Desiderio di paternità nei Dispari

Caro Davide: innanzi tutto, scusami se per parlare con te, parlo prima con me, ma dei tanti libri che ho letto (dottorali o meno) sono l’unico che conosco abbastanza bene. Non avendolo mai avuto, non sono poche le informazioni su “padre” che mi mancano, e quelli che da collegiale crescente mi erano prossimi, ben poco sapevano anche loro perché’ si trovavano nelle mie stesse situazioni. Sapevo solo (e senza dubbio anche i miei prossimi) che in certi momenti mi si apriva una voragine nel petto di allora. Era un vuoto, non più profondo di qualche pianto a metterci il dito dentro, ma di quel vuoto, da una riva non si riusciva a vedere l’altra. Ti dirò! Anche all’epoca (sia pure con tutte le immaturità del caso) non è che fossi carattere in attesa della crescita dell’erba sotto i piedi, e neanche come quelli che stanno, con in mano le sole mani. Sono stato Ariete anche da piccolo, in effetti, così, me lo andai a cercare! Non che all’orfanotrofio prima e al collegio dopo ci sia stato questo granché di scelta, devo proprio dire, così, cercai nell’ideale quello che proprio non c’era verso di trovare nel reale. Luoghi dell’ideale sono i libri. In quelli mi immersi oltre la bocca. Forse, anche oltre la mente. Erano libri che parlavano di santi, di beati, di servi, e di quanto erano stati padri e madri di una vita trovata e modificata in meglio: almeno come speranza, dove non certezza se non nella loro fede. Di libro in libro, arrivai al Libro, ovviamente. Il Padre del Libro, però, era, sia per il cuore che per la mia ragione di allora, un Troppo di tutto. Se di tutto potevo anche capirlo, del Troppo, mica potevo sentirlo, vero! Il Figlio mi è stato certamente più vicino. Tuttavia da fratello mentre io cercavo un padre. Sono passati quasi tutti i miei anni, ma quello che cercavo da bambino non l’ho ancora trovato. Quello che ho trovato, invece, è di che essere me stesso: amalgamata parte di ciò che è ideale e di ciò che è reale sia dell’essere che del vivermi come padre. Nella mattina di un bel giorno sul paesello, in cucina con la Cesira ho trovato una ragazza. Bionda, non particolarmente bella, con gli occhiali, e con due tette così! All’epoca, non conoscevo la carne, ed anche del pesce, pura teoria. Stavo, così tra i due, dicendomi che li stavo vivendo solo perché (simil Bertoldo che diceva di star mangiando i cibi che solo odorava) intingevo polenta più che nei sughi della carne, che nelle fritture del pesce. Sparì la ragazza. Sparì una sposata. Mi mossi. Andai. Uscii. Cercai. Provai. Conobbi! Che si fa, Davide, dopo aver letto compiutamente un libro? Non si legge più? Certamente no. Così, di libro in libro, di vita in vita, sono andato superando le fasi di “figlio”. Ora, sto superando la fase di “amante”, e come ti dicevo prima, sono in quella di “padre”, o forse meglio, (Crusca permettendo) in quella di autopadre. Come auto padre, mi sento come la Mercedes che riconosce raramente praticabili (e quando con difficoltà) le strade del suo circuito. Vedo te, invece, come una Ferrari. Indipendentemente dalla nostra marca e della rispettiva potenza, le strade del nostro circuito, più o meno hanno le stesse non poche impraticabilità. Come non bastasse, quando c’è burrasca non abbiamo garage: per garage intendendo il riparo condominiale che è l’accoglienza sociale. Lo stesso vale per un figlio adottato. O lo teniamo sempre nella casa che gli e’ di riparo, o lo mettiamo in grado di percorrere la sua via come auto di non comune fra quelle comuni! In quanto veicolo di non comune marca, maggiormente troverà chi gli riga la carrozzeria, chi gli spacca lo specchietto, chi gli ammaccherà la portiera, ed altre nefandezze andando. Cosa diremo al suo rientro, Davide?  Dirgli che anche le nostre macchine hanno subito gli stessi danni, ma che corriamo lo stesso più di tante più normali bagnarole potrà’ confortarlo? Durante la crescita ne dubito; ed e’ appunto per questo dubbio che non me la sento di mettere un figlio adottivo in quel così. Pessimismo di vecchio, mi dirai! Può essere vero, Davide! Come può essere vero che anche in una conformata e confermata identità di Dispari, un bel giorno può nascere il desiderio di diventare il bastone di una speranza. Sapere se sia bisogno di dargli forza, o dandola, il bisogno di confermare la propria, è anche sapere quale sia la vera faccia di Giano.

Giovinezza

La nostra vita è gestita da due potenze: il Sapere ed il Sentire. La corrispondenza fra le due potenze, (bagnate nell’esperienza che si confronta con altre), forma, quello che chiamiamo bagaglio culturale. Tutto molto bello e molto chiaro, detto così! Come mai, allora, per moltissimi anni della mia vita, è stato il Sentire, che ha prevalentemente gestito il mio Sapere? Mi sono risposto: perché la forza della mia vitalità naturale, era maggiore di quella della mia vita culturale. Ho potuto mettere in paritaria gestione i due poteri, quando ha cominciato a calare, la mia vitalità naturale. A quel calo, (non necessariamente fisico), ha contribuito il costante lavorio del mio pensiero su di me. Un Sentire, che tracima dagli alvei posti dal Sapere, è una forza che trova i suoi termini solo in sé stessa. La stessa cosa si può dire della passione. Si può affermare, pertanto, che il prevalente sentire, la propria vitalità, rivela il narcisistico innamoramento di sé. In genere, avviene nella giovinezza ma non è detto. Nella giovinezza tutto gravita attorno a quel sole che diciamo Io. La forza della vitalità di quel sole può esser tale da far squagliare le ragioni del Sapere. In quel caso, le ragioni del Sentire, diventano ragione del Sapere. Della Giovinezza, allora, si può dire, che è l’età, nella quale, prevalentemente sa ciò che sente vero, più di ciò che è vero. Il pensiero della giovinezza, quindi, è prevalentemente soggettivo. Si comincia a ragionare con pensiero oggettivo, mano a mano, il pensiero soggettivo, com_prende, (tanto quanto verifica), il mondo circostante che ha cominciato ad abitare. Il segno del trasloco dal mondo soggettivo a quello oggettivo si chiama maturità. Non a tutti riesce.

Luglio 2007

Babele

Nei miei pensieri gira da mesi una parola: Babele. Simbolicamente parlando, Babele è il luogo della condanna che subisce chi, per fame di potere, orgoglio, vanità, (ecc.) osa innalzare la sua vita oltre sé. Chi dice il segno dell’eccessivo innalzamento è la confusione mentale e spirituale, nota, appunto, col nome di babilonia. Chi, in babilonia, oggi? Direi la politica quando si fa potere. Direi la medicina (e/o scienza) quando si fa perseguitante. Direi la religione quando l’ortodossia finisce col motivare delle alterne ricerche di Dio, o quando, per difendere il nostro animo dalle sue pretese, ci costringe a recitare una parte, cioè, ad essere ipocriti. L’ortodossia definisce le personalizzate ricerche di Dio come religioni fai da te. Definisce relativismo etico la difesa dell’animo che si rifiuta di portare dei gravi che essa gli reca oltre misura. Non si rende conto l’ortodossia, che alterna ricerca e relativismo etico, altro non sono, che la babilonia spirituale che origina, ogni qual volta predica dalla cima della Babele di parole che usa per avvicinarsi al cielo in cui crede ci sia Dio. Secondo Cristo, Dio è il Padre, quindi, fondamento di vita. Ciò che è fondamento non sta sulla cima della realtà dell’IO in Babele, bensì, alla base. Il Padre, quindi, sta nella vita, non, in cima alle nostre torri Con questo non voglio dire che l’ortodossia non abbia ad insegnare quello che crede giusto. Intendo dire, bensì, che deve farlo come “clemente e misericordiosa” compagna, non, come uno spirito, che, bontà sua e tante grazie se gli va, qualche volta rinuncia ad essere un babilonico con_dominio.

Aborro le prevaricazioni per fede

Spettabile Ufficio: è dimostrato dai fatti che il terrorismo politico cela le sue armi sotto l’abito religioso. Eliminare il terrorismo, quindi, è anche spogliarlo di quella veste. Se fossi Presidente di stato organizzerei un Congresso Mondiale delle Religioni. A quella sorta di ONU dello Spirito proporrei due temi di lavoro: *) la ricerca dei principi universali che guidano ogni religione particolare; *) i principi fondamentali di una religione, quanto e quando possono legittimare la prevaricazione che è in ogni ideologia quando è imposta? Con il primo punto vorrei raggiungere lo scopo di far generalmente conoscere l’unità che è in ogni diversità. Conoscere la diversità è già non temerla, è già non osteggiarla. Il risultato di questo lavoro lo farei diventare un’obbligatoria materia di studio. Con il secondo punto, invece, ogni campagna contro un qualsiasi fondamentalismo cesserà di essere intesa come una crociata. Premesso che il dolore è la voce del male (naturale, culturale, spirituale) in tutti i generi di errore, ne consegue che il pensiero politico e/o religioso (nel diventare pensiero sociale condiziona forzosamente il diritto di essere ciò che si vuole essere) lede la specificità individuale. Per tale offesa, è delitto contro la vita, e, per estensione del principio, contro la Vita. Il fondamentalismo che prevarica la vita personale è una guida spirituale carcerante. Per tale principio, la difesa dell’universale Adamo, “il nato dalla terra”, che è in ogni genere di individualità, si deve considerare mossa dalla volontà di liberarla dalla pretesa di costringerla a sottostare al pensiero religioso che vincola il pensiero sociale. Ovviamente, nulla vieta a questo Ufficio di considerare folle questo scritto. Prima di escluderlo dalla sua considerazione per questo motivo, però, ricordi, che la follia è un pensiero bifacciale. Da un lato mentecatto, e dall’altro originale. Perdoni la rima.

Datata Marzo 2007 – L’originale, a causa di un salvataggio da word in dot, era diventata un incomprensibile pastrocchio. L’ho resa comprensibile nel Dicembre 2019 Non ricordo più a chi l’ho mandata.

Quando la vita è in dose e quando non lo è.

Ti mando degli sparsi pensieri. Sempre ché ci sia di che recuperare, certamente necessitano di una terapia di recupero. Se la futura tendenza ideologica sulle tossicodipendenze sarà libera e/o libertaria più di quanto lo sia di fatto, ora, come poterla contenere senza per questo proibire? A mio avviso, cassando dalle presenti leggi tutto quello che il tempo ha rivelato la loro idiota utilità, e alveando il risultato in un più attinente bacino. A mio vedere, questo:


Disciplina di contenimento per l’identità in over di sé.


Considero identità in over di sé, la personalità, che a causa di qualsiasi genere di assunzione (chimica quanto ideologica) manifesta un’eccessiva misura di vita. L’eccessiva misura è evidenziata dall’incapacità di agire (con sé e con altro da sé) secondo una duttile relazione di vita. Dalla Disciplina di Contenimento non escludo nessuna regola, legge, personalità, incarico privato e/o sociale, e quanto relativo all’idea. La principale intenzione di questa Disciplina consiste nel passare il recupero della personalità in eccesso, dalle mani della Legge a quelle della Medicina per l’accertamento clinico e della Psicologia con finalità pedagogiche per l’accertamento socioculturale della personalità in squilibrato vissuto. Perché verificare l’eccesso di vitalità e di comportamento? Perché se vi sono droghe non rintracciabili, cos’altro rintracciare se non il comportamento? Pazza idea? Si, forse, non so, ma se è solo una scoreggia, nulla ti vieta di aprire una finestra. Torno ancora alla questione droga così come è ora. Al Sert viene avviato il fruitore trovato con le mani nel lardo. Succede anche con l’alcol? O l’alcolista viene avviato agli alcolisti anonimi da un medico. E se l’alcool è una droga, e se si può considerare dose per uso personale solamente un dato quantitativo, perché mai la polizia (o carabinieri e/o quanto affine) non viene autorizzata a denunciare all’organo competente per l’avvio al Sert, chi trova mentalmente e fisicamente sfracellato dall’alcol? Perché anche questa preoccupazione mi chiedi? Perché giro di notte, Giovanni. Credo di essere l’unico operatore di strada ancora in funzione.

Datata

Il Dolore è il sostantivo del Male

Dolore, è il sostantivo del male naturale e spirituale da errore culturale ma per quanto di controverso percorso, comunque, ogni via è destinata alla verità del giusto Spirito: dove non secondo Cultura, secondo Natura. Non procede secondo Natura, secondo Cultura e neanche secondo Spirito, la via che al bene reca la voce del Male: contro i principi della vita, dolore da massimo errore.

Fra uomini e donne: a voi studio.

Per non si sa quanto tempo abbiamo discusso su che cos’è norma senza arrivare ad una conclusiva affermazione. Norma, per come la vedono il Principato e la Religione è piena corrispondenza a delle prefissate regole. La dove non è possibile viverla pienamente, la si recita: è umano! Le regole imposte dai due capisaldi della società, non per questo sono giuste, o nei miglior casi, non completamente giuste (o quanto meno non bastanti) per formare l’umanità personale del dato cittadino da normalizzare. Alla luce di quanto generalmente avviene, il Cittadino, non può non essere che il deformato piede da scarpe che ne bloccano lo sviluppo. Prendo l’esempio esempio dalla cultura cinese dell’epoca Che Fu. Consenzienti nolenti o volenti, l’arresto dello sviluppo ha bloccato l’animo femminile ma non di meno il maschile, anche se questi si è curato dalla paralisi con massicce dosi di quel ricostituente che conosciamo come potere. A dosi molto più annacquate è stato cura anche per l’animo femminile. A dargli dosi di potere ancora più blande, invece, è stato il principato religioso. A dosi molto più annacquate, anche l’animo maschile dei poco potere è stato curato promettendo consolazioni in due prevalenti settori: in quello ulteriore e sulla vita della donna. Per confermare dei primi, infatti, non si può non confermare dei secondi; e chi, meglio di identità fisicamente deboli, o per natura, o tale rese per imposta cultura? Principato e Religione potevano agire diversamente? Dipende! Per formare una società di Cittadini, certamente no. Per formare una società di vita, certamente si. Possiamo dunque, considerarli colpevoli di offesa contro l’Umanità sia il Principato che la Religione quando diventato soverchiante potere? Mah! Della saggezza del di poi sono piene le fosse, dice giustamente un proverbio, e quel che giusto ora sino ad affermata banalità, è pur sempre la somma esperienziale ricavata dalla riparazione di errori e dolori secolari. Prima o poi, però, bisognerà pur ritrovare il punto! Da qualche tempo lo sta ritrovando la donna. Da qualche tempo lo sta perdendo l’uomo.

La Donna lo sta ritrovando con potenza, ma, occorre ammetterlo anche con prepotenza: docet l’uomo. Se è il calcare che cerco, non occorre studiare un monte: basta studiare un sasso. Ambedue, infatti, sono portatori della stessa principiante sostanza: il calcare. Dalla considerazione, un banalissimo caso. Quando passo da una parte all’altra della strada mi metto all’inizio delle strisce e aspetto che si fermi il mezzo che giunge. Ebbene, si fermano maggiormente i mezzi guidati da uomini più che quelli guidati da donne. Da parte della donna, ci vedo in questo una sorta di rivalsa da nonnismo! Quello in cui la recluta che è stata e che ha subito, si rifà sul nonno che per prossimo congedo non starà più con il potere di prima. Oltre a questo esempio, lo vedo anche nella più confermata solidarietà fra donne solo culturale il più delle volte. Solidarietà però, che soffre di un deleterio effetto collaterale, perché, a mio sentire, diventa ostilizzante barriera per la solidarietà che la donna non può non continuare a sentire verso anche verso l’uomo: pena, se rinuncia a sentirla, in una chiusura da fortino in un deserto dei tartari, dove, fra l’aspettato e chi aspetta vi è una desolante area di inutilitudine, che sta come corpo morto sta. Sulla cultura maschile e femminile della vita (cultura in evoluzione per liberazione da schemi da una parte, e di elaborazione di nuovi schemi dall’altra) ci pensa poi la Natura a rendere un’unica carne i due soggetti in discorso. E’ un’unione che può originare la vitalità di altra vita, come confermare la vitalità della presente dei soggetti in unione. La dove non procurano errore e dolore, ambedue le motivazioni sono un bene, a mio avviso. Ritrovare il comune senso, però, può essere l’impegno che supera delle negazioni del sé maschile o femminile come sinora è successo. Ritrovarlo, è continuare a cercarlo per intenti da raggiunta corrispondenza, ma anche questo è sempre successo almeno in generale pratica. Due, sono i modi per raggiungere un piena corrispondenza di intenti di vita:

*) raggiungerli attraverso la comune Cittadinanza;
*) raggiungerli attraverso la scoperta di sé.

Nel primo caso, non conta che sia anche ipocrita: conta che sia collettivamente fortificata da una generale condivisione. Nel secondo caso, conta la capacità di spogliarsi dell’identità convenzionale, e la capacità di rivestirsi della propria. Poco o tanto, bene o male, anche questo succede già. Dove c’è dissidio fra i due stati del vivere, cosa ci sta indicando la vita, per farli cessare? A mio avviso, ci sta dicendo che su base culturale non sempre è possibile rendere un’unica carne le due unità, e che ogni forzatura nella ricerca di unione potrebbe essere vissuto dalle due unità come un ergastolo dal quale si potrebbe voler evadere costi quello che costi! Il cosiddetto femminicidio (come se con femminicidio si intendesse uccisa la femmina ma risparmiata la donna!) è il supremo fra i costi! Maggior costo nell’uomo, è sentirsi inservibile: vuoi per la femmina, vuoi per la donna, vuoi per la vita. Inservibile, non nel significato di logorato dall’uso, bensì, inservibile perché non a servizio: vuoi della femmina, vuoi della donna, vuoi della vita, e quindi, anche a sé stesso. Che la donna debba continuare a far sentire compiuto il senso di servizio verso l’uomo, verso la vita e, quindi, verso sé stessa, volere o volare implica una buona dose di abnegazione. Nei casi più pesanti, un continuo dolore esistenziale e non di meno fisico. Implica anche, un raggiunto senso di vivere nei casi meno pesanti come nei più felici. Certamente non è l’unico senso della donna, quello di abnegarsi nei confronti dell’uomo. C’è anche quello di sapersi e/o volersi abnegare nei confronti della vita; ed è il caso di donne che trovano la loro ragione di essere nel porsi a servizio della vita (come della propria), vuoi in senso religioso, vuoi in senso sociale_politico, vuoi nei sensi che sceglie, e quindi, anche di sé stesse. L’importante, (vero, Luisa :)) è non mescolare scarpe con zoccoli! Cosa che invece succede, ogni qual volta, donne o uomini che trovano il loro senso di nel porsi a servizio della vita, (come della propria) si vedono costretti a normalizzarsi come Cittadini perché da molte pressioni indotti a negarsi come sé stessi! A questo proposito, quanto e/o come provvedono il Principato e la Religione? Al momento, direi con soli placebo. Di fatto, ambedue i poteri hanno bisogno che il Cittadino sia un eguale tot di lunghezza, di larghezza, e di altezza! Nessun genere di potere potrebbe potrebbe costituirsi solida piramide ergendosi con mattoni di diseguale misura e/o materia! Nel non aprioristicamente risolvere i conflitti che a loro servizio il Principato e la Religione hanno creato fra l’uomo e la donna, ci vedo l’irresolvibilità del problema. A meno che non si muti il Principato per raggiunta mutazione della società. A meno che non si muti la Religione per raggiunta mutazione del suo pensiero. Se mai avverrà ci vorranno secoli, pertanto, passo e chiudo. A voi studio.

Tutti siamo educatori

In ragione delle informazioni che comunichiamo, tutti siamo educatori. Pessimi quelli che si dimenticano di essere contemporaneamente alunni. Certamente sono un educatore non titolato, ma grazie al cielo, neanche stipendiato, quindi, libero! Torno al mio bisogno di precisazione che avevo inizialmente accantonato. Riguarda l’abitudine di dire a voce alta quello che si pensa, e che è meglio essere sinceri anziché viscidi. Nessun argomento precedente aveva portato a questa affermazione. Siccome il soggetto dei tuoi messaggi sono io, mi è lecito pensare, allora, che quel modo di agire avesse me come argomento. A che proposito? Come educatore o come identità sessuale? Ho affermato in un precedente messaggio, che il bisogno di un maggior tono vocale rivela volontà di dominio. Mi sono occupato di tossicodipendenze per più di una quindicina d’anni! Dei “tossici” ho conosciuto anche parecchie madri: tutte dominanti! Con dominanti intendo dire che la loro femminilità psicologica era coperta dalla loro psicologica mascolinità. Certamente sono delle eroiche nutrici, tuttavia, pessime madri! Il carattere maschile in loro predominante, infatti, impedisce ai figli di sentirsi accolti_accettati, e quindi, non amati (l’amore è comunione) per quanto nutriti. Dove una madre rifiuta l’abbraccio, vi è sempre una matrigna che accoglie i bisognosi di abbraccio. Ora, non voglio dire che tutte le donne che sentono il bisogno di dire a voce alta siano destinate ad avere figli “tossici” in famiglia! Voglio dire, bensì, che la volontà di dominio sulla vita altra, sottotraccia rivela delle insicurezze_paure, e che le insicurezze_paure di una madre che si cura con il dominio, rendono i figli altrettanto insicuri_spaventati. Brutti anatroccoli comunque spaventati, comunque diventeranno Cigni, ma, non tutti i Cigni, fanno le stesse piume e/o nuotano nelle stesse acque: sociali o sessuali che sia. Ora, quanto è pronta_capace una donna determinante, ad accudire anche quel genere di cigni? O è anche questo possibile dubbio, ciò che gli alimenta l’urlo? Ad esempio, giusto per tacitare l’incapacità di darsi risposte su di sé, oltre che per il suo ruolo: naturale o adottivo che sia?

Edipo ha molti padri

Freud (rifacendosi alla tragedia di Edipo) dice che il figlio supera la figura del genitore se lo “uccide”. C’è del vero in quanto dice, tuttavia, è un vero fortemente superato. La società non è più il compiuto Genitore che fa compiuti genitori che fanno compiuto il Genitore. La Società, oggi, è un’Idra dalle molte teste: tutte referenti all’unica, e tutte delegate ad essere la sua, ma nessuna responsabile del Tutto. Ciò che è diventato lo Stato genitore, è diventato anche lo stato dei genitori. Anche i genitori, infatti, a livello educativo sono diventati la testa formata da tante teste. In vero è sempre stato così, ma i referenti dell’Idra dedita alla pedagogia sociale (sia pure ai tempi di Berta filava) erano numericamente inferiori. Non solo, di più ferma (certa e/o potente) identità personale e sociale. Per quanto penso, il figlio che oggi deve giungere ad uccidere il suo prevalente educatore (commistione fra padre, madre, parenti, società, norme, usi, insegnanti di tutti i generi, ecc, ecc) come fa a identificare il prevalente Laio da superare? Non potendolo fare perché non è più possibile farlo, il crescente di oggi rivolge la difesa contro sé stesso accecando la crescita.

Constato da Mauro

Constato da Mauro che quello che è chiaro per chi scrive, non sempre è chiaro per chi legge. Con – Convivere è necessario – non intendevo riferirmi a nessun genere di rapporto fra persone, ma fra la persona ed il mondo. Per attuare quella relazione, i modi ed i generi possono essere condivisibili, o non necessariamente condivisibili, l’importante, è fare in modo che si mantenga la relazione fra un Io ed il tutto. Per quale fine? Indipendentemente dal come, dal con chi, e/o per quali mezzi, perpetuare vita con il meno dolore possibile. Il restante riferimento a me, è pura voglia di polemica. No, Mauro, non tu mi hai lasciato “lungo quella sua strada troppo paolina”; io, ti ho lasciato lungo la tua. E ti ho lasciato lungo la tua, Mauro, perché se da un lato, come persona sei molto sensibile, e senz’altro meritevole di amicizia, dall’altro, straripi come bloger, ogni qual volta ti sfugge il dominio sulla ragione altrui; e ti sfugge, a mio avviso, più per motivi inerenti il bisogno di veder confermata la tua personale identità, più che per necessità inerenti le tue non poche conoscenze; sulle quali, si potrà anche opinare ma che nessuno mette in dubbio. Non io, almeno. Non lo saprei, neanche volendolo. Troppo paolina, dici, la mia visione della vita? In questa affermazione, o menti o sei in malafede, o hai dimenticato e/o rimosso che in tutti gli scritti che fra di noi hanno avuto il Saulo/Paolo in oggetto, siamo sempre stati d’accordo sul fatto che è stato una sciagura culturale per l’ambito religioso, ante lui iniziato e da lui deviato. E, allora? Se ad un fiume dal livello oltre metro ci si premura sollevando gli argini, perché mai non lo dovrei fare io quando straripi oltre metro? E’ successo altre volte, ed altre volte, nonostante sentissi l’errore, ho tolto i sacchetti di sabbia che avevo messo a difesa dei miei campi. Ma, adesso, di te, fiume che passa dalla secca allo straripamento anche nel giro di un fiat, ho deciso di non fidarmi più. Ad ognuno le sue perdite. Ad ognuno i suoi guadagni. E’ la vita.

Gennaio 2009

A mio vedere ci sono due egoismi


A mio vedere ci sono due egoismi. Il primo contribuisce alla conservazione della vita di un dato soggetto. Il secondo contribuisce alla conservazione della vita di un dato soggetto, su di un altro dato soggetto. Negativo il secondo, ovviamente.


Caro perdamasco, una volta fissate giustamente (come fai tu) le radici biologiche del primo egoismo, temo che non sia più possibile distinguerlo dal secondo. O meglio si può farlo, ma con un percorso molto più lungo, che a me pare questo. L’egoismo istintivo e immediato che la natura sotto specie di selezione naturale ha fissato come programma di ogni organismo vivente, nel caso di un animale come l’uomo, che ha sviluppato un controllo tecnologico dell’ambiente, non è più adeguato, da solo, a garantire la sopravvivenza della specie. In altre parole, l’egoismo funziona per gli esseri viventi semplici e deboli che debbono lottare, sottoposti alla natura, per la sopravvivenza. Non funziona più quando una specie diventa capace di modificare il suo ambiente: in questo caso la somma dell’egoismo dei molti porta a una distruzione disordinata dell’ambiente, che può distruggere la specie intera. Per questo l’egoismo va controllata da funzioni psicologiche superiori, come una morale consapevole del suo obiettivo della conservazione della specie umana e della stessa natura che ne e’ il presupposto fondamentale.

asepara

“per questo l’egoismo va controllata da funzioni psicologiche superiori, come una morale consapevole del suo obiettivo della conservazione della specie umana e della stessa natura che ne è il presupposto fondamentale.”

asepara

Verissimo; ed è anche l’istintuale progetto base di tutte le religioni, direi. Guaio è, che lo perdono (l’egoismo come antidoto morale contro l’egoismo sovra individuale che porta hai poteri) mano a mano diventano politiche. E poi dici che sono io a razzolare male! 😀 Altrettanto è vero che l’impedire al necessario egoismo individuale di non diventare un egoismo sovra individuale è un percorso che dura tutta la vita quando non oltre come penso.

asepara

“In altre parole, l’egoismo funziona per gli esseri viventi semplici e deboli che debbono lottare, sottoposti alla natura, per la sopravvivenza.”

asepara

Dissentirei. A mio vedere non è dei soli semplici e deboli. O meglio, è debole e semplice (l’egoismo di quei soggetti) se gli stessi soggetti non se ne sono serviti o non hanno potuto servirsene) con pienezza. Cosa sia “con pienezza” per un dato soggetto, lo dice l’esistenza e l’individualità del dato soggetto. Ed anche questo, è ricerca che dura come detto sopra. Condivido a proposito dei problemi inerenti l’ambiente. Sono problemi che nascono, appunto, da una sovra esposizione: quella dell’egoismo individuale – sociale su l’ego della Terra.

Maggio 2008

L’arresto dei superlatitanti sono risposta a calunnie, dice B.

Dipende! Se sono solamente nemici dello Stato, è indubbiamente vero. Diversamente, se sono amici che la sua opera di governante potrebbe aver reso suoi nemici, non è necessariamente vero. L’opera di decapitazione della mafia permessa da questi arresti, è un’indubbia messa in debolezza dell’attuale potere mafioso, ma la mafia è un’idra. Tagliata una testa, anche se non immediatamente potente come la tagliata, ne spunta un’altra. Durante la transizione dei poteri fra la testa tagliata e quella che spunterà vi è un periodo di stasi. Il che, ammesso come vero quanto si sta leggendo sul suo presunto rapporto con i mafiosi, la pone, almeno per il momento, in una fase di sicurezza, sia personale che sociale. A proposito delle figure mafiose arrestate.

Se non appartengono al ramo mafioso di chi la sta accusando, ci sono altre verosimile ipotesi:
* quegli arresti (se di avversari di quelli che l’avrebbero favorito) sono un voto di scambio;
* favoriscono l’espansione territoriale – delinquenziale – politica – terroristica – di quelli che l’avrebbero favorita;
* sedano ogni futura rivalsa del ramo mafioso che la sta accusando;
* la sedazione permetterà di bruciare le accuse del pentito;
* il pentito giudiziariamente bruciato, le permetterà di dire: avete visto? Sono i soliti magistrati comunisti! Staremo a vedere.

Staremo a vedere anche per quanto riguarda le affermazioni del signor La Russa, deboluccio in memoria, direi, perché, come dovrebbe essere ormai noto ad ogni potere, una volta corre il cane, e una volta corre la lepre. La Storia ci dirà sia la direzione del cane che quella della lepre, e ci dirà quanto e dove ha corso il cane, e quanto e dove ha corso la lepre. Nel frattempo, la sconsiglierei di ricorrere a polpette avvelenate. Vuoi perché potrebbe uccidere il cane oppure la lepre visto che il suo potere politico potrebbe risultare (ad accuse provate) non solo erbivoro.

Datata
 

Lettera ad una madre

In ragione del nostro Spirito, siamo principi di vita: corrispondenza di stati fra Natura, Cultura., e Spirito Lo possiamo essere per la sola Natura qualora si origini un corpo, per la sola Cultura qualora si origini informazioni; per il solo Spirito qualora si origini forza. Ma, vita, è lo stato della corrispondenza fra infiniti stati di vita. Pertanto, anche dove si origini solamente Natura, o solamente Cultura, o solamente Spirito, comunque, indirettamente quando non direttamente, non si può non originare vita. Io non sono stato un padre naturale. Tuttavia, comunicando le informazioni che hanno permesso a più di una vita di trovare parti della sua, posso dire di essere stato padre culturale. Siccome ciò che ho permesso ha dato forza a quella vita, posso ulteriormente dire di essere stato anche padre spirituale. Non solo. Per dare le informazioni che hanno dato forza, non ho potuto non accogliere la vita a cui l’ho data. Siccome l’accoglienza è il principio naturale, culturale e spirituale della donna, per questo posso dire di essere stato anche madre. Siccome vita è anche lo stato di infiniti stati di vita che si origina dalla corrispondenza fra la determinazione maschile e l’accoglienza femminile, non ti dico, infine, quante figure parentali, maschili e/o femminili, sono stato di volta in volta.

ali

Questa multiforme proprietà dell’essere non è solo mia. A differenza di altri, ne sono solamente più cosciente. La determinazione naturale, culturale e, dunque, di vita, rende maschio l’ uomo. L’accoglienza naturale e la determinazione culturale e, dunque, di vita, rende femmina la donna. L’uomo non può non accogliere culturalmente ciò che ha determinato. In questo senso è anche culturalmente femmina. Se non lo è, non gestisce e partorisce, culturalmente e spiritualmente, la vita che ha deciso di proiettare. Così, la donna non può non determinare su ciò che vi è da accogliere. Se non lo fa, non proietta da sé la vita che ha accolto. Proiettandola, invece, è anche culturalmente maschio. L’insieme della corrispondenza fra determinazione ed accoglienza, conforma la sessualità: maschile nell’uomo se sarà prevalentemente determinante, femminile nella donna se sarà prevalentemente accogliente. Ma, vita è lo stato di infiniti stati di vita. Allora, nello stato sessuale di prevalenza, (maschile e/o femminile) sia nell’uomo che nella donna si dirameranno dei secondari stati sessuali: gusti in amore e/o in amare. Quando questi gusti segnano la persona al punto da formarne l’identità, si hanno delle ulteriori figure sessuali: le cosiddette “diversità”. Il Principio della vita è il bene della Natura. Per corrispondenza di stati, il bene della Natura, diventa il vero nella Cultura ed il Giusto nello Spirito. Pertanto, siamo normali a noi stessi e nei confronti della vita sino al Principio, tanto quanto non si origina del male: dolore nella Natura, errore nella Cultura ed esaltazioni o depressioni nella forza della vita.

ali

Sia nei confronti della vita personale, famigliare e sociale, il male, è mancanza di vita e, dunque, mancanza verso la Vita. Per questo, non può essere norma di vita. Allora, indipendentemente dalla sessualità, anormali alla vita sono quelli che coscientemente perseguono il male. Per quanto sostengo, lo stato della corrispondenza fra stati naturali, culturali e spirituali fra le due famiglie, (la personale e la sociale), dice quanto esse sono reciprocamente normali sia verso sé stesse che verso il Principio della vita. Il Principio della vita è la vita che ha originato la vita. Non lo dico con altro nome, vuoi perché sarebbe invano, vuoi perché sarebbe vano. Qualora vi sia della vita, (individuale, famigliare quanto sociale), che diverge dal Principio della vita, (sia nella vita propria che nella vita altra, il principio della Vita sta nel comunicare vita in tutti e fra tutti gli stati della vita), non la vita in questione lo allontana, ma (tanto quanto coscientemente vuole ciò che lo separa dal gruppo di principio culturale) da sé quella si allontana. Il soggetto che si allontana, (coscientemente o no che sia), decidendo di essere parte per sé stesso, necessariamente, diventa estraneo a quello di origine tanto quanto non vi corrisponde più. Prendere atto della separazione da estraneità può essere abbastanza “semplice”, ma, non tanto nell’attuarla. Vuoi per situazioni economiche, vuoi per altri vincoli. Fra questi (in chi si è separato) la paura di affrontare le inevitabili conseguenze che sono nelle sue scelte. Accertare in chi stia la paura (debolezza che indica la personalità non ancora strutturata) e in chi (volente o nolente) stia la passiva accettazione da comunque normalizzato  non è mica tanto semplice. Non tanto per il sentire, quanto per il capire su quanto si sente. Che fare in questi casi? Direi tornando da capo, al principio della vita.

ali

E il principio della vita è la Natura. Non sapremmo il concetto culturale di piacere e/o di dolore se la Natura, il corpo, non ce lo facesse sentire. Ciò che noi si sente, dunque, è informazione tanto quanto ciò che si sa, ma, a fronte di una cultura in confusione, la Natura non lo è mai. Infatti, essa sente il dolore e/o il piacere anche quanto la sua Cultura non sempre la sa nominare o sa riconoscerne le cause. Ho detto prima che il dolore è male da errore. Ecco così, che anche non sapendo l’errore, comunque il dolore te ne segna la presenza. Al punto, ogni qual volta i corrispondenti non sappiano e/o vogliano far cessare il dolore da cause esterne (nondimeno interne) facendo cessare i dissidi da errore, non solo ciò rende giusta la separazione ma ne segnala la necessità. Per perpetuare la sua vita e la vita, l’ uomo determina la Cultura femminile penetrandone la Natura. Il carattere che si origina dalla comunione fra la potenza del suo corpo, della sua mente e della forza della sua vita è detta virilità. Quando questo carattere è offeso da una opposizione, l’uomo si separa da ciò che offende il piacere datogli dal suo sé, appunto, la penetrazione – determinazione – proiezione dei suoi principi. Per farlo, non ci mette che il tempo di pensarlo. La cosa è ben diversa per la donna. Non tanto per il rapporto carnale fra madre e prole, quanto perché il principio della donna, (indole culturale e spirituale, naturale o comunque indotta che sia) è l’accoglienza, non la determinazione.

ali

L’accoglienza comporta la presenza di una remissività spirituale che, oltre che la fisica, conforma quella mentale. La remissività spirituale, (cosa ben diversa dalla passività spirituale in quanto la remissività è attiva perché implica la volontà di esserlo), è l’ulteriore motivo per cui una donna si separa molto difficilmente dalla vita e/o da degli stati di vita che ha accolto. Data la determinazione come carattere e piacere maschile, l’uomo è una forza proiettiva. Diversamente, data l’accoglienza come carattere e piacere femminile, la donna è conservante più che proiettiva. Essendo prevalentemente conservatrice, non può non conseguirne che i tempi di elaborazione delle informazioni della donna sono più lunghi di quelli dell’uomo. I diversi tempi dell’orgasmo sessuale confermerebbero quanto sostengo sui diversi modi di affrontare la vita dell’uomo e della donna. Quando per motivi personali e/o sociali una donna non può non separarsi dalla vita che ha originato perché accolto, può anche vivere la divisione con un dolore che può giungere a colorarsi di colpa. Il Senso della Colpa, si origina dalla somatizzazione di una depressione nella forza della vita: lo spirito. Questa depressione può avere infinite cause. Fra le prevalenti: dei dubbi circa il ruolo di femmina, (per quanto riguarda l’accoglienza naturale dell’uomo), e/o di donna per quanto riguarda l’accoglienza culturale, sempre dell’uomo. I dubbi su di sé e/o i rifiuti dell’accoglienza naturale, quanto culturale e spirituale dell’uomo, (amante, marito e padre) rischiano di ombrare la qualità dell’accoglienza della prole verso chi l’ha principiata. L’ombratura da incertezza può originare dei rifiuti: totali o parziali che sia.

ali

Ogni successivo atto riparatore su quell’incertezza potrebbe renderti soggetta a ricatti affettivi: ricatti di maggior presa tanto quanto si basano (o li basi) su sensi di colpa. Una mente che entra in questo girone di dubbi e/o di ricatti, rischia di non venirne più fuori! Pertanto, fermiamo le macchine! E’ ben vero che potresti anche essere la sciagurata che ha tradito tutto e tutti, ma, di te, (come di tutti), si può dire anche vero, che la Vita si è servita della tua, per poter dettare a tuo figlio il problema che deve risolvere: trovare sè stesso/a. Allora, dove starebbe la colpa da separazione, dal momento che potresti anche essere un messaggero della vita che separa ma per diversamente unire? Nel dubbio, credo sia giusto rimandare i processi su di noi a quanto potremo capire di più, non prima. Se il farlo prima non ci da che dolore, allora, nel processo che ci facciamo non ci può essere verità, in quanto il dolore, comunque, segna l’errore.

Ho scritto questo letterone quando non ero ancora proprietario di un pensiero culturalmente gestitibile In data Marzo 2020 ho alleggerito qualche punto. Temo, però, che la parte “scientifica” sia ancora con_fusa con l’intuitiva. Prima o poi  ne verrò a capo.
Luglio 2006

Perché muore anzitempo una certa giovinezza?

Accelera la macchina “vita”, l’impulso della forza (spirito) che diciamo bene a livello naturale, vero a livello culturale e giusto a livello spirituale. L’arresta, l’impulso della forza che diciamo dolore a livello naturale, errore a livello culturale, e male a livello spirituale. L’equa guida é permessa dal compatibile uso dell’accelerazione come dell’arresto. L’uso dei due momenti di guida è compatibile, in ragione delle infinite valutazioni che intercorrono fra la vita del guidatore e quella della sua strada. Non vi è compatibilità di guida nell’uso della sua macchina, quando il guidatore persegue l’accelerazione. Persegue l’accelerazione, chi privilegia il piacere sul sapere. Non vi è compatibilità di guida nell’uso della sua macchina, quando il guidatore persegue l’arresto. Persegue la frenata, chi privilegia il sapere sul piacere. Quando, in ragione delle valutazioni su strada, e meta, vi è idoneo uso dei due momenti di guida, la macchina procede secondo via della vita. Chi persegue la frenata sull’accelerata ha vita depressa. Chi persegue l’accelerata sulla frenata ha vita esaltata. Non brucia il motore, o non fa morire la macchina, chi gestisce le due emozioni con equilibrio. Usano additivi, quali alcool, droghe, psicofarmaci, (e/o similia ) sia i guidatori esaltati che quelli depressi. Il primi, per assuefazione al piacere, ed i secondi, per dissidio nei confronti della frustrazione. I primi bruciano il motore, ed i secondi, l’ingolfano. A mio avviso, non vi è dedito all’accelerazione (come alla frenata) che non dubiti sulle sue capacità di guida. Non vi è guidatore, quindi, che non si tema, e/o non tema. Quale, la risposta a quel panico in tanta giovinezza? In genere, un ulteriore ricorso ad additivi: alcool, droghe, psicofarmaci, e/o similia. Intelligenza vorrebbe, almeno un ripasso del Codice della Vita. Perchè non lo fa, la giovinezza che avrà anche pochi anni ma non per questo è generalmente stupida? A mio avviso, perché il corrente Codice della Vita (quello che dovrebbe insegnare la guida personale, sociale e spirituale) è fermo a quando c’erano altri generi di macchine, altri generi di strade, altri generi di mete. In attesa di un rinnovo di quel Codice, la giovinezza che non sa guidarsi secondo il bene, non può che continuar a guidarsi secondo il suo vero: che se da un lato è ciò che gli può dare precoce piacere, dall’altro è ciò che gli può dare un precoce morire.

Caro Doberman

Se (come dici) la coabitazione forzata data dalla carcerazione riesce a tirar fuori il meglio degli inquilini, perché non salta fuori in più libera coabitazione? Perché è sociale? Perché estranei a quel sociale? Perché culturalmente estranei al sociale? Perché lo siamo normativamente? Perché lo siamo sessualmente? Perché, consapevolmente o meno, si reclude chi ha un multiforme bisogno di ambiti esistenziali esclusivamente maschili? Perché?

Cari uomini e caro te

La Donna, cari uomini, è la “costola” che accoglie la vostra vitalità e ne fa una ragione di vita ma, mentre la vostra vitalità le giunge per la ragione de qualche scorlon, (quando non, per qualche illusion e poi, generalmente, finire lì) la ragione della donna porta avanti la vostra vita, per mesi prima, e per la vita dopo. Nell’ovvia differenza, non può non risultare che la Donna è un animale più complesso dell’animale uomo. Come, complessivamente, amare la donna, oltre ai sempre più calanti quattro scossoni nella vostre parti basse? In un suo post, R. ha elencato una serie di modi. Non avendo al sua cultura sarò più sintetico: la Donna va amata come amate voi stessi! Non vi amate abbastanza, tanto da saper amare abbastanza? Allora andate a Figa! Male non fa! Sono certo che vi state dicendo: ma come si permette sto’ Finocchio di mettere lingua in argomenti che non lo riguardano?! Cari uomini, quando la smetterete di sindacare sul dove l’Omosessualità mette il suo sedere, io la smetterò di sindacare sul dove (ma, soprattutto sul come) voi mettete il vostro potere!

Settembre 2006

Amare un uomo è come amare una donna?

Nelle dinamiche sentimentali e di vita, non c’è alcuna differenza, a mio avviso, fra l’amare un uomo e l’amare una donna. In questa regola sono sempre stato estremamente normale. Amore, è *comunione. Comunione di corpi, di menti, di vita, e di comunione di quei corpi, di quelle menti e di quella vita, con la vita. Nella ricerca della comunione con la vita, valore aggiunto può essere un figlio come opera; valore aggiunto può essere un’opera da rendere figlio. Per essere in essere, la vita ha bisogno del concorso di tutto e di tutti. Non tutti i figli sono delle buone opere. Non tutte le buone opere sono dei buoni figli. Se non altro in questo, i Gay che figliano opere, navigano nella stessa barca degli Etero. In linea di principio sono favorevole ad ogni veicolo di vita, quindi, anche a permettere l’adozione alla personalità Gay. Vi sono donne dal forte carattere. Sono adatte al matrimonio? E’ chiaro che non parlo di tutte le donne con quel carattere, ma, a mio avviso, no. Non lo sono, non tanto culturalmente, quanto perché, (a livello manifestazioni della sessualità) sono emozionalmente contraddittorie. Per quanto ho conosciuto, infatti, la donna del forte carattere tende a scegliere un amato accogliente, ed un amato accogliente è sempre un amato dallo spirito generalmente affine a quello della donna. Applicando un sesso al pensiero, le direi scelte omoculturali. La scelta, se da un lato compensa loro gli affetti e la vita, non sempre compensa quanto basta la loro vitalità sessuale. Capita così, soprattutto quando urla la… diavoletta, che si ritrovino a spasimare per ben altro carattere di… diavoletto. Non trovandolo, capita che si rivoltino, (capita anche rabbiosamente) verso la scelta umana, sposata perché più duttile per il loro temperamento. Quando succedono quelle rivolte, sono sfracelli! E se vi sono figli, è ancora più sfracello. A quel genere di donna (speculare vi è anche quel genere di uomo) consiglierei di non sposarsi. Consiglierei loro, invece, di vivere in pieno quanto sono, ma liberamente. Non è scritto da nessuna parte, infatti, che abbiamo da risolvere tutti lo stesso problemino social – ecclesiastico. E non è scritto da nessuna parte, che siamo tutti la stessa strada. Solo è scritto, che dobbiamo percorrere la nostra strada: la nostra vita, quindi, giù le mani dalla vita, per favore! Tornando all’adozione Gay, io li credo padri stupendi per figli di conformata identità: ivi compreso, quella sessuale. Non tanto per qualche pericolo di confusione sessuale, (quando non di tentazione, e/o procurato uso) quanto perché, in fondo in fondo, siamo, anche se non pare proprio, dei caratteri molto forti, e come quelle donne, anche contraddittori nelle emozioni sessuali. Quindi, buoni amanti, si, ma come buoni sposi, siamo a rischio di… trasgressione. E’ chiaro che questo genere di trasgressione, è presente in tutti i generi di matrimoni, dove, in primo, è implicita la necessità della piena soddisfazione sessuale. Certamente vi sono alleanze fra uomini che durano decenni e/o tutta la loro vita, ma, possiamo far regola di qualche 13? E’ anche vero, però, che non lo possiamo, perché non ci hanno mai permesso di giocare la nostra schedina, come hanno permesso ai ricostruiti che la società dice normali. La manifestazione della forza del nostro carattere, (anche di quello sessuale) forse si vede poco (a parte che nei Pride ) ma, credi, intimamente, anche la più persa libellula sa cos’è e cosa vuole! Ma, forti caratteri, lo siamo, soprattutto quando siamo sereni con noi stessi. E, noi lo saremmo, in genere, se solo ci lasciassero stare; se solo non ci usassero, o come babau, o come trippe per cani: vuoi di quelli politici, vuoi di quelli religiosi, vuoi di quelli da manicomio. Già, per di noi stessi, direi, che grazie alla nostra doppia anima, tutto considerato, siamo un bel “matrimonio” fra maschile e femminile. Direi di conseguenza, che il Dico esiste, già nel momento che diciamo: io sono. E’ vero che non tutti sanno dirlo, (e non solo fra i Gay, giusto per dirla tutta!) ma, questi, direi che già di per sé si escludono dalla possibilità di adottare. E, quindi? Per la duplice anima che abbiamo, possiamo amare, sia come padri che come madri. Non solo, non essendo padre e madre naturali, non incorriamo nell’errore di condizionare i figli con possibili doveri che non sentono di dovere. Il che, non è detto che sia motivo di allontanamento dagli adottivi. E neanche di anarcoide disordine nella formazione della loro identità, direi, dal momento che ci stiamo rendendo conto tutti, genitori reali o ideali, che su quella formazione, la società, i media, ed il mercato, ci hanno tagliato la gola. Non sarà per sempre.

Altari

Per vivere i suoi ideali un giovane va in Palestina. Per vivere i suoi ideali un giovane lo uccide. Se c’è una ragione la devo ancora trovare, o la trovo solo se penso ad altari che hanno bisogno di capri: vivi o morti.

Agosto 2006

Istituto dell’abuso?

A domanda risponde il Procuratore Mario Giulio Schinaia.

Chiudendo la porta su qualsiasi sviluppo giudiziario sulla vicenda che sta coinvolgendo l’Istituto Sordomuti, dichiara: Impossibile indagare su questi fatti! Perché mai, mi direte? Semplice: perché sono successi più di 25 anni fa. Ma per fortuna, le autorità ecclesiastiche non hanno i tempi di prescrizione come la giustizia ordinaria. Già, non ha i tempi della giustizia ordinaria; ha gli eterni della Giustizia straordinaria, la quale, in attesa del processo, consente, per sua norma, il piede libero a tutti gli accusati. Il procuratore, inoltre, “esclude, categoricamente, di aprire un fascicolo per far luce sulle parole di Don Zenti, pronunciate due giorni fa.” Il Vescovo aveva affermato di sentirsi vittima di un ricatto dei vertici dell’Associazione Provolo. Mi avevano minacciato di rendere pubblici questi episodi di pedofilia se non avessi accolto le loro richieste, dice il vescovo. Per il Procuratore, però, mancano gli elementi fondamentali per parlare di estorsione. Che se ne ricava da questo? A mio vedere, se ne ricava che il Zenti non ha denunciato chi dell’Associazione l’avrebbe ricattato, e chi si è sentito diffamato dallo Zenti per tale dichiarazione, non ha denunciato il Vescovo.

ali

A domanda risponde don Danilo Corradi del Provolo.

Auspicando voglia di chiarezza, il Corradi dichiara “a parte un seminarista che è stato rimandato in famiglia, mai ho avuto segnalazioni di reali fatti, concreti, accaduti”. E che voleva, il Corradi, per provvedere? Il morto in casa?! Mi meraviglio di lei, don Corradi. Nei corridoi dei Collegi al massimo della concretezza, si sussurra! Concreti, reali, accaduti, al massimo, li si dice nei confessionali, ma lì, cadono come “corpo morto cade”, caro Corradi, perché il segreto confessionale attorciglia nella comune paccia di quel dogmatico silenzio, sia l’animo del confessore che quello di chi si confessa! Il quale, ovviamente, si duole si pente e promette di non farlo più! Sino alla prossima volta, evidentemente, se ciò che hanno narrato le vittime (due volte vittime perché hanno aspettato più di 25 anni per parlare) è realmente, concretamente accaduto, secondo quanto si aspetta il Corradi! Neanche il Corradi sostiene il bisogno di un’indagine, perché, “padri non ci sono, confratelli non c?è ne sono più, non possono rispondere, non possono parlare.” Tutti buttati fuori dal Provolo? Tutti buttati fuori dalla chiesa? Tutti morti? Non lo dice, ed io non lo so, ma il Corradi che pure pretende fatti, accadimenti, concretezza, quando gli fa comodo lascia affermazioni in sospeso.

ali

A domanda risponde il patriarca di Venezia.

“I direttori di giornali che hanno giudicato “che non si poteva non farlo”, si sono mossi sul verosimile o hanno avuto la vera passione alla verità?” Che cacchio significa?! E che altro vuol dire? Che hanno giudicato che non si poteva non farlo, ma qualcuno ha chiesto loro di non farlo?! Chi, gliel’ha chiesto? L’associazione Provolo? Non direi proprio! Al che, non ci resta che la chiesa! O no?! “Vera passione per la verità”? Ma che sta dicendo, sto’ Angelo?! Non esisterebbero istituzioni ecclesiastiche, se le chiese avessero vera passione per la verità detta da chi è andato a morire a cavallo di una mula! Ma forse, l’Angelo intendeva passione per le umane verità. E cosa gli fa pensare che i Direttori dei giornali ci provino meno dei preti, o con la stessa possibilitàdi errore in cui possono cadere i preti?! Comunque sia, ai Media gli sta bene questo schiaffo! I Media dovrebbero smetterla di considerarci come clienti da frutta e verdura! Dovrebbero smetterla di presentarci le mele più lucide sopra e sotto quelle meno lucide! Ci diano mele e basta! Ma anche i giornali sono botteghe! Rassegnamoci noi, e si rassegni l’Angelo.

ali

A domanda risponde il vescovo di Padova

“Accusa pesante, infamante, senza nomi e cognomi, non circostanziata, senza approfondimento, senza un’analisi ben chiara”. Auspica, poi, che la stampa tratti la faccenda con “delicatezza” e “voglia di verità”. Nella cronaca dei fatti pubblicata da l’Arena, a parte il nome del Presidente dell’Associazione, non c’è il nome delle vittime (o presunte tali) tuttavia, c’è la foto di un gruppo di loro. Il che vuol dire, che se non altro hanno avuto il coraggio della loro faccia! Il don Corradi del Provolo, invece, non ha avuto neanche il coraggio di dire se i presunti violentatori sono vivi o morti! Con che faccia il vescovo di Padova, quindi, può dare lezioni di faccia ai Sordomuti del Provolo di Verona?

ali

A domanda risponde il vescovo di Vicenza

“Non commento”. “Spesso ci si trova impotenti davanti a campagne orchestrate per confermare tesi che poi si rivelano fasulle”. Mi par di sentire tutti quelli che gridano al complotto quando i media li prendono in causa quando non in castagna! Parlando del vescovo di Vicenza, il Busi scrittore lo dice “quella”.

ali

A domanda risponde l’Associazione Provolo

Rilanciando le accuse dall’Università, afferma: “è sempre stato difficile farsi ascoltare. Credetemi, so molto bene quanto sia vero! Lo chiedono da anni, e mostrano copie di lettere, di dichiarazioni sottoscritte da decine di firme, di volantini. E raccontano. Riferiscono storie di violenze non solo sessuali. In alcuni casi, vere e proprie torture. Sempre su l’Arena, da un articolo di Giancarlo Beltrame, estrapolo: “Racconta un sordo, che ora ha molti decenni in più: sono entrato al Provolo che avevo otto anni. A 11, un prete, (di cui fa il nome ma che il giornalista non pubblica, forse per tenerezza e voglia di verità) in piedi davanti a tutti noi ragazzi sordo muti, afferra un bastone grosso come un due euro, picchia sulla schiena un nostro compagno sino a che il bastone si spezza, ne prende un altro più grosso e lo picchia sino a che si spezza anche quello, poi prende una cinghia perché “quella almeno non si sarebbe rotta”. Di violenze (all’ordine del giorno) ne racconta anche il Presidente dell’Associazione: picchiato sulle mani con un frustino, schiaffi, pugni, strattoni di capelli, pizzicotti, orecchie storte. Raccontato da un altro, ustioni da ferro da stiro sul dorso delle mani subite da un ragazzo che non voleva studiare. Nelle riunioni dell’Ente Nazionale Sordomuti ne abbiamo parlato più volte. Nessuno può dire di non aver mai saputo.” Si, ma non erano creduti! Il Dalla Bernardina aveva detto ai suoi che c’era un prete che gli sparava proiettili di plastica e/o di gomma. Non è stato creduto neanche da loro. Non volevano credere che fatti del genere potessero farli i preti! Così, smise di parlargliene. Su di una tv locale, reazione da impossibilità a credere, l’hanno avuta anche due pensionati ed una donna sulla quarantina. Impossibile!!!! La signora sulla quarantina ha detto: mi cadrebbe tutto un mondo, se fosse vero! Capite adesso perché quei ragazzi hanno taciuto? Hanno taciuto perché la vernice di certi sepolcri, comunque sia il morto e/o il tempo di sepoltura, è sempre bianca. Con questo, anch’io ho risposto alla tua domanda, Giulietta.

Gennaio 2009

s. Bortocal aiutami tu!

Adesso ti racconto! Pedofilia (pe-do-fi-lì-a) s.f. ~ Perversione sessuale caratterizzata da attrazione erotica verso i fanciulli, indipendentemente dal loro sesso. [Dal Devoto-Oli: comp. del gr. paîs paidós ‘fanciullo’ e -filia]. Devo dirti la verità. Istruiti questi due uomini, e celebri. Nonostante questo, sento che non me la raccontano giusta. Chi sono? Certi Devoto – Oli. Filia ~ Secondo elemento di composti, derivati dal greco, o formati modernamente, col significato di amore, simpatia, affinità. [Dal gr. philía amore]. Allora, perché la radice amore, di punto in bianco, nella Pedofilia, (amore verso il fanciullo) è diventata perversione? Se è amore, non può essere perversione! Se è perversione, è errato il significato di Pedofilia perché ha radice in amore. O, no?! Mi dirai, perché c’è di mezzo l’eros, Perdama!!! E’ vero, come è vero che senza Eros, saremmo tutti delle foglie secche! Stracciatori di vesti, compresi! Ora, siccome dai significati si ricavano anche i giudizi a priori, (legali, morali, religiosi e quanto d’altro) anche ogni giudizio a priori sulla Pedofilia, è errato! O, no?! Morale della favola: sai perché è possibile la perversione sessuale verso i fanciulli? Perché esistono bigotti che fermano la conoscenza sulla loro sessualità!!! Questo, è pervertire!!! O, se non lo è, aiuta l’attuazione della perversione!!! Se raccontassimo agli Agnelli come sono fatti i Lupi, infatti, difenderemmo meglio i Bambini, ed i Lupi, starebbero più in campana!!! O, no?! p.s. Scusami l’epidemia dei punti esclamativi, ma sono ancora surriscaldato!

asepara

Gigio25 – E continuo a non capirti!! E su questo tema mi incazzo proprio tanto! Primo perché bigotto non sono!! Secondo perché ci si può contorcere quanto vuoi, ma su un argomento del genere a un padre di famiglia e per giunta educatore non si può cercare di far passare proprio nulla!! Terzo perché la teoria del lupo e degli agnelli…. Per favore Vitaliano….

asepara

perdamasco
– Io ho parlato di bigotti, non ho detto che tu sei un bigotto. Ed in ogni caso mi riferivo chiaramente, scusami se solo per me, a quelli che sono in grado di gestire l’educazione: cioè, a rappresentanti, politici, religiosi, e quanto in campo, che antepongono i loro credo all’educazione alla sessualità anche presso i bambini.

asepara

“ma su un argomento del genere a un padre di famiglia e per giunta educatore non si può cercare di far passare proprio nulla!!”

asepara

Su questo tono e su queste certezze, rifletti! Le accolgo solo per cortesia. Non sono un argomento. Sono una presunzione. Per il resto delle mie contorsioni, pazienza. Mi dispiace solo di aver ricevuto negazioni sui miei discorsi, ma nessun accettabile discorso sui miei discorsi. A parte dal Bortocal. Ti ricordo: padre pure lui. Dimenticavo: nelle Tossicodipendenze ho avuto modo di seguire “tossici” con problemi anche di sessualità, che pure erano figli di educatori: professori e quanto d’altro nel ramo.  Il titolo che accampi, quindi, prova solo sé stesso.

asepara

Bortocal
– “Quanto all’amore di amicizia (philia), esso viene ripreso e approfondito nel Vangelo di Giovanni per esprimere il rapporto tra Gesù e i suoi discepoli”. Joseph Ratzinger, Deus caritas est, Lettera enciclica Ma forse è meglio lasciare perdere la storia delle parole, perchè non ci sono più vesti da stracciare.

asepara

perdamasco
– Ti ringrazio per aver risposto nonostante i tuoi propositi di chiusura per tutti. Mi dispiace per l’amarezza che provi in questi momenti. Ciao

Novembre 2006

Lunedì sarò al Circolo Pink. Devo proprio ordinare le idee.

Centri culturali come questo, hanno contribuito allo sviluppo della coscienza di una data personalità sessuale. Quella personalità è andata Fuori, è cresciuta. Come generalmente succede, è invecchiata ma, restando fuori, ovviamente. Ora, immaginatela bisognosa di assistenza: vuoi domiciliare, vuoi in ambiti più complessi. Immaginatela, quindi, mentre si vede costretta a rientrare dentro un abito culturale e sociale, certamente ancora proprio come cittadino, ma, per la gran parte estraneo vuoi come genere di umanità, vuoi come genere di storia. A chi ha percorso altre vie cosa può dire quella personalità, se non, com’è il tempo oggi, o l’artrosi non mi da pace? A chi gli chiederà: non vedo mai i suoi figli, che risponderà, quella personalità? Inventerà storie? Ancora? Immaginatela, assistita, da qualche ente religioso, e/o persona religiosa. Certamente l’amerà in Cristo, ma, quanto, per quello che è, se quello che è quella data Personalità, all’assistente rappresenta l’intrinsecamente cattivo, quando non, l’intrinsecamente estraneo, sul quale, magari, poter scaricare, impunito, l’intrinsecamente cattivo che appartiene all’assistente? Potrebbe trovarsi ad aver a che fare, anche con assistenti, in dissidio, fra l’assistere l’anziano, e l’assistere el culaton anziano. Non che l’abbiamo scritto sulla fronte, ovviamente! Certo è, però, che l’abbiamo scritto nella personalità; ed è certo che la sanno ben leggere, gli altri. Soprattutto quelli che hanno negato la propria! Soprattutto quelli che si sono sacrificati sull’altare della norma! Non mi dite che tuttora non vi capita di subire la stilettata, veder il sorrisino, il colpetto nei fianchi, di sentir la battutina. Certamente siamo in grado di difenderci, noi, non ancora deboli. Non è certo la lingua che ci manca! Tuttavia, nonostante questo, qualche rospo ci capita di doverlo ingoiare ancora. Immaginate quindi, quel debole per età, con davanti il suo piatto di rospi giornalieri: ancora! Immaginatelo mentre è stato intuito, e per questo costretto a farsi complice dell’umorismo sui Finocchi. Immaginatelo mentre lo paga sulla sua pelle, ovviamente, perché gli altri sono più forti. Sono comuni, gli altri! Non sono diversi, gli altri! Non sono unici, gli altri! Immaginatelo, allora, mentre con le sue forze, vede calare anche la considerazione di sé, mentre vede calare anche quanto sii deve alla dignità. E’ chiaro che non sempre è così, come non lo è in tutti i casi, ma c’è da non preoccuparsi quando è così? E se c’è di che preoccuparsi, che facciamo? Ce ne sbattiamo perché il vecchio è fuori moda, oppure, ci decidiamo ad assistere chi non possiamo lasciare solo/a, dentro dopo aver contribuito a metterlo/a fuori? L’idea di una assistenza rivolta alla specificità sessuale in questione, è tentativo di risposta a questa domanda. Naturalmente non propongo nessun progetto. Non ho mai saputo farli. Neanche quando mi occupavo di Tossicodipendenze: per più di un decennio. Al proposito vi racconto un fatterello. Un giovane mi dice: sto preparandomi per andare in Comunità. Ho detto della mia omosessualità. Lo ritrovo qualche tempo dopo. Come mai, ancora in giro, gli dico. Per forza, Vitaliano! Quando la Comunità ha saputo che ero omosessuale mi ha rifiutato. Come, rifiutato?! Beh! Ti avranno offerto delle altre possibilità , spero! Certo, mi dice, in un centro per malati terminali! Sepolto vivo ancora da giovane, quel ragazzo. Naturalmente, è tornato a fare quello che può: le pere! Anche qui c’è da fare qualcosa! Mica grandi fabbriche! Solo qualche piccola officina, che forse è meglio.

Possiamo far entrare dalla finestra la droga che abbiamo fatto uscire dalla porta?

Solamente socializzando la droga si potrà più chiaramente separare la personalità tossicodipendente (l’assuntrice) da quella tossico – delinquente: assuntrice e spacciatrice. Socializzandola non è che avremo meno tossicodipendenti (come non è neanche detto che ne avremo di più) ma senza dubbio, o avremo meno tossico – delinquenti o sapremo chi lo è. La socializzazione della “roba”, inoltre, permetterebbe a chi ne fosse preso di poter meno drammaticamente rientrare sia in se stesso che nel contesto famigliare e sociale che ha lasciato. Lo potrebbe, sia perché l’avrebbe lasciato solamente in parte, sia perché è indubbiamente più facile recuperare un corpo che una mente, tanto più quando è tossicodipendente per contesto, ma non necessariamente tossico – delinquente per cultura o per animo.

Luglio 2006

Klinger secondo me

Alla ricerca di un argomento che mi mandi a letto un po’ più tardi apro il sito di Arte. Mi fermo sulla proposta “Max Klinger – lo scultore dell’erotismo”. Mai visto e mai sentito nominare. Ascolto la storia che raccontano i curatori e vedo le opere.  Prima fra le tante, spicca un Beethoven con la potenza di un Giove senza fulmini sembrerebbe, ma non è vero.! Giungo alla Crocifissione. Resto ammaliato dai colori. Mi ricordano qualcosa di già visto ma non rammento cosa o chi. Proseguo nell’ascolto sino alla fine di un documentario fatto bene ma che non mi ha appagato. Accontentarsi non è da me, così, torno all’opera che mi ha avvinto al punto da collocarla nella testata del Blog. Ovviamente, nessun amore é per sempre.

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Sul volto della Maddalena non vedo tracce di dolore per la morte dell’Amato. Pare una sonnambula capitata sul Golgota invece che tornar a casa. Mi dico: ci sarà pure una ragione se l’Autore l’ha dipinta come pare a me! La sua considerazione della donna come sonnambula? Al risveglio, chi soffre di sonnambulismo è soggetto ad amnesie. L’Autore rimprovera la prima amante di poca memoria sui suoi sacrifici. La mia impressione su questa Maddalena, quindi, direi che regge. Le braccia della donna si uniscono ai polsi, e il volto, oltre all’idea di sonnambulismo, suggerisce l’estasi di chi anela ad essere ammanettata dal soggetto desiderato. Bondage? L’Autore la dipinge in posa da mancamento. L’invitabile caduta é fermata da un uomo: Giovanni? Secondo la storia evangelica, Giovanni dovrebbe sussidiare la madre di Cristo, non Maddalena. Certo! In quel caso l’avrà fatto perché la Maddalena ha dimostrato un maggior bisogno. E’ istintivo guardare chi si regge. Anche per capire come farlo meglio. Nel quadro, invece, Giovanni regge la Maddalena, assentando dall’atto ogni emozione; é come l’avesse fatto perché in quei casi lo si deve, e giusto perché era lì. Certo! un volto dipinto senza emozioni è significante come un volto con emozioni. Su quel volto virile, però, l’unica che risalta é l’impassibilià. Farebbe capire che Giovanni non è interessato alla Maddalena, o alla donna, o alla femmina? Ipotesi queste, irrilevanti, rispetto ai contenuti della Crocifissione, allora, perché l’Artista ha sentito di doverlo dipingere come ha fatto? Mi sa che non lo saprò mai!

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A lato della Maddalena, l’Autore ha dipinto una donna, a prima vista anziana: Maria? Sul Golgota la si racconta ai piedi della Croce prostrata dal dolore. Klinger, invece, la dipinge padrona di sé. Sul volto, infatti, non gli ha messo alcun turbamento. Quello che non ha messo sul volto, però, l’ha messo nelle mani. Se l’é immaginata così, o ha colto l’idea da un’esperienza di vita? Con sua madre? Oltre la spalla destra di Giovanni, la Maddalena é retta da una donna. Ha la sinistra dietro la nuca: sui capelli. Mettiamo mano ai capelli anche sino a strapparceli quando diventiamo prede della disperazione. Dal volto della donna traggo preoccupazione e compartecipazione ma nessuna disperazione. Non conosco i riferimenti storici ed evangelici usati da Klinger per ricostruire la scena, così, non so chi sia quella donna. Una pia che seguiva il Cristo e conosceva la madre? Chiunque sia stata quella donna, volge lo sguardo verso Maria. Maria non gli presta attenzione: solo sta, a parte. Per sua scelta, o perché esclusa dal figlio? Perché l’Autore vede così il ruolo di una madre (stare a parte) o perché così é stata sua madre nei suoi casi? Di fronte a Maria il Crocefisso: è nudo. L’abbondante genitale è solo una macchia morta composta da due toni di colore. Se l’autore non l’avesse dipinta non sarebbe cambiato nulla. Il figlio é la madre si guardano. Ambedue hanno la bocca chiusa. Non c’è più nulla da dire. Perché, secondo l’Artista non hanno più nulla da dirsi? Perché é successo con sua madre?

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Il ladrone appeso dietro Giovanni é di età adulta. Diversamente, il ladrone appeso alla sinistra del Crocefisso ha un corpo giovane. Dipingendolo giovane l’Autore intendeva dire che anche la giovinezza è destinata a finire in croce? Perché, magari, é capitato anche alla sua? Ipotesi fosse, perché ci sono stati casi che gliel’hanno messa in croce, o perché ci sono stati casi in cui si é messo in croce? Ambedue le ipotesi sono possibili. Questo giovane ha la parte verticale del legno inserita fortemente fra i glutei. Nella realtà non é possibile. Perché l’Autore l’ha fatto? Per dire che il confine fra erotismo e pornografia é solo questione di un qualsiasi voglia contesto? Perché l’Arte può rappresentare quello che vuole? Perché la giovinezza è soggetta ad essere sodomizzata – sottomessa (simbolicamente o realmente) indipendentemente dai casi e/o dai chi? Popolarizzando quel destino, si può dire che è destinata a prenderlo nel didietro? Se l’é detto anche l’Autore durante la giovane crescita della sua Arte? Potrebbe essere, visto che gli è più volta capitato di sottostare – sottomettersi al maggior volere degli affermati nell’Arte della sua epoca.

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Sullo sfondo del quadro si vede la città di Gerusalemme e la Cupola della Roccia. Simbolicamente parlando, una cupola segna la presenza di un pensiero religioso, sovrano tanto quanto sottomette le idee alterne. La Cupola ai tempi della crocifissione non c’era. Perché Klinger l’ha messa? Fra le ipotesi: per riempire il quadro; per ambientarlo anche se non era necessario; per farci capire la genesi politica e storica della crocifissione; per farci capire la genesi politica e storica della crocifissione della sua vita nel caso si sia identificato con il ladrone giovane; per indicare che ha subito dei condizionamenti religiosi che da giovane l’hanno crocifisso? Lascio aperte le ipotesi; anche perché, se intime e non dette sono inverificabili. Se dette, invece, è inverificabile quanto sono completamente dette.

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Mi fermo sui giovani che l’Autore ha posto dietro il ladrone con la barba. Belli, ben fatti, nudi. Che centrano nella crocifissione che è seguita al volontario sacrificio del Salvatore? Trovo ben particolare la loro collocazione: uno dietro l’altro e molto vicini. La scelta di metterli così, la direi più adatta a una ambientazione gay che a una storia da Golgota. Non tanto perché il giovane dietro mostra i genitali ma perché posa la coscia destra sul sedere del giovane davanti. Nel mondo gay (come anche in quello etero) è un chiaro tentativo di seduzione, più che di mero erotismo. Da compiacimento appena accennato, sul volto del giovane dietro aleggia anche un ironico sorriso. Direi che sta pensando: ti conosco, mascherina! Non c’é alcun stato di erezione nel pene esposto di quel giovane. Più che un invito al sesso, mosso da una passione sessuale, quindi, lo direi mosso da un’-erotica provocazione. Il giovane innanzi non la rifiuta: ci pensa. Me lo dicono gli occhi. Rivolti in basso e verso nulla, sono di chi si ascolta. Di chi si guarda dentro. Direttamente o indirettamente vissute che sia, analoghe esperienze mi stimolano un’ipotesi. La respingo. Non se ne và. Devo dirla. E se la Crocifissione di un sedotto da una pesante idea da portare avanti, altro non sia stato che il modo per dire, la (o una) crocifissione dell’Autore? Quale sarebbe stata? Direi, quella di chi respinge quello che pure sente: uno o più piaceri omosessuali. I piaceri omosessuali, non necessariamente con_formano un’identità sessuale. Se repressi, però, possono giungere a fissare la mente che li rifiuta su ripetute fantasie: possono giungere anche all’assillo, quelle fantasie. Se la mente che li rifiuta sopporta quei desideri (e/o delle assillanti fantasie) come fossero croci da portare avanti, ne consegue crocifissa quella mente. Omo o etero che sia, una mente crocifissa da rifiutate fantasie sessuali può liberarsi dai suoi chiodi (le omofantasie non vissute in questo caso) vivendole nascostamente o rivelandole. Viverle sia pure nascostamente diventa un’ulteriore croce quando un’umanità si sente all’ombra di una Cupola. In ragione di tempi storici e di morale sessuale rigida, anche rivelarle può diventare una croce, ma se a subirla è un Artista, si dice e lo dice dipingendo una Crocifissione dove si vede quello che si sa, o si può, o si vuole vedere. Un’ipotesi non esclude le altre. Ad articolo visto e rivisto vado a letto: è quasi notte. Non so dire a che punto della notte quando accade il fatto che dico. Sento che ho piedi dentro un invaso umido e tiepido. Una bocca? Sono cosciente e vigile. La faccenda, più che spaventarmi mi imbarazza. Nella realtà lo fanno i feticisti. Io non lo sono e forse neanche lo consentirei. Non tanto per ritrosie da vigogna, ma proprio per assenza di qualsiasi condivisione emozionale. Quella bocca “succhiava” con la passione di chi (non potendolo per vari motivi) coglie l’occasione perché non va sesso da anni. Se tramite dell’occasione di “sesso” è stato l’influsso dato dall’articolo appena scritto, ne deriverebbe che quella “bocca” era del Klinger che è stato: un feticista represso che ha potuto liberarsi solo tramite me. Quanto sta in piedi questa ipotesi? Non lo so. Come in tutti i casi di medianità, nulla la conferma come nulla la smentisce.

I coltelli dei cari fratelli

Mi sei venuto in mente, Francesco, mentre stavo dando un senso panchinaro ad un ozio pomeridiano. Quando ozio scartabello fra i già detti e i già scritti. Ho riaperto, così, la cartella “principi della vita”. Fra i principi, ho rivisto le figure che nel nostro piano della vita sono state principianti: li chiamiamo profeti. Come sappiamo tutti, è profeta chi reca la nuova parola. Quello che generalmente non sappiamo (o meglio, non crediamo) è che tanto o poco, bene o male, tutti siamo capaci di nuova parola. Nessuno può dire con assoluta certezza che un profeta è più grande di un altro, o che alla vita é necessario uno anziché un altro: tutto è necessario alla vita. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Nessuna vita dice la sua emozione allo stesso modo e intensità, quindi, nessuna vita può essere eguale a un altra. Al più, somigliante per culturali e spirituali alleanze. Cosa fa si, allora, che vi siano figure che sfuggono alle collettive alleanze religiose, e per questo ad altre non eguali? Può essere perché vi sono (o vi sono state) delle figure che a causa di personali depressioni hanno detto delle cose nuove sul dolore e sul modo di guarirlo? Può essere perché vi sono (o vi sono state) delle figure che a causa di personali esaltazioni e/o ideali ricerche hanno detto come seguire (in modo nuovo) quanto gli rivelavano, vuoi le esaltazioni e/o vuoi le ricerche? Può essere perché si dicono (o vengano detti) ispirati da Dio vuoi direttamente, vuoi indirettamente? Su Dio è stato detto di tutto e di più. Se è vero che non credo più a quanto detto su Dio, non per questo non credo a un Principio della vita. Lo dico così: il Principio della vita è la vita che ha attuato il suo principio: la vita. Siccome lo penso Principio al principio, lo penso anche sovrano. Come tale assoluto e in quanto assoluto, l’Uno. Se al principio vi è il Suo principio, e se questo principio è vita, che altro può dire il Principio, se non di essere vita, e in ciò affermar di essere primo verbo (sono) e vita (lo é chi si sente) come prima parola? Messe così le cose, risultano ben chiare le ragioni della Genesi biblica: il Principio è presso sé stesso perché Vita è Verbo sono indivisibili. Se ciò è dell’Immagine della vita, ciò non può non essere della vita a quella somigliante? Al nostro principio, l’unione fra Verbo e Parola non è assoluta. Direi, allora, che il vero peccato originale è la nostra intrinseca condizione di scissi dall’Assoluto, non, la conseguenza di erotiche fantasie sessuali attuate dalla prima vita messa in vita. Se il Principio è assoluto verbo e assoluta parola, ne consegue che lo possiamo dire solo per mezzo di parole assolute. Tanto più sono assolute e tanto più sono (o lo possiamo dire e/o credere) ispirate dal Principio. Siccome il Principio è vita, un profeta può dire di sentirlo tanto quanto sente la vita. Si sente la vita cogliendo le emozioni della forza che chiamiamo Spirito. Tanto quanto sono elevate ed elevanti le emozioni procurate dal sentire lo Spirito, e tanto quanto le possiamo dire provenienti dagli stati assoluti della vita, ma, c’è un ma! La vita sentita negli stati elevati del suo stato da un profeta, non è detto che sia quella degli assoluti principi del Principio. Il peso della condizione umana, infatti, non permette a nessun mistico di elevare il suo spirito sino a quello della Vita. Le emozioni “divine” sentite da un profeta, quindi, potrebbero essere solo quelle dovute ad una sua spirituale condizione della vitalità. Giunto in fine, chiudo la lettera dicendoti la morale di questa favola: un profeta è a immagine della Vita tanto quanto dice a nuovo solamente i Suoi assoluti, ed è a immagine della propria, quando, su quelli della Vita, dice i propri. Credimi, Francesco, con la profezia, la Vita pone un eretico di fronte ad una scelta: dire la parola nuova, o lasciare il compito di farlo al Principio e ai suoi principi? Non mi risulta profeta che abbia saputo tacere. I pro e i contro sono universalmente noti.

Esaltazione e allucinazione

Mentre Cultura è il magazzino delle informazioni, intelligenza è la capacità di elaborarle in virtù del discernimento. Si è intelligenti, pertanto, non per ciò che si sa, ma per quanto si sa discernere su ciò che si sa. Siccome ognuno ha ed è lo stato culturale dato dal proprio discernimento, va da se che ognuno è soggettivamente intelligente tanto quanto usa (e come) il suo magazzino- Siccome non esistano due persone eguali (tuttalpiù possono essere colte in maniera prevalentemente eguale) per questo non esiste che uno sia più intelligente dell’altro. Può anche essere che uno sia più colto di un altro e che sappia usare meglio i suoi dati ma non è detto. Infatti, la vita prova che vi sono laureati che nella vita personale non se la cavano meglio dei semplici scolarizzati. Ammesso questo, ne consegue che la tua affermazione “hai paura di confrontarti con me perché sono più intelligente”, non solo è presuntuosa (che ne sai della mia intelligenza se non ciò che puoi, credi e/o ti fa comodo sapere?) ma rivela la necessità di essere più degli altri. Per esserlo, è ovvio che si deve prevaricare l’altrui personalità. E’ solo per questa tua tendenza (e non per paura o di te o della tua intelligenza che dopo aver affrontato me stesso ho paura solo dei miei errori) che ho interrotto il mio rapporto nei tuoi confronti. Diversamente da te, non t’ho detto che l’interrompo perché sono più bello,o più figo, o più furbo, o più intelligente, ecc. ecc. ma, se ben ricordi, ” perché non mi corrispondi “. La corrispondenza fra persone è un passaggio sentimentale e culturale che deve risultare prevalentemente paritario. Se non lo è, allora quel rapporto entra in sofferenza; entrandolo, è destinato ad essere fallimentare. Per infiniti motivi, se non si interrompe un rapporto fallimentare ciò evidenzia che la passione per il dolore (masochismo sentimentale) ha sostituito con altrettanta passione quella per l’amore: corrispondenza di stati fra tutti ed in tutti gli stati della vita.

ali

Premesso questo, non mi pare che il nostro ultimo colloquio abbia evidenziato la tua voglia di capire (desiderio di corrispondere attraverso lo scambio del sapere) ma di restaurare un amor proprio minato nella sua voglia di affermarsi. Se questo ti fa felice buon per te che per me è totalmente indifferente: indipendentemente dalle conferme altrui, il mio amor proprio si basa sull’amore che ho di me, e di me con la vita e, non, con la tua o sulla tua. Per quanto mi è dato di capire di te, la forza della tua Cultura si basa sulla forza della tua Natura. Per me, diversamente, è la forza della mia Cultura che fortifica la mia Natura. La differenza non è di poco conto. Il lutto che ti ha recentemente colpito, oltreché farti capire il dolore (male naturale e spirituale da errore culturale ) avrebbe dovuto farti capire che la forza naturale non è il fine della vita (tanto è vero che finisce appena abbiamo compiuto il personale ciclo culturale) ma il mezzo con il quale si perpetua sia la nostra vita che la sociale e la spirituale. Perseguire la forza naturale come fai tu, solo al momento da conferme e affermazioni. Nel tempo, però, è destinata a fare la fine dei moccoli, che dopo aver dato luce solamente a qualche decimetro di distanza da sé stessi, restano cadaverica materia. Ben diversamente, è il perseguire la vita in tutti i suoi stati, ciò che da luce alla vita: in qualche caso, anche a millenni di distanza dalla fonte di origine. Perseguire la vita, significa perseguire il bene nella Natura, il vero nella Cultura ed il giusto dello Spirito: la forza della vita. Va da sè, che torneremo cadaverici moccoli, tanto quanto, anziché originare vita in tutti i nostri atti, origineremo stati di morte: male nella Natura, falso nella Cultura ed ingiustizia nello Spirito. A mio avviso e, per quello che vale la mia opinione presso di te, anche se la capacità di vederti con lucidità è allucinata dalla passione che hai verso te stesso, comunque hai dimostrato di conservare una buona capacità di autoanalisi. Continua a servirtene non per prenderti e/o per prendere, ma per liberarti e/o liberare. Mi auguro che questa lettera raggiunga il suo scopo: far capire. Lo spero per chi desideri e/o desidererai. Se non dico lo spero per chi ami e/o amerai, è perché, almeno al momento, non dimostri capacità di porti in comunione: corrispondenza che è amore solamente quando chi desidera, sente che i conti gli tornano giusti perché dal rapporto non gli viene sofferenza.

Luglio 2006

Materia grigia: ad ognuno la sua.

Da “Le frontiere della scienza”, ne la Repubblica, leggo che la neuropsichiatra Louann Brizedine ha scoperto “la differenza tra la materia grigia di uomini e donne”. Sarà anche perché non sono un neuropsichiatra, ma a me pare la classica scoperta dell’ombrello. La generale, anche se generica, opinione maschile sulla donna, infatti, l’ha anticipata di molto. Della Donna, (o quanto meno di certe donne), l’Uomo dice che ragiona con l’utero. L’intenzione è squalificante, eppure possiede un fondo di verità. L’utero, è il luogo deputato ad accogliere il seme della vita. La trasmissione del seme avviene attraverso il piacere sessuale. Dal che, se ne può trarre che la donna ragiona con l’utero, tanto quanto i suoi principi di vita sono fondati sul piacere, più che sul sapere. La squalificante opinione dell’uomo sulla donna, però, gli è un arma a doppio taglio. Anche dell’Uomo di può dire che ragiona con il pene, ogni qual volta argomenta secondo i principi del piacere, più di quelli del sapere. Non per niente, certe personalità maschili sono dette teste di cazzo.

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“I detrattori della ricerca compiuta dalla Dottoressa, sostengono che non ci sono differenze biologiche che possono spiegare il diverso comportamento dei sessi.”

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A mio parere, questa opinione nega che vi sia rapporto di reciproca vita fra Mente e Soma, e che, quindi, la diversa genitalità, non influisce nella formazione del pensiero culturale maschile e femminile. Su questi detrattori, viene da pensare che non abbiano mai interagito con una donna o con un uomo: nudi, o vestiti che sia. La conservazione del piacere nella donna, e la proiezione del piacere dell’uomo, non possono non originare due diversi modi di vivere e di intendere la vita! E, poiché la mente fa il corpo, come il corpo fa la mente, i due diversi modi di vivere e di intendere la vita, non possono non originare due diverse materie grigie. Della ricerca della Dottoressa, le femministe americane sostengono che è un passo indietro. E’ certamente vero se vogliono donne con cervello da uomini! Non è vero, se vogliono donne dal cervello autonomo da quello maschile. La psichiatra Andreasen sostiene: così si discrimina! Non vedo perché! Io non mi sento affatto discriminato se non ho la materia grigia di una donna; e non mi sento discriminato, se non ho la materia grigia di un uomo. Neppure mi sento discriminato, se ho la materia grigia sia dell’uomo che della donna. Io mi sento discriminato, solo quando non mi si permette di vivere quello che sono: mentalmente determinante come uomo, e culturalmente accogliente come donna. La mia scienza, pertanto dice che ognuno ha quello che è secondo quanto è riuscito ad essere, valicando quanto non gli permetteva di essere.

Luglio 2006

Discorso su l’Oltre

Al principio, la vita ha ed è tre principianti stati di vita: Natura, Cultura, Spirito. Nel vivere il suo trinitario principio, i suoi stati sono stato di infiniti stati. Anche la Metempsicosi, quindi, sia nel caso di subita in uno spirito che nel caso di attuata da uno spirito, è stato di infiniti stati di Metempsicosi.

Lo Spirito che origina la vita

Lo Spirito che origina la vita, è il corpo interiore (l’anima) che anima ciò che anima. Ciò che si anima per la sua forza (per la sua Natura) e per la sua vita (per la sua Cultura) è il corpo esteriore dello Spirito animante. Del corpo esteriore, allora, si può dire che è l’anima materiale che contiene l’anima spirituale (il corpo interiore) della forza della vita: lo Spirito. Siccome vi è la forza dello Spirito (l’anima che anima la vita del Principio) e la forza degli spiriti (l’anima che anima la vita dei principiati dalla forza del Principio) allora, vi sono due stati di Metempsicosi: quella dello Spirito (incarnazione nella vita data dalla sua forza)  e metempsicosi degli spiriti data dalla forza del loro spirito. Ne consegue, che lo Spirito della vita è l’unica identità di certo riconoscimento, in quanto concede la vita in assoluto per l’Assoluto che è. Di ciò che si pensa, e/o si crede, e/o per casuale similitudine fra vissuti, tutte le altre forme di riconoscimento. Il casuale non esclude la fattiva possibilità, ma, quanto la possiamo considerare effettivamente vera? Direi, allora, che ci risulta vero solo ciò che è verosimile. Lo stato dell’influsso che porta alla reincarnazione di uno spirito in altro spirito, corrisponde allo stato della corrispondenza con lo stato in corrispondenza: vuoi voluta che subita. Tanto quanto lo è (voluta o subita) la Metempsicosi, allora, avviene fra spiriti affini. Siccome anche l’affinità di spirito fra vita e vita è stato di infiniti stati di vita, ne consegue che anche gli stati della metempsicosi sono infiniti. Ci si chiederà, come può avvenire una reincarnazione fra uno spirito vissuto, magari secoli prima, e uno spirito odierno, vuoi di un adulto o vuoi di un bambino? Ipotizzo la possibilità, perché gli spiriti vivono secondo la forza della loro vita, cioè, secondo il loro spirito. La condizione di una data vita, quindi, non è correlata alle nostre misure del tempo e/o degli anni; Esiste, bensì, la condizione del suo stato di prossimo o non prossimo allo Spirito, in ragione di quanto è simile alla forza della vita: lo Spirito. Si può dire, allora, che l’età di uno spirito è detta dalla misura della vicinanza o dalla lontananza dall’Immagine. Tanto più è vicina allo Spirito e tanto più è giovane. Lo è meno tanto quanto è lontana. In ambo i casi, sempre secondo gli stati di coscienza circa lo stato dello spirito di un dato spirito.  Poiché non abbiamo modo di verificare lo stato di vicinanza e/o di lontananza di uno spirito dallo Spirito, (come neanche i suoi stati) ne consegue che non possiamo verificare, neanche quanto sia vera l’immagine del sé che appare nelle rivelazioni spiritiche. Può ben essere, invece, che ci appare quello che per cultura siamo in grado di sapere e capire, non, quello che effettivamente è la figura in apparizione. Si possono pensare più simili (e lo possiamo pensare) le forze più coscienti del Tutto, e meno simili le forze prevalentemente incoscienti del loro tutto. Nel primo caso le possiamo dire elevate nella Vita, mentre nel secondo caso, basse perché ancora dipendenti dal loro stati di vita.

In ragione dello stato

In ragione dello stato della loro elevazione, le forze Alte si sono con_fuse con il Tutto, e nel Tutto agiscono per il Tutto, Possiamo dire Basse le forze che ancora conservano, quando non il loro tutto, delle parti che sono state. Gli spiriti bassi, non necessariamente sono avversi al Tutto. Lo sono, però, perché influiscono l’animo in cui si incarnano della conoscenza relativa a sé, non, relativa al Tutto. Se uno spirito di valore cinque ( tanto per dire la misura di uno stato di vita ) si colloca presso lo Spirito del Principio in diversa misura, ( ad esempio: quattro o sei ), avendo subordinando la ragione della sua Cultura (il vero) a quella pretesa di bene, sarà ingiusto, sia verso il suo spirito che verso lo Spirito. Per il male naturale e spirituale che è in ogni errore culturale, dunque, sarà sofferente sino a che non si collocherà nello stato che gli corrisponde: il cinque in esempio. Per quanto è a conoscenza della loro coscienza da ciò ne consegue che: in ragione del confronto di vita fra la forza dello Spirito e la loro, gli spiriti che tornano allo Spirito, si collocano presso quello stato secondo il loro stato di spirito, cioè, secondo lo stato della forza della loro vita.

Uno spirito è vita nello Spirito

Uno spirito è vita nello Spirito, secondo lo stato di somiglianza fra la sua vita e quella dello Spirito: immagine del Principio della forza. Tanto più uno spirito è somigliante allo stato Spirito e tanto più è vicino al principio della forza: lo Spirito. Di converso, tanto più uno spirito non è somigliante allo stato dello Spirito e tanto più è lontano da quel principio. Tanto più è lontano dal principio della vita ( la forza dello Spirito ) e tanto più è vicino al proprio principio: la forza del proprio spirito. Tanto più gli spiriti sono vicini allo stato dello Spirito e tanto più presso di quello si identificano. Tanto più si identificano nello Spirito e tanto più sono identificati dallo Spirito. Tanto più sono identificati dallo Spirito e tanto più sono lontani dal loro. Tanto più sono identificati dal proprio Spirito e tanto più non lo sono dallo Spirito. Secondo stati di infiniti stati di vita ( e secondo infinite corrispondenze fra gli stati di Natura, Cultura e Spirito ) uno spirito, meno è somigliante all’Immagine dello Spirito e più conserva l’immagine del proprio stato di spirito. Lo stato della Metempsicosi, dunque, è corrispondente allo stato dello Spirito che si incarna. Lo Spirito, dando la sua forza ad ogni stato di vita, necessariamente, è via di congiunzione (dallo Spirito al nostro e dal nostro allo Spirito) fra il Suo stato ed il nostro. Poiché lo è di ogni stato di vita, sia sul piano naturale quanto soprannaturale è via di congiunzione sia di quella spirituale (spiritualità è diretto rapporto fra la vita umana e quella del Principio) che di quella spiritica. La vita spiritica è rapporto fra spiriti: forze naturali della vita e che è, e che furono in questo stato di vita. Nello stato soprannaturale gli spiriti sono forze che ancora conservano degli stati di spirito dell’umana identità che furono. Nello stato naturale, invece, gli spiriti umani sono forze che ancora conservano degli stati della spiritualità della vita che li ha originati sino dal Principio. Lo Spirito non può non essere continua emanazione di forza in quanto la vita non può concepire stati di interruzione.  Non lo può perché ogni stato di interruzione sarebbe uno stato di morte della vita, ed in ciò, estrema contraddizione con il suo principio: la vita sino dal Principio. Ogni volta lo Spirito concede la propria forza ( la Natura della Sua vita ) concede la Sua totalità. Non può diversamente se non aprioristicamente discernendo come, a chi, o se dare più o meno forza. Questo, però, significherebbe che lo Spirito predetermina la vita che ha originato ma la predeterminazione si scontra col principio dell’arbitrio: giudizio che è libero solamente se condizionato dallo spirito di chi discerne. Il condizionamento dell’arbitrio della Vita (l’Universale) sulla vita principiata (la Particolare) si ovvia perché se è vero che lo Spirito da vita agli stati della vita è altresì vero che la vita determina la propria secondo la forza dello spirito che si origina dallo stato della corrispondenza fra i suoi stati. Lo Spirito del Principio, essendo l’origine della forza che proviene dal giusto che corrisponde dal vero che è nel bene, necessariamente, non può non guidare che secondo il suo principio. Non per questo, però.

Lo Spirito predetermina la vita

Lo Spirito predetermina la vita a cui da vita, in quanto la vita originata corrisponde fra di se secondo il proprio. Si può dire, allora, che in ragione dei principi adottati (quelli di bene e/o di male secondo Natura, o di vero e/o di falso secondo Cultura, o di pace e/o di dissidio secondo Spirito) ) la vita umana si predetermina in ragione dello stato di vita di prevalente scelta. Gli spiriti che tanto più conservano il proprio stato di vita, tanto più influiscono della propria personalità, la vita in cui si incarnano. Pertanto, nel bene come nel male, sono elevati gli spiriti che influiscono con la loro forza, e sono bassi gli spiriti che influiscono con la loro vita. Citando un mio sogno, paragono lo stato dello Spirito ha un palazzo di cristallo. Ti pare che si possa entrare in quelle stanze (stati della Vita) con le scarpe (il discernimento) ancora sporche d’incoscienza? Con questo non intendo dire che lo Spirito impedisce l’ingresso alla vita che vuole entrarci ma che sarà questa che si impedirà di farlo. Infatti, alla luce di un rinnovato giudizio (quello dato da una più cosciente conoscenza di se) confrontando la propria stanza (lo stato della propria vita) con quella dello Spirito (la stanza della Vita) si impedirà di farlo ogni volta constaterà una mancata corrispondenza di spirito fra la vita dello Spirito e la sua. Nella vita dello Spirito, ogni differenza dallo Spirito è differenza di vita fra il nostro stato ed il Suo. Ogni differenza è una separazione fra Vita e vita. Ogni divario di vita fra i due stati, allora, non può non essere che dolore da separazione dal Principio: la vita di origine. Poiché la differenza è dolore e, poiché il dolore essendo separazione dalla Vita non è vita tanto quanto è dolore, ecco che si è lontani dal Principio della vita tanto quanto l’ingiustizia nel nostro spirito ci ha reso dolenti. Poiché il dolore dato da ciò che non è stato giusto al nostro spirito si è originato dal male dato dalle erronee corrispondenze fra i nostri stati, ecco che, allo scopo di annullare ( nel senso di chiarire ciò che impedisce di entrare nel Palazzo ) ciò che è male per la Natura, falso per la Cultura e conseguentemente ingiusto allo Spirito della vita personale quanto verso quello della vita Universale, non si può non tornare a questo principio di vita. Non si può non tornare perché, presso la vita dello Spirito non vi può essere dolore in quanto il dolore, essendo un male, presso il Bene non può essere giusto.

Uno spirito può non elevare

Uno spirito può non elevare il suo stato? Direi che non lo può. Non lo può, perché per quanto non voglia capire ciò che è bene, vero e giusto, non può fermare l’evoluzione del suo discernimento se non fermando la sua vita.  Può fermare la sua vita ( ma nel senso di separare la sua Natura dalla sua Cultura ) solamente lo spirito che non vuole vivere secondo la rinata coscienza per la rinata conoscenza. Un giudizio che non è definitivo se non quando viene espresso da chi si giudica, necessariamente, ha degli stati sosta: quelli concessi dai tempi dati dalla volontà e dalla capacità di discernimento. Direi, allora, che la definitiva collocazione presso lo Spirito (e, dunque, la cessazione delle rinascite) succede quando uno spirito ha compiuto il suo prevalente discernimento sulla Vita, mentre il ritorno verso questo stato di spirito (di vita) succede perché uno spirito non lo ha ultimato. Sostengo che il riconoscimento del Principio sia prevalente, perché solo il Principio, in quanto assoluto, può essere l’assoluta conoscenza di sé. Come questo avvenga non sono in grado di dirlo e neanche di immaginarlo, ma se Vita è, Conoscenza è. Nella sosta, il discernimento giudica ciò che è giusto perché vero al bene. Ogni stato di sosta, essendo arresto dell’elevazione verso il Bene data dal discernimento, è Purgatorio: luogo di pena della Cultura della vita che sosta il percorso della sua strada. Purgatorio non è condanna, ma stanza (stato) nella quale si attende al Giusto per quanto è Bene al Vero. Per quel bisogno di giustizia, allora, ci si reincarna sino a quando la si è raggiunta. La reincarnazione, dunque, può anche essere intesa come l’appello che il giudice di primo grado (il nostro spirito) rivolge allo Spirito: il giudice di supremo grado. E’ normale alla vita che vi sia reincarnazione di forza, ma anormale che vi sia invasione di vita. Infatti, i rapporti di interferenza fra uno spirito e il nostro, sono invasivi tanto quanto ingerenti sia sul piano soprannaturale che su quello naturale. Lo sono, perché l’invasione devia e/o altera un percorso che non può non essere che personale. Come impedire l’invasione di vita? Direi che l’integrità della vita personale (stato dell’unicità dato dalla corrispondenza con i soli suoi stati) è ciò che impedisce a uno spirito di prenderci l’animo. Tanto quanto siamo prossimi al bene, al vero, e al giusto del Bene, del Vero, e del Giusto del Principio, e tanto quanto nessun spirito può prenderci l’animo. Possibile, invece, tanto quanto non siamo prossimi ai principi del Principio, ma quello che non è prossimo in un dato momento, può essere prossimo in un successivo: così di converso. I principi della vita nel nostro stato di vita non sono carceri come neanche conventi, sono vita (nel bene e nel male, nel vero e nel falso, nel giusto e nell’ingiusto) stato di infiniti stati che si originano dalla corrispondenza di spirito fra tutti e in tutti i suoi stati.

a Luciano De. F.

La Genesi: visioni e visione.

Il seducente motivo della tentazione del Serpente fu: dopo aver mangiato il frutto dell’Albero del Bene e del Male, saprete ciò che sa il Principio e diventerete come Lui. (Cito a memoria) I primevi però, anche prima della Tentazione erano già come il Principio. Essendo vita, infatti, avevano gli stessi stati del Principio: Natura per quello che é; Cultura per quello che sa; Spirito per quello che sente. Il Principio viene immaginato come Persona da quasi tutte le religioni: non da me. Circa il Principio “conosco” i suoi principi perché li ho riconosciuti nella vita che ha originato, ma non so altro. Quello che so, é che E’ quello che E’. Fondo la mia fede nella vita, quindi, (il tutto dal Principio) solo su questo credo. Naturalmente, anche a me capita di umanizzarlo, ma solo perché discuto su quanto detto dalla Genesi, non perché discuto su Dio che nomino solo come Principio o Padre. I Primevi erano coscienti di saper discernere secondo un personale bene, o lo divennero dopo la Caduta e la conseguente Cacciata? Se i Primevi erano nel bene del Principio, non potevano che discernere solamente secondo il bene indicato dal principio della loro vita: il Bene. Se prima della Tentazione i Primevi discernevano secondo il bene del Principio, quanto discernevano secondo il loro? Secondo me, per niente.  In ragione del loro stato di Somiglianza, infatti, erano già come il Principio. Ne consegue, nessun’altra conoscenza alternativa, al più un diverso stato perché relativo al loro stato. Un altro stato di discernimento sul bene è lontananza da quello del Principio. Ogni stato di differenza dal Principio del bene è l’intrinseco dolore che porta all’errore.

ali

Essendo differenza dal Principio (e, dunque, lontananza tanto quanto vi é differenza) l’errore é intrinsecamente contenuto anche nel solo stato di ignoranza circa la conoscenza del Principio. I primevi potevano non avere il loro stato di ignoranza circa la conoscenza del Principio? No! Se avessero potuto conoscere il Principio come il Principio conosce sé stesso, nulla li avrebbe distinti dal Principio. La perdita della distinzione fra la vita del Principio e quella principiata fu il timore principe del Dio visto nella Genesi. Timore però, che presso Dio non ha alcuna ragione di essere. Ragione di essere, invece, presso l’uomo che immagina Dio secondo sé. Dal momento che ogni lontananza dal Principio è uno stato di male dovuto all’intrinseco dolore da separazione dal Bene, ne deriva che i Primevi erano nel dolore del male, anche prima della caduta in errore data dalla Tentazione subita. Si può anche sostenere, allora, che fu il male a priori della Caduta (la lontananza dal Principio data dal loro stato di Somiglianza) che permise il male che conseguì alla Tentazione, non, la tanto vituperata Eva e l’accogliente Adamo! Se il loro errore fu a priori di ogni azione di male perché intrinseco nella stessa differenza di identità fra la loro e quella del Principio, quando iniziarono a discernere secondo sé? Sorvolando sull’irrilevanza di un come che può mutare il racconto della Genesi ma non la storia che ne é conseguita, fu quando presero coscienza della loro differenza fra il loro bene e il Bene. Quando ne presero coscienza? Non ci si scappa: fu quando sentirono (conobbero e capirono) il primo dolore.

ali

Qual é stato il primo dolore? Il primo dolore non può essere stato provocato che dalla separazione dalla vita originante. Perché fu primo il dolore e non il primo concetto di male? Perché prima della Cultura (pensiero della vita comunque concepito) fu originata la Natura: corpo della vita comunque formato. Ne consegue che il sentire viene prima del sapere, come prima di un contenuto deve esistere il debito contenitore. Ancora ne consegue, che il primo dolore fu il contenuto che formò il contenitore che diciamo corpo a livello naturale, mente a livello culturale, e Spirito a livello vitale. Prima della conoscenza circa la loro vita, quindi, venne il sentire circa il loro corpo. Dalle definizioni attuate dal loro sentire derivò la conoscenza di sé. Con altro dire, la nascita a sé stessi. Ogni nascita é preceduta da quattro momenti.

Vi è quello culturale nel quale i generanti determinano ciò che intendono attuare;

vi è quello nel quale accolgono ciò che hanno determinato di originare;

vi è quello nel quale viene agito l’atto che hanno voluto perché accolto;

vi e’ quello della genesi di una nuova vita e che, necessariamente, si attua per “cacciata” da un “ventre”.

ali

Immaginando ventre (la vita del Principio) si può anche immaginare che “cacciò” la vita a sua somiglianza dal paradiso che è l’assoluta completezza dell’Essere come una partoriente, necessariamente caccia quanto che deve far nascere. Secondo questa visione delle cose, al principio non ci fu nessun Principio con fragole da vendicativa giustizia per disobbedienza ricevuta, bensì un Principio (comunque lo si immagini o lo si pensi, che il punto non è questo) che, essendo vita, non poteva far altro che “partorire” sé stessa. Perché non poteva altro, ad esempio, rimanere Principio? A mio vedere, perché un Principio che non attua i suoi principi, perde il senso del suo essere in vita; e se il senso del suo essere in vita è “sono vita” (e, quindi, Verbo e Parola) quei due principi non può non dare. Amore è corrispondenza di stati. A maggior corrispondenza, maggior amore. Ad assoluta corrispondenza, assoluto amore. Ammesso nel principio lo stato di Assoluto ne consegue che è amore assoluto. Un amore assoluto può provare solamente quello che in assoluto é! Un amore assoluto può negare un desiderio di conoscenza? Se non lo può negare se non negandosi come amore assoluto, neanche fu possibile alcuna disubbidienza! La presenza dell’ira tremenda verso i concepiti, perché “caduti” a causa della volontà di conoscere secondo sé, quindi, non ha alcun senso. Tanto meno ha senso il cosiddetto “peccato originale”.

ali

Non ha senso, appunto perché al principio e presso il Principio non c’é e mai c’é stata alcun genere di colpa. Ha senso, invece, tanto quanto consideriamo “peccato originale” ogni vita in nascere e in divenire. Questo, però, é l’errore che commette chi considera la vita “una valle di lacrime” che non varrebbe la pena di vivere perché più dolorosa che gioiosa. Questo genere di pessimismo è dimostrato dalle opere (quando non dalla vita) dei “mistici” che per poter meglio salire con la mente verso i principi del principio, negano alla loro Natura di poter compensare con le gioie del corpo i dolori che tutti patiamo per erronea Cultura. Lo fanno perché è l’unico mezzo che permette l’ascensione ai loro Cieli? Alla vita non risulta! Tanto meno al Paracleto!

ps. Vista dalla ragione, la Genesi biblica non sta in piedi da nessuna parte. Ciò che non dice alla ragione, però, continua a dire all’emozione, e l’emozione è la parola della vita che dice la stessa. All’emozione degli autori della Genesi, quindi, accosterò la mia ma senza alcuna pretesa di sovrapposizione. Diversamente da chi crede nella Genesi biblica, io non ho alcuna pretesa di verità. Dico solo quello che, secondo la mia emozione, pare più vero. In cotanto genere di scienza si impiega un attimo a perdere il filo del discorso. Succede a me, figuriamoci ad un lettore. Non volermene, quindi, se mi vedo costretto a ripetere il già detto. Ho rivisto questa stesura nell’Aprile 2020. Non credo sia la  definitiva. Fra stesura e stesura sento il bisogno di riprendere fiato. Qualche volta l’ho ripreso subito, qualche volta dopo qualche anno, qualche volta dopo decenni, e qualche volta lascio tutto come sta perché giungo a non poterne più! Tieni presente che non ho studiato e che neanche sono uno studioso. Scrivo, quindi, perché dico la mia.

Il Bardo Todol

Secondo la Cultura tibetana nel Bardo Todol sono scritte le stazioni di viaggio dell’anima diretta verso l’Anima del mondo soprannaturale. Per giungere a questa, l’anima in viaggio verso l’Universale dovrà spogliarsi di ogni umano residuo. Lo potrà, ascoltando le proprie emozioni: l’emozione è la parola della vita che dice sé stessa. Lo potrà, inoltre, tanto quanto sarà in grado di verificare (per adottare e/o rifiutare) la condizione di presa emotiva che una data anima ha conservato (intende conservare o rifiutare) della precedente. Questo libro è valido solo per i Tibetano? Purché lo si traduca anche secondo il nostro linguaggio, direi di no. In questo tentativo ho sorvolato sui particolari di quella Cultura (riti e preghiere) vuoi perché ad ogni fiore la sua terra, vuoi perché avrebbero appesantito il discorso che mi prefiggo: rilevare delle similitudini fra quel pensiero spirituale e il nostro, ragionando secondo Spirito. Lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza fra una Natura e la sua Cultura, e la Natura e la Cultura dello Spirito della Vita. Per Natura intendo la vita comunque formata; per Cultura, intendo il pensiero comunque ideato; per Spirito, intendo la forza della vita comunque agita. Pensando allo Spirito come ad una potenza, la nostra esiste perché al principio esiste la Potenza. In quanto principio assoluto, la Potenza (o Spirito) è uno stato della forza assolutamente unitaria. Ciò che gli è Natura, Cultura e Forza, (Potenza o Spirito) quindi, è di inscindibile stato. Vano quando non vanesio, ogni tentativo di teologica e/o mistica conoscenza. A mio credere e comunque lo si nomini, il Principio della vita è ragione della speranza, non, della conoscenza.

ali

Per dire l’assoluta conoscenza della speranza nel Principio, basta e avanza l’Amen (il Così sia cattolico) e l’islamico Inshallah. Non conosco l’equivalente ebraico. Mea culpa. Secondo il pensiero tibetano, la Potenza si manifesta a fine viaggio come massima Luce. Come la vedremo, se, in quanto spiriti, non avremo occhi per la vista e neanche orecchio per l’udito? A mio pensare, la “vedremo”, come il sordo – cieco sa che c’è il sole perché, sentendone il calore, lo immaginano come la luce che i vedenti gli hanno descritto. Paragonando i vedenti a credenti, i non vedenti che generalmente siamo (sia in questo Bardo todol che nell’ulteriore) “vedranno” quello che i credenti hanno detto circa la Luce, ma anche i credenti, nei confronti della Luce sono ciechi, perché, per quanto possano elevare l’immaginazione, altro non possono vedere se non ciò che pensano. Di quella Luce, quindi, al più, vedranno e insegneranno sprazzi di verità. Sempre che non siano, quegli sprazzi, una fanatizzata emissione delle loro verità.  Dicevo innanzi che lo stato della vita è composto da tre stati di vita. Si può dire, allora, che ad ogni stato della vita (sia in questo che nell’ulteriore) corrisponde il suo Bardo todol. Avremo così, il Bardo todol naturale, il culturale e lo spirituale. Dicevo anche che, vita, è corrispondenza di stati, non solo fra i propri, ma anche fra i propri e quelli propri a chi vive sia in questa realtà che nell’ulteriore. Nella fase naturale del Bardo (come nella fase culturale e spirituale di ambo gli stati della vita) il prevalere delle emozioni legate al corpo, (o alla mente, o allo spirito) ci dirà quale è (o sarà diventata o ci rifiuteremo di diventare) l’identità raggiunta. Lo stato dell’identità prevalentemente raggiunta, ci dirà in quale collocazione troveremo posto presso la Luce. Sarà prossimo tanto quanto diventeremo luce (chiarezza nella Verità) e non prossimo, tanto quanto lontani (quando non avversi) alla Luce. Parlo di prevalente identità e non di identità, perché, la vita, essendo corrispondenza di stati, non ha e non è uno stato fisso, se non come principio.