Ricordi

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Bar Aurora di Este

Anni dopo l’ho visto trasformato in una drogheria con pretese di modernità. Mi mancò il cuore: non si finisce mai di morire. La titolare mi aveva in forte antipatia. Ho riconosciuto quel genere di antipatia nei soggetti avioprivi. Sia nel senso di avio maschile che, latente o no, di quello femminile. Il titolare (Aldo) era una pasta d’uomo. Ha insistito perché prendessi la patente e m’ha fatto far pratica con la sua 600. L’aveva appena comperata. La patente (40 mila lire) l’ha pagata lui. Io ne percepivo otto alla settimana. Non ricordo come ho fatto, sia a ridarglieli che averne da portare a casa. Di fronte al Bar c’era la Pensione Cavallino: anche casino si mormorava. L’ultima volta che l’ho visto (anni fa) ho trovato una concessionaria al suo posto. Ricordo i brulè che portavo nelle serate d’inverno. Pesante il vassoio e drammatico il passo: dovevo andar velocemente per non farli raffreddare, e dovevo non far cadere tutto. Salivo, per una di quelle scale che adesso ci sono solo nelle case d’epoca: quelle con scalini di pietra da lavare in ginocchio con spazzola e varechina. Finite le scale si entrava nel salone: a sinistra un tavolo grande circoscritto da sedie. Un poco prima del tavolo un paio di poltrone. Il tutto dava l’idea di un usato mai usato. Alla destra del salone, la porta della cucina/sala da pranzo. Attorno al tavolo, uomini, donne, e palpabili disagi. Nell’abbigliamento delle donne nulla suggeriva alterne pratiche. Negli atteggiamenti degli uomini nulla diceva la presenza del desiderio da tanto mi apparivano mesti. La Merlin capitata in quella cucina avrebbe detto: scusate, ho sbagliato porta! Dell’Aurora ricordo i pomeriggi domenicali con il bar pieno di ragazzi e ragazze; tutti e tutte vocianti e continuamente presi dalle lacrime sul viso che Bobby Solo spandeva dal jukebox: senza interruzioni dalle 14 e 30 sino alle 18 e 30!

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Al Mazoom di Desenzano: ora chiuso.

Disco fashion, ma di fashion da mettermi quella sera non avevo proprio niente, così, ci sono andato con indosso una tuta da Karate che avevo comperato in un saldo solo perché mi era piaciuta.

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Ancora al Mazoom

Serata post festiva. Il personale più della clientela. Non mi accorgo che mi hanno fotografato. Me lo fa notare il fotografato assieme a me. Poso la mano sulle perle: come da copione.

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Ristorante Al Sangon – Moncalieri (TO)

Portava il nome del bizzoso fiumiciattolo che scorreva nei pressi. Mina cantava Renato – Renato e Cuore la Pavone. A Moncalieri ho comperato il mio primo Oscar Mondadori, una macchina fotografica con un “percussore” da colpo di pistola, e il primo orologio: un Lanco. Vivevo con le mance. Con il primo stipendio che gli ho mandato, la Cesira si comprò una radio Allochio Bacchini. Dopo tempo rividi il paese ma non la radio; finita al Monte dei Pegni, penso.

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Al matrimonio di Francesca: figlia di amici.

Mancata la Cesira, erano, di fatto, il familiare ricovero di un senza arte e ne parte. Ora che mi riguardo (a 73anni compiuti) non posso non ammettere di sembrare un porta jella. Alla mia sinistra, Dario. Un amico e un amore già dall’infanzia. Quando glielo espressi mi pensai cresciuto: sbagliai. Dietro a Dario, Sandra: della famiglia ma a suo modo, no.

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Con un Rom amoroso

L’avevo conosciuto nel giro della notte. Non mi ha mai chiesto una lira che sia una. Le “amiche” (le culandre) mi dicevano che stavo diventando la cognata degli zingari! In nessun vocabolario si trova “culandre”. Lo direi l’insieme fra cul (sedere) e andro: in relazione con… uomo. Sommando le ipotesi, il significato di “culandra” allora, potrebbe essere quello di sederi in pausa da uomo per mancata e/o mancante relazione. Non mi ricordo se il termine l’ho appreso dalle culandre, o se (spiegazione a parte) girava già.

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Fattorino in una ditta di pubblicità

Mi chiamano Flash perché non facevano in tempo a dirmi dove andare che già ero tornato. Durante una cena aziendale mi rifilano il bambino di Pietro: un responsabile della ditta che io chiamavo Piter. Il bambino non sembra particolarmente convinto da quella scelta ma regge la parte: anch’io.

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Con la Guzzi in Prato della Valle a Padova

Con la Guzzi e un amico di Dolo (la Dolo_rosa per l’ostilità verso la donna) andammo a casa sua. Di ritorno dal giro la Guzzi mi lasciò senza fanale sino a Verona! Giunto nei pressi di Verona città, a causa di una doverosa frenata (non avevo visto i fanalini posteriori dell’auto davanti) derapò sino a farmi appoggiare sulla targa davanti dell’auto che dietro di me aveva frenato di brutto giusto per non investirmi a causa della mia frenata di brutto. Ironia della sorte, un prete. Delle ragazze la preferirono a un Benelli 125 nuovo di bottega! L’amico speranzoso ci stette proprio male! Non ricordo che fine gli feci fare: non all’amico, alla moto.

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Con Mary: “amata”, “detestata”, mai dimenticata.

Correva il  1963 mi pare. Mary gestiva il ristorante NSU del Cavallino di Venezia. Io ero Lagunare a s. Nicolò. Per la festa del  reggimento mi spostano nel suo ristorante. A fine naja mi assume. Ci faccio due o tre stagioni, non mi ricordo. Ci lasciamo male, più per problematiche mie che per le sue. Niente di sessuale, naturalmente, anche se una volta m’ha usato per calmare le sue tensioni come ho capito dopo. Pensavo che non stesse bene. No, non ero uno stupido, ma un po’ mona certamente si! Di recente la Mary è venuta a visitarmi: nella mente o in un sogno non ricordo. Mi apparve con il solo volto. Era ritratta in carboncino. Aveva tratti maturi, potenti, e  le labbra rossissime! Mi guardò con l’espressione di chi, mentre si rende conto di aver avuto ragione a pensarla così, si chiede come ha potuto non capirlo meglio e prima. Le labbra rosse della Mary mi dissero, infine, che la sua passione sessuale è ancora viva. Non per me, ovviamente.

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Con una collega di lavoro

Non mi sentii esentato dai doveri d’ufficio ma li ridussi all’amicalità. A parte il timore di farmi capire, per la testa non mi passò altro.

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A Borgo Nuovo di Verona

Preso da impossibilità di scelta avevo occupato una casa del Comune a Borgo Nuovo. Le… amiche, diplomarono l’azione concedendomi il nomignolo parafrasato dal  titolo dall’opera di Puccini: La Vitaliana in Algeri. Giusto per dire l’ambito e l’inquilinato: allora totalmente composto dal nostro Sud. Riuscii ad occuparla inventandomi una storia. Mi vestii bene. Andai da un noto ferramenta. Dissi di aver perso le chiavi di casa. Potevano aprirmi la porta? All’epoca non avevo la macchina. L’operaio mi ci portò con la sua: una ottocentoecinquanta sullo sganghèr! Aprì la porta. Mi diede la chiave. Comunicai la faccenda all’Agec e gli spedii un primo affitto: trentamila lire. Era quello che pagava una signora allo stesso pianerottolo. Seguì una faccenda legale: andò avanti. Mi offrirono una seconda casa: indecente. Accettai la terza offerta. Ci abito dal 79. Stavo lavorando solo nei festivi, in quel periodo. Certamente non mi andava di lusso, così, dove non mi assolse la legge, mi assolsi io.

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Cameriere al Du Lac di Bardolino

Sono seduto al balcone del ristorante. Di spalle il capo cameriere. Lo sembravo più io, mi dicevano. Ero preso dal barista: un biondino pavese. Non so più quanti caffè ho bevuto pur di continuar a vederlo. Capii di averlo persino nauseato solo quando per analoghi motivi finii nauseato anch’io da una eccessiva insistenza. Correva il 71/72. Io, da nessuna parte: la Gilera doveva ancora venire.

Magazziniere&facchino in una ditta di trasporti

Con colleghi di lavoro sono al Carnevale di Venezia. Secondo il comune intento dovevamo sembrare la Banda Bassotti. Più convincente una trota vestita da crocai. Mi dicevano che portavo i pacchi come si portano i vassoi. Non sembrava un complimento ma non ho sindacato.

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Verona – Rione Filippini

Un seminterrato 6×3 con una sola finestrella. Ci sono stato otto anni. L’ho trovata, favorito dalla conoscenza di un veronese: la Simona che a sua volta conosceva un attore mantovano (dello Stabile di Genova) che, guarda caso, avevo conosciuto all’hotel Aleramo di Asti dove ho lavorato come cameriere. In lavanderia non mettevano sigla alla mia roba: l’odore di muffa la rendeva facilmente riconoscibile. In quella casa ho subito una decina di furti e ho subito una pericolosa intossicazione da gas. Non fu mortale proprio per un pelo!

inmaxi

Era l’epoca dei maxi cappotti: stupendi!

L’avevo in simil velluto: nero. Sembravo un prete. Una professionista che batteva in Stazione lo pensava. Quando mi vedeva si nascondeva perché aveva un figlio al Don Calabria. Temeva ritorsioni. Di maxi avevo anche un soprabito bianco di tela cerata. L’avevo comperato al Coin. Aiutando un’anziana a rialzarsi da una caduta, mi capitò di lasciarlo andare a terra! Il titolare di una verniciatura per auto vide la faccenda. “E pensare che i ghe dise su”, lo sentii dire. Già: pecato chel sia culaton! Lè tanto un bravo ragasso! Storia vecchia: sono sopravvissuto.

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In un ritratto di Giancarlo M. di Este

Aveva ragione la Gabì. La prima volta che mi vide mi riconobbe come Silvio Pellico e le sue prigioni. La Gabì: elegante orefice in Valeggio sul Mincio ucciso da dei nessuno per la vita ma non per la polizia. Gli sia leggera la terra.

La Gazzabinskaja

Si avvicina il Carnevale di Venezia: decido di esserci. Mi lascio affascinare da un 80×80 di un velluto viola che dicono imperiale. Stupendo per un mantello ma con un 80×80?! Lo compero lo stesso! La sarta ed io cogitiamo un corpetto. Le misure sono bastate per la parte davanti! Si va bè, e mo’? E mo’ ci vuole il resto! Unito resto a resto (non manco di fantasia) è venuto fuori un vestito russo dell’800. Lo strascico sul metro e mezzo. Tanto per restare in tema é in damasco viola con disegni in oro. Mi è costato un capitale! Sconvolto da cotanta nobiltà, il tassista che m’ha portato alla stazione dei treni non riusciva ad accettare l’idea d’aver visto uscire una tal madonna da una casa popolare! Sia come sia parto: ovviamente in prima classe. Giungo a Venezia in una giornata indecentemente invernale. Vestita di solo damasco non vi dico il freddo che ho patito. Per calli andando solo dei giapponesi hanno fatto caso a me. No, adesso che ricordo: a me aveva fatto caso anche un teppistello. Con l’esperienza che già all’epoca mi ritrovavo, figuriamoci se non sapevo riconoscere un soggetto armato da voglie di rapina. Così, col cacchio che sono entrato nei portici dove mi aspettava anticipando il mio passo. Gazzabinskaja sì, scema no! Almeno, non per quel tanto di poco per il quale m’è piaciuto dargli qualche speranza. Aveva dimenticato, l’illuso, che a Carnevale ogni scherzo vale! Per cena entro in una rinomata osteria. I presenti hanno ripreso ad essere presenti solo quando sono uscito perché non c’era posto. Giunta a Verona, la casa mi aspettava ancora popolare.

Datata – Stesura migliorata nell’Aprile 2021 – Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.

In famiglia

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L’adottante Cesira: mia madre. Era sul balcone di casa: camera da letto sopra, cucina sotto. Pavimento di mattoni sopra: ballava tutto quando ci camminavo. In cucina imperava un sempiterno odor di polvere: forse perché il pavimento era di tavole non trattate. Diviso da una parete di faesite, nella cucina c’era anche il cesso: un bidone di latta. In camera (forse un 5×4) dormivamo in tre: Cesira, Costantino (parassita marito di seconde nozze) ed io. La finestra della camera aveva dei vetri, trasparenti per esilità oltre che per genere. Pensavo di aver lasciato a Vellai i freddi invernali: mi sbagliavo. La camera dava sulla strada che subito dopo portava al Ponte della Torre Vecchia. L’orologio della Torre (il maledetto) suonava alla mezzora e all’ora! Chissà se il gattino che ha in braccio è lo stesso che disegnava quando (tramite l’amico medium) scriveva a me: poche volte devo dire. Indossa la vestaglia di quando “l’andava a mastèi” cioè, a lavare la biancheria nei mastelli di altri. Aveva i cappelli nerissimi e abbondanti. Non ho mai saputo perché mi abbia adottato. E’ anche vero che non gliel’ho mai chiesto. Vero è che non mi è mai stato un problema.

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Ancora mia madre con un bambino. Non ho mai saputo chi sia, e neanche se ero io. Dietro questa foto c’é scritto un mistero. La calligrafia è della Cesira. La trascrivo com’è: spaventiti di questa. La hanno fata a casa nostra. la fata Bepi Cavalaro e Bruti… Nell’angolo a sinistra, ha scritto: come la tua… ma qui la foto è tagliata. Dal tenore della scritta arguisco una qualche tragedia: almeno per quei tempi. La vigna della foto mi pare quella della zia Maria: sorella che abitava alla Lupia (o Luppia) di Saletto. La zia Maria (segalina, sempre vestita di nero, disponibile al sorriso) era sposata con un padre_padrone. Mi capitava di vederlo,  davanti al caminetto, seduto su una sedia alta e grande fatta di legno e paglia. Era presente anche quando non lo era: lo ricordo ancora. Lavorava come stradino. Non l’ho mai sentito parlare. Quand’era in casa non doveva volare una mosca! Più che una casa era una colonica. Davanti aveva un grande cortile di mattoni. Davanti al cortile una grande vigna. Alla sinistra della casa, la stalla con sopra il fienile e il ricovero dei mezzi: di fronte c’era la porcilaia. Alla destra della casa un paio di campi: dietro anche. Per gli occhi e le fantasie di un bambino circoscritte dalla vie di Este, quei campi erano giungle di misteri. Sono passato davanti a quella casa molti anni dopo. C’era ancora: raso sino all’arido tutto il resto! Ho pianto.

cesira

In questa foto, Cesira ci sta come se mi avesse adottato solo lei. E l’adottante Luigi? Non ricordo come e quando ho trovato questa foto. Fra le carte di Cesira, immagino. Solo dopo la sua morte, immagino. Vista la misura delle orecchie che mi ritrovo, e viste quelle del bambino, direi che sono io.

Luigi. padre adottivo

Luigi: padre adottivo. E’ fotografato con la divisa coloniale.  Di mio padre ricordo come fosse ieri una sua premura. Con un suo amico mi aveva portato al Farinelli (di Este) a vedere un film con il tenore Mario Lanza. In quel film cantava La serenata del somarello. Non ricordo nulla del film ma non ho mai dimenticato la travolgente canzone. Più di un qualcosa non mi torna se accosto il Luigi premuroso con il Luigi in divisa coloniale. Chi dei due è veramente il Luigi che a dire della Cesira faceva il muratore all’Utita e che morì a causa dell’appendicite? In una seduta medianica chiesi informazioni. Meglio non parlarne, scrissero.

Datata –  Stesura migliorata nell’Aprile 2021 – Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.

Qui si narra la sventura di un milite alla ventura

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Venivo dalla caserma di Falconara Marittima. Sedici ore e mezza di tradotta per arrivare a Napoli per il corso marconisti alle Trasmissioni. A S. Giorgio ci stetti quattro mesi. All’esame finale fui bocciato: sapevo trasmettere bene ma non ricevere con la dovuta immediatezza. I messaggi che ricevevo, così, erano pieni di buchi. Dopo la s. Giorgio a Cremano (ero fra i rari con la quinta elementare) andai alla Piave di Mestre. Quell’orrore non esiste più da decenni! Se a Napoli ho rischiato due denunce al tribunale militare, e una al campo nei pressi di Pordenone, a Mestre solo una, e non per indisciplina, ma perché non sapevo tacere. Tutti e quattro i casi sono finiti in niente perché sapevo anche parlare. A Napoli, anche scrivere, tutto considerato. Mi dissero, infatti, che la denuncia al tribunale militare (per me, assieme ad altri tre)  era stata fermata grazie al rapporto sui fatti che avevo scritto al Colonnello. I firmaioli avevano presentato il caso alle gerarchie come insubordinazione. Eravamo un po’ allegrotti per la cena di fine corso, è vero, ma mica stavamo andando in giro con le bombe: stavamo solo marciando dal ristorante alla piazza del paese. A quei tempi, però, con puttanate del genere i sottufficiali si facevano gli avanzamenti di carriera! Un giorno decisero di mettermi di sentinella alla porta principale. Nella garrita di sinistra, ricordo. La guardia non doveva portare occhiali. Mi tolsero quando dissi al sergente che senza occhiali non avrei saputo distinguere un generale da un caporale: fine del guerriero!

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Sul tetto della Settima, mi par di ricordare. Non si poteva andarci, ma neanche potevo dire di no  al coinvolgimento amicale (penso) attuato dai cinque gattoni della foto successiva. Al confronto, io ero così perbenino, così ancora collegiale. Certamente un pan bagnato, ma per tutti, industriata zuppa.  Per via di maschere, non ho mai avuto bisogno dei consigli del Pirandello, e per via di teatro, nella buca nessuno!

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Con compagni di corso. Il braccio posato sulle spalle del gattone alla mia sinistra dice una mia dipendenza. Tutto considerato fu una droga solo leggermente inebriante, tuttavia, vivificante. Non so se gli altri avevano capito quella dipendenza: ci pensai ma non me ne curai più di tanto. Anche perché all’epoca non avevo parole per dirlo. Veneziano, lo sciagurato Tex Willer pronto per la sfida. Simpaticamente paraculo quello che par strafatto. Poca sintonia con gli altri due: qualcosa non me lo permetteva o qualcosa glielo impediva. Non ricordo come ci sono finito in quella banda. Ricordo, però, che hanno fatto in modo di includermi, o quanto meno di non escludermi. Mah!

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Percorrendo uno sterrato non so quanto vicino al Vesuvio arrivammo al campo. Doveva essere una esercitazione con le radio trasmittenti ma non la facemmo: le batterie erano scariche. Tutte le volte così, mi dissero in seguito. L’amico era ufficiale per prestato cappello, ed io, lo stavo mandando alla malora: non seriamente. Non era male male quel ragazzo. Lo ricordo ancora. Iniziò a scoprirsi e a tentare di scoprirmi. Lo sentii preparato. Non lo ero io. Durante la naja feci un paio di campi. Niente di che. Se è vero che sono timoroso verso il contatto fisico, non lo sono per niente verso la realtà. Nella concretezza delle cose da attuare non sono più quello “difettato”, e neanche più lo sembro.

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Foto di fine corso e di senza la Caserma come casa. Per la Trasmissioni, solo fuori uno avanti l’altro ma per me di allora un altro lutto. Sono il primo, in basso a destra. Ho avuto la mia prima licenza dopo sei mesi. Il biglietto Napoli – Verona me l’hanno pagato loro. Mi mancò il fiato per ringraziarli da tanto ne fui sorpreso. A casa ho trovato povertà e di che far ricoverare la Cesira: d’urgenza. In quattro mesi, un linfogranuloma se l’è portata via. Se mai ebbi spensierata giovinezza, dopo quello sparì.

Datata – Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.

“Sans toi ni loi”

Chiesa degli Ognissanti di Padova. Era collegata all’Orfanotrofio degli Esposti: lo ero. Qui, nella mattinata ho fatto la Comunione e nel pomeriggio la Cresima. Vescovo di Padova era Monsignor Bortignon: fratone che se ci penso lo rivedo. Finita la funzione c’è stato un party con bacio dell’anello: ametista stupenda. Deve essere cominciata allora la mia dipendenza dagli anelli. Non riscontro la stessa dipendenza dai vescovi. L’anello gli odorava di caffè: più probabilmente la mano. Era la prima volta che odoravo un caffè: non assomigliava per niente a quello che ci davano. Mi sa che il mio senso dell’ingiustizia cominciò per quella differenza. La mattina della Comunione, la Norma (assistente sui trenta, manesca, di stopposi capelli, sempre urlante, agitata, e che ha lavato tutti con la stessa acqua) m’ha fatto andare della saponata in bocca. Oddio!!! Lo dico o non lo dico? Ma se lo dico mi escludono dalla Comunione e se mi escludono addio festa, addio bell’abito bianco e scarpe nuove! E se la Norma si arrabbia?! E, se mi puniscono? Per farla breve, taccio e vado alla balaustra. Tuoni non ne ho sentito e fulmini non ne ho visti ma non vi dico i sensi di colpa: durarono anni! Ricordo ancora la suora (bella e statuaria) che ogni tanto ci rifilava un tubetto di latte condensato della Pontificia Opera Assistenza. Ricordo gli orecchioni, i cataplasmi di ittiolo, l’isolamento, e la suora infermiera: bella ma cattiva. Ricordo le prime emozioni sessuali, e che senza sapere come, al risveglio mi ritrovavo nel letto di qualcuno. Nel pomeriggio di quel giorno venne a trovarmi la Cesira con chi aveva sposato dopo la morte di mio padre. Mi portò sei paste! Vedevo ben diverse sorprese, e ben diversi sorrisi attorno a me. Usciti per un passeggio, con la Cesira andai verso il centro. Lungo la strada, sotto un piccolo porticato, davanti alla vetrina di un negozietto mi fermai di botto. In esposizione c’erano (in scala) tre piccoli elefanti di un qualche materiale verde. La Cesira vide la mia curiosità. Mi domandò se li volevo. Memore delle sei paste gli dissi di no perché “non abbiamo soldi.” Cesira e il marito tornarono a Este a piedi: 33 chilometri da Padova. La Cesira mi disse che avevano perso il treno. Vedo ancora quell’insignificante vetrina sotto il portichetto. Vedo ancora gli elefanti.

ilvecchio

In una mattinata degli Esposti, con fare misterioso ci caricano in sei su una Fiat 1400 chiusa con un telone. Dopo un viaggio che parve eterno venimmo scaricati qui davanti. Ci diressero verso il campo di calcio: ci andammo. All’ingresso del campo due colonne quadre. Da dietro di quella di destra mi giunse una voce: oh, è arrivata la signorina! Spaesato di tutto e da tanto, che potevo rispondere a un chierico che si rivelò di indegna chierica? Nulla che sapessi e nulla che potessi, così, durante tutta la mia permanenza in quel collegio mi difesi dall’indegno facendomi autistico.

foto in collegio

Nella foto sono il più alto dei dei ragazzi. Alla mia sinistra c’è l’indegno.  Uscito che fui da quest’altro Esposti, il chierico spiritualmente indecente prese gli ordini e andò missionario in Africa. Si chiamava Cantù il diventato prete. Non ricordo chi mi disse che era stato divorato da un leone. In un sogno o in una visione mentale che sia stato vidi il leone: vecchio e spelacchiato. Vidi la testa del Cantù in quella bocca: vidi che urlava. Quando stavo nella sua bocca, invece, io tacevo. Cantù era confratello dell’effeminatissimo don C.., poi segretario del vescovo di Belluno dell’epoca. Non che ricevesse tanta corda dal don C.., però: almeno in nostra presenza. Il C.., a differenza del Cantù, era amatissimo dai suoi orfani. Nonostante l’avessi vista solo una volta, ricordo anche la madre del Cantù: come il figlio, rigida, amaro il taglio della bocca, senza sorriso. Tornando al cortile: una sassaia!

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In questa foto sono lo sciagurato che fa le corna all’amico. Me ne dolgo ancora: si comincia presto ad essere imbecilli. L’adulto in prima fila era il nostro maestro. Lo ricordo come ricordo la sua iniziale lezione. Partite da qualsiasi argomento e/o materia, proseguite verso ogni altro argomento e/o materia, e tornate dove avete cominciato! Ci insegnava a pensare per associazioni! Nell’analisi grammaticale sono sempre stato un disastro, ma in quel metodo, molto meno. In quinta ebbi un rifiuto generale verso la scuola, così, decisi di non rispondere alle interrogazioni. Avevo fatto i conti senza l’oste. L’oste (il maestro) mi pizzicava il braccio sino a che rispondevo. All’esame di quinta fui tra i migliori!

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Finite le elementari mi ritrovai molto colto in orazioni e riti da messa ma con il resto a zero. Al cancello di uscita dal collegio, così, ci trovai l’angoscia di chi è ben cosciente  della pressoche totale impreparazione. Ci trovai anche la Cesira. Sul treno a vapore che da Feltre mi portava a Padova, ne ebbi lucida coscienza:  “non so guadagnarme na’ ciopa de pan!”. Ricordo che bestemmiai! Non ne vado fiero: è andata così. Sono capitato alla porta e nella foto, solo perché passeggiavo nel salone. Indossavo la giacca che mi avevano fatto le suore. Mi dicevano principino da quanto mi stava bene. Anche secondo me, devo dire. Quella giacca rischiò di finir male! Fui scelto dal Cantù per partecipare ad una gara su chi si sporcava meno di zabaione e sporcava di più l’altro; l’altro la perse, e io persi il regale titolo di principino e la preferenza delle suore. La recuperarono, per fortuna! Ci tenevo alla giacca (blu e di panno) e non ero così sciocco da non prevederne la fine, visto il genere di tenzone. Sciocco non doveva esserlo neanche il Cantù, invece, sostenne quella parte! Per malignità? Probabile. Il prete in prima fila sulla destra è il mio seduttore. Il prete in mezzo con i bambini davanti è Don Paolo: il suo animo era come la sua faccia: magro. Nessuno salutò quando arrivai in quel collegio e nessuno salutò quando me ne andai: non si salutano le merci.

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In visita da ex allievo. Sono sul cortile davanti al collegio. Non ricordo come ho saputo della Festa degli ex Allievi ma ci sono andato. L’incontro fu di una tristezza unica. Dopo quell’esperienza non sono tornato verso nessun passato. Il palo nella foto era grigio. Sopra (ovviamente) aveva una sorta di cipolla rossa e con un qualcosa di giallo sopra: forse una croce. Non fui sorpreso quando, all’epoca, lo vidi nel cortile. In un chiarissimo, brevissimo e colorato sogno (praticamente una fotografia) l’avevo già visto nella mente mentre stavo in una colonia estiva dalle parti di Jesolo o Sottomarina che sia stato. Sembro il patentato da Pirandello.

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Don Primo: Direttore della Pia Opera. La Pia Opera era il nostro lavoro. Si trattava di imbucare delle lettere con finale richiesta di soldi. Ne ho imbustate a migliaia di quelle storielle. Erano scritte con una calligrafia che doveva essere, si, infantile, ma non gallinacea. La mia lo era, così, la bozza che scrissi non fu usata. Forse perché preso dai compiti di tipografia (funzionava tutti i giorni) con noi non aveva incarichi e/o ruoli. Non era particolarmente espansivo, il Don Primo, ma lo stesso non malvisto. Una volta mi confessò. Non so come il mio gomito sia capitato nei pressi del suo inguine ma lo trovai strano: altro non seguì.

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La chiesa dell’Orfanotrofio nuovo. Ho visto la vecchia solo una volta. Era quasi sempre chiusa; forse perché la truppa non ci stava più o forse perché pericolante. La ricordo piccola, bassa, scura, monasteriale. Ricordo ancora il confessionale che stava alla destra dell’ingresso: bello, maestoso, faceva basilica. L’altare e quel crocifisso lo vedo adesso. Dall’ultima fila dove stavo regolarmente non è che vedessi questo granché!

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Panoramica sui monti, sui collegi, su quella stramaledetta salita del viale e sulla chiesa di Vellai, all’epoca, mille anime di paese impregnato di odor da stalla. Del collegio si vede la parte nuova al centro e la parte vecchia alla destra. Davanti alla vecchia la chiesa antica, il cinematografo, la sartoria, e la tipografia. Nella cartolina rivedo il luogo dove piansi per il niente che ero e sul niente che mi era rimasto.

Datata – Settembre 2021 – Versione ultima? Alla data, si.