Cammini e passi falsi

Non ricordo perché ho mandato questa lettera a un responsabile della Lila o del Lila che sia.  Non so neanche se esiste ancora. Non mi interessa controllarlo. Gliela avrò mandata, anche per farmi conoscere come persona. Anche per un bisogno di condivisione, probabilmente. Tanto più perché anche quella apparteneva alla parrocchia di s.Frocio. Non ho sbagliato nel credere nella cultura di quella persona. Ho sbagliato nel credere che fosse una Persona, invece, si è rivelata una figurina. Dovettero pensarlo anche al Sert perché, di punto in bianco, fu pubblicamente esclusa da ogni collaborazione.
apenna

Per quasi sei anni ho condiviso la vita con un dipendente da tossico sostanze. Con lui ho girato le “piazze” di Verona. Con lui ho esplorato la sua tossicodipendenza: quella da eroina. Con lui ho esplorato la mia tossicodipendenza: confusa, disordinata, disarmonica somma del suo stato e del mio. Lui era la “roba” di me, dipendente da lui, sia affettivamente che sessualmente. Oltre alle piazze dello smercio, con lui ho esplorato la famiglia: dalla sua, al concetto di famiglia. Abbiamo esplorato Ospedali e Centri medici deputati alle tossicodipendenze. Abbiamo esplorato i Referenti di vario genere e grado che si occupavano di tossicodipendenze. Assieme siamo andati per uffici. Abbiamo conosciuto “gente per bene” e “gente per male”. Nel nostro girare, abbiamo trovato del bene, dove, normalmente non avrebbe dovuto esserci e, del male, fuori luogo presso il bene. Ora, lui ha finito il suo giro. Per me, ed anche come Associazione, l’Aids si è rivelato una grande lezione di storia e di vita. Il tutto, per la caratteristica di essere sindrome, complesso di sintomi, confluenza di variabili, condizioni, stati. Se prima ragionavo per settori, dopo, ho dovuto cominciare a ragionare per totalità. Da questa conclusione, la necessità di vedere sindrome, anche la Persona, anche la vita. Sotto questo aspetto, l’Aids che tanto “spaura”, è stato il maestro che mi ha indicato la via. Quella che avevo cercato per anni, e che ho trovato dove non me lo sarei mai aspettavo: alla fine di una strada.

Ad Andrea Muccioli

Possibilismo fra Proibizionismo ed Antiproibizionismo

apenna

Nell’incontro di Mestre, dagli interventi medi, quando non mediocri dei politici presenti, il suo è emerso per la passione che vi sottostava: chiaramente, super partes quella politica. Nonostante ciò, il fatto che la contingenza ”Droga” la metta accanto ai Partiti (a dirla con W. S. ” strani compagni di letto ” e, secondo me, carriole d’intenzioni sulle quali chiedono la tangente della mano morta) ombra di sospetto le sue affermazioni di libertà, così, come la frequentazione di un qualsiasi genere di diverso ombra di quella cultura una qualsiasi normalità. Sarà anche un sospetto che non la può toccare; come pure può far piacere a parti che le sono avverse ma essendo di per sé ingiusto vedere che può esserne toccato, non è detto che faccia piacere a tutti: me compreso. Che il possibile sospetto non leda la sua Persona e/o la sua causa a Lei il giudizio, come a me, il solo fastidio di averlo anche dovuto considerare prima di escluderlo. Se la sua indipendente posizione, la rende al di sopra del sospetto che le dico in via di ipotesi, comunque, quanto la rende al di sopra del pensiero di essere da quelli strumentalizzato, se non nella Persona, quantomeno nella sua Figura? Che anche questo aspetto sia nolente implicito (e/o positivo e/o negativo alla sua opera) solo suo può essere il giudizio. Ancora per quanto mi riguarda, mi prefiggo il solo scopo di farla ulteriormente riflettere. Lei sa bene perché ama ciò che fa (ed io so bene perché ho amato chi si faceva) che nella tossicodipendenza vi sono due predominanti fasi. Chiamo la prima, quella di ”Pinocchio nel Paese dei Balocchi ” e, la seconda, quella di ”Lucignolo alla Stanga“. I Lucignoli sono identità di confermata cultura. Sono rami piegati che a raddrizzarli secondo noi si rischia di spezzarli di se stessi, o quanto meno, di recare un dolore che per quanto motivato da un bene non per questo fa meno male. In media, sono sulla trentina/ 35 o più: i non molti Pinocchi che prima o poi si ritroveranno Lucignoli. Per la gran parte, fisicamente quanto psichicamente provati (anche gravemente quando non in maniera irreversibile) e, pertanto, oltre modo pessimisti sia verso sé che verso il mondo. Sono soggetti, difficilmente accettati in Comunità: con altri motivi, vuoi perché, come nei casi dei malati gravi, rischiano di elevare le statistiche della mortalità nel reparto: intenda dei mancati recuperi. Non per ultimo problema, le Personalità t.d. di questo genere, anche qualora decidessero per l’ingresso comunitario, inevitabilmente si trovano a dover affrontare un pesante momento: quello, cioè, nel quale devono spogliarsi di ciò che sono per rivestirsi di ciò che (forse) riusciranno ad essere. Purtroppo, quell’atto di conversione culturale (ma anche esistenziale) deve accadere quando, essendo ”scoperti“, sono anche liberi, ma, purtroppo, appunto perché liberi, tutt’altro che certi delle proprietà del bene (la vita) verso cui si tenta di dirigerli. L’atto della spoliazione del vecchio vivere, implica la forza di affrontare un periodo di transizione da nudi di sè. Per essere vestiti seppure nudi di sè, oltreché delle certezze di identità che solo una raggiunta personalità possiede, ci vuole del coraggio: un coraggio che forse non hanno mai avuto, dal momento che hanno sempre trovato la forza di affrontare la realtà (propria quanto altra) solo dopo aver anestetizzato, oltre agli errori, anche i dolori che procura. Fatto sta, che anche per questo, gran pochi se la sentono di affrontare una Comunità che presso le Personalità in questione è anche vista come un gallerante fallimento.

Datata

Anche i rami storti

Cortese signore: ogni cronaca pubblicata dai giornali è informazione implicitamente educativa, (o al caso diseducativa) in ragione delle infinite componenti culturali (etiche e/o morali) del dato lettore. Siccome può essere diseducativa perché può stimolare una voglia di imitazione, si fa a meno di pubblicare la cronaca?

afinepag

Stesso principio di contraddizione (una educazione che contiene dei principi di diseducazione) anche nella proposta “Nel week end ecco l’autobus anti sballo”. Certamente auspicabili le Campagne di educazione alla responsabilità, ma sono risolutive? Direi di no, dal momento che si rivelano necessarie delle Campagne di richiamo alle predette Campagne. Visto che le Campagne contro non sono risolutive, facciamo a meno di fare le Campagne, e con quelle, anche quelle di richiamo? Dice giusto l’Assessore: associare il problema dell’alcool e delle ubriacature è troppo limitato; l’eccesso e l’abuso dell’alcool è un problema di salute che va curato ed eliminato. Ovviamente, concordo con l’Assessore, ed altrettanto ovviamente sento concordanti tutti i non pochi “tossici” delle non poche dipendenze che ho conosciuto, ma non dimentichi l’Assessore, che tra il dire ed il fare c’è di mezzo non poco mare, e non tutti, sanno o possono imparar a nuotare nei tempi detti (previsti e/o auspicati) dalle Politiche sociali. Allora, che facciamo? Lasciamo annegare quelli che non ci riescono, o che non possono permettersi più onerose scialuppe? Certamente no! Quale allora, la via terza? Direi, quella dei frutticoltori, i quali, curano la pianta ben sapendo che, se supportati, anche i rami storti danno frutto come i dritti.

Datata

Tossicodipendenza e Violenza: sguardi.

biblioscuro

La “spada” è l’arma che uccide i sogni alla vita.

La tossicodipendenza è il tocco che ferma i tuoi anni a quando li avevi.

La tossicodipendenza ripete all’infinito trenta denari di tradimento.

L’eroina sta agli eroi come una mattina se non ci sei.

Se hai bisogno di un nemico per sentirti amico povero quell’amico che non ti è nemico.

La violenza è estranea agli animali ma non quando si dicono persone.

Le mani che urlano fanno male al cuore.

La violenza è il braccio armato della miseria.

Come l’Ignoranza, l’Intolleranza separa vita da vita.
L’Intolleranza verso se separa da noi stessi ciò che ci è proprio.
L’Intolleranza verso l’altro separa ciò che ci è prossimo del se altrui.
L’Intolleranza verso se uccide l’amore di se.
L’Intolleranza verso l’altro uccide l’amore dell’altro.
L’Intolleranza uccide l’amore fra se e l’altro.
L’Intolleranza uccide l’amore perché uccide la comunione.

asepara

Le affermazioni su l’intolleranza, prese alla lettera, hanno un risvolto che non mi piace per niente, in quanto rischiano, nonostante l’eccellenza nei propositi, di essere sentite come un carcere. All’epoca non me n’ero accorto, ma all’epoca tiravo la vita coi denti. Tutto potevo, allora, fuorché lasciare la presa! In effetti, la dove una ricerca di comunione genera una reciproca intolleranza, la divisione può anche diventare questione di una sopravvivenza psichica, la dove non fisica e/o culturale. Come per le tossicodipendenze, allora, si tratta di operare per la riduzione del danno.

Gennaio 2009

Nuova politica per le Tossicodipendenze (?)

biblioscuro

Come io sono uomo e fissato l’indiscutibile principio, attraverso il vivere dimostro di che tipo e genere, così, fissati i reciproci principi, sia il gruppo Proibizionista che l’Anti, dovrebbero parimenti dimostrare il loro tipo e genere. Tanto più, che (nevrotica coazione a ripetere?) si continua a trovarci di fronte a delle contrapposizioni ideologiche, manichee se non nelle rispettive coscienze, almeno di fatto. Una contrapposizione che non ha la possibilità di concrete mediazioni perché non vi è (e/o non si vuole?) possibilità di effettivo confronto. Senza effettivo confronto, il Problema Tossicodipendenza non ottiene che la sua divisione in “piazze”: da una parte i Boss e dall’altra i Domine. Legittimerebbe il rifiuto del confronto e della mediazione, se una parte potesse sostenere di sapere veramente ciò che è bene: vero per quanto è giusto per la Personalità che cura. Non è così. Nel mio piccolo operare, infatti, ho constatato (perché vissute anche se non in proprio) non poche miserie in quelli che dicono di operare secondo bene. Sono state dolorose, quelle esperienze, tanto più perché inaspettate. Nel mio piccolo constato (sia pure culturalmente) che non tutto è male in ciò che propone il Gruppo Antiproibizionista. Se non altro il fatto, che pur opponendosi alla Tossicodipendenza come principio, lascia libero il personale giudizio. Allora, a che o a cosa servono (o a chi servono) i fondamentalismi ideologici se drogano d’altro discernimento, un giudizio che, per una effettiva liberazione (e dunque recupero) in primo, non può non essere che individuale? Servono a raggiungere una comune verità? Siccome ogni irrigidimento culturale è rifiuto di apprendere e, dunque vivere il nuovo che sorge dalla con_fusione delle idee, non direi. Servono a metterci nella condizione di servire la Persona? Per primo o di conseguenza? Servono a servire i Poteri che si raggiungono quando (anche nolenti) si è in grado e/o si è messi in grado di condizionare (guidare è ben diversa cosa) la vita altra? Ecco: direi che la nuova pietra che dobbiamo mettere sulla prima (quella dei rispettivi principi) non può non essere fatta che della sostanza che è nelle risposte che mi aspetto all’Incontro. Se non comporremo il nuovo tempo (non abbandonando il vecchio ma rinnovandolo) alla Conferenza di Napoli si ripeterà quello che già conosciamo anche sino ad averne il rifiuto.

All’assessore Raffaele Z.

Politiche e Prevenzione – Assessorato in Regione

biblioscuro

Antica, questa lettera. Il dottor S. all’epoca responsabile del Sert di Verona aveva bisogno di portare in Regione le ragioni dei tossicodipendenti carcerati. Gliela scrissi. Gli piacque.

I Redattori del Foglio informativo ”NoRiskio” in concerto con le intenzioni assistenziali dell’Associazione ”per Damasco”,

premessa

la Circolare del Ministero della Sanità, nella quale il detto Ministero indica ” le Linee Guida per il Trattamento della Dipendenza da Oppiacei con Farmaci Sostitutivi “;

constatato

che la carcerazione di una Persona non giustifica in alcun modo l’inalienabile diritto alla cura medica (diritto sancito dalla Costituzione Italiana) ed il particolare dovere di ricorrervi nei casi che implicano risvolti anche sociali;

accertato

che le particolarità calibratrici del Metadone non solo concorrono alla ”Riduzione del Danno” provocato dalla tossicodipendenza ma sono anche ottimali calmieratrici nei casi di:

Ausilio alla Immunodepressione fisica e psichica nei vari stati della Sieropositività;

Rischi di Over Dose di fine carcerazione,

Crisi di Astinenza,

Disadattamenti nei confronti dell’Istituzione Carceraria, conseguenti la Crisi di Astinenza,

Irrigidimenti disciplinari e/o aggravamenti giudiziari conseguenti azioni inconsulte perché compiute in stati di Crisi astinenziale,

Veicolazione degli approcci culturali e delle Terapie Psicologiche atte al graduale recupero personale e sociale,

Tramite di inizio rapporto per i cosiddetti ” Tossicodipendenti da Strada ” (Soggetti non referenti ai Sert sino al momento della carcerazione) con i Centri deputati alle Tossicodipendenze;

confortati

dalla Circolare in allegato, la quale, prevedendo delle linee di un comportamento terapico mirato alla Persona legittima sia il ”mantenimento” della Cura metadonica che una personale e non penalizzante terapia ”a scalare” in quanto tengono conto dell’oggettiva e complessiva realtà psicofisica della Persona t.d.,

invitano,

la Sua Persona e sollecitano il Suo Ufficio ad interessarsi alla situazione della Persona t.d. carcerata.

A nostro avviso, la specifica normativa odierna e la conseguente assistenza corrispondono insufficientemente alle recenti conoscenze scientifiche e terapiche.

(Invito sempre valido)

Povere cose quando la vita da droga e la droga non da vita

biblioscuro

La droga è morte ma il suo principio è vita: la sua in un’altra. Mercante di vita è colui che tratta ciò che vende: la vita. Qualsiasi personalità che cede i propri valori di vita, rende cosa la vita. Tra tutti i mercanti della vita ridotta a merce, la personalità t.d. e quella che più si rende merce per avere vita da trattare come cosa da ridurre a merce. La personalità t.d., dipende così tanto dalla cosa che è la sua vita da non permettere che esca dalle vene della sua vita: povera cosa se piena di ”roba“. Con la ”roba“, la Personalità t.d. è in assoluta simbiosi fra cosa e vita: essa ausilia la cosa che lo ausilia di vita: povera merce se fatta di cosa. Tacere fa male ma anche dirlo fa male. Nessuna esclusa, tutte le Personalità t.d. riducono se stessa a merce per poter avere della cosa e, tutte, sono mercanti della stessa merce: vita e cosa di vita, in una vita che hanno ridotto a cosa. Si grida: ” spacciatori pentitevi! Chi vende sé (cuore della vita) per avere della cosa a vita non se lo può permettere. La Tossicodipendenza può far giungere non solo sino a questo punto ma molto più a fondo. La dove la cosa che è stata vita incontra la Vita: ben altra cosa! Quelli che vendono la vita per possedere della vita, quelli si dovrebbero pentire. Forse allora non ci sarebbero più Persone intossicate da cose elevate a vita e non ci sarebbe chi spaccia merci chiamandole vita.

La droga  eleva la vita alla cima dei costi

biblioscuro

Sostenere che drogandosi, la personalità t.d. dipendente può elevarsi a cime culturalmente sublimi, e che quell’elevazione gli costerà la vita potrebbe essere un’idea ”o forse solo un’astrazione”. Per il preso, la droga è sempre un bene. Anche quando é male o fa male. Non c’è nulla che la droga non possa coprire. Per questo, è il massimo degli amori e massima amante. Per avere ciò che deve avere per essere preso da quell’amore e da quell’amante, la personalità t.d. non può che pagare (e/o far pagare alle realtà che si oppongono a quella scelta) i suoi proibitivi costi. Le realtà che si oppongono alla scelta ”droga“, salvo rare eccezioni, non fanno altro che fare quello che fa la droga: iniettano estranee cure nella vita che, per amore e/o per legge, si sono fissati di recuperare. Poiché, nel bene e nel male, la Persona è la ragione e i valori della somma delle proprie scelte, per non costringere quelli che voglio vivere la proprie a rubare la vita, più che liberare la droga si dovrebbe liberare la vita. Rendere delinquenti le scelte (proibendole) non significa migliorare la comprensione sui valori della vita ma per la gran parte delle volte, solamente renderne impossibile ogni tentativo di modifica. Ammesso che vi siano scelte per molti versi non drogate, liberiamo le scelte anche se drogate e, senza discuterle moralmente e/o penalizzarle affettivamente e legalmente, opponiamoci al dolore. Ecco, proviamo a ripartire anche da qua.

“NoRiskio” – Al Comitato di Redazione

Mi sto domandando da un po’ di tempo perché sento in maniera particolare il peso del compito che mi sono prefisso presso di voi. Ascoltando le mie emozioni ne ho tratto due possibili ipotesi:

apenna

* ) la tossicodipendenza assorbe così tante energie che fa finire la vitalità di chi si occupa del problema;

*) la vitalità di chi si occupa del problema può essere finita (nel senso di assorbita, come di terminata e/o deviata) da strumentali questioni che nulla hanno a che vedere con la tossicodipendenza in sè, ma che possono essere correlate o alla sua risoluzione o la suo giro.

E’ chiaro che delle ipotesi non sono risposte. Solo dei riscontri oggettivi trasformano una chiara ipotesi in una chiara risposta. E’ altresì chiaro che non mi aspetto tanto presto che le mie sensazioni siano confermate da oggettivi riscontri. Allora, cosa posso fare o non fare nel frattempo? Serenamente non lo so. Come avete avuto modo di constatare ogni tanto sparisco. E’ la mia maniera di posare il sacco dei problemi: di tirare il fiato. Se tirare il fiato serve, non basta però a risolvere un problema non solo personale. Tanto è vero che ambedue mi si rappresentano ogni volta ritorno fra di voi. In attesa di capire più distintamente quello che ora vivo confusamente vi rendo noto il mio desiderio di uscire dal Comitato e di tornare in strada. Questo non significa che ritiro la mia disponibilità al Gruppo ma che sono a sua disposizione da esterno.

Datata

Tossicodipendenza e soliloqui

Avete presente quando si pianta una sonda per cercare l’acqua? Magari venisse subito limpida! Invece, prima viene il fango. Da me, sonda, è venuto fuori del fango per anni.

afinepag

Solo adesso sta venendo fuori dell’acqua. Non sempre potabile, per carità, ma, almeno, chiara. Ora, però, mi manca la forza che avevo quando davo fango pensando fosse acqua. Ci sarà ben della giustizia in tutto questo, ma, mi venga un accidenti, se capisco dov’è! Come Associazione e persona sono vicino a Dipendenti da tossico sostanze, in età variante dai 30 ai 40 anni. Sono età, nella quale il sapere e la vitalità si temperano nella riflessione personale. Tuttavia, su di loro imperano ancora le sostanze legale ed illegali. Sono imperi che mostrano la corda ai tossicodipendenti che le dico. Nel riconoscerne tutti i fili, (anche se nel non contrapporre azione di rigetto), sta, la loro maturità.

I Soliloqui

Nella contrapposizione fra ciò e chi opera per il loro recupero, e ciò è chi opera per mantenere lo stato quo del tossico dipendere. la persona td. sta, come la corda del gioco. L’opera di trazione cui è sottoposta la personalità tossicodipendente, è sfibrante, logorante, angosciante. Se la “pera” ha tanta presa, è anche perché cura quegli stress.

Non da meno stress, sono soggetti anche quelli che operano contro la Tossicodipendenza. Questi, si devono difendere da quello che il Tossicodipendente butta loro addosso.

Vi sono di quelli che si difendono, essendoci solamente con la professione. Incauti quelli che credono di essere difesi perché ci hanno messo la vita. Comunque sia, vuoi prima o vuoi dopo, ambedue i generi di comportamento vengono lesi dalla costante frustrazione, che, per servitù alla droga, il Tossicodipendente non può non provocare. Così, fra “tossici” e anti tossicità, la droga inietta un’altra faccia del suo veleno: l’inimicizia. Sarà anche una inimicizia educata, amorosa, ma sempre velenosa, ed avvelenante, è.

Violentemente nolente, il Tossicodipendente in questa situazione sente che tutto gli è nemico. Sia l’antisociale, (per quanto sia passivo – attivo complice), sia un Sociale, che non riesce ad essere sufficiente amico perché non sufficiente “pera”.

Non c’è pippa di ragione, che sappia dire la solitudine che è in questi casi. Solo il cuore lo potrebbe, ma, lo vendono a poco. Forse perché è considerato a livello frattaglia.

Quindi, non rimane che la “roba”. Il senso placenta che da, rimane un amico anche se sanno che li isola da qualsiasi alternativa. Se ne rammaricano ma finiscono per coprirsi, perché fuori, fa freddo.

In attesa di capire che non si può osteggiare una intossicazione di quel genere, , o rimanendo da parte, o sostenendo una parte, o rinchiudendola in vari modi dentro una parte, il Tossicodipendente sta, senza arte e ne’ parte, o si fa per continuare la sua parte, se non proprio l’arte.

E’ vero che il “farsi” è sod_disfarsi, ma è anche vero che è medicarsi, oltre che, identificarsi.

I tempi e i respiri della vita non hanno nulla a che spartire con ideologie legali e/o terapeutiche. Ma le terapie sono costi e, i costi, rendono merce la vita. La vita trattata come merce, ci condanna a riprendere in carico, la vita che trattiamo come merce.

L’unica virtù che non rende merce la vita, è la gratuità. Sarebbe una grandissima gratuità, già il capire, che se la droga è il piacere che fa male, in successione, è il male che solleva dal piacere che fa male.

Datata

Le stanghe di Lucignolo

Le faccio pervenire una nuova stesura di questa lettera perché nella precedente non sono stato chiaro neanche a me stesso.

Vuoi per scienza vuoi per indiretta esperienza, ma il dottor S. sa bene cos’è “droga”. Il giovane invece, più che altro ne sa il piacere che da. Nel frattempo, è incompleta coscienza, come incompleta coscienza è quella di chi non conosce il senso della parola “dolore” perché non l’ha ancora sentito. In questa fase della sua esperienza, certamente è disponibile a riconoscersi come intossicato ma non certo come tossicodipendente, se, per tossicodipendente, intendiamo la figura che abbiamo sinora conosciuto: vuoi per strada, vuoi per cronaca. Vi è quindi scollamento di immagine e di significati fra ciò che il Medico ed il giovane intendono per drogato. Se non si tiene conto di questo diverso intendere, le campagne contro la Tossicodipendenza rischiano di diventare delle Campagne contro la giovinezza. Il giovane che sente le Campagne contro Tossicodipendenza come campagne contro una sua volontà di vita, (per quanto rischiosa, e lo sa), non farà altro che agire come a suo tempo agì Pinocchio contro il Grillo. Mi auguro che il Dottor S. trovi il modo di non tacere con Pinocchio ma di schivare il martello.

Le fasi della droga

Da sempre sostengo che la droga ha due fasi: quella di essere il balocco dei lucignoli, e antidoto, per quando si ritrovano alla stanga degli Sputafuoco. La droga è un tumore in metastasi. Così il tossicodipendente è diventato funzionale sia al sistema antisociale che a quello sociale. Al sistema antisociale lo è diventato tossico delinquente per ovvie ragioni. Al sistema sociale, invece, perché si oppone a quelle ragioni. La Repubblica di oggi racconta che in casa di un ragazzo di 16 anni hanno trovato 600 pastiglie di estasy! Un ispettore di polizia mi diceva che l’unica cosa che può fare veramente, è tagliar le punte alle erbacce che spuntano oltre un convenuto limite. Per implicite cose, ciò significa che l’unica utopia praticabile rimane solamente quella che dicono “riduzione del danno”: riduzione, che, indubbiamente è riduzione del dolore, ma che non è risoluzione dell’errore. Risoluzione dell’errore lo diventa dando la droga come antidoto alla droga. Risoluzione al 50%, però, perché l’antidoto non cura la parte amorale e/o asociale, che nel frattempo ha costituito identità del preso da droga! E, allora? Allora dovremmo accettare l’idea che ognuno è via delle sue verità, e se malsane quelle verità, si facciano carico i referenti sociali e/o religiosi, del dovere di curare il possibile rendendolo meno impossibile.

Datata Marzo 2007 Corretta e meglio mirata nel Marzo 2020

Tutto è droga

se fissa l’arbitrio

Il fine chimico di ogni droga è la fissazione dell’arbitrio. Si può dire, pertanto, che ogni genere di sostanza (non per ultimo, un dato pensiero) è droga tanto quanto fissa il giudizio di chi l’assume (se chimica) e/o di chi la vive se ideologica. Nella mia esperienza presso le tossicodipendenze ho conosciuto non poche personalità prese dalla roba, ma nessuna di veramente imbecille, perché di nessuna si poteva dire che non era in grado di intendere circa la pericolosità personale e sociale delle loro scelte, mentre si poteva dire che non erano in grado di volere l’uscita da quelle scelte; il piacere chimico dato dalle droghe, infatti, è talmente fondante da cassare ogni altra base culturale e/o morale. Per quanto premesso, quello che vale per la fissazione della ragione provocata da un piacere chimico, non di meno vale per la fissazione della ragione provocata da un piacere ideologico; e se manifestazione di quella fissazione è una forza irragionevolmente espressa, quella forza, allora, è una droga. I presi da irragionevole forza, quindi, andrebbero presi in carico dai Sert, così come lo sono i presi da altre droghe.

Maggio 2008

Dedicata ai giovanardi

Quando ferma la speranza, la presunzione ferma la vita.

Se do un obolo ad un povero compio un’opera di carità. Se quel povero usa il mio obolo per farsi del male, ad esempio, comperarsi dell’eroina, ciò significa che sono diventato complice di spaccio? Certamente no, in quanto, era mia intenzione fargli del bene, non del male. Se lo Stato compie un’opera di bene, (ad esempio: ausiliare dei poveri di vita con progetti inerenti la Riduzione del Danno e/o altri di corrispondente politica sociale), perché mai deve sentirsi accusare di spaccio, dal momento che la sua intenzione non è quella spacciare? Perché fa del male naturale, nel senso che protrae il periodo della tossicodipendenza? E’ vero, ma, un tossicodipendenza che non delinque, anche la dove non è un recupero naturale, tuttavia è principio del recupero al legale – sociale, e può essere principio di quello naturale e culturale. Perché mai si dovrebbe escludere a priori la possibilità di usare anche questo genere di recupero, come il possibile ” campo base ” di diversi e/o ulteriori tragitti esistenziali? Solo perché I giovanardi non ci credono?

Droga: delizia e nequizia

La sua affermazione (la droga è un anestetizzante) non mi giunge nuova: sarà perché l’ho pensato anch’io. Ammesso che la droga anestetizzi anche il piacere, quali generi di dolore anestetizza? Quelli della “fatica del vivere” la Natura della propria Cultura in pace con il proprio Spirito? Se fosse, in una malata perché errata ricerca di se stessi, allora la droga è “medicina”. Se fosse, che senso ha rendere tossico – delinquenti quelli che pur dipendendone, lo sarebbero naturalmente ma non culturalmente se solo fosse socializzata? E’ se la droga anestetizzasse ogni dolore alla forza della vita: lo spirito? Se fosse, sarebbe la protezione massima, ma, sarebbe “mamma” o “mammana” ? Non so quanto sia vero che la droga sia mamma: certamente la droga procura un alveo psichico che alla mente dell’occupato da quella sostanza può ricordare lo stato placentare.  Se fosse, chi la usa lo fa per tornare indietro sino al dentro, cioè, sino al suo principio? Se fosse, allora la droga è la via che porta all’agognato bene di principio? Se fosse, quello della madre della sua vita o di quello della vita come madre? Se la droga fosse la via che lo porta alla ricerca del dentro (la placenta della madre come principio del suo bene o la placenta della vita come madre) allora, rivelandosi l’errore del mezzo, potrebbe o non potrebbe anche essere un ausilio alla conversione in fuori da ciò che lo prende della sua ricerca? Nei casi più provati e, dunque, di più indebolita volontà, perché no, se la droga è anche medicina? Se chi usa la droga lo fa per tornare indietro sino al dentro, allora, intossicante è la droga o un fuori che motiva la ricerca a ritroso? Se fosse, allora anche la droga potrebbe essere un veicolo medicante perlomeno quanto una vita personale e sociale non avvelenata dalle tossicità sociali che (in ipotesi ma mica tanto) controbatte. Il proibizionismo con il quale ci curiamo degli avvelenati dai tossici che produciamo, che senso ha se il proibire procura dei dolori che, nei casi che abbiamo fatto diventare più gravi, solo la droga può anestetizzare? Per liberare e liberarsi dalla droga perché non cominciamo col liberarci da precostituiti giudizi, dal momento che questi non fanno altro che inchiodare più pesantemente la condizione del drogato?

Comunità: latitanti cirenei?

Ci risiamo! Una persona t.d. esce di Comunità dopo una biennale accoglienza e ricomincia a “farsi”. Perché? Mettiamola anche così: non gli impedisce di tornare a farsi di roba se non trova ciò che lo dovrebbe fare d’altro. Ad esempio: una vita che non ha; un lavoro che non ha; una domiciliarità che non ha; delle affettività e/o delle amicizie che non ha. Non le ha, o perché le ha bruciate, oppure perché una Cultura che si è costituita in un certo mondo, che dialogo può avere con un opposto? Ulteriormente ci ricade anche per una volontà che non ha. Perché? Perché non vuole o perché per fargliela volere non siamo stati sufficienti a dargliela? Stante la situazione, la personalità t.d. di età adulta che al di fuori dei cancelli comunitari non trova un’altra accogliente Comunità, è inevitabilmente destinata a ritrovarsi nella realtà che ha lasciato: non solo tossicodipendente ma anche tossico delinquente. Nel male che c’è nel nostro bene, tutti abbiamo imparato a mediare. Non si capisce per quale sclerotizzazione culturale e/o morale solo alle Persone t.d. non si consente mediazione pur non offrendogli sufficiente tutela se non dopo una rinuncia ad una “roba” in cambio di parole e di pie intenzioni. Possibile che le Comunità più socialmente rilevanti (quelle che hanno permesso perché adottato una dis – umana Cultura antidroga) non si domandino mai se non vi sia concorso di colpa nei macelli esistenziali che procura la droga quando diventa integrante anima della Persona t.d.?

 

Nelle vene del mondo

Cortese signore: “sapevo” già chi era il medico veronese che è stato invitato dal governo a battere la droga, quando ho letto la notizia nella vostra locandina. Lo sapevo perché conosco il dottor S. Avendone bisogno, mi affiderei a quel dottore senza alcuna ombra di dubbio. Sarebbe capace di rovesciare il mondo medico, pur di giungere al fine.

apenna

Non le scrivo per questo, quindi. Le scrivo, perché il suscitare aspettative è fortemente erroneo. Battere la droga, infatti, (come annuncia il titolo della vostra locandina) suscita l’idea che si possa battere, e questo, purtroppo, può provocare un abbassamento della guardia come involontario effetto collaterale; abbassamento della guardia, o negli odierni tossici e nell’odierna tossicodipendenza (vissuta e sentita in modo sociale più che espressamente delinquenziale) o nelle famiglie, o in quanto correlato alla droga e/o alla tossicodipendenza. Nessun rilievo al titolista, ovviamente; è di cronaca che si occupa, mica di tossicodipendenze. A mio avviso, nessuno può battere la droga, signor Direttore. Al più, si può battere una tossicodipendenza. Molte volte, col rischio di battere anche il tossicodipendente. Nessuno può battere la droga, perché la droga scorre nelle vene del mondo, oltre che in quelle del singolo tossico. Per tale fatto, nel corpo sociale, il sangue venoso della droga, scorre presso quello arterioso. Così, come sanno bene i medici, ogni intervento sulla parte malata del corpo, (l’economico – delinquenziale) nolentemente, rischia di ledere la parte economico – sociale, sana. Esempio più vicino a noi, di quanto sostengo, lo direi il caso della Discoteca sulle Torricelle, che ha dovuto subire il pesante contraccolpo, anche economico, derivato da accertamenti, che se da un lato hanno tenuto conto della causa contro la droga, dall’altro, non hanno contemporaneamente tenuto conto dei doli che hanno fatto patire all’economia del titolare, e a quella dei suoi dipendenti. Va dato atto al suo giornale, di aver mirato meglio l’informazione un qualche giorno dopo, ma come lei sa bene, e molto meglio di me, ogni smentita, è, purtroppo, una notizia confermata. Rimango dell’idea (per averla pesantemente provata, anche se non su di me) che la droga si batte solamente con un’altra droga. Voglio dire, che solo una forte idea, (culturale, e/o chimica e/o l’insieme) può batterne una altrettanto forte. In attesa di quell’idea, non per questo dobbiamo convivere con la droga, così come dovremmo imparare a convivere con la mafia. In attesa di quell’idea, dobbiamo togliere vita alla presente idea. Togliere vita alla droga come sostanza e/o idea, ma non togliere vita alla giovinezza, però. Con i miei più cordiali saluti.

aminifreccia


Pubblicata in data 25/06/2008 con la dicitura “Lettera firmata”. Non so perché hanno omesso il mio nominativo ma per quanto mi riguarda fa lo stesso.

Droga – Le statistiche dicono

Su dieci eredi della nostra cultura, 6, sono figli che seguono la volontà  del padre – stato, (sia pur mugugnando, immagino) e 4, dei futuri figliol prodighi, ben che vada a noi, allo Stato, e a loro. Fra i fermati: una positività del 40,5 %, di cui: il 13,9 è risultato positivo all’alcol; il 16,5 alle droghe; il 10,1 ha associato alcol e droghe. Dei positivi alle droghe (21 persone) il 38,1 % aveva utilizzato cannabis; il 4,8 ha usato solo cocaina; il 19 % metanfetamine; il 14, 3% cannabis, più cocaina e più metanfetamina; il 23,8 % cocaina più metanfetamina. Stante l’accertamento, prevenire, o reprimere? Prevenire, (nel senso di porre a coscienza) è chiaro che non è mai sbagliato, ma, reprimere, quando ormai una coscienza è presa, altro non farà che incentivare la voglia di deviazione (altre mete, altri modi, altri mezzi) del preso. Se prevenire porta a poco, e reprimere porta a niente, cos’altro si può fare? Dal momento che nulla e nessuno eliminerà la droga dalle vene del mondo, non resta che procedere col sistema del colpo alla botte della prevenzione, ed uno al cerchio della repressione. Vie terze (nel senso di pienamente risolutive) non c’è ne sono, o quanto meno, non ne vedo.

Ho tratto le statistiche da un articolo di Alessandra Vaccari pubblicato da l’Arena
Gennaio 2008

Se non entri in Discoteca ubriaco sei out

“Se non entri in Discoteca ubriaco sei out” dice il Direttore de L’Osservatorio alle Dipendenze di Verona.

No, signor Direttore. Nelle Discoteche i giovani entrano a livello “bollicine” (vuoi per aspettative, o forse, vuoi per droga) ma non ubriachi, anche se questo non esclude il fatto che possano aver bevuto. Sostenere che entrano ubriachi, è come sostenere che all’ingresso della Discoteca non c’è nessun filtro. Il che, se non è vero per l’abbigliamento, figuriamoci per una qualsiasi altra, inestetica forma. Un ubriaco all’inizio serata è un pessimo biglietto da visita per ogni Discoteca, da quanto gli è squalificante immagine. Questo può essere certamente vero durante il proseguo della serata, ma non per questo è vero che tutti sono ubriachi, ed il dottor Serpelloni lo sa quanto me. Sa inoltre bene, il dottor Serpelloni, che il continuar a gridare al lupo, al lupo, invalida l’informazione per assuefazione. Il problema, è ben più a monte, se i giovani cominciano a bere a 12 anni come dice il Dottore. La constatazione, inoltre, dice che il fallimento del magistero educativo (vuoi il sociale, vuoi il religioso, vuoi il famigliare) ha profonde e lontane radici. Con questo non intendo trasferire la croce dalle Discoteche ad altre spalle. Intendo dire, che è troppo facile lasciarle sulle spalle delle sole Discoteche, o quanto meno, far in modo che ne sopportino il peso di una maggiorata colpa. Non è così che si informa. Così, si spaventa, ma solo inizialmente. A tutto si fa il callo, signor Direttore: anche al destino, se par non avere convincenti “bollicine”. Ed è sul destino dei giovanili atti e sulla mancanza di bollicine nel loro destino, che l’insieme sociale deve riflettere e provvedere, se vuol toglierli dall’alcolismo già a 12 anni, ma l’unica cosa che ho visto sinora è la proibizione! Come all’asilo! A mio vedere, la proibizione è la forza degli impotenti. Nell’insegnamento, è anche la forza degli spaventati dal futuro, ma questo è un altro discorso! O forse, no.

Novembre 2007

Droga è tutto quello che fissa un arbitrio

A mio conoscere, “droga”, è tutto quello che fissa un arbitrio, e “gabbia”, tutto quello che lo rinserra.   Pertanto, lo può essere anche una qualsiasi ideologia. Riproponiamoci, allora, affermazioni e domande, e rispondiamoci secondo coscienza. Occhio, ai canti della coscienza! Non sempre siamo in grado di capire quando è giudice sereno, da quando è sirena che incanta.

apenna

Droga: illusorio cireneo.

Questa non è un lettera: è una conferenza spacciata per lettera! Peggio ancora, ma, purtroppo, è un confuso soliloquio. Avete presente quando si pianta una sonda per cercare l’acqua? Magari venisse subito limpida! Invece, prima viene il fango. Da me, sonda, è venuto fuori del fango per anni. Solo adesso sta venendo fuori dell’acqua. Non sempre potabile, per carità, ma, almeno, chiara. Ora, però, mi manca la forza che avevo quando davo fango pensando fosse acqua. Ci sarà ben della giustizia in tutto questo, ma, mi venga un accidenti, se capisco dov’è! Pubblico delle gocce pulite.

apenna

“Come Associazione e persona sono vicino a Dipendenti da tossico sostanze, in età variante dai 30 ai 40 anni. Sono età, nella quale il sapere e la vitalità si temperano nella riflessione personale. Tuttavia, su di loro imperano ancora le sostanze legale ed illegali. Sono imperi che mostrano la corda ai tossicodipendenti che le dico. Nel riconoscerne tutti i fili, (anche se nel non contrapporre azione di rigetto), sta, la loro maturità.”

“Nella contrapposizione fra ciò e chi opera per il loro recupero, e ciò è chi opera per mantenere lo stato quo del tossicodipendere. la persona td. sta, come la corda del gioco. L’opera di trazione cui è sottoposta la personalità tossicodipendente, è sfibrante, logorante, angosciante. Se la “pera” ha tanta presa, è anche perché cura quegli stress.”

“Non da meno stress, sono soggetti anche quelli che operano contro la Tossicodipendenza. Questi, si devono difendere da quello che il Tossicodipendente butta loro addosso.”

” Vi sono di quelli che si difendono, essendoci solamente con la professione. Incauti quelli che credono di essere difesi perché ci hanno messo la vita. Comunque sia, vuoi prima o vuoi dopo, ambedue i generi di comportamento vengono lesi dalla costante frustrazione, che, per servitù alla droga, il Tossicodipendente non può non provocare. Così, fra “tossici” e antitossicità, la droga inietta un’altra faccia del suo veleno: l’inimicizia. Sarà anche una inimicizia educata, amorosa, ma sempre velenosa, ed avvelenante, è.”

“Volentemente nolente, il Tossicodipendente in questa situazione sente che tutto gli è nemico. Sia l’antisociale, (per quanto sia passivo – attivo complice), sia un Sociale, che non riesce ad essere sufficiente amico perché non sufficiente “pera”.

“Non c’è pippa di ragione, che sappia dire la solitudine che è in questi casi. Solo il cuore lo potrebbe, ma, lo vendono a poco. Forse perché è considerato a livello frattaglia”.

“Quindi, non rimane che la “roba”. Il senso placenta che da, rimane un amico anche se sanno che li isola da qualsiasi alternativa. Se ne rammaricano ma finiscono per coprirsi, perché fuori, fa freddo.”

“In attesa di capire che non si può osteggiare una intossicazione di quel genere, , o rimanendo da parte, o sostenendo una parte, o rinchiudendola in vari modi dentro una parte, il Tossicodipendente sta, senza arte e ne’ parte, o si fa per continuare la sua parte, se non proprio l’arte.”

“E’ vero che il “farsi” è sod – disfarsi, ma è anche vero che è medicarsi, oltre che, identificarsi.”

“I tempi e i respiri della vita non hanno nulla a che spartire con ideologie legali e/o terapeutiche. Ma le terapie sono costi e, i costi, rendono merce la vita. La vita trattata come merce, ci condanna a riprendere in carico, la vita che trattiamo come merce.”

“L’unica virtù che non rende merce la vita, è la gratuità. Sarebbe una grandissima gratuità, già il capire, che se la droga è il piacere che fa male, in successione, è il male che solleva dal piacere che fa male.”

Verona 15 Novembre 1993 – 26 Dicembre 2001

Comunità e sessualità

Uno psichiatra in convenzione ma non convenzionale ebbe a chiedermi: i giovani in comunità non fanno sesso? Già! Sono disintossicati e nel pieno della vitalità! Difficile pensarli angelici. A meno che non vengano sedati, Con le preghiere? La vedo dura.

Agosto 2007

Nel proiettare verso di me

Nel proiettare verso di me la tua domanda di piacere hai agito come di solito agiscono gli uomini, ma nel tenere conto solamente di te stesso hai agito come agiscono i bambini. Si può ben dire, dunque che, oggi, a monte del fatto, è stata la tua parte istintiva, (l’animale), che ha sputtanato quella riflessiva, (la razionale), e non il mio rifiuto di te. Sai bene quanto me, che nel mondo nel quale agisci l’offerta amorosa é quasi sempre un mezzo per raggiungere un dato scopo. Dal momento che non sei un libero, quanto era vera la tua offerta, o quanto la tua presente condizione non la può rendere libera se non rinunciando all’altra amante: la roba? Ti pare che con la mia esperienza possa ancora credere di essere amante in grado di competere con l’altra? E’ ben vero che lo scopo, (la soddisfazione della tua amante), non è un mio problema ma è anche vero che, anche tralasciando quella morale, è mio problema la chiarezza culturale. Per quella chiarezza non mi è possibile mescolare il “diavolo”, (la ricerca di amanti fra le Personalità td), con l’acqua santa, (i propositi ausiliari che mi propongo come persona e Associazione), se non agendo falsamente con ciò che penso. La chiarezza culturale ha dei costi. L’averti detto di no è stato il prezzo che ho pagato oggi. Se non avessi pagato quel prezzo mi sarei sentito un uomo di merda. Come vedi, in ballo non c’è il fatto che tu ti sei sputtanato ma il fatto che, culturalmente parlando, almeno ai miei occhi, non mi posso sputtanare io. Potrei anche dirti: accetterò la tua offerta quando mi avrai dimostrato di essere libero, ma, da libero, puoi dire a te stesso che la rifaresti?

Luglio 2006

Nella realtà che ancora non conoscevo

Tre idee per Campagne contro

ungrillo

 tossicodipendenza

L’immagine si presenta da sé. Nella realtà veronese di quel fango ho mosso solo una qualche infinitesimale e delebile increspatura. In quel settore assistenziale, un nulla ero all’inizio e un nulla sono rimasto. Tanto più, perché amico di tutti ma partigiano di nessuno, tanto più, perché più portato al pensiero (in Accademia Vita, un esempio) che alla concreta realizzazione, tanto più, perché “è un bravo ragazzo, ma…” Cronaca non molto felice, il resto di questa iniziativa. Certamente perché ero in un altrove, di nessuna presa a livello contestuale. Parlai dello Spirito, infatti. Avreste dovuto vedere le facce dei presenti. Va bè! Cosa fatta, un capo avrà avuto.

.richiamo

Sarà anche perché ogni scaraffone è bello a mamma soia, ma a me, questo Richiamo piaceva e ancora piace. Nessuna proibizione o allarme: solo com_passione, nel senso di condivisione della pena che è nel vivere, comunque si viva. Associativamente parlando, potevo andare avanti nelle Tossicodipendenze con idee come queste? E infatti, non sono andato da nessuna parte. Al più, ho “battuto il passo”. Siccome non mi faccio mancare nullla, a qualche referente della piazza del Bene ho rotto pure le palle, non perché non gestibile io, ma perché non ad occhi chiusi; e siccome si capiva, non ero usabile. E va beh! Oggi ho cambiato immagine ma non ho cambiato idee. Quello che è stato è stato, ed io ho fatto quello che ho potuto. Sensi di colpa zero.

drogaerosa

Come nella precedente, anche in questa immagine mi piace l’invito, però, mi piace poco la rosa. La trovo violenta, appariscente, prepotente, arrogante. In genere, anche il “tossico” è così. Un tossicodipendente con quei caratteri, avrebbe riso di quell’invito, perché, in genere, solo in ultima si accorgono che i suoi vissuti l’hanno appassito. Si accorgono in ultima, che a farli rinvenire è inefficace ogni acqua. A quel punto al Pinocchio alla stanga, inizia la rassegnazione: iniziano i rimpianti. Sono voci, i rimpianti, che se gli va bene, sussurrano la sua rassegnazione: sempre.  Invano la tacitano continuando a coprirsi di “roba”: Qualche volta con l’ultima nolenti. Qualche volta con l’ultima volenti.

Interessi privati in atti d’ufficio

In modo particolare in centro i cittadini ricevono delle richieste di denaro. Del generale assedio e dell’assillo provocato, i banchetti delle Comunità (anche loro richiedenti) sono fra quelli che ne pagano spese. Le pagano, vuoi perché vengono generalmente rifiutati, vuoi perché, essendo rifiutati, non possono espletare l’informazione contro le tossicodipendenze che dovrebbero fare. Paradossale contrappasso, a pagare le spese della mancata informazione, saranno, non solo i cittadini che rifiutano il contributo privato, ma anche quelli che alimentano il contributo pubblico: in genere, gli stessi. L’autofinanziamento svolto dalle Comunità, dunque, non solo è erroneo perché non favorisce l’avvicinamento fra cittadino, informazione e Comunità, ma anche perché può apparire come l’elevazione culturale del concetto di accattonaggio, usualmente praticato dalle personalità td Per quanto elevato, il messaggio che praticano e che comunicano, quindi, non è pedagogico e né terapeutico. L’autofinanziamento, sarebbe pedagogico e terapeutico perché solidaristico, solamente nel caso che una Comunità lo operasse a favore di un’altra. Non mi risulta che questa iniziativa sia mai stata praticata. Mi auguro che la faccenda non sia dovuta al fatto che ogni Comunità è “l’apparizione privata” del suo fondatore. Nel caso fosse, sarebbe giusto mandarlo in Comunità.

asterisco

Incontro in Comunità

gelmini

Dove non si può provare sarebbe meglio tacere? Don Gelmini, fondatore delle Comunità  Incontro è stato accusato di abusi sessuali da due ex ospiti. Non entro in merito alla questione. Non sono il Magistrato di nessuno. Solo di me stesso. All’epoca, ci fu uno psichiatra imbecille senza virgolette, che ebbe a dire che mi occupavo di Tossicodipendenti perché cercavo amanti. D’altro canto, ci sono stati anche Tossicodipendenti disposti ad offrirmi le loro grazie. Capirai che estetiche grazie. Mi occupavo di gente non tanto messa benino. E’ vero, ci sono stati anche dei messi meglio che si sono stupiti del fatto che lasciassi perdere le ghiotte occasioni: non avevano mai conosciuto un così strano Finocchio, penso. Sapevo della possibilità  di essere ricattato a causa della mia sessualità. Non occorre essere dei geni per capirlo. Basta non essere degli sciocchi. Così, già  il primo giorno che sono andato in mezzo a loro ho detto con estrema chiarezza, sia come uso l’attributo che i miei orifizi. Naturalmente, ho aggiunto anche la storia che mi ha portato fra di loro. Meraviglia, zero. Ricatti, zero. Scandali, zero. Oltre al ricorrere alla sincerità come difesa, però, ho badato bene di aver sempre qualcuno con me, e dove impossibile per tante ragioni, i miei dialoghi con i ragazzacci avvenivano sempre sotto gli occhi degli altri. Pensare che si possa essere esenti da sospetto in virtù di tonaca é un grosso errore. D’altra parte, non è mica detto che siccome l’accusatore è un ragazzaccio, necessariamente afferma il falso. Accusa del genere, a suo tempo è stata rivolta anche contro Muccioli padre. Ricordo certi articoli del Male, non poco pesanti. Ho conosciuto non pochi “tossici”: tutti “imbecilli”, ma nessun imbecille. Fra di loro parlano, parlano, e parlano. Un ragazzaccio ebbe a dirmi: il problema non è far parlare un tossico: il problema è farlo tacere! Con la Pula, ovviamente,  ma capitava anche con me! Ci mettevano un attimo a dirmi cosa avevano combinato, o stavano per combinare. Il tutto, senza porsi il minimo problema: potevo essere un rischio per loro, ma anche loro potevano esserlo per me! Per quella loquacità sento di potermi dire certo che fra di loro ne hanno parlato. Sono anche certo, che si sono posti il problema delle loro poca credibilità rispetto a quella di un Don.  Vedo, che al Don, sono giunte parecchie difese. Nessuna di queste m’infastidisce. Mi infastidisce, piuttosto, ciò che è implicito in quelle difese, e cioè, che i denunciatori, vengono giudicati falsi, già  per il fatto che sono “tossici”. Insomma! Un attimo! O dobbiamo trarre la conclusione che anche l’attività  giudiziaria deve sottostare a referendum!

Agosto 2007

asterisco

Possiamo far entrare dalla finestra

la droga che abbiamo fatto uscire dalla porta?

Solamente socializzando la droga si potrà più chiaramente separare la personalità tossicodipendente (l’assuntrice) da quella tossico – delinquente: assuntrice e spacciatrice. Socializzandola non è che avremo meno tossicodipendenti (come non è neanche detto che ne avremo di più) ma senza dubbio, o avremo meno tossico – delinquenti o sapremo chi lo è. La socializzazione della “roba”, inoltre, permetterebbe a chi ne fosse preso di poter meno drammaticamente rientrare sia in se stesso che nel contesto famigliare e sociale che ha lasciato. Lo potrebbe, sia perché l’avrebbe lasciato solamente in parte, sia perché è indubbiamente più facile recuperare un corpo che una mente, tanto più quando è tossicodipendente per contesto, ma non necessariamente tossico – delinquente per cultura o per animo.

  Luglio 2006

Inversa Mutua

Non più pesante di uno straccio bagnato. Si reggeva allo scorrimano di una scala. In conclamata. Sui 40/45 anni. Forse, sui 50. Aspettava il medico. Dopo un po’ è arrivato: uno spaccia.

Luglio 2006

ACCADEMIA VITA

Ignoro se nel frattempo si sia capito perché il tossicodipendente vuole tutto e subito perché manco dalla piazza da parecchio. Nell’ipotesi non sia stato compreso, suggerisco questa interpretazione. Il tossicodipendente vuole tutto e subito, perché ragiona secondo forza e, la forza, non ha il senso del tempo, ma quello dei suoi stati, quindi, la forza è lo stato del subito, mentre lo stato del dopo viene sentita come una debolezza.

apenna

Se non si crede a me, si provi a sollevare un peso, il che vuol dire, a raggiungere una meta. Se lo si solleva subito, (meta raggiunta) si è forti. Se lo si solleva con difficoltà, (o per difficoltà), si è deboli. Nel caso lo si sollevi a tempo, subentra una crisi: ce la farò, o non ce la faro? Il che vuol dire: avrò, o non avrò? Sarò, o non sarò? Il Tossicodipendente non accetta crisi. Per farlo dovrebbe convertire, (per elaborazione da mediazione), il suo indirizzo psichico. Non lo può fare per due prevalenti idee di forza: quella dell’idea di sé come forza, e quella della droga: sostanza che afferma l’idea, coprendo chimicamente e consolando psichicamente i dubbi sulla soggettiva forza. Per questo la roba è “madre”. E’ donna, invece, perché accoglie il “tossico” in un assoluto abbraccio. “Puttana”, invece, lo diventa tanto quanto, (o quando), quell’abbraccio si rivela di scadente presa, oppure, tanto quanto, (o quando), i costi si rivelano sempre più onerosi, e, le conseguenze, sempre più pesanti. Il fatto che la droga distrugga un vivere, è un concetto culturale, quindi, in sottordine come la ragione rispetto alla passione: altro concetto che appartiene alla vitalità. Quale considerazioni trarre da tutto questo? Non lo si chieda a me. Non sono mica un professore americano! Da lavapiatti italiano, ho solamente notato che nei tossicodipendenti, la vitalità fisica è preponderante rispetto alla vita culturale a – specifica, quindi, non ho potuto non trarre che una considerazione: l’indirizzo esistenziale della loro Cultura, è determinato dalla loro Natura, pertanto, elaborando e fortificando la loro Natura, si dovrebbe metterli nella condizione di aver di che paritariamente relazionare, vuoi con altra Cultura, (personale e/o sociale), vuoi con altra Natura. In soldoni: fortificando l’amor proprio con forti dosaggi di coscienza sulla forza fisica si potrebbe dar di che contrastare i dubbi sulla forza dell’identità individuale – sociale, o, quanto meno, dar di che compensare la sofferenza psichica conseguente ad un disadattamento di non semplice o complessa individuazione. Se le parlo di forza ma non di spirito è perché fra i dottori non si usa. Come non la trattengo più sullo spirito, mi auguro che gli psicologi non la trattengano più con discorsi sulla mente: continuano a sbagliare muscolo! Tanto più, se extra Comunitario. Intanto che vai… meditando sull’antefatto, ti mando sta “roba”. Quando la smetterò di avere visioni che non so da che parte realizzare?! Comunque sia, se questa idea ti pare più di la che di qua, fammi il favore di dirmelo. Ho scelto “Vita” come nome dell’Accademia, perché la globale materia di studio sarà la vita. L’uccello che ti spaccio come Gru, potrebbe essere un Airone, o chissà quale altro volatile. Ai dettagli ci penserò quando mi dirai se ne vale la pena. Valendone la pena, fammi le tue domande e avrai le mie risposte. Stammi bene.

aneolinea

Secondo me

Secondo me questo progetto è incompleto perché è come un appartamento semi arredato: se ti interessa abitarlo, è chiaro che dovrai arredarlo secondo te. Avendone l’intenzione, basterà porre in relazione la scienza, (tua), con la poetica: mia.

aneolinea

Ho saputo

Ho saputo che l’uso terapeutico della ginnastica è comune in molte comunità, ma non so quali significati danno a cotanto sudare. Per poter affermar Narciso? Prima, durante, o dopo averlo colto sul fatto, o meglio, sul fattaccio? L’idea de sto’ ambaradan potrebbe non essere nuova. Tutt’al più, potrebbe può esserlo il modo, se finalizzato a nuovo fine. Uso il dubitativo “potrebbe”, perché non è la prima volta che invento l’ombrello. A proposito di ombrello! C’è qualche altro insegnamento per il detenuto oltre a quello che da la stessa galera? Ebbene, pur con tutte le sue ignoranze, questo progetto ha di che diventare una scuola alternativa a quella. Se proprio inefficace come scuola, può essere pur sempre un più fruttuoso contenimento; se non altro, perché diversamente motivante.

n.d.a. Lettera rivista non so quanto tempo dopo aver spedito l’originale alla debita “meditazione” del referente in indirizzo.

aneolinea

Gli scopi dell’Accademia

L’Accademia Vita si propone lo scopo di porre la Persona di fronte a sé stessa. Non tanto secondo coscienza, (buco nero e/o pozzo senza fondo) ma secondo il grado della sua forza. Con altre parole: nella forza naturale, è ciò che il suo Corpo può; nella forza emozionale è ciò che il suo Spirito sente; nella forza Culturale è ciò che sa perché può e sente.

aneolinea

L’immagine

Per  confermare di maggior segno il Corsista e il grado del Corso ho sentito il bisogno di avere un’immagine carismatica consona all’Accademia e alle sue intenzioni. Ho scelto l’immagine della Gru. La Gru è considerata la

lagru

“Cavalcatura degli Immortali”

perché porta i principi della vita: il Bene, il Vero, il Giusto.

aneolinea

Il Contratto

Fra il signor T. C. Sempronio e l’Accademia Vita si stipula quanto segue…

Premesso che l’Accademia Vita si prefigge lo scopo di porre la Persona di fronte a sé stessa;

Premessi i mezzi che si riveleranno più idonei;

Premesso l’accettazione del dolore come via della verifica di sé;

Premesso che la somministrazione della fatica fisica e del dolore culturale hanno il solo scopo di permettere una più ampia visione di sé;

Premesso che l’Accademia agisce per amore della Persona anche quando sembra disprezzare la sua vita,

Punto Primo

Il Corsista delega all’Accademia il compito di dirigere la sua Persona.

Punto Secondo

Il Corsista accetterà la direzione dell’Accademia e/o dei suoi Delegati anche quando il fine non gli risulta immediatamente chiaro.

Punto Terzo

Il Punto Secondo implica che il Corsista debba essere prono nei confronti di ogni arbitrio, bensì, implica che il Corsista debba accettare la Ragione dell’Accademia, con fiducia.

Punto Quarto

La fiducia che l’Accademia e/o i suoi Delegati chiedono al Corsista è la stessa che un Minore ha verso un Maggiore, che un Alunno ha verso un Maestro, che un Figlio ha verso il Padre.

Punto Quinto

Onde essere il Maggiore che è, il Maestro di sé, e il Padre della vita che sarà, il Corsista deve tornare bambino.

Punto Sesto

Il Corsista che non troverà in sé questa forza, vanificherà le intenzioni di questa Scuola. In tale accadimento, il Corsista deciderà con l’Accademia sulle misure da prendere.

Punto Settimo

Per quanto letto e accettato, il Corsista si atterrà a quanto d’altro gli verrà comunicato.

aneolinea

 Sul tipo di istruzione

Per giungere al fine di porre una vita di fronte a sé stessa, l’Accademia si avvarrà di tre convergenti vie: La Naturale, la Culturale, la Spirituale. La via Naturale comprenderà un attività fisica non esente da considerazioni culturali, psicologiche, e quanto di necessario si rivelasse; la via Culturale comprenderà tutto ciò che favorirà il rapporto di collocamento della storia personale nella storia collettiva; la via spirituale comprenderà le tecniche e le filosofie che educano il soggetto all’ascolto del sé: corrispondente unione fra la forza della vitalità naturale e della vita culturale.

aneolinea

Linee guida in ordine sparso

Nella scuola dell’Accademia, l’essere deve essere dedotto dal fare. Allo scopo: analisi psicologica dei gesti, dei comportamenti, delle dinamiche singole e di gruppo, e quanto al fine. Per vedere se è fatto di mattoni o di pietra, il Corsista deve accettare di essere come un muro da scalcinare. Per quello scopo, i Corsisti devono sapere, da subito, che saranno provati fisicamente, e psicologicamente e culturalmente destrutturati. L’operazione della generale destrutturazione non deve recare dolore. Se motiverà della violenza, ciò vorrà dire che si starà destrutturando il Corsista oltre il suo limite di tolleranza. L’eventuale violenza non segnerà un errore del Corsista ma un errore del Consigliere che opera su quella vita. Qualora ci si trovi nella impossibilità di non recare dolore, sarà indispensabile premettere l’eventuale accadimento, onde dirigere le tensioni verso il fine che ci si prefigge: abbattere, ma, per ricostruire! Sarà necessario un Regolamento e un Manuale di Addestramento. L’Accademia si propone per bando. L’Ingresso andrà richiesto al “Consiglio di Auto – Recupero. Il Consiglio è la Commissione che valuta la richiesta come il Richiedente. Il suo giudizio è insindacabile. La Commissione sarà composta da i tre generi di Istruttore. Nelle Accademie militati ci si prefigge lo scopo di rendere corpo collettivo il corpo individuale. Nell’Accademia Vita, invece, dal corpo collettivo (il normale – convenzionale) si deve ricavare l’individuale. Il fondamentale compito dell’Istruttore, quindi, sarà quello di evidenziare la diversità, in quanto valore dell’unicità. Allo scopo: maieutica, maieutica, maieutica!

aneolinea

Il silenzio

Il silenzio è l’officina dove la mente lavora; è  la stanza dove riposa; è il luogo dove risiede.

Alla disciplina del corpo dovrà essere insegnata e applicata la disciplina del silenzio. La disciplina del silenzio, allenerà, il Corsista, a contenere le sue voci, le sue emozioni. Tanto più il Corsista imparerà a contenere le sue voci, e tanto più potrà contenere “la voce”: l’emozione che l’ha condotto alla “roba”: sia come sostanza che come stile di vita. In una vita comunitaria non è semplice trovare la stanza dove stare solamente con sé stessi. A questo scopo, il silenzio può diventare la stanza della personale privacy. Come sapere se il Corsista è in quella stanza, o non lo è? A mio avviso lo si può sapere se si da modo al Corsista di segnalarlo.

Ad esempio:

rosso

Divieto di parola stabilito dall’Accademia, o scelto dal Corsista;

giallo

Permesso di parola su necessità, stabilito dall’Accademia, o scelto dal Corsista;

verde

Libertà di parola concessa dall’Accademia o scelta dal Corsista. Onde favorire la costituzione della personale “stanza del silenzio”, il Corsista dovrà essere addestrato, non alla meditazione (pur sempre voce) ma all’assenza della meditazione, cioè, al vuoto mentale che è dato dall’assenza di ogni voce. E’ meno difficile di quello che si crede.

aneolinea

Accademia e Società

Accademia – Corsista – Manifestazioni – e/o necessità Sociali. Da porre in visibile e multifunzionale relazione. Gli interventi coordinati con la Protezione Civile, la Croce Rossa, e/o quanto di paritari significati non solo sono altre scuole pedagogiche ma anche ap – paganti capitali che compensano e provano i valori in acquisizione.

aneolinea

 Sull’Accademia

Hai presente l’Accademia militare? Togli il militare ma lascia disciplina e addestramento fisico. Con quelli, un piano di cultura specifica o generale secondo il caso.

aneolinea

Identità dell’Accademia e del Corsista

L’Accademia e il Corsista sono quello che sono: non senza definizione, non fuori da ogni definizione: vita per definizione.

aneolinea

Regolamento

1°)

2°)
3°)
4°) …

aneolinea

I gradi del corso e del corsista

1grado

secondo grado

terzo grado

quarto grado

quinto grado

aneolinea

Sul tipo di Istruttore

In primo: il Consigliere che sa essere padre, (spirito determinante), ma non sa essere madre (spirito accogliente) è operatore non adatto all’Accademia Vita.

Ai tre tipi di insegnamento devono corrispondere i tre tipi di istruttori:

addestratore fisico con esperienza militare o paramilitare, o comunque fortemente sportiva;

addestratore culturale: insegnante con preparazione umanistico – filosofica;

addestratore mentale: psicologo capace di interpretare i simboli e le dinamiche che sono negli atti della preparazione fisica, quanto i simboli e le dinamiche che sorgono e/o si attuano nelle manifestazioni del fare.

Nello svolgimento del compito consigliare, l’istruttore non deve mai dimenticare di essere “Accademia”, quindi, non artefice di educazione ma strumento. Ciò gli eviterà ogni personalizzazione e, quindi, il rifiuto della sua persona. L’Istruttore, inoltre, non deve dimenticare che è pagato e appagato per un compito, non, per un cottimo. Ciò per dire che deve produrre vita, non, merci.

L’opera di destrutturazione di una identità, (spoliazione naturale, per conversione culturale e spirituale), è un’azione comunque dolorosa. Contro quel necessario dolore vi è è un solo anestetico: la con – passione.

Per con – passione non si intende un atteggiamento pietistico più o meno cristiano e/o più o meno religioso, ma la sentimentale con – divisione, dell’esperienza che tutti abbiamo provato: la fatica di crescere.

Nel ricordo di quella fatica accomunati, nessuno può dirsi più capace di altri, tutt’al più, di averla superata, in senso cronologico, prima di altri. Il ricordo di quella fatica è il peso che bilancia il piatto che porta l’orgoglio di aver superato quella fatica. A questo punto, la com – passione che si chiede al Consigliere, altro non è che una disponibilità di spirito verso la giustizia.

aneolinea

 Divisa: abito esteriore che coadiuva l’abito mentale.

Come divisa di ordinanza vedrei bene quella dell’aviazione. Sopratutto per il colore. Su quella base, se il colore fosse più intenso, tanto meglio. Nella divisa di ordinanza che in quella fuori ordinanza, il cappello dovrebbe essere a “bustina”. Per le manifestazioni ufficiali e/o di gala, non vedrei male un mantello del colore della divisa e un cappello di quelli da matricola universitaria. La forma di quel cappello, mi ricorda il capo della Gru.

aneolinea

La bandiera

biancogiallo

Il bianco simbolizza la verità. Il giallo simbolizza l’amore.

Per i significati indicati dai colori, la bandiera dice che per giungere all’amore personale e sociale, non si può non partire dalla nostra verità; punto di avvio, per quell’ulteriore e volontario viaggio che è la ricerca della vita nella Verità, quindi, bianco, giallo, bianco.