Della spada della verità

neocapoversoDiversamente dalla Spada della verità islamica, la spada della verità che simbolizziamo nella forma occidentale non è curva ed ha due tagli. Non è curva perché la spada della Verità procede rettamente, e non di certo contro sé stessa come suggerisce la forma a mezza luna della spada islamica. Ha due tagli, (la spada della verità universale), perché quello esterno serve a dividere il vero dal falso che è al di fuori di chi la usa, mentre quello interno serve a separare il vero dal falso in chi la usa. Chi si serve della spada della verità per il solo taglio esterno, (per separare, cioè, il vero dal falso che è al di fuori di sé), più che altro dimostra di sfoderare la sua verità per lo scopo di dominare quella altrui. La spada della verità universale, infine, è senza impugnatura; è senza impugnatura perché la Verità ha in sé stessa la sua presa. E’ senza impugnatura, quindi, affinché nessuno possa dire di poterla impugnare.

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Il minore Rom e la prostituzione maschile

neocapoversoIl giornale non pubblica la foto di quell’uomo, ma, potrebbe essere questa: anagraficamente parlando è maggiore. Prete generalmente stimato, quindi, direi che anche il suo vissuto è maggiore. Sessualmente parlando, però, si confronta con un minore. Si può dire, quindi, che anche la sua sessualità è minore. Il perché sia rimasta tale, lo possiamo trovare nell’obbligatoria scelta celibataria. Lo possiamo anche trovare in una stasi culturale ed emotiva dello sviluppo sessuale precedente a quella scelta. Lo possiamo trovare, nella violenza che compiamo sull’umanità, quando graviamo un’identità, di norme a quella non corrispondenti. Chi conosce più di me, troverà più cause di me. Il minore Rom, anagraficamente parlando, è un bambino. Legalmente parlando, anche. Lo è come vissuto? Come vissuto, il minore Rom, (non parlo di tutti i minori Rom, ma solo di quelli che gravitano nella prostituzione maschile) è come una matrioska. Voglio dire, che sull’immagine del suo stato di bambino (o di giovane) il suo ambiente ha sovrapposto molte immagini di adulto. E qui, rilevo la prima violenza che subisce il minore Rom del presente tema. Per l’ambiente Rom, (sempre riferendomi a quello in cui si sopravvive per espedienti di vario genere), il suo minore, oltre che bambino, è visto come lo scalino di un reddito da un lavoro che inizia molto prima di maturare la fisicità corrispondente alla soggettiva età somatico&storica. Inizia, fra le braccia dei genitori, (o di chi per essi) nel lavoro di questua ai semafori, o per le vie, o per altri modi. Quello di proporsi (o di venir proposto) come strumento sessuale, inizia verso i 12/13 anni ma non li dimostra perché maggiormente provati dal fatto che si deve maggiormente mostrare ai suoi prossimi.  Per questo, il minore Rom non è un bambino: è un uomo piccolo! Negli atti del suo mestiere di prostituto, (ma direi anche in tutto il suo vissuto), il minore Rom nasconde il suo Bambino, anche al punto da fargli perdere la coscienza di esserlo: se mai l’ha avuta, quella coscienza. Non perché sia un incosciente, ma perché non può permettersi (o non glielo permettono) di essere cosciente. Non tanto i suoi prossimi, non glielo permettono, quanto il sistema di vita in cui si trova. Comunque causata, viviamo come disumanità la perdita della coscienza di una parte di noi, ma, il minore Rom avviato al mestiere di prostituto, è messo in grado di distinguere l’umano dal non umano? Per il minore Rom, è umano il cliente più gentile; quello più generoso; quello che lo tratta da uomo. Non è umano, invece, il cliente scortese, quello violento, il tirchio, quello che lo tratta da cosa. Chi inizia il minore Rom ad essere trattato, anche da cosa? Il fattore primo è senza dubbio l’alveo di crescita. Ad esempio: la promiscuità di vita. Ad esempio, il fatto che anche il padre, in giovinezza, sia stato un prostituto, vuoi per guadagno, vuoi per una naturalezza sessuale da istinto pre cognitivo. Può essere strada anche un diverso e/o alterno senso della propria virilità. Nella diversa, e/o alterna sessualità, il minore Rom pratica la prostituzione come fosse il gioco tipico della sua età. Lo smette, quando si sposa: generalmente presto. La riprende, (occasionalmente e non sempre per soldi) dopo la nascita del primo figlio. La nascita del primo figlio dimostra al gruppo che l’omosessualità praticata dal minore Rom è rimasta confinata nella sua giovinezza. Dimostra al gruppo, che il gusto di uomo che ha praticato non ha intaccato il gusto per la donna.

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Settembre 2006

Solamente vita

neocapoversoHo più volte sostenuto che il Cattolicesimo è pianta con due principali rami: la Chiesa del Potere e quella dell’Amore. Direi che la Chiesa del Potere è la parte maschile della Pianta cattolicesimo; è quella, infatti, che determina i suoi principi. La Chiesa dell’Amore, invece, è la parte femminile; quella, cioè, che accoglie secondo i principi determinati da quella del Potere. Sia pure a spanne, direi che anche la Pianta islamica ha questi due generi di rami. I principi del Ramo determinante li troviamo nel Corano. Quelli del Ramo accogliente, invece, li trovo nella mistica Sufi. Nel perpetuare sé stessa, la mistica coranica si serve della “Spada della verità”, cioè, i concetti che separano quello che gli è bene da quello che gli è male, quello che gli è vero da quello che gli è falso, quello che gli è giusto da quello che non lo è. La mistica Sufi, invece, (come la Chiesa dell’Amore), com_prende Creato e Creatura, in un unico abbraccio. Nessuna spada nei suoi concetti: solamente vita.

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Settembre 2006

Ricerca di Donna

neocapoversoE’ indubbio che la prima impronta di donna che abbiamo ricevuto è la madre. C’è chi cerca la donna, allora, perché cerca la madre? Chi la cerca, per continuare ad amarla nella donna? Chi la cerca, per possedere la madre? Chi per essere “posseduto” dalla donna_madre? La donna_madre è anche padre, tanto quanto imprime i suoi principi culturali sul figlio. Allora, c’è chi nella madre, cerca il padre? In genere la donna è maestra di sentimento, mentre il padre è maestro di forza. La donna_padre, rischia di imprimere nel figlio, un sentimento e una forza in con_fuse informazioni? Chi nella madre gestrice della cultura del figlio cerca il padre (mancato, e/o sostituito gestore della cultura maschile del figlio) direi che non può non cercare un alterno carattere di Donna. Questo alterno carattere si trova nelle Donne “dominanti”. La dominante accoglie il maschio tanto quanto l’accogliente. Diversamente dall’accogliente, però, é portata a non accogliere l’uomo perché spirito culturalmente affine. Da ruoli sociali e/o religiosi forzosamente sottomessa all’uomo, la donna dominante rischia di diventare esistenzialmente frustrata anche al punto da diventare distruttiva, come autodistruttiva. Quale genere di maschio, può accettare di farsi dominare dalla donna? Direi, quello che vive il suo carattere sessuale secondo prevalente Accoglienza: dato il naturale, principio culturale della donna.  Dovrà essere, quindi, il genere di maschio predisposto ad essere la culturale “femmina” della donna maschile. Se vissuta con reciproco equilibrio (quella con_fusione fra ruoli) è una corrispondenza di vita che vale un’altra. Non lo è, però, ogni volta, nella femmina_maschile, emergono bisogni da donna_femminile. La donna maschile che non è stata resa donna femminile può giungere a disprezzare un maschio, in quei frangenti, ritenuto e/o sentito debole e/o comunque insufficiente per più casi e/o modi. Oltre che disprezzato, il maschio dalla prevalente identità sessuale femminilmente virile, rischia di venir rifiutato anche come uomo. Quando succede, fra le parti si costituisce una familiare infelicità da contenuta amarezza. Quando non più contenuta, oltre che divorzi e vari genere di guai può irrigar tragedie.

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Agosto 2006

Creazione, Evoluzione o una via terza?

neocapoversoLo stesore della Genesi racconta che Dio originò la madre di tutti i viventi (Eva) con il concorso di una costola del nato dalla terra: Adamo. Secondo me, la Genesi secondo Bibbia è la storia che si è creata chi ha scritto la sua visione della creazione. E’ esclusivamente creazionista come racconta? Leggendola fra le righe direi di no. Se esclusivamente creazionista che centra l’osso che sarebbe servito a Dio per originare Eva? Direi inverosimile un Dio che ha bisogno del concorso di un osso già creato per continuare la sua opera. Direi ulteriormente inverosimile che lo stesore non lo pensasse. Sarà anche antico ma quella lirica lo dimostra colto. E allora, perché ha inserito l’osso nel racconto? Sempre secondo me, perché la Cultura del suo tempo non avrebbe capito (e/o accettato) la versione maggiormente possibile che sostengo: alla Creazione della vita che abbiamo nominato Adamo (“il nato dalla terra”) è derivata l’Evoluzione che ha “creato” la vita Eva. Se Adamo è il nato dalla terra ciò significa che, non Adamo è stato la prima creazione, bensì la terra: qualunque e comunque sia stata (e sia) la intendo nel generale senso di materia. Può un Assoluto operare due creazioni? Secondo fede si, secondo ragione, no. Secondo ragione (la trovo nel significato delle parole significate dalla Parola) un Assoluto può originare solamente un atto assoluto. Se il suo assoluto è vita, solo vita può originare: materia o qualsiasi altra cosa abbia originato al principio.  Se la materia era al principio e se era vita in vita quella materia, ne consegue (direi) che la materia ha originato la sua vita anche nelle figure prime che diciamo Adamo ed Eva. Secondo questo pensiero, ciò significa che alla Creazione è seguita l’Evoluzione. Poiché l’Evoluzione non esclude un Principio creante alla ragione che senso ha essere partigiani dell’una o dell’altra ipotesi? Viste le cose come le vedo, pensare che al principio vi è stata la Vita (comunque lo si nomini e/o lo si intenda) che in concreto ha originato la vita (della Creazione e dell’Evoluzione inscindibile assoluto perché lo è il Principio) non lo direi così inverosimile alla ragione in adulto evoluta, come neanche alla fede in adulto evoluta.

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Scritta nel Luglio 2006 – Rifatta nel Dicembre 2020

Mi gira per la testa

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Mi gira per la testa una domanda da cento milioni. Se è certamente vero che i Movimenti in LGBT ecc. ci hanno reso collettivamente più forti, è anche vero che ci hanno reso singolarmente più deboli perché più esposti alla conoscenza dei contrari? Ulteriore domanda: perché mai un diritto può nascere alla vita solo se irrorato dal sangue di chi la chiede?

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In ragione del loro stato di spirito

neocapoversoLo Spirito della vita non è una identità: è una potenza. In ragione del loro stato di spirito, anche gli spiriti sono potenze. Della potenza, però, conservano l’identità che sono stati, tanto quanto corrispondono con questo stato della vita. Corrispondono con questo stato della vita, tanto quanto subiscono un desiderio non rassegnato della vita e della vitalità che sono stati. La vita ulteriore si libera da quel desidero, tanto quanto sanno (possono e/o vogliono) elevarsi al principio della vita: lo Spirito. Cominciar a elevarsi dal desiderio di questo piano della vita già nella nostra, certamente aiuta. Di ogni persona sappiamo la parte identitaria più nota, ma nulla sappiamo su quello che è diventata per la parte non nota. Sostenere quello che ora sono, (ad esempio, santi o beati) si basa solo sul desiderio della chiesa di aver santi o di beati, e/o di poter sostenere che il suo magistero origina santi e beati oltre che servi. Ben vengano i Servi: la vita ne ha bisogno. Ben vengano anche i beati e santi visto che la chiesa ci tiene. Ben vengano tutti se proprio si vuole, però, solo se usati come fonte spirituale del magistero del vero che è nel bene! Di negativa spiritualità, il magistero che strumentalizza quegli spiriti per lo scopo di assoggettare il nostro spirito! L’intento “non sarà perdonato”. Mi venga un accidenti se mi ricordo chi l’ha detto! Doverosa precisazione: solo dopo aver scritto questo pensiero (è di qualche tempo fa) mi sono reso conto di non esser stato preciso. Sono preciso dove sostengo di non aver mai visto nessuna apparizione spiritica. Non preciso quanto sostengo perché, a livello di visione mentale ne ho visti a josa. Pochi i riconosciuti. Molti gli sconosciuti. Mi apparivano (come fosse una schermata) all’interno della fonte. Pochi mi guardavano. I più, guardavano oltre me: verso destra. Delle tante, solo una mi disorientò. Diversamente dalla altre che provenivano dalla mia sinistra, questa mi apparve proveniente dal basso. Potente e di per sé prepotente l’identità di quella potenza. Mi guardò (dritto negli occhi) come se avesse avuto il bisogno di guardarmi e/o di farsi guardare. Non lo riconobbi subito perché di un’impronta virile ben diversa da quella sottomessa all’ecclesiastica sottana. Come venne dal basso, verso il basso se ne andò. Se per basso intendiamo inferi e/o derivati, proprio non mi parve proveniente da quei luoghi l’ex don Luigi. Nel suo volto, infatti, non vidi traccia di sofferenza da colpa: vidi solo certezza e raggiunta accettazione: quella di chi, ancora è, quello che è.

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Droga: delizia e nequizia.

neocapoversoLa sua affermazione (la droga è un anestetizzante) non mi giunge nuova: sarà perché l’ho pensato anch’io. Ammesso che la droga anestetizzi anche il piacere, quali generi di dolore anestetizza? Quelli della “fatica del vivere” la Natura della propria Cultura in pace con il proprio Spirito? Se fosse, in una malata perché errata ricerca di se stessi, allora la droga è “medicina”. Se fosse, che senso ha rendere tossico – delinquenti quelli che pur dipendendone, lo sarebbero naturalmente ma non culturalmente se solo fosse socializzata? E’ se la droga anestetizzasse ogni dolore alla forza della vita: lo spirito? Se fosse, sarebbe la protezione massima, ma, sarebbe “mamma” o “mammana” ? Non so quanto sia vero che la droga sia mamma: certamente la droga procura un alveo psichico che alla mente dell’occupato da quella sostanza può ricordare lo stato placentare.  Se fosse, chi la usa lo fa per tornare indietro sino al dentro, cioè, sino al suo principio? Se fosse, allora la droga è la via che porta all’agognato bene di principio? Se fosse, quello della madre della sua vita o di quello della vita come madre? Se la droga fosse la via che lo porta alla ricerca del dentro (la placenta della madre come principio del suo bene o la placenta della vita come madre) allora, rivelandosi l’errore del mezzo, potrebbe o non potrebbe anche essere un ausilio alla conversione in fuori da ciò che lo prende della sua ricerca? Nei casi più provati e, dunque, di più indebolita volontà, perché no, se la droga è anche medicina? Se chi usa la droga lo fa per tornare indietro sino al dentro, allora, intossicante è la droga o un fuori che motiva la ricerca a ritroso? Se fosse, allora anche la droga potrebbe essere un veicolo medicante perlomeno quanto una vita personale e sociale non avvelenata dalle tossicità sociali che (in ipotesi ma mica tanto) controbatte. Il proibizionismo con il quale ci curiamo degli avvelenati dai tossici che produciamo, che senso ha se il proibire procura dei dolori che, nei casi che abbiamo fatto diventare più gravi, solo la droga può anestetizzare? Per liberare e liberarsi dalla droga perché non cominciamo col liberarci da precostituiti giudizi, dal momento che questi non fanno altro che inchiodare più pesantemente la condizione del drogato?

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Stalking: luci e ombre.

neocapoversoUn amico (socialmente non molto a piombo) accusato di stalking dalla compagna (non molto a piombo pure quella) m’ha chiesto di scrivere una difesa. Mi sono messo nelle sue braghe e nei miei ricordi, e l’ho scritta come fossi sia l’accusato che l’avvocato.

asepara

Mentre non nego di aver vissuto dei periodi della mia vita anche oltre le regole sociali, nego di essere una persona dedita alla violenza. Confermo, invece, di poterlo diventare come tutti lo possiamo, quando ci si vede usati, e poi, senza ragionevole e/o ragionato motivo, scartati in toto. E’ noto al mondo che le coppie si formano per corrispondenza di vita; ed è noto alla legge, a me stesso, ed era noto all’accusatrice, che la mia corrispondenza di vita non è sempre stata socialmente comune. Chi non è socialmente comune non corrisponde con i comuni. E’ personalità socialmente comune la querelante? A livello di fedina penale certamente si, ma per quanto ho conosciuto della querelante, direi proprio di no sia a livello culturale ed esistenziale, sia a quello di gestione della sua sessualità. A livello esistenziale ho avuto a che fare con una persona che se non ho mai pagato, certamente ho contribuito a mantenere per anni. Vuoi perché in casa sua c’era un frigo non funzionante da mo’ (il nuovo gliel’ho regalato io); vuoi perché senza un televisore in casa (a suo dire non aveva soldi per frigo e televisore perché i suoi guadagni andavano in “fumo”; vuoi perché non aveva di che fare la spesa; vuoi perché senza sufficiente lavoro. Per questa precarietà, da indolenza a mio concreto conoscere) la querelante è stata, anche se non invitata, mia ospite per anni: così la figlia. Ci sarebbe di che dire anche nella sua situazione matrimoniale e di madre, ma stendo un pio velo. A proposito della precarietà economica della querelante, è stata mia cura procurare un lavoro sia a lei che alla figlia.

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Su mia raccomandazione e debita indicazione, dopo aver fatto la domanda di lavoro la querelante l’ha rifiutato per futili motivi. Nel caso della figlia, invece, ho ritenuto di non procedere nell’offerta perché l’ho constatata di inattendibile comportamento. Mi risulta, infatti, che, all’epoca minore, sia stata denunciata per furto o ricettazione. Per le mie conoscenze, puttana, non è la persona che vende il suo corpo; puttana, è la persona che tradisce un progetto di vita; ed è di merda, quella puttana, se lo tradisce in modo misero; ed in modo misero io sono stato sentimentalmente tradito. Quando la figlia ha avuto una operazione di appendicite che data la sua obesità poteva essere rischiosa, alle 4 del mattino nel reparto di chirurgia c’ero io, il violento, non, il marito e padre; e sono stato io, il violento, non, il marito e padre, che è andato a comperare le mutande nuove per la figlia; evidentemente, in casa non c’è n’erano di pulite, o non c’è n’erano proprio. A me, anche quando non richiesta, anche quando non rifiutata solo per riguardo, la querelante si è solo sessualmente offerta. Non ha avuto di che lamentarsi. Affermo questo, non tanto per apparire più maschio o più uomo, ma solo per sostenere che la cura che ho avuto per le sue esigenze personali, è sempre stata superiore alla cura che devo alle mie. Se l’ho ingiuriata come da denuncia, quindi, non l’ho fatto perché consideravo la querelante come “mio possesso”, ma perché, io, mi sono sentito uno scartato vibratore! Sul misero comportamento della C. nei miei confronti ho numerosi testimoni. Quello che ho detto alla querelante, pertanto, è stato solamente l’urlo d’amarezza dell’amante scartato e tradito nelle sue aspettative. Sono state le mie, frasi discutibili e/o opinabili, e/o erronee sino a che si vuole, ma per me, solamente la sintetica morale della mia storia con quella donna.

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Riconosco in pieno solamente un errore: avrei dovuto, io, denunciarla per stalking! Non l’ho fatto, perché non sono uso prendermela con chi penso più debole. Non l’ho fatto perché ho rimosso la conoscenza che dice che dove non vi è forza fisica e/o mentale, e/o ragione, la falsità può supplire. A proposito di falsità, o quanto meno di false dichiarazioni, rimando il giudizio sull’attendibilità morale ed etica della querelante, al risultato della perquisizione che ho subito per un presunto possesso d’arma. L’accertamento ha verificato che non possiedo arma alcuna! Se nulla potrà togliermi dalle spalle il sospetto che il non averla trovata, non per questo significa che non c’è la possa aver avuta e/o tuttora averla, è alla cosiddetta vittima della mia cosiddetta violenza che devo il mio grazie per aver sbattuto la mia faccia sui cancelli del Nuovo Campone! Già che ci siamo! Come mai la querelante non m’ha denunciato nel momento stesso che, a suo dire, è venuta a sapere di quel possesso? Per quali interessi, quella presunta illegalità non contava prima, mentre ha cominciato a contare solamente nel momento della rottura? Se tacendo ha negato il suo dovere verso la Legge, (e con questo, complice di reato) denunciandolo dopo, la querelante, cos’ha rivelato di sé stessa? Un suo tardivo pentimento, un bisogno di vendetta, o che parla anche a vanvera? Quello che in effetti risulta dalla sua denuncia circa un mio presunto possesso di un’arma, è che la querelante agisce secondo valori morali dettata da opportunità. Con altre parole, tutto è lecito sino a che le cose gli vanno bene, e tutto non lo è quando le cose gli sono avverse, o tali le crede. Mi sia consentito di dire, in ultima, che ho trovato sospesa per aria, l’ipotesi di “lutto” per mancato superamento della “morte” del mio rapporto con la querelante. Io non sono un ragazzino. Sono un uomo (provato) che da tempo sa che “morto un papa se ne fa un altro, e morto un re se ne fanno tre”. Di che avrei dovuto agitarmi, quindi? Per un amore?

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Ma neanche per idea! Trovo che ci sia di che far uscire dai limiti, invece, quando ci accorgiamo di essere stati, prima spremuti, e poi buttati! Io sono un limone che può anche accettare di finir spremuto, ma, non di essere messo nel secchio della spazzatura! Non senza spiegazione, almeno; che è stata quella che ho cercato, che è stata quella che è stata intesa come stalking solamente perché ripetutamente richiesta. Come non insistere nel bisogno di spiegazione, infatti, se quella data era talmente generica da poter apparire anche una riparabile crisi fra due sentimenti? Non per questo non riconosco che per raggiungere il mio bisogno di definitiva chiarezza ho superato dei limiti, ma per questo riconosco, che se vi è colpa in quanto denunciato a mio carico, alla querelante bisognerebbe addebitare il corrispondente concorso.

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L’errore, il dolo, l’esilio, il recupero.

neocapoversoL’odierna concezione della carcerazione non è disgiunta dall’opera di recupero all’io personale e a quello sociale. Natura insegna, che è possibile recuperare la piega negli alberi giovani, più che negli sviluppati al loro massimo. Cultura insegna, però, che il Coltivatore regge il ramo che non può più raddrizzare perché definitivamente cresciuto, e che comunque ne accetta i frutti che ne ricava. Difficile, ricondizionare delle adulte personalità. Non tanto perché queste non capiscono l’errore che ha deviato il loro vivere (dal sociale al fuori) quanto, perché ancora fortemente dipendenti dal campo di crescita; invaso asociale, che la galera può contribuire a mantenere attivo. Colpa, è il giudizio che diamo su di un dolo: può essere dolo verso una morale altrui e/o collettiva; può essere dolo verso un altro vivere; può essere un dolo verso il complessivo esistere che chiamiamo società. La colpa, è proporzionale al dolo. Con altre parole, siamo colpevoli tanto quanto perseguiamo, in piena coscienza, un dato errore, e/o delinquere. L’opera di recupero di un esiliato dal sociale, quindi, non può non partire dall’analisi del soggettivo campo, del soggettivo invaso, dei soggettivi frutti attuati dall’esiliato. Questo, non di certo per caricarlo di ulteriori croci, ma per portarlo a ben distinguere, la croce che è nella fatica di vivere (e questa la portiamo tutti) dalla croce che l’esiliato ha caricato sulle spalle altrui, e/o su quelle della società. Direi che senza un’analisi senza vie di fuga (senza giustificazioni, ma non per questo senza attenuanti) non può esservi inizio di recupero, e quindi, di possibile travaso dal campo con pietre e gramigna, (quello asociale) al campo che non dobbiamo mai finir di sarchiare, che è quello sociale. E’ ben vero che anche quell’analisi, può apparire un secondo processo; in particolare modo, morale, direi. Ed è ben vero, che per tale venatura, può essere respinto dall’esiliato, che pur accettando il fatto di aver compiuto un dolo, non per questo accetta l’idea della colpa. Non l’accetta, perché anche l’esiliato, è stato, dentro un colpevole campo (vuoi contestuale, vuoi collettivo) un seme innocente, o quanto meno, inconsapevole. Sa bene, l’esiliato, che tutti siamo stati semi innocenti, come non tutti siamo diventati dei rami fortemente storti. Cosa abbia impedito ai rami relativamente storti di non piegarsi di più, quando non definitivamente, lo sa il cielo, da tanto pare legato al caso, o quanto meno, al caso che m’ha formato, giusto per non tirarmi fuori da questo post, e dalle mie responsabilità! Ho conosciuto di tanto e di tutto. Vi risparmio la lista. E’ facile immaginarla. Come mai, mi domando, allora, non sei diventato di tanto e di tutto, Vitaliano? Non certo per virtù: che non voglio far ridere nessuno! Forse, per, via, via, maggiorata, lucidità. Non ho mai saputo coprirmi quanto basta, davanti a me stesso. Ecco! Recuperarsi, è anche spogliarsi davanti a sé stessi. Lo si può fare senza paura, però, se senti che lo stai facendo impunito, perché ti spogli, davanti a chi si sa spogliare, tanto quanto chi si spoglia. Tutti nudi alla meta, mi dirà qualche bello spirito? Dipende! Dipende dalla meta. Dipende da quanto c’è da spogliare. L’importante, è che la stanza non sia fredda!

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Novembre 2007

Né Sofocle e né Freud

neocapoversoDirei che c’è Edipo, perché la relazione fra padri e figli è la lotta di sopravvivenza (amorosa o no che sia) che prevede un caduto per la necessaria cessione del passo del il figlio. E’ amorosa quando la concessione del passo dal padre al figlio è una libera scelta. E’ tragica quando non vi è amorosa concessione. Al figlio che non vuole (o non sa e/o non può) uccidere il padre, allora, non resta che emigrare: verso altri stati sociali, e/o verso altri stati d’umanità, e/o verso complementari identità culturali, psicologiche, e sessuali non per ultimo. Nessuna scelta esclude le altre.

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Datata Marzo 2007
Corretta e meglio mirata in data Marzo 2020

Perché muore anzitempo una certa giovinezza?

neocapoversoA domanda mi rispondo. Accelera la macchina “vita”, l’impulso della forza (spirito) che diciamo bene a livello naturale, vero a livello culturale e giusto a livello spirituale. L’arresta, l’impulso della forza che diciamo dolore a livello naturale, errore a livello culturale, e male a livello spirituale. L’equa guida è permessa dal compatibile uso dell’accelerazione come dell’arresto. L’uso dei due momenti di guida è compatibile, in ragione delle infinite valutazioni che intercorrono fra la vita del guidatore e quella della sua strada. Non vi è compatibilità di guida nell’uso della sua macchina, quando il guidatore persegue l’accelerazione. Persegue l’accelerazione, chi privilegia il piacere sul sapere. Non vi è compatibilità di guida nell’uso della sua macchina, quando il guidatore persegue l’arresto. Persegue la frenata, chi privilegia il sapere sul piacere. Quando, in ragione delle valutazioni su strada, e meta, vi è idoneo uso dei due momenti di guida, la macchina procede secondo via della vita. Chi persegue la frenata sull’accelerata ha vita depressa. Chi persegue l’accelerata sulla frenata ha vita esaltata. Non brucia il motore, o non fa morire la macchina, chi gestisce le due emozioni con equilibrio. Usano additivi, quali alcool, droghe, psicofarmaci, (e/o similia ) sia i guidatori esaltati che quelli depressi. Il primi, per assuefazione al piacere, ed i secondi, per dissidio nei confronti della frustrazione. I primi bruciano il motore, ed i secondi, l’ingolfano. A mio avviso, non vi è dedito all’accelerazione (come alla frenata) che non dubiti sulle sue capacità di guida. Non vi è guidatore, quindi, che non si tema, e/o non tema. Quale, la risposta a quel panico in tanta giovinezza? In genere, un ulteriore ricorso ad additivi: alcool, droghe, psicofarmaci, e/o similia. Intelligenza vorrebbe, almeno un ripasso del Codice della Vita. Perché non lo fa, la giovinezza che avrà anche pochi anni ma non per questo è generalmente stupida? A mio avviso, perché il corrente Codice della Vita (quello che dovrebbe insegnare la guida personale, sociale e spirituale) è fermo a quando c’erano altri generi di macchine, altri generi di strade, altri generi di mete. In attesa di un rinnovo di quel Codice, la giovinezza che non sa guidarsi secondo il bene, non può che continuar a guidarsi secondo il suo vero: che se da un lato è ciò che gli può dare precoce piacere, dall’altro è ciò che gli può dare un precoce morire.

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A Cannes

neocapoversoMi era sfuggito questo aspetto (la Femminilità di Dio) delle critiche della Chiesa sul “Codice”. Ti ricordi cosa dice la Bibbia a proposito della Genesi? Dice: “Egli vide che era cosa buona e giusta”. Il che vuol dire che la Genesi ha avuto due fasi: quella della Determinazione (la volontà di Creato) e quella dell’Accoglienza: la culturale e spirituale accettazione di quanto creato. Secondo il principio della Natura la volontà determinante è maschile perché “penetra” la vita con la sua forza. Una volontà determinante non può originare vita, se non trova di che essere accolta. Sempre secondo il principio della Natura, l’accoglienza della vita forma la Femmina che conforma la Donna. Vita è stato di infiniti stati della relazione di corrispondenza fra il principio maschile e quello femminile della vita. Per questo senso è Donna anche l’Uomo: lo è tanto quanto accoglie la volontà di vita che ha determinato di originare. L’Uomo che accoglie la Sua volontà di vita nella sua mente e nel suo spirito, se da un lato è mentalmente Donna, dall’altro non è certo genitalmente e fisicamente Femmina. La nostra vita è a Somiglianza dell’Immagine. Ammessa come vera la mia teoria, ciò che è della Somiglianza non può non essere dell’Immagine. Ciò che distingue una Somiglianza dall’Immagine non è una diversa quantità di stati, ma una diversa condizione degli stati: supremi in Dio, quello che sono, nei nostri. Dall’insieme del premesso consegue che la vita superiore che chiamiamo Dio è, nel contempo, Uomo e Donna. Naturalmente (essendo Spirito) è spirito Uomo e spirito Donna. Quindi, dove le paure della Chiesa? D’altra parte, se non fosse quei due stati dello spirito della Sua vita, come avrebbe potuto creare ciò che non è e non ha, e, quindi, non conosce? Dio (Persona per ciò che il Suo corpo è, la Sua mente sa, ed il Suo spirito sente) è il massimo stato della trinitaria unità dei suoi stati. Per questo, è anche detto: l’Uno. Disquisire e distinguere nell’Uno quale la Sua parte d’Uomo e la Sua parte Donna è arrogante delirio! Dio, inscindibilmente è! Punto! Disquisire su Ciò che è, è abbassarlo all’idea di quello che noi pensiamo sia. In questo “vivisezionare” la Sua trinità (abbassandolo per conoscerlo) vi è il ferire la Sua realtà, usando la nostra infinita ignoranza, come seghettato bisturi sul Suo corpo.

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Settembre 2006

2) Volontariato e vanità

neocapoversoIl male è dolore naturale e spirituale da errore culturale. Ogni volta mi succede di incontrare una realtà nel male (in genere nella tossicodipendenza) o di pensare ad una realtà di male mia od altra, poco prima sento una pressione sulla scapola destra. Ogni volta mi capita di dover scrivere sento un interiore malessere: una sorta malinconia. Sentivo l’uno e l’altra, prima del vostro arrivo. Certamente non avevo motivo di collegare quel disagio con la vostra presenza, sennonché siete stati latori di non serene novità; al che, collegare il malessere con le novità mi è stato conseguente. In effetti, nelle novità; che mi avete comunicato, più che errori vedo difficoltà di realizzazione, eppure, se malessere c’è stato, in quello che mi avete comunicato ci deve essere dell’errore. Lo sostengo con certezza perché anni di analoghi accadimenti, mi hanno confermato il collegamenti fra malessere interiore ed errore. Non è detto che l’errore stia nelle iniziative di bene che vi proponete di fare, ma, allora, dove? Pensa che ti ripensa sono giunto alla seguente conclusione. L’errore potrebbe consistere in un costo (umano? culturale? spirituale?) dell’erroneo prezzo rivelato dalla difficoltà di realizzazione che ho ipotizzato. Non è necessariamente detto che siate voi a dover pagare il prezzo dell’errore. A pagarlo potrebbero essere o i vostri assistiti, o, in parti o nell’insieme la vostra Associazione, o in parti o nell’insieme le vostre principianti finalità; culturali o spirituali, o in parti o nell’insieme i vostri collaboratori: i volontari. Tutti noi, per qualche verso carismatici, aneliamo il Bene, non solo come principio della nostra vita umana ma anche della nostra vita spirituale. In genere, nei carismatici spirituali, l’anelito verso il bene non si principia dalla ragione bensì dal cuore: simbolizzato luogo dell’emozione (l’emozione è la parola dello Spirito) della Natura della vita: il bene. Nel vostro senso (ed io nel mio) ci stiamo occupando, non di quelli che si sono fatti ultimi ma, di quelli che sono ultimi appunto perché non sanno (e/o non fanno) più appropriata scelta. Principalmente, fra quelli non portiamo la ragione (il bene della Cultura) ma sentimento di vita, cioè, il bene naturale che allevia la parte del bene che negli ultimi è provata dal male. Ebbene, pur non modificando il principio delle vostre scelte (ad ognuno il suo cuore) adesso sentite il bisogno di elevarne la ragione, non tanto presso gli ultimi (che rimane) quanto presso il sociale. Quanto, con la stessa forza di spirito potrete nel contempo servire sia gli ultimi che il sociale, se, inoltrandovi in questo stato, potreste incorrere nell’errore di allontanarvi da quelli presso i quali la Vita vi ha collocato, e che voi volete collocarvi in altro modo? Un cuore bilanciato quando non diviso fra due direzioni, riuscirà; a stare in ambo le mete, oppure, per questioni di forza (direi anche necessariamente) sarà costretto a dividersi per meglio fare fronte alle questioni che si è proposto? La divisione, potrebbe o no, indebolire la sua potenza e la corrispondente efficacia? Una forza divisa, quanto sarà integra motrice (integra perché unitaria) del principio della vostra vita (quello verso il Bene della Natura della Vita recando del bene alla Natura di questa) che vi ha sinora motivati? Ambire, di per sé non è un male. male lo diventa, tanto quanto non tiene conto che di sé stessa. In qualsiasi azione, il desiderio di una meta che tiene conto solo di sè stessa porta in dote la vanità e quanto è necessario per dimostrarla: vuoi a sé vuoi ad altro da sé. A questo punto, dirigersi verso la Cultura sociale (sia pure per servire meglio gli ultimi) è sempre ambire il Bene spirituale o può iniziare a diventare la vanitosa affermazione personale che ipotizzo?

1) Volontariato e vanità

L’ultima volta che ci siamo visti, D. ha ampiamente dimostrato di essere un notevole messaggero di idee. A proposito di messaggi e di idee, vi racconto un mio brevissimo sogno. Frastornato stavo guardando l’enorme quantitativo di lettere (sino al ginocchio) che, all’apertura dalla cassetta, mi era caduta sulle gambe. Le buste erano di vari colori e di molte dimensioni. Per quanto collocate nella mia cassetta (ma come avevano fatto a starci?!) solo alcune erano indirizzate a me. Mi stavo domandando il perché, cosa ne avrei fatto e come recapitarle ai legittimi destinatari quando mi sono svegliato. A mio avviso, la spiegazione del sogno è questa. Una cassetta postale è come una mente. Come cassetta postale, la mente ha la possibilità; di contenere moltissima corrispondenza (pensieri, relazioni, fatti, storie ecc.) sia personale che di altra vita. Da parte del titolare della data mente, dunque, ne consegue la necessità di vagliare quella che effettivamente gli corrisponde. Come? Direi, in ragione del suo indirizzo reale ed ideale personale. Come non confondere la corrispondenza che appartiene al mondo soggettivo (personale realtà e personali ideali) da quello che vorremmo fosse (l’ideale in assoluto) perché seguendo quella del Principio ne riceviamo l’idea? Come evitare delle più che possibili sovrapposizioni fra ciò che è e ciò che aneliamo? Per il reale, direi che potremo ricevere la giusta posta (la giusta idea) tanto più ci manterremo all’interno delle guide date da tutto ciò che è attinente all’io che nel suo tempo si manifesta nel corrente modo ma, come per l’ideale? Coniugare il reale con l’ideale senza andare fuori dei modi e dei tempi correnti a noi e al sociale (cioè senza andare fuori dal luogo della mente, o con altre parole, dalla testa) è tutt’altro che semplice: tanto più che restare dentro noi, i modi ed i tempi, non necessariamente vuol dire fermare la vita nostra e sociale. Vuol dire, però cercar di agire l’ideale secondo il reale. Collegare i due passi non può non implicare la necessità; (nonostante l’avversa tensione della nostra parte ideale) di rallentare il passo verso l’aspirazione che ci proponiamo. Lo dobbiamo rallentare dove si rischia (procedendo oltre noi, i modi e i correnti tempi) di separarci dalla vita che personalmente viviamo, e/o da quella che nel reale ci accomuna ad altra, o da ambo i vissuti. In soldoni: l’idea deve suggerire il percorso ma la ragione personale deve suggerire l’ampiezza del passo.

Aprile 2007

La forza della ragione contro la ragione della forza

Ci sono culture (soggettive e/o socialmente convenute) che in prevalenza non sentono la forza della ragione, bensì la ragione della forza. Solo se contenute da una forza quelle culture accettano, apprendono e vivono la forza della ragione. Ragionano così anche i bambini. Per questo, non da oggi le dico appartenenti al periodo storico dell’infanzia culturale dei crescenti: persone o popoli che siano. Secondo il mio pensiero, il poliziotto nel caso in questione ha applicato la pedagogia che un padre applica con l’intento di riportare entro lecite guide una ragione fuor di verità. L’imposizione di una forza che ha uno scopo magistrale è umiliante? Se il fine è umiliare, certamente si! Se il fine è far capire, invece, è una lezione di vita che certamente fa male a più livelli. Direi, infine, che il punto dolente dell’azione del poliziotto sta nella domanda: gli era lecito impartirla?  Come persona no. Come rappresentante di uno Stato che deve insegnare la ragione anche ai figli discoli propri oltre a quelli nolentemente adottati, sì. Naturalmente, l’opinione non vale quando i figli dello Stato si oppongono al Maestro secondo la forza della ragione: singola o collettiva che sia.

Tutto è droga se fissa l’arbitrio

Il fine chimico di ogni droga è la fissazione dell’arbitrio. Si può dire, pertanto, che ogni genere di sostanza (non per ultimo, un dato pensiero) è droga tanto quanto fissa il giudizio di chi l’assume (se chimica) e/o di chi la vive se ideologica. Nella mia esperienza presso le tossicodipendenze ho conosciuto non poche personalità prese dalla roba, ma nessuna di veramente imbecille, perché di nessuna si poteva dire che non era in grado di intendere circa la pericolosità personale e sociale delle loro scelte, mentre si poteva dire che non erano in grado di volere l’uscita da quelle scelte; il piacere chimico dato dalle droghe, infatti, è talmente fondante da cassare ogni altra base culturale e/o morale. Per quanto premesso, quello che vale per la fissazione della ragione provocata da un piacere chimico, non di meno vale per la fissazione della ragione provocata da un piacere ideologico; e se manifestazione di quella fissazione è una forza irragionevolmente espressa, quella forza, allora, è una droga. I presi da irragionevole forza, quindi, andrebbero presi in carico dai Sert, così come lo sono i presi da altre droghe.

Maggio 2008

Per porsi o non porsi

Ci può essere chi è distruttivo per il mero “porsi al centro dell’attenzione ma ci può essere chi è autodistruttivo perché non vuole che gli prestiamo attenzione. Ti faccio un esempio. Pensa di avere un difetto fisico, o di avere un qualcosa che tu reputi tale. Tu non vuoi che gli altri lo capiscono, così, te ne vai in giro agitando una mano alzata. Certamente ti diranno che sei pazza, tuttavia, quella follia, da te ricostruita, ti schermerà (anche se questo può portarti a morire) dall’osservazione sul difetto che non vuoi far vedere.  Il mondo ci predica la necessità di essere noi stessi, ma se non gli piace quello che sei, finisci col subire infiniti stati e/o condizioni di ostracismo. Ed ora, metti una goccia di ostracismo, poi un’altra, poi un altra ancora. Per anni, così! Non mi meraviglia, quelli che si autodistruggono perché rientrano nell’esempio. Mi meraviglia che non l’abbiano fatto prima e/o in modo più veloce. Sai cosa m’ha salvato dal suicidio da ostracismo? M’ha salvato la nota speranza contenuta nel detto “domani è un altro giorno.” Sperano in un altro giorno, i giovani? Facciamo quanto basta perché abbiano a pensare che domani è un altro giorno? Dovremmo fare in modo che gli sia leggera la vita, affinché non si abbia ad augurare che sia leggera la terra ai caduti sotto le croci che poniamo sulle loro spalle.

Giugno 2008

Riscrivere la Bibbia?

Parti storiche a parte, su quali scelte? Direi secondo questo principio: vita, è corrispondenza di stati in tutti e fra tutti i suoi stati. Ciò che permette la corrispondenza è lo stato della comunione. Lo stato della comunione dice l’amore fra gli stati. Dove non vi è la piena corrispondenza fra gli stati, vi è stato di non – vita, (errore e dolore) tanto quanto non è vi è la comunione che porta all’amore, che porta all’Amore. Se è l’Amore, l’ispirazione divina che conforma l’ispirazione all’amore umano, e se non – vita è separazione di stati fra vita e vita, ne consegue che dove vi è comunione vi è l’idea divina e dove vi è separazione vi è la comunione umana. Riscrivere la Bibbia, allora, è togliere dalle sue pagine tutto quello che non pone la vita in comunione con i suoi stati, o con altre parole, è separare ciò che è dell’umano da ciò che è del divino.

Giugno 2008

Chi ama chi?

Sostengo un’opinione su chi ama l’animale come fosse persona. Ricevo questo commento: “chi ama l’animale come fosse persona, forse, ama solo se stesso perché ama un concetto che è solo nella sua testa.” Subito dopo, quasi sbattendo la porta, un qualcosa mi esce dalla mente! E’ una domanda: e se anche noi, nell’altro/a, amassimo solo dei concetti che sono nella nostra testa? Cessata una passione, l’ho constatato vero tutte le volte.

I partiti? Cassapanche tarlate.

Come i sovrani necessitavano del giullare, e la Religione di un “sic transit gloria mundi”, così ogni genere di potere (chiamiamolo di Destra?) necessita di un contropotere: chiamiamolo di Sinistra? Secondo questo intendere il potere, i partiti sovrani sono due. Certamente vi sono delle forze, sia affluenti che defluenti del corrispettivo pensiero. Cosa tarla la cassapanca del potere politico così semplificato? Tarla la cassapanca, tanto quanto le correnti vi pongono estranei interessi: economici o di vanità, di dominio personale, di egoistiche e/o egocentriche ambizioni, di malintesa spiritualità e/o religione. In ultimo ma non per ultimo, una necrosi negli di ideali.

I marciapiedi del commercio

Comunque si attui, il commercio è maggiormente permesso da una circolarità d’intenti che non esito a dire prostitutari. Un paio di settimane fa Word Press ebbe a dirmi che avevo “le statistiche alle stelle.” Visto il numero dei visitatori (non questo granché) mi ero chiesto da dove ricavasse l’opinione. Avevo ricevuto la stessa segnalazione anche altre volte. Come le altre volte, raggiunta la cima segnalata, le mie statistiche precipitavano in basso: quasi rasoterra. Chiedo all’Assistenza come siano possibili delle faccende del genere. L’Assistenza mi dice che gli algoritmi di Google sono come i misteri delle Piramidi: tanti ne parlano ma nessuno li risolve! L’assistenza mi dice, inoltre, di farmi aiutare dai medici della situazione: i SEO. Ora, anche ammettendo che le cure dei SEO (troppo care per le mie tasche) riescano a maggiorare la salute delle mie statistiche, cosa impedisce agli algoritmi di Google di ammalarle ancora di debolezza (abbassandole) per lo scopo (nolente e/o volente che sia) di farmi dipendere dalle cliniche mediche dei Seo o di altri specializzati Curandero? Nel dubbio, Parigi val bene una messa? Sto pensando di no. Decido così, di tenermi la salute statistica che mi passa l’inconoscibile algoritmo del Caso. Faccia comodo o no, mai per caso.

Ira funesta

Cosa accende l’ira funesta dei pallidi Achille di oggi? Pensieri senza confini. Mentre tornavo a casa con l’intento di rispondere alla domanda, alla mente mi è tornata l’affermazione detta da una presenza durante una seduta medianica: gli antichi erano più saggi. Avendo l’ira come soggetto del discorso, ad antica ira sono tornato, trovandola come tutti sappiamo nell’Iliade (avevo scritto Eneide! Per fortuna c’è la Wiki!) dove si racconta il dissidio fra Agamennone e Achille. Per quanto intendo sostenere, riservo a Briseide la funzione di strumento del fato. Agamennone: sovrano, quindi principio di ogni principio, quindi, padre di ogni cosa, legge, o forza che si principia dalla sua volontà. Di Achille, invece, possiamo dire che, sovranità a parte, è immagine a somiglianza di Agamennone in quanto, degli attributi di potere del sovrano, ne possiede solo la valenza soggettiva, quindi, suddita rispetto a quella di Agamennone che è di ordine sociale. Nel pieno possesso dei suoi diritti di sovrano, Agamennone si prende Briseide. Non mi sta per niente bene, dice l’Achille, e ti combina il casino che sappiamo. Lo fece per mera gelosia? No, direi proprio di no. Lo fece invece, perché non accettò di essere (sia agli occhi di Agamennone, che a quelli di Briside, che ai suoi) il defenestrato sovrano dei suoi principi e di quanto ne deriva. Pare che Achille fosse guerriero sufficiente ad uccidere Agamennone. Non lo fece perché regicidio; non tanto dell’uomo, ma del ben più importante titolo che ha investito l’uomo: la sovranità. Ad attentare la sovranità dell’uomo, si può dire che iniziò Santippe battibeccando con Socrate. Con Santippe e Socrate, allora, di può dire che iniziò l’era della sovranità dalla ragione variabile, nel senso di ora di uno/a, ora dell’altro/a fra gli aderenti al contratto matrimoniale. Il che, in genere, succede anche fra i Socrate e le Santippe di oggi con passabile percentuale di riuscite visto che la strage generale fra coniugi non è ancora successa. Al più, vi è strage di sentimenti, di stima, di motivazioni, ecc, ecc. Vista la paritaria sovranità nel regno casalingo – legale del re e della regina, perché, il re sovrano giunge ad uccidere la sua sovrana? A domanda mi rispondo: perché la sovrana, sempre a mio vedere, si riappropria della sovranità di sé, e rifiutandosi di rimetterla in comune, opera un colpo di stato (nei caso di assolutismo da parte del maschio) o un colpo (più o meno basso) allo stato dell’uomo nel caso in cui il maschio sia tendenzialmente dialettico con la controparte. A proposito di colpi allo stato, i matrimoni sono pieni di ecchimosi. A proposito di colpi di stato, il matrimonio sta diventando un pre cimitero. Il guaio è, che l’era della sovranità della ragione variabile, è cintata dalla formula: sino a che morte non vi separi. La formula poteva ben reggersi quando la religione ed il principato possedevano l’animo del cittadino_pecorella pressoché totalmente. Che lo vogliano o no, che lo dimostrino o no, non è più così. Ora, anche il principato e la religione sono parte del giro: di fatto quando non de iure. La rigidità della formula è dovuta alla mancanza di chiare e legittimate valvole di sfogo. Non è che non esistono; è che per goderle bisogna uscire dal seminato matrimoniale e/o sociale. A chi non lo fa, scoppia la mente come scoppia la pentola a pressione quando ha la valvola bloccata. Possibile, c’è di che chiedersi, che con le costosissime possibilità di separazione previste dal principato e mugugnando accettate dalla religione, il sovrano debba arrivare all’estrema difesa della sua condizione di principe e di principio di vita uccidendo la donna? Si, direi che è possibile perché’, se esistono degli Ulisse, (conta balle ma gravitante con la vita e nella vita nella donna) anche vi sono degli Achille: maschi forti, ma con l’ego nei muscoli, e nel cervello, questa elementare algebra: quello che sono è perché tu sei, quindi, non posso accettare che tu non ci sia, perché dovrei accettare che io non sono. Si, va bé, ma, il cuore, Vitaliano, dove lo metti il cuore? Ho scritto ancora diverso tempo fa, della preoccupazione che mi colpiva ogni volta vedevo amanti in età da terza media! A questi amanti, chi insegna che il piacere sessuale non dura sino a che morte li separi. Non dura neanche nei grandi amanti, quelli cioè, che, dallo scantinato dove sta la passione, sono riusciti a farla salire ai piani della casa dove abita l’amore! L’idea che possa succedere a tredici anni è semplicemente ridicola. Ora, se questi amanti da terza media consumano precocemente il piacere, che gli resterà a venti, trenta, quaranta e via enumerando? Gli resterà, o una nullificazione del piacere, oppure, la ricerca di un rinnovato piacere nella rinnovante ricerca di altri e/o altre partner. Non_ci_si_scappa! Nella ricerca nei termini appena detta, e attuata per consunzione del piacere, quanto, i collegati nella ricerca si considereranno persone, o cose, visto che una persona amante può dirsi tale se ambedue le parti vi collocano della fiducia se non proprio della fede) nel genere di rapporto che stanno erigendo? Se questo non c’è, ambedue gli amanti non possono non diventare una sorta di oggetti a reciproca disposizione, e quindi, cose. Ci si può domandare, allora, l’uomo che uccide, cosa cassa dal regno delle sue ragioni? Una regina? Una femmina? Una donna? Una cosa? L’insieme delle cose? Visto l’aumento degli omicidi, sono propenso a credere che il maschio offeso nella sua regalità uccida, benché considerata sua, una cosa. Nessun maschio e uomo ucciderebbe la Persona sua, così come Achille non uccise Agamennone perché re suo.

Ritorni e manette come prassi

Cortese signore: a proposito della prassi di ammanettare e imbavagliare gli emigranti che tornano a casa (dati i mezzi forzosi, ne arguisco non volontariamente) vorrei dirle “dell’amore e di altri demoni” che stanno occupando sia la cultura occidentale che quella islamica. Sia dell’una che dell’altra, le dirò quello che conosco per cognizione di causa: la mia, benché all’interno del tutto che stiamo diventando, non, perché sentina di tutte le nequizie (o quanto meno, non solo) ma perché, non essendo più in grado di reggere i costi della vita con qualità, tendiamo a gettare i pesi fuori bordo. E’ stato così anche nel mio privato. Da stipendiato, prima potevo ascoltare il cuore. Da pensionato con la minima, prima devo ascoltare il portafoglio. Per questo motivo non ho potuto non allontanare dalla mia vita il nordafricano che mi girava per casa da circa un ventennio. L’avevo conosciuto da sfrattato per morosità in affitto. L’ho accolto. Gli ho trovato casa e lavoro. L’ho curato quando stava male fisicamente. Assorbendo i suoi malesseri gli ho smacchiato la mente da un odio verso l’America che lo faceva delirare. Ha buttato via tutto! Non era d’animo cattivo ed era intelligente per quanto sopraffatto da stupidaggini. Manteneva il senso dell’onestà anche quando deviava nella furbizia. Era un affamato di giustizia ma preferiva la vendetta perché d’impaziente attesa. Certamente paranoico. Succede quando un’umanità viene derubata dalla sua fiducia nella vita, come succede che a sua volta il derubato derubi: sino a che non c’è più nulla da derubare, vuoi dal derubante come al derubato che deruberà. Cosa orrenda la paranoia da morte della fiducia, perché dice morte anche nella speranza. Era certamente alcolizzato; tanto da essere, prevalentemente albergato nei suoi deliri e per quella causa, sotto gli alberi. Giunto ai cinquant’anni, si è domandato cosa ancora ci faceva, qui. Due le risposte: lasciarsi vivere così, o rientrare al paese. Durante il periodo di un mio volontariato, un tunisino in età che ho convinto al rientro mi aveva parlato del Nirva: Organizzazione europea per il rientro assistito. Siccome la persona presso di me se ne voleva andare quanto prima (a mio avviso, fuggire dal sé di qui, quanto prima) il Nirva di Verona che ho contattato mi ha messo in contatto con il Nirva di Roma. Fatte le dovute pratiche, dopo una decina di giorni è partito; è partito, anzi, un giorno prima perché abbiamo fatto confusione con le date. Poco male: l’avevano collocato in albergo. A proposito del Nirva, non le dico nulla che già non sappiano gli interessati, generalmente molto ben informati su quanto le leggi italiane possono favorirli. Deputate a tanto, suppongo le moschee; le quali moschee, assistono quelli che vanno a pregare ma indirizzano altrove gli altri: alcolizzati, droganti_drogati, barboni, e persi di tutti i genere, e di tutte le abitudini. Di tanta opera verso quella persona, cosa mi è rimasto? Per dire che non mi è rimasto nulla, e per non dire che ho buttato più di vent’anni della mia vita devo dirmi che il mio compito è stato nella semina, non, nel raccolto. Si, ma se la semina non ha fruttato che fallimento, quale la causa? Del cattivo seme, o del cattivo terreno? Alla stregua: se la semina della cultura occidentale nel mondo non occidentale non ha fruttato che fallimento, quale la causa? Del cattivo seme, o del cattivo terreno, o, come l’opposto, di un seme non adatto al terreno? Tornando al nordafricano imbavagliato e ammanettato di cosa è effettivo segno di fallimento umano e sociale? Del nostro? Di quello a emigrazione nordafricana? Di ambedue le civiltà? Di sé? Il poliziotto che ha legato e imbavagliato l’emigrante l’ha detta prassi. Ora, è prassi anche per chi se ne torna a casa, tranquillo pur avendo di fronte ben poche aspettative, o è prassi solamente per quelli che, obbligati a tornare a casa, fanno gli agitati giusto per bloccare il volo? Ad ogni rimpatrio assistito il Nirva concede 400 euro subito, e 1000 al paese. Non solo: a fronte di un serio e provato progetto di lavoro, il Nirva condede il necessario finanziamento. Questo ultimo, a rientro avvenuto. Non so in quali momenti il Nirva consegni i 400 euro. Se prima dell’imbarco e a tasche ricevute si può anche pensare che il fine dell’agitazione sia il bloccare il rientro perché lo scopo consisteva nell’intascare i soldi e basta?! Pensiero fortemente paranoico, mi dirà, signor Direttore. Vero, “dell’amore e di altri demoni”, mi difendo sempre malamente. Non per ultimo, anche dalla capacità di scrivere non più di trenta righe.

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Devo “dell’amore e di altri demoni” a G. G. Màrquez.

Fatti dire dal pensionato quando lo zucchero gli è calato

Ho letto, signor Direttore che ogni anno in Italia ci sono 100 mila nuovi diabetici con una spesa per il sistema sanitario che si aggira sui 300 milioni. I nuovi ammalati, però, potrebbero essere anche molti di più perché ci sono diabetici che sono fuori statistica perché non sanno di esserlo. Tenendo conto della possibilità, allora, anche le spese dette dalla notizia sono decisamente fuori statistica. Mi sono scoperto diabetico l’estate scorsa. Ero arrivato a più di trecento di glicemia, ma, non perché il mio diabete fosse asintomatico come ebbe a dire il medico delle analisi, ma perché, nulla sapendo circa i sintomi di quella malattia, pensavo ruggine da età i vari malesseri e le stanchezze che provavo. Dall’accertamento particolarmente grave, sono passato all’ottimale situazione accertata nell’ambulatorio mobile in sosta, domenica scorsa, in piazza Bra. Il risultato dell’analisi ha dato 75 di glicemia. Più che ottimo, ma non per questo guarito, perché una volta preso il diabete uno se lo tiene. Ho raggiunto l’eccellente risultato, eliminando tutti gli zuccheri più evidenti (dolci, bibite, le tremende brioche, ecc); eliminando ogni quantità d’alcol; diventando un accanito lettore di etichette. Leggendole, ho scoperto che la questione delle polveri sottili fa ridere rispetto allo zucchero naturale, e/o artificiale, (e/o più o meno chimicamente detto in modo comprensibile) che ci mettono nell’alimenti per conservarli. Ne mettono anche nel pane! Ho dovuto smettere di mangiarlo. Oltre che un generale rigonfiamento alle gambe, alle mani, e ad una subitanea maggiorazioni di peso, mi dava dei notevoli mali di testa. Ho dovuto eliminare anche il pane integrale: quello detto senza zucchero (e sarà anche vero) ma che di zuccheri ha pieni i semi usati. Avevo preso una tisana come coadiuvante della digestione. Conteneva semi di finocchio e non mi ricordo l’altra cosa perché ho buttato via tutto! A berla, un mal di testa da pronto soccorso! Giusto per fargliela breve, ho trovato zucchero anche nelle scatole di borlotti lessati di una certa marca. M’ha fatto ridere da matti quello zucchero! L’etichetta lo dichiarava invertito! Non gli mancava che quello! Vista la situazione, non si può non considerare che, sia le persone che il sistema sanitario nazionale, sono sotto tiro di un vero e proprio fuoco amico! Mi rendo anche ben conto, che una conservazione dei cibi con diverso conservante sia più onerosa, sia per l’acquirente finale che per la produzione industriale, o al caso, diversamente ammalante. Non ci si scappa, signor Direttore, di qualcosa bisogna pur morire, ma, qui si rischia di non capire più se ha istinto suicidario chi mangia zuccheri perché non ne può proprio fare a meno, oppure, se abbia istinto nolentemente omicida, l’industria che pur sapendo la situazione è pressoché silente nell’ovviare il problema. Al caso, è anche criptica e/o deviante quando si tratta di avvisare! Le etichette dei valori energetici e la presenza di zuccheri, infatti, sono in posti diversi della confezione. Durante i periodi di astinenza, mi sono fatto sedurre dai dolci cosiddetti senza zuccherò! Saranno anche senza zucchero ma non sono esenti da zuccheri, infatti, dei mal di testa dell’accidenti! Conversando con i presenti nell’ambulatorio mobile, dicevo che si può cercar di venire a capo della situazione solamente attuando, anche per gli alimenti, la campagna di efficace terrore che è stata attuata per il tabagismo. Per quel provvedimento, per legge farei scrivere su tutte le confezioni che contengono zuccheri di qualsiasi forma chimica questo avvertimento da scrivere ben in grande sulla confezione: nuoce alla salute del diabetico! Fra altre cose, il diabete altera anche la vista. Non per ultimo, coinvolgerei i Centri alle Dipendenze, perché il diabete crea dipendenza fisica, mentre il piacere della cosa dolce crea quella psicologica. Liberarmi dalla voglia di sigaretta, signor Direttore, è stato niente rispetto a quello che ho patito per liberarmi dalla voglia di torte! Con una sorta di intervento sulla falsariga degli Alcolisti Anonimi, ci sarei riuscito prima e con minor pena, molto probabilmente. Con i miei più cordiali saluti

Pubblicata sul giornale l’Arena il 17 Novembre. Non ricordo in che anno.

Sia ben chiaro

Nel processo a carico degli autori dei fatti successi a Montecchia di Crosara, (aiutato da due amici, un figlio ha ucciso i genitori), il professor Andreoli, (psichiatra), dice che fu “un delitto della norma”. Anche secondo me la norma uccide. Sopratutto la nostra normalità. Da quell’originale delitto, (vittime ma a nostra volta carnefici), si dipana un’infernale girone, che la norma non può che normalizzare, (curando o reprimendo), pena la sua estinzione. La norma sociale è, (dovrebbe essere), l’equilibrato amalgama di un insieme di relazioni fra individualità è società. Se le relazioni che provengono dalla società, bacano l’individualità, allora, quella normalizzazione è lesiva. La risposta del leso che non sa o non può assorbire le ecchimosi da errata normalizzazione, non può che essere difensiva. Tale difesa può giungere al punto da essere offesa. Vi sono difese che il sociale accetta e promuove, (pane et circensi vari), perché, non solo non gli sono offesa, ma sono anche medicina per l’offeso che si difende da una estranea normalizzazione. Vi sono difese che la Norma combatte per un eccesso di difesa dell’offeso. Per eccesso di difesa intendo tutti gli atti che, in vario modo e gravità, minano l’altrui umanità, e/o il suo bisogno di collegialità. Non mi interessa sapere se è nato prima l’uovo, (il cittadino), o la gallina, (la società), ma solo affermare che a formare il pulcino è la gallina. Escludendo i casi variamente patologici, (nel senso lato del termine), da ciò ne deriva, che l’errata normalizzazione non è colpa dell’individualità del cittadino ma della norma sociale. La norma non accetta questa responsabilità se non concedendo, (e concedendosi), delle attenuanti generiche: attenuanti che applica, quando le difese del normalizzato offeso, oltrepassano i limiti detti dall’integrità altrui. Con questo, non è che la norma non tenti di provvedere ai mali che procura, è che giudicando l’altro ma non sé, si spersonalizza da ciò che fa. Si può dire per questo, che il più miserabile dei delitti, la norma lo compie su sé stessa quando si vieta la carità di tornare sui suoi passi, cioè, di non tornare quello che è stata al principio: voce dell’Umanità, non, voce “dell’umano” potere.


Non ho nulla contro la norma, tutt’al più, contro le nefandezze nella normalizzazione. Per nefandezze, intendo le coercizioni che permettono si, la formazione del cittadino, ma a scapito dell’individualità. Di quelle nefandezze ne ho subito così tante, da urlare per anni. Da chi è intento ad urlare di dolore non si può certo pretendere capacità di delucidazione. Per avere quella, bisogna che il dolore passi, ma, passerà quel dolore? Temo di no. Come la “scimmia del “tossico” grava la sua spalla, così, il dolore di chi non è convenzionale, graverà sempre la sua vita. Lo prova questa lettera. E’ così piena della mia sofferenza che faccio molta fatica a riprenderla. Dal momento che la notte porta consiglio, ci riproverò domani: 25 Dicembre 2001. Oggi, l’ho pressoché rifatta.

Aprile 1992

La divisa è una questione dalle molte questioni

In primo, le scelte citate nell’articolo sono deficienti a più livelli. Le posto come mi vengono alla mente, ben sapendo che nessun pensiero può rispondere a tutti i pensieri. Per i simbolismi collegati, la divisa è un’armatura. Come per tutte le cose, possiede dei pro e dei contro. E’ pro perché fortifica l’identità di chi l’indossa. E’ contro, perché permette la formazione di un esaltante superomismo nei bisognosi di compensazioni. Normalizzare la divisa normalizzando i suoi simbolici segni, quindi, è riportare la cultura e la psicologia dell’operatore di Polizia alla valenza di cittadino, di fatto come gli altri non perché lo dice la Legge che serve, e della quale si serve quando la usa come ulteriore protezione. Fra i cittadini comuni vi sono soggetti che hanno di che perdere, e soggetti che sentono di non aver nulla da perdere. I primi sono prevedibili e quindi gestibili, mentre i secondi, aprioristicamente non prevedibili e quindi non gestibili. Quanto è non prevedibile e quindi aprioristicamente non gestibile, spaventa già a priori  l’animo dell’operatore di Polizia. La paura da imprevedibilità e da ingestibilità nei casi da panico è una condizione psicologica presente in tutti, quindi, è sia conosciuta che universalmente agita quando non dominata. La maggiorata forza psicologica dei socialmente nullatenenti mette l’operatore di Polizia nella condizione di doversi sentire più forte già a priori. Non potendo sapere già a priori quanto debba essere maggiorata la sua forza, adotta la maggiore che può e/o sa, e/o vuole: giusto per non doversi sentire inadeguato e/o comunque non adatto al ruolo. L’operatore che non sa dominare (e quindi gestire con equilibrio) la sua aprioristica paura, è pressoché destinato a compiere delle azioni difensive in eccesso: non capita solo in America. Si può tentare di risolvere (o quanto meno di ridurre) questo avvelenante groviglio di situazioni  con due contemporanei intenti: A) accertare la stabilità culturale dell’operatore di Polizia mettendo a nudo la sua mente. Ciò, per lo scopo di valutarne l’umana idoneità, sia al momento dell’assunzione che durante il proseguo del compito. B) mettendo la parte sociale che si vive come chi non ha nulla da perdere perché variamente povera, nelle condizioni di aver di che perdere dando stima, lavoro, studi, giustizia, e quanto necessario. Vorrà la Politica, fortificare i nullatenenti al punto che sia quella l’armatura che difende l’operatore di Polizia? Non gli è mai mancato il tempo per volerlo ma sperare non costa nulla.

La Destra e la Sinistra

La Destra e la Sinistra non si rendono conto di essere dei ventri imbecilli. La Destra che è stata, infatti, ha offerto pancia per la crescita della Sinistra che è stata, e la Sinistra che è stata, ora sta offrendo pancia alla Destra che è. A sua volta, la Destra che è, sta offrendo pancia alla Sinistra che sarà. E, poi, tragicamente ridicola una loro fondante convinzione: il figlio è proprio perché proprio il potere politicamente fecondante. La vita dimostra, invece, che anche alla cultura politicamente più certa, nascono figli meticci. Perché? L’Arbasino direbbe: perché c’è di mezzo la vita, signora Marchesa! Secondo me, invece, perché solo la vita conosce i dadi. La nostra, gli fa da bicchiere.