Da quello che si racconta

Caro Francesco: da quello che si racconta, Dio ha messo in tentazione anche Giobbe. L’ha fatto per vedere se superava una prova. Per come la vedo, il “non ci mettere in tentazione” detto nel Padre Nostro, più che della presenza di Satana, dimostra che i cristiani hanno paura della fede di Giobbe. Sai, invece, chi non la teme? L’Islam che ha rinunciato a non decidere anche secondo ragione. Non ci é dato di saper distinguere se una tale rinuncia è da fede, o se è da Pilato.

C’é un solo Padre!

Caro Francesco: senti un po’ cosa m’ha sparato la vita questa mattina: c’é un solo Padre! Invero l’ha fatto anche altre volte ma non così compiutamente. Te la mando pur sapendo che è un boccone non facilmente digeribile nonostante sia composto solo di fiato. Certo, lo si può dire anche flatus nel senso di anima, ma non vorrei apparirti più culturalmente vanesio più di quello che sono: spero, non invano! Sia come sia, mi permetto di proseguire lo stesso anche perché so di star parlando senza ascolto, e quindi, come in un deserto. Nel deserto, oltre alle palme, chi raccoglie i venti? Se nessuno, me ne farò una ragione! La troverò fra i matti, e pazienza se non sono sempre distinguibili dai saggi. Quello che un cattolicesimo dissociato da Cristo chiama Dio (il Principio della vita) Cristo (per la piena orfanità che aveva vissuto sino a prima) ha chiamato Padre. E’ padre il generante umano, ed è Padre il generante divino. Per saperlo, basta solo elevare le parole alla loro origine: la Parola. Quello che noi crediamo di Dio (crediamo per le ragioni della speranza in una fede, non di certo per quelle della conoscenza della vita e della Vita) l’Islam chiama Allah. Sia pur con altro nome, anche Allah possiede la proprietà di essere Generante primo, e quindi, quella di essere Padre. Crediamo altresì bene, che pur nei diversi nomi sono ambedue lo stesso generante, e quindi, lo stesso Padre. Cominci a capire adesso che se è vero che non possiamo non dirci cristiani (anche se non cristiani per idee e riti) neanche non possiamo non dirci islamici anche se non islamici per idee e riti? Leggo che stai passando momenti difficili: panta rei, Francesco! Manderò questa lettera anche alla Comunità Islamica Italiana. Lo faccio perché è fortemente necessario ritrovare la stessa Parola, ritrovando le stesse parole. Mal comune (questa lettera con i suoi intenti ) ti sia almeno di mezzo gaudio! Con questa speranza ti saluto.

Cos’é e di chi, la Verità?

Caro Francesco: oso scriverti una possibile risposta.

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La questione mi è tornata fra i pensieri durante una breve pausa dal lavoro di ristrutturazione del Blog. Colgo l’occasione per scrivertela, non tanto perché suppongo di sapere quello che pensava Cristo, ma perché rispose proprio non rispondendo.

Comincerò dicendoti il luogo della Verità. Il luogo della verità è nella cessazione del dissidio, vuoi fra vita e vita, vuoi fra vita e Vita. Nella cessazione del dissidio subentra la pace. La pace raggiunta, consente alla vita di perpetuare il suo principio (la vita) senza dolore naturale e spirituale e senza errore culturale.

Nella pace detta dalla cessazione del dissidio subentra il silenzio. Dove subentra il silenzio la vita vive la sua verità in ragione dello stato di silenzio raggiunto alla cessazione del dissidio.

Poiché al principio (e nello stesso Principio) non può esservi dissidio, al principio e nello stesso Principio non può non esservi la Verità detta dal suo stato di silenzio per la raggiunta pace dovuta ad una unità in alcun modo divisa in ciò che è.

triangolo

Poiché il Principio della vita è stato di vita Assoluto, non può non essere che Primo, Uno, e Sovrano. Ne consegue, che Prima, Unica, e Sovrana, non può non essere la Verità del Principio.

Ammesso il percorso di questo pensiero sulla Verità divina, quanto è adattabile al nostro? Lo è, non per diverso percorso, ma perché umano. Si può dire, allora, che noi siamo nella Verità della vita del Principio, tanto quanto la nostra raggiunge la pace che deriva dal silenzio che segue alla cessazione del dissidio.

E’ vero! Dio non parla.

Caro Francesco: è vero che Dio non parla, ma al suo posto lo fa la vita. La teologia cattolica (qualsiasi teologia, in vero) mi ricorda la fasciatura che deformava i piedi delle cinesi di una volta. Il piede simbolizza il passo (lo si intende in senso esistenziale) che così de_formato, addolorava il soggettivo cammino verso la meta: vuoi di fede, vuoi storico – personale, vuoi, per il credente, verso Dio. Su Dio, Vicari e mistici di tutti i generi, incarichi, titoli, ecc, ecc, ci hanno detto di tutto e di più. Come tutti i cristiani, per decenni ho camminato anch’io con i piedi imprigionati in quel supplizio. Ora, però, che li ho liberati, sto decisamente meglio! Aver liberato i piedi da quelle costrittive fasciature, però, non m’ha fatto cambiare strada. Da quella ho allontanato, però, da tutte le compagnie che questa visione di Dio ha reso estranee. Terminata la premessa vengo al dunque: anche nella mia “teologia” Dio non parla. Per la mia, però, lo fa attraverso lo Spirito: potenza che lo fa e ci fa vivere. Lo Spirito è la forza della vita che si origina dalla corrispondenza di stati fra Natura (il corpo della vita comunque formato) e Cultura: il pensiero della vita comunque concepito. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. La vita parla, quindi, o per mezzo del verbo (dato il Verbo) o per mezzo dello spirito dato lo Spirito. Neanche lo Spirito divino può crearsi corde vocali. Se proprio poteva e/doveva farlo, non è certo il tempo che gli è mancato. Ho pensato, allora, che abbia scelto ben altra corda: l’emozione della sua Forza. L’emozione dello Spirito è data dagli stati della sua potenza. Essendo assoluta, Uno lo Spirito (la sua potenza); Uno il Verbo: io sono; Una la Parola: vita. L’emozione del nostro spirito, è data dagli stati della nostra potenza: non assoluti, ma a Somiglianza dell’Immagine. La comunicazione fra l’emozione della Vita e l’emozione della nostra avviene fra potenze affini. La comunicazione per affinità di potenza, tuttavia, non esclude i non corrispondenti con l’Assoluto. Al più, i non comunicanti per mancante affinità fra Potenza e potenza, sono (per dirette e/o indirette cause) da sè stessi difficoltati. Anche se di prevalenza lo sentono “chi ha orecchio”, comunque lo Spirito parla al nostro spirito per mezzo di tre voci:

Depressione quando vi è difetto di potenza nella vitalità;

Esaltazione quando vi è eccesso di potenza nella conoscenza;

Pace quando vi è corrispondente incontro fra potenza e conoscenza.

 

Caro Francesco: devo proprio dirti…

Caro Francesco: devo proprio dirti quello che ho in gola Il cristianesimo tornerà ad essere quello di Cristo, tanto quanto, pur tenendo di vista il Padre (il Principio che determina la vita sino dal principio) tornerà a viversi come Madre: Principio che accoglie la vita sino dal principio. Senza per questo scordare lo Spirito, ovviamente, che, come ben sai (almeno suppongo) è Paracleto da sempre.

Caro Francesco: Satana non è come dicono…

Satana non è come dicono gli esorcisti. Non volermene se entro a gamba tesa sulla questione. Lo posso proprio perché tu non puoi: pascere per altri pascoli. Di Satana bisognerebbe rivedere la biografia, rivedere i genitori, e per quale utilità hanno fecondato la vita di un così ribaldo spirito, ma se non l’ha tirata lunga il Generale figurati se lo faccio io che manco sono caporale! Se ho capito bene, sostiene che è figura simbolica e rappresenta, il principio della multiforme identità dello spirito del male di chi si oppone a quello del bene: concordo. Il male è una figura composta da principi culturali. E’ dolore naturale e spirituale da errore culturale, infatti. I bene ed il male, di per sé (essendo i principii culturale di uno o dell’altro pensiero)  sono forze (spiriti) disincarnate. Incarnata lo diventano, tanto quanto (nelcaso del male) l’influit* dall’errore che porta al dolore (e quindi al male) concede ad una corrispondente forza di sovrapporsi alla su*. Lo  stesso succede per le forze (spiriti) diretti da principi di bene. Per infiniti versi e/o condizioni, l’incauta accoglienza nel proprio spirito di uno spirito diretto dall’errore che porta al male può permettere la fondazione (e/o la rifondazione) di un’identità in errore. Per opposto influsso, la fondazione (e/o la rifondazione) di identità dirette dal bene.  Nei casi di identità fondate e/o rifondate (può succedere anche secondo condizioni da patologia anche per quelle dirette dal un loro senso del bene) di quale spirito lo spirito fondante e/o rifondante? Poiché nulla sappiamo del cuore dell’uomo, non ci resta che la verifica delle azioni. Direi del bene tanto quanto fonda e/o si rifonda della vita che porta alla gioia della verità, e del male tanto quanto fonda e/o rifonda della vita che, in presenza dell’errore porta al male detto dal dolore. Ad esclusione del Principio (stato della vita sovrana e unica perché prima) nessun’altra forma di vita può dirsi tale. Ammessa (e per amor di tesi concessa) l’esistenza di Satana come persona, quindi, anche quella (non essendo un principi assoluto) non può non essere e non avere degli infiniti stati di bene e di male, e manifestarsi per quelli e secondo quelli secondo infinite identità che sommiamo con lo stesso nome: Satana. Si può certamente ammettere, allora, che se Satana è il conglobante nome di infinite identità in errore, lo può (comunque si manifesti e/o comunque sia lo stato spiritico usato per farlo) come lo spirito che porta il nome di chi soggiace a quella forza; e se un influito dal male si chiama Caio, Caio é il nome dello spirito negatico che influisce Caio. Direi in fine, che Satana è il soffio che gonfia la gomma del veicolo Caio, ma non per questo il Caio in carne, diventa ruota del Caio disincarnato. A meno che non accetti, in piena coscienza, di diventarlo. Chi lo accetta in piena coscienza non mostra alcun genere di dissidio fra essere un Caio fortemente influito e un Caio che non vuole diventarlo. Chi diventa un Caio indiviso da Caio, é un diavolo che se la ride degli esorcisti perché è pace con sé stesso, tanto quanto prosegue, fra Caio e Caio,la reciproca elettività del reciproco spirito.

Caro Francesco: la mia simpatia nei tuoi confronti…

La mia simpatia nei tuoi confronti nasce dalle emozioni che ricavo da fotografie e video più che dalle parole che generalmente apprezzo se riguardano i principi ideali, ma che non rempre condivido quando li vedo bagnati nel reale. Nasce anche dal fatto che, sia pure collocato presso antichi confini, in parte ti trovo alla ricerca di un Centro. Eresia, eresia, dicono i tuoi contestatori: poveretti perché anche loro (come d’alta parte tutti) sanno quello che fanno ma non sanno quello che dicono. La simpatia che sento per te, allora, potrei dirla mossa da istintive ma non confermate ragioni. Comunque sia il caso, ti manifesto quel sentimento, secondo quello che sono, posso, e conosco: poco, purtroppo. Di questo, me ne dolgo e me ne pento. Volevo mandarti una lettera ma non mi è stato possibile farlo perché lo dovrei per posta. Guaio è, che non ho la stampante e che data l’odierna situazione, sono chiusi i negozi dove poterlo fare. Potrei scriverla a mano ma non riesco più a tenerla ferma: é l’eta! Attenderò tempi migliori. Un’organizzazione. net che opera per te mi dice “Caro fedele”. Molto probabilmente lo dice a tutti ma lo stesso mi ha irritato. Perché darlo per scontato! Ho dovuto precisare a quella e lo preciso anche a te, che riservo la mia fedeltà (la direi petrea) solamente al Principio della vita che tutte le religioni dicono con altro Nome. Non di meno, per la sua principiante opera. Per tutte le altre forme di esistenza, invece, ho collocato la mia fedeltà nella cartella che ho nominato DIPENDE. Nell’indirizzo della lettera che ti manderò, dovrò dirti Sua Santità. Mi si rovesciano le viscere già al pensiero! Non per causa tua, ovviamente, ma perché (secondo ideale) aborro anche il solo odore di quanto è vano quando non vanesio. Nel reale, invece, mi rassegno, quindi, lo farò. Tanto ti devo ma sempre con simpatia. Vitaliano

Caro Francesco: in ragione di infinite emozioni…

In ragione di infinite emozioni (rare le veramente capite) tutti agiamo (e siamo agiti) da due tensioni: l’ideale e la reale. La prevalenza dell’ideale su il reale può originare un santo come un fanatico. La prevalenza del reale, un razionale quanto un cinico. E’ equilibrata la personalità che agisce i piatti mantenendoli allo stesso livello. Ciò vale anche nella sessualità. Tornando a quanto più ti interessa, constato che nel sacerdozio odierno pesano di più i piatti del reale, con ciò intendendo della sua umanità. Perché succede? Mi sono risposto: succede ogni qual volta una missione si fa professione. Nella professione, l’ideale è un ricordo che fa da sfondo alla recita sacerdotale, ma non da sfondo al sacerdote quando scende dal palco. Da sfondo al sacerdote che scende dal palco, c’è una fame di vita (anche sessuale) tanto maggiore quanto l’ideale l’aveva contenuta. Se vere le ipotesi, ti ritrovi, allora, a dover operare per la ricostituzione di due inseparabili fronti: rinnovare l’ideale per fermare la sessualità che tracima. Per fermare la sessualità che tracima, però, è necessario che tu non faccia la parte del medico pietoso che ti vediamo fare. Dove c’è affermata cancrena, inutili i cerotti. Sopratutto quelli che la chiesa (ogni chiesa) crede di poterci mettere sugli occhi. Caro Francesco: dove in una sessualità idealizzata c’è cancrena perché l’anticorpo che è l’ideale ha perso la sua facoltà, devi (perdonami l’imperativo) avere il coraggio di separare l’arto dal restante corpo. I se, i ma, i distinguo, i perdoni che lasciano il tempo che trovano, altro non fanno che favorire lo sviluppo dell’infezione. Separare non per giudizio, però, ma per riportare la capra al suo prato. Vediamo, invece, che sinora la sposti di ovile: aperti o chiusi secondo i casi. Se in quelli chiusi, la disattivi, ma muri anche un percorso di vita, che, come ha detto bene il Maestro dei cristiani (lo sono ma non secondo chiesa) dobbiamo bere sino alla feccia. Non ha detto per conoscere noi stessi e la vita. Penso, che l’avrebbe detto se solo gliene avessero lasciato il tempo. Penso, inoltre, che per rinnovare un ideale che sta scadendo, sia indicazione per niente male.

Caro Francesco: e l’amoris? E la laetizia?

Caro Francesco: l’arcivescovo di Santa Fe, monsignor John Charles Wester, ha spiegato che sul tema dell’ordinazione dei preti sposati non hai sentito che lo Spirito Santo fosse all’opera in questo momento.

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Ho iniziato questa lettera solo dopo aver finito di ridere! C’é voluto il suo tempo! Ti pregherei di spiegare all’arcivescovo che in presenza dei dissidi lo Spirito santo non si può assolutamente sentire, tanto quanto la sua “parola” é coperta dalle parole di chi pone dissidio in nome di precostituite verità! Digli inoltre che lo Spirito é Mediatore, e che dove non vi é mediazione, neanche vi può essere il Paraclito. Al più, spiriti terreni: sacerdoti o altro che siano. Già che ci sei, digli inoltre, che il Soggetto che secondo la chiesa li ha resi vicari, ha insegnato “che ognuno da’ quello che può” e che beati sono i “poveri di spirito”. Non vedo poveri di spirito nella gerarchia che amministri. Non perché non mi considero cristiano, tantomeno contro chi, sè nolente, gliel’hanno fatto legittimare post mortem. Ti vedo, invece, te nolente per quanto posso sentire, che hai predicato la tua Amoris laetizia nel deserto dei sordi, Sordi, non perché incapaci di ascoltare la vita ma perché incapaci di sentire la vita che non proviene dalle file di quegli invalidi. Non mi é completamente chiaro perché sento della simpatia per te, sovrano di uno Stato che se domani mattina sparisse assieme al calcio neanche me ne accorgerei. Per quella compartecipativa simpatia, mi domando: che ci stai a fare sulla Sedia visto che l”Amoris” di sé dei tuoi azionisti sta mettendo in minoranza l’Amoris che c’é nella tua “Laetizia”? Un precedente papa era giunto ad ammettere che non sentiva più la voce di Dio. Tu, ad ammettere che non é ancora giunto il momento di sentire la pacificante forza dello Spirito. Hai voglia di aspettare Francesco! Quelli che nella tua gerarchia sono presi dalla voce dell’IO, tutto possono ascoltare fuorché la voce di Dio! E’ vero quanto sostengo? Non é vero quanto sostengo? Non lo so. Quello che so, é che prima o poi capiremo, e che da per tutto vorrò essere fuorché al posto dei ritardatari.

Caro Francesco: non smetterò mai di dirlo…

Non smetterò mai di dirlo: la parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Tanto quanto eleviamo l’emozione, e tanto quanto la parola si fa Parola. In virtù di quell’elevazione, l’IO ha sempre creduto di parlare di Dio quando non con Dio. Un tuo precedente, Farncesco, aveva amaramente constatato di non sentire più la Sua voce. Può esser stato perché la gestione del potere l’aveva costretto nei piani bassi della vita? Può essere perché quei piani gli avevano carcerato la capacità di salire dall’Io a Dio? Tutto può essere come anche no, ma a mio immodesto parere, Dio si sente solamente attraverso la voce del suo unico e primogenito profeta: la “creatura” che abbiamo nominato vita. Non si può dire che non l’abbia ascoltata chi, elevando il proprio sé al Sé, ho potuto affermare: in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Vero è che ci ha lasciato nelle peste. Infatti (e forse perché abbacinati da tanta intuizione) non ne abbiamo mai capito il significato: almeno sinora. Eppure, l’abbiamo sempre avuto sotto gli occhi! Non l’abbiamo mai visto prima, forse perché i Teologi (e quanto altro del genere) ci hanno detto che essendo frutto di divina ispirazione, non ci restava altro che capirla per fede. Io non sono certo un teologo, e per via di fede, tutto sono fuorché uno scolastico, però sono un Ariete, e quando gli Arieti si impuntano, prima o poi ci arrivano. Io sono arrivato a questo: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio, perché il Verbo SONO non può essere scisso dalla Parola VITA, e la parola VITA non può essere scissa dal Verbo SONO, se non tagliando la gola (l’hanno fatto e lo fanno anche in senso non metaforico) a chi afferma il suo indiscutibile Essere: IO e/o DIO che sia. Nell’aver svelato l’arcano secondo me, spero di non avervi rovinato la giornata. Ne sia assolvibile causa, l’influsso dell’emozione della mia vita: anch’essa (e d’altra parte come tutte) indiscutibilmente, Verbo e Parola.

Caro Francesco: come possono dirti…

Come possono dirti eretico se non puoi scegliere? Ho letto che ti stanno accusando di eresia perché scegli la vita che i cardinali non scelgono in nome di Pietro. Non so chi sia questo Pietro ma non penso sia lo stesso che almeno in un fondante caso ha amato una vita oltre ragione. Mi dispiace dovertelo dire, ma cardinali e pistolatori vari una certa ragione c’è l’hanno. Non per i motivi che dicono ma perché ho rilevato in te un orrendo difetto! Tu, all’amore che devi alla Barca, anteporresti l’amore che devi alla vita in tutte le sue forme. Cristo te ne sarà grato (era anche una sua idea) ma i maramaldeggianti (convinti di non stare seduti sul ramo che segano) temo proprio di no. Non so sei sei tu quello profetizzato come ultimo Papa ma lo direi possibile! Il prossimo, infatti, che altro potrà essere se non un delegato sotto cardinalizia custodia? Quello che certamente so, è che al prossimo non scriverò! Ti raccomando: se ti offrono un caffé, versalo sui gerani!

Caro Francesco: vedo che anche tu…

Vedo che anche tu sei un eretico. Eretico – dal greco hairetikós “che sceglie”

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Mi sei venuto in mente mentre stavo dando un senso panchinaro ad un ozio pomeridiano. Quando ozio scartabello fra i già detti e i già scritti. Ho riaperto, così, la cartella “principi della vita”. Fra i principi, ho rivisto le figure che nel nostro piano della vita sono state principianti: li chiamiamo profeti. Come sappiamo tutti, è profeta chi reca la nuova parola. Quello che generalmente non sappiamo (o meglio, non crediamo) è che tanto o poco, bene o male, tutti siamo capaci di nuova parola. Nessuno può dire con assoluta certezza che un profeta è più grande di un altro, o che alla vita é necessario uno anziché un altro: tutto è necessario alla vita. La parola è l’emozione della vita che dice sé stessa. Nessuna vita dice la sua emozione allo stesso modo e intensità, quindi, nessuna vita può essere eguale a un altra. Al più, somigliante per culturali e spirituali alleanze. Cosa fa si, allora, che vi siano figure che sfuggono alle collettive alleanze religiose, e per questo ad altre non eguali? Può essere perché vi sono (o vi sono state) delle figure che a causa di personali depressioni hanno detto delle cose nuove sul dolore e sul modo di guarirlo? Può essere perché vi sono (o vi sono state) delle figure che a causa di personali esaltazioni e/o ideali ricerche hanno detto come seguire (in modo nuovo) quanto gli rivelavano, vuoi le esaltazioni e/o vuoi le ricerche? Può essere perché si dicono (o vengano detti) ispirati da Dio vuoi direttamente, vuoi indirettamente?

Su Dio è stato detto di tutto e di più. Se è vero che non credo più a quanto detto su Dio, non per questo non credo a un Principio della vita. Lo dico così: il Principio della vita è la vita che ha attuato il suo principio: la vita. Siccome lo penso Principio al principio, lo penso anche sovrano. Come tale assoluto e in quanto assoluto, l’Uno. Se al principio vi è il Suo principio, e se questo principio è vita, che altro può dire il Principio, se non di essere vita, e in ciò affermar di essere primo verbo (sono) e vita (lo é chi si sente) come prima parola? Messe così le cose, risultano ben chiare le ragioni della Genesi biblica: il Principio è presso sé stesso perché Vita è Verbo sono indivisibili. Se ciò è dell’Immagine della vita, ciò non può non essere della vita a quella somigliante? Al nostro principio, l’unione fra Verbo e Parola non è assoluta. Direi, allora, che il vero peccato originale è la nostra intrinseca condizione di scissi dall’Assoluto, non, la conseguenza di erotiche fantasie sessuali attuate dalla prima vita messa in vita. Se il Principio è assoluto verbo e assoluta parola, ne consegue che lo possiamo dire solo per mezzo di parole assolute.

Tanto più sono assolute e tanto più sono (o lo possiamo dire e/o credere) ispirate dal Principio. Siccome il Principio è vita, un profeta può dire di sentirlo tanto quanto sente la vita. Si sente la vita cogliendo le emozioni della forza che chiamiamo Spirito. Tanto quanto sono elevate ed elevanti le emozioni procurate dal sentire lo Spirito, e tanto quanto le possiamo dire provenienti dagli stati assoluti della vita, ma, c’è un ma!  La vita sentita negli stati elevati del suo stato da un profeta, non è detto che sia quella degli assoluti principi del Principio. Il peso della condizione umana, infatti, non permette a nessun mistico di elevare il suo spirito sino a quello della Vita. Le emozioni “divine” sentite da un profeta, quindi, potrebbero essere solo quelle dovute ad una sua spirituale condizione della vitalità. Giunto in fine, chiudo la lettera dicendoti la morale di questa favola: un profeta è a immagine della Vita tanto quanto dice a nuovo solamente i Suoi assoluti, ed è a immagine della propria, quando, su quelli della Vita, dice i propri. Credimi, Francesco, con la profezia, la Vita pone un eretico di fronte ad una scelta: dire la parola nuova, o lasciare il compito di farlo al Principio e ai suoi principi? Non mi risulta profeta che abbia saputo tacere. I pro e i contro sono universalmente noti. 

Caro Francesco: al principio niente mogli e niente madri: solo il Principio.

Dio è Spirito: la forza della vita che ha originato la vita.

Con altre parole, è il Principio che ha originato il suo principio: la vita.

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ilprincipio

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Vita, è relazione di corrispondenza fra volontà determinante (la maschile) e volontà accogliente: la femminile. Dio è la massima unità della trinità dei suoi stati, quindi, è l’Uno. In quanto Uno, è inscindibile. Così, è Uno anche il carattere determinante ed accogliente della forza del Spirito. Giusto per toglierci dalla testa che Dio sia maschio e femmina, e uomo e donna: Dio è vita. Fra la vita divina e la vita umana, vi sono stati di infiniti stati di spirito. Ogni stato può essere un’identità, come l’emozione (la parola) di una data identità. Succede che vi siano personalità, in grado di relazionare con la vita ulteriore. Sono detti medium. Cosa procura questa capacità? La procura una maggiorata coscienza della vita. Il modo in cui avviene è legato alla data personalità, alle sue vicissitudini, alla sua storia, e alla cultura del contesto in cui vive, ecc, ecc. La psichiatria sostiene che la possibilità medianica derivi dalla parte inconscia della mente. La corrispondenza di uno spirito con il nostro avviene per affinità di spirito. Esemplificando: se il mio spirito ha forza 10, corrisponderà con uno spirito di forza simile. Poiché non saremo mai pienamente coscienti del nostro stati di spirito, così, non saremo mai pienamente sicuri di aver a che fare con lo stesso spirito. Nessuno di noi, può dirsi Uno. Quindi, toglierci dalla testa di poter corrispondere con lo spirito di Dio. Si può dire, però, che vi sono personalità più unitarie di altre. Ebbene, queste personalità corrisponderanno con spiriti più unitari di altri. Chi siano questi spiriti, ogni personalità medianica lo potrà credere ma non sapere. Al più, potrà dir di sapere sulla data identità, tanto quanto sarà in grado di sentire che gli stati di spirito di quella forza sono corrispondenti ai suoi, ma c’è un ma: il male sa fingere il bene, molto bene tanto quanto è male. Il che significa che il male può essere maggiore, dove maggiore la rivelazione. E’ ben vero che è un gioco che dura poco, la seduzione del male, (il male sa far le pentole ma non i coperchi, infatti ) però può bastare per incantare il credulo.

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Una volta subito l’incanto della manifestazione spiritica, (diabolica o no che sia) liberarsi dalla malia spiritica è necessario mutare lo stato del nostro spirito, dirigendoci verso altra condizione di vita. In genere, le esperienze spiritiche succedono ai dolenti. E’ dolente, chi è scisso dal suo bene. Chi è scisso dal suo bene non è nel giusto, e, quindi, neanche può essere nel vero di sé che è dato dalla pienezza dell’identità. Il male, è dolore naturale e spirituale da errore culturale. Ogni medium nel male da dolore per errore, quindi, corrisponde con spiriti nello stesso stato di vita. Sia su questo piano della vita che sull’ulteriore, vita, è stato di infiniti stati di vita, quindi, anche il male dello spirito che corrisponde con il medium è soggetto alla stessa misura di forza e di spirito. L’infinita misura di male da dolore per errore, pertanto, rende impossibile dire se uno spirito è nel bene o nel male, perché può esserlo in un dato momento, e non esserlo nel successivo. Possiamo parlare di spiriti del male, allora, solamente se in piena coscienza perseguono il male, come possiamo dire omicida chi persegue in piena coscienza quella distruttiva volontà. Detto questo, vediamo il caso di Saulo di Tarso e del Profeta. Ad ambedue è apparso uno spirito. In che condizione di spirito erano il Saulo ed il Profeta? Sapendo la loro condizione di spirito, sappiamo (?) l’identità dello spirito che si è manifestato loro. Tenendo ben presente, però, che se fossero stati nella pienezza di sé, non gli sarebbe apparso nessun spirito. Diversamente dal Saulo, (i suoi dissidi interiori e personali sono storicamente noti) il Profeta, almeno a quello che mi risulta, non ebbe analoghi dissidi con sé stesso, o, se li ebbe, (ma qui vado a naso) furono provocati da più intime ricerche personali, e/o da una notevole capacità di compassione, ma temo di non conoscere la vita del Profeta quanto basta. Mi limito quindi, a queste due sole supposizioni. Dato il genere di messaggero, però, arguisco che i suoi dissidi riguardassero, oltre che la sua personale identità, anche quella del suo popolo: diviso in numerose e discordi tribù, e religiosamente scisso per politeistica adorazione. Immagino il Profeta, dolere di questa situazione. Immagino il Profeta mentre lo vedo desiderare una forza unificatrice. Lo immagino, mentre, forse, desiderava essere quella forza unificatrice; e quella gli è apparsa sotto forma di spirito. Il resto lo sappiamo. Seguito il messo unificatore, poteva il Profeta accettare il culto delle mogli di Allah? A mio avviso no. Vuoi perché, in quanto politeista, quel culto era divisore, vuoi perché cercava il Grande, vuoi perché il Grande non può non essere Unico, e quindi, non generato e tanto meno ammogliato.

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Non ho mai nominato invano come in questa lettera. Il fatto è, che per dirlo come lo penso, ho dovuto nominarlo come il mondo lo pensa.

Caro Francesco: o permetti alla Parola di dire il suo Verbo

O permetti alla Parola di dire il suo Verbo, oppure morto un papa l’altro ti seguirà. Intanto che ci pensi senti un po’ questa. Per Spirito, intendo sia la forza della vita sino dal principio che la forza della vita dello stesso Principio. Lo Spirito del Principio non è tanto né poco: lo Spirito è vita, e il suo spirito (la sua potenza) vitalità. Questo scritto è il cappello di decine di stesure sullo Spirito e su quanto correlato, nel tempo viste e riviste non so più quante volte. E’ la base (la stesura sullo Spirito) di tutti i discorsi che ne ho ricavato. Mi vedo ancora mentre sto scrivendo un’idea della quale non avevo alcuna idea. E’ come se avessi dovuto disegnare un cerchio, senza assolutamente sapere com’è fatto, ma punto dopo punto, alla fine l’ho visto. Non sempre quando stavo scrivendo a casa. Qualche volta in giro, e non poche volte sul lavoro. Giusto per dire un caso, il pensiero introduttivo ai discorsi sullo Spirito e agli annessi e connessi, l’ho pensato mentre stavo al secchiaio delle trattoria dove all’epoca lavoravo. Ridevano e scuotevano la testa i colleghi quando mi vedevano partire in tromba alla ricerca di carta e penna. Avevano capito, però, (e accettato) che in quei casi dovevo scrivere, e che niente mi avrebbe fermato!

 

Caro Francesco: per quanto ancora sceglieremo Barabba?

Per quanto ancora sceglieremo Barabba? Tutti i credenti sono giunti ad accettare l’idea dell’unico Padre. Diverse solo le nostre interpretazioni. Fra le tante, quale la più grande perché la più vera? Quella biblica che lo narra simile al dispotico sovrano che fa e disfa la vita incurante della carne, sia dei sottomessi, sia di chi intendeva far sottomettere? Non so quando il Cristo evangelico smise di accettarlo così. Per quanto raccontano, quello che so, è che smise. Non per perdita di fede, smise, ma, evidente ipotesi, perché quel Padre non corrispondeva ai suo bisogni di figlio. Del Padre riesco a immaginare solo i principi della sua vita: Natura per quello che è; Cultura per quello che sa; Spirito per quello che sente. Naturalmente, lo posso perché ho elevato al Principio i nostri principi: Natura per quello che siamo; Cultura per quello che sappiamo, Spirito per quello che sentiamo. I principi del Padre sono assoluti. I nostri, a quell’Assoluto somiglianti. Passami la ripetizione dei pensieri che seguono. Sono come le travi che reggono un soffitto: necessariamente ripetute. Poiché corrispondenza di stati fra Natura, Cultura e Spirito, la vita originata dal Padre è trinitario_unitaria. Il Padre, invece, è l’Uno; lo è perché gli stati al principio sono unitari in assoluto. Se così non fosse, avremmo più principi, in conflitto per bisogni di supremazia. Non risulta da nessuna parte che i bisogni di supremazia siano tipici del Padre. Ben diversamente risulta dalle idee dei figli sul Padre. Il Padre, in quanto vita in assoluto, è identità, in alcun modo scissa. Se in alcun modo scissa, non può originare che un’unica volontà di vita; dare vita a sua immagine: perfetta! Certamente non sono io quello che sa cosa possa o non possa il Padre. Mi domando solamente: può fare qualcosa di illogico, con ciò intendendo dire un qualcosa che contraddica i suoi principi?

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Sia per fede che per ragione, secondo me, assolutamente no. Un Assoluto non può proiettare che il suo assoluto, e se assoluto Bene del Padre è ciò che proviene dal suo assoluto Vero perché assolutamente Giusto, assolutamente può operare solamente concedendo il suo assoluto principio: la vita. Può una potenza (quella che origina la vita) contenere ciò che toglie potenza? Se deriva da un assoluto principio, no. Nell’assoluto principio concesso dal Padre, quindi, non ci può essere nessun errore, nessun dolore, nessun male. Se per molti motivi e/o modi la vita a sua Somiglianza viene scissa (lacerata e sinonimi) fra i suoi principi trova posto l’errore che porta al dolore che porta al Male. Il dolore è il male naturale e spirituale da errore culturale. E’ sommamente importante, quindi, che nulla di esterno alla data vita la separi da sé stessa. Tanto quanto non vi è separazione fra stato e stato, e tanto quanto vi è comunione fra stato e stato. Non vi può essere comunione fra stato e stato, dove non vi è amore fra stato e stato. Essendo un principio assoluto, il Padre non può non essere che l’assoluta comunione fra i suoi stati. Per questo, è la massima immagine dell’Amore. La storia di Cristo mi fa pensare che nel genitore che ama trovò l’idea di Padre che corrispondeva ai suoi bisogni. Dicendolo d’Amore (il Padre promosso dai suoi bisogni) gli diede nuova immagine. L’amore permette la comunione che permette la vita. Guaio è, però, che pur permettendo la trasmissione del potere della vita, (e, quindi, del Padre) l’amore non permette la trasmissione del potere di vita su vita.  Guaio è, ovviamente, per quelli tentati da quell’imperio, come per quelli che lo attuano e/o lo perseguono: penso al Principato e alla Religione. Vero è, che senza il Principato e Religione come li conosciamo non si costituirebbe nessuna Società come la conosciamo.  Si può dire anche vero, però, che una società è legittima tanto quanto da ai suoi cittadini quanto è giusto perché bene al vero, e che è malsana tanto quanto non rispetta quella verità. Ciò vale anche per la Religione quando si fa politica. In vero, per tutte le religioni quando si fanno politicanti per questioni che nulla hanno a che fare con il Padre.

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Per quanto mi riguarda non ho perplessità nei confronti del Padre secondo Cristo. Sono più che perplesso, invece, nei confronti di quelli che si dicono Vicari di Cristo (e, quindi, del Padre) mentre, più che altro, dimostrano di essere gli interessati esecutori testamentari di un’idea che seguono secondo opportunità, più che secondo verità. Non sto parlando di te, Francesco: dai discorsi, i presenti sono sempre esclusi. Giunti al punto, che fare, Francesco? Visto che la Barca comunque va, continuare così? Visto che la Barca comunque non potrà andare più di così prima di arenarsi in qualche lido, fare quello che fece Cristo, e cioè, pensare una nuova idea di Padre? E secondo quale verità? Quella indicata dal Bene che è Giusto tanto quanto è Vero mi viene da dire. Guaio è, che del Bene, che è Giusto tanto quanto è Vero, non tutti hanno la stessa idea. Quale, l’universalizzante non solo a parole? Quello che non ho trovato nella Cultura l’ho trovato nella Natura: il corpo della vita. Nella Natura, vi è verità tanto quanto non vi è dolore. Tanto quanto non vi è dolore, e tanto quanto la Cultura della Natura permette la comunione che porta all’amore che porta all’Amore. Lo so: il guaio maggiore di un’idea che trovo persino ovvia sta nei pastori. Nella ricerca di pascoli per le pecore così abitudinari quando non aggrappati a cattedre e/o a bastoni. Anni che furono mi sono ritrovato in una situazione particolarmente complicata. Mi rivolsi al Don Ottorino: prete dei Filippini in Verona. Me la risolse. Non risolse quella legata alla mia identità sessuale, ovviamente. Nella mia gabbia, però, apri un piccolo sportello: lassa fare a Lù! (Lascia fare a Lui!) Mentre lo diceva ho pensato: sto qua l’è mato! E se i pazzi avessero ragione, quanto i sani sono in grado di capire (ed accogliere) il Suo intervento? E se per molti motivi spaventati non l’accettassero, sceglieranno Barabba? Ancora?!

 

Caro Francesco: ti racconto un sogno.

Ti racconto un sogno. Avevo l’intenzione di farlo già al risveglio, ma non mi era sufficientemente chiaro. Non che adesso lo sia del tutto. A braccia aperte, gioioso e con un gran sorriso mi sto avvicinando ad un giovane arabo. Sulla trentina. Magro ma non scarno. Bello perché maschio più che per i tratti. Non particolarmente alto. Rada la barba. Indossa jeans, ciabatte, e una camicia con dei disegni. Li direi arabeschi. Sul tessuto non sono particolarmente evidenti. Anche il giovane mi sta accogliendo a braccia aperte e con analogo sorriso. Un attimo prima di farsi abbracciare e di abbracciarmi, sempre sorridendo ma con fermezza mi dice: qua, non si bacia nessuno! Non capisco perché me lo dice e rimango disorientato, anche perché al suo posto sto abbracciando una barriera rettangolare. Sembra una porta, ma è leggermente più piccola. Non mostra maniglia e neanche serratura. E’ di color ruggine, quindi, la penso di ferro. Il giovane che non vedo più, lo suppongo dietro. Neanche io mi vedo più, tuttavia, sono ancora presente sulla parte destra della scena. Nel tentativo di capire cosa è e che senso ha, la sto guardando da qualche metro di distanza. La parte destra della scena del segno della Croce, è il luogo che dice la santità dello Spirito alla sinistra del Padre. Per quanto mi conosco dubito molto di stare nel luogo della santità dello Spirito. Il sogno me lo conferma, vuoi perché sono uscito di scena (pertanto non sono nel luogo) vuoi perché non sono vicino alla “porta”. Continuo a non vedermi, ma ora sento che gli sono davanti. Davanti, sento le emozioni sessuali di chi sta penetrando un corpo. In una barriera di ferro?! Sento che quella penetrazione è insoddisfacente, non potente. Da giovane non ho mai penetrato niente e nessuno. Se l’avessi fatto, però, sento che sarebbe stato così: titubante, oltre che virilmente poco dotata.

Perplesso, disorientato mi sveglio con un pensiero: “così non si fa”. Non so se conseguente a quello, ma provo un vago senso di colpa: un misto fra malinconia e un emotivo malessere. Si dice che i sogni siano messaggi degli spiriti. Ammessa l’ipotesi, chi era e/o di chi era quello spirito arabo? Penso di saperlo ma pensare non è sapere, quindi, tengo per me quell’intuizione. Cos’è un bacio, e cosa può significare “qui non si bacia nessuno?” Penso che il bacio sia ciò che è rimasto del cannibalismo. Il cannibalismo è bisogno di carne simile: rituale o solo alimentare che sia quel bisogno. L’evoluzione sociale e storica ci dimostra che dal bisogno di carne simile siamo passati al bisogno di valori simili: anche questi alimenti carnali perché provenienti dalla vita della carne. I valori non si devono “consumare”, così, per farli durare come alterno cibo culturale e/o proprietà (sentimentale e/o no che sia) con il bacio ne recitiamo la cena. Ammessa l’ipotesi, direi, allora, che quel giovane mi stava dicendo che non lo devo baciare (e che non mi avrebbe baciato) perché ciò avrebbe permesso il proseguo di una cena cannibalizzante. Visto che eravamo immagini disincarnate (il giovane ed io) di quale altra carne eravamo vestiti? Non mi resta che un’ipotesi: visto che eravamo vivi, eravamo vestiti di ciò che, dandoci vita ci faceva vivere. Siccome quello che ci fa vivere è lo Spirito, eravamo incarnati dalla sua forza. Il rifiuto del bacio, quindi, mi dice il rifiuto della cannibalizzazione fra spiriti. Lo stato di spirito di uno spirito trova vita e vitalità nei valori che persegue. Mi sono valori i discorsi sullo Spirito e sul Padre.

La corrispondenza fra spiriti (onirica o no che sia) avviene fra spiriti affini. Si può pensare, quindi, che fra lo spirito di quel giovane e il mio vi è (o vi è stata) dell’affinità sugli stessi temi? Per la stessa strada? Per gli stessi valori? Non lo so. Il sogno non lo dice. Quello che so, è che fra i rispettivi valori è stata posta una porta ferrea. Implicito lo scopo, direi: impedire che i valori di quel giovane finiscano cannibalizzati dai miei. Il divieto potrebbe avere un ulteriore scopo: impedire, tenendole separate, la sovrapposizione di identità su identità. La barriera che divide quello che è di uno da quello che è all’altro c’è sempre stata, oppure, l’autore del sogno (non ho idea chi) l’ha collocata in occasione del messaggio? C’è sempre stata, quella porta, non solo perché la ruggine ne diceva l’antichità, ma anche perché già la troviamo nelle parole di Cristo quando invita a dare alla terra quello che è della terra e al Padre quello che è suo. Beh: non con le stesse parole. Considera le mie, una sorta di licenza poetica. Tutti i sogni finiscono. Nel finire dei sogni finiscono anche i messaggeri? No, direi di no. Il sogno m’ha fatto vedere che si collocano (e/o la vita li colloca) oltre la porta dei valori; porta, che non avendo chiave e serratura, si può oltrepassare solo accettando l’abbraccio fra reciproci valori, e rifiutando ogni genere di cannibalizzante bacio fra valori. Vuoi vedere che il sogno mi sta anche dicendo quello che si dovrebbe fare nella ricerca di Comunione fra Religioni? Ti passo l’idea. Vedi tu. Concludendo: ammesso di aver capito il sogno e il suo messaggio, quale parte della favola mi riguarda? Mah! Una sola, direi, e cioè, devo proseguire da solo e da sveglio. Verso dove? Non lo so. Non sono ancora così sveglio.

Caro Francesco: a che gender é appartenuta…

A che gender é appartenuta la spiritualità culturale di Cristo? Etero o Omo? Voglio dire, spiritualmente parlando, amò i diversi, o amò i simili? E chi l’uccise? La cultura divisiva perché condizionante (quella spiritualmente Etero) o la spiritualità Omo, che nel suo principio pone l’eguaglianza di spirito come alleante condizione? Per quanto è fondato sostenerlo, certamente amò la vita: crapulona o no che sia stata e/o che abbia trovato. Nella vita che amò, certamente ci sono stati quelli prevalentemente etero spirituali come anche quelli prevalentemente omo spirituali.Al proposito, sento il bisogno di vedere da vicino, se il suo amore per i simili abbia cambiato in simili anche i diversi. Basta un breve giro di Storia per vedere che in genere gli è andata buca. Dopo di lui, altri hanno colto il testimone, (il Principato e la Religione, indipendentemente dai tempi e dalle forme) ma come nel caso del Testimone del Padre, più di tanto non hanno potuto, o saputo. Bisogna ammettere, però, che più di tanto non hanno neanche voluto. Si sono immediatamente resi conto, infatti, che nella separazione impera la vita del Separante, (indipendentemente dalla forma e/o dall’identità) mentre nella spirituale conciliazione fra le parti, impera la vita, e nella vita (il tutto dal Principio) la soggettività spiritualità si abnega. Ammesso che di quella Figura sappiamo ciò che ci hanno detto di sapere, non prendo in ipotesi né la versione eventualmente sessuale immaginata dal credente, né quella omosessuale immaginata da un alterno pensiero. A tutto sono interessato, fuorché sapere il prevalente carattere sessuale della vitalità e della vita di Cristo!  Mi interessa, invece, capire il carattere spirituale di quello Spirito. Fu prevalentemente determinante? Con altre parole, fu il classico maschiaccio arabo che tutt’ora ritroviamo nei suoi conterranei nel nostro tempo? O fu prevalentemente accogliente come in genere non è l’arabo di oggi, e Bibbia testimone, neanche l’arabo di ieri?

Non sono uno studioso e neanche uno che ha studiato. La mia Cultura, quindi, è come un Emmental: piena di buchi! Fra buco è buco del mio formaggio, però, ricordo bene un pieno: chi è senza peccato scagli la prima pietra! Il Cristo evangelico l’avrebbe detto se non fosse stato un accogliente Omo spirituale? Direi proprio di no. Un carattere spiritualmente Etero (determinante) avrebbe lapidato quella donna, e poi sarebbe andato a lavorare, o in Sinagoga, o a sgridare i bambini, o nei casi peggiori a picchiare e/o usare la moglie! Ben vengano altre ipotesi.Confermato il tenore del carattere Omo spirituale del Cristo,  fu simile a quelli del suo tempo o fu un diverso? E se diverso, come si visse e visse, se fra i suoi rischiava di venir prevalentemente giudicato come un estraneo (non dalle Donne, ci dicono) quando non, nel proseguo del suo pensiero, come un eretico bestemmiatore?Non serenamente, pare, se giunse a porre agli apostoli delle domande su di sé. Cosa mai potevano dirgli quegli affascinati dalla sua diversità, se non che gli volevano bene. Anche molto bene come, dicono, gli confermò il Cefa. Sono convinto che il Cristo conobbe molto bene la solitudine degli unici; unici, non tanto perché diversi, ma perché sconosciuti a sé stessi sia per un vago passato, sia perché di un vago futuro. A quella solitudine, il Cristo sfuggì perché trovò, identità e nome nello stessa identità del Padre: io sono quello che sono.Lo poté (sto fantasticando, ovviamente) nel momento stesso che si riconobbe pieno della stessa sostanza (spirito) dello Spirito apparso sul Sinai. Ecco perché si disse figlio del Padre: perché riconobbe di essere mosso dalla stessa forza che muove Iavè. Per Spirito intendo la forza della vita sia al principio che dello stesso Principio. Non me ne vogliano i non credenti del mio discorso. Non li sto convincendo a cambiare sponda: sto solo seguendo il mio pensiero. Per lo stesso motivo, non me ne vogliano neanche i credenti in disaccordo con le mie fantasie.Nella Cultura spirituale di rinascita, il Cristo evangelico scoprì un altro nome del Padre: lo disse Amore. Si può amare in toto una tale identità senza farsi totalmente accoglienti come bambini? Direi di no. Se da un lato il Cristo della nascita mi è pressoché ignoto (quello che raccontano si sta rivelando attendibile solo per una fede che esclude la ragionata conoscenza) quello della rinascita, invece, comincia ad “apparirmi” delineato.

Dalla sua totale accoglienza del Padre – Amore, immagino anche l’accoglienza di quanto attuato dal Padre. Ammessa l’ipotesi, quella condizione del suo Spirito mi mostra l’aspetto materno del suo carattere spirituale. Non rivela l’aspetto umanamente paterno perché non ebbe genitore se non in una figura sostitutiva. Volenti o nolenti, le figure sostitutive non imprimono il loro carattere sul figlio adottivo. Si può pensare, allora, che fu quello della madre: a sua volta accogliente per il noto episodio: vero o non vero che sia, il punto non è questo. Altre ipotetiche forme di accoglienza della madre non sono in discorso e non m’interessano. Quello che immagino di un Cristo secondo il principio dell’Accoglienza anche spiritualmente materna nei confronti della vita, non lo penso del Mosè, ad esempio. In quanto guida e giudice di un popolo non poteva non essere che prevalentemente determinante, e quindi, gli sia piaciuto o meno, spiritualmente Etero. Certo, anche lo spirito etero sa farsi accogliente ma a delle condizioni che possono diventare anche inderogabili. Certo, anche Cristo dovette porre delle condizioni alla a sua accoglienza: mica viveva sul “Monte del sapone” a dirla con il Guzzanti. Ne ha poste, però, solamente di basilari. Non so se ne avesse avute anche di non basilari, visto che gli hanno tolto la parola molto in fretta.Quando tentarono di coinvolgerlo in una grossa questione (cos’è la Verità) ha risposto con il Silenzio. Vaglielo dire alla spiritualità dei suoi eredi che la Verità risponde solo nel Silenzio, e che è stato l’unico a sentirla! Vaglielo a dire alla spiritualità dei suoi eredi, così occupati a cercare la Verità che non si rendono conto che non è il luogo della Verità detto dal Cristo quello che stanno ascoltando, bensì, il luogo delle loro verità. Va bèh!

Errare è umano, ma, diabolico secondo proverbio lo diventa quando (incuranti dei vespai che direttamente e/o indirettamente hanno provocato per secoli e che ancora provocano) affermano che la loro verità è più vera e più grande di un’altra.Abbiamo sempre pensato che prima maestra di vita sia la Cultura, sì, ma quale Cultura? Quella etero spirituale che ha riempito e riempie il mondo di Dolore?  Sostengo invece, che sia la Natura. Per Natura intendo il Corpo della vita comunque formato. Dove la ricerca del Bene che porta al Giusto perché Vero è attuata dalla corrente Cultura, inevitabilmente si mostra incapace di trovarla, anche  perché presa e condizionata da secolari vincoli. Così, finisce con il perdersi  per infinite strade. La Natura, invece, non si perde mai! La Natura capisce subito se in essa vi è menzogna. Lo capisce perché immediatamente ed inequivocabilmente lo sente per mezzo del dolore.Il Dolore è il male naturale e spirituale da errore culturale. Tanto è maggiore il dolore, e tanto è maggiore l’errore che porta al maggior Male. Se il Bene naturale ci dice la presenza della Verità tanto quanto cassiamo il Dolore che porta all’Errore, ci dice anche che per giungere al Vero di ciò che è Giusto allo Spirito, dobbiamo cassare il Dissidio.Si cassa il Dissidio, tanto quanto, fra vita e vita si diventa Omo spirituali. Con altro dire, di forza (vitalità e vita) simile. La spiritualità etero non può essere tramite di quel carattere dello Spirito. E’ vero: a suo modo anche la Cultura etero spirituale rincorre la Verità, ma sino a che resta strumento di Potere, è destinata a dividere le parti soggette sia in loro che fra di loro.

Non può non farlo, vuoi perché le verità umane sono innumerevoli, e quindi, ingestibili da qualsiasi forma di centralizzante potere; vuoi perché tutti pretendiamo di agirle secondo verità pur non sapendo l’Assoluta; vuoi evitando che gli spiriti sottomessi, (gli incarnati, e /o cittadini che dir si voglia) si rendano spiritualmente conto che lo stesso Spirito, tanto è nel loro particolare, e tanto è nell’Universale. Fra Particolare e Universale, differenza vi è, non perché altro spirito, ma perché diverso lo stato dello stesso Spirito. Nel principio, infatti, è Assoluto, mentre il nostro corrisponde al nostro stato di vita: l’opinione è provata dal rapporto fra Immagine e Somiglianza.Ogni accentrante potere chiama unione fra soggetti, quello che di fatto è un contenimento_appiattimento di pensieri resi artificialmente ipocriti, cioè, omo spirituali nella forma. L’educazione spiritualmente etero, se da un lato contiene il Dissidio sociale (per il morale e lo spirituale non ci riesce neanche la sussidiaria Religione, se non continuando a dividere i suoi dagli altri) dall’altro non lo annulla. Al più, gli impedisce di esplodere ma, l’impedimento non disinnesca l’implosione interiore che si origina dai dissidi fra inverificabili  verità. Per i motivi detti, la possibile implosione interiore ci dice la continuità del Dissidio.Ora, Caro Francesco,  alla fine di questa pizza ti chiedo: ti preoccupa di più l’idea di amare la vita per cristiana Omo spiritualità in quanto ti ricorda l’omosessuale spauracchio, o ti preoccupa constatare che la farina macinata dalla Religione finisce sempre in crusca? Se ti può consolare, non solo la tua.

Caro Francesco: obiezione massima…

Caro Francesco:  a proposito della negata possibilità sponsale dei preti è sempre stata questa: “non si può servire Dio e Mammona.” Come ben sai, la vita è animata dalla forza dello Spirito. Succede sia in quella del Principio, sia in quella principiata da quel Principio. Lo Spirito è il terzo stato della vita. Lo dico terzo presso il nostro principio per mera convenzione. Al Principio (il principio è la vita che ha attuato il suo principio: la vita) è un assoluto, quindi, inscindibile Uno. Ammesso lo Spirito del Principio (quello divino, comunque detto) la nostra vita, per quella forza, procede secondo gli stati di corrispondenza fra gli altri due stati: Natura e Cultura. Per Natura intendo la vita comunque effigiata, e per Cultura, la vita comunque pensata. Nel nostro stato della vita, per Spirito la forza comunque agita. Magistrale secondo Immagine, la nostra vita è stato trinitario_unitario tendente all’Unità; unità che si raggiunge in ragione della capacità di corrispondenza fra gli stati. Una visione della vita può essere mossa dall’ideale come dal reale, o come dalla mediazione fra ideale e reale. Mossa dal solo ideale, può originare un santo come un fanatico. Mossa dal solo reale, un razionale e/o un materialista. Mossa dalla mediazione, invece, l’umanità (anche sacerdotale) quando è pienamente cosciente di sé, sia nel servire Dio, che nel servire la vita, sia pure con il rischio di servire Mammona; rischio che di fatto esiste, però, tanto quanto si intende farlo, non perché lo si può anche fare a causa della nostra possibilità di errore. E’ ben vero una cosa: per dare vita lo Spirito concede il suo assoluto. Ragionando per assoluto, quindi, logica diventa l’impossibilità a servire Dio e Mammona con la stessa forza di Spirito. Ora, non intendo star lì a disquisire sui principi della Chiesa, tuttavia, anche tu non puoi non convenire sul fatto che stanno lacerando, sempre più chiaramente, l’umanità dei tuoi dipendenti. Per quella secolare causa, inoltre, sempre di più notoriamente sta emergendo l’ipocrisia (nel senso di recita) che per secoli li ha difesi (anche nel senso di curati) come per secoli ha difeso (anche nel senso di curata) la Barca che ti ritrovi a guidare fra non pochi marosi. Ammessi i precedenti discorsi, che preti vuoi, Francesco, per questo A.D. e per i successivi? Di quelli con l’umanità vera a sé stessi quando (per quanto sanno e/o possono) servono Dio e la vita propria e altra, o di quelli con l’umanità necessariamente ipocrita, sia quando servono Dio, sia quando servono la vita, sia quando servono la propria come l’altra? Questo è il vero problema, Francesco, non, il matrimonio dei preti!

ps. Perché la dico necessariamente ipocrita? Perché solo il Paraclito sa quale la vera, e se è vero (come credo sia vero) che lo Spirito libera, che altro ti resta se non liberare?

Caro Francesco: ti scrivo per due questioni.

Caro Francesco ti scrivo per due questioni. In primo, perché i cristiani più papi del Papa mi fanno pena. In secondo, perche delle Unioni Civili (etero o homo che siano) forse non hai colto la valenza spirituale. Ai papisti più papi del Papa dovresti ricordare che se una nave ha bisogno di kilometri per non rovesciarsi quando vira, tanto più la tua Barca necessita di tempo; e siccome al comando ci sei tu, facciano il piacere di non fare come i trasportati che sommergono di contrastanti quando non isterici consigli il guidatore. Posso anche capire che non hanno in te la fede che dicono di avere in Dio, ma a che serve incrinare la fede di quelli che, pur avendola in Dio, l’hanno anche in te? Per salvare la fede, dicono! Mi facciano il piacere! Riflettano piuttosto se è la loro anima in gioco, o se è con il potere della fede che giocano! Ti dirò, ora, quanto sai anche tu, ma che forse non altrettanto sanno quelli che leggeranno questo papiro! La vita al principio che nominiamo Dio è uno stato sovrano perché assoluto. Sovrano ed assoluto perché i suoi stati di vita hanno raggiunto il massimo stato della corrispondenza fra tutti e in tutti i suoi stati, cioè, l’Uno! Quali siano gli stati di Dio lo credo ma non lo so. Al che, glisso la questione. Ora, se noi siamo a Sua immagine, anche in noi non può non esserci la tendenza all’unità che si origina dalla corrispondenza di vita fra gli stati della vita, vuoi l’umana, come vuoi per l’umana che si eleva alla superiore. Negare, ridurre, falsificare, osteggiare e via elencando, altro non significa che l’impedire alla vita di ricongiungersi nella sua ricerca di unità, e, quindi, di essere, per quanto sa, può, o vuole, a Sua immagine. I libri raccontano che Dio ha Dato vita alla vita (inizialmente, materia) insufflando la forza del Suo spirito. Negare, ridurre, falsificare, osteggiare e via elencando, allora, è, a mio credere, un errore verso la forza del Creatore: errore, che in tutti i casi è capitale quando non mortale. Mi dirai: caro Vitaliano, una qualche regola la dobbiamo pur mettere! Vero, ma se non può essere contro lo Spirito della vita, su quale altra complementare verità? Mi rifiuto anche qui di essere più papa di te. Al più, ti ricordo che dove c’è dolore non può esserci verità. Il dolore, infatti, è il male naturale e spirituale da errore culturale. Contro il male, c’è un solo antidoto: l’amore. E l’amore è comunione. Se al principio, il Principio ha potuto diventare l’Uno, è perché ha amato ogni stato dei suoi stati. Secondo te, stiamo facendo la stessa cosa? Al momento, direi che ci stiamo provando, ma un po’ istericamente perché lo concepiamo come un lenzuolo ad una piazza per un letto che la vita ha fatto ad infinite piazze. Al che, o universalizziamo il lenzuolo in modo che copra tutte le piazze, o siamo destinati a combattere per il letto. Terza via non vedo, se non quella dello Spirito Paraclito, generalmente noto (almeno spero) come mediatore.

Datata Marzo 2007

Caro Francesco: a proposito di fede e di verità…

A proposito di fede e di verità, come capire (e distinguere) lo stato divino da quello umano in tutti quelli che si nomino variamente delegati ad interpretare la parola divina? Se solo torniamo daccapo, (al Principio di ogni principio), la risposta viene quasi da sé. Il Principio (Dio, comunque lo si nomini o lo si conosca) è il massimo stato della comunione fra i suoi stati. Se unità prima è l’Uno. Chi ha raggiunto il massimo stato della comunione fra i suoi stati, non può avere in sé nessun dissidio. L’assenza di ogni dissidio permette quella massima comunione di sé, (e di sé con altro da sé), che chiamiamo amore. Il Principio della vita, pertanto, essendo lo stato della massima comunione fra i suoi stati, è la massima immagine dell’amore. In quanto tale divina, dal momento che nell’umana non è possibile annullare (in assoluto) la presenza del dissidio. Se lo stato della comunione detta dall’amore, è il segno della presenza divina in quella umana, ne consegue, che tutto quello che unisce è proprio dello spirito divino, e tutto quello che separa è proprio dello spirito umano. Lo Spirito divino è la forza, (fiato, soffio, o parola che si voglia dire), che ha originato la vita. Vita, è stato di infiniti stati della relazione di corrispondenza fra i suoi stati. Infinite le corrispondenze fra gli stati della vita, ed infinite le forme di vita. Ad ogni forma di vita, la sua conoscenza del Principio che l’ha originata. La massima conoscenza non può non portare al massimo principio, quindi, direi necessariamente, tutte le vie della vita non possono non convergere che verso l’Unico principio. Se l’Amore è Maestro di Comunione fra vita e vita, allora, l’amore che unisce ogni Via con la Verità della Vita, è il revisore di ogni scritto sinora composto su L’Amore, cioè, sul Padre. Mi si dirà: come porre in comunione le più diverse culture della vita? Il come non lo so, ma se da quell’impresa di comunione è assente il dolore, quel come, non potrà non essere vero. Perché a segnare una verità deve proprio essere il dolore, e non un superiore pensiero? Semplice! Perché il Principio della vita è il Bene: ed il bene sente il vero, anche quando il vero non sempre sa.

Caro Francesco: mi rendo ben conto…

Caro Francesco: non sono mai stato così impreparato…

Non sono mai stato così impreparato da non rendermi conto che il mio pensiero sul Principio e sui principi della vita, è un tonnellante mattone. Per anni mi sono chiesto come alleggerirlo. Pensa che ti ripensa, in soccorso m’è venuto un ricordo che da bambino mi preoccupava non poco: quello dell’occhio di Dio all’interno di un triangolo equilatero. La mia versione è questa.

triangolo

L’immagine m’ha convinto sino a che ho ragionato secondo cultura cristiana, o meglio, cattolica. Non più (nella cattolica) mano a mano ragionavo per la cristiana secondo me. Secondo me, non vedevo corrispondente contenitore dei principi della vita su questo piano dell’esistenza, così, elevando il pensiero al principio (ne avevo assoluto bisogno) ho “reso” contenitori del Principio, il loro stato di principi sino dal al principio:

Caro Francesco: se fossi prete della tua parrocchia…

Se fossi prete della tua parrocchia, all’insediamento razzolerei così: tutti siamo qui per capire quanta Immagine della Vita (il Tutto dal principio) vi è nella vita del nostro essere di Somiglianza: il tutto dal nostro principio. Tutti, quindi, possiamo dirci vie della verità che si rifletteranno nella Verità. Forse sinora non ci avete badato, ma tutto provvede (mentre provvediamo) al raggiungimento dello scopo. Nel tutto provvede e nel tutti provvediamo, c’è il senso originale della più eletta provvidenza: quella, appunto, che diciamo divina perché dandoci vita già da subito, possiamo ben dirla generosità suprema. A proposito di meta per lo scopo, non esiste percorso che abbia prefissato punto culturale e spirituale, come non esiste viandante che possa dirsi e/o esser detto miglior viaggiatore. Tutti facciamo quello che possiamo; i border, quindi, si mettano l’animo in pace: i non border pure. Agitarsi a favore della vita, come contro, è solo un ingolfare il motore per averci messo più vitalità e vita del necessario. Conscio di non essere il vostro tribunale, nei vostri confronti mi ritrovo libero da qualsiasi giudizio. Le porte della mia vita, quindi, sono aperte a tutti: figli prodighi o di mignatta che sia. Rifiutandomi ogni facoltà di giudizio, ne consegue che mi rifiuto di essere il vostro confessionale. Se mi fosse compito divino, Dio mi avrebbe fatto a casetta, non solo con le orecchie, e secondo caso, capacità di mesto atteggiamento. Mio compito, invece, è quello di essere lo spirito compagno che vi sta a fianco, non quello che vi sta sopra, sia pure, a diverso pensiero, per pastorali motivi. Sopra la vostra vita ci deve essere la vostra vita, e, se ne siete coscienti, la Vita. Sbaglierete con la vostra e con Quella? Farete i vostri conti. Alla stregua se non la sbaglierete. Comunque sia il caso, a me non dovete proprio nulla. Mi si dirà: se i pedagoghi del Magistero della Vita siamo noi stessi, che senso ha la tua funzione di prete? In questa scuola, solo quello di essere il bidello che al caso vi ricorda le materie, le lezioni, gli orari, e che, se occorre, vi aiuta ad aprire il discernimento, in modo che possiate godere di un più libero Pneuma. Che ne dici, Francesco: ci metto l’Amen dopo i saluti?

Caro Francesco: da più parti ti segnalano…

Da più parti ti segnalano che la Capra pedofila ti sta mangiando i Cavoli che non riesci a tener chiaramente protetti. Mi sto domandando perché oggi ci riesce di più, e cosa una volta riusciva a trattenere meglio il suo appetito. Tanto o poco, tutti agiamo (e siamo agiti) da due tensioni: l’ideale e la reale. La prevalenza dell’ideale sul reale può originare un santo come un fanatico. La prevalenza del reale sull’ideale, un razionale quanto un cinico. E’ equilibrata la personalità che agisce i piatti mantenendoli allo stesso livello. Ciò vale anche nella sessualità. Tornando a quanto più ti interessa, constato che nel sacerdozio odierno pesano di più i piatti della sua umanità. Perché succede nei preti che vivono la sbilanciatura dei piatti?Mi sono risposto: succede ogni volta una missione si fa professione. Nella missione, l’ideale è il carisma che ancora fa da sfondo alla ritualità sacerdotale. Nella mestierata, invece, il carisma agito non ha più alcuna fondamentale emozione. Giusto per farti sorridere, è come se gli avessero spento l’aureola! Ecco, così, che nel prete mestierante emerge una compensante fame di vita (anche sessuale) tanto maggiore quanto l’ideale (invano castrato per il Regno dei Cieli) l’aveva contenuta.Se vere le ipotesi (e le credo vere) ti ritrovi, allora, a dover operare per la ricomposizione (ideologica e di fede nella verità che rappresenti) dei momenti di un sacerdozio che non contiene più l’uomo. Per fermare la sessualità dell’uomo che tracima nel prete, è necessario che tu non faccia la parte del medico contraddittorio che ti vediamo fare. Dove c’è affermata cancrena, infatti, inutili i cerotti. Sopratutto quelli che la chiesa (ogni chiesa come ogni società) crede di poterci mettere sugli occhi, senza accorgersi, che di fatto, li sta mettendo sui propri.Caro Francesco: dove in una sessualità idealizzata c’è cancrena perché l’anticorpo che è l’ideale ha perso la facoltà di opporsi alle immuno deficienze che colpiscono anche lo spirito che non può non vivere anche il suo reale, devi (perdonami l’imperativo) avere il coraggio di separare l’arto dal restante corpo. I se, i ma, i distinguo, i perdoni che lasciano il tempo che trovano, altro non fanno che favorire il  pascolo della Capra.Vediamo, invece, che la sposti di ovile: aperti o chiusi secondo i casi. Se in quelli chiusi la disattivi forzosamente, se in quelli aperti, altro non fai che allarmarla, e quindi, renderla più  vigile. Non è detto che questo basti a fermarla. Secondo me, devi accettare l’idea che tutto è via per capire la vita: anche quella di Capra pedofila. Nessuna Capra pedofila, però, deve essere giudicata a priori. Ci sono anche di quelle che rifiutano di cibarsi dell’erba consona al loro stato sessuale. Tutto si deve fare fuorché di ogni erba un fascio! Nessun genere di umanità lo merita!Non so se tu abbia idea delle sofferenze psichiche ed esistenziali che subisce la Capra pedofila (sia del tuo gregge o no) che castra la sua sessualità per il rifiuto di godere del regno del’IO. Sofferenze psichiche, certamente più facilmente contenibili in una Capra dalla sessualità (pedofila come no) vitalmente tiepida. Per via di analoghe sofferenze, ne sappiamo ben qualcosa noi Omosessuali, castrati dal tuo regno e dai regni della terra, almeno sino a quando non diciamo BASTA! ad ambedue.I religiosi che ti dicono “io riesco a contenermi sessualmente” che ne sanno della loro vitalità al momento di una scelta sacerdotale, magari avvenuta in giovinezza, quando ancora non si è certi sul genere di Capra che si diventerà in età maggiormente consapevole? “Beati” i sessualmente tiepidi, allora, che più facilmente potranno spacciarsi per virtuosi. Tieni in debito conto, però, che non sono attendibili.Io sono Via, Verità, e Vita, ebbe a dire il tuo Maestro. E’ anche il mio ma qualche volta ci litigo. Anche se figli dello stesso Padre, fra fratelli succede. Non preoccuparti più di tanto, Francesco, lo faccio con tutti quelli che amo.Da buon Arabo (egocentrico e tendenzialmente fondamentalista) quello che pensava di sé, resta comunque un’immagine suprema. Non di meno, vale anche per noi poveri cristi. Anche noi, infatti, siamo vie della verità della nostra vita nella Vita, e per capirle, dobbiamo percorrerle, faccia comodo o no al Principato e/o alla Religione.Amo pensare, che prima o poi avrebbe precisato il punto che ti sto dicendo, ma come sai bene gliel’hanno impedito. Per fortuna la vita è come l’acqua: oltre che carsica, la fermiamo solo in apparenza.

Caro Francesco: e non di meno caro Mauro Biglino.

Caro Francesco, e non di meno caro Mauro Biglino. Tanto quanto eleviamo l’emozione, e tanto quanto la parola si fa Parola. In virtù di quell’elevazione, l’Io ha sempre creduto di parlare di Dio quando non con Dio. Un tuo precedente aveva amaramente constatato di non sentire più la Sua voce. Può esser stato perché la gestione del potere l’aveva costretto nei piani bassi della vita? Può essere perché quei piani gli avevano carcerato la capacità di salire dall’Io a Dio? Tutto può essere come anche no, ma a mio immodesto parere, Dio si sente solamente attraverso la voce del suo unico e primogenito profeta: la creatura che abbiamo nominato vita. Non si può dire che non l’abbia ascoltata chi, elevando il proprio sé al Sé, ho potuto affermare: in principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.Vero è che ci ha lasciato nelle peste. Infatti (e forse perché abbacinati da tanta intuizione) non ne abbiamo mai capito il significato. Eppure, l’abbiamo sempre avuto sotto gli occhi!Non l’abbiamo mai visto prima, forse perché i Teologi (e quanto altro nel genere) ci hanno detto che essendo frutto di divina ispirazione, altro non ci restava altro che capirla per fede.Io non sono certo un teologo, e per via di fede, tutto sono fuorché uno scolastico, però sono un Ariete, e quando gli Arieti si puntano, prima o poi ci arrivano; ed io sono arrivato a questo. In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio, perché il Verbo IO SONO non può essere scisso dalla PAROLA, e la parola VITA non può essere scissa dal VERBO se non “tagliando” la gola a chi afferma il suo indiscutibile Essere: IO e/o DIO che sia. Nell’aver svelato l’arcano secondo me, spero di non avervi rovinato la giornata. Ne sia assolvibile causa l’influsso dell’emozione della mia vita: anch’essa (e d’altra parte come tutte) verbo (io sono) e parola: vita. L’affermazione è condivida anche dagli amici visto che mi chiamano così.

Caro Francesco: le parole hanno consumato…

Caro Francesco: le parole hanno consumato la nostra idea della Parola ma non ancora questa: il Padre è quello che è. E se in quello che è fosse anche così?

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Non tentate. Non sapete. Non potete. Io sono quello che sono.

Sono Parola. Sono Forza. Sono il silenzio e la sua emozione.

Non mi trovate nei perché e nei percome. Sono l’irraggiungibile stazione delle vostre tesi su di me.

Io sono l’Amore. Non sono il Divisore. Sono colui che vi eleva la croce. Sono la vostra voce.

Non sono lo scranno della vostra brama di sapere. Non mi tocca la fama: nessun potere.

Sono la chiesa che dura. Non mi serve muratore: nessuna struttura.

Io sono il Verbo.

Sono la vostra mano. Il vostro piede. Sono il principio di ogni luce. Sono dove il dissidio tace.

Sono Pazienza. Clemenza. Pietà. Umiltà. Semplicità. Sono la vostra Profondità.

Sono la vostra Fede. Dove il Bene intercede. Sono l’Universo che tutto contiene. La Promessa che mantiene.

Sono Acqua per la vostra sete. Il vostro mare quand’è in quiete.

Non sono Figlio. Non sono Madre. Sono il Padre.

Sono il senso di moglie. Non sono le sue doglie. Sono il senso di marito.

Io sono l’Infinito.

Sono Sovranità, Libertà, Carità, e l’Immagine della vita: mio primo ed ultimo profeta.

Io sono il Basso e sono l’Alto, Larghezza e Lunghezza, Geometra e Geometria.

Io sono, la tua poesia.

Caro Francesco: bagnata nell’Arno dell’umana realtà…

“Non reddito per tutti, ma lavoro per tutti”.

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Caro Francesco: bagnata nell’Arno dell’umana realtà, quest’idea non può risultare che un velleitario pour parler. Ha valore mediatico perché, detta da te, fa girar di più le rotative. Nessun santo proposito, infatti, è mai riuscito a trasformare l’ambizione con denti da carnivoro che è della voglia di potere (vero lupo in ogni uomo, la voglia di potere) in un’ambizioni di potere, che, o dovrebbe avere denti eguali per tutti, o tutti senza denti. Nessun comunismo, c’è riuscito. Nessuna democrazia. Nessuna comunità. Nessuna chiesa. Nonostante questo, sento che la tua affermazione ha un qualche valore profetico. Si realizzerà (forse) quando la vita (il tutto dal principio) ci farà capire che continuando a mangiare l’odierna minestra, ci ritroveremo fuori dalla finestra. Non prima. In attesa di tanto, crepi Cassandra, si spera. Non creperà.

Caro Francesco: toglimi una curiosità…

Caro Francesco, toglimi una curiosità: di che gender è la vita che ami è che vedi in un sonno del bambino? Cristiana? Atea? Oltre te (che non significa a parte te) umana? Visto che ogni essere é indivisibile, come farai a dirmi questo o quello? E visto che non lo puoi, perché metti divisione in ciò che sermoni? Perché altrimenti perdiamo i confini fra le cose? E dove la Vita non confina, dove é scritto che ti lo puoi? Mi stai dicendo che la Vita lo fà, eccome! E allora, cosa ti impedisce di lasciare alla Vita l’ultima parola?

Caro Francesco: in sonno o da desto non so…

In sonno o desto non so, ma qualche anno fa una bellissima voce femminile mi disse: cristiano_non cristiano, cristiano_non cristiano_ cristiano non cristiano. Non so, così, in quale veste ti scrivo. Sento di doverlo fare perché mosso dalla domanda che si è fatto (e che ha fatto) l’officiante della messa funebre per i terremotati: dov’è Dio? Non è la prima volta che lo tiriamo per la giacca! Lo facciamo ogni volta non vogliamo domandarci dov’è l’Io? Ammetto di non aver letto la risposta che si è dato e che ha dato perché in genere cela l’infantile accusa di mancato intervento. Preferisco pensare, invece, che abbia inteso domandarsi e domandare: dov’è Dio nel dolore provocato dai nostri errori. A questa, e all’accusa di non esserci mai quando occorre (neanche fosse un vigile!) provo a rispondere cominciando dal principio. Al principio della vita, il Principio che nominiamo Dio, è la vita che ha attuato il suo principio: la vita. Il Principio è, quindi, dove la vita è prossima ai suoi assoluti principi: il Bene, il Vero, il Giusto, dico io. Del Principio possiamo dire che è il Padre, e che il Padre ha generato la vita nella nostra a immagine della sua. Il rapporto di corrispondenza fra immagine e somiglianza, però, è solo fra principi, non, fra la sua figura e la nostra. Ammessa l’affermazione, ne consegue che è il Padre dei principi che hanno generato i nostri, non, dell’uso che ne facciamo. Trovo fuori fede, allora, star lì a chiederci se il Principio sia di qua o di là o chissà dov’è quando ci succede di cadere sotto le nostre croci! Dovremmo chiederci, invece, quanto la nostra vita è vicina alla Vita, e nella risposta, (sai bene chi cito) dare al Principio quello che è del Principio, e a noi, quello che è nostro! Lo so: essere spiriti di cosciente giudizio anche nel dolore non è facile e per niente comodo, ma se il Principio del Vero per quanto è Giusto al Bene ci ha originato a sua somiglianza, non ci vedo altra ragione! Scusami se ho alzato la voce. Mi succede ogni qual volta mi ritrovo a che fare con ministri che immaginano di poter curare i dolori della vita, applicandoci pietosi cerotti! Ti saluto con la speranza di non aver fatto la figura di chi non si è accorto di star discutendo in canonica.