicono intelligente. E questo, è certamente vero per quanto riguarda la verità  che conosco di me, tuttavia, potrebbe essere certamente falso per quanto conosco della verità . Se consideriamo infatti, che per la gran parte della nostra vita siamo formati dal mondo più che dal nostro, è chiaro che la conoscenza della nostra verità, è ben poca parte, rispetto alla verità  del mondo che ci è stato culla, casa, viaggio, ecc, ecc. Si può dire, quindi, che i parametri di giudizio, vuoi pro, vuoi contro, non sono altro che del diverso fumo.

Luglio 2008

L’acqua veniva giù che non vi dico!

Non mi resta che aspettare. Giunge un giovane. Lo intuisco del Marocco. Dopo me lo conferma. Ci guardiamo. Ci sentiamo. Magari, ci fosse nelle parole, la stessa sincerità che c’è negli sguardi non filtrati da tante figate! Gli offro una sigaretta e gli chiedo il favore di accendere la mia. Non ha accendino. Fatalità avevo l’accendino scarico. Uno di quegli accidenti di plastica non trasparente, che non si vede quando è pieno o quando è vuoto! Accidenti!! L’astinenza da fumo è leggera ma c’è. Stessa leggere astinenza anche da sesso, così, non avevo più di tanta fretta di accertare se aveva di che accendermi anche lì! Piccolino. Un viso bellissimo. Di tratti affascinanti, perché l’aspetto maschile dei suoi lineamenti, era continuamente sovrapposto da aspetti femminili (la delicatezza dello sguardo da cerbiatto, il taglio delle labbra, la forma triangolare del volto) in ragione di mobilissime emozioni. E’ di Casablanca. Con Rabat, Marachesc (chissà come si scrive) Agadir, Tangeri, mi dice, le più occidentali città del Marocco. Le altre, sono tutte terrone, mi dice. E’ vestito bene anche se estivamente. E’ pulito. E “nostro”? Anche se non sa ancora parlar bene l’italiano, non ha le gutturalità della lingua araba. Tantomeno l’arroganza che è in certi toni ed atteggiamenti dei terroni marocchini. Quelli che, sempre a suo dire, sono le personalità peggiori, non solo perché border line qui, ma anche perché border line in Marocco. Il ragazzo sarebbe tentato dalla mia seduzione, e non mi rifiuta la sua, ma non sa decidere sulla scelta: paglia o fieno? Finisco con il lasciarlo alla sua fame, ma questo è successo in fine, ora, voglio farvi tornare alla reciproca voglia di fumare. Passano tre giovani italiani. Venivano dall’Arena, molto probabilmente. Il ragazzo chiede l’accendino. Lo chiede molto cortesemente. Ne riceve sorrisi di circostanza e tentennamenti di testa. Va bè! Passa una coppia. Un lui ed una lei sui quaranta. Lo chiede anche a loro. Ne riceve dei tentennamenti di testa e occhiate infastidite. Neanche avesse chiesto la carità! Va bè! Passa un giovane marocchino. E’ indubbiamente terrone. Il ragazzo chiede l’accendino, ed il terrone, sorridendo con simpatia, glielo dà! C’è una morale, da questa storia? Certo che c’è. Il guaio è, che non riusciamo a coglierla.

Luglio 2008

Da l’Arena di oggi.

“L’Amministrazione comunale, attraverso la Polizia municipale, ha chiesto l’allontanamento dal paese di alcune decine di persone. Si tratta per lo più di cittadini comunitari di appartenenza Rom: sono sempre le stesse persone, fermate più volte dalle Forze dell’ordine, professioniste dell’accattonaggio e che vivono di espedienti, per nulla intenzionate ad integrarsi nella nostra comunità. Poiché costituiscono, per loro scelta, un problema per la comunità, abbiamo chiesto ufficialmente al Prefetto che vengano presi nei loro confronti provvedimenti di allontanamento dal territorio come previsto dalla Direttiva europea n. 39 del 2004.”

Lo ha comunicato il sindaco Flavio Tosi, al termine del Comitato Provinciale sulla Sicurezza, svoltosi questa mattina in Prefettura. Come tutti quelli che operano nei centri di Volontariato, conosco bene la cultura Rom, anche se, in verità, quella dell’accattonaggio e dell’espediente più di quella tribale. Per la Cultura che sostengo di sapere, so per certo che i Rom allontanati da una parte o dall’altra se la caveranno comunque. Lo fanno da centinaia di anni: come lo sappiamo. Quello che mi domando, invece, è come c’è la stiamo cavando noi, che in questo mare stiamo filtrando le scorie più apparenti mentre per i filtri sociali stanno passando le più inquinanti ed eterogenee schifezze. Il futuro ci dirà se è stata fatta cosa buona e giusta. Intanto, i mie auguri al futuro di chi se ne dovrà andare e il mio augurio al futuro di chi resta.

Normali timori

Più dei delinquenti ho sempre temuto i comuni. Il delinquente può anche toglierti la vita, ma i normali possono togliere brandelli di vivere, sia per tutta la loro vita, che per quella dello sbranato da una voglia di carne che pretendono di agire usando verità e giustizia come denti.

Stragi di baùchi nelle tane delle volpi

Esco. C’è un cielo che pare un celeste veneziano. Sulla panchina davanti la chiesa di s. Zeno sta seduto un srilanka. Sono le tre, quindi, non ha lavoro: ci indovino. Mi sorride. A chi lo fa? Al Finocchio? All’uomo? Ad una speranza che porta la mia faccia? Sorrideva a quest’ultima. Ha quarant’anni. Li porta sulla pancia e attorno i fianchi. Per venire qui ha lasciato la moglie e due figli. Non sa l’italiano. Mi dice di capirlo. Accerto che non ha ben chiara la differenza fra il non capire ed il poco sapere. Ha patente di guida per bus. O la converte o non gli serve a niente. Glielo dico. Mi aiuti, mi dice. Torna a casa, gli dico. Naturalmente non può! Per venire qui s’è mangiato 12 mila euro, o meglio, glieli ha mangiati chi gli ha detto ci_ci_ari_ari vieni qui che c’è il bengodi!!! Nulla di nuovo. Il linguaggio della miseria e di certa miseria è transnazionale. L’istinto di sopravvivenza dei baùchi suggerirebbe l’uccisione di tutte le volpi, ma, come si fa, quando si capisce che non c’è baùco che non provi a far la volpe, e non c’è volpe che non gli capiti l’occasione di poter fare il baùco? La povertà bisognerebbe uccidere! Succederà? Quando la volpe che è di noi, sbranerà l’ignoranza del baùco che è in noi, si, ma le volpi non hanno fretta e i baùchi si credono volpi. Su l’ordine del giorno, così, non c’è scritto ancora nulla.

Ira funesta

Cosa accende l’ira funesta dei pallidi Achille di oggi? Pensieri senza confini.

Mentre tornavo a casa con l’intento di rispondere alla domanda, alla mente mi è tornata l’affermazione detta da una presenza durante una seduta medianica: gli antichi erano più saggi. Avendo l’ira come soggetto del discorso, ad antica ira sono tornato, trovandola come tutti sappiamo nell’Iliade (avevo scritto Eneide! Per fortuna c’è la Wiki!) dove si racconta il dissidio fra Agamennone e Achille. Per quanto intendo sostenere, riservo a Briseide la funzione di strumento del fato. Agamennone: sovrano, quindi principio di ogni principio, quindi, padre di ogni cosa, legge, o forza che si principia dalla sua volontà. Di Achille, invece, possiamo dire che, sovranità a parte, è immagine a somiglianza di Agamennone in quanto, degli attributi di potere del sovrano, ne possiede solo la valenza soggettiva, quindi, suddita rispetto a quella di Agamennone che è di ordine sociale. Nel pieno possesso dei suoi diritti di sovrano, Agamennone si prende Briseide. Non mi sta per niente bene, dice l’Achille, e ti combina il casino che sappiamo. Lo fece per mera gelosia? No, direi proprio di no. Lo fece invece, perché non accettò di essere (sia agli occhi di Agamennone, che a quelli di Briside, che ai suoi) il defenestrato sovrano dei suoi principi e di quanto ne deriva. Pare che Achille fosse guerriero sufficiente ad uccidere Agamennone. Non lo fece perché regicidio; non tanto dell’uomo, ma del ben più importante titolo che ha investito l’uomo: la sovranità. Ad attentare la sovranità dell’uomo, si può dire che iniziò Santippe battibeccando con Socrate. Con Santippe e Socrate, allora, di può dire che iniziò l’era della sovranità dalla ragione variabile, nel senso di ora di uno/a, ora dell’altro/a fra gli aderenti al contratto matrimoniale. Il che, in genere, succede anche fra i Socrate e le Santippe di oggi con passabile percentuale di riuscite visto che la strage generale fra coniugi non è ancora successa. Al più, vi è strage di sentimenti, di stima, di motivazioni, ecc, ecc. Vista la paritaria sovranità nel regno casalingo – legale del re e della regina, perché, il re sovrano giunge ad uccidere la sua sovrana? A domanda mi rispondo: perché la sovrana, sempre a mio vedere, si riappropria della sovranità di sé, e rifiutandosi di rimetterla in comune, opera un colpo di stato (nei caso di assolutismo da parte del maschio) o un colpo (più o meno basso) allo stato dell’uomo nel caso in cui il maschio sia tendenzialmente dialettico con la controparte. A proposito di colpi allo stato, i matrimoni sono pieni di ecchimosi. A proposito di colpi di stato, il matrimonio sta diventando un pre cimitero. Il guaio è, che l’era della sovranità della ragione variabile, è cintata dalla formula: sino a che morte non vi separi. La formula poteva ben reggersi quando la religione ed il principato possedevano l’animo del cittadino_pecorella pressoché totalmente. Che lo vogliano o no, che lo dimostrino o no, non è più così. Ora, anche il principato e la religione sono parte del giro: di fatto quando non de iure. La rigidità della formula è dovuta alla mancanza di chiare e legittimate valvole di sfogo. Non è che non esistono; è che per goderle bisogna uscire dal seminato matrimoniale e/o sociale. A chi non lo fa, scoppia la mente come scoppia la pentola a pressione quando ha la valvola bloccata.

Possibile, c’è di che chiedersi, che con le costosissime possibilità di separazione previste dal principato e mugugnando accettate dalla religione, il sovrano debba arrivare all’estrema difesa della sua condizione di principe e di principio di vita uccidendo la donna? Si, direi che è possibile perche’, se esistono degli Ulisse, (conta balle ma gravitante con la vita e nella vita nella donna) anche vi sono degli Achille: maschi forti, ma con l’ego nei muscoli, e nel cervello, questa elementare algebra: quello che sono è perché tu sei, quindi, non posso accettare che tu non ci sia, perché dovrei accettare che io non sono. Si, va bè, ma, il cuore, Vitaliano, dove lo metti il cuore? Ho scritto ancora diverso tempo fa, della preoccupazione che mi colpiva ogni volta vedevo amanti in età da terza media! A questi amanti, chi insegna che il piacere sessuale non dura sino a che morte li separi. Non dura neanche nei grandi amanti, quelli cioè, che, dallo scantinato dove sta la passione, sono riusciti a farla salire ai piani della casa dove abita l’amore! L’idea che possa succedere a tredici anni è semplicemente ridicola. Ora, se questi amanti da terza media consumano precocemente il piacere, che gli resterà a venti, trenta, quaranta e via enumerando? Gli resterà, o una nullificazione del piacere, oppure, la ricerca di un rinnovato piacere nella rinnovante ricerca di altri e/o altre partner. Non_ci_si_scappa! Nella ricerca nei termini appena detta, e attuata per consunzione del piacere, quanto, i collegati nella ricerca si considereranno persone, o cose, visto che una persona amante può dirsi tale se ambedue le parti vi collocano della fiducia se non proprio della fede) nel genere di rapporto che stanno erigendo? Se questo non cè, ambedue gli amanti non possono non diventare una sorta di oggetti a reciproca disposizione, e quindi, cose. Ci si può domandare, allora, l’uomo che uccide, cosa cassa dal regno delle sue ragioni? Una regina? Una femmina? Una donna? Una cosa? L’insieme delle cose? Visto l’aumento degli omicidi, sono propenso a credere che il maschio offeso nella sua regalità uccida, benché considerata sua, una cosa. Nessun maschio e uomo ucciderebbe la Persona sua, così come Achille non uccise Agamennone perché re suo.

 

Sul preservativo diciamola tutta!

Facciamo l’amore con i più vari soggetti ma non con il preservativo. Che sia, perché una volta indossato dice la sua su ciò che dimostra l’anima che lo regge, o su ciò che dimostra il momento, anche etico, che dovrebbe proteggere? Il rifiuto di indossarlo, allora, riguarda la struttura portatrice quando è valutata un problema di dimensioni e/o forma infelicemente presentabili, o riguarda anche il rifiuto di prendere atto dei dissidi culturali (e/o morali) che il preservativo evoca sulle nostre intenzioni? In queste ed in altre ipotesi, quindi, lo rifiutiamo perché toglie piacere, o perché al piacere aggiunge un non richiesto sapere?

 Luglio 2006

Per arrivare a Israele

le vie della vita sono passate per Venezia

Un autore italiano racconta di essere andato in un monastero di Venezia. Assieme al priore visitò la cucina del convento. Con loro entrò un grosso gatto. In mezzo alle due finestre della cucina c’era il camino. Il fumo non usciva completamente dalla canna: qualcosa l’ostruiva. Il Priore prese un badile e con il manico tentò di liberarla. Cadde una grossa pantegana. Il gatto gli fu addosso. I due animali si presero per la gola. La loro forza era paritaria. Separarli era impossibile, così, Il Priore prese i due animali con il badile e li gettò nell’acqua del sottostante canale. L’antifona si dice da sé.

Non cito l’Autore perché non ricordo chi è, e non cito il titolo dell’opera perché non ricordo neanche quello!

Maschi di paglia

Nel condominio dove lavoro rifanno le facciate. Montano un’impalcatura che è una cattedrale. Fra gli operai italiani, degli arabi: + o – sulla trentina. In linea di massima, sono spontanei gli arabi. Spontaneità che perdono, mano a mano si italianizzano. Che peccato! L’ho constatato anche oggi. Dall’impalcatura, uno di loro m’ha salutato accennando un movimento di braccio. Dico accennando perché é stato fermato da un commento del collega. Analoga cosa è successa con un altro. Il giorno prima m’ha salutato guardandomi, mentre il giorno dopo, salutato non guardandomi. Di cos’hanno paura?! Ai Finocchi mancano i sorrisi, non gli amanti!

Ottobre 2007

“Gli uomini dovrebbero prendersi le proprie responsabilità…

… anziché fare i vigliacchi e poi puntare il dito contro gli dei dell’Olimpo.”

Sono assolutamente d’accordo!!! Potrei anche convenire, o perlomeno convivere anche con altre tue idee del post – commento, ma come faccio a prenderle in mano, se me le hai lordate con delle gratuite offese, (non tanto al Cristo che lo credo ben al di là dei nostri discorsi), ma a quelli che a loro modo ci credono, e a me, che a mio modo, ci credo anche se con qualche riserva! Suvvia! Le considerazioni che offendono l’altrui sensibilità, non sono discorsi, sono sputacchi dell’impotente in ragioni, ed è, comunque, una vigliaccheria! Un attimo di quel che si può dire, cazzo!

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ps. Salutami la vecchia mestierante incinta, che, dopo 16 ore e mezza di tradotta da Falconara, al nostro urlante arrivo, ci ha fatto le corna. La Donna che al Vomero mi ha offerto la capponata, o peperonata che sia stato. La scuola di S. Giorgio a Cremano. Gli abitanti di S. Giovanni a Teduccio. Le scarpinate sul Vesuvio con le batterie delle radio regolarmente scariche. L’amico Filippo, che al suo ritorno da Torino si è visto rubare la macchina e sequestrare parte dello stipendio, non si sa bene a favore di chi. Salutami le stelle, le stelle del tuo cielo! Salutami Napoli.

Ma la vita, gira…

I “ragazzi di vita” non ci sono più, perché sono diventati uomini, (quelli del suo tempo), o perché cerchiamo di ritrovare, un’immagine di vita trapassata. Spogliati del fascino e della forza della giovinezza, non li capiva più. Non erano più quelli che aveva conosciuto, ed al caso amato, sia pure idealizzati dalla sua forma d’amare. L’aveva ammesso anche lui, ma non ricordo in quale scritto. Personalità come il Pasolini, sono come delle sonde che si immergono nella terra del loro campo, (il loro periodo personale e storico), ne ricavano le debite carote, le analizzano, le descrivono, ma, la vita, come la terra, gira.

La speranza è una “voce” dello spirito

La preghiera è anelito ad..”A”. Anche la speranza è anelito, ad…”A”. Possiamo dire, quindi, che la preghiera e la speranza sono voci sorelle, nonostante sia diversa la matrice di vita: l’una religiosa, l’altra atea. Il PabloZ, commenta: voci sorelle, e l’armonia richiede soprani e bassi… i soprani: chi prega, perché vanno più in alto, i bassi: chi spera, vicini alla terra. Il PabloZ ne riderà, ma ho trovato la sua visione, angelica! Tuttavia, mi girava per la testa come una domanda inespressa. Mi sono risposto così: dove sta scritto, che una voce atea, non può avere speranza soprana?

Il Profeta e l’eredità di Fatima

Tutto è dato dal Clemente e dal Misericordioso, quindi, sia l’atto felice, che il non felice. Atto non felice agli occhi del Profeta, fu il decesso dei suoi figli maschi. Atto felice presso il Profeta, fu la presenza di Fatima. Se tutto è dato dal Clemente e dal Misericordioso perché l’Islam degli inizi non confermò Fatima come secondo Messaggero?

Mi domando: per quale grazia?

Ci sono di quelli, che non volendosela raccontare, si appropriano della vita degli altri, e quella raccontano come propria. Non dubito sul loro riuscirci. Solo mi domando: quando si guardano allo specchio, per quale grazia, riescono a non darsi dei miserabili?

Nei festivi di molti anni fa

Nei festivi di molti anni fa (oddio! mi pare tutto di molti anni fa!) ho lavorato come cameriere in casa di certi conti di Verona. In un lato della sala bigliardo, posta nel seminterrato, c’erano appesi dei proclami dell’Impero d’Austria. In questi, l’elenco di oppositori italiani, definiti sovversivi e banditi, da mettere alla forca, o quanto meno in galera. Meglio o peggio non si può dire, tuttavia, senza di questi “banditi”, non saremmo Italia, non saremmo italiani. E, questo, credo valga anche per i “banditi” iracheni, che non vogliono imperi d’austrie, in casa loro! Mentre si recava alla ghigliottina, una, nonmiricordopiùqualedama, ebbe a dire: libertà, libertà: quanti delitti in tuo nome! Parafrasando, si può dire: Mercato, Mercato: quanti delitti in tuo nome! Non ultimo delitto: il potere di gestire la Menzogna, come potere. Per questa capacità di delitto del Mercato, noi, “vasi di coccio”, vediamo quello che, i Poteri, vogliono farci vedere, dire, e, a sua utilità, amare od odiare. Fai e senti quello che vuoi, Ewan, ma sappi verificare, se nel tuo fare, sei gestore, o gestito.

Navigando verso la nostra verità

“vorrei solo capire se la mia barchetta di carta un giorno riprenderà  a navigare come ha sempre fatto, oppure meglio che l’abbandoni per mettermi a navigare su fiumi diversi…”

Mi sono posto le tue domande per decine d’anni, e per decine d’anni mi sono dato infinite risposte. In tutto questo mio firmamento di ipotesi, quale, la Stella Polare che m’ha condotto alla mia verità? Se avessi dato retta alla mia Mente, starei ancora cercandola! L’ho trovata, invece, dando retta al mio Corpo: dove c’è dolore, non può esserci verità, tanto quanto vi è dolore!

Permettimi di dirti fuori dai denti

(almeno di quelli che mi sono rimasti) che la tua opinione su l’opera di Luisa mi ha lasciato perplesso.

Mi scuso dell’eventuale errore perché ti cito a memoria; hai detto che gli scritti di Luisa non portano da nessuna parte, e che quindi sono sterili. Anche dell’errore, lo si può dire sterile, eppure, è il muro sul quale, battendo la testa, capiamo cosa non è errore. Direi, pertanto, che nulla è sterile, al più, non tutto porta dalle nostre parti, o nei nostri porti. Oserei dire, che almeno in questo caso, hai dato ascolto all’ingegnere più che al poeta che sei, pure a tuo modo. Quello squilibrio, mi ha sorpreso al punto che l’ho allontanato e non l’ho commentato, ma, evidentemente, rugava. Sono andato a mangiare fuori. Ho fatto i miei soliti giretti in città. Ascolto le facciate dei palazzi. Quello che mi dicono le case. Che mi raccontano i negozi. Le voci dai passanti, il più delle volte mi irritano. Il più delle volte sono banali, quando non alterate ma è Lunedì anche per la città, stasera. In giro, quasi nessuno. Così, nulla mi ha impedito di ascoltarmi Luisa, dentro. Luisa, tesse parole, si può dire, ma, la parola, è l’emozione della vita che dice sé stessa. Dal momento che non nasciamo sotto i cavoli, si può anche dire che Luisa non narra solo sé stessa, quindi, narra anche altre voci della vita. Voci senza volto, ma non per questo, senza segno! Luisa, è la Grande Tessitrice, su queste pagine. Non è l’unica, ma è quella più vicina alla mia sensibilità: non sempre ma non è in lei, il punto. E’ che ci si abitua anche ai Paradisi, e su queste pagine, chi più, o chi meno, chi per un verso o chi per un altro, tutti, siamo costruttori di Olimpi. Qualche volta, anche in competizione! E’ umano. Lo siamo, anche perché ci sei tu. Lo siamo, anche perché c’è lei. Lo siamo, inoltre, perché girando nei vostri giardini, capiamo meglio cosa vogliamo per fare il nostro giardino. Per tutto questo, Pabloz, puoi ancora dire che Luisa “non porta da nessuna parte”? O che tu, non porti da nessuna parte? Certo che lo puoi! Negando, però, quello che fai, per portarci dalle nostre parti, e nei nostri porti.

Ottobre 2007

Tutto è via per capire la vita

Da quando mi sono detto che tutto è via per capire la vita anche l’errore ha motivo di essere. Anche il Male, Vitaliano? Il Male, è dolore naturale e spirituale da errore culturale, quindi, si, volere o volare, anche il Male, ma è un principio della vita? No, è il conseguente atto di chi in molti modi capovolge i principi. Chi pensa al Male come l’implicito destino della nostra genesi, altro non fa che deresponsabilizzarsi e/o deresponsabilizzare.

Depressione

è avere la vita con poche atmosfere.

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Depressione, è avere la vita con poche atmosfere. Con altre parole, sgonfia come lo può essere la gomma di una macchina. Con altra immagine è una forma di anoressia, per anoressia intendendo “mancanza persistente di appetito, talvolta con disgusto per i cibi (dal Devoto – Oli)” e per cibo intendendo la vita che siamo ed in cui siamo. Cosa succede in casi come questi? Succede che la macchina non è più sicura, che consuma maggior carburante e di più i pneumatici, che pone rischio nelle tele metalliche della stessa gomma, e quanto un “gommista” ti può suggerire. In questi casi, chi è, malato? Il malato è chi confida (consciamente o meno) in chi o cosa gli dia le atmosfere che mancano alla sua vita. Qualche volta lo fa un destino. Qualche volta lo fa un “gommista”. Qualche volta non lo fa più niente e nessuno. Giunto a questo, c’è (coscientemente o meno)

* chi adatta il suo viaggiare alle atmosfere che si ritrova;

* c’è chi butta via il suo viaggio;

* c’è chi butta via la sua gomma.

Le nostre gomme non si possono buttare.

L’Alleanza non lo permetta.

Luglio 2008

Demofascismo

La necessità di delegare gli atti di governo a gruppi di potere ha nolentemente trasformato la democrazia in una subdola oligarchia. In quanto gruppo di potere, ogni oligarchia trasforma il carattere politico della democrazia, in un demofascismo di fatto. In un demofascismo di fatto, non esiste distinzione fra politica di Destra e politica di Sinistra; esistono, bensì, due facce demofasciste. E’ faccia demofascista di Sinistra, quella che rifiuta l’errore dell’imposizione di forza su alterna volontà ma lo vede anche come un male necessario; è faccia demo fascista di Destra, quella che vede l’imposizione di forza su alterna volontà ma lo vede anche come un errore necessario.  La Politica tace. Non ha mai avuto voti bastanti: solo sangue.

Agosto 2018 – Corretta nel Giugno 2020

Dal sangue di Pasolini

“Caro perdama, rileggendo il mio post con attenzione critica, mi sono accorto che è un ottimo esempio delle tendenza alla formazione di un vangelo di Pasolini a 30 anni dalla morte. Infatti da nessuna parte c’é scritto nelle fonti originali che il maglione verde trovato sull’auto di Pasolini fosse macchiato di sangue, eppure io ho introdotto questo particolare decisivo senza neppure accorgermene.”

perdamasco – La vita comunica sé stessa per strane vie; sangue, colore della vita. Verde, colore della speranza. Sangue sulla speranza, quindi, è morte di una speranza. Sui fatti ed i misfatti dei servizi segreti sono l’ultimo che può dir qualcosa ma se centrano sono stati il pugno che ha colpito il Pasolini da Destra verso Sinistra.

Mauro – Vedi, perdama, che Pelosi potesse rientrare nei gusti sessuali di Pasolini, tutti i film di Pasolini lo dichiarano a chiare lettere, ma a me non pare che il centro del problema sia questo.

perdamasco – A chiare lettere è indicato il prevalente gusto di Pasolini verso un certo genere di borgatara mascolinità, non, verso il Pelosi per quanto facente parte di quella corte dei miracoli. In questo momento della mia vita sessuale, sono prevalentemente attratto dalla personalità araba, ma, mica mi stanno tutte bene! Non tanto per mascolinità (vera o spacciata che sia) ma perché non tutte quelle personalità sbloccano la mia serratura sessuale: il sentimento. Lo sblocco di quella serratura dipende dalla loro figura, ma dipende anche da quello che conosco (non poco) circa le loro figure. Siccome questo avviene in qualsiasi genere di personalità sessuale, ho motivo di pensare che ciò avvenisse anche in Pasolini.

Come le sempre più ampie conoscenze sui miei borgatari arabi rende sempre più difficile lo sblocco delle mie serrature, così, le sempre più ampie conoscenze dei borgatari romani in Pasolini non possono non aver reso più difficile lo sblocco della manifestazione della sua sessualità. Tale difficoltà, se non gestita con equilibrio e tolleranza, può far giungere portare a delle forme di delusione da arrivare al disprezzo. Non ho conoscenze bastanti per congetturare un disprezzo di Pasolini verso i borgatari, tuttavia, un certo disincanto c’è stato, ma, disincanto o no, si mangia anche il pane del giorno prima quando non si trova quello di giornata: e sarebbe pane fresco un marchettaro già conosciuto (e magari già consumato) a ravvivare i vacillanti fuochi di un Pasolini? Non ci credo neanche morto. Per un Pasolini, una personalità pelosi può motivare una marchetta; e per una marchetta il Pasolini se ne sarebbe andato in tanta malora quando già a Roma, non mancano angoli per farsi servire un pompa? Non ci credo neanche morto. Alla mia età ed esperienza, Mauro, il fatto che il biri tiri a vista ha del miracoloso. Non tanto per impotenza fisica, quanto perché ho pressoché consumato il mio immaginario erotico. Il che vuol dire, che a furia di mangiar filetti mi sono nauseato. Ora, al più, mi ravviva l’appetito una qualche sarda panata e fritta. Quale, la sarda panata e fritta nei casi di una sessualità a fantasie ridotta al lumicino? Un amare con più partecipanti, ad esempio. E’ chiaro, che per quella tentazione gli accoglienti angoli di Roma non bastano, quindi, bisogna andare fuori. Col cacchio che vado con i miei generi di borgatari dove non mi sento sicuro, e col cacchio che vado con più di un amante.  Non ci vado con più di un amante perché non appena finisce il reciproco orgasmo, cessa immediatamente la con_fusione (sessuale e amicale) che l’ha permesso. Nella cessazione della con_fusione, ogni partecipante torna a vedere (con i filtri che aveva tolto) sia la deviazione propria, che la collettiva nel caso di gruppo: deviazione, generalmente gestibile se vissuta fra Finocchio e Amante perché senza testimoni, ma comunque pericolosa se vissuta fra chi può testimoniare, sia il fatto che dei comportamenti omosessuali, vuoi con il Pasolini, vuoi fra partecipanti. Proprio non riesco a credere a un Pasolini talmente ingenuo da non conoscere quello che fa conoscere una mera conoscenza di piazza; e, allora, perché ha affrontato quel rischio? Direi per una con_fusione di motivi. In quanto letterato, ad esempio, perché ha bisogno di vita per dire sulla vita. In quanto omosessuale vissuto perché la sua vitalità ha bisogno di storie non scontate. In quanto curioso e non tremula passera, perché ha voluto vedere dove andavano a parare i suoi borgatari; e se quello che ha visto gli ha fatto crollare ogni sua mitica idea sul Borgataro uomo e classe sociale? E, se si fosse incazzato al punto da sputargli addosso la sua delusione?

Mettiti, adesso, nei panni di quel gruppo. Vedono che un Finocchio, (nessuno è un intellettuale quando cerca sesso) si permette di spogliarli di quello che eterosessualmente e umanamente si credono. Che dici, ti faresti una risata se fossi al loro posto? Dipende! Certamente si, se tu, (borgataro) ti fossi trovato ad aver a che fare con un effeminato. Certamente, no, se ti trovassi ad aver a che fare, non solo con un virile, (o viriloide) ma una volta tirate su le braghe, anche con soggetto che ti può sputtanare in più modi e mezzi. Giunto al punto, ritorno al maglione verde macchiato di sangue. Anche la morte della speranza in Pasolini, ha reso possibile la morte di Pasolini.

Giugno 2007

Da un blogger deluso, ricevo.

Mi sarei aspettato una considerazione più profonda, da uno che sul suo blog scrive tante saggezze”, mi dice, temo deluso, Ispanicoroma.

Vediamo un po’, ora, se riesco ad essere più profondo. Ognuno di noi, a mio avviso, è via (Natura) della verità (Cultura) della propria vita. Questa strada è soggettiva. Questo non esclude delle corrispondenze fra vita e vita, ma questo esclude che una data vita possa inserirsi in un altra al punto da deviare un soggettivo percorso. Credo, inoltre, che, vita, sia una infinita serie di domande alle quali dobbiamo dare le nostre soggettive, risposte. Allora, se per capire che cos’è “vita”, si sceglie di percorrere una data strada, chi sono io (o cosa ne so, io) per disquisire se giusta o sbagliata quella scelta, o addirittura per fermarla? Credimi, almeno per quanto mi riguarda, non è un girarsi dall’altra parte, è un guardare, accompagnato da un doloroso dover tacere per quanto detto sopra. Non condividere, per me, si dovrebbe limitare a non percorrere quella strada se non la si sente come corrispondente al proprio momento esistenziale. Ti faccio un altro esempio sul mio modo di pensare. Io sono contrario all’aborto, tuttavia, ho votato a favore. Allora, vi è maggior saggezza nell’opporsi all’aborto, o vi è maggior saggezza nel non opporsi all’altrui diritto di scelta? Altro esempio: se io compio un errore che coinvolge solo me le paghi tu le mie “spese”? Se tu fai una cosa giusta li godo io i tuoi guadagni? No, li perde o li guadagna la vita. E’ chiaro che quanto sostengo ha infinite implicazioni e sfumature, ma è altrettanto chiaro che che questo commento è una risposta al tuo, non, una tesi di laurea che non saprei fare. Ciao.

Maggio 2007

Croce virus

“Coronavirus, a che serve dire esplicitamente che i vecchi saranno sacrificati?”

Serve a ricordare che la vita fa il suo corso e che nessuna assistenza garantisce l’immortalità. Per età e situazione io sono a maggior rischio, non per questo mi opporrò alla scelta dei medici; e se la loro scelta sarà servita a salvare una vita, troverò giustificata la fine della mia. Sapere che potrei salvare una vita sia pure al costo della mia lo trovo consolante.

Con uno swedemborghiano

Se è vero che a Firenze non ho potuto ascoltare l’emozione delle cose (tanta era la gente) è anche vero che non ho mai recepito le tue emozioni. Per me, è come se tu fossi sempre stato oltre un vetro. Certamente il fatto di non averti colto mi ha ferito. Non certo al punto da fermare la mia vita ma a quello di renderla insicura certamente si. Anche a casa (senza contare per tutta la durata del nostro incontro) mi sono chiesto come mai il mio comportamento nei tuoi confronti non mi sconfinferasse per niente. Adesso lo so, come so cosa lo ha procurato. E’ stata la nostra mancanza di comunione. Con questo, non voglio certamente dire che tu sia uno spirito di male o nel male, ma che il tuo atteggiamento (una sorta di chiusura data o da una aprioristica diffidenza o da una mancata corrispondenza fra schemi culturali evidentemente diversi) è stato un male che può aver incanalato su di me un influsso di male. Se ricordi, ho detto che in te c’era dell’errore perché sentivo la pressione sulla scapola. Certamente non saprei dire in cosa consista quell’errore o quale sia la realtà che può avertelo fatto fare, ma, se si è rivelato fra di noi alterando in qualche modo il nostro incontro, certamente non voleva che comunicassimo. Al momento, vallo a sapere lo specifico perché, ma, prima o poi lo saprò. (Avevo sentito la pressione sulla scapola perché avevo incontrato uno spirito di fissato arbitrio, e secondo il mio pensiero, tossicodipendente da ideologia) Non solo per quanto intravedo della Vita, non posso non dirmi “pinco” se vi confronto la mia, ma anche perché, di me stesso, ho lucida coscienza. Nel bar dove eravamo non è che la mia coscienza dormisse, però, non capiva come mai non mi riuscisse di dire il Salmo. Mi alterava, o il fatto che non lo ricordavo (possibile? lo dico sempre!) o qualcosa non permetteva che lo ricordassi? Fu quel qualcosa che non permise nessun messaggio? Può essere.

Quando parlo, mi è congeniale sentirmi parlare. Direi, che quello che ho sentito dirti di me, culturalmente parlando era perlomeno balbuziente. Non riuscivo a dire ciò che volevo dire. Continuavo a dimenticarmi il filo del discorso. Saltavo di palo in frasca. In breve, mi sembrava di essere, come dicono i napoletani: uno “storduto”. Hai presente una trasmissione nella quale delle scariche elettriche interrompono la continuità dell’emissione? Ero una roba così! Quando ci siamo lasciati, indipendentemente dai risultati del nostro incontro ti sei detto lieto di avermi conosciuto. Tuttavia, l’espressione del tuo viso, per un attimo, si è mutata in freddezza, in calcolo. Se non in freddezza e/o calcolo, in sinonimi di questi stati d’animo. Eppure, sei sempre stato, non dico emozionalmente caldo nei miei confronti (che sarebbe stato chiedere troppo) ma perlomeno temperato. Girandomi per tornare alla stazione, ho avvertito anch’io lo stesso stato di freddo e/o di calcolo. A mio sentire i significati possono essere tre: o la nostra storia è finita perché fra di noi non vi è stata sufficiente corrispondenza spirituale, o è finita perché ho fatto quello che dovevo fare, oppure, qualcosa vuole (o teme) finita questa storia. Se ti scrivo, è appunto perché non so dare sufficiente risposta a queste ipotesi. Fra le altre cose mi hai detto che Swedemborg sostiene che gli spiriti possano fingere al punto da spacciarsi per l’identità dello Spirito. E’ una affermazione che ha bisogno di ulteriori precisazioni, tuttavia, è possibile, non perché sia possibile ma perché noi non siamo in grado di distinguere ciò che è dello Spirito da ciò che è di uno spirito. Suppongo che ti sia reso conto, delle implicazioni che ci sono nell’affermazione di Swedemborg. Di fatto, se uno spirito sa fingere al punto da spacciarsi come il Santo, tanto più saprà spacciarsi come lo spirito di Swedemborg.

Al punto, presso i swedemborghiani, quale credibilità hanno i medium che si dicono in contatto con lo spirito di Swedemborg? Direi, nessuna. Lo spirito di Swedemborg che ha dato atto alla sua vita, certamente, secondo il suo stato di spirito, è in atto nella Vita. Lo spirito di Swedemborg, se si è elevato nella Vita, secondo il suo stato di vita torna a questa con l’identità della Vita, cioè, con quella dello sua forza: lo Spirito. Se diversamente non si è elevato tanto da con – fondersi nello Spirito della Vita (sempre secondo il suo stato di spirito) al punto da aver acquisito la definitiva identità spirituale di quello stato, certamente torna alla nostra vita con lo spirito della propria, cioè, con l’identità di se. Considerato ciò, possiamo accettare come Cultura di Swedemborg quella di chi si dice in rapporto con la Cultura di Swedemborg? Certamente la possiamo accettare, ma, con molte riserve di spirito, cioè, di vita. Se in quello che dico c’è anche della Cultura di Swedemborg, è perché indipendentemente dalle vie, ambedue ci siamo volti allo stesso Principio: quello della Vita divina, nella quale il nostro spirito (la nostra vita) ha trovato la sua forza. Poiché lo Spirito della vita divina è il Principio della forza della vita della Natura che corrisponde alla sua Cultura, ne consegue che è errore contro lo Spirito della Vita, ogni atteggiamento persecutorio verso la forza di ogni vita, ivi compreso quello di noi contro la nostra. Chissà perché mi è venuta questa frase che col resto della lettera non centra niente. Sei un giudice troppo severo? Solo di te stesso?

Datata Marzo 2007

Considerando i nostri passi

capoverso

“ma quando senti di aver perso tempo nella vita, di aver perso tante cose… “.

E se fosse stato necessario perdere quel tempo, così come l’albero perde le foglie secche, onde permettere lo spuntare delle verdi, che si seccheranno, cadranno, ed altre rispunteranno, e via – via producendo, infinito inizio e nessuna fine?