Don Ciotti

Parafrasando l’affermazione di Don Ciotti, “la droga è una domanda che ha bisogno di molte risposte”, direi: la vita è una domanda che ha bisogno di molte risposte. La corrispondenza fra risposte è atto dell’intelligenza. La competizione fra risposte è atto della vanità. Tutti siamo ciò che abbiamo risposto.

asterisco

Possiamo far entrare dalla finestra

la droga che abbiamo fatto uscire dalla porta?

Solamente socializzando la droga si potrà più chiaramente separare la personalità tossicodipendente (l’assuntrice) da quella tossico – delinquente: assuntrice e spacciatrice. Socializzandola non è che avremo meno tossicodipendenti (come non è neanche detto che ne avremo di più) ma senza dubbio, o avremo meno tossico – delinquenti o sapremo chi lo è. La socializzazione della “roba”, inoltre, permetterebbe a chi ne fosse preso di poter meno drammaticamente rientrare sia in se stesso che nel contesto famigliare e sociale che ha lasciato. Lo potrebbe, sia perché l’avrebbe lasciato solamente in parte, sia perché è indubbiamente più facile recuperare un corpo che una mente, tanto più quando è tossicodipendente per contesto, ma non necessariamente tossico – delinquente per cultura o per animo.

  Luglio 2006

E’ droga

A mio conoscere, “droga”, è tutto quello che fissa un arbitrio, e “gabbia”, tutto quello che lo rinserra.   Pertanto, lo può essere anche una qualsiasi ideologia. Riproponiamoci, allora, affermazioni e domande, e rispondiamoci secondo coscienza. Occhio, ai canti della coscienza! Non sempre siamo in grado di capire quando è giudice sereno, da quando è sirena che incanta.

Quando fissa la ragione, ogni potere è droga.

Sino a che non ci decideremo ad estirpare le piantagioni del potere,* rifiutandoci di concedere loro ogni delega a priori, non solo non ci potremo dire solamente vittime, ma renderemo vittima anche il futuro di chi non è in grado di scegliere il suo presente.

* Principato e Religione, secondo padre Aldo Bergamasch, Ordinario di Scienza dell’Educazione a Pedagogia dell’Università di Verona.

Luglio 2006

 

Interessi privati in atti d’ufficio

In modo particolare in centro i cittadini ricevono numerose richieste di denaro. Del generale assedio e dell’assillo provocato, i banchetti delle Comunità, (anche loro richiedenti), sono fra quelli che ne pagano spese. Le pagano, vuoi perché vengono generalmente rifiutati, vuoi perché, essendo rifiutati, non possono espletare l’informazione contro le tossicodipendenze che dovrebbero fare. Paradossale contrappasso, a pagare le spese della mancata informazione, saranno, non solo i cittadini che rifiutano il contributo privato, ma anche quelli che alimentano il contributo pubblico: in genere, gli stessi. L’autofinanziamento svolto dalle Comunità, dunque, non solo è erroneo perché non favorisce l’avvicinamento fra cittadino, informazione e Comunità, ma anche perché può apparire come l’elevazione culturale del concetto di accattonaggio, usualmente praticato dalle personalità td Per quanto elevato, il messaggio che praticano e che comunicano, quindi, non è pedagogico e né terapeutico. L’autofinanziamento, sarebbe pedagogico e terapeutico perché solidaristico, solamente nel caso che una Comunità lo operasse a favore di un’altra. Non mi risulta che questa iniziativa sia mai stata praticata. Mi auguro che la faccenda non sia dovuta al fatto che ogni Comunità è “l’apparizione privata” del suo fondatore. Nel caso fosse, sarebbe giusto mandarlo in Comunità.

Incontro in Comunità

gelmini

Dove non si può provare sarebbe meglio tacere? Don Gelmini, fondatore delle Comunità  Incontro è stato accusato di abusi sessuali da due ex ospiti. Non entro in merito alla questione. Non sono il Magistrato di nessuno. Solo di me stesso. All’epoca, ci fu uno psichiatra imbecille senza virgolette, che ebbe a dire che mi occupavo di Tossicodipendenti perché cercavo amanti. D’altro canto, ci sono stati anche Tossicodipendenti disposti ad offrirmi le loro grazie. Capirai che estetiche grazie. Mi occupavo di gente non tanto messa benino. E’ vero, ci sono stati anche dei messi meglio che si sono stupiti del fatto che lasciassi perdere le ghiotte occasioni: non avevano mai conosciuto un così strano Finocchio, penso. Sapevo della possibilità  di essere ricattato a causa della mia sessualità. Non occorre essere dei geni per capirlo. Basta non essere degli sciocchi. Così, già  il primo giorno che sono andato in mezzo a loro ho detto con estrema chiarezza, sia come uso l’attributo che i miei orifizi. Naturalmente, ho aggiunto anche la storia che mi ha portato fra di loro. Meraviglia, zero. Ricatti, zero. Scandali, zero. Oltre al ricorrere alla sincerità come difesa, però, ho badato bene di aver sempre qualcuno con me, e dove impossibile per tante ragioni, i miei dialoghi con i ragazzacci avvenivano sempre sotto gli occhi degli altri. Pensare che si possa essere esenti da sospetto in virtù di tonaca é un grosso errore. D’altra parte, non è mica detto che siccome l’accusatore è un ragazzaccio, necessariamente afferma il falso. Accusa del genere, a suo tempo è stata rivolta anche contro Muccioli padre. Ricordo certi articoli del Male, non poco pesanti. Ho conosciuto non pochi “tossici”: tutti “imbecilli”, ma nessun imbecille. Fra di loro parlano, parlano, e parlano. Un ragazzaccio ebbe a dirmi: il problema non è far parlare un tossico: il problema è farlo tacere! Con la Pula, ovviamente,  ma capitava anche con me! Ci mettevano un attimo a dirmi cosa avevano combinato, o stavano per combinare. Il tutto, senza porsi il minimo problema: potevo essere un rischio per loro, ma anche loro potevano esserlo per me! Per quella loquacità sento di potermi dire certo che fra di loro ne hanno parlato. Sono anche certo, che si sono posti il problema delle loro poca credibilità rispetto a quella di un Don.  Vedo, che al Don, sono giunte parecchie difese. Nessuna di queste m’infastidisce. Mi infastidisce, piuttosto, ciò che è implicito in quelle difese, e cioè, che i denunciatori, vengono giudicati falsi, già  per il fatto che sono “tossici”. Insomma! Un attimo! O dobbiamo trarre la conclusione che anche l’attività  giudiziaria deve sottostare a referendum!

Agosto 2007

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Comunità e sesso

Uno psichiatra non convenzionale ebbe a constatare: i giovani in comunità non fanno sesso? Già! Sono disintossicati e nel pieno della vitalità! Difficile pensarli angelici. A meno che non vengano sedati! Con le preghiere? La vedo dura.

Agosto 2007

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Caro Gigio

Caro Gigio: mentre stavo facendo colazione nel mio giardino, sei capitato fra le mie emozioni Quando mi capitano queste visite, so che devo scrivere a chi e/o a cosa mi visita. Mi sono detto: adesso leggo il giornale e poi lo faccio. Non ci sono mai riuscito una volta! Prima, devo scrivere! Inizierò con il raccontarti una “visita” di ieri sera, o meglio, di questa mattina dal momento che erano le quattro passate. Vedo arrivarmi incontro una figura. La riconosco. E’ un “tossico”. In Aids conclamata. Ha il viso pieno di ferite. Sarà stato picchiato. Avrà truffato qualche dose ad uno spaccia. Credo stia ancora in piedi, solo per il Metadone che prende, o forse, anche per qualche pera che ancora si fa. Pensa alla potenza di quelle due chimiche! Riescono a fermare, persino il proseguo della sindrome Aids. La persona in quelle situazioni, non muore delle malattie che compongono la sindrome: muore, per generale crollo. Ti dirò, (anche con un po’ di vergogna) che avevo fatto finta di non vederlo. Tutt’ora, non mi è facile reggere quel genere di vista. L’Amato, è finito allo stesso modo, sia pure in ben diverso modo: da amato! Questi, invece, non ha più nulla e nessuno. Così, stavo per tirare diritto. Mi chiama. Mi fermo. Mi sento un po’ merda quando gli sorrido: sono falso. So bene che è lui che mi costringe ad esserlo, tuttavia, questo non cambia il fatto. Inizia la solita tiritera sul lavoro che manca ( non ha forza, neanche per spostare una farfalla da qui a lì ) sulla casa che non c’è, ecc. ecc. Del lavoro non si è mai preoccupato! E, della casa, solo come non indispensabile necessità. Capisco che vuol farsi commiserare a scopo di accattonaggio. Perdo la pazienza, e vado giù di piatto: “Mio caro! Tu hai bisogno di un ricovero. Se rifiuti questa possibilità, perché preferisci la libertà di “farti”, allora, prima o poi ti raccoglieranno da qualche parte! Non vedo, altre banane!” Sa, che è così! Annuisce. Mi chiede una sigaretta. Ne ha un’altra posata sull’orecchio! Gliela do. Ci lasciamo. Cosa intendo farti capire con questa storia? Che dopo averti scritto questa lettera, usando i toni della franchezza che ho usato con quel Tossico mi sentirò una merda, ma lo devo! Ho avuto modo di dirti, che non leggo i tuoi post perché li urli! Mi hai detto: carattere! Vero! Ma cosa motiva quel carattere? L’urlo, Gigio, è voce del dolore, ed è anche, auto incoraggiamento nei casi di battaglia. Comunque tu lo veda, in ambo i casi è sintomo di una aprioristica e riconosciuta possibilità di debolezza. Mi domando, se non sia anche per questo, che non sopporto l’urlo negli uomini! Per me, gli uomini non urlano! Al più, sono “i miei uomini” che urlano. So già, però, che sono dei vinti. Ed è anche perché l’urlo è curativo, che li lascio urlare. Per me, gli uomini, parlano. Certamente si accalorano, (e ci mancherebbe) ma non urlano, se non appunto, perché in molti modi feriti. Ferito, il Gigio? Il Gigio ha moglie, figli, interessi. Sì, ci sarà anche qualche battostina da qualche sacramento, ma non vedo ferite da urlo. Ferite da urlo, le vedo solo nella tua ideologia politica. Segno di forza? Per quanto sostengo, segno di debolezza! E, la tua debolezza la si legge benissimo, Gigio! La si legge, ogni volta l’urlo esclamativo, è inarticolante al punto, da non rendere articolato il concetto! Hai avuto modo di dirmi, che sei più pericoloso quando taci. Concorderei, ma aprendo una “finestra” sul discorso. Per come la sento io, non vi è dubbio che diventi più pericoloso come forza fisicamente avversa, ma come forza culturalmente avversa, non direi proprio. Non spaventeresti neanche me, che politicamente parlando sono ancora in età da pannolino, e che molto probabilmente, ci resterò anche sino all’età da pannolone! Più di una volta, leggendoti, mi sono detto: ma non è possibile che il Gigio sia così! Ti ho anche pensato come una figura “d’arte”: di quelle cioè, che usano la paglia della violenza verbale, per cavare dal buco, dei ragni socialmente velenosi! Ma se non sei quel genere di figura d’arte, permettimi di dirti che la tua parte personalmente politica, non fa nessun favore alla tua parte socialmente politica. Anzi! Recentemente, il Mauro ha ammesso una mia intuizione su di lui. Gli avevo detto, che in fondo in fondo, è una personalità di Destra, e che in questo senso, fatte salve le soggettive manifestazioni del personale pensiero, aveva con te dei punti in comune. Il Mauro è personalità di Destra, non certo per significati storici propri della Destra che è stata (significati che, a mio avviso avvelenano ancora l’oggi di Destra, ma lo stesso si può dire anche di qualche aspetto della Sinistra ) ma perché, di prevalenza, psicologicamente conservatore. A differenza di te, però, il Mauro, giunge anche a concordare con altri pensieri. Lo spingerlo per altre strade potrà anche essere una faticaccia, ma lo fa. Lo stesso potrei dire di Ewan. Tu, invece, sei come un elastico. Certamente sei capace di allungarti verso un altro pensiero, ma, appena quel dato pensiero ti molla, torni al punto di partenza. E, questo, è anche giusto, purché, almeno un qualcosina ci rimanga dentro, del pensiero condiviso prima del ritorno al tuo punto di partenza. Dalla lettura dei tuoi post, questo qualcosina non si sente. Il che, potrebbe anche rivelare un’autodifesa delle proprie posizioni. Sentire l’altra parte, però, (anche quando non la si capisce ) in qualche modo permette di abbassare i toni del confronto, perché, direi intimamente, si capisce che anche le nostre verità, hanno dello spurio. Tu, a parole lo ammetti, ma l’urlo, rivela che tendi a negare quello che non puoi non ammettere. Tornando a prima, l’urlo non è un segno di potenza: di nessun genere di potenza.

Ottobre 2007

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La droga scorre nelle vene del mondo oltre che in quelle del “tossico”

Cortese signore: “sapevo” già chi era il medico veronese che è stato invitato dal governo a battere la droga, quando ho letto la notizia nella vostra locandina. Lo sapevo perché conosco il dottor Serpelloni. Avendone bisogno, mi affiderei al dottor Serpelloni senza alcuna ombra di dubbio. Sarebbe capace di rovesciare il mondo medico, pur di giungere al fine. Non le scrivo per questo, quindi. Le scrivo, perché il suscitare aspettative è fortemente erroneo. Battere la droga, infatti, (come annuncia il titolo della vostra locandina) suscita l’idea che si possa battere, e questo, purtroppo, può provocare un abbassamento della guardia come involontario effetto collaterale; abbassamento della guardia, o negli odierni tossici e nell’odierna tossicodipendenza (vissuta e sentita in modo sociale più che espressamente delinquenziale) o nelle famiglie, o in quanto correlato alla droga e/o alla tossicodipendenza. Nessun rilievo al titolista, ovviamente; è di cronaca che si occupa, mica di tossicodipendenze. A mio avviso, nessuno può battere la droga, signor Direttore. Al più, si può battere una tossicodipendenza. Molte volte, col rischio di battere anche il tossicodipendente. Nessuno può battere la droga, perché la droga scorre nelle vene del mondo, oltre che in quelle del singolo tossico. Per tale fatto, nel corpo sociale, il sangue venoso della droga, scorre presso quello arterioso. Così, come sanno bene i medici, ogni intervento sulla parte malata del corpo, (l’economico – delinquenziale) nolentemente, rischia di ledere la parte economico – sociale, sana. Esempio più vicino a noi, di quanto sostengo, lo direi il caso della Discoteca sulle Torricelle, che ha dovuto subire il pesante contraccolpo, anche economico, derivato da accertamenti, che se da un lato hanno tenuto conto della causa contro la droga, dall’altro, non hanno contemporaneamente tenuto conto dei doli che hanno fatto patire all’economia del titolare, e a quella dei suoi dipendenti. Va dato atto al suo giornale, di aver mirato meglio l’informazione un qualche giorno dopo, ma come lei sa bene, e molto meglio di me, ogni smentita, è, purtroppo, una notizia confermata. Rimango dell’idea (per averla pesantemente provata, anche se non su di me) che la droga si batte solamente con un? altra droga. Voglio dire, che solo una forte idea, (culturale, e/o chimica e/o l’insieme) può batterne una altrettanto forte. In attesa di quell’idea, non per questo dobbiamo convivere con la droga, così come dovremmo imparare a convivere con la mafia. In attesa di quell’idea, dobbiamo togliere vita alla presente idea. Togliere vita alla droga come sostanza e/o idea, ma non togliere vita alla giovinezza, però. Con i miei più cordiali saluti.

Pubblicata in data 25/06/2008 con la dicitura “Lettera firmata”. Non so perché hanno omesso il mio indicativo, ma per quanto mi riguarda fa lo stesso.
Giugno 2008

cornice

Tutto è droga se fissa l’arbitrio

Il fine chimico di ogni droga è la fissazione dell’arbitrio. Si può dire, pertanto, che ogni genere di sostanza (non per ultimo, un dato pensiero) è droga tanto quanto fissa il giudizio di chi l’assume (se chimica) e/o di chi la vive se ideologica. Nella mia esperienza presso le tossicodipendenze ho conosciuto non poche personalità prese dalla roba, ma nessuna di veramente imbecille, perché di nessuna si poteva dire che non era in grado di intendere circa la pericolosità personale e sociale delle loro scelte, mentre si poteva dire che non erano in grado di volere l’uscita da quelle scelte; il piacere chimico dato dalle droghe, infatti, è talmente fondante da cassare ogni altra base culturale e/o morale. Per quanto premesso, quello che vale per la fissazione della ragione provocata da un piacere chimico, non di meno vale per la fissazione della ragione provocata da un piacere ideologico; e se manifestazione di quella fissazione è una forza irragionevolmente espressa, quella forza, allora, è una droga. I presi da irragionevole forza, quindi, andrebbero presi in carico dai Sert, così come lo sono i presi da altre droghe.

Maggio 2008

cornice

Blitz contro droga e alcol: nei guai quattro su dieci.

Il che vuol dire, che su dieci eredi della nostra cultura, 6, sono figli che seguono la volontà  del padre – stato, (sia pur mugugnando, immagino) e 4, dei futuri figliol prodighi, ben che vada a noi, allo Stato, e a loro. Fra i fermati: una positività del 40,5 %, di cui: il 13,9 è risultato positivo all’alcol; il 16,5 alle droghe; il 10,1 ha associato alcol e droghe. Dei positivi alle droghe (21 persone) il 38,1 % aveva utilizzato cannabis; il 4,8 ha usato solo cocaina; il 19 % metanfetamine; il 14, 3% cannabis, più cocaina e pià metanfetamina; il 23,8 % cocaina più metanfetamina. Stante l’accertamento, prevenire, o reprimere? Prevenire, (nel senso di porre a coscienza) è chiaro che non è mai sbagliato, ma, reprimere, quando ormai una coscienza è presa, altro non farà che incentivare la voglia di deviazione (altre mete, altri modi, altri mezzi) del preso. Se prevenire porta a poco, e reprimere porta a niente, cos’altro si può fare? Dal momento che nulla e nessuno eliminerà la droga dalle vene del mondo, non resta che procedere col sistema del colpo alla botte della prevenzione, ed uno al cerchio della repressione. Vie terze (nel senso di pienamente risolutive) non c’è ne sono, o quanto meno, non ne vedo.

ps. Ho tratto le statistiche fa un articolo di Alessandra Vaccari edito si l’Arena
Gennaio 2008

separa

“Se non entri in Discoteca ubriaco sei out”

Dice il Direttore de L’Osservatorio alle Dipendenze di Verona.

No, signor Direttore. Nelle Discoteche i giovani entrano a livello “bollicine” (vuoi per aspettative, o forse, vuoi per droga) ma non ubriachi, anche se questo non esclude il fatto che possano aver bevuto. Sostenere che entrano ubriachi, è come sostenere che all’ingresso della Discoteca non c’è nessun filtro. Il che, se non è vero per l’abbigliamento, figuriamoci per una qualsiasi altra, inestetica forma. Un ubriaco all’inizio serata è un pessimo biglietto da visita per ogni Discoteca, da quanto gli è squalificante immagine. Questo può essere certamente vero durante il proseguo della serata, ma non per questo è vero che tutti sono ubriachi, ed il dottor Serpelloni lo sa quanto me. Sa inoltre bene, il dottor Serpelloni, che il continuar a gridare al lupo, al lupo, invalida l’informazione per assuefazione. Il problema, è ben più a monte, se i giovani cominciano a bere a 12 anni come dice il Dottore. La constatazione, inoltre, dice che il fallimento del magistero educativo (vuoi il sociale, vuoi il religioso, vuoi il famigliare) ha profonde e lontane radici. Con questo non intendo trasferire la croce dalle Discoteche ad altre spalle. Intendo dire, che è troppo facile lasciarle sulle spalle delle sole Discoteche, o quanto meno, far in modo che ne sopportino il peso di una maggiorata colpa. Non è così che si informa. Così, si spaventa, ma solo inizialmente. A tutto si fa il callo, signor Direttore: anche al destino, se par non avere convincenti “bollicine”. Ed è sul destino dei giovanili atti e sulla mancanza di bollicine nel loro destino, che l’insieme sociale deve riflettere e provvedere, se vuol toglierli dall’alcolismo già a 12 anni, ma l’unica cosa che ho visto sinora è la proibizione! Come all’asilo! A mio vedere, la proibizione è la forza degli impotenti. Nell’insegnamento, è anche la forza degli spaventati dal futuro, ma questo è un altro discorso! O forse, no.

Novembre 2007

separa

“Ma la vera scommessa è il ruolo dei genitori!”

Senti, senti, questi provvedimenti! Estratto da l’Arena di Verona. Ironia del nome e/o della sorte, l’articolo é firmato A.Z. Come dire, inizio e fine.

La legge nazionale che impone il divieto di vendita degli alcolici nei locali da ballo a partire dalle due, per il Direttore del Dipartimento delle Dipendenze, è solo il primo passo che valeva la pena di fare. Ma c’è ancora molto da stabilire e da mettere a punto per l’incolumità dei giovani e per il loro diritto alla salute. Proprio per quest’ultimo punto, l’esperto sta tessendo le basi col sindaco Tosi per fare sì che le leggi in vigore vengano rispettate, a partire dal divieto di vendita e somministrazione ai minori. Allo studio c’è anche una forma di tutela giovanile che affonda le radici in quella che dovrebbe essere la responsabilità genitoriale. Si tratta di questo: se un minore viene trovato positivo a droga e alcool nel corso dei controlli effettuati dalle forze dell’ordine, alla famiglia viene fatto per la prima volta, un avviso bonario. Ad un successivo controllo, vale a dire la seconda volta che il minore viene trovato positivo, sempre alla famiglia viene inviata una segnalazione scritta. La terza volta che il minore risulta positivo ai test, si mette in discussione la capacità genitoriale, e si fanno intervenire i servizi sociali.

“Questo perchè il diritto alla salute è sancito per legge, sottolinea il Dottore, e “per salvare le future generazioni occorre dare vita ad un’anagrafe dove vengono registrati i nomi, e di conseguenza, è possibile intervenire subito.

Ma non è finita!

“Pochi sanno, che è ancora possibile applicare un regio decreto, ripreso nell’Aprile del 2004 nell’articolo 25 a tutela dei minori, che affianca i genitori nel controllo dei figli particolarmente esposti a situazione di rischio.”

Pensa te! Asimov ha scritto di un robot che voleva diventare uomo, e questi scrivono sui giovani per farli diventare robot. Meglio robot che “tossici”, o meglio robot che sè stessi, anche se brutti, cattivi, disordinati, e non in regola? Si, piuttosto che diventino denunce vaganti, meglio robot! Sì, piuttosto che morte, è meglio non vive, le future generazioni! E se poi si faranno le “pere”, pazienza! Si apriranno altri Sert! E’ agghiacciante!

Novembre 2007

separa

Tossicodipendenze

Cortese signore: Correvano anni d’esperienza in meno quando ho iniziato ad occuparmi di tossicodipendenze. Conscio dei miei tanti limiti, ho bussato a non si sa quante porte. Fra queste, a quella di un gruppo politico di Sinistra. Sentite le mie necessità, un aderente di quel gruppo mi pone la classica domanda da cento milioni: la droga è un male, o fa male? Feci fatica, allora, a capire il senso della domanda. Non poca fatica mi ci è voluta per rispondere, non allora, adesso: la droga fa male, ma se non risolta, diventare un male. Ora, infatti, pur essendo usata per gli stessi motivi di allora, ha percorsi implicitamente più malevoli. Non tanto, o non di più, nel corpo del tossico, ma tanto e di più, nelle vene del mondo. Non è ignoto a nessuno, infatti, che vi sono culture che la vendono come arma, oltre per lo scopo di comperare armi. Per quelle culture, ogni pera è la pallottola che fiacca, quando non uccide, un alterno pensiero. Dal che ne consegue una necessità di difesa, che non può non procedere oltre una campata pretesa della libertà di farsi, se quella liberta è il cavallo di Troia che favorisce un generalizzato disfacimento: vuoi della personalità individuale, vuoi di quella sociale. Nelle tante e dispendiose campagne contro la droga, mai una volta ho visto trattato con evidenza, anche questo aspetto. A mio avviso, sarebbe ora di farlo.

Novembre 2007

separa

Le fasi della droga

Da sempre sostengo che la droga ha due fasi: quella di essere il balocco dei lucignoli, e antidoto, per quando si ritrovano alla stanga degli Sputafuoco. La droga è un tumore in metastasi. Così il tossicodipendente è diventato funzionale sia al sistema antisociale che a quello sociale. Al sistema antisociale lo è diventato tossicodelinquente per ovvie ragioni. Al sistema sociale, invece, perché si oppone a quelle ragioni. La Repubblica di oggi racconta che in casa di un ragazzo di 16 anni hanno trovato 600 pastiglie di estasy! Un ispettore di polizia mi diceva che l’unica cosa che può fare veramente, è tagliar le punte alle erbacce che spuntano oltre un convenuto limite. Per implicite cose, ciò significa che l’unica utopia praticabile rimane solamente quella che dicono “riduzione del danno”: riduzione, che, indubbiamente è riduzione del dolore, ma che non è risoluzione dell’errore. Risoluzione dell’errore lo diventa dando la droga come antidoto alla droga. Risoluzione al 50%, però, perché l’antidoto non cura la parte amorale e/o asociale, che nel frattempo ha costituito l’iderntità del preso da droga! E, allora? Allora dovremmo accettare l’idea che ognuno è via delle sue verità, e se malsane quelle verità, si facciano carico i referenti sociali e/o religiosi, del dovere di curare il possibile rendendolo meno impossibile.

Datata Marzo 2007 Corretta e meglio mirata nel Marzo 2020

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Armi e domande

Visto che lo Stato ha cercato di fermare la droga fermando i tossicodipendenti, perché non ferma chi fa le armi visto che non può fermare chi le vende? Perché, avendo fallito con la droga, potrebbe fallire anche con le armi, o perché comunque ci guadagna, e direttamente o indirettamente, ci guadagniamo anche noi? Ipotesi fosse, gridare basta alla guerra che senso ha? Quello di nascondere un senso di colpa? Quello di farci credere possibile la cura del frutto, mentre ci nasconde (e ci nascondiamo) l’attuale impossibilità di cura verso l’albero?

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Le fasi di Pinocchio

Devo ammetterlo: quando ho scritto questa lettera, sulla questione droga, tossicodipendenze e tossicodipendenti,  abitavo il mio mondo, non, il mondo. E’ vero: una maggiorata conoscenza della realtà m’ho buttato fuori da quella casa. E’ anche vero, però, che sto ancora vicino alla porta. Lascio lo scritto come sta.

Sostenere che l’hascisc è la via dell’overdose è come sostenere che un’autovettura è via di delitto. Con questo, non intendo dire che sono a favore delle droghe ma che sono contro le strumentalizzazioni. Per quanto sia indubbiamente vero che ambedue i mezzi, a loro modo ledono, credo comunque falso sostenere che la realtà conseguente sia sempre l’estrema. Non so se sia perché non fa comodo trarre le dovute conseguenze, ma sia nella tossicodipendenza che non, a fronte di un disagio leggero ci si compensa leggermente e a fronte di un disagio pesante ci si compensa pesantemente. Stante le cose, il vero soggetto che induce ad una eventuale overdose non è il dato compensatore (droga o altro che sia) ma (nello stato personale e/o sociale nel quale avviene) il genere e lo stato di disagio. Lungi da me l’idea di sostenere accuse contro la Società ma sino a che non si proverà che le Persone nascono sotto i cavoli, come è giusto che la personalità t.d. si assuma le sue responsabilità (anche le morali) così, lo faccia il Sociale. Senza per questo rinunciare ai principi proibizionisti, lo Stato dimostrerà di essersi assunto la sua parte di colpa quando, diversamente da ora, darà prova di saper accogliere (e provvedere) anche alle più gravi istanze. Se non fossero distratte da questione politiche, non io, ma ben altre autorità etiche dovrebbero ricordare allo Stato che una legge proibizionista che non tiene conto della compassione (la dove in altro modo non può provvedere) è umanamente anticostituzionale. Lo è, perché la legge che non calibra la proibizione con la compassione (nella tossicodipendenza più estrema non lo fa) taglia la dose della sua giustizia (anche i tagli nelle dosi sono vie di overdose) di ulteriore condanna. Le argomentazioni con le quali Don Pietro N. si oppone alla liberalizzazione dell’hascisc, rivelano la conoscenza di chi sulla droga sanno cosa dicono ma non sanno di cosa parlano. Nella tossicodipendenza, si può dire che la persona attraversa le tre fasi di Pinocchio. La prima è quella del piacere senza dovere. La seconda, quello del piacere per dovere. La terza, ultima a più livelli e sensi, è quella in cui, la medicina contro un piacere diventato “roba”, è la stessa “roba”. Introdurre il concetto di “omeopatia” nella cura delle tossicodipendenze farà certo inorridire i moralisti, ma chi ha vissuto gli orrori che procura e che nei tossicodelinquenti fa compiere, certamente ne considererà le possibilità. So bene, che aldilà del concetto che propongo, vi sono stati degli esperimenti che sono falliti. D’altra parte, cosa ci si aspettava? Che in un paio di anni si risolvesse ciò che ha impiegato la sua vita a distruggere? Tornando a Don Pietro, se avesse avuto una più intima conoscenza del dolore nella droga non si sarebbe permesso di strumentalizzare le testimonianza che cita a suo sostegno: i due ragazzi brasiliani che fumavano senza sentire il “bisognino” di nascondersi e il giovane tossicodipendente con il sangue che colava dal braccio. L’uso di un’idea che deve essere provata in quel modo é  sempre strumentalizzante. Ogni strumentalizzazione, pertanto, rivela la sua bifaccialità. Le facce doppie sono sempre equivoche.

Datata

separa

Come imbambolati

Come imbambolati (temo già prima del “fumo”) gli estimatori delle droghe sono usi a rimuovere il fatto che anche l’acquisto della pur leggera “canna” è concorso di colpa nei vari generi di delitto contro al Persona. Le campagne contro la tossicodipendenza, quindi, dovrebbero fare in modo di arginare quella rimozione, richiamando il consumatore (ma non di meno l’affascinato), alla sua responsabilità di Uomo, se tale vuol diventare; se tale la droga gli permetterà di essere: cosa di cui dubito, più che fortemente dal momento, che dell’Uomo, la droga non lascia intatta neanche la scorza: a – sociale o antisociale che sia.

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Le stanghe di Lucignolo – Lettera al Direttore

Le faccio pervenire una nuova stesura di questa lettera perché nella precedente non sono stato chiaro neanche a me stesso.

Vuoi per scienza vuoi per indiretta esperienza, ma il dottor S. sa bene cos’è “droga”. Il giovane invece, più che altro ne sa il piacere che da. Nel frattempo, è incompleta coscienza, come incompleta coscienza è quella di chi non conosce il senso della parola “dolore” perché non l’ha ancora sentito. In questa fase della sua esperienza, certamente è disponibile a riconoscersi come intossicato ma non certo come tossicodipendente, se, per tossicodipendente, intendiamo la figura che abbiamo sinora conosciuto: vuoi per strada, vuoi per cronaca. Vi è quindi scollamento di immagine e di significati fra ciò che il Medico ed il giovane intendono per drogato. Se non si tiene conto di questo diverso intendere, le campagne contro la Tossicodipendenza rischiano di diventare delle Campagne contro la giovinezza. Il giovane che sente le Campagne contro Tossicodipendenza come campagne contro una sua volontà di vita, (per quanto rischiosa, e lo sa), non farà altro che agire come a suo tempo agì Pinocchio contro il Grillo. Mi auguro che il Dottor S. trovi il modo di non tacere con Pinocchio ma di schivare il martello.

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Droga: croce e illusorio cireneo.

Questa non è un lettera: è una conferenza spacciata per lettera! Peggio ancora, ma, purtroppo, è un confuso soliloquio. Avete presente quando si pianta una sonda per cercare l’acqua? Magari venisse subito limpida! Invece, prima viene il fango. Da me, sonda, è venuto fuori del fango per anni. Solo adesso sta venendo fuori dell’acqua. Non sempre potabile, per carità, ma, almeno, chiara. Ora, però, mi manca la forza che avevo quando davo fango pensando fosse acqua. Ci sarà ben della giustizia in tutto questo, ma, mi venga un accidenti, se capisco dov’è! Pubblico delle gocce pulite.

“Come Associazione e persona sono vicino a Dipendenti da tossico sostanze, in età variante dai 30 ai 40 anni. Sono età, nella quale il sapere e la vitalità si temperano nella riflessione personale. Tuttavia, su di loro imperano ancora le sostanze legale ed illegali. Sono imperi che mostrano la corda ai tossicodipendenti che le dico. Nel riconoscerne tutti i fili, (anche se nel non contrapporre azione di rigetto), sta, la loro maturità.”

” Nella contrapposizione fra ciò e chi opera per il loro recupero, e ciò è chi opera per mantenere lo stato quo del tossicodipendere. la persona td. sta, come la corda del gioco. L’opera di trazione cui è sottoposta la personalità tossicodipendente, è sfibrante, logorante, angosciante. Se la “pera” ha tanta presa, è anche perché cura quegli stress.”

“Non da meno stress, sono soggetti anche quelli che operano contro la Tossicodipendenza. Questi, si devono difendere da quello che il Tossicodipendente butta loro addosso.”

” Vi sono di quelli che si difendono, essendoci solamente con la professione. Incauti quelli che credono di essere difesi perché ci hanno messo la vita. Comunque sia, vuoi prima o vuoi dopo, ambedue i generi di comportamento vengono lesi dalla costante frustrazione, che, per servitù alla droga, il Tossicodipendente non può non provocare. Così, fra “tossici” e antitossicità, la droga inietta un’altra faccia del suo veleno: l’inimicizia. Sarà anche una inimicizia educata, amorosa, ma sempre velenosa, ed avvelenante, è.”

“Volentemente nolente, il Tossicodipendente in questa situazione sente che tutto gli è nemico. Sia l’antisociale, (per quanto sia passivo – attivo complice), sia un Sociale, che non riesce ad essere sufficiente amico perché non sufficiente “pera”.

“Non c’è pippa di ragione, che sappia dire la solitudine che è in questi casi. Solo il cuore lo potrebbe, ma, lo vendono a poco. Forse perché è considerato a livello frattaglia”.

“Quindi, non rimane che la “roba”. Il senso placenta che da, rimane un amico anche se sanno che li isola da qualsiasi alternativa. Se ne rammaricano ma finiscono per coprirsi, perché fuori, fa freddo.”

“In attesa di capire che non si può osteggiare una intossicazione di quel genere, , o rimanendo da parte, o sostenendo una parte, o rinchiudendola in vari modi dentro una parte, il Tossicodipendente sta, senza arte e ne’ parte, o si fa per continuare la sua parte, se non proprio l’arte.”

“E’ vero che il “farsi” è sod – disfarsi, ma è anche vero che è medicarsi, oltre che, identificarsi.”

“I tempi e i respiri della vita non hanno nulla a che spartire con ideologie legali e/o terapeutiche. Ma le terapie sono costi e, i costi, rendono merce la vita. La vita trattata come merce, ci condanna a riprendere in carico, la vita che trattiamo come merce.”

“L’unica virtù che non rende merce la vita, è la gratuità. Sarebbe una grandissima gratuità, già il capire, che se la droga è il piacere che fa male, in successione, è il male che solleva dal piacere che fa male.”

Verona 15 Novembre 1993 – 26 Dicembre 2001

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Tossicodipendenza e soliloqui

Avete presente quando si pianta una sonda per cercare l’acqua? Magari venisse subito limpida! Invece, prima viene il fango. Da me, sonda, è venuto fuori del fango per anni. Solo adesso sta venendo fuori dell’acqua. Non sempre potabile, per carità, ma, almeno, chiara. Ora, però, mi manca la forza che avevo quando davo fango pensando fosse acqua. Ci sarà ben della giustizia in tutto questo, ma, mi venga un accidenti, se capisco dov’è! Come Associazione e persona sono vicino a Dipendenti da tossico sostanze, in età variante dai 30 ai 40 anni. Sono età, nella quale il sapere e la vitalità si temperano nella riflessione personale. Tuttavia, su di loro imperano ancora le sostanze legale ed illegali. Sono imperi che mostrano la corda ai tossicodipendenti che le dico. Nel riconoscerne tutti i fili, (anche se nel non contrapporre azione di rigetto), sta, la loro maturità.

I Soliloqui

Nella contrapposizione fra ciò e chi opera per il loro recupero, e ciò è chi opera per mantenere lo stato quo del tossico dipendere. la persona td. sta, come la corda del gioco. L’opera di trazione cui è sottoposta la personalità tossicodipendente, è sfibrante, logorante, angosciante. Se la “pera” ha tanta presa, è anche perché cura quegli stress.

Non da meno stress, sono soggetti anche quelli che operano contro la Tossicodipendenza. Questi, si devono difendere da quello che il Tossicodipendente butta loro addosso.

Vi sono di quelli che si difendono, essendoci solamente con la professione. Incauti quelli che credono di essere difesi perché ci hanno messo la vita. Comunque sia, vuoi prima o vuoi dopo, ambedue i generi di comportamento vengono lesi dalla costante frustrazione, che, per servitù alla droga, il Tossicodipendente non può non provocare. Così, fra “tossici” e anti tossicità, la droga inietta un’altra faccia del suo veleno: l’inimicizia. Sarà anche una inimicizia educata, amorosa, ma sempre velenosa, ed avvelenante, è.

Volentemente nolente, il Tossicodipendente in questa situazione sente che tutto gli è nemico. Sia l’antisociale, (per quanto sia passivo – attivo complice), sia un Sociale, che non riesce ad essere sufficiente amico perché non sufficiente “pera”.

Non c’è pippa di ragione, che sappia dire la solitudine che è in questi casi. Solo il cuore lo potrebbe, ma, lo vendono a poco. Forse perché è considerato a livello frattaglia.

Quindi, non rimane che la “roba”. Il senso placenta che da, rimane un amico anche se sanno che li isola da qualsiasi alternativa. Se ne rammaricano ma finiscono per coprirsi, perché fuori, fa freddo.

In attesa di capire che non si può osteggiare una intossicazione di quel genere, , o rimanendo da parte, o sostenendo una parte, o rinchiudendola in vari modi dentro una parte, il Tossicodipendente sta, senza arte e ne’ parte, o si fa per continuare la sua parte, se non proprio l’arte.

E’ vero che il “farsi” è sod – disfarsi, ma è anche vero che è medicarsi, oltre che, identificarsi.

I tempi e i respiri della vita non hanno nulla a che spartire con ideologie legali e/o terapeutiche. Ma le terapie sono costi e, i costi, rendono merce la vita. La vita trattata come merce, ci condanna a riprendere in carico, la vita che trattiamo come merce.

L’unica virtù che non rende merce la vita, è la gratuità. Sarebbe una grandissima gratuità, già il capire, che se la droga è il piacere che fa male, in successione, è il male che solleva dal piacere che fa male.

Datata

Per fare una vita ci vuole una vita

Don Ciotti ebbe a dire: la Tossicodipendenza è una domanda che attende molte risposte. (Cito a memoria.) Implicita nella sua affermazione, un’altra: non esiste la Risposta. Da chi si occupa del problema, quindi, mi aspetto uno spirito para evangelico. In particolare, mi riferisco alla parabola del Buon seminatore. Per il Buon seminatore non è fondamentale dove cade il seme: è fondamentale la volontà di semina. Non è fondamentale neanche il tipo di grano; è fondamentale la volontà di farsi grano. Checché ne dica la Società proprietaria del campo, il Buon seminatore sa bene che a priori non esiste un grano risolutore. Certamente esiste il Buon raccoglitore, ma a priori, neanche quello sa di essere tale. Tale lo diventa in ragione della capacità di somma fra le domande che pone alla sua vita, e le risposte offerte dalla vita, ma, anche in quella capacità, per farsi o non farsi di vita, ci vuole pur sempre una vita; e per capire la vita, neanche dalle droghe si può escludere la strada, se non escludendo a un sapere, la pienezza di sé: dolorosa o no, o sociale o no che sia. Esperienza mi conferma che uno spirito samaritano può di più di uno spirito psichiatra. Può di più perché è compagno ma non giudice; può di più, perché non impone la regola sociale del do ut des. La fuga dalla droghe, è stabilmente possibile, tanto quanto, un sapere, vanifica un piacere, e ciò può succedere, tanto quanto, un (o una) tossico_amante di quella “madre”, si rende definitivamente conto che è l’indifendibile puttana che gli sta abortendo la vita. La rinascita di sé, quindi, implica la ricerca di un ventre, diversamente originante. Può essere in un altro grano. Può essere in un’altra semina. Quello che non deve essere, è negare (o che si neghi) al Tossicodipendente (o alla t.d) la possibilità di farsi del suo raccolto. A noi, ridurre i danni. A noi, sollevare dalle cadute.

“NoRiskio” – Al Comitato di Redazione

Mi sto domandando da un po’ di tempo perché sento in maniera particolare il peso del compito che mi sono prefisso presso di voi. Ascoltando le mie emozioni ne ho tratto due possibili ipotesi:

* ) la tossicodipendenza assorbe così tante energie che fa finire la vitalità di chi si occupa del problema;

*) la vitalità di chi si occupa del problema può essere finita (nel senso di assorbita, come di terminata e/o deviata) da strumentali questioni che nulla hanno a che vedere con la tossicodipendenza in sè, ma che possono essere correlate o alla sua risoluzione o la suo giro.

E’ chiaro che delle ipotesi non sono risposte. Solo dei riscontri oggettivi trasformano una chiara ipotesi in una chiara risposta. E’ altresì chiaro che non mi aspetto tanto presto che le mie sensazioni siano confermate da oggettivi riscontri. Allora, cosa posso fare o non fare nel frattempo? Serenamente non lo so. Come avete avuto modo di constatare ogni tanto sparisco. E’ la mia maniera di posare il sacco dei problemi: di tirare il fiato. Se tirare il fiato serve, non basta però a risolvere un problema non solo personale. Tanto è vero che ambedue mi si rappresentano ogni volta ritorno fra di voi. In attesa di capire più distintamente quello che ora vivo confusamente vi rendo noto il mio desiderio di uscire dal Comitato e di tornare in strada. Questo non significa che ritiro la mia disponibilità al Gruppo ma che sono a sua disposizione da esterno.

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La droga  eleva la vita alla cima dei costi

Sostenere che drogandosi, la personalità t.d. dipendente può elevarsi a cime culturalmente sublimi, e che quell’elevazione gli costerà la vita potrebbe essere un’idea ”o forse solo un’astrazione”. Per il preso, la droga è sempre un bene. Anche quando é male o fa male. Non c’è nulla che la droga non possa coprire. Per questo, è il massimo degli amori e massima amante. Per avere ciò che deve avere per essere preso da quell’amore e da quell’amante, la personalità t.d. non può che pagare (e/o far pagare alle realtà che si oppongono a quella scelta) i suoi proibitivi costi. Le realtà che si oppongono alla scelta ”droga“, salvo rare eccezioni, non fanno altro che fare quello che fa la droga: iniettano estranee cure nella vita che, per amore e/o per legge, si sono fissati di recuperare. Poiché, nel bene e nel male, la Persona è la ragione e i valori della somma delle proprie scelte, per non costringere quelli che voglio vivere la proprie a rubare la vita, più che liberare la droga si dovrebbe liberare la vita. Rendere delinquenti le scelte (proibendole) non significa migliorare la comprensione sui valori della vita ma per la gran parte delle volte, solamente renderne impossibile ogni tentativo di modifica. Ammesso che vi siano scelte per molti versi non drogate, liberiamo le scelte anche se drogate e, senza discuterle moralmente e/o penalizzarle affettivamente e legalmente, opponiamoci al dolore. Ecco, proviamo a ripartire anche da qua.

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Delizia e nequizia

La sua affermazione (la droga è un anestetizzante) non mi giunge nuova: sarà perché l’ho pensato anch’io. Ammesso che la droga anestetizzi anche il piacere, quali generi di dolore anestetizza? Quelli della “fatica del vivere” la Natura della propria Cultura in pace con il proprio Spirito? Se fosse, in una malata perché errata ricerca di se stessi, allora la droga è “medicina”. Se fosse, che senso ha rendere tossico – delinquenti quelli che pur dipendendone, lo sarebbero naturalmente ma non culturalmente se solo fosse socializzata? E’ se la droga anestetizzasse ogni dolore alla forza della vita: lo spirito? Se fosse, sarebbe la protezione massima, ma, sarebbe “mamma” o “mammana” ? Non so quanto sia vero che la droga sia mamma: certamente la droga procura un alveo psichico che alla mente dell’occupato da quella sostanza può ricordare lo stato placentare.  Se fosse, chi la usa lo fa per tornare indietro sino al dentro, cioè, sino al suo principio? Se fosse, allora la droga è la via che porta all’agognato bene di principio? Se fosse, quello della madre della sua vita o di quello della vita come madre? Se la droga fosse la via che lo porta alla ricerca del dentro (la placenta della madre come principio del suo bene o la placenta della vita come madre) allora, rivelandosi l’errore del mezzo, potrebbe o non potrebbe anche essere un ausilio alla conversione in fuori da ciò che lo prende della sua ricerca? Nei casi più provati e, dunque, di più indebolita volontà, perché no, se la droga è anche medicina? Se chi usa la droga lo fa per tornare indietro sino al dentro, allora, intossicante è la droga o un fuori che motiva la ricerca a ritroso? Se fosse, allora anche la droga potrebbe essere un veicolo medicante perlomeno quanto una vita personale e sociale non avvelenata dalle tossicità sociali che (in ipotesi ma mica tanto) controbatte. Il proibizionismo con il quale ci curiamo degli avvelenati dai tossici che produciamo, che senso ha se il proibire procura dei dolori che, nei casi che abbiamo fatto diventare più gravi, solo la droga può anestetizzare? Per liberare e liberarsi dalla droga perché non cominciamo col liberarci da precostituiti giudizi, dal momento che questi non fanno altro che inchiodare più pesantemente la condizione del drogato?

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Povere cose quando la vita da droga e la droga non da vita

La droga è morte ma il suo principio è vita: la sua in un’altra. Mercante di vita è colui che tratta ciò che vende: la vita. Qualsiasi personalità che cede i propri valori di vita, rende cosa la vita. Tra tutti i mercanti della vita ridotta a merce, la personalità t.d. e quella che più si rende merce per avere vita da trattare come cosa da ridurre a merce. La personalità t.d., dipende così tanto dalla cosa che è la sua vita da non permettere che esca dalle vene della sua vita: povera cosa se piena di ”roba“. Con la ”roba“, la Personalità t.d. è in assoluta simbiosi fra cosa e vita: essa ausilia la cosa che lo ausilia di vita: povera merce se fatta di cosa. Tacere fa male ma anche dirlo fa male. Nessuna esclusa, tutte le Personalità t.d. riducono se stessa a merce per poter avere della cosa e, tutte, sono mercanti della stessa merce: vita e cosa di vita, in una vita che hanno ridotto a cosa. Si grida: ” spacciatori pentitevi! Chi vende sè (cuore della vita) per avere della cosa a vita non se lo può permettere. La Tossicodipendenza può far giungere non solo sino a questo punto ma molto più a fondo. La dove la cosa che è stata vita incontra la Vita: ben altra cosa! Quelli che vendono la vita per possedere della vita, quelli si dovrebbero pentire. Forse allora non ci sarebbero più Persone intossicate da cose elevate a vita e non ci sarebbe chi spaccia merci chiamandole vita.

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Comunità: latitanti cirenei?

Ci risiamo! Una persona t.d. esce di Comunità dopo una biennale accoglienza e ricomincia a “farsi”. Perché? Mettiamola anche così: non gli impedisce di tornare a farsi di roba se non trova ciò che lo dovrebbe fare d’altro. Ad esempio: una vita che non ha; un lavoro che non ha; una domiciliarità che non ha; delle affettività e/o delle amicizie che non ha. Non le ha, o perché le ha bruciate, oppure perché una Cultura che si è costituita in un certo mondo, che dialogo può avere con un opposto? Ulteriormente ci ricade anche per una volontà che non ha. Perché? Perché non vuole o perché per fargliela volere non siamo stati sufficienti a dargliela? Stante la situazione, la personalità t.d. di età adulta che al di fuori dei cancelli comunitari non trova un’altra accogliente Comunità, è inevitabilmente destinata a ritrovarsi nella realtà che ha lasciato: non solo tossicodipendente ma anche tossico delinquente. Nel male che c’è nel nostro bene, tutti abbiamo imparato a mediare. Non si capisce per quale sclerotizzazione culturale e/o morale solo alle Persone t.d. non si consente mediazione pur non offrendogli sufficiente tutela se non dopo una rinuncia ad una “roba” in cambio di parole e di pie intenzioni. Possibile che le Comunità più socialmente rilevanti (quelle che hanno permesso perché adottato una dis – umana Cultura antidroga) non si domandino mai se non vi sia concorso di colpa nei macelli esistenziali che procura la droga quando diventa integrante anima della Persona t.d.?

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Politiche e Prevenzione – Assessorato in Regione

Antica, questa lettera. Il dottor Serpelloni, all’epoca responsabile del Sert di Verona aveva bisogno di portare in Regione le ragioni dei tossicodipendenti carcerati. Gliela scrissi: gli piacque.

I Redattori del Foglio informativo ” NoRiskio ” in concerto con le intenzioni assistenziali dell’Associazione ” per Damasco ” ,

premessa

la Circolare del Ministero della Sanità, nella quale il detto Ministero indica ” le Linee Guida per il Trattamento della Dipendenza da Oppiacei con Farmaci Sostitutivi “;

constatato

che la carcerazione di una Persona non giustifica in alcun modo l’inalienabile diritto alla cura medica ( diritto sancito dalla Costituzione Italiana ) ed il particolare dovere di ricorrervi nei casi che implicano risvolti anche sociali;

accertato

che le particolarità calibratrici del Metadone non solo concorrono alla ” Riduzione del Danno ” provocato dalla tossicodipendenza ma sono anche ottimali calmieratrici nei casi di:
Ausilio alla Immunodepressione fisica e psichica nei vari stati della Sieropositività;

Rischi di Over Dose di fine carcerazione,

Crisi di Astinenza,

Disadattamenti nei confronti dell’Istituzione Carceraria, conseguenti la Crisi di Astinenza,

Irrigidimenti disciplinari e/o aggravamenti giudiziari conseguenti azioni inconsulte perché compiute in stati di Crisi astinenziale,

Veicolazione degli approcci culturali e delle Terapie Psicologiche atte al graduale recupero personale e sociale,

Tramite di inizio rapporto per i cosiddetti ” Tossicodipendenti da Strada ” (Soggetti non referenti ai Sert sino al momento della carcerazione) con i Centri deputati alle Tossicodipendenze;

confortati

dalla Circolare in allegato, la quale, prevedendo delle linee di un comportamento terapico mirato alla Persona legittima sia il ” mantenimento ” della Cura metadonica che una personale e non penalizzante terapia ” a scalare ” in quanto tengono conto dell’oggettiva e complessiva realtà psicofisica della Persona t.d.,

invitano,

la Sua Persona e sollecitano il Suo Ufficio ad interessarsi alla situazione della Persona t.d. carcerata.

A nostro avviso, la specifica normativa odierna e la conseguente assistenza corrispondono insufficientemente alle recenti conoscenze scientifiche e terapiche.

(Invito sempre valido)

Antica, questa lettera. Il dottor Serpelloni, all’epoca responsabile del Sert di Verona aveva bisogno di portare in Regione le ragioni dei tossicodipendenti carcerati. Gliela scrissi: gli piacque.

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